martedì 18 ottobre 2011

IL SIGNOR ILARIO

Se c’è un aggettivo che si merita il signor Ilario, è sicuramente “intrepido”: l’intrepido signor Ilario, così come il Saladino è feroce, la Teresa è vispa e il Bastian è contrario. Ho riflettuto su questa somma verità, assecondando il vagare dei pensieri, dopo aver riletto il post precedente, in cui mi è capitato di parlare del settimanale “Intrepido”, che ha allietato per anni e anni intere generazioni di lettori, giovani e meno giovani. Prima di arrivare a spiegare chi sia il signor Ilario, e unirne il nome a quelli del signor Emilio e del signor Jacopo, faccio una breve ma indispensabile premessa. Nel mio ondivagare fra i ricordi, le suggestioni, le letture e i progetti, ho rievocato, alcuni mesi fa, il caso dell'esposto del Codacons contro Tex e il rischio che sempre corrono gli autori di fumetti di incappare nelle denunce, nelle censure, nei processi, nei sequestri: un rischio che era realtà quotidiana negli anni Cinquanta e Sessanta, ma che ha continuato a concretizzarsi fino a ieri o l’altro ieri e che continua ancor oggi è causa delle fobie da politicamente corretto di cui sono vittime, spesso per riflesso condizionato, coloro che realizzano e pubblicano letteratura disegnata.

Non voglio descrivere la realtà più tragica di quel che è, anche perché io, personalmente, mi occupo di un personaggio che, almeno nelle intenzioni, è un paladino dei buoni sentimenti e dunque, volendo rispettarne la tradizione, non devo fare grossi sforzi per restare nei binari della political correctness. Tuttavia le polemiche del signor Emilio sul presunto eccesso di violenza nelle storie dello Spirito con la Scure e la denuncia del Codacons contro Aquila della Notte colpevole di essersi acceso una sigaretta, dimostrano come tentare di sfuggire ai censori e ai moralisti sia impresa ardua anche per i bravi ragazzi quali sicuramente siamo io e Mauro Boselli, autori delle due storie incriminate. Ci sono però stati casi ancora più gravi di quello che ha riguardato Tex, come per esempio un sequestro, avvenuto nell’ottobre 1998 delle opere di Miguel Angel Martin e di Alvarez Rabo nella sede della Casa editrice Topolin che le pubblicava in Italia.

Ma il caso più eclatante fra quelli degli ultimi anni è sicuramente quello del processo agli autori dell’Intrepido, andato in scena pochi anni prima, nel 1995. Solo a titolo di cronaca e giusto per rinfrescare le idee a chi avesse dimenticato i fatti (ma anche per raccontarli a chi non li conoscesse e rispettare una promessa fatta, quella di parlarne), ecco in breve come andarono le cose. La faccenda ebbe una certa eco giornalistica sulla stampa e in televisione (ovviamente, anche fra i giornalisti ci fu chi gridò allo scandalo), per cui, in realtà, è abbastanza nota: una decina di sceneggiatori e disegnatori di fumetti vennero rinviati a giudizio, e quindi processati (evidentemente i giudici non avevano di meglio da fare), per il contenuto di alcune loro storie apparse nel 1992 sulla rivista "Intrepido" (per la precisione, sul numero 1 e il numero 4 di quell’anno). In tutto, gli imputati furono undici, compreso il direttore responsabile della testata, Nicola De Feo. Del gruppo facevano parte numerosi collaboratori delle testate bonelliane: Bruno Brindisi (Dylan Dog), Giancarlo Caracuzzo (Martin Mystére), Michelangelo La Neve (Martin Mystère, Dylan Dog), Mauro Laurenti (Zagor), Gabriele Pennacchioli (Dylan Dog), Stefano Santarelli (Martin Mystere), Luigi Siniscalchi (Dylan Dog), Massimo Vincenti (Nick Raider). L’accusa era di aver violato una legge del 1948 che prevede il reato di "turbamento del comune senso della morale e dell'ordine famigliare": pena prevista per i trasgressori, da tre mesi a tre anni di reclusione. C'è da notare che nel mucchio non c'erano soltanto gli autori delle storie incriminate, ma tutti coloro il cui nome compariva sui numeri in questione, qualunque cosa avessero contribuito a realizzare, anche la più edulcorata o edificante. Una vera e propria retata, compiuta da chi non si prese neppure la briga di vagliare le singole posizioni e le singole eventuali responsabilità. Non male come esempio di equilibrio da dare ai più giovani, dato che questo era l'intento dei neo inquisitori.

La denuncia era infatti partita da alcuni genitori del liceo scientifico “Pascal” di Milano, dopo il suicidio di due studenti e altri episodi preoccupanti che si erano verificati nella scuola. In particolare era stato il signor Ilario, papà di un alunno, a dare l’avvio al caso giudiziario. Costui, con un piglio indignato degno di migliori cause, nel corso di una riunione fra genitori e studenti aveva agitato pagine a fumetti in cui erano raffigurate, fra l’altro, scene di uno stupro commesso da un padre sulla figlia e di una ragazza che si iniettava eroina. Dunque, secondo lui, se un racconto descrive delle sevizie in ambito famigliare o la piaga della tossicodipendenza, non è la realtà che ispira il racconto, ma è il racconto causa della realtà: gli stupri accadono poiché qualcuno li narra e non qualcuno li narra poiché accadono.

Il mistero non è perché questa bizzarra teoria sia venuta in mente a un tal signore, ma perché costui abbia trovato chi lo ascoltasse senza ridere (o piangere) sotto i baffi. Fatto sta che sui tavoli della Procura milanese arrivò un esposto che puntava il dito contro l’ Intrepido (e non contro gli spacciatori o gli stupratori). Al di là del disgusto e delle facili ironie che suscitano le figure di questi moralisti, il caso merita di essere discusso attentamente. Molte sono le considerazioni da fare.

Innanzitutto salta subito all'occhio il grave rischio che una condanna nei confronti degli imputati avrebbe fatto correre a tutti gli operatori impegnati nel produrre e veicolare fiction su qualsiasi medium: non solo fumetti, ma anche cinema, televisione, teatro, letteratura, poesia, fotografia, pittura e musica. Infatti, se un qualunque tribunale in seguito all'esposto di un qualunque signor Ilario si sentisse in diritto di stabilire che cosa offende la morale e che cosa turba l'ordine famigliare, tutto ciò che è frutto di affabulazione sarebbe potenzialmente condannabile.Potrebbe turbare l'ordine famigliare un litigio fra padre e figlio apparso su Dylan Dog, e offendere la morale l'amore incestuoso di Edipo con sua madre nella tragedia di Sofocle.

Possibile che si possa essere incriminati per aver voluto raccontare una certa storia in un certo modo? Magari, soltanto per aver raffigurato la realtà? Devono essere i giudici di un tribunale a imporre agli autori di fumetti, di libri, di film, di canzoni che cosa scrivere, che cosa disegnare, che cosa filmare, che cosa cantare? E tutto questo senza il minimo rispetto verso i valori artistici, estetici, letterari di un prodotto dell' ingegno quale il fumetto indubbiamente è?

Fatto sta che per la denuncia di un cittadino che si è sentito "offeso", si processano degli autori. Dunque, per colpa delle bizzarrie di un singolo, o di un piccolo gruppo, tutti dovremmo essere privati del diritto di leggere ciò che magari a noi aggrada. Non solo: anche ammettendo che il singolo in questione agisca non per ugge personali ma nella convinzione di contribuire alla salute morale e psicologica dei giovanissimi, costui fallisce clamorosamente proprio sul versante educazionale. Compito dei docenti non è avvolgere i discenti nell'ovatta, ma al contrario vestire i panni di Virgilio e accompagnare i ragazzi, novelli Dante, fin nei più bassi gironi infernali, in modo che ognuno prenda visione della realtà e impari a giudicare da solo ciò che è bene e ciò che è male.

Se anche le storie dell’Intrepido fossero volgari o diseducative (ci sarebbe in tal caso da disquisire a lungo sulla diseducatività della maggior parte delle esperienze quotidiane dei giovani), sono i genitori e gli insegnanti a dover operare affinché i ragazzi abbiano gli strumenti per interpretare nel giusto modo il senso delle storie proposte su qualunque pagina o qualunque schermo. Ma alcuni insegnanti e genitori, non riuscendo con i loro scarsi mezzi a educare i giovani a loro affidati e non essendo in grado di guidarli nel periglioso guado del discernimento individuale, cercano affannosamente un capro espiatorio su cui scaricare la colpa del proprio fallimento. E' più comodo per costoro credere che se un ragazzo si getta dalla finestra è perché ha letto Superman e vuole anche lui volare più veloce della luce, piuttosto che capire la disperazione di chi cresce nella squallida sottocultura della strada (o della chat) a cui né la scuola, né la famiglia danno alternative. Stranamente, ne danno una i fumetti: chi li legge, evade dal ghetto e apre la mente su orizzonti più ampi. Ma questo, gli ottusi cacciatori di streghe non riusciranno mai a capirlo.


Però, "la storia, come un'idiota, meccanicamente si ripete": lo diceva Paul Morand e lo confermano gli attacchi sferrati contro i fumetti e i loro autori dalla solita congrega di insegnanti falliti, genitori benpensanti, magistrati ammalati di protagonismo, ottusi prelati e giornalisti ipocriti. Falsi moralisti di sinistra, di centro e di destra tutti accomunati nella stessa crociata. Che poi è sempre quella che sessant'anni fa costrinse una procace eroina chiamata Pantera Bionda a castigare il suo look, perché non turbasse gli occhi innocenti dei fanciulli dell'epoca. Quando la donzella non se la sentì più di muoversi nella giungla abbigliata con una gonna claustrale e la testata chiuse i battenti, i censori ci saranno rimasti molto male: a chi avrebbero dato la colpa della deviazione della gioventù? Per fortuna c'erano in giro altri fumetti: sarebbe bastato censurare quelli, per educare per il verso giusto i loro pargoli. O almeno per sentirsi con la coscienza a posto e dormire in pace il sonno dei giusti, senza investire più di tanto in tempo, denari e energie nel cercare di migliorare la formazione degli insegnanti o, peggio che mai, di promuovere lo sviluppo della società. Difatti, poco dopo, una proposta di legge fece autosegregare gli editori nella cella del marchio "Garanzia Morale". Poi fu la volta di Kriminal e Satanik, di cui la magistratura sequestrò intere tirature. E così via fino a quando, non troppo tempo fa, arrivarono le interrogazioni parlamentari per le testate horror della Acme.

A me non interessa smontare l'accusa difendendo quelle particolari storie dell'Intrepido che tanto hanno scandalizzato i novelli inquisitori. Non voglio dimostrare, prove alla mano, che i racconti incriminati non fossero violenti, non contenessero scene di sesso e che anzi fossero latori di alti valori estetici e pedagogici. Insomma, non mi passa neppure per l'anticamera del cervello tentare di far vedere come l'accusa fosse infondata nella fattispecie. Ammettiamo pure (per assurdo) che quei fumetti fossero brutti, malfatti, pieni di violenza gratuita e privi di buon gusto. Non è questo il punto. Il punto è che qualunque giudizio negativo si possa dare circa quelle (o altre) storie, non dovrebbe mai essere un tribunale a formularlo, ma spetta ai lettori per cui sono state realizzate. Ognuno per sè stesso. Non è possibile (almeno in una nazione libera) che esistano censori in grado di stabilire che cosa offenda o non offenda il pudore degli altri. Stabilendo il principio che una autorità possa impedire alla collettività la fruizione di un messaggio mass-mediologico (sia esso un racconto, una poesia, un saggio critico, un fumetto, un film, un documentario, un brano musicale, una fotografia o quant'altro implichi la comunicazione di idee fra più persone), si eliminano automaticamente la democrazia e la libertà individuale, si ritorna all'Inquisizione e all' Index Librorum Proibitorum. Certo, si potrà stabilire che immagini di violenza o di sesso non possano essere messi alla facile portata dei bambini, se è loro che si vuole tutelare: ma nessuno dovrebbe dirmi che siccome queste potrebbero infastidire un'anima candida, allora anch'io me ne dovrò privare.

Com’è andata a finire? Per fortuna, bene. Ricordo però con quanta ansia ascoltavo i racconti di Mauro Laurenti al ritorno delle udienze in tribunale (sarebbe interessante cedergli la parola e farsi raccontare tutto da lui). Comunque, nell’ottobre del 1995 (dopo tre anni di tribolazioni, di avvocati e di spese legali), l’ Intrepido venne assolto. La storica testata, stabilirono i giudici (bontà loro) non istigava i giovani alla violenza e le sue vignette non turbavano il comune sentimento della morale e l’ordine familiare. Il fatto non sussiste. Per deciderlo, servirono due ore di camera di consiglio. La sesta sezione, presieduta da Vittorio Ebner, accolse tutte le argomentazioni della difesa, respingendo così le richieste del pm, Enzo La Stella. Povera stella, appunto. Va detto che la pubblica accusa aveva chiesto due mesi di reclusione e 200mila lire di multa per il direttore del settimanale e tre mesi di reclusione ciascuno e 300mila lire di multa per gli autori. Pene alle quali si era opposta la difesa, rappresentata dagli avvocati Renato Borrone, Gianluigi Puccioni e Guglielmo Gulotta. Costoro avevano obiettato che “se la violenza dei fumetti va censurata in base all’articolo 15 della legge sulla stampa, ebbene, anche i giornali e le televisioni non potrebbero più raccontare cose accadute o solamente rappresentate perché contrarie ai valori della nostra società”. I disegnatori e gli sceneggiatori dell’ “Intrepido” però avevano già giocato, nelle udienze precedenti, il loro asso nella manica dimostrando come anche la favola di Cappuccetto Rosso, apparentemente innocua ma in realtà chiara metafora della pedofilia, contienga inequivocabili messaggi di violenza. Lupi che divorano nonne e cacciatori che aprono pance, vogliamo scherzare? Tremi Charles Perrault: prima o poi arriverà anche contro di lui l’esposto del signor Ilario.