lunedì 14 marzo 2011

INTERVISTA A DYLAN DOG

Di quali fossero le caratteristiche della fanzine "Collezionare" di cui fui animatore negli anni remoti della mia gioventù, ho già detto tante di quelle volte che non mi pare il caso di insistere. Chi non fosse stato all'ascolto all'epoca in cui ne parlammo, può facilmente recuperare gli articoli nell'archivio di questo blog: mi illudo che, se proprio non interessanti, siamo comunque non sgradevoli da leggersi.

A giudicare dai commenti, devo pensare che i lettori abbiano trovato invece abbastanza divertenti le "interviste impossibili" che venivano pubblicate sulla rivistina e che ho ripubblicato in rete. Originariamente, dato che "Collezionare" veniva realizzata in provincia di Firenze e aveva, nei suoi primi numeri, una diffusione locale, si trattava di testi di cabaret scritti in vernacolo fiorentino. In questa versione vi ho fatto leggere, per esempio, l'intervista ai Fantastici Quattro. L'intervista a Zagor, invece, l'ho proposta su questo blog "tradotta" in italiano. Tutte e due hanno fatto ridere o sorridere e ne sono contento. Resta ancora da pubblicare l'intervista al Comandante Mark (lo farò, prima o poi, prometto - o minaccio, a seconda di ciò che avete pensato delle prime due).

Ricorderete anche, forse, che mentre le interviste ai Fantastic Four e a Mark sono tutte farina del mio sacco, quella a Zagor era nata in collaborazione con Enrico Cecchi, uno dei fondatori di "Collezionare" e uno dei principali animatori del Club del Collezionista di cui la testata era espressione, finché un male incurabile non l'ha portato via nel giro di pochi mesi. Ma, ne sono sicuro, sarebbe felicissimo di sapere che ricordiamo ancora il suo senso dell'umorismo tipicamente toscano e continuiamo a ridere leggendo quello che ha lasciato scritto.

In questi giorni, dato che sto arredando uno studio in una mansarda non lontana dal mare (ci lavoro nei fine settimana), mi è capitato di ritrovare alcuni appunti per articoli rimasti inediti che avrebbero dovuto finire su "Collezionare" e che non sono mai stati pubblicati. Uno di questi era un abbozzo per una nuova intervista in vernacolo fiorentino, da me iniziata e mai finita (non saprei dire perché). A rispondere (nel modo sfrontato e sboccato con cui già erano stati dissacrati gli altri eroe delle precedenti puntate) era Dylan Dog.

Ovviamente il testo risale alla fine degli anni Ottanta: si fa infatti riferimento al "mostro di Firenze" (quello che uccideva le coppiette). All'inizio, l'intervistatore si stupisce per il nome del personaggio: oggi ci abbiamo fatto l'abitudine, ma inizialmente "Dylan Dog" suonava davvero strano ai nostri orecchi di giovani lettori. Inoltre, c'è un riferimento a un possibile incontro fra l'Indagatore dell'Incubo e il Comandante Mark, in cui si ipotizza, come possibile esito, quello raffigurato nella vignetta qua sopra, realizzata (testi, disegni e colori) dal sottoscritto per un'asta di beneficienza (io ce l'ho solo in fotocopia, e mi chiedo chi mai abbia acquistato l'originale e quanto l'abbia pagato). Dunque, per la vostra curiosità, pubblico qui sotto l'appunto INEDITO, a oltre trent'anni di distanza dalla sua stesura. A seguire, invece, uno dei testi (sempre in vernacolo fiorentino) di Enrico Cecchi.


INTERVISTA A DYLAN DOG (1987) Abbozzo inedito di Moreno Burattini

Intervistatore- Perché la si chiama Dylan Dog?

Dylan Dog- Perché se mi chiamassi Dylan Bob mi toccherebbe a sonare la chitarra invece d'i' clarinetto.

I- 'Un le sembra d'esagerare colle ragazze? In quasi tutte le su' avventure lei va a letto con du' o tre!

DD- Questo fa parte d'i' mi' accordo con Bonelli.

I- Come sarebbe a dire?

DD - Sarebbe a dire che io sono disposto a affrontare zombi e omini lupo, ma in compenso voglio ave' qualche soddisfazione! 'Un tu penserai mica che vada in giro a scontrarmi con tutti que' mostri (che tra l'altro mi fanno anche schifo) senza volere niente in cambio? Bah! 'Un mi chiamo mica Zagor! Co' Bonelli son stato molto chiaro.

I.- Unn'era meglio fassi dare de' quattrini?

DD.
- Su questo punto gl'è stato Bonelli a essere molto chiaro co' me.

I.- Come mai i' su' campanello, quando lo schiacciano, gl'urla?

DD- Vorre' vedere icché tu faresti se schiacciassero te!

I.- Noi d'i' Clebbe d'i' Collezionista si vorrebbe invitalla a venire a Firenze ospite nostro.

DD- Poveri grulli! 'Un son mica scemo! Dalle vostre parti gl'imperversa i'maniaco delle coppiette! Di già c'ho un monte di mostri qua a Londra, figuriamoci se voglio venire a trovare anch'i' mostro di Firenze.

C.- Icché ne pensa dell'ispettore Bloch?

DD- Macché Bloch! In realtà lui gl'è l'ispettore Brok, quello d'Alan Ford. S'è tagliato i baffi pe' non farsi riconoscere, ma gl'è lui.

C.- Ma gl'è sicuro?

DD- Dio bono, sicurissimo. 'Un tu lo vedi come l'è imbranato? Un c'intende mai nulla e vien sempre a raccomandarsi co' me, come d'i' resto quando gl'era a Niu Yorche si raccomandava a i' Numero Uno.

I.- Con quale altro personaggio della Bonelli vorrebbe incontrarsi?

DD - Con tutti tranne che co' i' Comandante Mark.

I.- E perchè?

DD - Perchè quello appena mi vede, m'ammazza! Tutte le volte che incontra un'inglese gli viene un travaso di bile e ci ha gli istinti omicidi!

I.- A noi ci piacerebbe un'avventura co' lei e Mister No.

DD - Eh, mi garberebbe anche a me, ma lui 'un ne vuol sapere.

I.- Perchè?

DD - Dice che gli soffierei tutte le ragazze. Anche lui, unn'è mica Zagor.



TESS & DIABOLIC OVVERO: TUTTA LA VERITA'
SU I' PIU' BONO E SU I' PIU' CATTIVO
D'I' FUMETTO ITALIANO
di Enrico Cecchi (da Collezionare n° 3 - 1985)


M'accingo a parlarvi di due de' più importanti personaggi d'i' fumetto italiano: Tess di Bonelli e Diabolic delle sorelle Giussani. V'avviso subito che ne parlerò in termini spregiativi, sicché a chi 'un gli sta bene, gli conviene 'un leggere nemmeno. E se qualcuno gli avesse qualcosa da ridire, se lo tenga per sé perché a me 'un me ne frega nulla e 'un ci ho tempo pe' stallo a sentire.

Incominciamo da i' primo eroe in ordine alfabetico: Diabolic. Come tutti sapete, Diabolic gli'è un criminale tra quelli più cattivi in circolazione, e 'un c'è delitto che unn'abbia commesso, da i' più venale (s'è scaccolato sull'autobus) a i' più efferato (unn'ha pagato i' biglietto).

I' su' più grande errore l'ha fatto quando s'è sposato co' Eva Cant (ma a proposito: s'enno sposati o vivano ancora n'i' peccato?). Da qui' momento, unn'ha avuto più pace, perché lei l'è un tipo incontentabile: icché la vede, icché la vole. Sicché a lui un gli resta che pigliagliene, colle bone (gliele va a rubare) o colle cattìe (gl'ammazza i proprietari finché un gli tocca in eredità).

Ora, uno potrebbe dire: -Ma un farebbe prima a compralla, la roba, invece di fa' tutto qui' casino colle maschere, co' congegni e co' sotterfugi?- Bah! E allora la leggenda d'i' Re d'i' Terrore in do' la va a finire? E noi icché si fa, si compra i giornalini pe' vedere Diabolic che va pe' le botteghe e fa' la spesa? Comunque, i soldi un gli mancan di certo. Carcolando che s'è appropriato come minimo di 500 milioni (esentasse) a giornalino, si conclude che fino a ora gl'ha fregato più di 400 miliardi. Pe' fortuna quelli della Finanza se n'enno accorti, e gl'hanno sguinzagliato sulle su' tracce i' famoso ispettore Ginco, che dopo oltre secento tentativi falliti gl'ha ancora i' coraggio di ripetere: -Un tu mi sfuggirai, maledetto!-

Eroe di tutt'altra tempra gl'è Tess. Difatti, tanto gl'è cattivo Diabolic, quanto gl'è bono Tess. Eppure vu dovete sapere che in gioventù Tess gl'era un fori-legge braccato da tutti gli sceriffi d'i' circondario. Ma un bel giorno decise di cambiare vita e s'arruolò ne' Ranger, dato che a fare i' poliziotto poteva seguitare a ammazzare chi gli pareva, come prima, e in più pigliava anche lo stipendio. L'impegno di paladino della giustizia un gl'impedì di dedicassi alla carriera politica: difatti vinse l'elezioni e diventò presidente de' Navao. Salito a i' potere, si circondò subito di gente fidata: i' figliolo Chitte, i' cognato Tiger e i' nonno Carson (insomma: una dittatura).
Però, da tanto che gl'era bravo n'i' difendere i proletari da' soprusi de' padroni e de' prepotenti, si meritò i' soprannome di U.I.L.ler (sindacalista).
I' più cattìo nemico di Tess gl'è uno stregone, di nome Yama e di cognome un si sa. L'astio tra' due nacque quando Tess fece chiudere lo studio d'i' babbo di Yama, in dove questi leggeva la mano e faceva i tarocchi. Da allora un si son più potuti vedere, e gl'è una vita che enno a dassi. Tess n'avrà ammazzati trecentomila, ma Yama un gli riesce mai d'ammazzallo.

sabato 12 marzo 2011

NOCTURNO TURCO

"Il fatidico incontro è avvenuto a Istanbul il 4 novembre dello scorso anno, in un ristorante proprio sotto a uno dei due ponti tra Europa e Asia. Ad abbracciarsi come fossero amici di vecchia data, mentre era la prima volta che si trovavano l'uno di fronte all'altro, erano Gallieno Ferri, il creatore grafico di Zagor (quello letterario è Guido Nolitta, alias Sergio Bonelli) e Levent Çakir, l'attore che, negli anni Settanta, ha interpretato lo Spirito con la Scure in due film turchi. A un certo punto, l'attore si è alzato in piedi richiamando l'attenzione di tutti i commensali presenti nella sala, che nulla sapevano, e ha detto: 'Signori, scusate se interrompo la vostra cena. Io sono Levent Çakir e qui accanto a me c'è uno dei più grandi autori di fumetti del mondo, Gallieno Ferri, che ha disegnato Zagor'. Nel locale tutti si sono alzati in piedi per applaudire". Questo aneddoto, di cui lo scatto fotografico poco più sotto è fedele testimonianza, è raccontato nel contesto di un più lungo articolo che ho scritto per la rivista Nocturno, e che è stato pubblicato sul n° 103 della rivista, datato marzo 2011, appena uscito in edicola.



E' la mia terza collaborazione con lo staff della testata. Delle prime due vi ho parlato in due diversi post apparsi qualche mese fa su questo stesso blog. In un box scritto dal direttore editoriale Mauro Gervasini si invitano i lettori di Nocturno a visitare proprio questo mio spazio in rete, e ovviamente ringrazio. Peraltro, sono reduce dall'incontro zagoriano del cinquantennale svoltosi questa mattina a Milano nell'ambito di Cartoomics, che si è svolto alla presenza di un foltissimo pubblico che ha coperto di applausi e di entusiasmo Guido Nolitta e Gallieno Ferri, ancora l'uno accanto all'altro dopo cinque decenni: fra le tanti mani che ho strinto, due particolarmente calorose erano di un paio di giovani lettori nocturniani che mi hanno detto di aver letto il mio pezzo sull'ultimo numero e di averlo molto apprezzato. L'argomento è quello dei due film turchi di Zagor interpretati da Levent Çakir, di cui altre volte abbiamo parlato.


Insieme al mio pezzo, avevo fatto giungere alla rivista anche il testo di una intervista allo stesso Çakir pubblicata nel 1999 su un giornale di Istanbul, tradotta da Ivo Lombardo (uno scrittore veneto, autore di molti libri e di alcune sceneggiature di Dampyr di prossima uscita) con la collaborazione di Ebru Bengisu. Lo spazio tiranno ha impedito a Nocturno di pubblicarla. Poiché è molto interessante, la metto qui sotto a disposizione di tutti.

INTERVISTA A LEVENT ÇAKIR


Nato nel 1950 nel villaggio di Edirne Taslisekban, Levent Çakir trascorse la sua infanzia ad Edirne. Il suo vero nome è Sükrü Ocak. Dopo aver completato i cicli della scuola primaria e secondaria, lasciò la scuola per intraprendere la carriera di acrobata. Nel 1966-67 iniziò l'attività cinematografica, esibendosi in "Bozkurtlar Geliyor" diretto da Cavit Yörüklü. Interpretò alcuni ruoli in film d'avventura e super eroi, dove erano stati richiesti attori con capacità acrobatiche. Il primo film che lo vide protagonista fu "Zagor Kara Korsan'in Hazineleri" (Zagor e il tesoro del Pirata Nero) diretto da Nisan Hançer. Verso la fine del 1973 Levent Çakir partì per il servizio militare. Successivamente, a Sivas Temeltepe, si unì alla squadra di tiro balistico alla Scuola di Fanteria di Tuzla. Partecipò a diverse gare con armi da fuoco. Dopo il servizio militare, ritornò all'attività cinematografica, ma non accettò la proposta di andare a Yesilçam ("Pino Verde" - la Hollywood della Turchia) per conto di una società produttrice di film porno. Si stabilì in Izmir nel 1978 e costituì una società di produzione di foto-romanzi per riviste. Nel 1981 tornò al cinema a Yesilçam, incoraggiato da Remzi Jöntürk. Ma dopo aver vissuto una serie di vicende spiacevoli a Yesilçam, si allontanò nuovamente, per tornarci dopo l'incontro con Gani Savata, che insistette per girare un film con lui. Levent Çakir accettò la proposta e si inserì nuovamente nel circuito cinematografico. Gli ultimi ruoli interpretati sono stati un imam in "Drejan", il migliore amico di Salih Güney (l'interprete di Kaptan Swing - Il Comandante Mark) in "Otostop" e un comandante Turco in servizio al confine con l'Iraq in "Sinir".




Intervistatore: Lei debuttò molto giovane al cinema con "Bozkurtlar Geliyor" di Cavit Bozkurt. Dopo, il suo primo ruolo da protagonista fu quello di "Zagor" nei due film che sono realizzati lo stesso anno. Può spiegare come venne scelto al ruolo di Zagor?


Levent Çakir: Ero molto giovane. Era venuto da me Hüseyin Zan (noto attore e regista degli anni 60) per dirmi che aveva un ruolo per me, e mi invitò nell'ufficio della "Yerli Film": Ricordo che c'erano solo un tavolo di legno e due sedie. Mi presentò al produttore Hasan Tual, dicendo: "Questo ragazzo ha un grande talento, è proprio il tipo che cercate"". Hasan Tual rispose per l'occasione: "Oh, Hüseyin! Zagor non sarà un film così semplice; richiede molta azione, bisogna saltare con grande agilità... sai, non è per tutti!" Appena finì di pronunciare quelle parole, balzai subito sul tavolo ed eseguii una capriola a rovescio. Hasan Tual rimase stupefatto, e disse: "OK, diamo inizio alle riprese!". Giusto il tempo di redigere il contratto e cominciammo le riprese di "Zagor Kara Korsan'in Hazineleri" (Zagor e il tesoro del Pirata Nero) ad Aspendos, Antalya. Tra gli attori di quel film: Yavuz Selekman, Kazim Kartal, il noto burattinaio Nevzat Açikgöz nel ruolo di Cico, e Nuri Kirgeç nel ruolo di Digging Bill. Il regista era Nisan Hançer. Ricordo una scena interessante del film. Già al primo giorno di riprese devo lottare con Kazim Kartal e mi tocca buttarlo giù dalla cima di un faro alto 15 metri (per l'occasione venne gettato un manichino). La scena venne girata senza problemi. Il regista poi mi disse: " Levent, adesso vai giù per le scale". Io avevo già letto le avventure di Zagor, e sapevo che lui non era il tipo da scendere una scala. "No!" risposi. "Zagor non scende le scale! Qui io potrei saltare.". Il regista cercò di fermarmi, ma il suo tentativo fu inutile. "Io salto lo stesso, voi girate!" urlai. "Sicuramente lasceremo questa scena per l'ultimo giorno delle riprese..." proferì, preoccupatissimo, il regista. Alla fine, prendendo le dovute precauzioni, mi lanciai da 15 metri, atterrando con una capriola. Lasciai tutti a bocca aperta. Le riprese del film andarono molto bene. Nisan Hançer riferì ad Hasan Tual che stavo diventando un vero Zagor, e avevo perfino fatto un salto da un faro. Hasan Tual rispose: "Bene! Allora organizza un nuovo scenario per il prossimo film!" E, così, abbiamo fatto anche il secondo film "Zagor Kara Bela" (Zagor e il pericolo nero).

Intervistatore: Quale fu la reazione quando il film uscì nelle sale?


Levent Çakir: Allora il mercato cinematografico era dominato dai film stranieri o da film con attori turchi famosi. L'uscita di Zagor fu un rischio commerciale. Non venne fatta molta pubblicità a riguardo. Inoltre, "Zagor Kara Korsan'in Hazineleri" venne penalizzato dai proprietari delle sale per essere in bianco e nero, al contrario dei film Americani, tutti a colori. Alla fine Hasan Tual stabilì un accordo con "Beyoglu Rüya cinema": tenere il film nelle sale solo per una settimana! Subito dopo, uscì il secondo film "Zagor Kara Bela". Quel film ebbe un certo successo, soprattutto in Anatolia; in particolare, piacque molto ai bambini. Hasan Tual realizzò dei buoni introiti.


Intervistatore: Da bambino io guardavo quei film. Erano di buona qualità, rappresentavano il fumetto così com'era. Ma c'era una differenza, che da bambino mi incuriosiva. Zagor nel fumetto grida "Ahyaaakk" ma nel film grida "Yihuu". Perché?


Levent Çakir: Questo è un particolare che non mi venne reso noto. In quel momento i film non venivano realizzati con l'audio. Erano altri che facevano il doppiaggio. Per cui questa è una situazione dovuta ai doppiatori. I responsabili approvarono la variazione.


Intervistatore: I film sono stati poi distribuiti anche all'estero?


Levent Çakir: Credo in Grecia, in Germania, e in Iran questi film trovarono un loro mercato come film e video.


Intervistatore: Dopo i due film di "Zagor" lei si cimentò in vari tipi di film di fumetti e super eroi. Lei era uno degli attori più richiesti in questo settore. Parliamo un po' di quei film.



Levent Çakir: Interpretai circa 250-300 film, molti dei quali di super eroi. Uno di questi, diretto da Melih Gürgen è "Maskeli Üçler" (1972). Con me c'erano anche Safiye, Metin Yanki e Behçet Nacar. Inoltre, questo film fu anche la prima esperienza per Melih Gürgen come regista. Poi lui raggiunse un alto grado di popolarità con il film "Parçala Behçet" (1972) con Behçet Nacar come protagonista. Comunque, il film "Süper Adam", diretto da Cavit Yörüklü con Fatma Karanfil come protagonista, fu la mia prima esperienza nei film di super eroi dopo Zagor. Così per la prima volta indossai il costume di Super Adam e poi continuai a lavorare con Cavit Yörüklü. Lo stesso anno lavorai a film "Kizil Maske'nin Intikami", "Çilgin Kiz" e "Üç Süper Adam". Poi, sempre insieme, con Yilmaz Serif, nel film "Profesyoneller", un western diretto da Yavuz Yalinkiliç: versione turca del film italiano "Le colt cantarono la morte e fu... tempo di massacro" (1967), con Franco Nero e George Hilton. Lì interpretai il ruolo che fu di Franco Nero. Dopo il 1972, Melih Gülgen continuò con l'attività di regista. Nello stesso anno recitai in "Yarasa Adam :Bed Men", un film molto commovente, dove mi ero molto ben adattato al ruolo di super-eroe. In "Yarasa Adam" i titoli di coda mostrano la regia di Güney Kosova, in realtà il regista era Savas Erisçi. Qualche anno prima, subito dopo Zagor, quando interpretavo "Süper Adam" con Cavit Yörüklü, avevamo firmato un nuovo accordo con la casa di produzione "Birlik Film-Müfit Ilkiz". Dopo il 1972 avrei dovuto lavorare sia per "Birlik Film-Müfit Ilkiz" che per Hasan Tual. Hasan Tual mi offrì un ruolo di "Super Adam", già fatto con "Birlik Film- Müfit Ilkiz". Allora feci presente ad Hasan Tual: "Lavorerò con te sia per un altro Zagor, o per altri ruoli, ma farò "Super Adam" solo con "Birlik Film- Müfit Ilkiz", perché ho già cominciato con loro." Non siamo riusciti a trovare un accordo, così abbiamo rescisso il contratto con Hasan Tual. Poi Hasan Tual riuscì a fare "Üç Dev Adam", con Aytekin Akkaya e Yavuz Selekman. In effetti, avrei dovuto esserci io, ma non fu possibile per la rescissione del contratto.


Intervistatore: Da chi sono stati creati i costumi di "Süper Adam" o "Killingler"?


Levent Çakir: Non mi ricordo il nome. Erano comunque tutti prodotti a Galatasaray.


Intervistatore: Chi erano i suoi registi preferiti? Levent Çakir: Mehmet Aslan, Natuk Baytan, Çetin Inanç, Cavit Yörüklü e Melih Gülgen. In genere mi sono trovato abbastanza bene con tutti. Nel senso che ognino faceva il suo lavoro.


Intervistatore: Fino alla chiamata militare avevi interpretato tutti film dello stesso genere. Al suo ritorno dal servizio militare, questo filone terminò. Che cosa era successo?



Levent Çakir: Tornato dal servizio militare, ho trovato che i produttori e i registi avevano dato una svolta porno a quegli stessi film. Alcuni rinunciarono, altri accettarono svolta porno per sopravvivere. Rimasi lontano dal cinema per due-tre anni. Ero occupato con la produzione di fotoromanzi per le riviste. Poi tornai a cinema, incoraggiato da Remzi Jöntürk. In quel periodo c'era la moda dei film con i cantanti. Nel 1981-1982 partecipai a uno di quei film con Ibrahim Tatlises. Ho un brutto ricordo di quel film, dove interpretai il ruolo del fratello cattivo. Non mi piaceva quel tipo di ruolo. E dopo questo film mi vennero offerti sempre ruoli di cattivo. Nel 1986 interpretai il ruolo di Kiyan Selçuk nella serie "Osmancik", prodotta dalla TRT. Le riprese durarono per più di un anno. Ma il prolungarsi delle riprese dei film di quella serie non mi consentì di trovare un altro lavoro. Per cui fui costretto a vendere la mia casa di Istanbul (mi ero anche stancato di Istanbul) e tornai a vivere ad Edirne. Tra l'altro, in quel periodo Yesilçam venne letteralmente invasa da produttori e gente che guardava al cinema solo come macchina per far soldi, per cui non ci volli tornare. Alcuni problemi a Yesilçam derivano da forti contrasti tra gli attori famosi che monopolizzavano la scena, e da comportamenti inadeguati. Pur essendo io uno dei fondatori di SODER (Associazione dei Attori Cinematografici), fui espulso dall'associazione per non creare ulteriori problemi con le mie continue rimostranze. Ecco perché oggi non posso andare in pensione. Se ci fossero stati più produttori intelligenti, come Türker Inanoglu, avremmo potuto salvaguardare meglio la Yesilçam. Purtroppo, molti documenti sono stati distrutti.


Intervistatore: Vive ancora a Edirne?


Levent Çakir: Sì! Ho un figlio di 19 anni. Si chiama Özgür, suona molto bene il pianoforte. spero tanto in un suo futuro luminoso. Una volta ogni tanto vengo a Istanbul per vedere alcuni amici, come Gani Savata, con i quali abbiamo recitato insieme.

venerdì 11 marzo 2011

ANIMA MIA

Qualche giorno fa ho ricevuto una mail di un lettore mio coetaneo, che aveva appena finito di leggere il volume "Seconda Creazione", la storia da me sceneggiata e illustrata da 101 diversi disegnatori. Il racconto era piaciuto, e mi si faceva notare come chiaramente ci fosse una nota autobiografica, comune a tutti gli ex-ragazzi della nostra età, nel mio mostrare un adolescente rifugiato a sognare in una cameretta piena di fumetti. E' vero. Ho avuto una cameretta così, stipata di giornalini (come li chiamavo io). E ci ho fatto tanti sogni.

Addirittura (e quando lo racconto suscito sempre l'ilarità generale), ai miei tempi i fumetti servivano come monete o gettoni per giocare a carte: si puntavano gli albi, si perdevano e si vincevano. In ogni caso, passavano di mano. Uno si sentiva tanto più ricco quanta più alta era la pila dei suoi giornaletti. Così, quando tornavo a chiudermi nella mia stanza, distendevo per terra tutti i miei averi, quelli vinti da poco e quelli che facevano parte del mio patrimonio cartaceo, facendone una specie di tappeto. Siccome leggevo la storie di Carl Barks in cui Zio Paperone faceva il bagno nelle monete d'oro, io mi tuffavo dal letto sopra lo strato di pubblicazioni, e fingevo di nuotarci. Nessuna meraviglia se sono cresciuto così strano.

Arrivo al dunque. Non so perché, non so come, ma mi è capitato fra le mani un libro del 1997, "Anima mini tour", di Fabio Fazio. Sottotitolo: "In giro per i nostri anni Settanta". Forse qualcuno di voi si ricorderà che c'era appunto un programma TV, condotto da Fazio, intitolato "Anima mia", dedicato al revival del Seventies. C'era Claudio Baglioni a fare da spalla e impegnato nel cantare cover di canzoni come "Sandokan".

Apro una parentesi. Non ho mai conosciuto Fabio Fazio. Però una volta mia sorella è andata a vedere un suo spettacolo in un locale di Viareggio, ai tempi in cui ancora faceva il comico cabarettista e si esibiva come imitatore facendo le voci. In quell'occasione, mia sorella pare abbia detto a Fazio: "Hai lo stesso senso dell'umorismo di mio fratello". Cioè io. Non so se volesse fargli un complimento, o una critica. Comunque Fabio avrebbe risposto: "Mi dispiace per lui!". Ecco l'unico collegamento che ci lega. Chiudo la parentesi.


Insomma, torniamo al libro. Com'è, come non è, mi metto a leggerlo. E' organizzato come un dizionario, con tante voci. Comincia con "Accessori per l'auto" e finisce con "Zundapp" (nome di moto austriaca). Arrivo a pagina 64, e trovo la voce "Fumetti". Fantastico! Ecco che cosa c'è scritto.

FUMETTI. In attesa delle televisioni private, dei computer e dei videogames di fine secolo, i fumetti occupano il 75% della cubatura della camera di un adolescente degli anni '70. Ordinati per collezione, all'interno di ogni collezione secondo l'uscita, appagano l'immaginario del giovane nei seguenti campi e con le seguenti modalità.

Western: Tex, Piccolo Ranger, Capitan Miki, Blek, Zagor, Cocco Bill, Pedrito el Drito, Lucky Luck, Comandante Mark, Alla conquista del West.

Guerra: Supereroica.

Avventura: Mister No, Michel Vaillant (personaggio del Corriere dei Ragazzi che assomiglia al pilota di Formula 1 Jack Ickx) Billy Bis (personaggio della mitica rivista L'intrepido), Ghibli e Kristal (personaggi de Il Monello, settimanale rimarchevole soprattutto per la consuetudine di pubblicare in terza di copertina le foto un po' scollacciate di attrici del calibro di Gloria Guida... quel tanto sufficiente a scatenare la fantasia del lettore), tutte le storie di Lanciostory e Skorpio (compresa la saga dell'Eternauta, che per la verità non si capisce ma sembra geniale).

Satira: Alan Ford, Max Magnus, Linus, B.C., Beetle Bayley, il soldato americano, Bristow l'impiegato.

Horror: Zio Tibia e le sue notti, Oltretomba (che però aveva in più le donne nude e si poteva leggere anche come fumetto zozzo saltando le parti di paura), Diabolik, Kriminal, Satanik.

Supereroi: L'Uomo Ragno, il Mitico Thor, I Fantastici 4, Devil, Capitan America, Iron Man, I Vendicatori, Wolverine, X-men, L'Incredibile Hulk, Sub Marimer.

Infanzia: Soldino, Tiramolla, Valentina Melaverde, le caricature di Prosdocimi, Cucciolo, Braccio di Ferro, Geppo, Zoe e Arturo.

Erotismo: Lando, il Montatore, il Tromba, Biancaneve porno, Sukia, Jakula, Corna Vissute.


Esercizi.

Come si chiama la nonna di Soldino?

Scrivete il nome per esteso di Cico, il simpatico amico messicano di Zagor, lo Spirito con la Scure.

Scrivete cinque nascondigli sicuri in cui riporre i giornaletti porno.



Che dire? Fabio Fazio, se conosci Cico forse saprai che sono lo sceneggiatore che ne ha scritto più gag di tutti! E mia sorella ha detto che hai il mio stesso senso dell'umorismo!

Ma forse Fazio non legge più fumetti dagli anni Settanta. Lo dimostrano gli errori nel citare i nomi dei personaggi. Come si fa a scrivere Max Magnus, Beetle Bayley, Lucky Luck, Kristal o Jakula con errori di ortografia così evidenti? E che cos'è "Alla conquista del West"? Sarà stata piuttosto la "Storia del West" di Gino d'Antonio? E poi, era davvero Il Monello a pubblicare le foto scollacciate di Gloria Guida? Non sarà stato Blitz? Sono sicuro poi che oggi anche le foto di Gloria Guida sembrerebbero mercificazione del corpo femminile e un ragazzo politicamente corretto come Fabio non ammetterebbe più di averle sbirciate, come tutti noi.

giovedì 10 marzo 2011

IL TUO CULO E IL TUO CUORE


Ho dedicato a Roberto Vecchioni un post pochi giorni fa, subito dopo la sua vittoria sanremese. Capita l'occasione di citarlo di nuovo, e la colgo al volo più che volentieri. E' successo infatti che un altro mio pezzullo, quello intitolato "Nudo di donna", abbia provocato numerose reazioni e un dibattito a mio avviso molto interessante.
Siccome la discussione si è sviluppata in una serie di commenti, che sfuggono il più delle volte ai lettori disattenti o frettolosi, vale la pena di riportare in un articolo apposito il senso degli interventi e delle mie risposte, così da integrare (anche a futura memoria) le idee che ho cercato di esporre nel mio primo testo, che prendeva spunto dalla reazione scandalizzata di genitori ed educatori di una scuola elementare di fronte a uno scatto pubblicitario di Terry Richardson affisso in un cartellone davanti alle aule.

Che cosa c'entra Vecchioni? C'entra, perché tra le sue canzoni ce n'è una da me molto amata, che dice una profonda verità, quella su cui tutti i maschietti all'ascolto potrebbero dirsi d'accordo se soltanto non ci fosse da ossequiare il politicamente corretto o da seguire la moda un po' farisaica che impone facce scandalizzate di fronte a qualunque parte del corpo femminile venga mostrata ai nostri sguardi. Non si capisce perché anche una pur castigata nudità, infatti, debba essere considerata come "mercificazione" del corpo della donna anche se esibita, magari con giocosa malizia e solare complicità, da fanciulle libere di esprimere la propria femminilità e la propria sensualità come più le aggrada, in ossequio alla naturalezza invece che al perbenismo o al moralismo.
La canzone del grande Vecchioni è, naturalmente, "Il tuo culo e il tuo cuore", contenuta nell'album "Il cielo capovolto", con in copertina, guarda caso, un nudo di Klimt (era un'opera del pittore viennese anche l'immagine di Adamo ed Eva del post precedente).

Potete ascoltarla in fondo all'articolo (e mai come in questo caso, "fondo" si potrebbe tradurre in inglese con "bottom"), qui basterà citare i versi iniziali, quando il cantautore dice alla propria donna: "La tua intelligenza non ha limiti, è fuori discussione - io però con quella, amore scusami, - non ci faccio una canzone. Preferisco quel tuo modo unico - di piangere e sognare - ma confesserò che non sottovaluto - di vederti camminare". E poi: "Quando tu cammini sembri un angelo - di incerta tradizione - quando poi ti chini- è insostenibile, disumana tentazione. - Ci son notti che starei a guardartelo - per ore, ore ed ore - altre notte che vorrei farmi piccolo - fra le pieghe del tuo cuore". Insomma, ci siamo capiti. E se fossimo sinceri, diremmo tutti che è vero, è proprio così, è la fotografia della nostra genetica più che della psicologia di quello che ho sentito definire "maschio italiota".


Il culo cantato da Vecchioni (per carità, contestualizzato nella totalità femminile che è un universo assolutamente meraviglioso) va censurato perché è un "oggetto sessuale"? E' forse una colpa provocare un richiamo sessuale, cosa che fanno vicendevolmente da milioni di anni tutti i maschi e le femmine delle specie sessuate? Una volta che io desidero una donna perché è femmina, c'è una donna che è oggetto del mio desiderio. Immagino talvolta di essere stato anch'io desiderato in quanto maschio, e dunque sono stato oggetto a mia volta. "Desiderare" significa guardare le stelle. Una cosa bella e sublime. I matrimoni finiscono quando non c'è più il desiderio, ed è una cosa reciproca e non limitata alla parte maschile del cielo. Mi pare inoltre di capire che lo scatto di Richardson incriminato, che mostra uno scorcio del sedere di una ragazza, pubblicizzasse una linea di abbigliamento femminile e dunque volesse attirare l'attenzione delle donne. La bellezza di una foto, di una posa, di un corpo non è una questione di genere. Personalmente apprezzo anche i nudi maschili: c'è mercificazione anche nel corpo di Roberto Bolle o di Gabriel Garko o è solo un problema femminile?
Per la cronaca, sono celebri foto di Richarson anche quella poco sopra e poco sotto queste righe, e le tre lingue di ragazze intrecciate in un bacio. Sono di Oliviero Toscani le pubblicità Benetton e quella con la modella anoressica.

Qualcuno ha detto che la pubblicità di Richardson sarebbe "mercificazione" perché ha intento pubblicitario e non artistico. Qualcun altro si è detto scandalizzato perché il nudo venga usato come richiamo per vendere magari automobili, che dunque non c'entrano niente con il corpo femminile e sarebbe "gratuito". Ora, quest'ultimo argomento è molto debole perché paragonare una bella macchina a una bella donna è qualcosa che viene spontaneo (non a me, a chiunque) e non svaluta la donna ma nobilita la macchina.
Inoltre, se passasse l'obbligo di usare messaggi pubblicitari che colleghino i prodotti unicamente a slogan e immagini della stessa tipologia, dovremmo vietare, perchè gratuito, perfino Calimero (che c'entra un pulcino con un detersivo?) o l'ippopotamo Pippo (che c'entra un pachiderma con i pannolini?) e sarebbe la fine della fantasia e della creatività dei pubblicitari. Ma in realtà, il nudo viene usato perché è un richiamo assolutamente naturale, che ci riporta alle nostre pulsioni primarie e alle nostre origini. Sono gli uomini che hanno fatto del nudo una colpa e un peccato. Noi nasciamo nudi, ed è bellissimo stare nudi, come sa chi ha fatto del naturismo almeno una volta della vita (a me è successo, ma sempre all'estero, dove in questo sono più civili di noi). Il nudo è uno spettacolo che verrà replicato finché ci sarà qualcuno che lo apprezza. Dato che lo show va in scena dall'inizio del mondo, è probabile che durerà ancora un po' e che non sia poi così deleterio come si teme. Come tutti gli spettacoli, poi, ci sono quelli a cui non piace: lasciamo che tutti godano del tipo di bellezza che preferiscono, essendo la bellezza un valore opinabile, a patto che non si impongano modelli né in un senso né nell'altro.

Perché la ragazza di Central Park fotografata da Richardson dovrebbe essere causa della rovina della società occidentale e una ragazza con il burqa la salvezza del mondo?
Ma, soprattutto, dov'è lo scandalo nell'usare dei glutei per attirare l'attenzione sulle forme arrotondate di una autovettura? Un sedere può essere bello come sono belli gli occhi ("ci son notti che starei a guardartelo / per ore ore ed ore"). Se lo si usa, vuol dire che la tecnica funziona: ergo c'è una normale, naturale e dunque legittima sensibilità collettiva all'argomento. Alla radio, ho sentito di recente usare come argomento a favore dell'acquisto di una automobile il fatto che lasci tutti gli altri indietro al semaforo, a morire di invidia (lo slogan puntava proprio sull'invidia suscitata). Mi sembra più diseducativo questo di qualsiasi bel sedere mostrato su un cartellone. Peraltro, mi sembrano più diseducativi gli squallidi palazzoni su cui sono affissi di solito le pubblicità, piuttosto che le pubblicità stesse: ben vengano delle belle foto a coprirli, e a celarne la bruttezza (voluta dagli amministratori politici) ai nostri figli.

A volte si continua a rimarcare l'idea della "mercificazione" o della "carne un tanto al chilo". Ora, non credo che le modelle si vendano come schiave. Mi pare, al contrario, che esprimano il loro desiderio di liberta! Se in passato le donne erano obbligate a coprirsi da capo a piedi e a restare chiuse in casa a occuparsi dei figli e delle faccende domestiche. E' stata una grande conquista, quella della donna, di potersi spogliare e poter lavorare nel mondo della pubblicità, dello spettacolo, del commercio, della moda! Le modelle semplicemente manifestano ed esprimono attraverso il loro libero modo di essere, la propria interpretazione della femminilità. Sarebbe terribile un mondo con un solo modello di donna, magari quello puritano. Lasciamo liberi tutti di essere come sono.

La mia consulente tecnologica personale, Patrizia Mandanici, mi ha scritto: "Io non voglio obbligare nessuno a vedere le cose come le vedo io; ma non voglio neanche un mondo dove lo sguardo maschile sulla donna sia monodirezionale e imperante (se ci sono modelle che si prestano e sono felici cosa significa, che quel modello di donna dovrebbe andare bene alle altre milioni di donne?). Forse non ci si rende conto di tante cose quando si vive in una metà del mondo (e capisco che la cosa è reciproca, ma non per cose forse che vanno a toccare l'identità, l'intimità, il rispetto). E' difficile vivere da donna - lo è sempre stato, credo che lo continuerà ad essere. Continuo a credere che ci sono tanti tipi di uomo che vivono la loro maschilità in maniera differente - così come le donne la loro femminilità".

Vorrei distinguere bene il problema della "difficoltà di essere donna" da quello del nudo artistico e pubblicitario. Mi pare che le donne abbiano tutto da guadagnare, dal punto di vista del mal di vivere o della difficoltà di identificazione sessuale o psicologica (che, assicuro, colpiscono anche gli uomini) da una società in cui si è liberi di essere come si è e come si vuole, piuttosto che in una dove i modelli imposti sono censori e moralisti.
La più bella definizione di moralista che ho sentito è: "uno che non sopporta la felicità degli altri". Sono la libertà e la felicità i valori primari da difendere (a costo della vita) dai talebani di tutti i tipi. E non è che il fatto di apprezzare una forma femminile in una foto impedisca a chiunque (per esempio a me) di appezzare le donne in tutti i loro modo di essere. Personalmente, posso trovare bello lo sguardo di una donna sotto il velo islamico (ricordando che sono islamici gli inventori della danza del ventre), bellissimo il volto di Rita Levi Montalcini, adorabile la simpatia di Margherita Hack, senza che questo mi impedisca di trovare affascinante Nathalie di X Factor, Marilyn Monroe o Moana Pozzi. Trovo che mettere paletti all'espressione di sè, della propria femminilità (o mascolinità), del proprio corpo, sua sbagliato proprio per chi li pone, perché chi lo fa si autolimita i panorami di cui godere. Non capisco perché, se ammetto di apprezzare la sensualità di un gesto, di una posa, di uno scatto fotografico, di una coreografia, debba essere tacciato di vetero maschilismo o, che so, di idiozia fallocratica. Giuro di essere perfettamente in grado di apprezzare una donna nella sua completezza così come in tutti i suoi particolari.


Riguardo alla morale, a cui a volte ci si appella, si dice spesso che oggi non c'è più, una volta invece c'era. Siamo rimasti dunque all' o tempora o mores di Cicerone. Ma davvero la morale di ieri era migliore di quella di oggi? I nostri nonni andavano nelle case chiuse così si salvavano i matrimoni. Forse più che morale c'era più ipocrisia. Le morali cambiano con il tempo e con le latitudini, meno male che non si cuciono più le lettere scarlatte sui vestiti delle adultere. Anche se qualcuno, magari, vorrebbe reintrodurre l'usanza.



Nel mio precedente articolo sull'argomento, avevo citato le opere d'arte ispirate dai nudi femminili. Paco mi scrive: "Io però non metterei sullo stesso piano la Maya Desnuda di Goya con la fotografia davanti alla scuola. Perché ,dal mio punto di vista, quel culo scoperto è un culo su un cartellone pubblicitario: può essere artistico fin che si vuole,ma il suo scopo non è l'arte,è la pubblicità. Mi sembra un caso come un altro di mercificazione,che ha ben poco a che vedere con la libertà della donna".

Ho risposto che la pubblicità è una forma di comunicazione. In quanto tale può essere arte. L'arte, del resto, è essa stessa una forma di comunicazione. Si tratta di veicolare idee, messaggi, concetti, emozioni. L'arte non è mai morale o immorale, ma bella o brutta. Oscar Wilde lo diceva dei libri, non ci sono libri buoni o libri cattivi, ma solo libri scritti bene o scritti male. Se la pubblicità comunica bene ed è bella, è anche buona, nel senso che raggiunge il suo scopo. Se per fare pubblicità metto un culturista in perizoma a scolpire la scritta "Plasmon" su una colonna (come accadeva a Carosello quando ero piccolo io), è mercificazione del corpo o no? Perché il culturista nudo non è mercificazione e la ragazza vestita ma con il gonnellino leggermente alzato lo è? Non sarà un pregiudizio dettato dalla moda di questi giorni che ci vuole tutti politicamente e correttamente scandalizzati? Lo scandalo è negli occhi di chi guarda.


La Maya Desnuda è arte, certo. Ma è arte anche la fotografia. Ci sono fotografie esposte nei musei e ci sono cattedre universitarie di storia della fotografia. I grandi fotografi erotici non sono artisti perché fotografano il nudo? Ed Emanuele Pirella con il suo culo "chi mi ama mi segua" messo a pubblicizzare i jeans "Jesus"? Riflettiamoci bene e vedremo che non è il caso di ragionare su binari preconfezionati e in base a etichette.

Peraltro, non c'è niente di male, nell'avere un fine commerciale! L'arte è un prodotto commerciale, dato che ci sono i mercanti d'arte e tutti noi abbiamo in casa oggetti artistici regolarmente (si spera) acquistati.

Pensiamo al libro più bello che ci viene in mente. La Divina Commedia? Se Dante l'avesse scritta per se stesso e se la fosse tenuta in casa, non la conosceremmo. Ma è stata copiata, stampata, rilegata, venduta e tutti la conoscono. Pensa al film più bello che hai visto: Schlinder List, dico a caso. Non è un prodotto commerciale? Abbiamo tutti pagato un biglietto per vederlo. Spielberg non l'ha fatto per beneficienza. Non è che il fatto di essere "commerciale" segni di onta e disdoro il frutto dell'ingegno di chicchessia.


Oliviero Toscani ha fatto fotografie bellissime e le ha usate per fare pubblicità. Restano fotografie bellissime lo stesso. Basta guardare il bacio qua accanto. La romanza in Fa maggiore opera 50 per violino e orchestra di Beethoven è servita per anni a fare la pubblicità alla Vecchia Romagna: non è un capolavoro lo stesso? Un artista fa qualcosa e se la fa bene, è bello quello ciò che ha fatto. Se poi serve per fare pubblicità, dov'è il problema? C'è un intertessante blog dell'amico pubblicitario Alberto Camerra in cui spesso di parla di questi temi, e in particolare lo si fa in questo post.

E dell'arte su commissione vogliamo parlarne? I massimi artisti, da Giotto a Michelangelo hanno lavorato su commissione e non disinteressatamente. Se non fosse stato pagato, Leonardo non avrebbe dipinto l'Ultima Cena. Non c'è niente di male nel venire pagati. C'è molto di male nel non venire pagati.

Per la cronaca, io lavoro spessissimo (questo blog ne è un esempio lampante) senza venire pagato. Non guardo la TV e non ho gadget alla moda, per cui sono un pessimo destinatario di qualunque forma di pubblicità. Aggiungo che mi sono sempre spogliato gratis per chi ha avuto piacere che lo facessi per lei. E sono stato contento di essere, in quel caso, un oggetto sessuale. Però, vorrei un mondo più libero dai retaggi delle culture più retrograde, dove tutti, anche la gente strana come spesso mi sento io, i diversi di ogni genere, peccatori e i pubblicani compresi, possano non sentirsi braccati dal moralismo di chi sente in dovere di dare lezioni al resto del mondo. Rilassiamoci, viviamo e lasciamo vivere.


mercoledì 9 marzo 2011

EVA COSI' SCRIVEVA


Ho aspettato che fosse passata la fatidica data dell'otto marzo, per poter citare la frase più bella scritta da Mark Twain, dedicata per l'appunto alla donna. Non volevo che sembrasse un omaggio scontato o, peggio, dovuto. In realtà è soltanto inevitabile. E' la frase che, secondo Samuel Langhorne Clemens (questo il vero nome dello scrittore americano), Adamo avrebbe scritto sulla tomba di Eva. Mi sono sempre commosso, leggendola.

Dice così: "Wheresoever she was, THERE was Eden". Dovunque era lei, là era l'Eden. Mi sembra un capolavoro. Qualcosa che dà i brividi.
Sono sei parole contenute in calce del "Diario di Eva" (Eve's Diary) che l'autore compose nel 1906, dopo aver scritto nel 1904 il "Diario di Adamo (Adam's Diary). Il diario di Adamo è divertentissimo. Inizialmente lui proprio non ne vuol sapere di lei: "La nuova creatura dice che il suo nome è Eva. D'accordo, non ho nulla in contrario. Dice che il nome serve a chiamarla, quando vorrò farla venire. Ho risposto che, allora, è superfluo".


Il diario di Eva invece è romantico. Dolce. Commovente. Vale la pena di riportare qualche passo. Quello che segue è stato scritto da Eva dopo la cacciata dal Paradiso Terrestre: "Se guardo indietro, il Giardino per me è come un sogno. Era meraviglioso, al di là di ogni descrizione; così meraviglioso da rimanere incantati. Ora è perduto, e non lo rivedrò più. Il Giardino è perduto, ma ho trovato lui, e mi basta. Mi ama come può, e io lo amo con tutta la forza. Se mi chiedono perché lo amo, scopro che non lo so, e che in realtà non mi importa molto di saperlo". Straordinaria finezza: lui che la ama "come può", perché è vero, noi maschi più di tanto non possiamo, e lei invece lo ama con tutta la forza, perché loro, le donne, possono.
Nel finale, quarant'anni dopo, Eva ormai vecchia scrive: "La mia preghiera, il mio più ardente desiderio è che possiamo abbandonare questa vita insieme: è un desiderio che non scomparirà mai dalla terra, ma sarà vivo nel cuore di ogni donna innamorata, sino alla fine dei tempi; e sarà chiamato con il mio nome. Ma se uno di noi deve andarsene per primo, prego di essere io. Senza di lui, la vita non sarebbe vita; come potrei sopportarla? Anche questa preghiera è immortale, e continuerà a essere formulata finché durerà la mia stirpe. Io, la prima donna, mi ripeterò nell'ultima donna".
E' qui che c'è l'epitaffio finale, quello che Mark Twain pensa scritto da Adamo sulla tomba di Eva, "dovunque era lei, là era l'Eden", illuminante per capire come solo nell'interazione con l'altra, l'uomo (e viceversa) trovi il suo completamento, la sua felicità, il suo vero paradiso che è là ovunque c'è lei, la nostra Eva.
Riporto un altro breve brano dal Diario di Eva, quello in cui la donna prova a analizzare il perché lei senta di amare lui. E scopre che non c'è un motivo razionale, logico: "Perché l'amo, allora? L'amore non è il prodotto dei ragionamenti e delle statistiche. Viene, semplicemente - nessuno sa da dove - e non si può spiegare. E non ce n'è neppure bisogno. Ecco quello che penso. Ma sono solo una ragazza, la prima che abbia esaminato la faccenda, e può darsi che nella mia ignoranza e inesperienza, non l'abbia intesa nel modo giusto". Eva così scrivEva.

lunedì 7 marzo 2011

NUDO DI DONNA

Ho letto qualche giorno fa una notizia, rimbalzata poi anche in televisione, che mi ha fatto cascare le braccia. Niente di nuovo sotto il sole, per carità. Però, l'impressione è che le cose stiano prendendo una piega sconfortante. I fatti sono questi.
Una ragazza passeggia per Central Park e l'obiettivo del fotografo la coglie mentre tira su il vestito nero quel poco che basta a scoprire uno scorcio di fondoschiena. Si tratta di uno scatto artistico del grande Terry Richardson, realizzato per collezione Primavera/Estate 2011 del marchio Silvian Heach. In apparenza, una pubblicità come tante altre. Anzi, forse più castigata di tante altre.
Ma ecco insorgere genitori e insegnanti di una scuola elementare davanti alla quale è stato affisso un manifesto con quella immagine. "Non siamo moralisti - spiega una insegnante di italiano, tale Elena Miglietta - Diciamo solo che sarebbe meglio che quella foto non stesse davanti a una scuola. Si tratta solo di buon gusto".


Si potrebbe cominciare con il rispondere che Freud insegnava come quando qualcuno comincia una frase premettendo il "non", in realtà per interpretarla correttamente bisogna leggerla senza la negazione iniziale. Dunque, "non voglio fare il polemico, ma" si deve intendere, come tutti infatti intendono, "voglio fare il polemico, e". Quindi, traducendo, "non siamo moralisti" è uguale a "siamo moralisti". Del resto, per averne una conferma basta valutare il senso della dichiarazione. Perché "quella foto" non dovrebbe stare davanti a una scuola? Qual è il danno che potrebbero averne i ragazzi? Sinceramente, mi sfugge.
Si tratta di una bellissima foto, scattata da un maestro della fotografia in un posto del mondo molto bello, e raffigura una ragazza molto bella che non fa niente che non sia bello. Male che vada, la foto educa il gusto estetico. Cosa che non fanno mille altre pubblicità molto brutte, ma che ai moralisti non interessa far togliere, come le facce dei politici durante le campagne elettorali. Nessun ragazzo delle elementari troverà niente di deleterio in quell'immagine. Del resto, omnia munda mundis: tutto è puro per i puri. La malizia è negli occhi di chi guarda. La perversione è nella mente del pervertito. Sono i genitori e gli educatori scandalizzati, ad avere qualcosa che non va nella loro percezione della cose. I bambini, al contrario, sorridono di fronte al nudo artistico come di fronte a un bello spettacolo. Del resto, Dio ci ha creati nudi, e sono stati i moralisti a farci indossare le foglie di fico.

Dov'è il cattivo gusto, nello scatto di Terry Richardson? Nel fatto che ci sia una porzione di corpo femminile scoperto? Ma non ci abbiamo messo secoli, per far guadagnare alla donna la libertà e il diritto di potersi spogliare? Vogliamo tornare agli abiti lunghi dei puritani? Dobbiamo riprendere a censurare i fumetti di Tex coprendo le gambe all'indianina Tesah e il decolleté della maliarda Mary Gold? Vogliamo prendere esempio dai talebani e costringere le donne a indossare il burqa? Ce lo dicano, Elena Miglietta e i di lei compagni di crociata, che evidentemente preferiscono che i loro figli crescano con la morbosità scandalizzata di chi vede il peccato in ogni centimetro di pelle nuda oltre il volto e le mani.

Forse il cattivo gusto è nella solare sensualità della modella? E perché mai la sensualità, espressione naturale e poetica della sessualità, dovrebbe essere qualcosa da censurare? Non c'è forse bellezza in un gesto sensuale come quello, per esempio, di un passo di danza? O nella posa di una statua greca o della Maya Desnuda di Goya? Oppure siamo alle solite ed è il sesso a venire bollato come peccato in ogni sua forma e manifestazione? E i ragazzi non devono fin dalle elementari essere educati, invece, alla sessualità anche e soprattutto per dotarli prima possibile degli strumenti per giudicare e valutare il mondo che li circonda, e interpretarne correttamente i messaggi? Il quasi impercettibile nudo di Terry Richardson andrebbe censurato: e tutti gli altri nudi proposti dal resto della società? Non è forse compito degli educatori (genitori e insegnanti) prendere spunto da ciò che ci circonda per spiegare la realtà ai più piccoli?


Il vero educatore dovrebbe mostrare ai ragazzi il cartellone davanti alla scuola e allenarli a riconoscere il bello e il buono, la poesia di un gesto, la bellezza di un sorriso, l'armonia di una forma, la composizione di una immagine. Che cosa ci viene proposto, invece? Di mettere i mutandoni alla modella, di voltare gli sguardi scandalizzati, di far percepire ai bambini il senso dell'indignazione farisaica e del peccato. Mamma mia, che miseria spirituale e che squallore. Stiamo attenti, perché questi qui faranno cambiare percorso alle scolaresche anche davanti alla Venere del Botticelli, durante la visita agli Uffizi. In ogni caso, anche di fronte ai brutti spettacoli (che pure ci sono) il buon maestro dovrebbe essere un Virgilio che fa da guida allo smarrito Dante attraverso l'inferno, restituendolo puro e disposto a salire alle stelle.

Il nudo di donna è uno dei grandi temi dell'Arte fin dall'antichità. Le prime sculture di cui abbiamo notizia sono le Veneri preistoriche simbolo di fecondità e abbondanza. I pittori di tutto il mondo imparano a dipingere esercitandosi sul corpo delle modelle, e la fotografia, una fra le moderne forme artistiche, gioca fin dai dagherrotipi con le luci e le ombre che si arrotondano sui glutei e sui seni. Quando chiesero in una intervista al fotografo Dahmane (il mentore di Chloe des Lysses) come facesse a convincere le ragazze a spogliarsi per lui, lui rispose: "I'm able to persuade", sono bravo a persuaderle. Personalmente, quando ho fatto qualche scatto audace ho usato questo argomento: sei bella come un tramonto, e come davanti a un tramonto devo farti una foto, adesso, per non perdere quest'attimo.

Davanti alla foto di Richardson (qui accanto al lavoro), la prima cosa che ho pensato è stato: grazie. Grazie a quella modella, che si è fatta fotografare così anche per me, spandendo la sua bellezza nel mondo. Perché se la vita può avere un senso in ogni caso, anche non avendolo, è per permetterci di guardarci intorno e riconoscere il bello, dovunque su trovi. Ricordate la scena del sacchetto di cellophane fatto volare dal vento in "American Beauty"? Ricky, "ragazzo strano" interpretato da Wes Bentley, lo filma con la telecamera e lo guarda e riguarda per ore: c'è della bellezza anche lì. Sento parlare sempre più spesso di gente scandalizzata per la cosiddetta "mercificazione del corpo femminile" anche riguardo al lavoro delle modelle o delle ballerine. Non capisco. Forse si vorrebbe che le donne stessero tutte a casa, a fare e accudire i figli, come ai vecchi tempi? Perché il talento di chi sa mettersi in posa, recitare, danzare, o anche semplicemente sorridere non dovrebbe essere espresso?
Mi è capitato di parlare, pochi giorni fa, con un addetto ai lavori e di proporgli un'idea. "Perché non realizzare una collana di allegati da edicola dedicata alle 'favole erotiche' a fumetti degli anni Settanta? Le primissime non erano affatto porno, soltanto sexy". "Sei matto?" mi è stato risposto. Pare che le redazioni dei giornali oggi siano piene di bacchettoni e non ci sia una sola testata che voglia rischiare di essere tacciata di fare mercimonio della bellezza femminile. Allibisco, pensando alle belle serie di volumi sui grandi fotografi erotici allegati all'Espresso alcuni anni fa, o alle collane dedicate a Manara e a Valentina di tempi più recenti. Oggi, in ossequio a un rigurgito di moralismo, tutti si muovono con i piedi di piombo. Il che è molto triste.

Ripenso a Marilyn Monroe fotografata nudanella famosa foto di Tom Kelley del 1949, resa poi celebre dal fatto di essere stata riprodotta su calendari tirati in milioni di copie nel 1951 e nel 1953 e più che mai per essere contenuta sul primo, mitico numero di Playboy del novembre 1953. Marilyn è immortalata dall'alto, distesa su un drappo rosso, busto frontale a seno nudo ma gambe laterali e accavallate a coprire il pube. Una posa passata alla leggenda.

Norma Jean Baker bussò alla porta del fotografo alle nove di sera del 27 maggio 1949. Kelley le aveva chiesto se voleva posare nuda per un calendario, lei aveva esitato un po' poi aveva detto di sì. La moglie di Kelley aveva preparato per terra il drappo di velluto scarlatto. Per rendere meno tesa l'atmosfera, Kelley mise su un disco di Artie Shaw che suonava "Beguin the Beguine". Marilyn andò nello spogliatoio e ne uscì nuda, con solo un paio di ciabatte rosse ai piedi. Kelley la fece distendere sul velluto scarlatto e salì su una scala a pioli per fotografarla dall'alto. Era un'idea geniale, quella della foto dall'alto. Sembrava che la ragazza si offrisse, un po' giocosa (il seno mostrato alzando il braccio) un po' pudica (le gambe accavallate), al desiderio dell'osservatore sospeso come in procinto di gettarsi su di lei, almeno con lo sguardo. Per quella seduta con Kelley, Marilyn guadagnò 50 dollari. La foto sul drappo rosso è un' icona.

C'è un'altra foto celebre di Marilyn Monroe, scattata da un fotografo il cui nome non è dato sapere: un soldato, un fante di marina durante la guerra di Corea. Marilyn era andata a far visita alle truppe, nel febbraio 1954, la foto la mostra in piedi davanti a un microfono, circondata dai militari estasiati, occhi brillanti. Lei ha un vestito nero leggermente scollato, sorride imbarazzata ma seduttrice. Mi chiedo quanti soldati siano morti con una foto di Marilyn in tasca o dopo aver lasciato un suo calendario o una sua pin up nella loro tenda o nella loro baracca. Più in generale mi chiedo quanti uomini soli, in circostanze drammatiche e difficili, abbiano avuto il buio della loro angoscia rischiarato dal raggio di sole di una ragazza nuda che sorride da una fotografia. Una ragazza di carta, irraggiungibile, che però serve a dimostrare che nonostante la vita è bella perché c'è la bellezza. Una piccola cosa, ma pur qualcosa. Grazie Marilyn, per esserti spogliata.

giovedì 3 marzo 2011

QUASI LA STESSA COSA

"Dire quasi la stessa cosa" è il titolo di un libro di Umberto Eco pubblicato da Bompiani nel 2003. Si tratta di un saggio che raccoglie conferenze e lezioni del semiologo bolognese sui problemi della traduzione di un testo da una lingua in un'altra, con una casistica di complicazioni davvero impressionante.

L'ho letto a suo tempo con un certo interesse, dato che sono sempre stato affascinato dal lavoro del traduttore, io che quando a scuola venivo interrogato dal professore di inglese, lo facevo ridere fino alle lacrime per la mia pronuncia (non era colpa sua: lui cercava in tutti i modi di trattenersi per non offendermi o umiliarmi di fronte ai miei compagni di classe, ma a un certo punto era più forte di lui: esplodeva e si piegava in due sganasciandosi dalle risate).

Però, da vent'anni mi capita di avere fra le mani testi da me scritti in italiano e tradotti in varie lingue, come ungherese, portoghese, turco, serbo, francese, croato e anche inglese (due racconti disegnati da Andreucci apparsi su "Mostri" sono stati pubblicati negli Stati Uniti).

Mi chiedo sempre: saranno stati tradotti bene? Ai lettori stranieri giungerà correttamente e, soprattutto, con efficacia, il senso di ciò che ho scritto? Mi preoccupano in modo particolare le canzoncine di Cico: come saranno resi gli ottonari a rime alterne della maggior parte delle mie composizioni poetiche? Risulteranno spiritose anche in un'altra lingua, ammesso che lo siano in italiano? Tradurre, si dice, è un po' tradire. O "dire quasi la stessa cosa", nella migliore delle ipotesi. Quasi, appunto. Il mio traduttore brasiliano è Julio Schneider e su di lui posso mettere la mano sul fuoco. Sono sicuro che non potrei avere interprete migliore.

Sono certo anche della traduzione di un altro amico: il dalmata Damir Zovko. Il quale non si occupa dei miei fumetti pubblicati in Croazia, ma ha appena curato l'edizione in lingua croata del libro "Gallieno Ferri, una vita con Zagor", scritto da me e da Graziano Romani e pubblicato in Italia nel 2009 da Coniglio Editore. Si tratta della seconda edizione straniera (dopo quella turca) del fortunato saggio (che ha anche avuto una ristampa italiana).

Nelle librerie di Zagabria, il volume si intitola "Gallieno Ferri, zivot sa Zagorom", conta 200 pagine brossurate in bianco e nero, stampate in formato A4 (210x297) dalla Ludens, la Casa editrice che da molti anni ormai pubblica le avventure dello Spirito con la Scure al di là dell'Adriatico. Il volume è completamente diverso dall'edizione della Coniglio Editore, e non solo per il formato gigante. Anche l'impaginazione è del tutto nuova e la copertina è quella dello disco "Zagor king of Darkwood" di Graziano Romani. Ma quello che lo rende davvero particolare è la ricchissima galleria delle illustrazioni, nella quale sono raccolti tutti i disegni di Ferri riguardanti Zagor e che non sono copertine pubblicate sulla collana Zenith.

Scrive Damir (con me in redazione a Milano nella foto qui accanto), presentando il volume: "Con questo libro volevo fare qualcosa di unico, cioé pubblicare tutte le illustrazioni inedite zagoriane di Ferri in un unico volume. Quindi con l'aiuto dello stesso Gallieno, di Moreno Burattini e di Mauro Zampolini (ai quali ringrazio pubblicamente, e i ringraziamenti vanno anche alla Sergio Bonelli Editore) penso di aver riuscito a raccoglierle tutte o quasi - nel libro sono pubblicate tutte quelle che esistono nell'archivio personale di Ferri (alcune mai viste prima), nell'archivio tavole della Sergio Bonelli Editore e nella mia collezione personale (copertine inedite, illustrazioni per varie occasioni, illustrazioni fatte per le mostre e copertine dei vari volumi non pubblicati dalla SBE). Si tratta di ben 135 illustrazioni inedite, pubblicate ognuna sulla propria pagina (tranne quelle orizzontali, che sono pubblicate due per pagina), e in più ci sono altre illustrazioni rare ed inedite messe dentro la parte testuale del libro. Il libro e' pubblicato dalla casa editrice Ludens, alla quale ringrazio di aver sostenuto questo mio progetto, ed è disponibile presso tutte le edicole in Croazia".

Aggiungo che il libro costa 6,60 euro (più le spese di spedizione) e che si può ordinare on line su questo sito dove è possibile pagare anche con carta di credito. A giugno io e Graziano Romani andremo a Zagabria a presentare ufficialmente il volume, insieme alla ristampa di Zagor cartonata in edizione definitiva basata sui disegni di Ferri della prima edizione (e non su TuttoZagor), che sarà sempre curata da Zovko. Se voi sentiste parlare Damir in italiano, vi accorgereste che parla la nostra lingua molto meglio della maggior parte dei nostri concittadini (probabilmente meglio anche di me, che come tutti sanno non parlo in italiano ma in vernacolo fiorentino). Eppure, l'ha imparata leggendo gli albi di Zagor. Lo conosco dal 2004, quando sono stato la prima volta a Zagabria insieme a Gallieno Ferri, ospiti di una manifestazione fumettistica di cui Damir era uno degli organizzatori.

Fu un evento memorabile, dato che Zagor è il leader del mercato in Croazia e Ferri l'autore indubbiamente più popolare e più amato. Dovunque siamo andati, c'era la folla ad attenderci; per non parlare delle interviste su tutti i giornali, radio e televisioni. Le foto più sotto rendono soltanto parzialmente ragione della realtà. Del resto, vi ho già mostrato foto simili al ritorno dalla visita di Ferri a Istanbul lo scorso novembre.

In seguito, sono tornato nella capitale croata una seconda occasione, per festeggiare i quararant'anni di Zagor in quel paese sempre con Ferri ma anche con Mauro Laurenti, Marco Verni, Gianni Sedioli e Joevito Nuccio. Anche in questo caso, c'era Damir fra gli organizzatori. Di nuovo, l'entusiasmo e l'affetto del pubblico croato è stato indimenticabile: ricordo un teatro pieno dove abbiamo fatto una conferenza, l'affollamento di giornaliasti e TV in una sala stampa, un bellissimo libro con foto e interviste che ci riguardavano e le mille firme e disegni autografi richiesti dovunque e volentieri concessi.

Oltre a queste occasioni pubbliche, sono tornato altre due volte come privato cittadino, visitando l'Istria e la Dalmazia. Nella foto qui accanto mi vedete sopra lo Zlatni Rat, una delle spiagge più belle della Croazia, sull'isola di Brac.

Mi sono incontrato tante volte con Danmr Zovko anche in Italia: l'ho avuto ospite persino a casa mia sulle montagne pistoiesi (foto sopra) . Ho altri amici, di là dall'Adriatico, come Marko Sunic, l'editore di Ken Parker (e di molte altre cose) in terra croata, anche lui venuto a trovarmi in Toscana. Ricordo che, come editore, si meravigliava che certe idee per storie che gli raccontavo per fare a fumetti la storia dell'Assedio di Firenze non trovassero in Italia chi le pubblicava, "tu sei un grande autore - mi diceva - qualunque editore del mondo ti pubblicherebbe". Beh, non è proprio così, evidentemente, caro Marko, ma sono contento che tu lo pensi.




Moreno Burattini e Damir Zovko nella piazza principale di Zagabria (2004)




Moreno Burattini e Gallieno Ferri firmano autografi in Croazia (Zagabria 2004)




Moreno Burattini durante l'icontro con il pubblico a Zagabria (2004)




La sala gremita in occasione dell'incontro con Gallieno Ferri (Zagabria, 2004)






La vetrina dell'Istituto di Cultura Italiana a Zagabria (2204)





Il grande Goran Parlov con Damir Zovko (Zagabria, 2004)





Buffet croato (2004)





Una mia vignetta in lingua croata. La battuta dice qualcosa circa la cravatta di Cico che, come tutte le cravatte (il nome lo dice) è di origine croata. Zagabria, 2004




Moreno Burattini e Gallieno Ferri davanti alle vetrine dell'Istituto di Cultura Italiana a Zagabria allestite con materiale zagoriano in occasione della mostra del 2004.




Inaugurazione della mostra su Zagor a Zagabria (2007)






Albi di Zagor in vendita in Croazia






Il manifesto realizzato da Ferri per i quarant'anni di Zagor in Croazia e il libro-catalogo curato da Damir Zovko sull'avvenimento (2007).






Moreno Burattini firma autografi a Zagabria (2007)





Manifesti zagoriani per le strade croate (2007)



Gallieno Ferri a Zagabria (2007)






Joevito Nuccio accabto al manifesto da lui disegnato affisso per le strade di Zagabria (2007)






Joevito Nuccio di fronte alle tavole originali di Gallieno Ferri esposte a Zagabria (2007)





Gianni Sedioli e Marco Verni con un piatto da loro disegnato a quattro mani per il titolare di un ristorante di Zagabria (2007)






La squadra zagoriana nella piazza principale di Zagabria (2007): da sinistra Laurenti, Burattini, Sedioli, Nuccio, Verni.






Gianni Sedioli e Marco Verni per le vie di Zagabria (2007)




Zagabria, 2007. Autori zagoriani sul palco di un teatro pieno. A tradurre i nostri interventi, Damir Zovko (in questa foto con il microfono in mano).




Zagabria, 2007: La fila per i nostri autografi




Zagabria, 2007: il tavolo degli autografi