lunedì 17 aprile 2017

CICO COWBOY



E' in edicola il n° 24, dato aprile 2017,  della collana a colori bimestrale dedicata dalle Edizioni If alla riproposta degli albi di Cico in ordine cronologico (quelli originariamente usciti, in bianco e nero, sotto il marchio Bonelli tra la fine degli anni Settanta e il 2007). Si tratta di "Cico cowboy", con testi mie e disegni di Francesco Gamba (copertina di Gallieno Ferri). La prima edizione Bonelli, in bianco e nero, risale al 2004.

In "Cico cowboy" il pancione racconta un altro episodio del suo passato (quello immediatamente successivo ai fatti raccontati in "Cico cercatore d'oro") e narra di come venne assunto in un ranch, trovandosi a lavorare in una valle dove due allevatori erano in rivalità tra di loro. Il tutto, basato sulla parodia della vera vita dei mandriani del vecchio West, riguardo la quale mi ero documentato con molte letture. 

L’argomento sembrerebbe di tutta tranquillità, tale insomma da non dover impensierire l’editore Sergio Bonelli che ne aveva affidato lo sviluppo a uno sceneggiatore di provata esperienza (il sottoscritto, giunto ormai al mio sedicesimo albo al momento della prima pubblicazione di questo episodio nella primavera del 2004). Eppure, Cico era un personaggio a cui Sergio teneva in modo particolare e che controllava e correggeva vignetta per vignetta. Bonelli, peraltro, era uno straordinario umorista e dunque era difficile per chiunque, se non impossibile, competere con lui scrivendo sketches comici. Come se non bastasse, l'umorismo in sé è un terreno minato, perché non tutti ridono per le stesse cose. Se una cosa che dovrebbe far ridere non lo fa, lo si vede subito: non si ride punto e basta. Sergio era un severo giudice riguardo a ciò che, secondo lui, era o non era cichiano (del resto, Cico era un suo personaggio). Per esempio, mal tollerava i giochi di parole o le gags basate sulle battute, preferiva l’umorismo che nasceva dalle situazioni e dai capitomboli in stile slapstick. Io invece con i calembour ci vado a nozze (ma naturalmente comandava lui). L’esperienza mi ha insegnato a censurarmi da solo, facendomi facilmente prevedere che con spunti comici di un certo tipo o su un determinato argomento non avrei accontentato quel Nolitta che avevo sempre come esempio. Questo però mi precludeva un sacco di possibilità e alla fine risultava difficile inventare cose nuove. Così, ci provavo lo stesso: proponevo i miei giochi di parole sperando che passassero il vaglio dell’editore. A volte ci riuscivo, a volte subivo la censura bonelliana.  

Nel corso della realizzazione dei mie albi di Cico le battute scartate sono state così tante che tutte le non ricordo neppure. E se sono state bocciate, probabilmente è perché non erano buone. Per cui, meglio averle dimenticate. Una però la rammento e apparteneva proprio alla sceneggiatura originale di questo albo. Il pancione è stato assunto come cowboy ma non ha un cavallo. Il soprastante del ranch allora invita alcuni uomini a condurre Cico nella stalla e a dargli un quadrupede. Uno dei mandriani dice al messicano:  “Seguici alle scuderie e ti daremo un pezzato! ...Anzi, un baio!”. E Cico:  “No, no... me ne basta uno”. 


venerdì 14 aprile 2017

L'INCOMPETENTE






Tre recenti commenti letti in Rete (due sulla mia pagina Facebook, uno su quella di Zagor della Sergio Bonelli Editore) offrono lo spunto per qualche riflessione su un atteggiamento purtroppo piuttosto diffuso sul Web: quello del detrattore convinto di poter insegnare il mestiere agli altri. Premetto che non intendo attaccare nessuno in particolare, che non ce l’ho con Tizio piuttosto che con Sempronio, che non faccio neppure caso ai nomi di chi scrive uno cosa oppure un’altra e che come al solito sarò sorridente verso chiunque. Citerò fra virgolette delle frasi solo per riportarle in modo corretto, e solo per argomentare qualche riflessione, dunque nessuno si senta chiamato in causa. 

Peraltro, proprio in questi giorni è uscito un libro molto brillante scritto da Diego Cajelli, “Il manuale illustrato dell’idiota digitale” (Panini Books) che affronta in modo molto più approfondito i riflessi condizionati dei fruitori dei social, di cui tutti facciamo parte: anche io, sicuramente, mi sarò comportato qualche volta da webete, dato che siamo tutti imbecilli a turno. Idiota digitale dunque io per primo.

Iniziamo con la ripubblicazione in Rete di una delle tante copertine inedite di Gallieno Ferri, quella che vedete in alto in apertura. Inedite vuol dire, in effetti, nella maggior parte dei casi, non utilizzate. Ovvero, scartate. E’ prassi normale in una Casa editrice, per non dire dovunque, che se qualcosa non convince si cerchi di farla meglio. In alcuni casi io stesso ho dovuto correggere o riscrivere articoli o rubriche su cui Sergio Bonelli, o Decio Canzio, o chi per loro, avevano sollevato delle obiezioni. A volte è difficile ricordare perché una certa illustrazione o un certo testo non hanno passato vaglio e si è chiesto una revisione, un rifacimento. Ci saranno state delle motivazioni, più o meno giuste, che andrebbero conosciute e contestualizzate.

Nel caso delle cover di Ferri, mai ho sentito Gallieno lamentarsi: informato su quale fosse il problema, il maestro ligure, con l’umiltà che lo contraddistingueva, cercava di risolverlo. Io spero di aver imparato da lui. Se c’è stato da rifare, ho rifatto anche se non condividevo il merito della contestazione. Ma ecco il commento di un lettore di fronte all’immagine di cui si diceva: “Ogni volta che vedo questa bellissima cover scartata, non mi capacito di quanto fosse incompetente chi decise che non andava bene”.

Notate qualcosa? Il lettore in questione non si chiede: “Chissà che cosa non andava in questa illustrazione, da averne fatta preferire un’altra”. No: stabilisce che chi ha deciso che non andava bene era un incompetente. Sottinteso: io (lettore), invece, sono competente, io so come si dovrebbero fare le cose.

Ora, non ho idea di chi fosse l’ “incompetente” nella fattispecie (almeno in questo caso, meno male, non io di certo), e neppure di quale fosse il problema riguardo la copertina accantonata. So di certo, però, che alla guida della Bonelli non c’è mai stato un incompetente. So di certo che per dirigere una azienda come questa ci vogliono degli attributi così. So di certo che io non mi permetterei mai di metterlo in dubbio e che se lo facessi cadrei nel ridicolo: stiamo parlando di una Casa editrice stellare (per storia, tradizione, importanza, fatturato, diffusione nel mondo). La maggior parte delle copertine di Ferri non utilizzate sono state accantonate da Sergio Bonelli: incompetente anche lui?
Purtroppo, sono tutti editori con le Case editrici degli altri.


Secondo episodio. Sulla mia pagina Facebook pubblico il post che segue.

Un lettore occasionale che non leggeva Zagor da tempo mi ha scritto riguardo al Maxi "Le strade di New York". Mi hanno colpito alcune sue osservazioni sulla fedeltà del personaggio alle sue caratteristiche originarie, visto che di solito si leggono critiche di segno opposto. Perciò mi fa piacere riportare questo commento, che testimonia come gli sforzi dello staff di cui sono a capo a volte riescano perfino ad accontentare qualcuno.
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La storia mi è piaciuta, anzi mi mancava leggere un'avventura a cosi ampio respiro, essendo ormai avvezzo ad episodi autoconclusivi o al massimo dipanati su due albi, propri delle altre serie Bonelli che abitualmente leggo. Diciamo che l'avventura pura e fantasiosa, leggera e briosa di Zagor forse non ha eguali nel vostro parco testate: ciò che mi stupisce, rileggendone appunto ogni tanto e a distanza di diversi mesi una storia, é la sua integrale fedeltà alle caratteristiche del personaggio, immutate in 55 anni circa di pubblicazioni. Leggere l'1 o il 600 è quasi la stessa cosa, in termini di dinamiche comportamentiste e sequenze narrative: come se il tempo, in questo mezzo secolo, si fosse davvero fermato, tanto a Darkwood quanto al periodo forse piu bello del fumetto italiano, per autori e lettori: gli anni '60. Intendo dire che Zagor, tra i pochissimi, incarna davvero lo spirito non dico più puerile, ma perlomeno più genuino della letteratura disegnata popolare, scevro com'é da dietrologie politiche, riferimenti subliminali e quant'altro concerne ormai parecchi altri suoi colleghi di carta. Ciononostante, è innegabile nella fattispecie la funzione perlomeno pedagogica del fumetto: difatti non ho potuto non cogliere i riferimenti allo sfruttamento della prostituzione minorile, tema quanto mai attuale seppur ben celato dall'atmosfera quasi scanzonata - per quanto cupa - dei bassifondi newyorkesi e come sempre scandita dall'apparenza ridondante degli "aaayyyyakk", da qualche scazzottata e dalle immarcescibili battute da cliché del panciuto messicano complementare al "nostro". E comunque, ho visto quasi più sangue qui che in un'annata intera di Dylan Dog. Complimenti, grazie ancora e a risentirci!

Ora, al di là del dato di fatto che nel mio spazio privato mi abbia fatto piacere, come tanti fanno nel loro, riportare un apprezzamento ricevuto per un faticoso lavoro felicemente giunto a conclusione, mi sembra evidente l’ironia sottintesa alla mia presentazione. 

Frasi come “ma guarda, a volte riusciamo perfino ad accontentare qualcuno” sono chiaramente ilari, sono state scritte (e vanno lette) con un sorrisetto stampato in faccia. Ugualmente, “visto che di solito si leggono critiche di segno opposto”, significa: quelli che vogliono criticare per forza, ripetono sempre le stesse cose e cioè che lo Zagor di oggi tradisce quello di ieri. Quelli che vogliono criticare per forza, appunto, i pochi che lo fanno  anche di fronte all’evidenza di storie che vengono apprezzate dalla maggioranza degli altri, ma che lo fanno anche di fronte all’evidenza degli sforzi fatti dagli autori e dalla redazione per accontentare i gusti del maggior numero possibile di lettori (gusti quanto mai variegati). Soprattutto, che lo fanno di fronte all’evidenza di un personaggio che riesce ancora a dar vita a una quantità impressionante di iniziative. I critici a tutti i costi sono sempre gli stessi, ma convinti di aver ragione solo loro. 

Infatti, di fronte al mio sorriso ilare ecco il commento di uno di costoro: Se ci sono critiche , è perché sbagliate e non seguite la voce dei lettori: non penso che i lettori di Zagor critichino tanto per riempire spazi!

In pratica, di fronte a un messaggio da me riportato pieno di complimenti, il detrattore intende  che invece riceviamo solo critiche, e naturalmente decide che sbagliamo (lui invece ha ragione e fa testo) perché non seguiamo a voce dei lettori (la sua). Innanzitutto, poiché i complimenti del messaggio erano riferiti al Maxi “Le strade di New York”, pare di capire che il commentatore in questione lo ritenga brutto o mal riuscito (se no avrebbe operato un distinguo): ora, pochi Maxi sono stati lodati come quello, per ogni dove. Ma non importa: il detrattore non precisa che a lui non è piaciuto secondo il suo personalissimo giudizio (com’è lecito), ma si arroga la pretesa di parlare a nome di tutti. “Non seguite la voce dei lettori”, scrive. Cioè, non seguiamo lui. Non scriviamo sotto la sua dettatura. E’ lui, che sa tutto, a decidere cos’è bello e cos’è brutto. E crede (ne è convintissimo) che tutti la pensino come lui. Decide persino che il sottoscritto non ascolti le critiche (una cosa che sento ripetere dai detrattori, appunto) e che si traduce con: non fai come diciamo noi. 

Se uno critica e io argomento in difesa, sono uno che non accetta le critiche. Ergo: dovrei farmi criticare e zitto. In realtà, come sanno bene quelli che mi conoscono, io cerco di far tesoro di tutte le obiezioni e parlo con chiunque mi si rivolga: giro l’Italia da anni incontrando gli zagoriani. Cambio direzione, scelgo di non percorrere strade che sono state contestate, mi arrabatto per dare un colpo al cerchio e uno alla botte nonostante il fatto che, facendo una cosa, si scontenti chi vuole che se ne faccia un’altra, e viceversa. In ogni caso, vivo ascoltando e meditando sul da farsi. Per i detrattori, invece, non è così. E non è così perché lo hanno deciso loro.



Un terzo episodio. Pubblico la copertina del primo albo della nuova miniserie di Cico, disegnata (benissimo) da Walter Venturi. Cico viene inghiottito da un vortice temporale dove turbinano vari elementi che simboleggiano il viaggio fra le ere, argomento portante dei sei albi scritti da Tito Faraci. Commento di un lettore (in questo caso lo riferisco a memoria): “Oh, no: Cico come Groucho”.  Mi sono interrogato sul perché di un’uscita del genere. Innanzitutto pare di capire che non sarebbe apprezzato il fatto che il messicano si comporti come Groucho, l’assistente di Dylan Dog; e dunque  faccia battute come le sue o proponga un umorismo non sense. Fin qui, si può essere d’accordo. Ma che cosa, nella copertina di Venturi, fa temere che invece la somiglianza sussista? Mistero. 


Forse il lettore ha già letto l’albo? Sicuramente no. E allora perché ha scritto quella cosa? Per partito preso: ogni novità che esca dal seminato nolittiano deve essere criticata a priori. Faccio notare che Nolitta ha scritto un albo intitolato “FantaCico” in cui il pancione non vadeva in un vortice temporale ma quasi, e veniva proiettato su un pianeta alieno popolato da creature molto più improbabili dei personaggi storici che invece incontrerà nella miniserie di Faraci, basata su una rigorosa documentazione. La copertina di Ferri di “FantaCico”, addirittura, non è poi così diversa da quella di “Mai dire Maya” di Venturi. 

Assicuro che nell’antica Grecia Cico si comporterà da Cico e non da Groucho. Io lo posso dire perché lo so: il lettore, mi dispiace, non può contraddirmi perché non può saperlo.

mercoledì 12 aprile 2017

IL GRIDO DELLA BANSHEE




E' in edicola già da qualche giorno “Il grido della Banshee”, l’albo di Zagor n° 621 (Zenith 672), datato aprile 2017. La copertina  è opera di Alessandro Piccinelli.  I testi sono miei e i disegni di Roberto Piere (prima parte dell'albo) e di Giuliano Piccininno (seconda parte dell'albo). Nelle prime quarantaquattro pagine si conclude  una avventura in due albi e mezzo ambientata nelle acque della Terra di Baffin, nell'Atlantico Settentrionale. La prima puntata si era intitolata "Terranova!" e potete trovare tutte le notizie del caso in un precedente articolo su questo blog. La seconda puntata ha avuto per titolo "Tra i ghiacci del Nord" e ne ho parlato in un post di marzo.  Dell'avventura illustrata da Piccininno che inizia con le sue prime cinquanta tavole, parleremo il prossimo mese.


Quando ho pensato alla storia polare che Roberto Piere ha impiegato più di dieci anni per portare a compimento (nel migliore dei modi) il primo spunto che mi è venuto in mente, quello da cui sono partito, è stato proprio il finale. Cioè, l'iceberg alla deriva che si assottiglia sempre di più con sopra un gruppo di naufraghi che vedono avvicinarsi la loro fine man mano che le correnti trascinano il blocco di ghiaccio verso sud. In pratica, ho costruito tutto il resto della vicenda perché poi si arrivasse a quella situazione. Non è un'idea originale, tant'è vero che costituisce la parte più avvincente di un romanzo di Jules Verne ingiustamente considerato "minore", vale a dire "Il paese delle pellicce", del 1873, ambientato nel Canada più settentrionale. Vedete qui accanto la copertina di una delle prime edizioni). In quel libro, una spedizione scientifica che intende studiare una eclissi di sole visibile soltanto alle latitudini polari, si accorge di essere in realtà alla deriva su un enorme blocco di ghiaccio allorché l'eclissi appare soltanto parziale invece che totale come ci sarebbe aspettato. Ricordo di aver letto il romanzo, per la prima volta, quando ancora frequentavo la quinta elementare: venni così coinvolto dal dramma narrato che finii il libro in una notte e la mattina, a causa dell'emozione, degli incubi che seguirono  e del mancato riposo, avevo la febbre alta e mia madre non mi mandò a scuola. In seguito, ho letto un altro libro che tratta di una vicenda simile, "La zattera di ghiaccio", di Rudolf Blaumanis, scrittore lettone vissuto tra il 1863 e il 1908. L'ho recensito sul mio blog "Utili sputi di riflessione" e potete leggere la recensione cliccando qui. In questo caso i naufraghi sono un gruppo di quindici pescatori che hanno fatto un buco nel ghiaccio per pescare senza accorgersi che il blocco di banchisa su cui trovano si stava staccando dalla terraferma. Davvero una situazione mozzafiato. Non so come l'ho resa, certamente si poteva allungare e rendere ancora più allucinante il dramma, ma alla fine ho preferito concludere il racconto nel modo che avete visto, se lo avete visto.

Un aneddoto che personalmente considero buffo. Il principale cattivo della storia è un sabotatore chiamato Dunn, che ne combina di cotte e di crude: ha provocato un naufragio, uccide degli uomini, cerca di far saltare in aria una nave, causa il distacco dell'iceberg con una esplosione, ruba la scialuppa con cui i marinai potrebbero salvarsi. Nonostante questo, Zagor lo vuol condurre vivo davanti a un tribunale: perciò non esita a gettarsi fra le fiamme di un incendio per salvarlo, impedisce che venga linciato, cerca di recuperarlo dalle acque dell'oceano nonostante il malvagio abbia tentato di colpirlo con un arpione. Il nostro eroe si comporta così perché appunto è un eroe e non potrebbe fare diversamente, anche contro il senso comune. Qualcuno però mi ha detto: ma insomma, quando uno è così crudele come Dunn, non si merita di essere salvato. Però, a un certo punto, poiché Dunn ride dei marinai che lui stesso ha condannato a morte, anche Zagor perde la calma e gli assesta un paio di cazzotti anche se l'uomo ha le mani legate. Ecco: immancabilmente giungono le critiche perché il Re di Darkwood non può picchiare (due sganassoni, non un pestaggio) uno che non si può difendere. Insomma: i detrattori non demordono mai. Non basta aver dimostrato per tre volte che lui salva anche i colpevoli: per far rimangiare a un cattivo le sue infami risate alla Franti bisogna chiedergli il permesso.








sabato 25 marzo 2017

NON SIAMO QUI PER VENDERE MA PER REGALARE


La notizia è che in allegato allo Speciale Zagor n° 29 in edicola da fine marzo verrà offerto in regalo ai lettori un piccolo gadget: un bloc-notes con l'effige dello Spirito con la Scure. L'iniziativa è frutto di una serie di riunioni in cui il sottoscritto e i dirigenti della Bonelli ci siamo chiesti cosa fare per far contento il pubblico convincendolo a continuare a seguire le pubblicazioni dell'eroe di Darkwood anche al di fuori della serie regolare. Ovviamente la prima cosa da fare è scrivere e disegnare delle belle storie, corredate da belle copertine. Però, per far allungare una mano in più verso lo scaffale dell'edicola, un gadget in omaggio potrebbe essere utile: il lettore che si lascia incuriosire dall'incentivo poi apprezzerà (se riterrà di farlo) la qualità del racconto e magari deciderà di leggerci ancora. Tutto ciò a testimonianza di come e di quanto in Casa editrice ci stiamo impegnando per rendere sempre più effervescente l'universo zagoriano (eroe vitale come poche altri, a dispetto delle sue cinquantasei primavere). Tuttavia, come al solito non sono mancate le lamentele. 

Una è stata pubblicata da un lettore sulla pagina FB ufficiale: "Perché la scelta di regalare il bloc notes? Chi decide di comprare Zagor lo fa per la magia delle storie e i bellissimi disegni, per l'amore dell'avventura e del fumetto, non penso servano operazioni di marketing allegando gadget vari". Cioè, voglio dire, è in regalo, eh. 

Chi non apprezza il gadget lo può separare dal fumetto e regalare a un amico. Lo può perfino gettar via. Non comporta alcun aumento di prezzo e una volta tolto il cellophane lo Speciale è tale e quale a quello degli anni scorsi. 

Anzi, c'è il valore aggiunto dei testi dell'esordiente di lusso (Giovanni Eccher, regista di documentari e cortometraggi, esperto di cinema e di videogiochi, sceneggiatore anche di Dampyr e Nathan Never) e dei disegni dell'acclamata coppia Sediolli/Verni. E' un po' un atteggiamento snob quello che contesta i gadget perché si teme una deriva nazional popolare mentre si preferisce il fumetto nudo e puro da leggere in pochi intimi. 

Per quanto mi riguarda cerco di mandare in edicola un buon prodotto, poi se quello del marketing lo confezionano in modo tale da far sperare in qualche lettore in più mi dovrei lamentare? Il mio interesse è che ciò che facciamo arrivi in quante più mani possibili, per garantire lunga vita all'eroe di Nolitta & Ferri, quindi ben venga ogni strategia che allarghi il nostro pubblico. Ho sentito qualcuno azzardarsi a dire che Sergio Bonelli non avrebbe mai fatto niente del genere. A parte il fatto che Sergio nella sua lunga attività di editore ha sperimentato di tutto per esplorare le potenzialità del mercato (arrivando a mandare in edicola riviste di enigmistica, il Dottor Beruscus, serie cartonate, miniserie, eccetera), lui stesso ha allegato dei poster agli albi a fumetti (quelli di Zagor compresi), e ha distribuito portachiavi e spillette (che fanno parte della mia collezione). Vorrei sapere perché un poster con l'immagine di Zagor si possa offrire in regalo e un piccolo bloc-note (sempre oggetto di carta e sempre con la stessa immagine), debba creare dei problemi. Pe il futuro, aspettatevi altre novità: ci sarà da divertirsi.

venerdì 10 marzo 2017

TRA I GHIACCI DEL NORD




E' in edicola già da qualche giorno “Tra i ghiacci del Nord”, l’albo di Zagor n° 620 (Zenith 671), datato marzo 2017. La copertina  è opera di Alessandro Piccinelli.  I testi sono miei e i disegni di Roberto Piere (con me nella foto). E' la seconda puntata di una avventura in due albi e mezzo ambientata nelle acque della Terra di Baffin, nell'Atlantico Settentrionale. La prima puntata si era intitolata "Terranova!" e potete trovare tutte le notizie del caso in un precedente articolo su questo blog: più precisamente qui:



Roberto Piere ha impiegato più di dieci anni per portare a compimento la sua fatica basata anche su una rigorosa documentazione, e sono contento che sia stato accolto dal pubblico zagoriano con complimenti pressoché unanimi (per quel che ho potuto constatare). Attualmente sta disegnando un Color Zagor dedicato a Tonka, sempre su testi miei (perché ha detto che si è trovato bene con me). Alla conferenza di Cartoomics di pochi giorni fa ha dichiarato che lo finirà in due o tre anni al massimo. Se volete vedere la conferenza con il sottoscritto, Piere e anche Tito Faraci, in cui si parla appunto di questa storia (oltre che di molto altro) non avete che da visitare il sito Bonelli oppure cliccare sul video che vedete in calce. Commenteremo l'avventura nel suo complesso appena sarà giunta a conclusione, nel mese di aprile.


mercoledì 1 marzo 2017

IL RITORNO DI BATTISTA




Nel marzo del 1985 venne dato alle stampe il primo numero di una fanzine chiamata “Collezionare”.  Su quello smilzo spillato malamente riprodotto in sessanta copie tramite ciclostile compariva un personaggio a fumetti, da me schizzato al volo facendo la caricatura di Enrico Cecchi, un amico presente all’evento, usato come testimonial per invitare i lettori a frequentare il Club del Collezionista, di cui facevo parte, che pubblicava quella rivistina: Battista il Collezionista. Nel febbraio di trentadue anni dopo, mi sono trovato sul palco di Lucca Collezionando a parlare, con il microfono in mano davanti a una folta platea, proprio di quel disegno e di quel character. Ecco qui sotto, se non ci credete, la foto che lo dimostra.


Quando un anno fa è stato realizzato un libretto dedicato ai miei 25 anni di attività nel mondo dei fumetti (contando solo quelli da professionista), Giuliano Piccininno ha realizzato un omaggio in cui viene messo in evidenza proprio Battista il Collezionista, di cui fornisce una efficacissima versione. In varie occasioni, del testo, versioni di Battista sono state realizzate da autori come Francesco Bastianoni, Paolo Campinoti, Luciano Costarelli, Marcello Mangiantini e Giorgio Sommacal.  Ci sono state anche versione "apocrife" scritte da Filippo Pieri e disegnate da Umberto Fizialetti e Andrea Kant, rintracciabili on line. Insomma, non c'è male per un personaggio quasi sconosciuto, pressoché clandestino, pubblicato su riviste con pochissima diffusione (fatte salve le tre storie in cui è apparso contrapposto a Cattivik), ma citato in tutte le mie biografie come il mio punto di partenza.

Si tratta di un character tutto sommato  dalle grandi potenzialità sia umoristiche che avventurose, perché lui essendo un   collezionista costantemente a caccia di pezzi mancanti alle sue assurde collezioni (lui colleziona TUTTO) può essere di volta in volta spedito ovunque alla ricerca di qualunque cosa. Lo abbiamo visto cercare papiri a fumetti, francobolli fossili, monete eschimesi, cicche di Yanez, cartoline di Ulisse. 

Se volete saperne di più, potete leggere quel che ho scritto in un articolo in occasione dei trent'anni dalla sua ideazione: 

Se invece volete leggere nuove storie di Battista... ecco delle news che lo riguardano. Il forum SCLS ha approntato un volume che, sotto una cover inedita di Alessandro Piccinelli, raccoglie la ristampa dei primi sei numeri della testata, usciti tra il 2008 e il 2010 e da tempo esauriti: a corredo di questa riedizione è stato preparato un albo con quattro brevi storie inedite proprio di Battista, sceneggiate appositamente dal sottoscritto e illustrate da Marcello Mangiantini, dedicate a prendere benevolmente in giro le piccole manie del collezionismo zagoriano. Per maggiori informazioni potete scrivere a sclsmagazine@gmail.com o contattare i seguenti numeri: Francesco 328-4920420 o Stefano 348-7681641.







martedì 21 febbraio 2017

TERRANOVA!





E' in edicola già da qualche settimana “Terranova!”, l’albo di Zagor n° 619 (Zenith 670), datato febbraio 2017. La copertina, che vedete sopra, è opera di Alessandro Piccinelli.  I testi sono miei e i disegni di Roberto Piere. Si tratta della prima puntata di una avventura in due albi e mezzo: tireremo come al solito le somme a storia conclusa, qui basterà dire che si tratta di una vicenda di stampo realistico ambientata nell'Atlantico Settentrionale, con inizio sull'Isola di Terranova, abitata soprattutto da pescatori di merluzzo (la cui pesca non è facile come si potrebbe pensare). Alla base di tutto c'è un certo sforzo di documentazione che spero si noti senza però che pesi sulle dinamiche avventurose.

Piere, nato a Monza nel 1965, collabora con il nostro staff addirittura dal 1993, anno in cui ha iniziato a lavorare nella redazione Bonelli come grafico finendo per mettere le mani su quasi tutte le storie del nostro eroe ogni volta che si è trattato di inserire degli effetti sonori o aggiustare qualche vignetta. Inoltre, da un po’ di tempo, è anche il colorista ufficiale delle copertine zagoriane, forte della sua esperienza in vari studi pubblicitari e quale illustratore. E anche se l’albo “Terranova” ha rappresentato il suo debutto su questa testata, nel suo curriculum figurano anche racconti pubblicati sulle pagine di “Intrepido” e “Zona X”. 

Sul sito della Sergio Bonelli Editore è apparsa di recente una sua intervista in cui racconta, fra l’altro, com’è nata la sceneggiatura che io ho scritto per lui: “Moreno mi ha chiesto che cosa mi sarebbe piaciuto disegnare, e io ho scelto le cose che più mi entusiasmavano: il mare, le navi, gli animali del Grande Nord. Lui ha tenuto conto dei miei desideri, dandomi piena libertà sui tempi di realizzazione. Per le due navi presenti nella storia ho preso a modello velieri realmente esistenti. In particolare la ‘Charles Morgan’, una baleniera di cui ho modificato alcuni aspetti per non renderla troppo riconoscibile. Ma ho cercato di restare sempre il più fedele possibile alla realtà, perché Zagor è un fumetto realistico e quindi non potevo inventare nulla. Mi è servito anche aver girato molto il Canada: ho visitato lo Yukon, la British Columbia, l'Alaska, l'Alberto e ho fatto migliaia di fotografie ad animali di ogni genere, quando ancora si usavano le reflex con la pellicola. Diverse di quelle foto mi sono state utili, anche se poi ho comprato anche molti libri e, non ultimo, mi è venuto in aiuto la documentazione presente su Internet per certi particolari che altrimenti sarebbe stato complicato ritrovare”.

Per avere un'idea dell'accuratezza del lavoro di Roberto, date un'occhiata alle due immagini che seguono, messe a confronto. Nella prima c'è una foto del ponte superiore della "Charles Morgan" che è servita da documentazione al disegnatore, nella seconda una delle tavole della storia.


Qui sotto invece potete vedere una delle tavole ancora a matita (tratte dal secondo albo del racconto) fotografata durante la fase di inchiostrazione.





Di seguito, invece, ecco due abbozzi di copertina di Alessandro Piccinelli, scartati in favore della scena che avete poi trovato in edicola. Fatemi sapere se, secondo voi, abbiamo fatto la scelta giusta.




martedì 7 febbraio 2017

ODISSEA AMERICANA




E’ giunto in libreria il secondo volume cartonato dedicato a Zagor dalla Sergio Bonelli Editore, che ripropone in una edizione di pregio un classico dei classici della saga dello Spirito con la Scure: “Odissea Americana”. Si tratta di una storia scritta da Guido Nolitta e illustrata da Gallieno Ferri, originariamente uscita in edicola negli albi nn° 87, 88 e 89, tra il mese settembre e quello di novembre del 1972. Secondo me si tratta della più bella avventura dell’eroe di Darkwood, ma anche degna di figurare nella top ten bonelliana di tutti i tempi: infatti, chiamato da “Lo Spazio Bianco” a selezionare i racconti migliori fra quelli prodotti dalla Casa editrice di Via Buonarroti, non ho esitato a inserirla nell’elenco.

Le motivazioni le ho riassunte in questo breve testo:

In questa storia di Zagor c’è tutta la poetica del personaggio (uno dei miti del fumetto italiano) e quella di Guido Nolitta, lo sceneggiatore che l’ha creato: la grande avventura, l’epica, il western, l’horror, la fantascienza, l’approfondimento psicologico dei personaggi, l’umorismo, le citazioni. Zagor si rivela la grande intuizione che è stato fin dall’inizio, quando si è connotato come un mutante in grado di attraversare tutti i generi e lasciarsi contaminare da ogni suggestione letteraria, cinematografica o fumettistica, prima e meglio di qualunque altro. Gallieno Ferri, il creatore grafico del personaggio, è qui nella sua massima forma, vive il suo momento d’oro a partire dalla stupefacenti copertine. Dovendo indicare una e una sola storia dello Spirito con la Scure da leggere per capire il perché del successo cinquantennale di una saga infinita dell’avventura, non c’è dubbio che in “Odissea americana” ci siano tutte le risposte.

Peraltro, sottolineare la nolittianità di Zagor è la migliore risposta che si può dare a chi, di recente, ha messo dubbio la paternità del personaggio: Sergio Bonelli, desiderando non lasciarsi sfuggire la collaborazione di Ferri che nel 1960 era giunto con il suo curriculum di pubblicazioni francesi, ha fabbricato su misura per il disegnatore un eroe in costume che corrispondesse al tipo di avventure che erano nelle corde di Gallieno, gli ha semplicemente dato da fare quel che con tutta evidenza sapeva fare meglio. 

Il poster di Michele Rubini allegato al gioco da tavolo di Zagor

Un’altra assurda polemica di cui mi è giunta l’eco è quella sostenuta da chi ha contestato la scelta di “Odissea americana” quale storia da pubblicare in volume, sostenendo che ce ne sarebbero state altre più degne in quanto meno ristampate: esiste infatti anche un cartonato della Mondadori risalente al 1981 che riproponeva la stessa avventura. Chiaramente, sono tutti editori con le Case editrici degli altri. Però, basta un minimo di riflessione per convincersi di quanto segue:  la Bonelli è approdata da poco (un paio di anni) nella distribuzione libraria; deve, logicamente, costruire il suo catalogo; di conseguenza, si tratta di mettere a disposizione del pubblico, quale basamento di tutto il resto, le sue storie migliori, i classici più indimenticabili. Dunque, “Odissea americana” è imprescindibile. Peraltro, il volume Mondadori è esaurito da tempo e risale a più di trenta anni fa! I critici tendono a mettere loro stessi al centro dell’universo: "siccome io sono un collezionista con i fiocchi, possiedo già il cartonato mondadoriano e quindi pretendo che vengano ristampate altre storie". Ma la Casa editrice ragiona con l’ottica di rivolgersi a tutti, non soltanto ai super appassionati, e dunque si spera che tante altre persone (magari anche nuovi lettori) possano vedere il volume in libreria e acquistarlo. In ogni caso, al pubblico viene offerto il meglio che Zagor può dare, che resterà a beneficio delle nuove generazioni. Il cartonato Bonelli appena uscito offre anche, oltre a una eccellente qualità di stampa e di rilegatura, un nuovo apparato critico. Per giunta, nella Lucca Comics del 2016, svoltasi pochi mesi fa, è stato pubblicato da Ergo Ludo un gioco da tavola di Zagor ispirato proprio a “Odissea Americana”, e che è andato (e sta andando) benissimo: è stata dunque una buona mossa offrire ai giocatori anche il supporto della storia corrispondente. 



Ma di che cosa parla, “Odissea americana”? Cominciamo col dire che  si tratta della seconda “trasferta” di Zagor fuori dai confini di Darkwood, ancora più lunga, sia quanto a itinerario sia per durata temporale, della precedente (quella iniziata con la storia de “Il mostro della laguna”). Questo secondo viaggio inizia con l’albo “Angoscia!”, datato luglio 1972, e il punto di partenza è il viaggio che Zagor intraprende per scortare una carovana di pionieri in partenza dalla costa del Maryland e diretta verso Fairmont, nel West Virginia. Quella che doveva essere poco più di una scampagnata, si trasforma in un incubo in cui il re di Darkwood si trova ad affrontare addirittura la minaccia di un vampiro. Sconfitto (almeno apparentemente) il non-morto, lo Spirito con la Scure si imbarca su un battello fluviale il cui equipaggio intende discendere il corso di un fiume ancora inesplorato, di cui si sa soltanto che finisce nel lago Cherokee, nel Tennessee. Il titolo “Odissea americana” ben rende il senso di tutto questo secondo viaggio, inteso come un lungo percorso di riavvicinamento a casa, costellato di imprevisti sempre più drammatici, come accadde a Ulisse di ritorno ad Itaca dopo la guerra di Troia. Lo sceneggiatore ricollega la nuova “trasferta” a quella precedente, facendo tornare sulla scena Manetola, il capo dei Seminoles. Pur di aiutare di nuovo l’amico pellerossa, Zagor non esita a imbarcarsi verso un’isola dei Caraibi. Da lì,  si sposta fino ad Haiti, avendo a che fare con degli zombi, e quindi, dopo aver affrontato anche uno spietato pirata, raggiunge di nuovo gli Stati Uniti, arrivando in Texas dopo uno scalo (immancabilmente avventuroso) nello Yucatan.  Da New Orleans, il nostro eroe risale verso Nord facendo ritorno a Darkwood soltanto con l’albo del giugno 1974, esattamente due anni (editoriali) dopo la sua partenza, e al termine di un ciclo di nove, esaltanti storie.





Il comandante del battello a vapore  “Athena”, James Moreland, è ben diverso dal cinico e spietato capitano Nilsen della nave “Strega rossa”, che aveva condotto Zagor e Cico fin su un’isola delle Bahamas. Tuttavia, ancora una volta è una imbarcazione a portare i nostri eroi in trasferta lontano da Darkwood, nel secondo, grande viaggio “fuori porta”. Moreland è battelliere valente e coraggioso, ma anche saggio e razionale, per cui il suo primo istinto, di fronte ai pericoli è valutare bene la situazione e, nel caso, battere in ritirata per la salvezza della barca e del suo equipaggio, e ovviamente della propria pelle. Non si tratta di essere prudenti, ma pragmatici: inevitabilmente, il pragmatismo porta però a tollerare i rischi se qualcuno paga quanto basta perché si accetti di correrli.

Tre sono gli uomini agli ordini di Moreland a bordo dell’ “Athena”: il marinaio Walter Thompson; il macchinista Frisco Kid, il cui soprannome (che significa “monello di San Francisco”) indica la sia la sua provenienza sia l’indole scanzonata; e Tattoo Lopez fuochista e cuoco di bordo, caratterizzato dal corpo coperto dalle scritte e dai disegni de più svariati tatuaggi. Tattoo si sente insolentito dalle battute di Frisco, che si diverte a prenderlo in giro, e fra i due si accendono le scintille. Quando però il californiano si trova in pericolo di vita, il messicano non esita a rischiare la propria nel tentativo di salvarlo: Nolitta si rivela una volta di più molto abile nel creare pathos e approfondimento psicologico con tratti essenziali, in poche vignette.

Non parla, ma si fa capire benissimo, il capo carismatico della strana tribù di grosse scimmie antropomorfe che vivono lungo le rive inesplorate del fiume Tallapoosa. Riconoscibile per la stazza più massiccia dei propri compagni, e per le vistose decorazioni con cui si orna il collo, il mostro fa chiaramente intendere a tutti gli altri che vuole accettare la sfida di Zagor e non vuole l’intromissione di nessuno di loro. Lo Spirito con la Scure, che l’ha ferito nell’orgoglio,  dimostra di aver perfettamente colto nel segno, intuendo la psicologia dell’avversario. Adesso si tratta, però, di batterlo. Cosa che non si preannuncia facile.

Sergio Bonelli era un grande consumatore di cinema, di libri, di musica e di fumetti. Tutto ciò che vedeva, sentiva, leggeva, finiva nelle sue storie. Soprattutto ciò che lo aveva colpito, divertito, spaventato negli anni della sua giovinezza, com’è inevitabile. Quindi ecco che dai B-movies del cinema di genere americano degli anni Quaranta e Cinquanta, come “Il mostro della laguna nera”, “L’uomo Lupo”, ma anche dai tanti film con i risvegli delle mummie o Dracula o Tarzan, nascevano le sue storie più belle. E tra i B-Movies citati da Nolitta c’è anche “La meteora infernale” (The Monolith Monsters), un film di fantascienza statunitense del 1957 diretto da John Sherwood, che è alla base della scena con i fenomeni vulcanici in “Odissea Americana”. 

Ma oltre alla grande avventura, c’è spazio anche per l’umorismo (memorabili le gag di Cico e di Homerus Bannington) e per l’introspezione (le visioni dei genitori di Zagor). Insomma, non soltanto un classico, ma anche un capolavoro.


mercoledì 1 febbraio 2017

LE STRADE DI NEW YORK




E’ in edicola da alcuni giorni il Maxi Zagor n° 29, “Le strade di New York”, datato gennaio 2017. Si tratta di un racconto di 286 tavole, confezionato con una grafica rinnovata che rende ragione della bella cover di Alessandro Piccinelli, sceneggiate dal sottoscritto e disegnate da un Marcello Mangiantini in stato di grazia. E’ la seconda volta che un albo di Zagor viene realizzato da un team tutto pistoiese (io e Mangiantini siamo entrambi originari della provincia di Pistoia): nel 2007 portò la nostra firma anche uno Speciale dal titolo di “Il maleficio di Anulka”, in cui addirittura compare Emily Dickinson (chissà in quanti se ne sono accorti). Conosco Marcello da quando era un ragazzino con i calzoni corti (per usare una espressione cara a Sergio Bonelli: la usava per parlare del suo primo incontro con Alfredo Castelli). Siamo amici da una vita, per cui ho nessun problema a interagire con lui: gli posso fare complimenti e critiche con la stessa serenità. Mangiantini è bravissimo nelle storie in costume e nelle ricostruzioni di scenari d’epoca, perciò sapevo che fargli visualizzare la New York del 1830/40 sarebbe stato nelle sue corde. Gli ho fornito tutta la documentazione possibile sulla Manhattan di quegli anni, attinta da vari libri sull’argomento. Molti degli scenari del Maxi sono puntualmente tratti da foto o disegni ottocenteschi. Abbiamo poi avuto alcune fondamentali dritte da parte di un lettore molto ferrato sull’argomento, che ringrazio in pubblico dopo averlo fatto in privato, riguardo la prima partita di baseball della storia.


Nella mia introduzione all’albo ho scritto quel che segue: “Alcune scene del Maxi Zagor che avete fra le mani vi ricorderanno, forse, certe sequenze del film Gangs of New York, di Martin Scorsese (2002). In realtà, la fonte di ispirazione non è la pellicola con Daniel Day-Lewis e Leonardo Di Caprio ma un saggio storico scritto nel 1927 da Herbert Asbury (uno dei più grandi giornalisti americani del secolo scorso, scomparso nel 1963). The Gangs of New York: An Informal History of the Underworld, questo il titolo del libro, è in effetti stato utilizzato anche da Scorsese come punto di riferimento per la sua ricostruzione cinematografica della Manhattan di inizio Ottocento. Le fonti che Asbury cita sono in gran parte articoli di giornale e documenti tratti dagli archivi dei tribunali e della polizia esaminati per stilare la cronistoria di oltre un secolo di vita nei suburbi newyorkese dove imperversava la malavita, partendo dal riempimento del Collect (uno stagno che sorgeva alla periferia nord della New York di fine Settecento). 

Una scena del film "Gangs of New York"
Là dove una volta c’era lo specchio d’acqua (divenuto sempre più mefitico per gli scarichi delle fogne che vi riversavano)  furono costruiti gli edifici di Five Points, compresa la Old Brewery, una fabbrica di birra dismessa che divenne il più celebre caseggiato della storia della città: lo stesso che si vede all'inizio del film di Scorsese, nelle cui viscere (un tempo depositi e magazzini) vivevano centinaia di persone stipate in condizioni di abbrutimento. La descrizione che Asbury fa, citando testimoni dell'epoca, della realtà quotidiana delle strade circostanti è impressionante. Chi legge il libro e poi si rivede il film riconosce mille particolari raccontati dall'autore, dai pompieri che lottano fra di loro invece di spegnere gli incendi, alla donna con i denti limati e fatti aguzzi che strappa gli orecchi a morsi e ne fa trofei sotto spirito, al bruto con la mazza su cui sono incise tante tacche quante sono state le sue vittime. La regola era che qualcosa apparteneva a qualcuno solo finché costui era in grado di difendersela, chi gliela portava via non commetteva una ingiustizia, dimostrava solo di essere più forte o più furbo. Nella nostra storia ci siamo presi alcune libertà (trasformando per esempio la Brewery nel covo di Mad Saddler, uno spietato personaggio di cui farete presto conoscenza) ma, al tempo stesso, abbiamo cercato di restituire l’idea di una metropoli cupa e crudele come sicuramente era, all’epoca di Zagor, nella parte a nord di Canal Street”. 



Mi è sembrato più interessante attingere direttamente dal saggio di Asbury piuttosto che partire da Scorsese, anche se poi la figura di Mad Saddler ricorda quella di Bill "The Butcher" Cutting interpretata da Daniel Day-Lewis (a sua volta però ispirata da un personaggio veramente esistito ci cui parla Asbury), e la scena dello scontro fra bande rivali per le strade attorno ai Five Points cita (rendendole omaggio) la pellicola americana. Ho provato, insomma, a restituire la metropoli dell’epoca zagoriana il più possibile aderente al reale, senza venir meno all’obbligo morale di ogni sceneggiatore dello Spirito con la Scure che è quello di appassionare e divertire la platea dei lettori.

Avevo già spedito lo Spirito con la Scure a New York in una mia storia del 1998 intitolata “Colpo da maestro” e ispirata a “La prima grande rapina al tremo” di Michael Chrichton. Era il racconto che ha introdotto nella serie il diabolico Mortimer, uno dei villain della nuova generazione di cattivi zagoriani. In quell’occasione, però, tutto sommato, la grande metropoli era stata immaginata e visualizzata come uno sfondo generico (anche perché il romanzo di riferimento era ambientato a Londra), non troppo dissimile dalla Chicago in cui Guido Nolitta aveva fatto vivere al Re di Darkwood un’avventura cittadina, nel classico “Solo contro tutti”. Sergio Bonelli aveva voluto citare, com’era nel suo modus operandi, un film: “Tarzan a New York”, del 1942, con Johnny Weissmuller, una pellicola in cui l’uomo scimmia si tuffa persino dal ponte di Brooklyn (un salto simile, ma nelle acque del lago  Michigan era stato inserito nel racconto zagoriano). In entrambi questi precedenti, insomma, si era voluto semplicemente giocare con un “selvaggio” eroe della frontiera fatto muovere nella  giungla di pietra metropolitana, fuori dal suo ambiente abituale. Quale fosse la città era secondario. Restava da sperimentare un racconto in cui Zagor si calasse in una New York quanto più realistica possibile. I tempi sono diventati maturi dopo la trasferta sudamericana dello Spirito con la Scure, in cui noi dello staff eravamo stati attenti a ben documentarci per ricostruire con esattezza la geografia dei luoghi e la realtà storica dell’epoca in cui avevamo immaginato il viaggio. I lettori di oggi sono molto più attenti che in passato alla verosimiglianza delle ricostruzioni. Dunque, ho capito che era in questa direzione che bisognava procedere per proporre qualcosa di nuovo. Aver letto romanzi come “New York” di Edward Rutheford (del 2009, in cui si racconta la storia della città come se fosse la vita di un personaggio in carne e ossa) e vari saggi storici sulla Grande Mela mi ha poi fatto innamorare dell’affascinante passato di una città di cui si tende a considerare solo il presente.

Marcello Mangantini
Qualcuno, forse, avrà trovato crudo e violento “Le strade di New York”, almeno rispetto ai canoni zagoriani. Spiazzare i lettori, nel senso di emozionarli e riservare per loro continue sorprese, è lo scopo principale del mio lavoro. Se chi scrive fumetti finisce per essere prevedibile e ripetitivo, forse deve cominciare a cambiare registro. Detto ciò, per quanto crudo e violento possa essere o sembrare il ventinovesimo Maxi dello Spirito con la Scure, quello di cui stiamo parlando, sicuramente lo è meno del vissuto quotidiano nella New York dell’epoca a nord di Canal Street, e anche meno di ciò che si descrive e racconta nel saggio di Asbury e nel film di Scorsese (dunque abbiamo persino edulcorato la realtà). Non si poteva comunque calare lo Spirito con la Scure in un contesto drammatico e realistico e farlo agire con i guanti di velluto. In ogni caso, la storia realizzata con Mangiantini è stata prudentemente e volutamente collocata fuori serie (nella collana dei Maxi, appunto) perché non “disturbi” chi dovesse trovarla un po’ più realistica di quel che ci si aspetta di solito. Ci tengo però a sottolineare come la positività di fondo dell’ispirazione zagoriana sia stata rispettata. I cattivi pagano il fio delle loro colpe, e c’è un messaggio di speranza e di redenzione consegnato al finale. In mezzo, si ritrovano tutti i consueti buoni sentimenti di amicizia, di amore, di legami famigliari, di lealtà, di coraggio e chi più ne ha più ne metta. C’è spazio persino per un po’ di umorismo, nella migliore tradizione nolittiana. Vengono introdotti alcuni nuovi personaggi, come gli italiani Maria, Vincenzo e Bartolo, ma anche il simpatico (secondo me) Pike con il suo cane Buck: potrebbero tornare.  Tornano, in effetti, i battellieri de "La corsa suol fiume", ovvero l'eterogenea ciurma del capitano Carpenter (co-protagonisti con Zagor di un racconto di Burattini/Della Monica apparso su un Almanacco dell'Avventura di alcuni anni fa). Dopodiché, l’albo è stato consegnato al pubblico dopo essere stato studiato, realizzato e confezionato con il massimo della cura di cui siamo capaci (nei limiti nostri e delle produzioni seriali) e ognuno se ne faccia l’idea che crede.

sabato 21 gennaio 2017

DOMANDE E RISPOSTE



Durante uno degli ultimi incontri con il pubblico a cui sono sempre lieto di partecipare (come ben sanno coloro che, di solito numerosi, vi affluiscono), un lettore mi ha chiesto perché mai, nella rubrica “I tamburi di Darkwood” che gestisco ogni mese sulla collana Zenith, non dedichi più spazio alle risposte degli zagoriani che scrivono. “Sergio Bonelli lo faceva”, mi è stato ricordato, “ed era una soddisfazione poter vedere il proprio nome citato sulla pagina della Posta”. Avrei potuto replicare facendo notare come in effetti la rubrica firmata da Sergio si intitolasse “Postaaa!” mentre la mia no, per cui da una rubrica diversa ci si possono attendere contenuti diversi (se la logica non inganna). Ma la verità è un’altra: non rispondo più alle lettere perché di lettere non ne arrivano, se non pochissime, e quasi mai riguardano questioni di interesse generale. 

Ho fatto riflettere il mio interlocutore su questo elementare dato di fatto: negli ultimi cinque anni (scegliendo appunto come punto di partenza per l’indagine il 2011 in cui è scomparso Bonelli) quante lettere su carta lui ha ricevuto da parte di amici e conoscenti (bollette della luce e ingiunzioni di Equitalia a parte)? E quante lettere su carta lui ha personalmente scritto a mano e imbucato, previa affrancatura, nella cassetta dell’ufficio postale? Risposta del lettore: nessuna.  Non è certo perché a nessuno interessa più niente di Zagor, ovviamente, che le buste con il loro bel francobollo e la lista delle domande non giungono più in Via Buonarroti: è che tutti, ormai, cerchiamo risposte su Internet.

Fermo restando che rispondo comunque personalmente su carta a tutti quelli che su carta scrivono (almeno a coloro che indicano l’indirizzo), non si può certo dire che il sottoscritto si sottragga al dibattito: sono un presenzialista in mostre e convegni, gestisco un blog di argomenti zagoriani (questo), ho una pagina FB intitolata “Moreno ‘Zagor’ Burattini” in cui il confronto con i lettori è quotidiano, mi si trova su Twitter, fornisco articoli e materiali al sito Bonelli. Se poi c’è qualche detrattore che non vuol leggermi, non occorre che lo faccia: Zagor ha una pagina FB ufficiale tutta sua, ci sono gruppi di Facebook, c’è il blog “Zagor e altro”, ci sono i forum e i siti di informazione (Comicus, Lo Spazio Bianco, Sbam!... e chi più ne ha, più ne metta), a cui volentieri anticipo notizie e rilascio interviste. Dunque non sono io che non voglio più rispondere alle lettere ma siete voi che avete smesso di scriverne (perciò non datemi colpe che non ho). Domande e risposte si sono, non per scelta mia, trasferiti sul Web per la naturale evoluzione della rete dei media. 



Ma dato che stiamo parlando di risposte, mi pizzicano le dita dalla voglia di fornirne un paio (perché quando ci vuole ci vuole).  Cominciamo con la questione più semplice. Un amico mi ha riferito che, non so dove su Internet, ci sarebbe un gran numero di persone che si sono sentiti offesi per una frase da me scritta in un post dello scorso ottobre, pubblicato qui su questo blog, quando ho parlato dell’albo a colori “Zenith 666”. Sembra che certe mie parole abbiano scatenato un vespaio. Non ne so nulla, comunque vediamo di che si tratta. Stavo spiegando come la storia di Luigi Mignacco voleva essere una celebrazione del grande Tiziano Sclavi in occasione dei trenta anni di Dylan Dog, visto che Sclavi è stato per dieci anni anche uno sceneggiatore di Zagor. Per inciso, i festeggiamenti per Dylan e per Tiz sono stati fatti dovunque e in ogni occasione con mostre, eventi, dibattiti, pubblicazioni speciali, documentari (non li ho inventati io, insomma). Visto che però qualcuno degli zagoriani sembrava non aver gradito quell’albo celebrativo a colori, ho fatto presente che si trattava solo di un episodio destinato a esaurirsi nello spazio di un numero e si poteva anche accettare che i disegni appartenessero a una linea grafica diversa dal solito, dato che erano stati eseguiti da un illustratore ospite, spostato dalla serie dell’Indagatore dell’Incubo per coinvolgere anche il pubblico dylandoghiano. Il fatto che uno dei principali disegnatori della serie di Craven Road abbia accettato (e di buon grado) di mettersi al servizio dello Spirito con la Scure in qualche modo si configurava come un omaggio anche all’eroe di Darkwood: gli zagoriani omaggiano Dylan, un autore di Dylan omaggia Zagor. Tutto ciò mi pare chiaro, logico e ineccepibile, ma a quanto pare così non è. Sapendo di avere a che fare con detrattori talvolta anche molto feroci, ho cercato di sdrammatizzare con una battuta e ho scritto quanto segue (fate attenzione):

Chi poi non vuole celebrare Tiz e non gradisce gli omaggi verso il Re di Darkwood dal mio punto di vista non è una bella persona, ma pazienza. Con il  numero 667, "Vampiri!", tutto rientra comunque nella normalità.

Come interpretare queste parole (che sono, con tutta evidenza, una battuta)? I detrattori (per insipienza o malafede) hanno ritenuto che volessero dire: colori ai quali “Zenith 666” non è piaciuto sono delle brutte persone. Mi dispiace, non c’è scritto così. Fate uno sforzo e leggete meglio, sono certo che ci potete arrivare. C’è scritto: se ritenete che Tiziano Sclavi non dovesse essere celebrato e che nessun disegnatore di altri staff debba fare un omaggio con il suo stile al Re di Darkwood, non siete belle persone. L’espressione “non essere una bella persona” la si legge in Rete (soprattutto su Twitter) tutti i giorni in chiave umoristica, in ogni caso il senso ironico e sdrammatizzante mi sembra evidente. Ma evidentissimo è che si parlasse appunto di “non voler celebrare Tiz e non gradire gli omaggi verso Zagor”, e non di altro. Se un qualunque partecipante a un qualunque incontro fumettistico si alzasse in piedi e dicesse: “a me non sembra giusto celebrare Tiziano Sclavi!” o “Io non voglio che a Zagor venga reso omaggio”, secondo voi, prenderebbe fischi o applausi? Mah. Fatemelo sapere, mi raccomando.

E ora la ciliegina sulla torta. Mi è stato fatto notare come un frequentatore di un forum, nell’occasione dell’uscita del Maxi Zagor “Le strade di New York”, sia andato a ripescare la rubrica della Posta di un albo del  settembre1998 (“Il segreto di Frida Lang”, Zenith 449), dove veniva pubblicata la seguente missiva di un lettore: “Caro Sergio, ma dove siamo finiti? Zagor ha perso tutto il suo leggendario fascino di uomo dei boschi per trasformarsi in una specie di antenato di Dylan Dog! Io odio le città anche se ci sono nato e vissuto e dieci anni fa ho deciso di trasferirmi in campagna. Quindi puoi figurarti, quando vedo Zagor aggirarsi tra le varie Boston, Chicago, New York ecc... come mi si aggroviglino le budella!". Ed ecco la risposta di Sergio Bonelli (la prendo per buona senza controllare): "Sono d'accordo con te a proposito delle città, e mi è stato detto che non ci saranno altre visite a Boston e New York (la mia storia ambientata a Chicago tanti anni fa doveva restare unica)". 

Dunque il forumista condivide l’aggrovigliamento delle budella di chi aveva scritto a Sergio nel 1998, e ritiene che Zagor non dovrebbe mai andare in città. Usa poi la risposta di Bonelli per avvalorare questa sua convinzione, ritenendosi unico depositario della verità e solo autentico interprete del pensiero bonelliano nei secoli dei secoli. Mi spiego meglio: il forumista scartabellatore di vecchie “Poste” (che evidentemente non ha niente di meglio da fare) crede che ancora oggi Sergio la penserebbe come nel 1998: una cosa detta en passant vent’anni fa (non in una direttiva o in un testamento, ma nella rubrica di un albo) dovrebbe essere ancora valida oggi e per sempre. Questo, indipendentemente dal valore oggettivo delle storie. 

Ammettiamo pure che Nolitta abbia detto: “A me non piace Zagor in città”. Siamo sicuri che dopo vent’anni, di fronte a un progetto convincente e a una bel racconto, l’editore non potrebbe dire: “Beh, dopo tanto tempo in effetti possiamo pure farlo tornare a Chicago (o  Boston, o New York)”? Come si può pretendere di usare una frase del 1998 per sostenere che una persona che oggi non c’è più sosterrebbe la stessa cosa ai giorni nostri? Ma vi faccio notare qualcosa ancora di più clamoroso. Come si intitolava lo Zenith 449 in cui compare la risposta di Bonelli? “Il segreto di Frida Lang”. Ebbene: sapete quante volte io ho sentito Sergio dire e ripetere che mai e poi Frida avrebbe dovuto tornare? “Frida si rivedrà solo nell’ultimo numero, quando si sposerà con Zagor e la serie finirà”. Giuro di aver sentito con le mie orecchie queste parole. E poi che cosa è successo? A distanza di tempo, di fronte al progetto convincente di Mauro Boselli, Frida è tornata. 

Vogliamo parlare dello Zagorone? Quante volte Bonelli ha detto di no? Per quanto lo ha rimandato? E poi, proprio l'anno della sua morte, ha dato il via libera, E quante altre volte Sergio ha accettato di sperimentare formule editoriali che non rientravano nelle sue corde, nel tentativo di intercettare i gusti del pubblico? C’è qualcosa di nolittiano, forse, nelle miniserie degli “Orfani”? Eppure sono stati voluti da lui stesso, quando era vivo. E tornando a ritroso, non sono forse lontani dai suoi gusti i team-up contro cui si è espresso cento volte? Eppure, eccolo addirittura a scriverne uno (con Castelli) mettendo insieme Mister No e Martin Mystère, dopo averne accettati altri fra lo stesso Martin e Dylan Dog e Nathan Never. Insomma: come si può spacciarsi per portavoce di un editore aperto alle innovazioni, e pronto a cambiare idea di fronte ai cambiamenti dei tempi, facendolo “parlare” per se stesso (come fa il forumista) ad anni di distanza dal rilascio di una dichiarazione e dalla morte del dichiarante? Mi sgomenta che ci sia qualcuno che pensi soltanto di poterlo fare, figuriamoci poi vedendoglielo fare sul serio. 

Ci sono altre cose da dire, ovviamente. Chiunque abbia conosciuto Sergio sa di quanto lui fosse “geloso” (in senso buono) dei propri eroi e dei propri personaggi. Se una cosa l’aveva scritta lui, ci teneva che rimanesse un unicum. Il bacio di Zagor con Frida doveva essere il solo, la storia di Supermike non doveva avere un seguito, i nemici da lui inventati era meglio non toccarli (“fate tornare i vostri!”, ci diceva fra il serio e il faceto). Poi, in cento occasioni ha acconsentito che ci fossero altri baci o altri ritorni. Anche perché i baci e i ritorni erano chiesti a gran voce dai lettori e lui ai lettori cedeva.

In più, lui per primo (per sua scelta) ha affidato la sua serie ad altri curatori (Decio Canzio, Renato Queirolo, Mauro Boselli, il sottoscritto). E affidandola ad altri si accetta che gli altri ci mettano del proprio. Se Sergio avesse voluto che tutto, ma proprio tutto, fosse fatto a modo suo, poteva conservare la cura della testata in prima persona. Chi delega, deve accettare le iniziative del delegato. 

Ma poniamo il caso che si stabilisca di usare Nolitta come punto di riferimento da cui non si può deviare (e per quanto mi riguarda, questa regola la tengo presente, nonostante il parere diverso di taluni: sono certo di essere molto più nolittiano di Boselli, per esempio). Bene: il canone nolittiano ha forse stabilito che Zagor non debba mai uscire dalla sua foresta? No di certo: Nolitta lo ha fatto viaggiare per mare, lo ha spedito in Messico, fatto arrivare nei Caraibi, mandato tra i ghiacci del Nord, fatto incontrare con i vichinghi e mandato, guarda caso, anche in città.  Dunque da Darkwood ci si può muovere e si può andare in una metropoli. A quali condizioni? Il punto di partenza per la storia “Solo contro tutti”, dove lo Spirito con la Scure va a Chicago, è un film del 1942 intitolato “Tarzan a New York”, con Johnny Weissmuller, in cui vediamo l’uomo scimmia vestito con la giacca che si tuffa dal ponte di Brooklyn (guarda caso anche Zagor in città indossa la giacca e si tuffa da un palazzo nel lago Michigan).


Alla base del film e del fumetto nolittiano c’è la curiosità di vedere un uomo dei boschi che si muove alla sua maniera in un contesto urbano (in tempi più recenti è successo anche a Crocodile Dundee). La lezione che se ne deve trarre è dunque la seguente: Zagor può andare a Chicago a patto che resti un uomo dei boschi. L’unica domanda da farsi è se questa lezione è stata rispettata ne “Le strade di New York”, perché fanno testo le storie a fumetti, non le rubriche: ci mancherebbe altro se ci dovessimo dimenticare dei racconti per basarci su una risposta accomodante di due righe date a un lettore che esprime un parere peraltro molto discutibile. 

Già, perché poi non può sfuggire a nessuno (tranne ai detrattori) come Sergio abbia scritto “Sono d’accordo con te a proposito della città”, e dunque non sul resto. Infatti Zagor non ha perso affatto il suo fascino di uomo dei boschi, e ci mancherebbe altro se, per compiacere uno che ha voluto andare a vivere in campagna, si dovessero scrivere solo storie agresti. Ma davvero lo Spirito con la Scure dovrebbe non muoversi mai dalla palude? Mah.