sabato 15 luglio 2017

CICO PIONIERE



E' in edicola il n° 25, dato giugno 2017,  della collana a colori bimestrale dedicata dalle Edizioni If alla riproposta degli albi di Cico in ordine cronologico (quelli originariamente usciti, in bianco e nero, sotto il marchio Bonelli tra la fine degli anni Settanta e il 2007). Si tratta di "Cico pioniere", con testi mie e disegni di Francesco Gamba (copertina di Gallieno Ferri). La prima edizione Bonelli, in bianco e nero, risale al 2005. Il fatto che la ristampa If in policromia sia arrivata quasi a completare la collana (con venticinque uscite su ventisette) significa che a distanza di anni dalla prima uscita questi albi continuano a divertire almeno qualcuno, e questo mi fa molto piacere.

Nell’ultima tavola dell’albo precedente, “Cico Cowboy”, il nostro messicano spiegava di aver rinunciato a continuare a fare il mandriano in un ranch per andare a caccia di nuove avventure. “Di lì a poco – raccontava infatti il pancione– sarei divenuto la guida di carovane più ricercata di tutta la frontiera! Prima o poi vi racconterò anche di quel periodo della mia vita… statene certi, amici miei!”. E infatti, più prima che poi, nel venticinquesimo della serie vengono narrate le disavventure del pancione nei panni di uno scout alla testa di un convoglio di carri. Quando io e Francesco Gamba realizzammo “Cico Pioniere”, mi divertii moltissimo non soltanto a immaginare le gag e gli sketches (come quello, tra i miei preferiti, delle begonie indago extra size) ma anche nell’inventare dei buffi nomi per i personaggi. Non sfugge a nessuno, infatti, come quello del truffatore Tim Brollyo suoni come “t’imbroglio”, e poco più avanti una esperta guida abituata a dare il segnale della partenza e della fermata ai carri si chiami Gostop (“vai”, “non proseguire”). La “terra promessa” tanto agognata dai pionieri è naturalmente la “Honey Valley” e i capi della comitiva sono un terzetto di signori appellati Melchiorre, Baldassarre e Caspar, come i tre re Magi (i quali appunto compirono un famoso viaggio in carovana molto tempo fa). 

Nononostante le apparenze ilari e giulive dell’albo, non va dimentica la drammatica realtà dei “viaggi della speranza” compiuti dai coloni che dalla costa atlantica del Nord America andavano in cerca di fortuna verso le selvagge  terre dell’Ovest. Una delle più tragiche spedizioni di questo tipo fu la tristemente famosa “Donner Party”, ovvero una carovana di carri di emigranti che, nel 1846, prese il nome da George Donner, un pioniere deciso a condurre la sua famiglia fino in California, trovando un numeroso gruppo  disposto a seguirlo benché non avesse aveva la stoffa del condottiero, rivelando anzi in più occasioni il suo carattere irresoluto.  La carovana si perse tra le montagne e fu bloccata dall’inverno. Le testimonianze dei sopravvissuti, molti ritrovati in stato di shock e con evidenti segni di alienazione, rivelarono che si era trattato di scegliere fra morire di fame o vivere mangiando la carne umana. Nessuno perseguitò i cannibali riportati alla civiltà. La loro storia è stata raccontata in molti libri tra cui, efficacemente, in un saggio italiano dal titolo “Il diavolo sulla sierra”, di Angelo Solmi (1978). Anche gli autori di un altro grande personaggio del fumetto italiano, Ken Parker (un personaggio creato nel 1977 da Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo), hanno preso spunto da questo fatto storico per realizzare una delle ultime avventure del loro eroe, “La carovana Donaver” (1995), scritta da Berardi e Mantero e illustrata da José Ortiz. 


martedì 11 luglio 2017

FORBIDDEN PLANET: OPERAZIONE CICO




Una delle presentazioni della miniserie "Cico a spasso nel tempo" si è svolta in una fumetteria romana il 10 giugno 2017 (alle si sono svolte a Milano, Catania, Viareggio e ne à prevista una a Rimini il 22 luglio). A organizzare l'evento sono stati Stefano Bidetti e Francesco Pasquali, gli artefici della bella rivista "SCLS Magazine" di cui è appena uscito il n° 14. Nelle ben 126 pagine a colori troverete una lunga intervista ad Alessandro Piccinelli, e documentati articoli sui più vari aspetti della saga darkwoodiana (tra cui dossier sulla Golden Baby e su cinema che ha ispirato Guido Nolitta), così come sul collezionismo dei nostri albi. 
Per avere la rivista potete contattare la redazione ai seguenti recapiti: info@sclsmagazine.it o sclsmagazine@gmail.com, oppure telefonando a Francesco (328-4920420) o a Stefano (348-7681641).
Ecco la trascrizione di (quasi) tutto quel che Tito Faraci, Walter Venturi, Mauro Laurenti e Massimo Pesce hanno detto nell'incontro romano. C'è tutto quello che avreste voluto sapere (e avete osato chiedere) riguardo a Cico e a qualche altra cosa nei paraggi zagoriani.
Grazie a Stefano Bidetti per il testo e a Marco Corbetta per le foto.




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Presentazione della miniserie “Cico a spasso nel tempo”
Fumetteria Forbidden Planet di Roma
a cura di SCLS Magazine
Sabato 10 giugno 2017 – ore 18

Stefano Bidetti: Benvenuti a questa presentazione “ufficiale” della miniserie “Cico a spasso nel tempo” che la Sergio Bonelli editore ci ha consentito di svolgere in questa sede. Ringraziamo innanzitutto la Sergio Bonelli, ovviamente, per l'autorizzazione che ci ha concesso, la Forbidden Planet, perché ci ospita, e gli autori presenti, e cioè Tito Faraci, lo sceneggiatore che ha scritto tutte le storie di questa miniserie e Walter Venturi, che è invece l'autore di tutte le copertine dei sei albi che la compongono e delle tavole interne del primo albo. Parliamo allora di questa miniserie, in ricordo di quello che era lo Speciale Cico, pubblicazione che è uscita per ben 27 numeri, annuale e in alcune fasi addirittura semestrale, che però da circa una decina d'anni non si vede più in edicola. Tra l'altro, Tito Faraci aveva scritto due di quegli albi e quindi era rimasto un po' legato all'idea di rilanciare il personaggio in edicola, lo ha proposto alla Sergio Bonelli e adesso ci racconterà lui come andata e poi ci dirà bene di che cosa si tratta. 

Tito Faraci: È andata in realtà molto meglio del previsto. Da quando avevo scritto qui due numeri degli Speciali, "Un'eredità per Cico" e "Cico moschettiere", mi era rimasto il ricordo del lavoro molto complesso che avevano richiesto. Benché fossero degli albi scorrevoli, che la gente ha letto divertendosi, era stato un lavoro impegnativo, però mi ero divertito molto anch'io, lo devo dire. Poi ci sono stati anni complessi, in positivo, ma io avevo la voglia di tornare su questo tipo di progetto; ovviamente c'era anche un senso di rispetto dovuto nei confronti di Francesco Gamba, che era stato il disegnatore di tutte quelle storie. Peraltro quello dedicato a Cico (come una volta mi ha ricordato Moreno Burattini) era stato il primo speciale bonelliano, perché prima esistevano soltanto le serie; Cico ha appunto aperto il mondo degli speciali nella casa editrice. Pensando a tutto l'universo di cose speciali che esistono oggi, tra Maxi, Giganti, albi speciali di ogni tipo e invenzioni editoriali che sono stati realizzate, ebbene l’apripista è stato molti anni fa proprio Cico. Quindi c'era l'idea che con Cico si potesse fare qualcosa di speciale, e scusate il bisticcio di parole.  Io passavo sempre davanti all'ufficio di Moreno Burattini e mi veniva voglia di entrare dentro e proporgli questa cosa. Per ragioni strane, o magari di pessimismo cosmico, pensavo che la Bonelli avrebbe rifiutato la proposta. In ogni caso ho aspettato veramente tanto tempo. Poi, un giorno di non molto tempo fa, nell’autunno dell'anno scorso, sono finalmente entrato nel suo ufficio per salutare Moreno e sbirciare su un po' di cose che stava facendo, essendo, come molti sanno, uno a cui Zagor è sempre piaciuto molto da lettore.  Moreno mi ha proposto di scrivere subito una mail a Michele Masiero, ma io sono uscito dalla stanza di Moreno pensando fra me e me che avrei dovuto aspettare qualche tempo. mIn realtà mi hanno detto di no, in quanto mi hanno detto che uno solo non lo avrei potuto fare, se mai un'intera serie! Questa è stata la proposta di Michele Masiero e di Simone Airoldi, con cui peraltro venivo da un periodo di grande lavoro su Topolino e con il quale ci siamo sempre trovati molto bene per proposte e cose nuove, per cui forse mi sarei anche potuto aspettare una proposta di questo tipo. 
In realtà, dietro questa nuova idea su Cico c'è un'idea più vasta, perché una delle prime cose che ha osservato Simone Airoldi arrivando in Bonelli è che allo spuntare di buone idee poi bisogna aspettare come minimo due anni per poterle vedere in edicola, e questo è normale, anche la miniserie che si è potuta realizzare più rapidamente ha comunque avuto un paio d'anni di preparazione. Alla redazione è allora venuto in mente di sperimentare un nuovo formato, per cui io mi sono ritrovato nuovamente, a distanza di una dozzina d'anni da Brad Barron, a lanciare una cosa nuova: nel primo caso la linea delle miniserie, in questo caso a lanciare questo nuovo formato per un altro tipo di miniserie. 
Si tratta quindi di un formato un po' più grande rispetto al classico bonelliano, a cui qualche lettore bonelliano però in qualche modo l'occhio lo ha già fatto con alcuni allegati che ci sono stati, in particolare con Dylan Dog. Ora c'è un numero di pagine nuovo, perché si tratta di 64 pagine, di cui 60 di fumetto. Questo vuol dire diminuire di un 30 per cento abbondante rispetto alla consueta lunghezza delle storie bonelliane, però con storie tutte a colori. In sostanza, in poco più di sei mesi siamo riusciti ad arrivare dal concepire l'idea - perché verso la fine dell'anno abbiamo ragionato su come poteva essere strutturata la cosa – all’uscita in edicola. Si tratta di una cosa straordinaria e non solo per la Bonelli, ma veramente per qualunque casa editrice, perché anche pubblicazioni con meno pagine richiedono lunghi tempi di preparazione. 

Tito Faraci
La sfida più grossa è proprio stata, al di là del giudizio che si potrà avere sulla qualità del prodotto (spero per tutti voi positivo!), quella di voler rinnovare nel rispetto della tradizione, che poi vuol dire rispetto dei lettori. Si trattava di proporre un formato nuovo, una periodicità diversa, cioè il fatto che duri solo sei mesi – allo scopo di dare una cosa gradita a tutti voi che conoscete lo spirito di Cico, e lo spirito di Zagor. È vero che Zagor non compare, però c'è lo spirito che anima la serie di Zagor, io l'ho sempre tenuto presente; chi conosce la mia produzione sa che quando lavoro sull'umorismo agisco a volte anche su registri surreali, mentre in questo caso ho tenuto presenti le cose che piacevano a Sergio Bonelli, le cose su cui mi aveva incoraggiato quando avevo fatto quei due numeri, e quindi in queste storie trovate l'umorismo fatto di tanti livelli; su questo primo numero, ambientato nell'antica Grecia, mi è venuto da lavorare un po' di più sulle parole, ma vedrete che nel prossimo, ambientato fra gli Unni, molto è fatto anche di gag fisiche. Comunque mettendo tutti insieme i vari livelli di quell'umorismo, con il gioco degli equivoci e con una certa finezza nella messa in scena, l’atmosfera si riconduce a una certa tradizione ben presente all'interno di Zagor.  Ma non solo: c'è anche l'avventura, che non manca per niente in questa serie. Quando poi considererete tutti i numeri nel loro insieme, vedrete che ci sono sei storie, ma anche una grande storia che tiene insieme il tutto, e quindi l'avventura, il rispetto per la storia, quella con la “S” maiuscola, non solo nelle singole storie. Peraltro, alla fine dell'albo io tengo sempre una piccola rubrica in cui dico le cose che sono realmente storiche e quelle su cui invece abbiamo un po' forzato la mano, come si è sempre fatto. Anche questo è nella tradizione Bonelli, cioè il fatto di riuscire a utilizzare veramente gli stimoli che vengono dalla storia, dallo studio di quello che è avvenuto realmente nel passato, e usarlo per creare delle storie, riuscendo a unire la fantasia con la realtà. 


Francesco Pasquali, Stefano Bidetti, Tito Faraci.

Il team che si è costituito è straordinario. Io poi ho avuto modo di tornare a lavorare, dopo un po' di anni che non accadeva, con Walter Venturi che posso dirmi fiero di aver accompagnato nel suo ingresso in Bonelli, cioè di essere stato un po' un suo sponsor, se posso dirlo. 
L'ho accompagnato nel suo ingresso in Bonelli, nei confronti di Mauro Marcheselli, ai tempi di Brad Barron, quando avevamo assolutamente bisogno di un nuovo disegnatore perché qualche volta i conti non tornano. In effetti poi si è rivelata un'idea proprio vincente perché egli si è dimostrato un elemento molto prezioso all'interno della casa editrice, su vari e disparati fronti. 
Quindi siamo tutti molto felici e soddisfatti. È chiaro che siamo anche tutti in attesa di vedere come andrà, ci chiediamo se piacerà o meno; gli albi fra di loro hanno anche delle differenze, perché non è che si ripropone sempre la stessa storia. Ho cercato di mantenere sempre la stessa struttura, per cui in queste storie, in ogni epoca, c'è sempre un certo tipo di situazione, c'è sempre un complotto, in modo da dare sempre al lettore delle cose che si potrà aspettare in ciascun numero, riuscendo però poi ogni volta a sorprenderlo. Questa è una cosa a cui ho fatto riferimento, cioè la possibilità di trovare costantemente una piccola struttura. Questo è molto importante; io in particolare, scrivendo Diabolik, so bene cosa significa tutte le volte inserire certi elementi ma al tempo stesso proporsi di scrivere una storia diversa. Quindi ci sono degli elementi costanti, che poi voi scoprirete, ci sono delle cose che tornano, però ho cercato ogni volta di renderle sempre diverse. 

Walter Venturi


Poi a tutti i disegnatori ho chiesto - e Walter su questo sicuramente si è dato da fare con uno sforzo non indifferente - un lavoro di ricerca e di documentazione, in cui ovviamente li ho aiutati e supportati, per riuscire a inserire questa commedia, questo umorismo e tutti questi elementi di fantasia all'interno però di una ricostruzione storica solida. Questo lo si ritroverà in tutti i numeri della serie. In particolare in questo primo numero devo dire che la ricostruzione della Atene del 450 avanti Cristo, l'età di Pericle e anche di Socrate, è stata fatta con grandissima cura. Vi assicuro che una casa nell'antica Atene era fatta come la vedete in quest'albo, e anche alcuni elementi che sembrano di una modernità incredibile vi posso assicurare che sono corrispondenti al vero. Tutta la costruzione degli interni, degli esterni, dell'agorà, di quello che si poteva vedere sullo sfondo, dei vestiti, di quello che si vendeva al mercato in quell'epoca, sono tutte cose che io mi sono giocato da un punto di vista narrativo e Walter si è giocato dal punto di vista dell'immaginario. 

Stefano: Tito, com'è gestire l'umorismo nel fumetto alla Bonelli, che invece sul comico e sull'umoristico ha molta meno esperienza? Come ti sei trovato tu e com'è in generale? 

Faraci: Devo innanzitutto ringraziare Moreno Burattini che mi ha dato tantissima fiducia. Certo, all'interno della Bonelli non dico che l’umorismo sia un oggetto alieno, però è guardato con un po' di maggiore apprensione, e ci sono pochi autori e pochi sceneggiatori in Bonelli che hanno avuto questo tipo di esperienza. Non mancano, sia chiaro, perché ad esempio io credo che Alfredo Castelli sia un eccellente autore umoristico, e lo ha dimostrato in alcune occasioni. Anche Tiziano Sclavi ha una componente umoristica colossale, e indubbiamente Guido Nolitta nell'invenzione di Cico aveva dimostrato una vena umoristica molto forte, che io peraltro sento vicina. Lui diceva tranquillamente che Cico nella sua testa era un po' il suo Paperino, lui lo considerava tale, persino nella sua conformazione anatomica. Io quindi ho trovato pane per i miei denti. In sostanza, per rispondere alla domanda, la gestione dell’umorismo in realtà è migliore rispetto ad altri ambiti, perché certi argomenti che altrove legittimamente e giustamente sono sconsigliati, se non - usiamo pure questa parola - vietati, tipo un certo tipo di violenza, qualche vaga allusione al sesso, qualcuno che muore, qualcuno che si prende un colpo di pistola, qui posso permettermele, quindi posso fare una commedia a tutto campo: è veramente una pacchia! 


Stefano: Proviamo a far parlare anche Walter Venturi. Walter, tu sei il responsabile del primo numero, di tutti i frontespizi e di tutte le copertine di questa miniserie che è solo di sei numeri, quindi hai in proporzione un bel ruolo. Che ci vuoi dire tu intanto di questa miniserie? Come ti sei trovato? 

Walter Venturi: Innanzitutto devo dire che mi fa molto piacere, come diceva prima anche Tito, ritrovarmi dopo 10-12 anni a lavorare insieme a lui. Durante questo periodo abbiamo lavorato tanto, ognuno nel proprio ambito, e quindi ora ci ritroviamo in sintonia perché abbiamo già affinato le nostre competenze prima; insieme abbiamo macinato qualcosa come 1000 pagine su Brad Barron e quindi lui sa come disegno, io so come lui scrive e come vuole veder realizzato quello che ha immaginato, e tante volte bisogna dire che immagina proprio tanto: per una singola vignetta fa una descrizione lunghissima, una volta sono diventato mezzo matto, passando un intero pomeriggio a pensare a come posizionare tutto quanto, però devo dire che, siccome descrive tutto molto bene, alla fine quadra tutto ed è solo necessario trovare un'organizzazione mia mentale del disegno, perché Tito non lascia nulla al caso. Anche se poi ti lascia anche libero di interpretare certe situazioni come ritieni meglio. 

Faraci: Ovviamente sì, io spiego sempre quello che serve e il senso di quella singola vignetta, a volte penso a un certo tipo di inquadratura, ma magari potrebbe essere migliore anche un'altra. L'importante è spiegarsi. 

Venturi: Parlando di questo lavoro devo dire che mi ritrovo nuovamente su un numero 1, così com'è successo sul Color Zagor, ad inaugurare una nuova collana, anche questa volta a colori, però stavolta con un segno leggermente differente rispetto a quello che è il mio solito. Qui si affronta un discorso non dico più grottesco, perché alla fine non lo è, però per quanto riguarda il tratto io mi sono limitato a pulire il segno usando dei materiali diversi, cercando appunto di non sporcarlo troppo in funzione del colore, che in questo caso peraltro è opera di mia moglie, che colora tutta la serie e le copertine. Quindi, avendola accanto, le davo qualche suggerimento su come io vedevo messi i colori in alcuni casi. Io ho cercato di tenere un ritmo alto nel disegnare, tant'è che in tre mesi ho realizzato quest'albo in un lavoro che, sommato a quello che ha fatto prima Tito, ha consentito di andare in edicola appunto nel giro di sei mesi. Però è un lavoro che ho affrontato tranquillamente perché a me piace disegnare e quindi, se è realistico o caricaturale, o grottesco quello che sia, basta che si disegni e io sono contento. Poi, se ci riesco o meno, lo direte voi che leggerete l'albo. Io ci ho messo come sempre tanto impegno, anche perché questa volta ho avuto anche le copertine come responsabilità, che non è poca cosa. Come vecchio lettore della Bonelli ritrovarmi adesso a fare anche delle copertine per la Bonelli potete capire quanto mi faccia essere contento. Spero che questa allegria che noi ci abbiamo messo possa contagiare tutti voi! 


Francesco Pasquali: A proposito di copertine, mi veniva da fare una domanda a te, Walter. Pensi che possa essere diverso preparare una copertina per Zagor piuttosto che per Cico? 

Venturi: Beh, già i temi affrontati sono differenti. Lì c'è l'avventura, qui pure c'è l'avventura però filtrata un po' dall'occhio di Cico, per cui per forza di cose non possono essere uguali. 

Francesco: Dal punto vista di vista dell'idea, chi è che partorisce la "sceneggiatura" della copertina? 

Venturi: In questo primo caso ci siamo confrontati, anche con Moreno, in altri ho proposto io l'idea. Si tratta di un lavoro di gruppo, quindi magari uno lancia un'idea... 

Faraci: Abbiamo fatto un po' una sovrapposizione di idee, perché poi occorre dire che Moreno, oltre a essere un bravissimo editor, è anche un eccellente sceneggiatore e quindi in realtà in questo senso ci siamo sovrapposti per quanto riguarda la parte delle copertine. Poi ad esempio gran parte delle rubriche le ho scritte io e le scriverò sempre io, laddove di solito è un lavoro che fa Moreno. Quindi ci siamo scambiati anche qualche ruolo nella fase della preparazione. 

Francesco: In effetti sembra molto interessante quella rubrica di cui parlavi sui riferimenti storici reali rispetto a quelli invece un po' rielaborati... 

Faraci: In alcuni numeri, magari forse non nel prossimo, ma già in questo un po' si può vedere, ci sono cose che sembrano inventate invece rappresentano la realtà e invece poi ci sono cose che sembrano solidissime e invece magari sono state vere e proprie licenze poetiche. Anche questo appartiene a una tradizione bonelliana. 


Stefano: Walter, in parte prima hai un po' “bruciato” una domanda perché io volevo chiederti se hai dovuto disegnare anche in vista del colore con una colorista molto severa, e con l'occasione volevo citare tua moglie Tiziana "MadCow" Vacca, che sta procedendo alla colorazione delle copertine e di tutti gli albi.

Venturi: Con lei ci confrontiamo tutti i giorni da quando abbiamo iniziato a lavorare e quindi io mi potevo fidare ciecamente della mia colorista. Per questo sono andato tranquillo, poi comunque l'ultima parola davanti al computer ce l'ha lei, anche perché io di computer non capisco proprio nulla. Anche se volessi di notte sabotare il lavoro che ha fatto lei durante il giorno, non lo potrei fare! 

Faraci: Vorrei aggiungere una piccola cosa. In questo caso io ho avuto una piccola fortuna perché, lavorando da moltissimo tempo con il fumetto a colori, sono abituato a sceneggiare per questo tipo di fumetto. Si potrebbe pensare che non cambia nulla, e invece cambia tutto perché dire in una sceneggiatura di che colore è una cosa che diventa un elemento descrittivo importante. Sapere che quando immagini un esterno notte con il colore quello diventa effettivamente tale, così come un'alba è un'alba e le luci diventano di un certo tipo, sono cose che lo sceneggiatore che è abituato a lavorare con il colore utilizza normalmente. Questa serie è stata proprio concepita con il colore e devo dire che forse c'è stata la fortuna di avere uno sceneggiatore che già nel predisporre le sceneggiature lo ha fatto in base al colore. 

Walter Venturi e Tito Faraci.

Francesco: Volevo chiedere poi, dato che c'era stata questa scelta di non far apparire Zagor nelle storie, se è stata una scelta iniziale oppure intervenuta nel corso della lavorazione. 

Faraci: Io fino all'ultimo momento ho detto a Moreno che magari verso la fine si sarebbe potuto farlo comparire, ma la risposta è sempre stata rigorosamente negativa. Ho sempre detto che Zagor mi piace molto. Quando avevo fatto Brad Barron in tantissime interviste avevo detto che mi sarebbe piaciuto realizzare il mio Zagor, perché mi piace tantissimo il fatto che passi attraverso tutti i generi, c'è una storia che è un giallo, un’altra che è un noir, una magari bellica, per cui c'è questo fatto di poter cambiare sempre il genere e diventa un viaggio interminabile. Ciò premesso, però, con grandissima convinzione all'inizio ci siamo detti - e resto dell'idea che sia stata la scelta giusta - di non farlo mai comparire; devo ammettere che poi in fase di progettazione ho fatto almeno un paio di tentativi, pur rendendomi conto che era la scelta sbagliata. Per fortuna Moreno ha tenuto duro e mi ha ricordato sempre che avevamo fatto tutto un certo ragionamento e che anch'io ero stato d'accordo. Io parlavo con il cuore, invece si trattava di parlare con il cervello e attenersi alle scelte iniziali. Quindi molto a malincuore ho dovuto rinunciare all'idea di inserirlo, forse qualche volta viene nominato. 

Francesco: Per quanto riguarda la scelta dei disegnatori, abbiamo capito che Walter è stato uno di quelli sponsorizzati, ma per quanto riguarda gli altri com'è andata? 

Faraci: Ci siamo messi seduti una volta Moreno ed io, lui mi ha fatto vedere le scelte che aveva fatto e io non ho avuto assolutamente nulla da ridire. 

Francesco: Ma si era puntato su disegnatori molto veloci? C'era stato anche questo elemento nella scelta? 

Faraci: No, in realtà nella scelta iniziale a tutti è stato chiesto un grosso sforzo, però devo dire che, prima di farmi vedere la lista dei disegnatori, a tutti aveva chiesto soprattutto di disegnare Cico. Non sapevamo magari ancora su quale epoca storica ognuno sarebbe stato impegnato, li abbiamo scelti innanzi tutto sulla base del fatto che sapessero disegnare bene Cico e che fossero disposti, per il loro specifico episodio, senza ancora sapere quale fosse, a fare un lavoro di ricerca e di documentazione storica. Ovviamente si era parlato anche del fattore tempo. Io quindi ho approvato tutto e poi, il giorno stesso in cui ci siamo trovati d'accordo, siamo andati direttamente da Michele Masiero e gli abbiamo sottoposto la squadra, e anche lui non ha avuto nulla da dire. Stranamente quel giorno non abbiamo parlato delle copertine, ma dopo qualche giorno mi ha telefonato Moreno e mi ha chiesto che cosa avrei pensato se le copertine le avesse realizzate Venturi. E io gli risposi ovviamente che ero contentissimo perché non avremmo potuto scegliere di meglio, era come se fosse stato già deciso prima e ancora non ce lo fossimo detti. 



Francesco:  E per quanto riguarda il numero delle uscite della serie, erano sei dall'inizio? 

Faraci: Quello lo ha deciso giustamente l'editore proprio perché voleva lanciare un nuovo formato di periodicità per cui si era detto di fare dei mensili che durassero sei mesi e che avessero quel dato numero di pagine. È stata un'idea generale perché, se funziona, diventa un altro tipo di formato eventualmente da utilizzare per altri personaggi e altre miniserie. 

Stefano: Sulla scelta dei periodi storici invece chi ha influito? Come mai questi e non altri? 

Faraci: Quella l'ho fatta io. Con un senso molto pratico non ho voluto ripetere cose che fossero già presenti negli Speciali di Cico precedenti, perché molti - come è noto - erano con i suoi antenati e quindi quegli utilizzi andavano a bloccare certi periodi storici. Poi ho scelto i momenti in cui pensavo di poter lavorare su alcuni elementi di commedia. Avendo scritto molte commedie storiche, anche ambientate in epoche diverse, sapevo un po' su cosa si poteva giocare. Certo, un episodio con la Rivoluzione Francese era ovvio, considerando che è forse il periodo storico più interessante di tutti, anche quando si va a scuola. Poi fare un episodio nell'antica Grecia di Socrate mi ha ricordato di quando in Disney avevo realizzato un episodio intitolato La filosofia di Paperino e mi ero divertito tantissimo nelle poche vignette in cui avevo inserito quel contesto, per cui avevo detto che, se mi avessero consentito di giocarmelo in una storia, mi sarei divertito ancora di più. Volevo poi fare una cosa vagamente alla Asterix, giocata un po' sulla componente fisica, e ho pensato all'epoca delle invasioni barbariche: che cosa c'era di meglio a quel punto che trattare Attila? Una storia ambientata nel Medioevo secondo me ci doveva essere, perché è un periodo divertentissimo; mi sono consultato un po' con Moreno e abbiamo deciso insieme di scegliere il periodo della corte di Filippo il Bello. Il Rinascimento con Leonardo da Vinci, scusate, ma era uno stimolo meraviglioso, mettendo dentro poi anche Lorenzo il Magnifico; e poi un episodio in Italia io lo volevo assolutamente fare. Infine l'ultimo numero è una sorpresa, mi è stato vietato - e me lo vieto io stesso - di fare spoiler, anche perché vi rovinerei una bella sorpresa. 



Voce dal pubblico: Se posso fare una domanda, nelle miniserie c'è una tendenza, ora anche in casa Bonelli, a omogeneizzare un poco il tratto del disegno per garantire continuità anche nel segno; lo vediamo in Martin Mystére e anche in altri personaggi. In questa serie si è lasciata l'identità ai singoli disegnatori, oppure gli è stato detto di mantenere una linea un po' simile tra loro? 

Faraci: Per quanto riguarda i discorsi che sono stati fatti ai disegnatori, forse è meglio che ve li racconti Walter, perché so che Moreno li ha un po' catechizzati, anche se non so bene neanche io in quale direzione. 

Venturi: Essendo una miniserie a colori, è logico che il messaggio è stato soprattutto quello di pulire il segno e quindi lavorare in funzione del colore. A me è capitato peraltro di dare un'occhiata anche alle altre storie, proprio perché - come dicevo - mia moglie sta colorando tutte le storie e quindi posso vedere il lavoro degli altri, e devo dire che mi sembra abbiano lavorato con il proprio stile, con il proprio modo solito di lavorare. L'unica cosa a cui bisogna dare prevalentemente importanza riguarda Cico, che ovviamente deve essere sempre riconoscibile, malgrado poi ognuno lo disegnerà in maniera diversa rispetto al canone di Ferri. Come diceva prima Tito, quando Sergio Bonelli aveva suggerito a Gallieno Ferri come lavorare sull'anatomia di Cico, gli aveva dato proprio il canone di Paperino, quindi un cerchio per la testa e poi questo corpo un po' “a nocciolina”, con le gambe aperte come Paperino; se ci pensate, Cico è un po' più cicciotto, ma poi si muove proprio come lui. Tant'è che è particolare anche il modo come Cico si muove, ha una propria camminata, un suo modo di correre, e quindi si trattava di rispettare un po' quello che si è sempre visto nel Cico storico. Per me il riferimento è quello di Ferri, per qualcun altro può essere quello di Gamba, però la cosa principale era quella di rispettare Cico e renderlo sempre riconoscibile, perché lui è il personaggio principale. Sugli altri personaggi sicuramente c'è una maggiore possibilità di inventare e di metterci del proprio. 

Faraci: Ovviamente il pericolo di un’eccessiva differenziazione nel tratto è un po' difficile che ci sia per una serie in cui in ogni episodio, essendo proiettato in un'epoca diversa, cambiano completamente gli scenari e tutti i personaggi che stanno al fianco del protagonista. Alla fine l'elemento di uniformità principale è il colore, e il fatto che vi sia un unico colorista è un elemento importante, da non sottovalutare. Anche il fatto che il copertinista sia sempre lo stesso è un elemento importante, perché quando si prende in mano ogni albo si riscontrano dei fondamentali elementi di continuità visiva. E poi il personaggio agisce secondo canoni precisi, però tenete presente che ogni volta si cambia veramente in maniera completa l'ambientazione. 

Venturi: Però poi ci sono tre personaggi che ritornano nella storia, che sono il Professore McLeod... 

Faraci: Sì, ci sono questi siparietti che compaiono ogni tanto per cui, mentre Cico è in viaggio nel passato, in tempo reale ci sono questi personaggi, tra cui McLeod, recuperato dalla continuità zagoriana (almeno un nome lo hanno consentito!), più due tizi che sono due uomini di fatica che si sono trovati lì durante un trasloco, quindi due traslocatori, che diventano coprotagonisti della serie. 


Francesco: Visto che nel frattempo è arrivato anche Mauro Laurenti, adesso vogliamo coinvolgere anche lui. Che ne pensi tu, Mauro, di questa nuova serie? Come l'hai vista? 

Laurenti: Tutto il bene possibile, soprattutto considerando che l'ha predisposta Tito e l'ha disegnata Walter, per cui è una cosa stupenda. Le iniziative secondo me sono tutte buone. Io ho anche ascoltato l'intervista che ha fatto Simone Airoldi a Catania, presso Etna Comics, e lui ha fatto presente che ora la Bonelli sta guardando al futuro, sempre conservando giustamente la tradizione, però tirando fuori cose nuove e interessanti. Secondo me, ben vengano, anzi più ce ne sono e meglio è. Anche per dare una veste diversa e nuova alla casa editrice, che non rimane sempre basata sul bianco e nero come è stato in passato. Una volta si rimaneva sul bianco e nero, sostanzialmente sul western per cui anche per i lettori era un impatto consueto. Poi piano piano si è un po' instaurata questa abitudine per cui effettivamente il colore è qualcosa di molto interessante, soprattutto considerando i mezzi moderni che ci sono adesso, quando con il digitale si riescono ad avere veramente dei lavori eccezionali e fantastici.  Poi c'è da segnalare l'arrivo di Alessandro Piccinelli alle copertine di Zagor. Secondo me ha portato qualcosa di nuovo. Ci sono state sicuramente varie riunioni durante le quali si doveva decidere il futuro copertinista, so che c'è stata una lunga "lotta intestina", che conosco molto bene, e a me ha fatto piacere che abbiano scelto Alessandro per un semplice motivo. Quando io realizzai la mia prima storia di Zagor, Ladro di ombre, effettivamente quella storia si inseriva come una specie di spaccatura, per far capire che in qualche modo il personaggio stava rinnovando il cast dei disegnatori. C'era stata una prima uscita con una storia di Stefano Andreucci, però questo cambiamento non si era ancora notato moltissimo, e Sergio Bonelli disse che aveva molta paura per il fatto che si stavano perdendo lettori e perciò aveva bisogno di uno staff nuovo. In effetti questo permise di fermare l'emorragia che in quel momento stava proprio verificandosi. Quindi con il lavoro del sottoscritto, di Stefano Andreucci, di Carlo Raffaele Marcello, che fece delle cose bellissime, di Raffaele Della Monica, di Alessandro Chiarolla, di Massimo Pesce, di Marcello Mangiantini, Marco Verni e Gianni Sedioli, si era riusciti nell’intento. Pertanto, mettere ora in quel ruolo uno dei disegnatori che erano già all'interno sarebbe stato un errore. In effetti la cosa migliore era quella di far vedere che c'era un disegnatore nuovo, che quanto meno non era più nello staff di Zagor, anche se aveva disegnato una storia, in modo da dare proprio l'idea di questo rinnovamento. 

Stefano:  Tito: qual è il prossimo progetto?

Faraci: Io ho già alcune cose in ballo. È già stato annunciato una specie di crossover, però in realtà molto sbilanciato giustamente dalla parte di Zagor, in uno speciale dove compare un po' dell'universo di Brad Barron, in particolare gli alieni, ma ci sarà anche una sua apparizione, con un trucco che però è in continuity con quello che era stato detto nella miniserie. Poi da pochi giorni è in mano a Moreno Burattini una mia breve sceneggiatura di Zagor che dovrebbe rientrare in uno di questi numeri di Zagor dal titolo I racconti di Darkwood. Poi io non voglio andar via da questo team, mi trovo benissimo e quindi in qualche maniera mi ritroverete. Anche se ho cominciato anche altre cose in casa Bonelli, ad esempio ho scritto una piccola storia di Groucho disegnata da Silvia Ziche e sto per cominciare una cosa con Dylan Dog. Quindi da fare sicuramente ce l'ho, solo parlando della Bonelli. Poi c'è tutto il resto.

Illustrazione di Oskar.


Stefano: I progetti futuri di Walter Venturi?

Venturi: Sono quelli che ha detto adesso Tito! (Ilarità). I prossimi impegni sono questi, salvo idee nuove perché poi magari in redazione si mettono in mente che fra tre mesi vogliono una nuova serie, mi bloccano tutto e io in un mese mezzo devo fare duecento tavole!

Stefano: I progetti di Mauro Laurenti?

Laurenti: I miei sono semplici perché finalmente riuscirò a finire, dopo credo cinque anni che ho davanti quel testo, il ritorno di Blondie; spero entro agosto-settembre di riuscire a chiudere quella storia. In più dovrò riprendere lo Zagor Color che sto facendo insieme a Giorgio Giusfredi, che sarà "La giustizia di Wandering Fitzy", in cui ci saranno ovviamente dai flashback nel passato.

Stefano: Volevo a questo punto chiamare brevemente tra noi anche Massimo Pesce, che ha la sua storia di Zagor in edicola in questo periodo.

Massimo Pesce: Penso anch'io che questa miniserie su Cico sia una bellissima iniziativa. Voglio condividere inoltre quello che ha detto Mauro Laurenti sul copertinista, anche per me è stata fatta una scelta azzeccatissima. Per quanto riguarda il mio lavoro, lo ritroverete in edicola ancora per altri due mesi dopo il numero di giugno. Per quanto riguarda i progetti futuri sto anch'io realizzando uno Zagor Color, dedicato a Gambit.

Fabio: Avevo una domanda da fare agli autori della miniserie di Cico. Innanzitutto sono molto contento che Cico sia tornato in edicola con una sua testata dopo circa 10 anni, lo reputo il personaggio più simpatico che sia mai stato creato dalla Bonelli e volevo sapere, qualora - come spero - questa miniserie andrà bene, se è previsto, l'anno prossimo o più in là, un nuovo ritorno di Cico magari con un'altra miniserie di altrettanti sei albi. 

Faraci: Non è programmato, però ce lo siamo detti tutti che, se dovesse funzionare molto bene, ci faremo sopra una sana riflessione. Ci siamo tutti chiesti se nel caso saremmo pronti per ricominciare e la risposta è stata sì, malgrado tutti i lavori che abbiamo,... 

Fabio: Ma eventualmente l'idea sarebbe sempre quella di farlo viaggiare nel tempo, oppure si potrebbe pensare a qualcos'altro? 

Faraci. Non lo so, ci sto riflettendo, però anche per scaramanzia preferisco proprio non pensarci già da ora. Qualche altro episodio sicuramente potrebbe starci, però devo dire che poi a lungo andare potrebbe diventare un po' noioso, per cui bisogna stare un po' attenti. Comunque - ripeto - preferisco non rifletterci ora. 

Una tavola di Walter Venturi con i colori di Tiziana "Mad Cow".


venerdì 30 giugno 2017

EROTISMO E PORNOGRAFIA



E' più forte Hulk o la Cosa? 
E qual è la differenza fra erotismo e pornografia?
“La pornografia è l’erotismo degli altri”, risponde l’illustratore Leone Frollo (che della faccenda un po’ se ne intende). Infatti, chiunque realizzi disegni, foto, film o testi che si cimentano con il mistero dell’energia divina e ancestrale scatenata dalle pulsioni sessuali trova quasi sempre disdicevole definire “porno” i propri lavori, e cerca di solito di nobilitarli etichettandoli come “erotici”. I pornografi, insomma, sono sempre gli altri. “Pornografia”, nell’accezione più superficiale (e pertanto più diffusa) del termine, è infatti sinonimo di volgarità, trivialità e bassezza. Tutto il contrario dell’Arte, che viceversa è nobile, raffinata, elevata. Dunque, apparentemente, non può essere data raffigurazione pornografica che sia anche artistica. Invece, sempre secondo il sentire comune, esistono forme di erotismo che possono essere artistiche. L’erotismo gode di buona stampa, la pornografia no.

Tutte le illustrazioni sono di Mauro Laurenti
Normalmente si tende a definire “pornografica” una rappresentazione di un atto sessuale (scritta, disegnata, filmata, fotografata, rappresentata) in cui l'atto stesso sia visibile in maniera chiara e ostentata; invece sarebbero “erotiche” quelle immagini o quelle scene o quelle descrizioni di atti sessuali o di corpi nudi in cui l'oggetto della rappresentazione è velato e si lascia intuire più che vedere. Il che, a conti fatti, non dice nulla, in verità, sulla “nobiltà” o sull’ “elevazione” della rappresentazione medesima. Ci possono essere immagini cosiddette “pornografiche” in cui si vede tutto, realizzate con tecnica sopraffina, ed immagini cosiddette “erotiche” scadenti e dozzinali. La raffinatezza di un’immagine non dipende dal fatto che si tratti di rappresentazioni hard oppure soft, "pornografiche" o "erotiche", ma da un altro, semplicissimo fatto: che siano belle oppure brutte, fatte bene oppure fatte male. E questo è tutto, come diceva Oscar Wilde parlando dei libri che non andrebbero mai divisi fra morali o immorali, ma fra scritti bene o scritti male, punto e basta.

In realtà il distinguo dovrebbe essere etimologico. "Erotico" viene da “eros”, e dunque si riferisce a tutto ciò che concerne la sfera amorosa e sessuale (con amore e sesso ricondotti a un unicum indissolubile); pornografico deriva invece da “porné”, in greco "meretrice", e dunque più specificamente riguarda la rappresentazione dell'atto sessuale in quanto tale. Ergo, l'erotismo ha un'accezione più vasta, la pornografia è un settore dell'erotismo, quello più spinto ed estremo.
Se una foto hard è fatta come se dovesse comparire su un trattato di anatomia, e dunque non è eccitante perché manca dell’indispensabile spezia della malizia, allora è fatta male poiché lo scopo delle foto è quello di eccitare. Ma se una foto hard è fatta in modo “artistico”, ed eccita, allora è fatta bene. In campo artistico la grandezza di un autore si riconosce da come (con quale padronanza delle tecniche e con quale felicità di idee) e quanto (in che misura) riesce a suscitare emozioni nei fruitori della sua opera. Certo, conta molto anche la sensibilità del fruitore, ma questo è un problema che riguarda ogni forma d’arte e di comunicazione. S’intende che il giudizio attendibile dev’essere dato da un fruitore competente. La pornografia è un semplicemente un settore dell'erotismo, e non si possono escludere a priori le valenze artistiche del porno come prodotto d'autore.  In realtà, non serve neppure l'intenzione di fare dell'arte, perché una cosa sia artistica, e quel che conta, alla fine, è che sia efficace: cioè, susciti emozioni. Che serva allo scopo: far scorrere un brivido.

Giampiero Mughini, cultore di erotismo ma anche di pornografia, nel suo saggio “La stanza dei libri”, respinge come ridicola l'accusa della mancanza di una "trama" nei fumetti o film pornografici, come se la trama fosse necessaria: nel porno sono necessari il dettaglio, il particolare, la situazione, lo sguardo, l'espressione, la posa, la performance. Ha perfettamente ragione. La trama serve al porno come il violinista a una cena romantica: per lo più dà fastidio.

Il Grande Dizionario della Lingua Italiana Moderna (Garzanti.) definendo l'aggettivo "erotico" dà tre accezioni. La prima: che si riferisce all'amore sensuale (è appunto la definizione più legata all'etimologia primaria, cioè alla derivazione da eros). La seconda: che tratta di argomenti amorosi (di nuovo, Eros ma come dio dell'Amore). La terza: che eccita i sensi, afrodisiaco. Accogliamo la terza accezione come la più calzante a proposito di libri, film, foto, spettacoli, rappresentazioni, arte in generale. Dunque se erotico vuol dire eccitante, possiamo stabilire che il porno, sottocategoria dell'erotico, a priori non lo sia? O che addirittura, la pornografia sia del tutto scollegata dall'erotismo? Evidentemente no. Il porno sta all'erotismo come il cyberpunk alla fantascienza. O come il thriller sta al giallo.


Lo stesso Dizionario definisce la pornografia come "raffigurazione o trattazione di immagini o soggetti di argomento e di carattere erotico e ritenuti osceni o comunque eccedenti i limiti imposti alla morale o dalle consuetudini correnti". Va notato come  il compilatore inserisca la pornografia nell'ambito dell'erotismo, e non escluda gli intenti artistici: dice soltanto che la rappresentazione eccede i limiti delle consuetudini. Ma l’ "osceno" è un registro espressivo. Verlaine è osceno, ma non per questo non è un artista.  Non è giusto ritenere volgare una frase o una foto “solo” perché rappresenta un pene in erezione o una penetrazione anale. Il pene in erezione è qualcosa di "rappresentabile"? Sì. Dunque può essere "rappresentato" bene o male, come qualunque altro soggetto, e rappresentarlo è pornografia perché eccede i limiti del comune senso del pudore, ma la rappresentazione può essere geniale o deprimente senza che nessun pregiudizio possa stabilirlo a priori. Pornografico non è antitetico rispetto ad artistico. Una cosa può essere artistica e pornografica allo stesso tempo.  L'unica antitesi possibile, da questo punto di vista, è fra una cosa fatta bene e una cosa fatta male. E sul fatto che sia artistica, in fin dei conti, si può perfino soprassedere.