martedì 22 luglio 2014

VENT'ANNI PRIMA




La "Collezione Storica" di Repubblica, di cui tante volte abbiamo parlato, va avanti. Arriveremo a ristampare il n° 400 della serie regolare (più o meno verso il n° 150 della collana a colori), dopodiché il futuro è un'ipotesi e del doman non v'è certezza, ma intanto godiamoci il risultato già raggiunto e acquisito, che va oltre ogni più rosea previsione, visti i tempi che corrono. Poiché ogni settimana tornano in edicola circa 250 tavole della Zenith, si stanno velocemente riproponendo tutte le mie prime storie dello Spirito con la Scure, scritte all'inizio degli anni Novanta, più o meno un ventennio fa. Poiché in due articoli precedenti mi era capitato di parlare delle prime due, ecco qui di seguito qualche considerazione sulle successive, a beneficio degli interessati e a eventuale futura memoria.

Il tomahawk avvelenato

Nel giugno del 1991, proprio mentre usciva in edicola la seconda parte della mia prima storia di Zagor, veniva distribuito anche il quarto numero di una collana parallela, denominata "Speciale Zagor" (una serie che esce ancora oggi, giunta ormai al  ventiseiesimo titolo). Era l'avventura di esordio di Mauro Boselli, un autore destinato a lasciare il segno, intitolata la "La fiamma nera" (disegni di Gallieno Ferri). In quel periodo gli "Speciali" degli eroi Bonelli (ce n'era uno all'anno per ognuno dei principali) uscivano con allegato un libretto di 64 pagine, contenente un brevi saggio di approfondimento storico o letterario delle tematiche trattate nell'avventura a fumetti a cui era abbinato. Per esempio, un precedente Speciale, il numero due, che aveva riportato sulle scene il cercatore di forzieri sepolti Digging Bill ("La pietra che uccide", di Toninelli/Ferri, datato 1989), aveva offerto ai lettori un libretto intitolato "I tesori perduti", decisamente in tema con il racconto. Ebbene, poiché "La fiamma nera" mostrava alcuni singolari usi e costumi di certe tribù di pellerossa, come la congrega dei "contrari" (guerrieri che facevano tutto al contrario delle consuetudini, a cominciare dal linguaggio, per cui dicevano "no" per dire "sì"), Decio Canzio mi propose di scrivere io una sorta di agile dizionario in cui, in ordine alfabetico, fossero elencate i principali popoli in cui erano divisi i nativi americani, così da allegare allo Speciale boselliano un libretto a mia forma intitolato "Gli indiani d'America". 

Il mio "librino" sulle tribù pellerossa allegato allo Speciale Zagor del 1991


C'è da notare che la proposta mi fu fatta proprio all'inizio della mia collaborazione con la redazione di Via Buonarroti, quando non era ancora uscito nulla di mio, e dunque "sulla fiducia" (cosa per cui ho sempre ringraziato e sempre ringrazierò Decio e Sergio). Avevo già una ricca biblioteca sul West (adesso decuplicata) e comunque mi fu permesso di accedere a testi della collezione privata di Sergio Bonelli (fu fatto tutto studiando sui libri, non essendo ancora diffuso l'uso di Internet). Così, durante l'inverno tra il 1990 e il 1991 scrissi l'opuscolo che, credo, potrebbe risultare ancora oggi un utile vademecum per chi volesse farsi un'idea dell'eterogeneità  delle tribù indiane. Fra le voci che compilai c'era quella dedicata ai Pawnee, e fra i "sottogruppi" Pawnee scoprii, documentandomi, l'esistenza degli Skidi, una tribù che ancora in epoca zagoriana compiva sacrifici umani alla Stella del Mattino, divinità a cui era consacrato il mais (dunque si trattava di riti per la fertilità del raccolto, evidente retaggio di influssi di origine centroamericana, ereditati da Maya e Aztechi). Appresi così una storia che non conoscevo, quella vera del capo Skidi chiamato Petalesharo e della liberazione, da lui compiuta, di una prigioniera destinata a venire immolata, con la quale fu posta fine alla barbara tradizione (si trovano in rete tutti i dettagli). Mi venne subito in mente che avrei potuto prenderne spunto per la mia prima storia zagoriana con protagonisti dei pellerossa (fino a quel momento avevo scritto solo racconti "bianchi"). E così fu.


Nodo scorsoio

La scrittura di "Nodo scorsoio" coincise con un punto di svolta nella mia carriera di autore. In altre parole, ero partito pieno di entusiasmo e avevo subito bruciato le cartucce messe da parte negli anni precedenti, cioè quel piccolo gruppo di storie che avevo avuto il tempo di architettare mentre coltivavo il sogno di diventare uno sceneggiatore di Zagor. Una volta entrato a far parte dello staff, però, mi resi conto che a un vero professionista non sono richieste soltanto idee per delle belle storie, ma anche di averle a getto continuo. E' fondamentale una "generosità creativa" che porta a mettere in cantiere due, tre nuovi progetti mentre si sta ancora lavorando ai due, tre precedenti. Si deve insomma tirar fuori dal cilindro un coniglio dopo l'altro, e bisogna anche avere il coraggio di scartare i soggetti non soddisfacenti, senza accanirsi nel tentare di riciclare quel che non funziona. Dunque, arrivai presto al punto in cui pensai  che forse, sì, avevo fatto un buon lavoro con le mie prime prove ma (e qui cominciavano a tremarmi le vene ai polsi) come avrei potuto esser certo che sarei stato in grado di scrivere altri cinque, dieci, venti storie a tambur battente, una dopo l'altra, una accavallandosi all'altra? Da dove mi sarebbero venute le idee? E ne avrei avute in numero sufficiente? E di sufficiente qualità? Cominciai a temere di non avere il "fiato" per durare alla distanza, di divenire una meteora destinata a una fugace apparizione nel cielo bonelliano. Di questa mia tensione risente "Nodo scorsoio", che ricicla, in fondo, trovate deja vu e non decolla come racconto degno di figurare negli annali. Ho sempre rimpianto di aver scritto un "compitino" che mi serviva per guadagnare tempo in attesa che qualcosa dentro di me riaccendesse il misterioso rubinetto delle idee. Miracolosamente, di lì a poco ruppi il ghiaccio che mi aveva gelato per qualche mese e da allora ho smesso di andare a caccia di idee, sono loro che mi tendono gli agguati e mi sorprendono mentre meno me l'aspetto. Oggi che ho superato le cento storie dello Spirito con la Scure ho smesso di chiedermi da dove arrivano i racconti: so che arrivano, e tanto mi basta. 

Una ultima annotazione riguarda (a puro titolo di curiosità) il fatto che da pagina 12 a pagina 22 dell’albo “Tragedia a Silver Town” (Zenith 380) fatico a riconoscere la mia sceneggiatura: la sequenza con i trofei in fiamme gettati dalla finestra e quanto altro vi si vede si devono all’intervento redazionale del curatore dell’epoca, Renato Queirolo, che fu costretto a intervenire mentre io mi trovavo negli Stati Uniti in vacanza, e dunque non potevo personalmente rimediare a qualche magagna da lui riscontrata in quel gruppo di tavole (non ricordo che cosa ci fosse che non andava). Dunque, fu fatto un rimaneggiamento dell’ultimo secondo che non è farina del mio sacco (ma che comunque non peggiorò una storia non particolarmente felice).


Tragedia a Silver Town

Della quinta sceneggiatura, la mia prima per Donatelli, ricordo innanzitutto l'emozione di arrivare un giorno in redazione (all'epoca vivevo a Firenze e salivo a Milano soltanto due o tre volte l'anno), nell'autunno del 1992, e di trovarmi Franco di fronte, senza che me lo aspettassi. Non lo avevo mai visto prima di persona, ma lo riconobbi subito. Era venuto a consegnare le sue ultime tavole della nostra storia e mi fece i complimenti perché, mi disse, si era divertito a illustrarla. Auspicò di farne altre insieme e in effetti accadde con altre tre avventure. Al momento della sua scomparsa, avvenuta nel 1995, Donatelli stava appunto disegnando un mio racconto, "L'ombra sul sole", che rimase incompiuto finché, nel 2002, venne portato a termine da Roberto D'Arcangelo e comparve in un Maxi Zagor contenente i suoi due ultimi lavori, pubblicati postumi (che fui onorato di poter curare personalmente, avendo nel frattempo iniziato a lavorare a Milano, nella sede della Casa editrice). 

Sentirmi fare i complimenti da Donatelli mi emozionò a tal punto che stringendogli la mano non riuscì a balbettare che poche parole di ringraziamento: avevo di fronte a me il disegnatore di "Libertà o morte" e de "La rabbia degli Osages", non so se mi spiego, l'illustratore di strepitose copertine del Piccolo Ranger (una di esse fa bella mostra di sé, debitamente incorniciata, nella mia camera da letto, come Francesco I di Francia poteva dire della Gioconda). Quando vidi la nostra storia pubblicata, mi resi conto di che cosa avesse voluto dire Marcello Toninelli quando, in una intervista da me raccolta per un numero speciale monografico della fanzine "Collezionare" tutto dedicato a Zagor, rispondendo a una domanda in proposito, ebbe a dichiarare:  "Donatelli, per quanto mi riguarda è il disegnatore che rende meglio quello che gli scrivo. (...) Rileggendo il fumetto, al di là del parere sulla singola tavola o sulla singola vignetta, mi accorgo che le storie disegnate da Donatelli  sono esattamente come le avevo scritte".  Effettivamente Donatelli aveva questa capacità di "sposare" le idee dello sceneggiatore, realizzando al meglio il pensiero dell'autore dei testi. Una grande dote, quella di capire subito ciò che l'autore del testo gli chiede, visualizzando la pagina in sintonia con lui: una dote che Franco dimostrava sempre, con ogni soggettista con il quale si trovò a lavorare, me compreso.




L’uomo con il fucile

"L'uomo con il fucile" è la storia di Zagor con cui sono diventato maggiorenne. Oppure, se vogliamo, quella con cui ho finito l'apprendistato e ho cominciato a essere più sicuro dei miei mezzi. Dopo un paio di anni di "rodaggio", insomma, ecco la prima sceneggiatura che mi ha lasciato pienamente soddisfatto di quanto avevo fatto e per la quale ho ricevuto apprezzamenti tali da farmi capire che anche il pubblico l'aveva apprezzata. Dando i voti ai vari episodi della serie, nel loro "Zagor Index", Giampiero Belardinelli e Angelo Palumbo attribuiscono a questo racconto addirittura sei stelle, il massimo del punteggio.  A lungo, ho indicato proprio "L'uomo con il fucile" a chi mi chiedeva quale fosse, fra i miei lavori, il mio preferito (successivamente, "La palude dei forzati", una storia del 2004, ne avrebbe preso il posto salendo sul gradino più alto della mia personale top ten). 



Insomma, dopo aver più volte temuto di non essere all'altezza, di poter esaurire le idee, di non avere le spalle abbastanza larghe per reggere il peso imposto dalla serialità (che prevede la realizzazione di un episodio dopo l'altro) e dallo standard qualitativo bonelliano, a un certo punto potei rassicurarmi sul fatto di essere effettivamente tagliato per scrivere Zagor. Ci fu, proprio in quel periodo, anche un cambiamento anche nella mia vita: lasciai la mia precedente attività, il classico "posto sicuro", per mettermi a fare soltanto lo sceneggiatore di fumetti a tempo pieno. Rileggendo "L'uomo con il fucile" ho notato l'inserimento di risvolti "gialli" in una storia avventurosa, come era già successo con la "Il tesoro sepolto" (Collezione Storica n° 122) e come sarebbe accaduto ancora molte volte, essendo io un appassionato cultore di letteratura di indagini e di investigazioni.

giovedì 17 luglio 2014

IL VARCO TRA I MILLENNI


E' in edicola il Maxi Zagor n° 22, datato luglio 2014 e intitolato "Il varco tra i millenni". I testi sono miei e i disegni di Nando e Denisio Esposito. Si tratta di una storia che inizia nel 10.800 Avanti Cristo e si conclude nell'epoca zagoriana. Chi ha ha già visto gli Esposito Bros (solitamente in forza a Martin Mystère) all'opera nella serie dello Spirito con la Scure nelle due avventure da loro precedentemente pubblicate, sa quanto siano perfettamente a loro agio con il personaggi. Sia "Hawak, il crudele" che "Alla ricerca di Zagor" (questi i due racconti già usciti con la loro firma in un recente passato) hanno riscosso l'applauso degli appassionati. Questa loro terza prova, più lunga e difficile delle altre, ha visto ulteriormente migliorare il livello qualitativo sia dei disegni che dell'interpretazione. Del resto, vi basterà sfogliare l'albo per convincervene.

Le bozze di stampa de "Il varco tra i millenni"

"Il varco tra i millenni" avrebbe dovuto essere il quarto zagorone, se la serie degli Albi Giganti non fosse stata interrotta con il terzo. La chiusura delle pubblicazioni di quel formato ha riguardato anche il Dylandogone e il Nathanneverone (salvando solo il Texone) perché la Casa editrice ha ritenuto di dover puntare sul formato classico bonelliano, maggiormente premiato dal pubblico.

Leggendo la storia vi troverete di fronte a due racconti apparentemente scollegati fra di loro, uno ambientato nella preistoria, uno con protagonista Zagor. Soltanto alla fine le due trame si collegano fra di loro, in un modo che scoprirete se sarete stati abbastanza interessati da acquistare l'albo e ad arrivare in fondo. La parte che ha per protagonista un cavernicolo chiamato Whi-Koah è ispirata a un mio racconto (in prosa) che in anni lontani venne pubblicato, con il titolo di "L'ultimo grido del cacciatore" su una rivista di fantascienza chiamata "Dimensone Cosmica" e, poco dopo, addirittura tradotto in ungherese per comparire un libro che raccoglieva novelle italiane. Più o meno in quel periodo (inizio anni Ottanta) ritenni così interessante l'idea di un eroico cavernicolo in lotta contro le tigri dai denti a sciabola che scrissi un adattamento per ragazzi, intitolato "Karith": questo secondo testo vinse il primo premio in un concorso per favole per bambini organizzato a Salerno e ne fu fatto un adattamento teatrale. Oggi, Whi-Koah e il suo alter ego ragazzino si sono trasformati in un fumetto (la storia che li riguarda è comunque diversa). 



Credo che non si sia mai tentato prima, su Zagor, l'esperimento di condurre due avventure diverse senza collegamento fra loro, in una delle quali lo Spirito con la Scure non c'è. Il "gioco intellettuale" che ho voluto sperimentare consiste appunto nel trovare un contatto all'ultimo secondo che giustifichi la compresenza nello stesso albo dei due racconti. Dato che non mi è stata ancora concessa l'opportunità di scrivere un albo de "Le Storie", la vicenda ambientata nella preistoria, perfettamente autonoma di per sé, può essere letta come una dimostrazione di come me la caverei anche al fuori della serie zagoriana (è questa una domanda che mi viene fatta spesso). Un personaggio come Whi-Koah avrebbe potuto essere, del resto, anche un ottimo protagonista per una miniserie adatta non solo ai giovanissimi (come se ne fanno tante) ma anche al pubblico più maturo (come se ne fanno poche), proseguendo il ragionamento fatto di recente in questo stesso  spazio

Un altro personaggio che mi pare interessante e di cui si potrebbe pensare a un ritorno è Shane, l'acrobata fuggito con l'incasso del circo in cui lavorava. Chissà se piacerà ai lettori (immagino che i detrattori detrarranno). Gli Esposto Bros sono attualmente al lavoro su una nuova storia di Zagor in cui, comunque, Shane non ricompare (ma ricompaiono, insieme, ben due nemici ben noti a lettori).

L'idea per scrivere "Il varco tra i millenni" mi è venuta trovando su una bancarella un libro intitolato "Gli antichi abitanti delle Americhe" in cui ho trovato notizie sulle caverne di Meadocroft, in Pennsylvania (dunque a Darkwood), in cui vissero degli uomini primitivi.  Un altro fondamentale spunto è giunto dal saggio "Sciamani" di Graham Hancock, da cui ho tratto le notizie sull'utilizzo di sostanze allucinogene da parte dei cavernicoli che dipingevano scene di caccia nei recessi quasi irraggiungibili delle loro grotte. Per finire, qui di seguito trovate il testo che ho scritto per presentare "Il varco tra i millenni" nel redazionale all'inizio del Maxi. 



Cari zagoriani,

com’era Darkwood più o meno diecimila anni avanti Cristo? Non molto diversa da quella dei tempi di Zagor, fatta eccezione per la presenza, in giro per la foresta, di giganteschi bestioni lunghi due metri e mezzo, pesanti quattrocento chili e dotati di zanne di venti centimetri: gli smilodonti, noti anche con il nome di “tigri dai denti a sciabola”.  Ne vedete un esemplare lottare con il Re di Darkwood nel disegno di Nando Esposito pubblicato qua sopra. Questi predatori, oggi estinti, si trovarono di fronte anche i primi uomini che, al termine delle glaciazioni, popolarono il continente nordamericano appena liberatosi dai ghiacci. Le caverne di Meadowcroft di cui si parla nel racconto a fumetti che state per leggere esistono veramente, sulle rive di un piccolo affluente del fiume Ohio, e si trovano nella Pennsylvania occidentale. In quel luogo, nel 1973, gli studiosi hanno trovato tracce di insediamenti umani risalenti ad almeno sedicimila anni fa. 


Ciò ha dato il via a un lungo dibattito fra gli archeologi e gli antropologi, dato che veniva messa in dubbio la cosiddetta “teoria Clovis”, secondo la quale i primi abitanti del Nord America sarebbero vissuti in New Mexico soltanto alcuni millenni dopo. Nelle grotte che vedrete fra poche pagine abbiamo immaginato una “sala affrescata” con pitture rupestri: questi graffiti non esistono nella realtà (o forse, non sono ancora stati trovati), tuttavia è opinione diffusa tra gli scienziati che i nostri antenati dipingessero i recessi più nascosti delle caverne per scopi rituali, soprattutto per propiziare la caccia, e secondo alcuni lo facevano sotto l’effetto di sostanze allucinogene ritenute magiche. Come tutto ciò possa aver dato lo spunto per una avventura dello Spirito lo Scure lo scoprirete da soli. Buona lettura!

Moreno Burattini

Nando e Denisio Esposito



Un numero di Fumo di China con la copertina disegnata dagli Esposito Bros

venerdì 11 luglio 2014

RIVOGLIO BRACCOBALDO




Ho rallentato la riproposta dei miei migliori tweet pubblicati su Twitter, essendo in altre faccende affaccendato. Riprendo adesso la consuetudine, recuperando gli aforismi più divertenti o più significativi datati gancio e febbraio. Li ho divisi per argomenti in modo da rendere più agevole la lettura, e ho disposto le categorie in ordine alfabetico.  
Nel momento in cui scrivo i mie followers sono 2784. Il contatto è @morenozagor.
Le precedenti cinque raccolte (se cliccate sui titoli sono quasi certo che vi divertirete) sono state queste:

Sono buono tutto l'anno e cattivo a Natale

Da grande voglio fare il Tamagotchi (novembre 2013):







AFORISMI

Le utopie sono tutte distopie.

Non ci resta che ridere.

Troverei davvero strano trovare uno davvero normale.

L'interruttore per accendere la luce in fondo al tunnel, è in fondo al tunnel.

Si sottovalutano sempre i sottintesi.

Per quanti sforzi si facciano, le conseguenze delle nostre azioni restano imprevedibili.

Il vero problema non è parlare per luoghi comuni, ma dirli banalmente.

Per quanto lontano uno possa andare, ci deve essere un posto dove voler tornare.

Non crediamo più alle fate. Fabula rasa.

Qualcuno inventi il giubbotto antiproiettile per l'anima.

Al di là delle apparenze, nessuno è normale.

Chiedo all'universo che finisca questa sciocchezza che basta chiedere all'universo.




AMORE

L'antidoto all'essere scemi è essere scemi in due.

Il principale problema di una coppia è la mancanza di complicità.

Se le regalate le rose il 13 febbraio invece del 14, dicendo "la festa degli innamorati è tutti i giorni", fate bella figura spendendo la metà.

Se davvero l'amore fosse per sempre, la vita sarebbe meno interessante e perderemmo metà letteratura.

Se la verità che le storie finiscono fosse insegnata e accettata al posto della fiaba dell'amor eterno ci sarebbero meno omicidi passionali.




ANIMALI

Agitare una cordicella davanti a un gatto è irresistibile come cantare "Ammazza la vecchia" a Roger Rabbit.

Chi adotta un gatto poi si chiede come faceva a vivere senza.




CINEMA E TV

Non ci sono dubbi che noi che vedevamo La Pantera Rosa siamo stati più avvantaggiati dei bambini che oggi guardano Peppa Pig.

Nell'ultima puntata Don Matteo mangerà una padella di fagioli, farà un rutto e picchierà i carabinieri.
Ma com'è possibile che Trinità sia diventato Don Matteo?

Vedo per caso dieci minuti una puntata di un vecchio telefilm, "Matlock", e mi sembrano da Oscar in confronto a qualunque serial con Garko.

Rivoglio Braccobaldo.





DENARO

Quando c'è da pagare bisogna stare zitti e mutui.

La mia banca è indifferente




DOMANDE

Ma il giorno in cui metteranno fuori legge la lecitina di soia, si chiamerà illecitina?

Ma un architetto che deve arredare un bar, fa mente locale?

Ma il bancario che ogni giorno deve decidere se concedere prestiti, soffre di ansia da prestazione?

Ma Bava Beccaris si chiamava così anche prima di aver fatto strage nella folla?

Ma oltre che con la muleta, il torero scende nell'arena anche con l'amuleto?

Ma i nati a Platì, sono platinati?

Ma a Belluno c'è soltanto uno bello?

Ma nel quartiere di Stare Mesto, a Praga, se uno è allegro lo cacciano?

Ma che c'è di bello a Bellano?

Ma alle olimpiadi invernali, la cerimonia di premiazione di Zoeggeler è slittata?

Ma facendo il bagno, non vi viene mai in mente che il mare è pieno della cacca dei pesci?

Ma per essere una lettera minatoria non dovrebbe contenere una mina?

Ma voi avete mai sentito, personalmente, un medico pronunciare la frase: "Dica trentatré"?

Ma gli operai addetti all'altoforno, mangiano cioccolato fondente?

Ma prima di aver successo, Baricco era Bapovero?

Ma Francesco Baracca volava in coppia con un mio antenato?

Ma mangiare pernici è pernicioso?

Ma i legislatori mangiano sempre pasta alla norma?

Ma gli uffici delle Pompe Funebri hanno alle pareti delle Nature Morte?

Ma la spiaggia di Paraggi qualcuno sa dove si trova esattamente o tutti sanno soltanto che è da qualche parte lì attorno?





DONNE

"Un sondaggio riferisce che gli uomini dichiarano di preferire le ragazze more”. Lo dichiarano se l'intervistatrice è mora.

Ma voi donne che avete la fortuna di frequentare gli spogliatoi femminili, me lo dite in confidenza di che parlate?

Ma voi donne che avete la fortuna di frequentare gli spogliatoi femminili, in confidenza: qual è la percentuale di depilazione inguinale?

Morirò senza aver capito perché ci siano donne che si iscrivono ai corsi di danza del ventre.

Percepire il desiderio di una donna per te giova più dello Xanax.




ENIGMISTCA

Chi ha fatto sparire Ilenia Carrisi? L'anagramma del suo nome è "alieni".

Con i giochi di parole, rischi i fischi.

Con il mare grosso, rischia Ischia.

Con lo yoga, rischi gli ischi.

Che Alitalia sia una compagnia aerea marginale lo dice anche la lettura bifronte: "ai lati, là".

Anagramma per tutte le aspiranti Giuliette. Son Romeo? No! / Sono Moreno.

Bisenso. Se vuoi dire a un giardiniere di non continuare a interrare una betulla nel posto sbagliato, "piantala!" non è il modo giusto.



FIGLI E FAMIGLIA

I figli si nutrono della vita dei genitori.

L'unica spiegazione per cui deve essere così difficile una adozione è l'interesse economico nel renderla complicata.

La famiglia è la base della società nel senso che fra parenti ci sono odii, maldicenze, rancori, guerre e guerriglie come dovunque altrove.

La figlia sedicenne che dice "Babbo, portami in libreria e consigliami un libro", azzera tutte le malefatte che le avevo segnato sul conto.

La famiglia è una fortezza: può essere una difesa o una prigione.





GIUSTIZIA

Se lo Stato mi accusa a torto, mi processa essendo io innocente e giustamente vengo assolto, quanto meno mi dovrebbe rimborsare le spese della difesa.

Il bullismo è una di quelle cose per cui sarei disposto a chiudere un occhio se un gruppo di vittime di facesse giustizia da solo.

Sono favorevole alla depenalizzazione dell'omicidio nei confronti di chi fa i fari quando in autostrada si procede tutti incolonnati.

Ma se tutti sanno dove sono spacciatori, parcheggiatori abusivi o i ritrovi delle gang, perché polizia e carabinieri pensano agli autovelox?

La Corte Suprema indiana sui maró: «Decisione entro il 10 febbraio». Di quale anno?

Le condanne in Italia non dipendono dalle prove ma dagli umori e i pregiudizi di chi deve valutarle. Le stesse prove danno verdetti diversi.

Si potrebbe cominciare a disingolfare la giustizia abolendo la querela. Roba da risse di cortile.




ITALIA

Mi sorprendo a pensare, in italiano, che penso in italiano.

Al pari delle foibe mi indigna il trattamento riservato in Italia agli esuli istriani, per motivi ideologici, là dove furono costretti ad andare.

L'Italia è una Repubblica fondata sul "siamo in Italia".

Non sopporto i politici che dicono "gli italiani" (hanno capito, vogliono, non vogliono, eccetera) come se ne fossero loro gli interpreti.

L'Italia è una Repubblica fondata sui veti incrociati.

Non moriremo di burocrazia solo perché siamo già morti.





LIBRI E FUMETTI

Quando leggo a letto e sento che le palpebre cedono e il libro mi sta per cadere di mano, lotto fino all'ultimo sapendo che perderò.

Vorrei vivere un'avventura come in "Midnight in Paris" e ritrovarmi negli anni Sessanta a incontrare i fumettisti del passato.

Passi chi non legge fumetti per giocare alla play, ma non leggerli per vedere i video di Frank Matano che gioca con la sua, è inconcepibile.

L'unica cosa che gli scrittori di fantascienza non hanno mai immaginato é che nel 2014 si sarebbero letti così pochi libri di fantascienza.

Se uno in casa ha solo dei classici, vuol dire che non li ha letti.

Oggi un editore che raccontava di certi progetti in edicola si diceva contento se una sua nuova rivista venderà 3000 copie. A questo siamo.

Il 57 per cento di italiani nel 2013 non ha letto nemmeno un libro. Del restante 43 per cento, il 57 per cento ha letto solo "La smorfia".

Quando vedo "La smorfia" in libreria, faccio una smorfia.

Isaac Asimov è morto a 72 anni. Liala a 98. È evidente che Dio non c'è.






MATRIMONIO

Ma con quel che costa il divorzio, perché la gente si sposa?

Non si tradisce la moglie con una più bella, ma con una che consola di più.

Spero che quando un giudice divorzista divorzia, i suoi colleghi diano due terzi dei suoi introiti alla moglie come a tutti i comuni mortali.

Giustamente si chiamano "unioni civili" perché il matrimonio è una unione incivile.





ME STESSO

I cappuccini e i caffè con la schiuma decorata aumentano i miei sensi di colpa perché bevendoli distruggo la decorazione.

Sono sempre in minoranza perché parlo solo per me stesso.

Il problema non è perdere il sonno alle due di notte, è ritrovarlo alle sette di mattina.

La mia posa nelle due ore che seguono il rientro a casa dopo il lavoro, disteso sul letto, è quella dell'uomo vitruviano.

Almeno del cinquanta per cento delle reazioni che la gente ha nei confronti delle mie azioni mi sfugge il significato e la motivazione.

Il mio santo protettore é San Qualcuno.

Mi servirebbe un telefonino che risponde a tutti con una voce registrata: qualunque cosa abbiate da dire, potete scriverla con un messaggio.

Io solo su una spiaggia deserta senza ombrelloni, cabine e punti di ristoro all'orizzonte, e alberi alle spalle, mi sentirei in pericolo.

I miei castelli in aria sono così in aria che non ci arrivo neppure io.

Io sono io ed è inutile cercare di cambiarmi.

Odio quando sogno situazioni misteriose intriganti come film e mi sveglio prima di sapere come vanno a finire.





MORTE

Il vero problema che avrò nel morire sarà arrivare preciso dopo aver finito un libro e prima di iniziarne un altro.

"Muore folgorato mentre tenta di rubare rame": lo compatisco come chi muore per i botti di capodanno.







POLITICA

Il fatto che fra le ministre non ci sia Valentina Nappi non depone a favore del nuovo governo.

Sono contento di non aver avuto io l'incarico di formare il nuovo governo perché così mi sono evitato le consultazioni con gente tristissima.

Se si comincia a discutere di politica dicendo "noi" e "voi", io dico "io" e me ne vado.

Se il mio amministratore di condominio assumesse cento giardinieri quando ne basta uno, il mio palazzo lo licenzierebbe. I politici invece lo fanno e ce li teniamo.

Nessun talk show politico ha mai fatto cambiare idea alle opposte tifoserie.

Le malefatte delle amministrazioni pubbliche sono tollerate di buon grado dagli iscritti al partito del sindaco.

Passi per i ministri, ma che ci vanno a fare all'estero le delegazioni di parlamentari, a parte comprare il magnete da mettere sul frigo?

Il discorso di Capodanno del Presidente della Repubblica dovrebbe essere sottotitolato con il vero significato di ciò che sta dicendo.

Lo scopo della politica non è fare il bene del paese ma far lavorare le ditte amiche.





RELIGIONE

La differenza tra un islamico e un induista è che il primo si inginocchia verso La Mecca, il secondo verso la mucca.

Perché quelli di Terni non fanno un business con San Valentino come in Puglia con Padre Pio?

Dio non è morto, si è suicidato.

Se avessi un padre spirituale, avrei paura di fargli perdere la fede.

Con tutto il rispetto, il 90 per cento dei presepi sono orrendi.




SCUOLA

La prof di matematica una volta ci diede da risolvere a casa, per Natale, una espressione con le lettere, la cui soluzione era: a u g u r i.

Quando, al ginnasio, la prof mi invitava la declinare "rosa rosae" io prendevo tre perché declinavo l'invito.

Quel che so di Storia dell'Arte non l'ho imparato a scuola.

I Malavoglia imposti a scuola li ho letti di malavoglia.




SESSO

Che cosa triste buttar via dei preservativi scaduti.

Se non fosse per le paturnie degli omofobi, non mi accorgerei neppure degli omosessuali.

“Cassazione: niente sesso con la moglie, nessuna colpa se lei va con l'amante”. Chi c'era a presiedere la Corte, Lapalisse?







UMORISMO

Non ho mai capito perché una volpe dovrebbe essere attratta dall'uva invece che dalle galline.

L'essenza dell'umanità è l'olio di scemi vari.

Io sarei stato condannato a un anno con il condizionale.

Il Big Bang è stato un grande spettacolo perché aveva un cast stellare.

Poirot aveva le cellule grigie e Miss Marple la cellulite rosa.

I baristi che fanno le decorazioni sulla crema del cappuccino devono essere gli stessi che la notte vanno in giro con lo spray a scarabocchiare i muri.

Il cinema talebano è una barba.

Io la giornata della memoria non mi ricordo quand'è.

Sui mezzi pubblici si sta stretti come sardine, e conviene essere magri. Ecco perché si chiamano autobus di linea.

Gli arabi si sono fatti soci di Alitalia perché il nome comincia per "Alì".

Ma che se ne fanno gli arabi di Alitalia, loro che hanno i tappeti volanti?

La Guardia di Finanza sequestra capi in finto cashmere, in realtà fabbricati con pelo di topo. Con la "o", se ho capito bene.

Vorrei fare qualche battuta sul calciatore Immobile ma io mi chiamo Burattini.

Il calendario di Frate Indovino aveva previsto neve sulle Alpi nel mese di febbraio. Chiaroveggenza allo stato puro.

Come dicono gli alpinisti che partono per scalare una vetta delle Ande? "Andiamo!".

Non so perché, ma sono istintivamente prevenuto contro il profumo di sandalo.

Il lavoro indefesso è fesso.




VERITA’

Quelli che sono convinti di avere sempre ragione, hanno torto.

Per scegliere da che parte stare bisognerebbe che fra le alternative ci fosse quella che preferirei.




VITA

Quando vedi la luce in fondo al tunnel, vedi anche il tunnel successivo

Regola numero uno, non autoflagellarsi. Regola numero due, non rimuginare. Regola numero tre, assecondare l'istinto. Regola numero quattro: smettere di chiedere scusa a tutti.  Regola numero cinque: convincersi che i vaffanculo altrui sono complimenti.

Gli uomini senza palle ricevono più calci nelle palle degli uomini con le palle.

Con tutto quelli che c'è da leggere, da vedere, da sentire, da annusare, da toccare e da mangiare, annoiarsi è impossibile.

Talvolta la sfiga non è nel non avere una vita sociale, ma nel tipo di vita sociale che si ha.

Crescere deve servire solo a garantirsi il diritto, conquistandosi libertà e autonomia, di restare bambini.



domenica 22 giugno 2014

NON E' UN'EDICOLA PER VECCHI



Stiamo vivendo tempi molto duri per l’editoria, in generale. Scendendo nel particolare, i fumetti non fanno eccezione. Si direbbe che gli italiani abbiamo deciso di smettere di leggere. Benché i dati di vendita facciano ancora sembrare la Sergio Bonelli Editore un’isola felice, la situazione è preoccupante e le prospettive lo sono ancora di più. A parte Tex e Dylan Dog, nessuna nostra testata vende più di cinquantamila copie al mese, anche se Zagor  meglio di altre serie resiste all’inesorabile erosione (senza che questo consenta di stare allegri). 

Si può dar colpa al pessimo andamento dell’economia, che mette la gente in condizione di dover scegliere (ma allora la gente, evidentemente preferisce tagliare le spese più basse, come i fumetti, invece che quelle più alte, come i videogiochi o i gadget elettronici). Si può dar colpa all’abitudine di passare il tempo sui social network invece che con della carta stampata in mano (ma allora non si spiega perché i social network non diventino veicolo di propaganda per i nostri prodotti, visto che autori ed editori sono in massa a cercare proseliti sul Web). Si può dar colpa alla diffusione degli e-reader, cioè  agli apparecchi per leggere in video anziché su carta (ma allora non si spiega perché i fumetti in  versione digitale vendano comunque pochissimo). Si possono dare tante colpe a tante cose, ma di sicuro non si può dar colpa alla scarsa qualità dell’offerta, perché mai ci sono stati in Italia così tanti fumetti mediamente così ben fatti. 

Ogni casa editrice reagisce alla crisi con proprie strategie. Di solito, la tendenza è di andare a cercare lettori fra i giovani che non sono più abituati a leggere: ecco perciò testate fatte su misura per coloro che giocano ai videogames o sono attratti dalle tante modalità di fruizione del fantasy. Si punta cioè a trovare nuovi acquirenti tra coloro che non fanno parte del pubblico tradizionale degli eroi di carta. Il che, ovviamente, è giustissimo. Tuttavia, i risultati non sono quelli sperati: sembra che chi non ha mai letto fumetti non ne sia attratto a priori. A chi è appassionato di videogiochi, dei comics non gli importa qualunque cosa gli venga proposta (almeno, questa è la mia impressione). Costoro, peraltro, non sono neppure abituati ad andare in edicola, per cui gli si può preparare la saga più bella del mondo, ma loro non la vedranno mai perché fisicamente non vanno là dove la si mette in mostra. 

Ciò detto, passo a raccontare un aneddoto che mi permetterà di proseguire il ragionamento. Abituato ad andare dovunque venga invitato, proprio perché ci tengo a promuovere le pubblicazioni bonelliane e il mio lavoro, ho partecipato di recente a un dibattito a Borgotaro, affollato come per fortuna spesso mi capita (il calo generale delle vendite non corrisponde a un calo dell’entusiasmo del pubblico zagoriano). Rispondendo alle domande degli intervenuti, un signore di mezza età (tra i cinquanta e i sessanta anni), molto coinvolto nella discussione e palesemente interessato all’argomento, mi ha chiesto: “Perché in edicola non ci sono i bei fumetti di un tempo? Io vorrei leggerli, ma mi sembra che le belle serie di una volta non si trovino più”. Non si riferiva a ristampe dei vecchi eroi, ma proprio a nuove proposte in grado di appassionarlo, fatte alla vecchia maniera. Io ho risposto che la sua era una illusione ottica, perché, appunto, di proposte ce ne sono a bizzeffe: basta pensare alla quantità di testate della Sergio Bonelli (assai di più di quelle degli anni Settanta), alle quali si possono aggiungere quelle Disney, dei supereroi, dei manga; il problema forse sta nel fatto che le edicole espongono sempre meno i fumetti, e in ogni caso non tutte le collane arrivano in tutti i chioschi (persino per trovare una copia di uno Speciale Zagor un amico della Val Camonica è dovuto scendere fino a Bergamo). 

Però, poi, ho riflettuto sulla cosa e mi sono convinto che ci potrebbe essere anche un’altra spiegazione: il nostro amico lettore è convinto che non escano più fumetti come, facciamo l’esempio, Mister No, perché semplicemente non li riconosce come tali. A forza di fare fumetti per i ragazzi che giocano ai videogames o per gli internauti aggiornati sulle nuove tendenze, ci siamo dimenticati dei vecchi lettori. Quelli cioè che vanno in edicola. I lettori che avevamo, e che siamo andati perdendo, forse stentano a identificare le copertine dal taglio cupo e moderno di certe nostre proposte con il “bel fumetto” che loro vorrebbero. A furia di rincorrere le mode, non stiamo soddisfacendo chi cerca la tradizione. Ci rivolgiamo ai ragazzi che (come i miei figli) non si accosterebbero alle rivendite di carta stampata neppure sotto la minaccia delle armi, invece di rivolgerci (anche) a chi continua tutti i giorni a comprare il giornale. Un pubblico che non sarà più numeroso come quello di un tempo, ma che esiste e forse è deluso. 

Fermo restando l’obbligo di cercare di rivolgerci ai giovani ipertecnologici, e quello di provare in tutti i modi di allargare la platea anche alle nuove generazioni, non si può fare lo sbaglio di perdere le vecchie. Chissà se affiancando alle nuove testate anche una proposta più “tradizionale”, immediatamente riconoscibile come tale fin dai colori della copertina e dal modo con cui si scrivono i titoli, non si potrebbe recuperare qualcuno della vecchia guardia. Chissà inoltre se, a costoro, non si potrebbero aggiungere anche dei giovani incuriositi o dalle letture dei padri e dei nonni o dal taglio vintage (e dunque insolito) della novità editoriale. In fondo, le storie “semplici”, alla vecchia maniera, possono essere lette da tutti; quelle “complicate”, alla nuova maniera, sono più difficili da decifrare. “Semplici”, si badi bene, non vuol dire “banali”. Non erano “banali” le storie di Guido Nolitta, tanto per dare un punto di riferimento, ma certamente erano fruibili da tutti.

sabato 14 giugno 2014

L'INIZIO DI TUTTO



Torna in edicola, riproposto a colori dalle Edizioni If dopo ventitré anni, il mio primo Speciale Cico, “Cico Trapper”. Venne pubblicato originariamente nel maggio del 1991, e all’epoca uscì in perfetta concomitanza con la mia storia di esordio sulla collana "Zenith". Si trattò, insomma, di un doppio debutto.  Come consuetudine, ho scritto per Gianni Bono (il direttore delle Edizioni If) una breve postfazione a “Cico Trapper”, in cui, per mancanza di spazio, non sono riuscito però a infilare tutto quello che avrei voluto. Consentitemi dunque di farlo qui. Tanto per cominciare, ripeto quello che più volte ho già avuto modo di dire: considero i miei diciannove albi di Cico tra le cose migliori che abbia scritto, e forse, complessivamente, la cosa migliore in assoluto. Si tratta di albi di 128 tavole pieni di gag, di sketches e di battute e, credetemi, non è stato facile tirare fuori dal cilindro le scenette e le spiritosaggini con cui ho infarcito ogni singola pagina. 

A volte andavo a letto, la sera, con l’incubo di non trovare idee per il giorno dopo, quando mi aspettava il proseguimento di qualche volumetto cichiano. Poi, al mio risveglio, la mattina, sceneggiavo invece le disavventure del messicano come se fossero una commedia comica che avevo avuto da sempre davanti agli occhi. Quando infine vedevo le tavole illustrate da Francesco Gamba che arrivavano in edicola, ridevo di cuore e il ricordo dell’ansia e della fatica che mi erano costate svaniva come nebbia al sole. Tutto ciò serve a chiarire il senso della mia affermazione di partenza, quella cioè della mia soddisfazione di fronte al lavoro che ho svolto su Cico: per quanto possa sembrare il contrario, è più semplice scrivere una avventura drammatica che sceneggiare qualcosa di comico, e per ogni dieci sceneggiatori bravi nel congegnare una scena d’azione ne conosco uno in grado di gestire uno sketch comico. 

Mi perdonerete, almeno lo spero, questa mia piccola autocelebrazione: ogni tanto bisogna anche farsi coraggio da soli dato che di complimenti il mondo è sempre più avaro (e soprattutto là dove si lavora spesso le gratificazioni mancano del tutto). In ogni caso, di recente, a Zagabria, un lettore croato mi ha portato proprio una edizione locale di “Cico Trapper” dicendo che era il fumetto più comico che avesse mai letto. Sicuramente non è vero, e in realtà io stesso preferisco altri miei Cico a quello (e altri fumetti comici ai miei Cico), ma fa piacere pensare di aver regalato qualche sorriso in giro per il mondo. Scrivere gli speciali del pancione comportava anche doverli sottoporre al vaglio severissimo di Sergio Bonelli in persona, che li esaminava con una attenzione che mi sorprendeva sempre: ma come, dicevo, ci sono fumetti bonelliani che vendono mezzo milione di copie, come Tex o Dylan Dog, e Sergio si concentra così tanto, al punto da commentare ogni singola vignetta, su una piccolo cosa come gli albi di Cico? Eppure così era: li sentiva “suoi” e li voleva controllare calibrando le battute e le gag su ciò che faceva ridere lui. Il che non era facile, dato che tutti ridiamo di cose diverse. A volte, battute che io trovavo esilaranti venivano cassate. Altre volte, era lo stesso Sergio a suggerirmi una gag o il modo di risolvere una situazione (e in questi casi aveva ragione, migliorando la scenetta). Credo che nessun mio albo lo abbia del tutto convinto (era difficilissimo soddisfarlo, in generale), però la collana è passata da annual a semestrale per un lungo periodo e se anche l'editore mugugnava perché certi sketch non lo aveva soddisfatto, poi ogni volta mi chiedeva che fossi io a continuare la serie.  Ero il primo, per cercare di tirare un po’ il fiato, a chiedergli di essere sostituito, e per due volte ci riuscii (e un paio di storie vennero scritte infatti  da Tito Faraci), ma poi venivo di nuovo richiamato in servizio. Quando, nel 2007, con “Cico & Company”, venne chiusa la collana, le mie storie erano state diciannove (su un totale di ventisette). A distanza di anni, sarei pronto a ricominciare a scriverne delle altre, se me lo lasciassero fare.

Ma veniamo a “Cico Trapper”. L'idea di far vestire al messicano i panni del mountain-man in uno Speciale era stata dello stesso Nolitta, che aveva parlato dell’ipotesi di un albo così intitolato già molti anni prima. Mi pare che fosse accaduto nella rubrica della posta di un albo “Zenith” o di un “TuttoZagor”: rispondendo a un lettore che gli chiedeva perché dopo “FantaCico” (uscito nel 1983) ci fosse stato un lungo periodo di silenzio, Sergio disse che gli sarebbe piaciuto continuare con un albo intitolato  “Cico Trapper”, che aveva in mente ma che non  trovava il tempo di scrivere.  Così mi sono proposto di scriverlo io (senza nella sapere di quali fossero i progetti di Bonelli, ovviamente), realizzando una nuova storia sul passato del pancione prima dell'incontro con Zagor (e cioè sulla falsariga dei primi quattro albi nolittiani). Nel 1990, l'editore aveva affidato la realizzazione di un numero (il primo dopo sette anni) a Tiziano Sclavi, ma “HorrorCico” era risultato una prova d’autore al di fuori da canoni, in cui la personalissima calligrafia del creatore di Dylan Dog si riconosceva in ogni pagina. Così, proprio per riportare la serie nel seminato Sergio pensò a me come alfiere della nolittianità, correndo il rischio di ricorrere a un novellino. Mi seguì passo passo nella sceneggiatura, volendo leggere tutte le gag in anteprima e sconsigliandomene alcune in favore di altre. La prova andò bene, dato che mi fu subito commissionato un albo per l’estate successiva, e da lì in poi divenni in qualche modo titolare della testate. 


Non ho idea del perché taluni detrattori si siano incaponiti nel ritenere il “mio” Cico diverso da quello di Guido Nolitta, come mi è capitato di leggere da qualche parte. Ho versato fiumi d’inchiostro scrivendo sui forum per dimostrare come ogni mia gag sia in qualche modo puntualmente paragonabile a un modello nolittiano, ma alla fine se le capocciate di Nolitta facevano ridere e le mie (identiche) no  vuol dire che c’è un pregiudizio nel commentatore e allora pazienza. Del resto, se a Sclavi e a Faraci è stato consentito far ricorso al proprio personale umorismo, me lo consento da solo anche io e buonanotte suonatori. In ogni caso, tornerò sull’argomento commentando i prossimi Speciali (cosa che mi propongo di fare).

Giusto per fare, però, un po’ di sana polemica fin da subito, rispondo dopo oltre venti anni alla stroncatura di “Cico Trapper” che fece “Fumo di China”. Non ricordo chi fosse il feroce critico ma fu scritto che l’albo aveva il grave torto di  concatenare soltanto una sequenza di gag, mancanti di un vero e proprio filo conduttore.  Ora, a parte il fatto che, secondo me, il filo conduttore c’è, mi chiedo se il recensore avesse mai letto “Cico Story” o “American Cico”, i primi due albi della serie, scritti da Nolitta. Quelli sì che inanellavano gag senza un solido filo conduttore, addirittura cambiando continuamente scenario e argomento. Io, almeno, mi ero attenuto rigorosamente al tema. Inoltre, “Fumo di China” contestava il fatto che Cico raccontasse a Zagor le sue disavventure accadute a un rendez-vous di trapper, mentre ne "I cacciatori di uomini" (il n° 29 della serie) Cico stesso giungeva a un rendez-vous insieme allo Spirito con la Scure e sembrava non sapere di che cosa si trattasse, al punto che l'amico doveva spiegarglielo.  L’obiezione è, mi si consenta, particolarmente peluovista, ma trascura parecchie considerazioni che vado subito a svolgere. 

In “Cico Story”, Nolitta ci racconta come Cico abbia parecchi tra fratelli e sorelle (per l’esattezza è l’ultimo di otto figli); però nell’albo "La Freccia Mortale" (Zagor n° 62, scritto dallo stesso autore) Cico dice di essere figlio unico. In questo caso, la contraddizione è nolittiana: nessuno l’ha mai rinfacciata, com’è naturale. Cico è bugiardo, oppure disposto a fornire version alternative della realtà per amor di battuta (più che bugiardo è un artista, oserei dire, dato che l’arte è tutta una finzione). Dunque esiste almeno un precedente in cui un particolare della serie regolare contraddice un particolare degli Speciali. La contraddizione, però, può essere benissimo sanata con un semplice ragionamento. Il fatto che Cico dovesse vestire i panni del trapper venne deciso, come ho già spiegato, non da me ma da Bonelli,  che avrebbe voluto scrivere lui quello speciale e poi non lo fece mai. Dunque, secondo l'intendimento nolittiano (cioè del creatore del personaggio) Cico aveva vestito i panni del trapper. Ora: com'era possibile concepire un albo che parlasse della vita dei trapper senza far vedere un rendez-vous? Chiaramente, un rendez-vous andava inserito, a costo di creare una incongruenza. Incongruenza che poi, se vogliamo, possiamo superare semplicemente dicendo che in "I cacciatori di uomini" Cico fingeva di non sapere nulla dei rendez-vous per non dover raccontare a Zagor le sue figuracce nei panni del mountain men. 

Del resto, anche nella serie regolare era stato detto che Cico aveva fatto il cacciatore di pellicce, dato che nell’albo “La nave pirata” (n° 65) un certo Donald Destry ricorda alcune disavventure vissute con il messicano prima che questi incontrasse Zagor (avevano messo su insieme un allevamento di castori). Cico non aveva mai raccontato niente allo Spirito con la Scure proprio perché ne aveva combinato un disastro (i castori, fuggiti dall’allevamento, avevano fatto crollare un ponte): dunque il pancione, cosa acclarata e divenuta ortodossia essendo invenzione nolittiana, preferisce non ricordare nulla del suo passato nei panni di trapper, ed è per questo che, ne “I cacciatori di uomini”, finge di non sapere che cos’è un rendez-vous. Donald Destry torna alla ribalta anche in “Cico Trapper” e questo testimonia il mio sforzo per far combaciare tutti gli elementi del puzzle, sforzi che si sarebbero moltiplicati negli albi successive, così che le storie finiscono per creare una vera e propria, coerente biografia del messicano, dalla nascita fino all’incontro con lo Spirito con la Scure. Non solo: tutti i miei albi di Cico si sono basati su una solida documentazione, nascendo dalla lettura di libri e dalla vision di film, cosa forse insospettabile per dei racconti comici (e di sicuro non sospettata dal recensore di “Fumo di China”).

All'inizio della storia si parla di un villaggio chiamato St. Marcel, posto sulle Green Mountains, nelle cui vicinanze scorre il File Creek. E' chiaro che si tratta di S.Marcello Pistoiese, sull'Appennino tosco-Emiliano, nelle cui vicinanze scorre il Torrente Lima (esatta traduzione) e dove sono nato io. L'emporio di Joe Rubidoux dove Cico compra l'attrezzatura compare nel romanzo di R.W.Thorp e R. Bunker intitolato "Crow Killer", e tradotto in italiano come "Corvo Rosso non avrai il mio scalpo" (insomma, il libro da cui è stato tratto il film con Robert Redford "Jeremiah Johnson", anch'esso tradotto come "Corvo Rosso eccetera eccetera"). Il libro, incredibilmente più crudo e drammatico del film, racconta in maniera molto documentata la vita dei trapper, e fornisce una versione romanzata della vicenda umana di un personaggio veramente vissuto (almeno si crede): Jeremiah Johnson, detto "mangiafegato". Il libro comincia così: "Una mattina di maggio del 1847, gli indiani Crow uccisero e scotennarono la moglie incinta di Jeremiah Johnson, il quale per molti anni a venire uccise e scotennò indiani Crow, per mangiarne poi i fegati crudi. Egli non li mangiava per fame, ma per principio: e l'intera storia della sua vita può suggerire di quale principio si trattasse".  

Ma ecco poi come prosegue, qualche paragrafo più giù: "Nel tardo pomeriggio di un placido giorno autunnale del 1843, il bastimento Thames, in arrivo da St.Louis, approdò al famoso molo di St.Joseph. Mentre la passerella scendeva, e poi nello sbarcare, i passeggeri si trovarono sotto gli sguardi scrutatori di cittadini oziosi, e guerrieri indiani dgli occhi piccoli e scintillanti in cerca di chissà che cosa, e ciurmaglia bianca che sperava in un lavioro occasionale che valesse il prezzo di una bevuta. (...) Se conversò con gli altri passeggeri del Thames, il giovane Johnson sentì probabilmente parlare del vecchio trafficante che aveva fondato la città, Joe Robidoux, rugoso e curvo frontierman dagli occhi astuti, capace d'imbrogliare non soltanto il furbo concorrente come Manuel Lisa, ma persino il suo proprio figlio. (...) Un fucile Hawken calibro 30, nuovo di zecca, costò a Johnson cinquanta dollari, ossia il doppio del prezzo a St.Louis. Quanto alle trappole, scoprì in seguito di averle pagate cinque volte il loro valore. E il pony comanche che fu condotto nel cortile da un indiano Pawnee, e dal trafficante fu garantito capace di correre meglio di qualsiasi cavallo a settentrione del Texas, costò altri cinquanta dollari. (...) A metà mattina, a cavallo del pony comanche e col bagaglio caricato dietro la sella cheyenne, Johnson partì, osservato dal vecchio Joe, che ridacchiava nell'intascare il suo bottino".

Nel film con Robert Redford, l'emporio di Robidoux si vede sullo sfondo, come insegna, ma il regista Sidney Pollack non indugia nel mostrarci il vecchio mercante e gli acquisti di Jeremiah. Ci fa vedere il novello trapper che, lasciato il battello, parte subito verso i monti dopo aver comperato le attrezzature. Il romanzo di Thorp e Bunker, invece, come abbiamo letto, spiega bene chi era Robidoux, com'era il suo emporio, e come il furbastro conduceva i suoi affari. E' chiaro che l'inizio di "Cico trapper", a partire dall' arrivo del battello e della discesa dei passeggeri, è ispirato al romanzo più che al film, e la scena dell'imbroglio fatto da Rubidoux a Cico è la trasposizione in chiave umoristica della realtà presentata dal libro. Il nome di Robidoux è stato cambiato in Rubidoux perché ricorda "rubare". Del libro vengono conservati anche il pony (che diventa un asino) e l'indiano assistente del mercante (che resta un indiano). Anche Bear Claw, il primo trapper incontrato da Cico sulle montagne, è un personaggio del romanzo, che si ritrova poi anche nel film. E proprio dal film è stata ispirata la gag di Cico che spara in aria per attirare gli indiani: nella pellicola, naturalmente, Bear Claw raccomanda il silenzio per non far giungere i pellerossa e Robert Refdord sta zitto, poi gli indiani arrivano lo stesso e la storia prende binari diversi, ma c'è comunque un intento parodico ben preciso che sfugge a chi non conosce il film di Pollack.

La gag di Cico che si arrampica su un albero e i castori glielo fanno cadere è ispirata a una scena analoga di Nolitta (in cui la vicenda era diversa) di un albo fra i primi venti o trenta della serie (che adesso non ricord). Credo di aver migliorato la gag di Nolitta perché io faccio salire Cico sull'albero proprio per cercare i castori, e il fatto che i castori lo abbattano (sono loro a trovare lui) rende lo sketch più divertente di com'era nell' originale, quando Cico era salito sull'albero per tutt'altra faccenda. A pagina 45 Cico fa riferimento a un certo professor Von Handcuff: Handcuff significa "manette", e dunque ho voluto citare il nome del mio amico Francesco Manetti, con cui in quell periodo realizzavo la fanzine “Collezionare” e con il quale avrei fondato di lì a poco la rivista “Dime Press”.  Le gag delle api mi sono venute in mente ripensando a una risposta data da Marcello Toninelli in un'intervista fatta da Collezionare. Toninelli diceva che ormai le gag di Cico erano state tutte scritte, e che restava da farne solo una su Cico apicultore. Mi sono messo a pensare a che cosa poteva succedere a Cico alle prese con le api, e anche se non le alleva ma vuole solo prendere del miele, ho scritto quello chesi legge nell'albo.  La gag dell'orso che abbatte la porta, schiacciando Cico a terra, e poi imperversa nella capanna dei trapper è ispirata a una scena simile di un film con John Candy e Dan Aycroyd intitolato (in italiano) "Non è stata una vacanza, è stata una guerra". Altro non ricordo, ma forse ho ricordato fin troppo. Buona lettura, se leggerete “Cico Trapper”, o lo rileggerete.