martedì 26 agosto 2014

CICO CONQUISTADOR






E' in edicola l'ottavo numero della ristampa a colori degli albi di Cico, pubblicata dalle Edizioni If. La collana, ottimamente confezionata, ha prima riproposto i cinque episodi realizzati tra il 1979 e il 1983 da Guido Nolitta e Gallieno Ferri, poi è passata all'unico albo realizzato da Tiziano Sclavi, "Horror Cico", del 1990, quindi è arrivata a ripubblicare le mie prime storie. Due mesi fa era stata la volta di "Cico Trapper", adesso tocca a "Cico Conquistador". Ho già spiegato come io consideri (a torto o a ragione) i miei diciannove speciali dedicati al messicano più simpatico del mondo tra le cose migliori che abbia mai fatto, e già parlando del titolo precedente ho dimostrato quanto sforzo di elaborazione e di documentazione ci fosse dietro a storie apparentemente semplici e nate solo per far ridere (cosa, peraltro, estremamente difficile, soprattutto per chi dovesse, come io dovevo, passare il vaglio severissimo di Sergio Bonelli - un argomento, questo, che ho approfondito nell'articolo precedente).

In "Cico Conquistador" la sfida era mettere in parodia drammatici eventi storici,  personaggi realmente vissuti e reali usi e costumi aztechi. Per realizzare il racconto , sia io che Francesco Gamba ci siano documentati moltissimo, e l'albo è infarcito di riferimenti (a volte invisibili ai più) a testi storici come quello di William Prescott, il classicissimo "La conquista del Messico". Il più grosso difetto di questo speciale, che pure è stato apprezzato da molti, è forse proprio quello di seguire troppo da vicino la realtà dei fatti a discapito della libera invenzione. Ricordo le critiche in tal senso sia di Decio Canzio che di Sergio  Bonelli appunto perché, a loro avviso, il racconto finiva per essere troppo didascalico. Invece, Francesco Coniglio, che mi telefonò appena uscito, se ne dichiarò entusiasta.  

Cortés a Tenochtitlan 
"Cico conquistador" uscì per la prima volta nell'estate del 1992, in occasione delle celebrazioni del cinquecentenario della scoperta dell'America. Nel medesimo anno apparve in edicola anche uno Speciale Zagor a mia firma (illustrato a Gallieno Ferri), intitolato “Il segreto di Cristoforo Colombo” e realizzato proprio per quegli stessi festeggiamenti.  Tutti e due i “fuori serie” estivi dello Spirito con la Scure, insomma, celebrarono l’avvenimento rifacendosi a precisi fatti storici (ci fu anche una storia di Martin Mystère dal titolo "La quarta caravella", ma fui lieto di aver battuto Alfredo Castelli, sempre molto attento a queste ricorrenze, due a uno). Per la prima volta negli albi di Cico, il  protagonista del racconto non è il buffo pancione, ma un suo antenato giunto in Messico al seguito di Hernan Cortés, detto il “Conquistador”.  L’idea mi venne in mente pensando alla frequenza con cui il nostro paffuto eroe ricorda i suoi avi conquistadores: perché, mi chiesi, non raccontare appunto di un tris-tris-trisavolo aggregato alla spedizione spagnola che sottomise l’impero azteco?

"La conquista del Messico" è un saggio che  risale alla fine dell'Ottocento, ma è ancora oggi validissimo: si sono scoperte nuove carte e nuovi documenti, ma non si è aggiunto nulla di inedito alle notizie sull'impresa di Cortés che il Prescott aveva dato. Per di più, Prescott scrive con uno stile accattivante e piacevolissimo, e la descrizione della conquista dell'impero azteco così come lui la fornisce è molto gradevole e interessante da seguire. Quasi tutte le parole messe in bocca a Cortés durante le sequenze didascaliche o basate su fatti storici sono quelle che il capo dei conquistadores pronunciò davvero. Per esempio, è più o meno esatto il discorso fatto da Cortés quando pose la prima pietra di Veracruz. E' più o meno esatto il suo commento davanti allo scudo d'oro grande come una ruota di carrozza e raffigurante il sole che gli venne inviato da Montezuma insieme a una ambasceria ("Varrà almeno ventimila pesos!"). 

Tenochtitlan prima della distruzione: "una delle città più belle del mondo"
Dopo la distruzione della capitale Tenochtitlan, Cortés si dispiacque davvero di aver raso al suolo "una delle più belle città del mondo". Un altro particolare corrispondente a verità è il fatto che Cortés fosse pieno di cicatrici in seguito a duelli fatti con mariti, fidanzati o fratelli di donne da lui sedotte o insidiate, dato che il prode Hernan era un grande amatore. Sono storiche le figure del governatore di Cuba Velasquez e soprattutto quella di Malinche, la bellissima azteca amante di Cortés che gli faceva da interprete (venne ribattezzata dagli spagnoli "donna Marina" e diede a Hernan due figli). E' storica anche la figura di Melchorejo, altro indigeno interprete dei conquistadores.

Cortés e Malinche

Poiché la lingua degli aztechi, il nauhatl, è ancora oggi parlato in Messico e in altri stati del centro America, ho cercato di usare vere parole nauhatl quando qualcuno parla in quella lingua. Non si tratta di discorsi in lingua con senso compiuto, ma i vocaboli sono reali.  In particolare, sono vere parolacce nauhatl certe imprecazioni messe in bocca a certi personaggi aztechi.
  
L'incontro fra Cortés e Montezuma (accanto al Conquistador, Malinche)

L'arazzo di piume (la tessitura delle piume era un'arte in cui eccellevano gli aztechi, esattamente come si dice nell'albo) che si vede a un certo punto nell'albo, e che Cico distrugge con uno starnuto, esiste veramente: è conservato in un museo di Vienna e rappresenta un lupo. E' un cimelio che ci è stato tramandato dei doni realmente fatti da Montezuma a Cortés nel corso delle varie ambascerie fatte mentre i conquistadores si avvicinavano a Tenochtitlan e Montezuma non sapeva che pesci prendere (si chiedeva se gli spagnoli erano uomini o dei, proprio come lo si vede fare nell'albo: poi vede Cico e capisce che non possono essere divinità!). 

Ancora una interpretazione della stessa scena
Un altro libro fonte di grande ispirazione è stato "L'Azteco", di Gary Jennings. Si tratta di un romanzone di storico di più di mille pagine, ma che si legge tutto d'un fiato perché è molto avvicente. Racconta l'impresa dei conquistadores vista con gli occhi di un azteco, tale Mixtli, dignitario della corte di Montezuma. Tutte le curiosità della vita a Tenochtitlan sono tratte da lì (per esempio, che i semi di cacao erano usati come moneta, e che gli abitanti della capitale andavano matti per la neve mangiata come fosse un gelato, o che dormivano sulle stuoie e non sui letti, o che le donne strabiche erano considerate belle).

Rileggendolo a distanza di ventidue anni ho notato alcuni interventi del mio supervisore di allora, Renato Queirolo (credo sia sua la rielaborazione di una gag in cui Cico vestito da donna combina involontariamente dei disastri a danno di miss Oldmaid, spruzzandole profumo negli occhi e facendola scivolare sulla crema per le mani: avevo immaginato la faccenda in modo un po' diverso). In ogni caso, mi sono divertito e credo che la lettura, oltre a strappare qualche sorriso, possa insegnare perfino qualcosa.

venerdì 22 agosto 2014

IL SECONDO TERZO GRADO


Per quasi dieci anni ho risposto alle domande di un "filo diretto" sul forum zagoriano SCLS (esiste comunque una rubrica analoga anche sul forum degli amici di ZTN), fornendo notizie e anticipazioni riguardanti lo Spirito con la Scure, oppure esprimendo il mio punto di vista su qualche questione attinente al tema. Confesso di essere stato un po' latitante in quello spazio negli ultimi mesi, soprattutto per mancanza di tempo, ma il blog, Facebook e Twitter mi hanno comunque permesso di dare tutte le informazioni del caso.
Dato che alcune delle risposte fornite in passato continuano ad avere un qualche interesse ancor oggi, ho raccolto in questo post quel che mi è capitato di scrivere nei mesi di marzo e di aprile del 2004, dopo che qualche tempo fa ho fatto lo stesso per quelli di gennaio e febbraio dello stesso anno.  Le mie parole vanno, ovviamente, contestualizzate in quel periodo: Sergio Bonelli era ancora vivo, io non era ancora ufficialmente il curatore della testata, eccetera. Tuttavia, rileggerle a distanza di nove anni risulta stimolante. Ogni tanto, cercherò di raccogliere in altri articoli come questo le dichiarazioni del passato.


FILO DIRETTO CON MORENO BURATTINI
Marzo - Aprile 2004


Per mantenere in vita Zagor è sempre più necessario organizzare viaggi, immettere nella collana nuovi personaggi che diano forti scossoni (nuovi supernemici, tipo Mortimer, Nat Murdo, Wendigo), insomma ripartire sempre come nel 1994 e questo farlo sempre più frequentemente, riducendo i tempi di stasi a Darkwood. Questo però mi preoccupa molto perché costringe te, Mauro Boselli e gli altri a fare un lavoro sovrumano che diventerà presto quasi impossibile. Forse è il prezzo da pagare per un personaggio meraviglioso che sta vivendo troppo a lungo (io spero che non muoia mai). E' difficile tenerlo in vita con storie avvincenti?

Credo che oggi sia difficile sempre e comunque scrivere storie in grado di far breccia nel cuore dei lettori, e non solo quelli zagoriani. Per qualunque personaggio è così: storie di "ordinaria amminstrazione" che andavano benissimo una volta oggi sarebbero giudicate noiose, o banali. Credo che lo stesso valga anche per la fiction televisiva, per i romanzi, per il cinema. Tuttavia, chiunque scriva sa di dover cercare sempre nuove idee o nuovi stratagemmi per catturare l'interesse del pubblico, e siccome questo è il nostro lavoro cerchiamo di farlo, tenendoci al passo con i tempi ma, contemporaneamente, rispettando la tradizione. Ora, una cosa che vorrei far notare a tutti è come su Zagor ci sia una incredibile varietà di situazioni e di generi. Negli ultimi anni abbiamo visto Zagor lottare contro un drago, risolvere un giallo alla Agatha Christie in un castello, scongiurare una guerra indiana, arrestare dei naufragatori di navi, lottare contro dei Thugs e una terribile strega, andare in un'altra dimensione dove il tempo si è fermato, assistere alle incredibili trasformazioni di uomini in bestie, affrontare dei cangaceiros, venire assalito da insetti assassini, fare amicizia con un alieno, sventare i piani del Tessitore facendo il gioco di Mortimer... insomma, un'idea dopo l'altra, sempre diversa, e so già che la stessa varietà di temi, di situazioni, di personaggi ci sarà anche nei prossimi anni. Credo che pochi lettori, oltre a quelli di Zagor, abbiano la fortuna di godersi uno spettacolo così imprevedibile e variegato. Riusciremo, noi autori (non necessariamente io) a tirare fuori dal cilindro idee sempre nuove? E a raccontarle nel modo giusto? Me lo auguro. Non resta che stare a guardare. Per ora, vi assicuro che in un modo o nell'altro, per miracolo o con fatica, le storie arrivano. Poi, il futuro è un'ipotesi. Continuate a leggere.


Ormai le storie ambientate a Darkwood sono periodi di transizione, non paragonabili al livello di quelle dei viaggi. Possibile che a Darkwood (ritorni eccellenti a parte) ormai ci siano solo avventure senza "picchi"?

Sono perplesso di fronte alla definizione "periodo di transizione". Di solito, non scrivo e non scriviamo storie con l'idea che siano destinate a un "periodo di transizione", che siano "minori", che siano fill in. Scrivo e scriviamo convinti di scrivere cose comunque buone, sperando che piacciano ai lettori. Allo stesso modo, scrivendo storie con ritorni di vecchi nemici o vecchi amici, o storie di viaggi, nessuno sceneggiatore può essere certo di stare scrivendo un capolavoro. Tant'è vero che spesso i "ritorni" deludono. Io non credo nemmeno che a Darkwood non si possa più ambientare nessuna storia perché si è già raccontato tutto. Proprio non ci credo. Secondo me, i periodi di transizione non esistono. Su Tex, allora? Le storie sono molto più sullo stesso livello, e se può essere un evento il ritorno di Mefisto o l'albo a colori, tutto il resto va considerato di "transizione"? La verità è che le storie dei ritorni e dei viaggi possono essere brutte e le storie "normali" a Darkwood possono essere molto belle. Quando scriviamo, speriamo sempre che le nostre storie, una volta disegnate, siano bellissime. Poi, i giudizio spetta ai lettori. E la verità ultima e assoluta è che nessuna storia piace a tutti. Leggo sempre giudizi così disparati e discordanti sulla stessa storia, che fatico a capire che cosa vogliano i lettori. C'è chi vorrebbe sempre storie ambientate a Darkwood, chi solo racconti western. chi dice di aver smesso di leggere Zagor deluso da una trasferta o da un ritorno eccellente. Ogni storia è e deve essere un caso a parte e non appartenere a una categoria, sarà bella o brutta perché così sembra a chi la legge. Del resto la realtà non esiste ma esiste solo la percezione che ne abbiamo.

Quando inserite elementi magici e arcani vi ispirate a leggende indiane o vi affidate solo alla fantasia?

Ogni storia fa testo a sé. A volte c'è alla base una vera leggenda indiana (come quella raccontata, per esempio, all'inizio dell' "Ombra Sul Sole"), o qualche autentico elemento della spiritualitα pellerossa (come in "Darkwood Anno Zero"), più spesso si inventa ciò che ci serve, sempre però tenendo presente il contesto antropologico-culturale (cioè non si possono attribuire ai pellerossa usanze o credenze estrane alla loro tradizione).

Quello che è sicuramente indispensabile nelle trasferte (dare un ordine cronologico alle varie storie che le compongono) non lo è per le avventure ambientate a Darkwood e questo crea inevitabilmente nei lettori il (falso) sentore della "transitorietà" delle storie darkwoodiane. Non è possibile creare una continuity anche a Darkwood?

Ci sono tre problemi. Il primo è che la concatenazione fra le storie richiede un grosso lavoro di organizzazione e di coordinamento a livello di realizzazione delle medesime, per cui dovremmo sempre sapere ogni singola storia in che punto esatto della concatenazione andrà inserita (come se gli anelli di una catena fossero numerati e non intercambiabli). Siccome la lavorazione delle storie richiede a volte un anno, a volte due, a volte tre, e siccome in un così lungo arco di tempo possono succede intoppi, imprevisti, malattie, basta poco perché la concatenazone venga mandata a carte quarantotto. Per non parlare poi delle storie ghα giacenti, tutte scollegate fra loro. Poi c'è il problema che la tradizione zagoriana è comunque basata al novanta per cento sulle storie "scollegate" fra di loro. Dobbiamo cambiare improvvisamente una impostazione vecchia di quarant'anni? E infine: non tutti i lettori sono aficionados come noi. Ce ne sono di quelli che apprezzano la "non concatenazione" che permette loro di distrarsi e saltare anche una storia, riuscendo comunque a capire cosa succede quando riprendono.

E' possibile aspettarsi una storia in cui zagor non c'è quasi del tutto (perché rapito o altro), e in cui protagonisti sono suoi amici... ad esempio una storia di due/tre albi in cui Tonka e cico o altri cercano zagor rapito da qualche losco figuro.

A me personalmente l'idea non dispiace, e del resto, cercando di esplorare l'esplorabile io stesso a volte ho pensato a storie del tipo che Zagor viene trasferito per magia nel corpo di un altro o perde la memoria e non si comporta più da Zagor, ma poi ho sempre accantonato l'ipotesi e temo che si tratti di espedienti non praticabili perché Zagor non è Ken Parker. Abbiamo avuto storie di Ken in cui Lungo Fucile compare solo nelle ultime trenta pagine ("Adah") o non c'è del tutto ("Le avventure di Teddy Parker"). In Zagor queste sperimentazioni non sono possibili perché si tratta di un eroe di stampo più tradizionale e i lettori se comprano un albo dello Spirito con la Scure si aspettano di trovare avventure dello Spirito con la Scure. Sergio Bonelli sembra particolarmente convinto di ciò, al punto da contestare sempre le storie in cui Zagor tarda a entrare in scena (se compare dopo pagina 20, non va bene) o quegli albi in cui lo Spirito con la Scure è presente in un numero di pagine non abbastanza alto. Si temono forse le proteste di quei lettori che si sentono deufradati se acquistano un albo, cominciano a leggerlo e a pagina dieci ancora l'eroe non c'è. Il che è plausibile. L'eroe deve essere l'eroe, presente e riconoscibile e in quanto tale rassicurante.

Perché quando Zagor dialoga con qualcuno che ricopre qualche carica (sceriffo, ufficiale o simili), dà rispettosamente del "voi" mentre quelli gli danno regolarmente del "tu"?

Credo di aver ereditato la tendenza di Zagor a dare del voi alle persone con una carica o un titolo di studio (se non gli sono proprio intime) dalla tradizione risalente a Nolitta. Si potrebbe disquisire a lungo sul perché negli albi Bonelli (tranne Julia) si usa il "voi" anziché il "lei", ma limitandoci a Zagor mi pare che lo Spirito con la Scure abbia da un lato rispetto, dall'altro voglia di mantenere comunque le distanze (e dunque la propria indipendenza), nei confronti di sceriffi, ufficiali e professori. Se gli altri gli danno del tu, lui si tiene sobriamente sul voi. Zagor non  è  un ribelle a priori contro l'autorità costituita, ritiene che la legge serva e serva chi la fa rispettare, ma se c'è un suo assenso verso le istituzioni in quanto punto di riferimento in terre di frontiera dove rischia di vigere, altrimenti, la legge del più forte, bisogna poi vedere chi queste istituzioni fisicamente  rappresenta.

Perché mentre parlano con Zagor, sceriffi e ufficiali dell'esercito si accendono sempre un sigaro o una sigaretta? Ma a Darkwood sono tutti tabagisti?

Riguardo al tabacco, io non fumo e non ho mai fumato e il fumo mi dà fastidio, ma so di per certo che le campagne contro la nicotina sono cosa recente e che nel West (come in Italia fino agli anni Cinquanta o Sessanta) tutti fumavano senza porsi il minimo problema. Se vogliamo ricostruire un clima d'epoca, una scenografia realistica, far fumare la gente è il minimo. Peraltro, i gesti dell'accensione dei sigari, dello spengimento del fiammifero, del soffiare il fumo, del tenere la sigaretta fra le dita, sono belli da disegnare e vivacizzano le vignette dove se no tutti parlerebbero con le mani ferme. Immagino che se c'è gente che parla, nel West fosse normali che fumassero e bevessero, e così come facciamo gli abiti ottocenteschi addosso ai personaggi dobbiamo anche mettere quelle sigarette che di sicuro c'erano nelle loro bocche e nelle loro mani, senza che questo significhi una istigazione al tabagismo (come mettere al fianco di Zagor una pistola non significa una istigazione all'uso delle armi). Peraltro, Zagor non fuma, a differenza di Tex, e questo mi pare giα un vantaggio dal punto di vista del salutismo.

Ho iniziato a leggete il romanzo "I delitti del Mondo Nuovo" di Leonardo Gori. Nella pagina introduttiva dedicata principalmente ai ringraziamenti ho letto con sorpresa il tuo nome "per la storia della Montagna Pistoiese". Puoi dirmi qualcosa di più riguardo l'aiuto/collaborazione data all'autore?

Troverai il mio nome anche all'interno, dato a una comparsa (un montanaro di cui si parla in un passaggio). E se leggerai con attenzione una storia di Zagor da me scritta in cui si parla di malaria e di chinino, "La terra della libertà", troverai un personaggio che si chiama Gary Leonard, cioè appunto Leonardo Gori. Questo perché Gori, di cui sono amico di vecchia data (è un grandissimo esperto di fumetti), mi aveva fornito la consulenza medica per quel racconto (lui è un farmacista, per la precisione, e si intende di chinino) Nel caso dei "Delitti del Nuovo Mondo", poiché la trama porta molti dei personaggi, e soprattutto il Granduca di Toscana Pietro Leopoldo, su per le strade e i sentieri della Montagna Pistoiese dove io sono nato e che conosco bene, ho fornito a Leonardo libri, documentazione, dritte e consigli sulla topografia dei luoghi.

So che a volte Sergio Bonelli cancella qualche battuta dalle tue storie per Cico. Perché? Ce ne puoi dire qualcuna?

E' un argomento delicato. Cico è un personaggio a cui Sergio tiene parecchio e che controlla e corregge vignetta per vignetta, intervenendo molto di più, credo, di quanto intervenga su altre testate magari più importanti. Sergio, peraltro, è uno straordinario umorista e dunque è difficile, se non impossibile, competere con lui scrivendo Cico. Come se non bastasse, l'umorismo in sé è un terreno minato, perché non tutti ridono per le stesse cose, e se una cosa che dovrebbe far ridere non fa ridere lo si vede subito: non si ride punto e basta. Personalmente credo di essere uno che ride tanto e di un po' di tutto, per cui mi raggomitolo dalle risate di fronte ai film di Stanio e Ollio come davanti a quelli di Roberto Benigni, e leggo volentieri Achille Campanile come Paolo Villaggio, Stefano Benni come Daniele Luttazzi. Non tutti però sono di gusti così facili come i miei, e Sergio è severo riguardo a ciò che, secondo lui, non è cichiano o peggio non fa ridere (è ovvio che quello che su cui lui interviene fa ridere me, ma io non conto: Cico è un suo personaggio). Dopo quasi venti speciali scritti, ho cominciato a censurarmi da solo, preventivamente, perché capisco da solo che scrivendo sketch e gag di un certo tipo o su un determinato argomento non lo accontenterò. Questo però preclude un sacco di possibilità e alla fine è difficile inventare cose nuove, ma inventare cose nuove è il mio lavoro e cerco di farlo comunque come so e come posso.
Per tornare alle battute bocciate in corso di realizzazione dei vari Cico, sono così tante che tutte le non ricordo neppure. E se sono state bocciate, probabilmente è perché non erano buone. Per cui, meglio averle dimenticate. Una, comunque, l'avevo scritta per "Cico Cowboy".
Dunque, il pancione é stato assunto come cowboy ma non ha un cavallo. Il soprastante del ranch allora invita alcuni uomini a condurre Cico nella stalla e a dargli un quadrupede. Uno dei cowboy dice a Cico:
- Seguici alle scuderie e ti daremo un pezzato! ...Anzi, un baio!
E Cico:
- No, no... me ne basta uno. 

Il ruolo di Cico nelle storie di Zagor mi sembra sempre più secondario. Come mai? 

Il mio amore per il messicano non è evidente fin dalla mia prima avventura zagoriana con la lunga gag d'altri tempi di "Cico Rubacuori" e ho sceneggiato addirittura una ventina di Speciali di 128 tavole ciascuno tutti dedicati al pancione, per cui sono probabilmente lo sceneggiatore che ha scritto più gag di Cico di tutti (anche più di Nolitta). Se fosse dipeso solo da me avrei cominciato tutte le storie di Zagor della serie regolare con dieci, venti o trenta pagine dedicate al messicano (e a volte l'ho fatto, basti pensare all'inizio di "Tragedia a Siver Town" o del "Sangue dei Cheyenne"), ma fui subito bloccato da Renato Queirolo che impose la regola degli inizi serrati che entravano subito in medias res, e poi questa consuetudine fu mantenuta anche in seguito. I ritmi di oggi sono diversi da quelli dei tempi di Nolitta e che anche la commistione fra dramma e umorismo che a lui riusciva così bene è difficile da gestire in tempi di cupo post-moderno. 


In quasi tutte le altre testate bonelliane, uno disegnatore è libero di non "rispettare" la regola delle tre strisce a tavola, in molte delle tavole di ogni albo. In Zagor e Tex questo non succede. Perché?

Zagor e Tex sono gli unici due personaggi ancora in edicola nati non per la pubblicazione sull' albo bonelliano così come lo si conosce oggi, ma per la pubblicazione sugli albetti a striscia. Questo significa che quando iniziarono a essere stampati gli albi del formato odierno si trattò di ristampe di storie già apparse nel vecchio formato. Tutti i primi settanta albi di Zagor (salvo alcuni inserti) sono ristampe di storie a striscia. Questo ha creato una "tradizione" di impostazione della tavola, o di gabbia, che è rimasta tale anche quando in tempi più recenti l'esempio di altri fumetti (francesi, americani o latino/americani) ha portato il pubblico ad accettare, e a volte addirittura gradire o pretendere, strutture meno rigide. Ma mentre personaggi come Nathan Never o Dylan Dog, nati in tempi recenti, hanno fin dall'inizio sperimentato gabbie diverse da quelle su tre strisce e dunque hanno una tradizione in questo senso, Tex e Zagor si sono sempre mantenuti fedeli alla vecchia impostazione, che corrisponde peraltro al loro modo più classico di concepire e rappresentare l'avventura. La forma è collegata, dunque, in qualche modo, alla sostanza. La semantica e la semiotica vanno a braccetto. Faccio notare che Julia, un personaggio molto più recente di Zagor, ha una "gabbia" più rigida della nostra, segno che non è detto che la rigidità di impostazione sia necessariamente segno di calcificazione e sclerosi. Nessun grande autore ha mai avuto la minima difficoltà a dimostrare la sua grandezza negli spazi delle tre strisce.


Mi sembra che tu abbia detto che ogni tanto alcuni tuoi soggetti vengano bocciati  (e quindi noi lettori non le vedremo mai). Vorrei sapere: 1) che fine fanno? 2) che percentuale del tuo lavoro effettivamente vediamo?

In effetti vengono bocciati (a me come a tutti) molti soggetti. In passato l'ecatombe era costante e dolorosa: presentavo cinque soggetti e ne passava uno. Non erano bocciati direttamente da Bonelli ma dai supervisori, o Queirolo o Boselli, che cercavano comunque, giustamente, sulla base della loro esperienza, di prevenire le obiezioni che avrebbero fatto Canzio o Bonelli. In alcuni casi, comunque, anche Sergio o Decio hanno bocciato certe mie proposte quando, per qualche motivo, le hanno esaminate preventivamente. Oggi la bocciatura è meno dolorosa perché, grazie al fatto che lavoro in redazione, parlo prima a voce delle idee che ho oppure faccio soggetti stringati molto essenziali: se anche vengono bocciati, almeno non ci ho lavorato sopra troppo. Naturalmente lavoro poi sulle idee approvate. Credo che un soggetto approvato su cinque presentati sia la media giusta. Di solito, ogni autore dice sempre che vengono bocciate le idee migliori e passano le peggiori. Probabilmente non è così, visto che nessun autore è il miglior giudice del proprio lavoro, ma questa è l'impressione che ha il soggettista sotto esame. Che fine fanno i soggetti bocciati? Nella maggior parte dei casi, finiscono in una cartelletta con su scritto: soggetti bocciati, e restano lì solo perché nessun autore ha il coraggio di gettarli via (io ho almeno una cinquantina di soggetti scartati su cui piango ogni tanto, e altri invece che se li rileggo piango pensando a come ho potuto scrivere scemenze del genere e avere il coraggio di presentarle). In qualche altro caso, dopo un po' di tempo vengono in mente correzioni che possono risolvere le aporie riscontrate dal supervisore o migliorare la storia e si ripresentano (con delle significative varianti). In altri casi, diventano altre cose, tipo "Le mura di Jericho", soggetto scartato che è stato trasformato in romanzo.

Volevo chiederti sulla genesi del personaggio Mortimer, e sono molto curioso di sapere se hai già une mezza idea sul suo prossimo utilizzo...

Con Mortimer mi é successo quello che sapevo succedere in certi casi dai racconti di altri sceneggiatori, ma che non mi era mai capitato di sperimentare di persona (adesso posso confermare che é vero): é un personaggio che si scrive da solo le avventure, vive di vita propria, non sono io che lo faccio parlare ma é lui che parla e io devo solo trascrivere. A metα della prima storia avevo giα capito che avevo a che fare con una "creatura" assolutamente particolare. Com'é nato? Mi era capitato di leggere un libro straordinario, dal titolo "La grande rapina al treno", di Michael Crichton (un romanzo assai meno noto degli altri dello stesso autore, come "Jurassic Park", "Sfera" o "Timeline"). Pensai subito che potevo trarne uno spunto per una storia di Zagor. Nel romanzo di Crichton, peraltro ispirato a una storia vera, il protagonista è  però un ladro di genio e l'autore ci porta a "tifare" per lui, mentre io avevo l'esigenza di trasformarlo in un "cattivo" in quanto il "buono" doveva essere Zagor. Perciò, in Mortimer non c'é poi rimasto molto dell'Edward Pierce, protagonista del romanzo di Crichton. Ma lo spunto viene da lui (e si tratta di un personaggio storico). Pensando a un genio del crimine "cattivo", mi è venuto in mente senza troppo sforzo il Sordo, vale a dire il nemico più celebre dell'Ottantasettesimo Distretto nei romanzi di Ed McBain. Come il Sordo, Mortimer ama storpiare il proprio nome quando me inventa di falsi. Ma anche del Sordo, poi, c'è rimasto poco. Ho pensato anche a Diabolik, ed ecco Sybil Kant (citazione che è stata apprezzata dai redattori della Gazzetta di Clerville, la rivista del Diabolik Club, che hanno dedicato a Mortimer un dossier). Dunque Mortimer nasce dalle suggestioni di Edward Pierce, il Sordo e Diabolik anche se poi comincia subito a fare di testa sua fino a trasformarsi in un personaggio "zagoriano" anche se si confronta con lo Spirito con la Scure in un modo del tutto diverso da quello degli altri avversari: nella prima storia, addirittura, Zagor non lo vede mai. Circa il ritorno, ho una mezza idea ma aspetto che sia lui a tornare da Caraibi e a raccontarmi quello che ha in mente.

Ecco un elenco di sceneggiatori zagoriani: Nolitta, G.L. Bonelli, Castelli, Canzio, Sclavi, Toninelli, Capone, Russo, Colombo e Boselli.  Qual è la caratteristica nel modo di scrivere che ammiri di più e quale invece la cosa che, da lettore prima che da autore, ti piace di meno?

Parlo da semplice lettore, e cioè recuperando sensazioni emotive a pelle senza la necessità di trovare giustificazioni razionali. Lo sceneggiatore che, fra quelli dell'elenco, meno apprezzo alle prese con Zagor è (e qui un fulmine mi incenerirà) G.L.Bonelli. E' chiaro che davanti a Bonelli Padre autore di Tex (e di altri personaggi) non si può che levarsi tanto di cappello e godersi ammirati la lettura delle sue storie, insuperabili. Però Zagor non era un suo personaggio, e per di più  all'epoca delle storie scritte da G.L. lo Spirito con la Scure non aveva ancora raggiunto maturità e spessore tali da farsi valere anche rispetto alla forte personalità di quel tizzone d'inferno. Per cui Bonelli senior scrisse Zagor senza mettersi al servizio del personaggio, ma forgiandolo a modo suo.
Degli altri sceneggiatori, spero che mi si creda sincero e non si sospetti la piaggeria, se dico quello che è scontato: il migliore in assoluto è Nolitta, e non c'è bisogno che spieghi il perché. Ho perfino grosse difficoltà a trovare qualcosa che non mi sia piaciuto. Potrei dire che non mi è piaciuto il fatto che abbia smesso di scrivere. Poi, Castelli mi ha sempre molto divertito, è stato il migliore a usare Cico, gli posso rimproverare solo il ritorno di Supermike come personaggio ambiguo (per me doveva restare cattivo). Canzio è stato, tutto sommato, una meteora, con alcune storie molto buone (il Destroyer, Pugni e Pepite, Pericolo Biondo), una da dimenticare (Terremoto a Darkwood) e una sciupata da Pini Segna (l'Uomo Invisibile) ma il suo apporto a Zagor come supervisore è insostituibile e fondamentale.
Sclavi è Sclavi: grandi idee, grande sceneggiatore, ma a volte troppo Sclavi.
Toninelli ha avuto un compito difficile in un momento difficile durato dieci anni, come lettore lo apprezzavo a fasi alterne (grandi storie come "Terra Maledetta" e poi molte altre difficili da digerire), oggi capisco tutte le sue difficoltα.
Ade Capone è forse più nolittiano di me, vado matto per le sue prime due storie, gli rimprovero solo, talora, una eccessiva lunghezza nei tempi (ma tutto deriva dalla nolittianità).
Di Russo e Colombo non c'é molto da dire, sinceramente, nel senso che servirebbero pi∙ storie zagoriane per poterli mettere alla prova, ma quello che si é visto é buono. Posso solo aggiungere che io sono un ammiratore di Colombo riguardo le altre sue storie, soprattutto quelle di Mister No (dunque so che é in grado di confrontarsi con i personaggi nolittiani).
Boselli é il migliore sceneggiatore dopo Nolitta, i suoi meriti sono palesi, gli unici difetti é quello che gli viene a volte rimproverato: troppi personaggi, troppa carne al fuoco, troppa erudizione. Ma sono difetti?


E' giusto scrivere cercando di piacere ai lettori o non sarebbe meglio farlo seguendo soltanto la propria ispirazione e ricerca?

Rispondo copiando alcuni passi della mia tesi di laurea:

L'autore dei testi ha infatti la necessità di vendere la propria opera a un editore, il quale a sua volta deve vendere il prodotto finito a un pubblico di lettori. Il fatto che un autore debba soddisfare le esigenze di un pubblico è evidentemente un fatto limitativo della libera creatività. Esistono eccezioni: alcuni autori, accontentandosi di un ristretto pubblico d'essai di poche centinaia di lettori (il che comporta basse tirature e alti prezzi per le loro opere), riescono in parte a eludere le imposizioni del mercato. Ma, in generale, gli sceneggiatori finiscono per essere condizionati dalle esigenze dell'editore o del pubblico in un preciso momento storico. La figura dell'editore costituisce in qualche modo una limitazione alla libera attività creativa dello sceneggiatore. Quest'ultimo deve infatti sottostare a precise condizioni imposte da parte di chi lo paga e gli permette di pubblicare. I casi di autori che sono anche editori di se stessi si verificano spesso per il desiderio da parte di chi scrive e disegna di non subire questi condizionamenti: ci≥ comunque non smentisce il fatto che la figura dell'editore sia comunque necessaria anche nei casi in cui coincida fisicamente con quella dello sceneggiatore o dell'illustratore. L'editore non può sottovalutare le richieste dei suoi lettori che anche saranno i potenziali acquirenti. Al contrario dell'autore, che può mettersi a scrivere o a disegnare anche indipendentemente dalla possibilità o meno di pubblicazione e in fondo così facendo mette a rischio soltanto una parte del proprio tempo, l'editore (se non ha soldi da impiegare a fondo perduto ed è alla ricerca di un pur minimo utile d'impresa) non può prescindere dalle regole del mercato, perché nella pubblicazione mette a rischio il proprio capitale e i posti di lavoro dei suoi dipendenti. Scopo dell'editore è quindi quello di trovare un punto di incontro tra le esigenze della fantasia creativa e quelle della commerciabilità del prodotto. Quindi, al di là delle incomprensioni e degli eccessi, l'editore abile ed esperto che effettui un'opera di supervisione del prodotto degli autori (soprattutto quando costoro siano ancora giovani e abbiano da farsi le ossa) anziché essere uno svantaggio è una garanzia per gli autori stessi. 
Scriveva Franco Tatò, al tempo in cui era ai vertici della Arnoldo Mondadori Editore: "I creativi, o quelli che si credono tali, in genere mal sopportano gli orari, desiderano molta libertα di movimento, sono per loro natura molto individualisti e poco propensi a lavorare in gruppo, difficili da inquadrare nelle strutture burocratiche dell'organizzazione, spesso capaci di cose stravaganti che bisogna imparare a tollerare. C'è naturalmente un limite di tolleranza, ma direi che la capacitα dell'editore è quella di gestire questo tipo particolare di personaggi e anche la capacità di identificarli, di promuoverli, di stimolarli, di farli lavorare in modo produttivo".
 Questo non vuol dire che l'editore debba sempre controllare strettamente o comunque fare da censore perché solo lui ha il polso della situazione. Esistono scrittori di genio che riescono a imporre le proprie idee innovative prima di fronte allo scetticismo di un editore e poi a modificare i gusti del pubblico, creando così dei veri e propri fenomeni di costume legati al successo del loro personaggio. In questi casi, l'editore è quindi pronto a tirarsi indietro, lasciando carta bianca all'autore e limitandosi a fornire i mezzi economici necessari alla pubblicazione, ma solo fin quando l'autore si dimostra effettivamente più abile di lui nell'interpretare i segnali provenienti dal mercato.  Scrive ancora Tatò: "Oltre ai "creativi" occorre una struttura centrale, qualcuno che sta attento ai conti e dice: sentite, forse è meglio che aggiorniate qualche cosa, perché non riuscite a vendere quello che producete".


domenica 10 agosto 2014

SCIENZIATI PAZZI, FALSARI, PIRATI E ALCHIMISTI




Nell'articolo precedente, intitolato "Vent'anni prima", ho esaminato le mie prime storie dello Spirito con la Scure, quelle che in questi mesi stanno venendo ristampate nella Collezione Storica a Colori in edicola ogni settimana in allegato con Repubblica e L'Espresso. La collana è giunta a riproporre, proprio in questi giorni, l'inizio della "seconda Odissea Americana", ovvero il ciclo di storie che alcuni critici (tra cui Angelo Palumbo e Giampiero Belardinelli nel loro "Zagor Index") hanno indicato come il punto di partenza del "rinascimento zagoriano". Proprio questa "trasferta" fuori da Darkwood, realizzata da Mauro Boselli e dal sottoscritto sulla falsariga di precedenti esempi nolittiani, potrebbe essere un buon momento di ingresso nella saga dello Spirito con la Scure, per chi non l'avesse seguita in precedenza. Ma, in attesa di riparlare delle avventure extra darkwoodiane iniziate con "L'esploratore scomparso" (vi ricordo che, settimanalmente, comunque le commento una per una nell'introduzione al volume a colori), ecco qualche altra annotazione sulle mie sceneggiature di quel periodo, continuando il discorso che stavamo facendo nel post che precede.



La diabolica invenzione

Il titolo "La diabolica invenzione" fu scelto da Decio Canzio: io avevo intitolato la sceneggiatura,  banalmente, come "Il ritorno di Verybad". La mia idea nasceva senza dubbio dalla lettura del romanzo “Tre millimetri al giorno” di Richard Matheson (1956) e dal ricordo dei film “Dottor Cyclops” (1940) e “Viaggio allucinante” (1966).  Volendo, potremmo metterci “Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi”, pellicola del 1989 che comunque nulla aggiungeva a quanto già era stato detto e sperimentato. Avevamo a disposizione lo scienziato Adolfo Verybad e dunque potevo fargli inventare una macchina che riducesse gli uomini alle dimensioni di insetti. In fondo questo era il "metodo" di Guido Nolitta: Bonelli saccheggiava il grande magazzino delle letture e dei film che aveva visto, scegliendo quello che, da ragazzo, lo aveva impressionato, gli aveva fatto paura, lo aveva lasciato a bocca aperta. Dopodiché, filtrandoli opportunamente, cercava di trasmettere gli stessi brividi a chi leggeva i suoi fumetti. Zagor è stato volutamente immaginato come un eroe trasversale ai generi, e le sue storie come il regno della contaminazione fra le suggestioni più diverse appunto perché dentro lo stesso sceneggiatore, consumatore onnivoro di cinema e carta stampata, ribollivano le idee suggerite dalla fruizione di ogni tipo di “fabula”. Lo Spirito con la Scure ha potuto attraversare i decenni rinnovandosi al passo con i tempi ma sempre restando se stesso, proprio per questo: perché gli sceneggiatori che si sono succeduti dopo che Nolitta ha ceduto loro il testimone hanno messo in pratica la sua lezione, continuando a riversare nella serie le loro stesse emozioni. "Se una cosa ha fatto rabbrividire te", suggeriva il modus operandi nolittiano, "rendila zagoriana e proponila ai lettori perché rabbrividiscano anche loro". E' ciò che ha fatto Mauro Boselli inserendo in certe sue storie gli elementi lovecraftiani a lui tanto cari, o quel che ho fatto io ispirandomi a "Il nome della rosa" per scrivere "L'abbazia del mistero". Una cosa mi premeva, anche. Nelle ultime apparizioni (quelle delle storie con l'Uomo Invisibile e con le creature anfibie della Mosquito Island) il professor Verybad aveva perso i tratti umoristici, da caratterista e da monomaniaco, che aveva invece il personaggio originale nolittiano. Si era fatto tetro e cupo, drammatico. Io ho fatto uno sforzo per riportarlo al modo di essere degli inizi, con delle sfumature da commedia. Da sottolineare anche la buona prova di Franco Devescovi, per la prima e unica volta alle prese con Zagor. In seguito, Franco (che è un disegnatore in forza a Martin Mystere) avrebbe disegnato una storia del Detective dell'Impossibile in cui questi ha a che fare con un eroe delle leggende e delle Dime Novel, Za-Te-Nay, che si rivela essere davvero esistito, e su cui si indaga. Questa avventura avrà presto (in ottobre) un seguito, scritto sempre da Castelli e disegnato da Devescovi, in cui Za-Te-Nay torna alla ribalta.


L’indiana bianca 

"L'indiana bianca" non viene mai ricordata, neppure da me, come una storia memorabile eppure, rileggendola, mi sembra ben riuscita. Ricordo come nacque. Cercavo, come sempre, nuovi spunti. Da una parte mi piaceva l'idea di rifarmi alle storie di Nolitta in cui, oltre alla solita dose di avventura, c'erano anche elementi di commozione; una su tutte quella in cui compariva Cinzia Bradmayer, la bianca rapita dagli indiani che però si era integrata fra i pellerossa e che, alla fine, non voleva essere "liberata" da chi era andata a cercarla per riportarla fra i bianchi (vedi Collezione Storica n° 53). Dall'altra, sentivo di voler tener conto anche della lezione di un altro mio grande maestro ideale, Giancarlo Berardi, e avevo ben presente davanti agli occhi il fondamentale albo di Ken Parker intitolato "Chemako", in cui Lungo Fucile incontra Belle McKeeever, prigioniera degli Ottawa, ribattezzata Kianceta, che ugualmente impara ad apprezzare la vita tra i nativi. Sia Nolitta che Berardi, è evidente, si erano a loro volta ispirati a molti film americani in cui compare lo stesso tema, da "Sentieri selvaggi" a "Soldato Blu". Era però difficile trattare un argomento con precedenti del genere senza sembrare di fare solo una imitazione. Avevo però in mente anche una storia in cui Zagor affrontava una banda di falsari: in questo caso l'idea era nata pensando che, in fondo, nella serie si erano visti cattivi di tutti i generi, con un affollamento di mercanti di whisky e trafficanti d'armi, ma, che io ricordassi, stampatori di banconote false non se ne erano ancoravisti. Poteva essere una novità. Da sola, però, non bastava: si sarebbe trattato della solita indagine. Serviva un guizzo in più. Ed ecco la trovata: mescolare due storie in una sola, raccontare di una indiana bianca ma anche, insieme, come trama intrecciata, di una organizzazione che fabbricava e stampava dollari fasulli. In questo modo, la storia che ne è uscita fuori è sembrata più originale di quel che poteva esserne scrivendone un paio diverse.

Gli invasati

"Gli invasati" nasce dal mio desiderio di "mettere ordine" e risolvere i punti lasciati in sospeso e le incongruenze. Ricordo, a questo proposito, di aver scritto un albetto di 32 pagine che venne allegato a un numero speciale del Comandante Mark, intitolato "La vera storia di Elizabeth Gray", in cui con pignoleria certosina mi sono incaricato di eliminare alcune vistose contraddizioni presenti in vari episodi della saga dei Lupi dell'Ontario, dato che in certi numeri la EsseGesse aveva fornito versioni contrastati su alcuni punti focali (per esempio, com'è che Betty si salva mentre i suoi genitori vengono uccisi: l'episodio era stato raccontato due volte in modo diverso). Dopo il mio intervento, ecco che tutto era tornato a posto. Così, nella saga zagoriana c'erano vari punti da chiarire. Uno di questi riguardava appunto la sorte di Hegel Von Axel, l'alchimista di Norimberga visto nei volumi 74 e 75 della Collezione Storica. Nell'ultima vignetta di quella storia, Zagor dice: "Hegel Von Axel è vivo! In qualche modo quel demonio ce l'ha fatta a salvarsi e state certi che sentiremo ancora parlare di lui!". Era da quando avevo letto quella frase, come semplice lettore, che volevo sapere quando e come l'alchimista sarebbe tornato. Pensandoci un po' su, ho imbastito la storia del suo ritorno, che secondo me riconsegna un personaggio "riconoscibile". Fare una avventura dal taglio più moderno, come qualcuno mi ha rimproverato di non aver scritto, avrebbe in qualche modo tradito le caratteristiche del villain. Mi sono volutamente mantenuto nel solco della narrazione fresca e felicemente "ingenua" che aveva caratterizzato la sua prima apparizione. Nella saga zagoriana è comunque rimasto un altro, clamoroso, punto in sospeso: lo scontro fra lo Spirito con la Scure e Smirnoff, a cui Castelli non ha dato conclusione. Smirnoff rimane sostanzialmente imbattuto e Zagor se ne va giurando di tornare a presentargli il conto (vedi Zagor Collezione Storica volume 60), cosa che non risulta aver mai fatto. Ebbene, come curatore di testata ho convinto Luigi Mignacco a scrivere il seguito della vicenda e a spiegare perché l'eroe di Darkwood non si è più imbattuto in Smirnoff. La storia con tutte le spiegazioni del caso uscirà nel 2016.

I pirati del drago

Quando scrissi "I pirati del Drago" non ero certo che la storia sarebbe riuscita bene. C'erano un sacco di incognite. Innanzitutto i lebbrosi: sono dei malati, come potevo farne personaggi di una storia senza offendere chi soffre? Come raffigurarli senza creare o e senza giocare sull'orrore della malattia? Poi, lo spazio: per sviluppare il mio soggetto avrei avuto bisogno di più pagine, che, essendo la programmazione contingentata da tempi obbligati, non potevo avere. Insomma, ero pieno di dubbi. Mi chiedevo anche se, nonostante un certo fondamento storico sulla presenza dei cinesi sulla costa occidentale e anche sull'esistenza di isole-lebbrosari nel Pacifico (ne parla anche Jack London in alcuni bellissimi racconti), questi elementi se non sarebbero sembrati forzati,in ambito zagoriano, questi elementi. Insomma, arrivammo con l'albo in edicola e io ero convinto che i lettori non me lo avrebbero mai perdonato. Fortunatamente non andò così.Al momento di pianificare la trasferta, Boselli mi chiese di immaginare qualcosa che avesse a che fare con il Pacifico. Così mi lessi tutti i racconti di Jack London ambientati in quell'Oceano. Mi colpì il riferimento continuo ai cinesi che, a quanto pare, erano dappertutto sulle isole e sulla costa. Alcuni dei racconti avevano per protagonisti dei lebbrosi. Uno, per esempio, era intitolato "Koolau il lebbroso" ("Koolau the Leper"), ne esiste anche un adattamento a fumetti di Carlos Gimenez: è una storia incentrata sulla resistenza di Koolau, un nativo delle Hawaii deciso ad opporsi al confino sull'isola di Molokai, làdove vengono relegato chi veniva contagiato dal morbo. Ma il lebbrosario di Molokai è citato anche ne "La Crociera dello Snark" ("The Cruise of the Snark"). Dunque l'argomento "cinesi" e l'argomento "lebbra" si presentò in modo prepotente alla mia attenzione.

martedì 22 luglio 2014

VENT'ANNI PRIMA




La "Collezione Storica" di Repubblica, di cui tante volte abbiamo parlato, va avanti. Arriveremo a ristampare il n° 400 della serie regolare (più o meno verso il n° 150 della collana a colori), dopodiché il futuro è un'ipotesi e del doman non v'è certezza, ma intanto godiamoci il risultato già raggiunto e acquisito, che va oltre ogni più rosea previsione, visti i tempi che corrono. Poiché ogni settimana tornano in edicola circa 250 tavole della Zenith, si stanno velocemente riproponendo tutte le mie prime storie dello Spirito con la Scure, scritte all'inizio degli anni Novanta, più o meno un ventennio fa. Poiché in due articoli precedenti mi era capitato di parlare delle prime due, ecco qui di seguito qualche considerazione sulle successive, a beneficio degli interessati e a eventuale futura memoria.

Il tomahawk avvelenato

Nel giugno del 1991, proprio mentre usciva in edicola la seconda parte della mia prima storia di Zagor, veniva distribuito anche il quarto numero di una collana parallela, denominata "Speciale Zagor" (una serie che esce ancora oggi, giunta ormai al  ventiseiesimo titolo). Era l'avventura di esordio di Mauro Boselli, un autore destinato a lasciare il segno, intitolata la "La fiamma nera" (disegni di Gallieno Ferri). In quel periodo gli "Speciali" degli eroi Bonelli (ce n'era uno all'anno per ognuno dei principali) uscivano con allegato un libretto di 64 pagine, contenente un brevi saggio di approfondimento storico o letterario delle tematiche trattate nell'avventura a fumetti a cui era abbinato. Per esempio, un precedente Speciale, il numero due, che aveva riportato sulle scene il cercatore di forzieri sepolti Digging Bill ("La pietra che uccide", di Toninelli/Ferri, datato 1989), aveva offerto ai lettori un libretto intitolato "I tesori perduti", decisamente in tema con il racconto. Ebbene, poiché "La fiamma nera" mostrava alcuni singolari usi e costumi di certe tribù di pellerossa, come la congrega dei "contrari" (guerrieri che facevano tutto al contrario delle consuetudini, a cominciare dal linguaggio, per cui dicevano "no" per dire "sì"), Decio Canzio mi propose di scrivere io una sorta di agile dizionario in cui, in ordine alfabetico, fossero elencate i principali popoli in cui erano divisi i nativi americani, così da allegare allo Speciale boselliano un libretto a mia forma intitolato "Gli indiani d'America". 

Il mio "librino" sulle tribù pellerossa allegato allo Speciale Zagor del 1991


C'è da notare che la proposta mi fu fatta proprio all'inizio della mia collaborazione con la redazione di Via Buonarroti, quando non era ancora uscito nulla di mio, e dunque "sulla fiducia" (cosa per cui ho sempre ringraziato e sempre ringrazierò Decio e Sergio). Avevo già una ricca biblioteca sul West (adesso decuplicata) e comunque mi fu permesso di accedere a testi della collezione privata di Sergio Bonelli (fu fatto tutto studiando sui libri, non essendo ancora diffuso l'uso di Internet). Così, durante l'inverno tra il 1990 e il 1991 scrissi l'opuscolo che, credo, potrebbe risultare ancora oggi un utile vademecum per chi volesse farsi un'idea dell'eterogeneità  delle tribù indiane. Fra le voci che compilai c'era quella dedicata ai Pawnee, e fra i "sottogruppi" Pawnee scoprii, documentandomi, l'esistenza degli Skidi, una tribù che ancora in epoca zagoriana compiva sacrifici umani alla Stella del Mattino, divinità a cui era consacrato il mais (dunque si trattava di riti per la fertilità del raccolto, evidente retaggio di influssi di origine centroamericana, ereditati da Maya e Aztechi). Appresi così una storia che non conoscevo, quella vera del capo Skidi chiamato Petalesharo e della liberazione, da lui compiuta, di una prigioniera destinata a venire immolata, con la quale fu posta fine alla barbara tradizione (si trovano in rete tutti i dettagli). Mi venne subito in mente che avrei potuto prenderne spunto per la mia prima storia zagoriana con protagonisti dei pellerossa (fino a quel momento avevo scritto solo racconti "bianchi"). E così fu.


Nodo scorsoio

La scrittura di "Nodo scorsoio" coincise con un punto di svolta nella mia carriera di autore. In altre parole, ero partito pieno di entusiasmo e avevo subito bruciato le cartucce messe da parte negli anni precedenti, cioè quel piccolo gruppo di storie che avevo avuto il tempo di architettare mentre coltivavo il sogno di diventare uno sceneggiatore di Zagor. Una volta entrato a far parte dello staff, però, mi resi conto che a un vero professionista non sono richieste soltanto idee per delle belle storie, ma anche di averle a getto continuo. E' fondamentale una "generosità creativa" che porta a mettere in cantiere due, tre nuovi progetti mentre si sta ancora lavorando ai due, tre precedenti. Si deve insomma tirar fuori dal cilindro un coniglio dopo l'altro, e bisogna anche avere il coraggio di scartare i soggetti non soddisfacenti, senza accanirsi nel tentare di riciclare quel che non funziona. Dunque, arrivai presto al punto in cui pensai  che forse, sì, avevo fatto un buon lavoro con le mie prime prove ma (e qui cominciavano a tremarmi le vene ai polsi) come avrei potuto esser certo che sarei stato in grado di scrivere altri cinque, dieci, venti storie a tambur battente, una dopo l'altra, una accavallandosi all'altra? Da dove mi sarebbero venute le idee? E ne avrei avute in numero sufficiente? E di sufficiente qualità? Cominciai a temere di non avere il "fiato" per durare alla distanza, di divenire una meteora destinata a una fugace apparizione nel cielo bonelliano. Di questa mia tensione risente "Nodo scorsoio", che ricicla, in fondo, trovate deja vu e non decolla come racconto degno di figurare negli annali. Ho sempre rimpianto di aver scritto un "compitino" che mi serviva per guadagnare tempo in attesa che qualcosa dentro di me riaccendesse il misterioso rubinetto delle idee. Miracolosamente, di lì a poco ruppi il ghiaccio che mi aveva gelato per qualche mese e da allora ho smesso di andare a caccia di idee, sono loro che mi tendono gli agguati e mi sorprendono mentre meno me l'aspetto. Oggi che ho superato le cento storie dello Spirito con la Scure ho smesso di chiedermi da dove arrivano i racconti: so che arrivano, e tanto mi basta. 

Una ultima annotazione riguarda (a puro titolo di curiosità) il fatto che da pagina 12 a pagina 22 dell’albo “Tragedia a Silver Town” (Zenith 380) fatico a riconoscere la mia sceneggiatura: la sequenza con i trofei in fiamme gettati dalla finestra e quanto altro vi si vede si devono all’intervento redazionale del curatore dell’epoca, Renato Queirolo, che fu costretto a intervenire mentre io mi trovavo negli Stati Uniti in vacanza, e dunque non potevo personalmente rimediare a qualche magagna da lui riscontrata in quel gruppo di tavole (non ricordo che cosa ci fosse che non andava). Dunque, fu fatto un rimaneggiamento dell’ultimo secondo che non è farina del mio sacco (ma che comunque non peggiorò una storia non particolarmente felice).


Tragedia a Silver Town

Della quinta sceneggiatura, la mia prima per Donatelli, ricordo innanzitutto l'emozione di arrivare un giorno in redazione (all'epoca vivevo a Firenze e salivo a Milano soltanto due o tre volte l'anno), nell'autunno del 1992, e di trovarmi Franco di fronte, senza che me lo aspettassi. Non lo avevo mai visto prima di persona, ma lo riconobbi subito. Era venuto a consegnare le sue ultime tavole della nostra storia e mi fece i complimenti perché, mi disse, si era divertito a illustrarla. Auspicò di farne altre insieme e in effetti accadde con altre tre avventure. Al momento della sua scomparsa, avvenuta nel 1995, Donatelli stava appunto disegnando un mio racconto, "L'ombra sul sole", che rimase incompiuto finché, nel 2002, venne portato a termine da Roberto D'Arcangelo e comparve in un Maxi Zagor contenente i suoi due ultimi lavori, pubblicati postumi (che fui onorato di poter curare personalmente, avendo nel frattempo iniziato a lavorare a Milano, nella sede della Casa editrice). 

Sentirmi fare i complimenti da Donatelli mi emozionò a tal punto che stringendogli la mano non riuscì a balbettare che poche parole di ringraziamento: avevo di fronte a me il disegnatore di "Libertà o morte" e de "La rabbia degli Osages", non so se mi spiego, l'illustratore di strepitose copertine del Piccolo Ranger (una di esse fa bella mostra di sé, debitamente incorniciata, nella mia camera da letto, come Francesco I di Francia poteva dire della Gioconda). Quando vidi la nostra storia pubblicata, mi resi conto di che cosa avesse voluto dire Marcello Toninelli quando, in una intervista da me raccolta per un numero speciale monografico della fanzine "Collezionare" tutto dedicato a Zagor, rispondendo a una domanda in proposito, ebbe a dichiarare:  "Donatelli, per quanto mi riguarda è il disegnatore che rende meglio quello che gli scrivo. (...) Rileggendo il fumetto, al di là del parere sulla singola tavola o sulla singola vignetta, mi accorgo che le storie disegnate da Donatelli  sono esattamente come le avevo scritte".  Effettivamente Donatelli aveva questa capacità di "sposare" le idee dello sceneggiatore, realizzando al meglio il pensiero dell'autore dei testi. Una grande dote, quella di capire subito ciò che l'autore del testo gli chiede, visualizzando la pagina in sintonia con lui: una dote che Franco dimostrava sempre, con ogni soggettista con il quale si trovò a lavorare, me compreso.




L’uomo con il fucile

"L'uomo con il fucile" è la storia di Zagor con cui sono diventato maggiorenne. Oppure, se vogliamo, quella con cui ho finito l'apprendistato e ho cominciato a essere più sicuro dei miei mezzi. Dopo un paio di anni di "rodaggio", insomma, ecco la prima sceneggiatura che mi ha lasciato pienamente soddisfatto di quanto avevo fatto e per la quale ho ricevuto apprezzamenti tali da farmi capire che anche il pubblico l'aveva apprezzata. Dando i voti ai vari episodi della serie, nel loro "Zagor Index", Giampiero Belardinelli e Angelo Palumbo attribuiscono a questo racconto addirittura sei stelle, il massimo del punteggio.  A lungo, ho indicato proprio "L'uomo con il fucile" a chi mi chiedeva quale fosse, fra i miei lavori, il mio preferito (successivamente, "La palude dei forzati", una storia del 2004, ne avrebbe preso il posto salendo sul gradino più alto della mia personale top ten). 



Insomma, dopo aver più volte temuto di non essere all'altezza, di poter esaurire le idee, di non avere le spalle abbastanza larghe per reggere il peso imposto dalla serialità (che prevede la realizzazione di un episodio dopo l'altro) e dallo standard qualitativo bonelliano, a un certo punto potei rassicurarmi sul fatto di essere effettivamente tagliato per scrivere Zagor. Ci fu, proprio in quel periodo, anche un cambiamento anche nella mia vita: lasciai la mia precedente attività, il classico "posto sicuro", per mettermi a fare soltanto lo sceneggiatore di fumetti a tempo pieno. Rileggendo "L'uomo con il fucile" ho notato l'inserimento di risvolti "gialli" in una storia avventurosa, come era già successo con la "Il tesoro sepolto" (Collezione Storica n° 122) e come sarebbe accaduto ancora molte volte, essendo io un appassionato cultore di letteratura di indagini e di investigazioni.