Bruno Guerrini
PALLONI E BALLOON
Il primo fumetto della storia è italiano
Cut-Up Publishing
Prefazione di Marco Ciardi
2026, brossurato con alette
160 pagine, 19,90 euro
“Contrariamente a ciò che si potrebbe immaginare, il titolo Palloni e Balloon non allude a una disamina di come il gioco del calcio sia stato raccontato nei fumetti italiani”, scrive il professor Marco Ciardi dell’Università di Firenze, presentando il sorprendente saggio del suo collega Bruno Guerrini. E se lo dice lui, che di calcio è esperto e appassionato, come dimostra il suo libro Nove, c’è da credergli. I palloni a cui ci si riferisce sono in realtà palloncini: quelli scoperti da Guerrini, storico del Risorgimento, in alcuni numeri di una rivista satirica ottocentesca e che, collegati con un filo al personaggio che sta parlando all’interno di una vignetta, contengono le sue parole. In altri termini, si tratta di balloon: le prime nuvolette della storia, stando alle date.
In pratica, il fumetto è stato inventato da un italiano, il fiorentino Umberto Nuvolari (1842-1926), battendo di quasi trent’anni lo statunitense Richard Felton Outcault, creatore nel 1894 di un personaggio chiamato Yellow Kid – per convenzione ritenuto il prototipo degli eroi di carta – i cui discorsi erano scritti sul camicione che lo vestiva. Perché, appunto, l’invenzione del fumetto è strettamente collegata con quella del balloon, tanto che che molti precursori, quali per esempio lo svizzero Rodolphe Töpffer, autore delle storie di Monsieur Jabot (1833) o il tedesco Wilhelm Busch (che nel 1865 creò i personaggi di Max e Moritz), vengono considerati solo degli antesignani visto che le loro narrazioni per immagini sono corredate da didascalie. Ma soprattutto Nuvolari batte sul tempo il francese Christophe (pseudonimo di Georges Colomb) e il suo Maître Pierre (1887), che Oltralpe considerano il primo della classe quanto a uso delle “bulles” – e superare i cugini dà sempre qualche soddisfazione.
Tutto ciò viene ben contestualizzato da Guerrini nel suo libro, il cui sottotitolo – “Il primo fumetto della storia è italiano” – ben anticipa il sorprendente contenuto. L’autore del saggio, presentato durante l’edizione 2026 di Lucca Collezionando, spiega di aver verificato, su alcuni vecchi numeri della rivista umoristica “Il Pasquino” datati 1868, la presenza di vignette e brevi storie con protagonisti Goffredo Tagliatella e il suo cane Ragù, opera del disegnatore Umberto Nuvolari, allievo del più famoso Casimiro Teja. A stupire Guerrini è stato constatare come sia il cagnetto che il padrone comunicassero attraverso dialoghi contenuti all’interno dei palloncini. Il Pasquino fu una delle riviste satiriche italiane più longeve, fondata a Torino nel 1856 e pubblicata fino al 1930, insieme ad altre testate come Il Fischietto e Il Mulo. Nel 1880 Nuvolari emigrò in America e interruppe la produzione delle tavole di Tagliatella e Ragù, che vennero pubblicate solo su tre numeri della rivista, peraltro di difficile reperibilità. Questo il motivo per cui sono state dimenticate, fino alla scoperta di Bruno Guerrini, che le ha inserite in parte nel suo saggio, riccamente corredato da altre immagini d’epoca. Tagliatella è italianissimo anche nella caratterizzazione: va matto per la mortadella, suona il mandolino, è uno scroccone patentato.
Indagando su Nuvolari, l’autore di Palloni e Balloon ha addirittura scoperto un contatto dell’illustratore con Joseph Pulitzer, che nel 1883 aveva acquistato il giornale The New York World, destinato a diventare uno dei giornali più influenti e innovativi dell’epoca. Proprio il quotidiano su cui sarebbe comparso lo Yellow Kid di Outcault. Coincidenza? Io non credo… e nemmeno Guerrini, che in questo snello saggio (disponibile online da sabato prossimo presso la casa editrice Cut-Up) ricostruisce appunto le vicissitudini americane di Nuvolari, giungendo a conclusioni sorprendenti e tuttavia documentate. Una lettura imperdibile per gli amanti delle nuvolette – pardon, dei palloncini.
Il protagonista grafico di quell'epoca è Casimiro Teja, torinese del 1830, “Puff” sui fogli. Orfano presto, destinato alla marina, finisce all’Accademia Albertina e scopre il suo talento: caricature narrative, sequenze a vignette che anticipano il linguaggio del fumetto. Esordisce sul Fischietto, dal 1856 diventa l’anima del Pasquino e dal 1859 ne assume la direzione fino alla morte nel 1897. Le sue litografie a doppia pagina, spesso a colori, non erano semplici ritratti di Cavour, Garibaldi o Vittorio Emanuele II: erano storie di costume, commenti sociali, vere e proprie narrazioni visive. Il suo Alfabeto di Pasquino del 1871 – un leporello lungo oltre tre metri – ripercorre in ordine alfabetico i ventitré anni di viaggio da Torino a Roma. Stile arguto, elegante, “sensatamente ironico”: castigava ridendo, senza insulto gratuito.
Accanto a queste due torinesi, il panorama si arricchisce. A Milano, nel 1869, i Fratelli Treves lanciano L’Illustrazione Popolare, settimanale “per le famiglie”, economico e accessibile, con xilografie, litografie e poi fotografie, articoli di storia, letteratura e scienza divulgativa. Nel 1873 (primo numero effettivo 1875) arriva la sorella maggiore L’Illustrazione Italiana, più prestigiosa, rivolta alla borghesia colta.
Ma la satira vera si moltiplica. Nel 1882 nasce a Milano Il Guerin Meschino, periodico umoristico illustrato della scapigliatura. Nel 1892, a Roma, Guido Podrecca e Gabriele Galantara fondano L’Asino, settimanale socialista, anticlericale e feroce, che diventerà il bersaglio preferito dei cattolici. Nel 1907, proprio come risposta a L’Asino, esce a Bologna Il Mulo, cattolico e antisocialista, diretto da Cesare Algranati (Rocca d’Adria), con tavole di Guido Moroni Celsi. Nel 1900 debutta Il Travaso delle Idee, uno dei più popolari, senza precisa collocazione politica, che arriva fino al 1966. E ancora Il Becco Giallo (1924), antifascista, soppresso nel 1926.
Non era solo un fenomeno italiano. In Europa la satira illustrata era già matura. A Parigi, nel 1832, Charles Philipon fonda Le Charivari, modello di vignette politiche e di costume. A Londra, nel 1841, Henry Mayhew e Ebenezer Landells creano Punch (sottotitolo: The London Charivari), che per oltre un secolo sarebbe stato il riferimento dell’umorismo britannico.
Queste riviste italiane non inventarono il fumetto, ma ne furono una premessa raffinata. Le grandi tavole di Teja, le sequenze narrative del Fischietto, certe pagine del Pasquino o del Guerin Meschino sono veri e propri protofumetti: storie raccontate per immagini, con didascalie, personaggi ricorrenti, linguaggio visivo che anticipa le strip americane. Il 1894, con il Yellow Kid di Outcault, segna la nascita del fumetto moderno come fenomeno di massa, ma qui in Italia si era già imparato a “narrar disegnando”.
Oggi il problema è un altro: la conservazione. Annate complete o fascicoli sciolti circolano ancora su eBay e librerie antiquarie, ma sono preziosi e costosi. L’Illustrazione Italiana è la più generosa: intere annate su Internet Archive. Il Fischietto ha qualche raccolta parziale sulla Biblioteca Digitale della Lombardia. Il Pasquino resta il più ostico: solo frammenti online, singole vignette, il grosso nelle emeroteche torinesi, alla Raccolta Bertarelli di Milano o nelle collezioni private.
Sfogliando quelle pagine ingiallite – con l’inchiostro che ancora odora di Risorgimento – si capisce che l’Italia unita non la fecero solo i generali e i diplomatici. La fecero anche le matite di Teja, di Galantara, di Redenti e di tanti altri.