martedì 26 agosto 2014

CICO CONQUISTADOR






E' in edicola l'ottavo numero della ristampa a colori degli albi di Cico, pubblicata dalle Edizioni If. La collana, ottimamente confezionata, ha prima riproposto i cinque episodi realizzati tra il 1979 e il 1983 da Guido Nolitta e Gallieno Ferri, poi è passata all'unico albo realizzato da Tiziano Sclavi, "Horror Cico", del 1990, quindi è arrivata a ripubblicare le mie prime storie. Due mesi fa era stata la volta di "Cico Trapper", adesso tocca a "Cico Conquistador". Ho già spiegato come io consideri (a torto o a ragione) i miei diciannove speciali dedicati al messicano più simpatico del mondo tra le cose migliori che abbia mai fatto, e già parlando del titolo precedente ho dimostrato quanto sforzo di elaborazione e di documentazione ci fosse dietro a storie apparentemente semplici e nate solo per far ridere (cosa, peraltro, estremamente difficile, soprattutto per chi dovesse, come io dovevo, passare il vaglio severissimo di Sergio Bonelli - un argomento, questo, che ho approfondito nell'articolo precedente).

In "Cico Conquistador" la sfida era mettere in parodia drammatici eventi storici,  personaggi realmente vissuti e reali usi e costumi aztechi. Per realizzare il racconto , sia io che Francesco Gamba ci siano documentati moltissimo, e l'albo è infarcito di riferimenti (a volte invisibili ai più) a testi storici come quello di William Prescott, il classicissimo "La conquista del Messico". Il più grosso difetto di questo speciale, che pure è stato apprezzato da molti, è forse proprio quello di seguire troppo da vicino la realtà dei fatti a discapito della libera invenzione. Ricordo le critiche in tal senso sia di Decio Canzio che di Sergio  Bonelli appunto perché, a loro avviso, il racconto finiva per essere troppo didascalico. Invece, Francesco Coniglio, che mi telefonò appena uscito, se ne dichiarò entusiasta.  

Cortés a Tenochtitlan 
"Cico conquistador" uscì per la prima volta nell'estate del 1992, in occasione delle celebrazioni del cinquecentenario della scoperta dell'America. Nel medesimo anno apparve in edicola anche uno Speciale Zagor a mia firma (illustrato a Gallieno Ferri), intitolato “Il segreto di Cristoforo Colombo” e realizzato proprio per quegli stessi festeggiamenti.  Tutti e due i “fuori serie” estivi dello Spirito con la Scure, insomma, celebrarono l’avvenimento rifacendosi a precisi fatti storici (ci fu anche una storia di Martin Mystère dal titolo "La quarta caravella", ma fui lieto di aver battuto Alfredo Castelli, sempre molto attento a queste ricorrenze, due a uno). Per la prima volta negli albi di Cico, il  protagonista del racconto non è il buffo pancione, ma un suo antenato giunto in Messico al seguito di Hernan Cortés, detto il “Conquistador”.  L’idea mi venne in mente pensando alla frequenza con cui il nostro paffuto eroe ricorda i suoi avi conquistadores: perché, mi chiesi, non raccontare appunto di un tris-tris-trisavolo aggregato alla spedizione spagnola che sottomise l’impero azteco?

"La conquista del Messico" è un saggio che  risale alla fine dell'Ottocento, ma è ancora oggi validissimo: si sono scoperte nuove carte e nuovi documenti, ma non si è aggiunto nulla di inedito alle notizie sull'impresa di Cortés che il Prescott aveva dato. Per di più, Prescott scrive con uno stile accattivante e piacevolissimo, e la descrizione della conquista dell'impero azteco così come lui la fornisce è molto gradevole e interessante da seguire. Quasi tutte le parole messe in bocca a Cortés durante le sequenze didascaliche o basate su fatti storici sono quelle che il capo dei conquistadores pronunciò davvero. Per esempio, è più o meno esatto il discorso fatto da Cortés quando pose la prima pietra di Veracruz. E' più o meno esatto il suo commento davanti allo scudo d'oro grande come una ruota di carrozza e raffigurante il sole che gli venne inviato da Montezuma insieme a una ambasceria ("Varrà almeno ventimila pesos!"). 

Tenochtitlan prima della distruzione: "una delle città più belle del mondo"
Dopo la distruzione della capitale Tenochtitlan, Cortés si dispiacque davvero di aver raso al suolo "una delle più belle città del mondo". Un altro particolare corrispondente a verità è il fatto che Cortés fosse pieno di cicatrici in seguito a duelli fatti con mariti, fidanzati o fratelli di donne da lui sedotte o insidiate, dato che il prode Hernan era un grande amatore. Sono storiche le figure del governatore di Cuba Velasquez e soprattutto quella di Malinche, la bellissima azteca amante di Cortés che gli faceva da interprete (venne ribattezzata dagli spagnoli "donna Marina" e diede a Hernan due figli). E' storica anche la figura di Melchorejo, altro indigeno interprete dei conquistadores.

Cortés e Malinche

Poiché la lingua degli aztechi, il nauhatl, è ancora oggi parlato in Messico e in altri stati del centro America, ho cercato di usare vere parole nauhatl quando qualcuno parla in quella lingua. Non si tratta di discorsi in lingua con senso compiuto, ma i vocaboli sono reali.  In particolare, sono vere parolacce nauhatl certe imprecazioni messe in bocca a certi personaggi aztechi.
  
L'incontro fra Cortés e Montezuma (accanto al Conquistador, Malinche)

L'arazzo di piume (la tessitura delle piume era un'arte in cui eccellevano gli aztechi, esattamente come si dice nell'albo) che si vede a un certo punto nell'albo, e che Cico distrugge con uno starnuto, esiste veramente: è conservato in un museo di Vienna e rappresenta un lupo. E' un cimelio che ci è stato tramandato dei doni realmente fatti da Montezuma a Cortés nel corso delle varie ambascerie fatte mentre i conquistadores si avvicinavano a Tenochtitlan e Montezuma non sapeva che pesci prendere (si chiedeva se gli spagnoli erano uomini o dei, proprio come lo si vede fare nell'albo: poi vede Cico e capisce che non possono essere divinità!). 

Ancora una interpretazione della stessa scena
Un altro libro fonte di grande ispirazione è stato "L'Azteco", di Gary Jennings. Si tratta di un romanzone di storico di più di mille pagine, ma che si legge tutto d'un fiato perché è molto avvicente. Racconta l'impresa dei conquistadores vista con gli occhi di un azteco, tale Mixtli, dignitario della corte di Montezuma. Tutte le curiosità della vita a Tenochtitlan sono tratte da lì (per esempio, che i semi di cacao erano usati come moneta, e che gli abitanti della capitale andavano matti per la neve mangiata come fosse un gelato, o che dormivano sulle stuoie e non sui letti, o che le donne strabiche erano considerate belle).

Rileggendolo a distanza di ventidue anni ho notato alcuni interventi del mio supervisore di allora, Renato Queirolo (credo sia sua la rielaborazione di una gag in cui Cico vestito da donna combina involontariamente dei disastri a danno di miss Oldmaid, spruzzandole profumo negli occhi e facendola scivolare sulla crema per le mani: avevo immaginato la faccenda in modo un po' diverso). In ogni caso, mi sono divertito e credo che la lettura, oltre a strappare qualche sorriso, possa insegnare perfino qualcosa.

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