sabato 15 giugno 2013

CINEMA AL CINEMA 9



Proseguono le recensioni cinematografiche di Giorgio Giusfredi, mio personale consulente, nonché scrittore, sceneggiatore di fumetti e cuoco. I pareri che esprime sono sua responsabilità, ma di solito li condivido. In ogni caso, i complimenti e le critiche vanno indirizzate a lui.

CINEMA AL CINEMA 9
giugno 2013
di Giorgio Giusfredi



LA GRANDE BELLEZZA

Un film di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Carlo Verdone, Carlo Buccirosso, Sabrina Ferilli, Pamela Villoresi. Drammatico, durata 150 min. - Italia, Francia 2013

Cosa cerca uno scrittore durante la propria esistenza? Immagini, suoni, parole, odori, sapori, sensazioni e… una maniera per raccontarli. Un taglio, una voce o uno sguardo. Questo film racconta l’incessante ricerca dello scrittore Jep Gambardella (un sempre bravo Tony Servillo) di quella che lui chiama "la grande bellezza". Lo fa soffermandosi spesso a osservare il mondo attorno a sé e le sue numerose soggettive ci regalano lo stesso sguardo del protagonista. Momenti, scorci, di romanità e non. Perché questo, come erroneamente si è detto, non è un film su Roma o sulla bella vita. È un film su un uomo che fa un mestiere che, in Italia, non è neanche ritenuto un "vero lavoro". Così dopo il successo di un primo romanzo (di cui tutti nel film si ricordano), questo personaggio mette la sua penna al servizio dell’informazione scrivendo solo pezzi giornalistici. Si trasferisce a Roma – intesa come grande città, avrebbe potuto benissimo essere anche Milano – e diventa il re della mondanità. Sui sessant’anni però il baratro della noia dovuta al disincanto lo raggiunge e Jep si trova a fare i conti con la propria vita. Ci sono molte cose buone e alcune meno buone. Diremo solo quelle buone perché anche con qualche inciampo bisogna riconoscere che fare un film del genere non è da tutti. Molto bella la festa iniziale: la sensazione che si prova normalmente quando si entra in una sala con luci stroboscopiche e musica esagerata è ben rappresentata con montaggi di primi piani sconvolti sudati e danzerini che si fanno incontro alla camera. C’è anche un’altra scena che vale la pena citare. Nella parte centrale del film entra in scena Sabrina Ferilli che interpreta una spogliarellista burina che come da cliché aiuta il più dotto partner con la semplicità di alcune pensate. Bene, questo personaggio femminile racconta la sua prima volta con un calciatore che no fu molto abile a soddisfarla nel letto. Per sdebitarsi si mise a palleggiare e, nel film, rivediamo la scena in flashback. In quella breve sequenza c’è molto di più di un ragazzo che palleggia; c’è il disagio di una controversa situazione sociale. Proprio  questo rapporto tra lo scrittore e la spogliarellista rammenta il Roth newyorkese de "L’animale morente".


UNA NOTTE DA LEONI 3

Un film di Todd Phillips. Con Bradley Cooper, Ed Helms, Zach Galifianakis, Ken Jeong, Heather Graham. Titolo originale The Hangover Part III. Commedia, durata 100 min. - USA 2013. - Warner Bros

In questo terzo capitolo "la botta del giorno dopo", il famoso "hangover" arriva solo alla fine. Solo dopo alcuni titoli di coda. E, visto i nefasti risultati, c’è da chiederci se avremmo visto più volentieri il solito film che ricostruisce come si è arrivati a quelle drastiche conseguenze invece di un’articolata buddy buddy spy story. Un giallo degli equivoci. Detto questo il film è divertente, trascinato dal carisma dei personaggi e degli attori che li interpretano. Su tutti Alan e il suo candido acume corrosivo: “Mi vengono in mente tante persone che sarebbero potute morire invece di papà… tipo mamma”, dice all’elogio funebre del padre. Alcuni caratteri non sembrano rispecchiare quelli dei personaggi dei capitoli precedenti ma, alla fine, si fa qualche risata e vediamo concludere una saga che, in ogni capitolo, ha lanciato almeno un tormentone estivo… quale sarà quello di quest’anno?


SOLO DIO PERDONA

Un film di Nicolas Winding Refn. Con Ryan Gosling, Kristin Scott Thomas, Tom Burke, Vithaya Pansringarm, Yaya Ying. Titolo originale Only God Forgives. Thriller, durata 90 min. - Francia, Danimarca 2013

La violenza è bella quando è inutile e verosimile. E la violenza inutile è sempre verosimile. Perché la violenza è inutile. Un’inesorabile, divina, epica e apocalittica serie di eventi travolge Julian (il fascinoso e silente imbronciato Ryan Gosling), gestore di una palestra di thai boxe a Bangkok; primo dei quali la morte del fratello, suo socio in affari. Quest’ultimo, Billy (un laidissimo Tom Burke) cerca, ciondolandosi allegramente per le strade, una minorenne da stuprare. E, quando la trova, dopo aver fatto il suo porco comodo, la squarta. Questo primo delitto viene subito vendicato con il sangue e scatena l’avvento della madre dei due fratelli, Jenna, un autentica M.I.L.F-Fatale che incarna ogni genere di psicosi materna da Edipo a oggi, interpretata da Kristin Scott Thomas. Questa donna è la vera cattiva della storia. I piani di lettura sono diversi e l’avvolgente fascino di una città magistralmente fotografata al neon culla lo spettatore in un mondo che ha l’aria di essere surreale, quasi un post apocalittico sistema alla Blade Runner, e che, invece, è spietatamente reale. Anche le melodie della colonna sonora, soavi ed etniche, miste a scene di coreografica brutalità, ricordano ad alcune magiche scene di Jodorowsky; a cui questo film, peraltro, è dedicato. Il presunto distaccamento, la regia secca, sono solo finte tecniche di una narrazione fredda che, grazie a espedienti come quelli descritti sopra, è, invece, molto intimista e segue il punto di vista del protagonista, se sono possibili assiomi letterari al cinema. Tutto è visto con lo sguardo di Julian, persino le scene che lui non può conoscere. Qui alcuni storceranno il naso ma la bellezza del prodotto sta proprio nel taglio voyeuristico del regista, ovvia deformazione professionale, che si denota nel personaggio principale. Il morboso feticismo di mani maschili – ossimoro, dentro il film, di un tipo di lotta (la thai boxe) nella quale si usano principalmente i gomiti e le ginocchia – ricorrente ne è la prova. Le numerose soggettive di Julian che osserva le proprie mani, aperte e poi chiuse, e poi d nuovo aperte; l’uso di esse come unico strumento di piacere sessuale e, soprattutto, l’amputazione come punizione/espiazione. Quello che Ryan Gosling interpreta non è un eroe, e nemmeno un antieroe; è solamente un osservatore interno che, però, emenda colpe non sue, unicamente reo di una impassibile immobilità che invece che essere fastidiosa sublima gli atti quasi sacri del vero eroe della storia, Chang, interpretato dall’attore Vithaya Pansringarm le cui bolse impassibilità facciali ricordano Paul Meurisse il commissario Blot di Tutte le ore feriscono… l’ultima uccide. Questo oscuro personaggio, capace di letali mosse con la sua spada, canta estemporaneamente al karaoke seguito dal muto drappello di guardie-soldati. Chang è superiore a tutto il male in cui è immerso e si muove come un Dio del quartiere, lento e inesorabile. E come Dio tutto può e tutto dona; e punisce. Nonostante ciò, Gosling è un duro e stringe i pugni emulando la bronzea statua nella sua palestra. La statua che idolatra le gesta del polizziotto-Dio da giovane. Questo film è una sorta di New Hard-Boiled di cui fanno parte pellicole che sempre più ci stiamo abituando a vedere piacevolmente.


IL GRANDE GATSBY

Un film di Baz Luhrmann. Con Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire, Carey Mulligan, Joel Edgerton, Isla Fisher. Titolo originale The Great Gatsby. Drammatico, durata 142 min. - Australia, USA 2013

Tradurre uno dei più grandi romanzi del ventesimo secolo è, allo stesso tempo, un successo e un rischio. Un successo perché la forza della trama e dei personaggi imbastiti da Fitzgerald non hanno niente da invidiare a un dramma di Shakespeare, anzi, per i temi trattati, superano il vate inglese in arguzia e modernità. Il rischio deriva dal trasporre il medium narrativo. Anche Lurmann cade nel tranello della prima persona, usando Carraway, il narratore del romanzo come narratore del film. La tentazione di fare ciò, si capisce, è forte per chi ha letto il romanzo, perché la prosa dell’autore americano è avvolgente e la sua voce arricchisce di locuzioni assolutamente funzionali la narrazione la storia. La voce fuori campo non funziona al cinema, tranne rari casi. Questo non è uno di quelli. Per il resto la pellicola segue la storia e non si può fare a meno di appassionarsi alle vicende amorose del Grande Gatsby. Torniamo al film che è in 3D e presenta alcuna curiosità: quando ci sono due primi piani che parlano, uno frontale e uno di spalle, quello di quinta, per la prima vola, forse, presenta una vera tridimensionalità perché oltre agli effetti 3D in questa pellicola si usa molto la messa a fuoco. Gli attori, tutti bravi – strepitoso come al solito DiCaprio –, aumentano il livello di pathos. Le famigerate feste di Gatsby sono belle e coreografiche, come nello stile del regista e, sempre nel suo stile, si riutilizzano musiche contemporanee riarrangiate sui ritmi dell’epoca. Le flappers sono quanto di più sexy si sia visto nel panorama della moda femminile e in questo film ce n’è una testimonianza. Consigliata la visione, ma ancora più consigliata la lettura del romanzo.


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