martedì 31 dicembre 2013

GLI ULTIMI LIBRI DELL'ANNO


Ecco, in ordine alfabetico, le recensioni di alcuni dei libri che ho letto di recente: sono le mie letture (almeno quelle di cui ho trovato il tempo di scriverne) dei mesi da luglio a dicembre del 2013. Le precedenti recensioni, librarie e fumettistiche insieme, sono state raccolte sotto il titolo "Letti di foglie", "Tanti e allettanti", "Letti di rose" e "Un Asso e altre buone carte".



AAA ASSO DECONTAMINAZIONI INTERPLANETARIE
E ALTRI RACCONTI
di Robert Sheckley
Urania Millemondi n° 65, Mondadori
Autunno 2013, brossurato, 450 pagine, 7.50 euro

 Si tratta di tre diverse antologie di racconti di fantascienza, radunate in un solo volume: "AAA Asso Decontaminazioni Interplanetarie", "Fantasma Cinque" e "Giardiniere di uomini". In tutto, trentuno piccoli gioielli usciti dalla penna di uno dei migliori autori della SF mondiale, per quanto sui generis. "Bizzarro maestro della letteratura ebraico-americana, oltre che tranquillo rivoluzionatore" del genere fantascientifico, lo definisce Giuseppe Lippi nella sua introduzione, in cui racconta anche il suo personale incontro con Robert Shekovsky, questo il vero cognome dello scrittore, che era nato a New York nel 1928 da genitori di origine polacca. "Bizzarro" è un aggettivo che calza a pennello a Sheckley, in quanto è difficile definire i suoi racconti con una precisa etichetta, essendo tutti border line o, se proprio vogliamo, decisamente al di là di ogni confine. Mai si tratta di fantascienza "rigorosa" in senso scientifico, sempre si notano aspetti umoristici, satirici, fantastici, metaforici tesi a sorprendere, spiazzare, incantare, in ogni caso divertire i suoi lettori. Mai lo scrittore fa sfoggio di retorica o accondiscendenza verso una morale comunemente intesa, né di ricercatezza nello stile, che anzi è sobrio, sintetico e mirato verso un bersaglio ben preciso: la maggiore efficacia possibile, al di là di ogni fronzolo non giustificato. Data l'asciuttezza, la sintesi e l'umorismo che lo contraddistinguono, Sheckley riesce meglio nei racconti che nei romanzi (subito sotto trovate recensito il suo "Anonima Aldilà", sempre pubblicato su Urania). Le tre diverse parti dell'antologia hanno ciascuna caratteristiche peculiari. I primi sette racconti sono altrettante esilaranti avventure di una coppia di "disinfestatori" spaziali, Gregor e Arnold, in un futuro in cui il viaggio interstellare è così facile e a buon mercato che chiunque può comprarsi uno dei miliardi di pianeti sparsi per l'universo e abitarci da solo, o con la sua famiglia, o con un piccolo gruppo di multiproprietari. Però, i pianeti vanno ripuliti da eventuali forme di vita ostili, o da gas tossici nell'atmosfera, oppure ne va regolata la meteorologia. La seconda parte raccoglie racconti eterogenei ma tutti affascinanti per argomento e soluzioni: si va dalla storia classica e tutto sommato tradizionale dei due astronauti atterrati su un pianeta spazzato da venti eccezionalmente forti, all'anticipazione (nel 1958, anno in cui venne scritto) di un reality show televisivo in cui un concorrente deve sfuggire alla caccia di un gruppo di killer mentre tutto viene seguito dalle telecamere e il pubblico da casa può decidere per chi tifare o materialmente intervenire nello spettacolo aiutando o ostacolando chi crede. Il migliore di tutti è "Il magazzino dei mondi", in cui un apparecchio consente a chi se lo può permettere di vivere per un anno nel mondo dei suoi sogni, in cambio però di dieci anni di vita nel mondo reale; però non è male anche "Nuova Invasione" in cui tutte le spedizioni esplorative degli alieni per studiare la possibilità di invadere la Terra non tornano più indietro e nessuno di loro capisce il perché, finché anche l'ultima, mandata a risolvere in modo definitivo il mistero, fa la stessa fine (ma almeno i lettori scoprono, divertendosi molto, il perché). Nella terza parte, più "strana" e fantastica, brilla "Raddoppio", un racconto in cui il diavolo offre a un uomo la possibilità di chiedere qualunque cosa voglia, a patto però che, nello stesso tempo, il suo peggior nemico abbia esattamente il doppio. Un bel dilemma. Voi che fareste?


ANONIMA ALDILA'
di Robert Sheckley 
Urania Collezione n° 126
Mondadori
luglio 2013, 220 pagine, 5.90 euro

Si tratta di un romanzo del 1958 trasportato in film nel 1959 con il titolo "Immortality, Inc." (quello originale del libro), scritto da un autore americano dalle radici polacche (il cognome della famiglia era in realtà Shekovsky), maestro nel campo delle short-stories ma meno suo agio, come scrive Giuseppe Lippi nella sua interessante postfazione, nei racconti lunghi, anche se gli si devono capolavori come "Gli orrori di Omega" o lo stralunato "Opzioni". "Anonima Aldilà" è stato stampato e ristampato più volte e si può considerare a tutti gli effetti un classico: a sostenerlo, garantendogli un sempre rinnovato interesse, non è la trama che vi si dipana, tutto sommato non particolarmente adrenalinica, ma la grande idea che c'è alla base. In pratica, Sheckley immagina che "attorno all'anno Duemila" uno scienziato, von Ledder fornisca le prove scientifiche della sopravvivenza dell'anima, in altre parole della Vita oltre la Morte. La faccenda smette di essere oggetto di credenze e diventa realtà oggettiva. Un Aldilà però unico, uguale per tutti, non tripartito in Inferno, Purgatorio e Paradiso. Solo che non destinato a tutti: una persona su un milione sopravvive al proprio decesso, gli altri svaniscono nel nulla: dipende dalla particolare conformazione della psiche. Tuttavia, tecniche molto costose possono consentire di modificare questa conformazione e far sì che, chi vi si sottopone, possa divenire immortale, al meno dal punto di vista spirituale. Ciò significa che, pagando, un ricco può guadagnarsi l'accesso nell'Aldilà (un povero ci va solo se è naturalmente predestinato). Dunque, nel futuro del 2110, esistono Società quotate in borsa che organizzano l'accesso all'Oltretomba, facendone commercio. Non solo. Dato che l'anima sopravvive, la si può trapiantare in un corpo nuovo alla morte di quello vecchio, ed ecco crearsi un florido mercato di corpi, sia legale (la persona che lo cede, in cambio della propria immortalità oltretombale e di un sostanzioso aiuto alla propria famiglia, lo fa volontariamente) sia illegale (le persone vengono rapite e derubate del corpo). Ci sono anche nuove malattie come lo "zombismo" (l'anima sopravvive in un corpo che si decompone) e nuove droghe, come il trapianto parziale nella mente altrui per sperimentate sensazioni provate in un corpo diverso, che può essere fatto godere o soffrire senza che sia il nostro. Thomas Blaine, uomo del 1958, si trova incredibilmente proiettato nel futuro, in un corpo nuovo, subito dopo essere morto in un incidente stradale, grazie a una nuova tecnica di "viaggio nel tempo" che consente il prelievo delle anime dal passato, e scopre la nuova, incredibile situazione del 2110, ricostruendo anche il complotto che lo ha portato fin lì, lo stesso che ha organizzato l'incidente che gli è costato la vita.



L'ARTE DI FERRI
di Graziano Romani
Panini
2013, brossurato, 128 pagine, euro 22

Si tratta del secondo volume di una collana inaugurata lo scorso anno con "L'arte di Galep", opera dello stesso autore. Il quale è noto anche e soprattutto come eccellente musicista rock, avendo all'attivo una ventina di album realizzati come solista e insieme alla sua band "Rocking Chairs". Fra le altre cose, Graziano ha inciso due sbalorditivi CD dedicati uno a Zagor e uno a Tex, mentre è in arrivo il terzo, destinato a completare la trilogia, che si intitolerà "Yes, I'm Mister No". Oltre che in campo musicale, però, Romani è attivissimo, da qualche anno a questa parte, anche come saggista e storico del fumetto, settore in cui può vantare una competenza invidiabile. Insieme al sottoscritto ha firmato, tra il 2009 e il 2011, tre libri dedicati a Ferri, Ticci e Nolitta, editi da Coniglio. Poi, ecco giungere, soltanto a firma sua, i due volumi su Galep e, di nuovo, su Ferri, pubblicati da Panini. Le caratteristiche dei saggi della collana "L'arte di..." sono quelle di abbinare la scelta di grandi maestri della nona arte con una selezione di immagini riprodotte il più possibile dagli originali e scelte fra quelle meno viste, se non inediti tolti dai cassetti, corredati da un testo che ne faccia la disamina. La parte prettamente saggistica del volume è interessante, scorrevole, accattivante, esaustiva. Ma, soprattutto, sono le illustrazioni a fare la parte del leone. Il grande formato del libro (21 x 30 cm) valorizza i disegni del maestro ligure, stampati al meglio in ogni dettaglio e in modo che si possa percepire ogni morbida pennellata. Oltre alle copertine più classiche, rese però in modo che su vedano le correzioni, i bianchetti, i segni del lapis, il nastro adesivo, i titoli aggiunti dai grafici, ecco le illustrazioni a colori realizzate da Ferri per dei bozzetti pubblicitari o per copertine di libri, o per favole per bambini. Così come ecco tavole poche viste della produzione italiana e francese precedente a Zagor. Non manca, ovviamente, Mister No. A tutto ciò si aggiunge lo scoop di un personaggio inedito, un progetto rimasto nel cassetto, ideato da Ferri negli anni Ottanta insieme al figlio. A concludere l'imperdibile volume, una bibliografia e una cronologia delle opere. A precederlo, una mia prefazione dal titolo "Un maestro per amico". Sfogliarlo permette di capire perché Gallieno sia uno dei disegnatori più amati in Italia e nel mondo, oltre che uno dei più longevi.



THE BIG BOOK OF PUSSY
di Dian Hanson 
Taschen
2011, cartonato, 374 pagine, 40 euro

Si tratta di uno dei cinque imperdibili e monumentali tomi dedicati dalla benemerita Casa editrice di Colonia, specializzata in libri di foto e illustrazione, ad altrettanti parti del corpo umano. Esistono infatti i "big book" riservati, oltre che alle pussy, ai breast, alle legs, al butt e ai penis. I testi sono multilingue (tra cui l'italiano) ma ovviamente sono le immagini a fare da padrone. Il grande formato enciclopedico consente una visione panoramica dei soggetti fotografati. La copertina, geniale, dotata di un lato A e di un lato B che mostrano appunto il davanti e il didietro di un bacino femminile, è corredata da una sovraccoperta di plastica trasparente con una mutandina nera che si può togliere mettendo a nudo quel che c'è sotto. Il sommario prevede una suddivisione per anni, a partire dal 1900 fino al 2011, in cinque grandi sezioni. Se si fosse voluto partire dalle raffigurazioni pittoriche il libro avrebbe potuto mostrare graffiti rupestri nelle caverne degli uomini primitivi, come spiega l'autrice, tanto il soggetto ha sempre interessato gli esseri umani. Si parte invece da fotografie dell'inizio del secolo scorso (una scena lesbo alquanto hairy) fino a recentissime rappresentazioni in 3D. Lo scopo è mostrare come si è evoluto nel corso dei decenni il gusto estetico sia nell'esibire (da parte della donna) che nel riprodurre (da parte del fotografo) il sesso femminile. Ci sono, ovviamente, immagini elaborate e di buon gusto artistico e pose triviali e ginecologiche, e tutte comunque hanno un senso perché se qualcuno le ha realizzate e riprodotte vuol dire che c'è sempre stato un perché, un bisogno da soddisfare, un tabù da infrangere, un gioco da giocare, un brivido da provare e far provare. E' interessante confrontare la parte al tutto, per cui la "pussy" ha sempre una corrispondenza estetica e caratteriale con la sorridente e complice proprietaria che la ostenta. Inoltre, il volume sfata la credenza (ammesso che ci sia chi la crede) che le "pussy" siano tutte uguali. Assolutamente no, come ben sanno gli intenditori.


IL CASO O LA SPERANZA?
UN DIBATTITO SENZA DIPLOMAZIA
di Paolo Flores D'Arcais e Vito Mancuso
Garzanti
2013, 160 pagine, 14 euro

Davvero senza esclusione di colpi, questo scontro fra filosofi sul sempiterno tema del rapporto fra la fede e la scienza. Flores D'Arcais (ex leader sessantottino e direttore della rivista "Micromega") invita Mancuso (il controverso ma illuminato e illuminante teologo laico de "L'anima e il suo destino") a dialogare su Dio e sulla trascendenza e ne viene fuori un testo bellissimo da leggere e da meditare. Tutt'altro che facile, va detto: i due contendenti sono preparatissimi in campo sia filosofico che scientifico, e le citazioni dotte si alternano a riferimenti culturali di amplissimo respiro, sia a pensatori del passato (questi, più facili da cogliere) che nostri contemporanei (questi, più ostici ma di grande interesse). Tuttavia, il botta e risposta tra i due agguerriti disputanti è efficace e coinvolgente e il saggio basta a se stesso, cioè si può leggere anche senza aver letto Wittgenstein o Kant (di cui si parla spesso). Volendo riassumere in nuce le posizioni dei due, Mancuso non difende alcun dogma della Chiesa Cattolica ma semplicemente (se "semplicemente" si può dire in questo caso) la fede in un Dio creatore che guida l'evoluzione in direzione del Bene; Flores D'Arcais, dal canto suo, professa la non necessità di un ente divino per spiegare un universo che si spiega da solo e che, anzi, testimonia piuttosto l'insussistenza di qualunque prova di una trascendenza che vada al di là delle leggi fisiche (quelle che conosciamo e quelle che conosceremo). Mancuso scrive: "All'interno di questo mondo dai molti possibili significati io credo un Dio e nell'anima immortale perché credo al bene e all'amore come significato ultimo dell'essere e della vita; credo in Dio e nell'anima immortale in quanto attribuisco al bene e all'amore il primato ontologico, e non solo etico, della vita". D'Arcais risponde: "Nulla da obiettare, fatti pure il tuo film ma non lo spacciare però come un 'sapere'". Da leggere, se vi attizza l'argomento.



CATTIVIK - L'INTEGRALE: LE ORIGINI (1975-1988)
di Silver 
Panini Comics
2013, 260 pagine, euro 19.90

Che dire se non "imperdibile"? Cartonato con sovraccoperta, apparato critico, intervista all'autore, buona qualità di stampa, formato maneggevole, testi e disegni eccellenti, divertimento assicurato, un classico tra i classici. Si tratta del primo volume che raccoglie le storie e le strip di Cattivik realizzate tra il 1975 (anno in cui Silver ereditò il personaggio da Bonvi, che l'aveva creato tra il 1964 e il 1965 su un giornaletto universitario bolognese, e poi trasferito nel 1970 su "Tiramolla") e il 1998, ovvero il momento in cui cominciano le avventure realizzate per il mensile della Acme (poi divenuta Macchia Nera) intitolato al Genio del Male. Un'occasione da non perdere. A corredo di questo mio invito all'acquisto potete leggere la mia intervista a Bonvi riguardante appunto Cattivik, pubblicata qui: http://morenoburattini.blogspot.it/2011/06/intervista-bonvi.html



CATS
di Sergio Cavallerin
Fabrizio Fabbri Editore
56 pagine a colori, 2012, presentazione di Giusi Ceccagnini

Si tratta di un libro d'arte che raccoglie un centinaio di opere pittoriche ispirate dai gatti a Cavallerin, figura molto nota nel comicdom italiano (suo il merito di aver riportato in Italia i supereroi Marvel dopo l'epoca Corno e di essere stato, con Giovanni Bovini, il fondatore della Star Comics oltre che uno dei primi distributori per le fumetterie). Di Sergio conoscevo, oltre che i trascorsi fumettistici, il talento di disegnatore satirico: avevo già apprezzato, infatti, il suo volume "Levitazioni", contenente oltre trecento vignette di ottimo livello sia artistico e umoristico. Adesso lo scopro anche illustratore a tutto tondo, abile con varie tecniche (pastello, acrilico, olio, inchiostro, tempera) e su molti supporti (carta, cartone, tela). Abile anche nel diversificare gli stili, e nel variare i modelli di ispirazione rifacendosi ora a Chagall, ora a Hopper, ora a Buzzati, ora a Fontana, ora a Folon. Nella varietà delle proposte, Cavallerin si mantiene godibile, sempre leggibile, decifrabile, in grado di parlare direttamente al cuore. E dietro a ogni quadro c'è un'idea individuabile e originale. In questo caso, le opere riguardano tutte l'universo felino. I gatti sono osservati e interpretati da ogni punto di vista e in tutte le salse, e tuttavia non finiscono mai di meravigliare. Come del resto accade nella realtà, allorché ci sorprendiamo a osservarli, ipnotizzati dai loro movimenti e dall'ondeggiare delle loro code, stregati dai loro occhi. Il sito dell'artista è: http://www.sergiocavallerin.it/



CIME TEMPESTOSE
di Emily Brontë 
Crescere Edizioni
2011, 352 pagine, 7.90 euro

L'edizione che mi sono trovato fra le mani è, ovviamente, soltanto una delle cento altre che è possibile rintracciare, trattandosi di un classico della letteratura inglese disponibile nei cataloghi (presenti e passati) di molte Case editrici. Il titolo originale, "Wuthering Heights", è stato reso famoso anche da una celebre canzone di Kate Bush del 1978, una hit che nel questo alludeva proprio all'amore folle e malato di cui si racconta nel romanzo, uscito per la prima volta nel 1847 sotto pseudonimo. Emily Brontë si firmò infatti Ellis Bell, come del resto sua sorella Charlotte aveva pubblicato nello stesso anno "Jane Eyre" con il falso nome di Currer Bell (il pubblico dava minor credito alle autrici piuttosto che agli autori). Va detto anche che le sorelle Brontë (delle quali in Inghilterra si può ancora visitare la casa) erano tre: va aggiunta anche Anne, scrittrice a sua volta ("Agnes Grey", "Il segreto della signora in nero"). In ogni caso, "Cime tempestose" è l'unico romanzo di Emily, ed è un peccato perché si tratta di un racconto coinvolgente ed inquietante dalla struttura innovativa. Mi ci sono avvicinato dopo aver letto, non troppo tempo fa, un altro classico inglese di qualche anno precedente, "Orgoglio e pregiudizio" (1813), di Jane Austen. Trovato entusiasmante quello, mi sono convinto a saggiare qualche altro titolo del genere. In Emily Brontë si respira già il romanticismo da cui la più algida Austen ancora non poteva essere stata contagiata. "Wuthering Heights" è potente e drammatico nella descrizione delle passioni e dei sentimenti, allude alla presenza dei fantasmi e all'amore dopo la morte, coinvolge gli elementi naturali, descrive personaggi infami, dolci, forti e deboli in una grande varietà di situazioni psicologiche. La realtà sociale non è molto diversa da quella di "Pride and prejudice", ma qui si presta più attenzione alle classi più povere, a partire dal fatto che uno dei due io narranti è una nutrice e governante, Nelly Dean. Dico "io narranti" perché la novità è proprio questa: il narratore non è il dio onniscente che descrive dall'alto le vicende ma sono due personaggi diversi, e di diversa estrazione, il giovane e ricco Mister Loockwood e appunto Nelly, la sovrastante di Thrushcross Grange, la villa da lui affittata nella brughiera del North Yorkshire. Anzi, la magna pars della descrizione è affidata proprio a quest'ultima, invitata dal primo a raccontare i fatti accaduti nei trent'anni precedenti sia in quella casa che nella vicina dimora di Wuthering Heights, che dà il titolo al romanzo. A volte, all'interno della narrazione di Nelli si inseriscono, riferite da costei, le puntuali cronache dei fatti a lei riferire da altre persone, a giustificare la sua conoscenza degli avvenimenti. Il tutto crea un gioco di scatole cinesi che però coinvolge perché è come se realmente stessimo ascoltando le testimonianze riferire a circostanze reali. Poiché il romanzo comincia presentando la strana e quasi inspiegabile situazione di Wuthering Heights come si mostra agli occhi perplessi di Loockwwod (a cui pare addirittura di vedere uno spettro), ecco che una indagine sul passato incuriosisce subito il lettore. Alla fine, lo stesso Lookwood è testimone dell'imprevedibile sviluppo degli eventi nel finale della storia. Ma il vero protagonista d tutto il racconto è un inquietante e tormentato personaggio chiamato Heathcliff. Costui è un trovatello dalla pelle scura e il carattere indomabile, forse uno zingaro, trovato in un vicolo di Liverpool fa Mr. Earnshaw, il proprietario originale di Wuthering Heights, proponendolo come nuovo fratello ai suoi due figli, Hindley e Catherine. Heathcliff stringe un rapporto strettissimo con Cathy ma si guadagna l'odio di Hindley che, divenuto nuovo padrone di casa alla morte del padre e della madre, tormenta in ogni modo il fratellastro, abbrutendolo con il costringerlo nel lavoro dei campi. Heathcliff giura vendetta e il suo cure nero, ereditato da chissà chi, lo porta a organizzare la più terribile che si possa immaginare. Costui si sente poi tradito da Catherine, che sposa un raffinato vicino di casa, Edgar Linton, nonostante ami lui. La ragazza lo fa perché crede, così facendo, di poterlo meglio difendere dai soprusi di Hindley, ma Heathcliff fugge e per tre anni non se ne sa più nulla. Quando torna ha il denaro sufficiente per impadronirsi di Wuthering Heights rilevando i debiti del fratellastro, e divenendo tutore del figlio di lui, Hareton. Heathcliff plagia Hareton trasformandolo in un bruto psicologicamente dipedendente da ogni ogni suo volere. Quindi si dedica a vendicarsi di Edgar Linton prima sposando dopo una fuga e rendendo sua schiava la sorella di lui, poi tramando ogni sorta di cattiveria contro la figlia di Cathy, nata mentre la madre moriva di parto. A questo punto Heathcliff diviene ossessionato dal ricordo di Catherine, di cui avverte il fantasma, e si travaglia per vent'anni roso all'amore e dall'odio, continuando però perfidamente a tramare contro gli Earnshaw e i Linton. Non si può non essere turbati dall'incredibile malvagità del personaggio, chiaramente reso folle dalle sue passioni malate. Però, quando la sua vendetta sembra perfetta, ecco che il bene, la vita, l'amore inaspettatamente trovano il modo di incrinare il male... ma lascio a chi non lo conosce il gusto di scoprire il finale della storia.



IL COLLEZIONISTA DI OSSA
di Jeffery Deaver 
BUR Rizzoli
2013, 460 pagine, 4.90 euro

Ho recuperato la prima indagine di Lincoln Rhyme approfittando di una edizione speciale a meno di 5 euro, e ovviamente sottolineo il prezzo per rimarcare come chi dice di non leggere libri (o fumetti) perché costano troppo cari evidentemente parli a vanvera. Detto ciò, a lettura ultimata, il maggior pregio del romanzo consiste appunto nella figura del protagonista, il criminologo tetraplegico che gestisce le sue indagini dalla propria camera da letto, riuscendo a muovere soltanto la testa e il mignolo della mano sinistra. Deaver, molto abile nel gestire i cambi di scena e a mantenere tesa la narrazione, scava senza pietà nella psiche e nella sofferenza di Lincoln Rhyme: per tutta la storia lo vediamo teso a realizzare due obiettivi, quello di catturare un serial killer e quello di suicidarsi, prima che un peggioramento delle sue condizioni lo muri vivo nel proprio corpo e gli impedisca qualunque altre tentativo. Un motivo per vivere gli viene offerto dal suo incontro con Amelia Sachs, bellissima detective dai capelli rossi che si innamora di lui. "Amelia già dormiva. I capelli di una donna gli ricadevano sulla faccia per la prima volta da anni. Gli facevano il solletico. Aveva dimenticato che succedeva così. Ora, naturalmente, non avrebbe potuto spostare i capelli di Sachs nemmeno se Dio in persona gli avesse chiesto di farlo. Ma non gli passava neanche per la testa di fare una cosa del genere. Anzi, tutto l'opposto: avrebbe voluto prolungare quella sensazione sino alla fine dell'universo". Rhyme è rimasto paralizzato quando, ispezionando la scena di un crimine, un trave gli era caduto addosso mettendo fine alla sua carriera nel reparto scientifico della polizia. Adesso, a distanza di anni, i suoi colleghi tornano a chiedergli aiuto per risolvere un caso inquietante che si configura come una vera e propria corsa contro il tempo: un pazzo rapisce delle vittime e prepara trappole mortali che scatteranno se, sulla base degli indizi lasciati a bella posta, i poliziotti non capiranno in fretta dove e come. Lincoln capisce che c'è un collegamento fra il modus operandi del folle e quello di un serial killer newyokese del XIX secolo, soprannominato "il collezionista di ossa". Accanto al tetraplegico, oltre ad Amelia (che Rhyme assume proprio in questo libro) c'è un assistente chiamato Thom, che si occupa delle sue funzioni corporali, e una squadra di tecnici e analisti che esaminano per lui i campioni raccolti sul terreno (polvere, peli, liquidi, impronte). Si tratta della prima indagine dopo l'incidente che ha immobilizzato il criminologo, e nella Polizia c'è anche chi non è contento che un civile (tale Lincoln è tornato a essere) dia degli ordini a uomini in divisa, dunque non manca chi rema contro cercando di strappare il caso al tetraplegico. Dopo l'inaspettata soluzione del caso, le Autorità chiederanno aiuto al genio di Rhyme in maniera costante e sistematica, e sempre Thom e Amelia Sachs saranno al suo fianco. Il tipo di gialli che la serie inaugura è quello "alla CSI", ma con il supporto di una narrazione matura e con un buon approfondimento psicologico dei personaggi, e continui colpi di scena.



DARK DIVAS
di Nik Guerra
Edizioni Di
brossurato con sovraccoperta, prefazione di Vincenzo Mollica
110 pagine, b/n e rosso, 30 euro

"Pin-ups Collection", recita il sottotitolo. E in effetti, di questo si tratta: un centinaio di pin up, alla vecchia maniera. Vecchia per modo di dire, visto che le pin up sono sempre attuali. Sempre verdi. O sempre nere, come in questo caso, trattandosi di dark ladies. Però, "vecchia maniera" significa reinterpretando o aderendo in modo postmoderno a una scuola che ha lasciato il segno, quella di Eric Stanton (1926-1999), tanto per fare un nome, maestro del fetish o del bondage, che ha avuto schiere di allievi ideali, tra cui i nostri Guido Crepax, Franco Saudelli, Roberto Baldazzini. Ma c'è anche Bill Ward (1918-1998) da tener presente, quale fonte di ispirazione per tutti costoro, maestro, oltre che nel disegnare glamour dolls, nel rendere tutta la pericolosità delle dominatrici, nel genere definito femdom. Già, perché nell'immaginario erotico (femminile oltre che maschile, sia ben chiaro) la donna può essere sia dominata che dominante, e il bello è quando riesce a essere tutte e due le cose. Le "dark divas" di Nik Guerra, talentuoso toscano (Massa, 1969), sono di un genere ancora diverso. Appartengono alla categorie delle femmine in lingerie, comunque abbigliate in modo fetish. Non sono mai del tutto nude, e l'abbigliamento fa parte del gioco della seduzione al pari dei loro sguardi o delle loro posizioni. Non subiscono, anzi, promettono morsi e unghiate, non sembrano affatto disposte a lasciarsi dominare né a sottostare all'iniziativa maschile, la partita la conducono loro. Però, al tempo stesso, giocano ad attirare la preda. Attraggono e spaventano al tempo stesso. Non a caso, in alcuni casi vengono raffigurate come vampire (si sa del magnetismo sessuale dei non morti). Non si concedono, prendono. Pretendono. Una sezione del libro, senza parole a parte l'introduzione di Vincenzo Mollica in apertura e la biografia dell'autore in chiusura, è dedicata a Magenta, l'eroina di molti fumetti di Nik Guerra apparsi sulla rivista "Blue" e pubblicati, poi, vari paesi del mondo.


DELITTI IMPOSSIBILI
di Autori Vari
Polillo Editore
2012, 320 pagine, 15.40 euro

Si tratta del 125° volume della benemerita collana "I bassotti", decisamente un must per gli appassionati del giallo classico. In questo caso, non ci viene proposto un romanzo ma una antologia di nove racconti, tutti scritti nella prima metà del secolo scorso o poco dopo, caratterizzati da un delitto (o da un mistero) decisamente insolito, tanto da poter sembrare impossibile, assurdo, fuori da ogni logica, come frutto di un potere paranormale. Invece, puntualmente, la spiegazione c'è ed è, se non probabile, almeno plausibile. Ad aprire le danze è Fredric Brown, con "Il macellaio sghignazzante", in cui un uomo viene trovati morto nella neve e le impronte mostrano che l'assassino lo ha inseguito... ma non è tornato indietro, come se avesse preso il volo. Il secondo colpo lo spara John Dickson Carr, il maestro dei delitti della camera chiusa: il mistero ricorda molto "La lettera rubata" di Edgar Allan Poe e difatti a risolverlo è lo stesso Poe in prima persona (la sua identità è la sorpresa finale del racconto). Segue Joseph Commings, che propone il mistero di un palombaro disceso a ispezionare il relitto di una nave affondata e che viene recuperato con un coltello piantato nel petto, quando è impossibile che ci siano altri in immersione nei paraggi essendo la sua l'unica attrezzatura presente sull'isola nelle cui acque si svolgono i fatti. Marten Cumberland risolve in modo credibile appunto un delitto avvenuto in una stanza chiusa dall'interno in cui è impossibile che qualcuno sia entrato (eppure all'interno c'è un morto ammazzato). Il più singolare, però, è Peter Godfrey che fa partire un addetto della funivia dentro una cabina in cui c'è solo lui, e quando arriva a destinazione l'uomo è stato accoltellato. Fra i nove autori c'è anche Ellery Queen, che però non brilla (pur essendo gradevole come al solito): la cosa singolare è che il racconto si svolge in un Luna Park americano chiamato "Joyland", come quello del più recente romanzo di Stephen King. Craig Rice fa impiccare un uomo in una cella di massima sicurezza di un penitenziario in cui è rinchiuso solo lui, però non si tratta di suicidio ma di omicidio. Com'è possibile? Leggere per saperlo. Forrest Rosaire propone un omicidio con il veleno avvenuto sotto gli occhi di tutti, mentre la vittima non ha né mangiato né bevuto nulla: eppure la sostanza che lo ha ucciso ha un effetto immediato. Per finire, Hake Talbot propone un delitto commesso , da una divinità dopo essere stato profetizzato da un santone, ma il trucco viene scoperto da un illusionista. Come si vede si tratta di esercizi di enigmistica molto divertenti, la cui componente letteraria serve a imbastire un contesto credibile in cui farli svolgere e a fornire le adeguate motivazioni ai personaggi. Il talento, maggiore o minore, di ciascun autore, serve a coinvolgere più o meno il lettore. In alcuni casi l'ansia di creare un mistero apparentemente insolubile rende la spiegazione un po' cervellotica (anche se possibile), in altri invece la partecipazione è totale e l'appagamento finale soddisfacente. Consigliato agli amanti del genere.



DIARIO DEL CATTIVO PAPA'
di Guy Delisle
Rizzoli Lizard
2013, 190 pagine, 12 euro

Il canadese Delisle, classe 1966, è uno dei principali interpreti del cosiddetto graphic journalism, e ha firmato quei due capolavori che, almeno ai miei occhi, sono "Pyongyang" e "Cronache di Gerusalemme". Garbato ed efficace nel suo stile minimalista in grado di raccontare qualunque cosa, in questo agile volumetto non si cimenta nel descrivere la complessa realtà delle zone calde del mondo ma nel raccontare, con humor delicato e stile brillante, i rapporti di un padre (egli stesso) con i suoi figli piccoli, sempre a fare domande e pretendere attenzioni: il "cattivo papà" cerca di mediare fra la propria istintuale esigenza di coltivare i propri interessi e cavarsela con poco e la consapevolezza di dover fare comunque del proprio meglio come genitore responsabile. Si sorride e ci si riconosce.



DIECI MILIARDI
di Stephen Emmott  
Feltrinelli
2013, 210 pagine, 16 euro

"Diecimila anni fa la Terra ospitava un milione di uomini. Nel 1800, un miliardo. Nel 1960, tre miliardi. Alla fine di questo secolo, supereremo i dieci miliardi. Quello che penso è che siamo fottuti". Questo, in sintesi (la citazione è un mio montaggio di frasi dell'autore), il succo del libro. La cui lettura è assolutamente angosciante, com'è ovvio. Tanto per dare un'idea ecco come si conclude: "Ho chiesto a uno dei più razionali, brillanti scienziati che conosco: se esistesse una singola cosa che tu potessi fare riguardo alla situazione che abbiamo di fronte, che cosa faresti? La sua risposta? Insegnerei a mio figlio a sparare". Poche pagine prima, si può leggere: "Se l'attuale tasso di riproduzione dovesse mantenersi costante, entro la fine di questo secolo non saremo dieci miliardi. Saremo ventotto miliardi". Il dato dei dieci è stato previsto ottimisticamente ipotizzando un calo della crescita. Nel 2012, Stephen Emmott che insegna Scienze Computazionali all'Univesità di Oxford, ha trasformato le sue idee riguardo la sovrappopolazione in un monologo teatrale messo in scena a Londra, che ha avuto un enorme successo. Il testo, intitolato "10 Billions", è poi divenuto il libro pubblicato in Italia da Feltrinelli. Va detto che, trattandosi di un lavoro non solo divulgativo, ma anche destinato a venire recitato a voce, non è un saggio scientifico vero e proprio (con riferimenti ad altri saggi o alle fonti esatte delle informazioni), ma di una coinvolgente sequenza di frasi a effetto. Il desiderio sarebbe appunto quello di poter leggere invece un testo più argomentato, che approfondisca meglio l'argomento, senza dubbio interessante (anche Dan Brown ha incentrato il suo "Inferno" su questo tema, il che vuol dire che la questione è in grado di catalizzare l'attenzione). Tra i vari spunti offerti da Emmott alla nostra riflessione, alcuni riguardano il livello di inquinamento, altri i cambiamenti climatici, altri il depauperamento delle risorse, altri il problema delle fonti di energia o dello sfruttamento del suolo, per arrivare all'estinzione delle specie private degli habitat sottratte loro dagli uomini o alle guerre per l'acqua o per il cibo che si prevedono per il prossimo futuro. Di solito io sono un ecologista scettico, per cui gli allarmismi mi lasciano sempre perplesso: credo che i progressi della scienza o il mutare delle condizioni invalidino la maggior parte delle teorie catastrofiste (il "Medioevo prossimo venturo" di Roberto Vacca, per dirne una, è stato rimandato a data da destinarsi). Tuttavia, la sovrappopolazione è qualcosa che mi ha sempre spaventato. E' uno dei motivi per cui mi sembrerà giusto togliermi dai piedi al momento opportuno.


EVEREST - ALBA DI SANGUE
di Dan Simmons
Fabbri Editori
2013, cartonato, 480 pagine, 18 euro

Due premesse prima di parlarne. La prima è che davvero, come scrive Stephen King (il cui giudizio è riportato come slogan in copertina), "Dan Simmons viene da un altro pianeta". Insomma, più o meno qualunque cosa troviate a sua firma, vale la lettura. Su questo spazio ho entusiasticamente recensito, un annetto fa, "Flashback", romanzo ambientato in un futuro distopico e politicamente scorretto. In quel caso, si poteva parlare di SF. Ma Simmons scrive anche ben altro. In un suo articolo intitolato "La mia carriera di scrittore" e pubblicato come prefazione al suo capolavoro "Hyperion" nella collana "I classici di Urania" (n° 267), l'autore dichiara: "Di me si può dire questo: sono uno scrittore di fantascienza, uno scrittore dell'orrore e uno scrittore punto e basta. Mi rivolgo a tre tipi di pubblico che non si incontreranno mai, e tuttavia ho cercato di presentarli l'uno all'altro perché si scambiassero almeno una stretta di mano". Ecco, "Everest - Alba di sangue" è opera dello scrittore punto e basta. Arriviamo alla seconda premessa. Sono un appassionato di libri sull'alpinismo. Ne ho una discreta collezione, sia quanto a romanzi, sia quanto a saggistica e diaristica, sia quanto a volumi fotografici. Una sottosezione della mia raccolta è dedicata all'Everest e, in particolare, a George Mallory, lo scalatore inglese che per primo, per tre volte, tentò di trovare la via d'accesso alla piramide sommitale del tetto del mondo e poi, nel 1924, scomparve misteriosamente durante l'ultimo tentativo di raggiungere la vetta, insieme al suo compagno d'avventura Sandy Irvine. Il cadavere di Mallory è stato ritrovato, perfettamente conservato, nel 1999 (ed è stato lasciato lì): il ritrovamento non ha permesso di appurare che l'alpinista è morto durante la discesa (aveva in tasca gli occhiali da sole, dunque scendeva con il buio dopo essere partito di mattina), ma non si potuto risolvere il dubbio se abbia o no raggiunto la vetta. Mallory aveva una macchina fotografica che non gli è stata trovata addosso. Dunque era stata presa in consegna da Irvine. E perché uno dà la propria macchina fotografica a un altro? Di solito, è per farsi fotografare. Sulla cima? Il cadavere di Irvine, purtroppo, manca all'appello. Ecco: Dan Simmons immagina una spedizione alpinistica "clandestina" (cioè non registrata negli annali) avvenuta nel 1925. I cinque scalatori (quattro uomini e una donna) sono alla ricerca di due altri alpinisti scomparsi sull'Everest, in circostanze diverse, più o meno nello stesso periodo in cui anche Mallory faceva i suoi ultimi tentativi: un certo lord Percy Bromley e il suo amico Meyer erano lì, per motivi sconosciuti, sulle orme della spedizione inglese, che avevano seguito da lontano. Perché si erano spinti fin lassù, senza neppure essere attrezzati per l'impresa? Cercando le tracce di Bromley e Meyer, l'io narrate Jake Perry e il suo gruppo, guidato dal carismatico Deacon, detto "il Diacono", trovano i cadaveri sia di Mallory che di Irvine, e in tasca di quest'ultimo recuperano la fatidica macchina fotografica. Trovano anche gli scomparsi di cui erano alla ricerca e risolvono il mistero sulla loro presenza sull'Himalaya, legato in un modo che non intendo rivelarvi sia alla leggenda dello Yeti (le cui orme furono fotografate anche da Mallory stesso) sia agli albori del nazismo. Non si tratta però di un romanzo horror, né ci sono elementi fantastici. Tutto è assolutamente realistico. Anzi, il romanzo è documentatissimo dal punto di vista alpinistico: tecniche di arrampicata, difficoltà nella scalata dell'Everest, descrizioni dei passaggi cruciali realmente esistenti, mal di montagna, attrezzatura, Sherpa, c'è tutto. E c'è la ricostruzione del "caso Mallory". Che cosa contiene la macchina fotografica? Per saperlo, dovrete arrivare a pagina 476.



FAI 'STA CAZZO DI NANNA
di Adam Mansbach 
Mondadori
2011, 32 pagine, cartonato, 12.90 euro

"Un libro destinato a diventare un classico: l'inno di milioni di genitori disperati", recita una scritta in copertina. A tutti gli effetti, si tratta di una raccolta di ninna-nanne. Il tono, però è questo: "Il vento sussurra pian piano giocondo / il topino è assopito in un sonno profondo / quel coglione del babbo da mezz'ora si affanna / ti prega, ti implora: fai 'sta cazzo di nanna!". In altri casi: "Quanto a me, me lo sento, sto uscendo di brocca / fai la nanna e poi chiudi quella cazzo di bocca". O ancora: "Nel mondo dei sogni sono tutti, non vedi? / E tu perché cazzo sei ancora tra i piedi?". Per finire: "Che tu abbia sete è una enorme stronzata / fai 'sta cazzo di nanna, creatura adorata". Ovviamente, a corredo di queste filastrocche ci sono le classiche illustrazioni per piccolissimi realizzate da Ricardo Cortés, così che i bambini che non sanno leggere possa sfogliare il libro senza problemi. Senza problemi del resto i genitori possono anche leggere le rime cullando i pargoli che ancora non capiscono: la metrica è musicale indipendentemente dal senso dei versi. Però, almeno, quelli di Adam Mansbach hanno un effetto catartico sui nervi dei papà e delle mamme.





FRANKENSTEIN - L'IMMORTALE
di Dean Koontz 
Sperling & Kupfer
2012, 342 pagine, 12 euro

Il nome dell'autore è già di per sé una garanzia che dovrebbe bastare a giustificare l'acquisto a scatola chiusa. Il titolo e l'evidente indicazione dell'argomento (la rivisitazione del mito di Frankenstein) incuriosiscono ancora di più. Si tratta di una serie di romanzi (finora ne sono usciti tre, di cui questo è il primo), scritti sulla base di un progetto che Koontz aveva realizzato per una serie televisiva che poi non è mai stata realizzata. L'idea alla base è quella di immaginare che Victor Frankenstein, lo scienziato protagonista del romanzo di Mary Shelley (1818), fosse un personaggio reale. Che cosa sarebbe successo se lui e la sua creatura non fossero morti fra i ghiacci del polo, come racconta la scrittrice? Koontz ce li presenta come sono (o potrebbero essere) oggi, ai giorni nostri: Victor è riuscito, con i suoi esperimenti, a garantire a se stesso l'immortalità (essendo un genio e un precursore della genetica e della biologia), ha cambiato nome, si è trasferito a New Orleans e continua a realizzare uomini artificiali. Adesso però riesce a "fabbricarne" di perfetti, facendoli crescere in vasche da cui escono creature perfette programmate per essergli fedeli. Da decenni, Victor sta sostituendo i suoi cloni (la Nuova Razza) agli uomini veri e propri, soprattutto infiltrandoli nei ruoli chiave dell'amministrazione e dei centri del potere. Però, capitano due novità: cominciano a crearsi cloni malfunzionanti che non gli ubbidiscono e ritorna sulla scena la prima creatura, quella descritta da Mary Shelley, che intende aiutare l'umanità a difendersi dal suo stesso creatore, mettendola sull'avviso. La prima a credergli è una poliziotta, Carson O'Connor... avvincente e intrigante. D'obbligo voler saper sapere come va a finire.


HO VISTO SESSANTA VOLTE FIORIRE IL CALICANTO
di Red Canzian 
Mondadori
2012, 230 pagine, 17 euro

Bruno Canzian, in arte Red, è da quaranta anni il bassista dei Pooh, una band storica del pop italiano, i quali sono peraltro sulla breccia da quarantasette (avendo esordito nel 1966). Red entrò nella formazione nel 1973, dopo l'abbandono di Riccardo Fogli, che scelse la carriera di solista. Oltre che con il suo basso, Canzian ha contribuito al successo del gruppo con la sua voce e con la musica di tante canzoni, tra cui alcune tra le più amate dal pubblico. Questo libro, però, non parla dei Pooh. Singolarmente, la precisa cronistoria della vita dell'artista, che inizia con la nascita a Quinto di Treviso nel 1951, si interrompe proprio con l'arrivo della telefonata del manager dei gruppo che lo invita a una audizione. Dopodiché, il musicista dà per scontato che il lettore sappia tutto (in effetti, per gli appassionati è così, grazie anche a numerosi e approfonditi saggi che fanno parte anche della mia biblioteca) e passa a parlare, invece, delle sue idee e delle sue passioni. Tra queste ultime, la cura dei bonsai (di cui Canzian è un vero esperto avendo studiato l'arte in Giappone) e la cucina vegana, argomento di cui parla volentieri per sfatare falsi miti e vincere i pregiudizi. Chi abbia seguito Red per anni nelle sue apparizioni in TV, nelle sue interviste, nei suoi concerti o su Facebook sa che persona squisita sia e che carica umana abbia. Il suo ricco mondo interiore e la sua simpatia emergono con facilità dalle pagine divertenti e brillanti del suo libro, in grado di piacere a chiunque, anche chi, chissà perché, non apprezza la sua musica. Il calicanto del titolo è un fiore molto profumato che spunta sui rami in gennaio, quando ancora attorno c'è la neve. Un fiore coraggioso, delicato, solitario, generoso: una bella metafora della personalità dell'autore, nato in una famiglia povera, cresciuto nutrendosi di sogni, autodidatta, sensibile alle influenze culturali di ogni parte del mondo, caparbio e determinato nel realizzare i suoi progetti.


JESHUA E GESU'
di Claudio Saporetti
Sellerio
2000, 200 pagine, 15000 lire

L'autore è un orientalista, docente di Assirologia all'Università di Pisa, epigrafista e archeologo, e dunque conosce molto bene la realtà dell'Antico Medio Oriente e le lingue che vi si parlavano, a partire dall'ebraico e dall'aramaico, fino ad arrivare al greco. Conosce bene anche i testi biblici e i Vangeli, come dimostra nel saggio di cui stiamo parlando, in cui usa, volutamente, le grafie più giuste per i nomi dei personaggi (appunto Jeshûa al posto di Gesù, per dirne uno). Il sottotitolo del libro avverte: "Appunti interrotti sui Vangeli canonici", e fra poco spiegherò perché "interrotti". Il proposito dell'autore era di rileggere i Vangeli con l'occhio disincantato del laico "che non si fa deviare da pregiudizi fideistici". Ma anche, spiegare ai meno esperti delle fisime mediorientali tutto il substrato di tradizioni semite costrette a fare i conti con quelle indoeuropee. Perché il cristianesimo è su questo compromesso che si basa, pare. Dunque, l'ipotesi di lavoro era questa: esaminare ogni racconto evangelico, per lo più contraddittorio nelle diverse versioni date dai quattro evangelisti, cercando di dedurre come potessero essere andati storicamente e logicamente i fatti narrati, escludendo i miracoli. Si comincia con l'Annunciazione, spiegata in modo affascinante, e si procede in un crescendo di rivelazioni. Personalmente trovo plausibilissima, per esempio, l'ipotesi che l'episodio di Gesù dodicenne fra i dottori sia avvenuto quando Giuseppe e Maria sono andati a riprendere il ragazzo affidato, per la sua educazione, al parente Zaccaria, sacerdote del Tempio. La lettura è davvero accattivante, dotta e informata senza essere ostica e specialistica. Sennonché, arrivati al commento delle Beatitudini, e cioè a pagina 154, Saporetti interrompe bruscamente il suo libro così promettente. E cambia di colpo registro. "Mi è successa una disgrazia", spiega, "e questa disgrazia ha coinciso con la fine del mio tentativo. Non scriverò più niente sui Vangeli". All'autore è morta la moglie. Al che, distrutto, ha cominciato a interrogarsi sulla possibilità di una vita oltre la morte, sulla possibilità di un contatto. "All'idea dell'annichilimento totale di una persona adorata mi sono ribellato, e sono ricorso anch'io all'oppio dei popoli, alla speranza che, in qualche modo, la vita perduta in realtà non fosse perduta, ma da qualche parte vivesse". Pur senza abbracciare la fede cristiana, Saporetti comincia a disquisire sull'argomento, facendo le più varie (e anche ragionevoli) ipotesi. Però, il tema originale viene abbandonato. E questo squalifica il libro, che poteva essere pubblicato senza l'aggiunta finale; oppure le riflessioni sulla vita e sulla morte potevano essere ampliate e pubblicate a parte. Un libro interrotto, insomma. Come un giallo in cui l'autore non ci rivela chi è l'assassino.



L'ISOLA DEL TESORO
di Manuel Pace e Carlo Rispoli
Edizioni Segni d'Autore
2012-2013, tre volumi brossurati di 88 tavole a fumetti ciascuno, 246 totali, 
b/n, più introduzioni e appendici, 10 euro cadauno

Si tratta della versione a fumetti in tre volumi del romanzo di Robert Louis Stevenson  "Mi chiedo se gli autori, Rispoli e Pace, si siano resi conto del compito assunto: rendere graficamente un archetipo, un mito dell'immaginario collettivo", scrive Claudio Gallo, uno dei massimi esperti della letteratura d'avventura, nella sua prefazione al primo volume. Il compito era tale da far tremare le vene ai polsi, è vero. Ma leggendo i tre volumi non si può fare a meno di restarne rapiti, come succede a chi legge il romanzo di Stevenson, il quale del resto era partito da una mappa disegnata di suo pugno, quella di un'isola su cui un pirata aveva nascosto il proprio bottino, ed aveva poi proseguito la sua narrazione raccontando in modo tanto figurativo da aver fatto "vedere" a milioni di lettori i suoi personaggi e i suoi scenari. Lo sceneggiatore Manuel Pace (grossetano, classe 1974) si mantiene fedele alla trama stevensoniana, e le 250 pagine a sua disposizione gli consentono di mantenere un ritmo romanzesco accattivante, con l'uso sapiente di parche didascalie che fanno da "voce narrante" e brillanti dialoghi. I tempi sono giusti, le trovate narrative efficaci, la scansione è data dalle singole tavole ognuna delle quali porta avanti il racconto come una "domenicale" dei vecchi tempi. Ma ciò che colpisce chi legge e che rappresenta lo scarto innovativo e la cifra stilistica originale sono i disegni di Carlo Rispoli, uomo di mare prima che artista del pennello (si veda a questo proposito il breve racconto semi-autobiografico posto in appendice e ambientato a Talamone, sulla costa maremmana). Perfetto autodidatta, di professione veterinario, disegnatore per passione, Rispoli (Grosseto, 1961) gestisce le sue pennellate in modo emozionale. Pochi tratti valgono una sensazione, una linea curva spalanca un paesaggio, l'essenzialità comunica concretezza anche se, apparentemente, si lavora per sottrazione. Non si tratta di un disegno "sperimentale" nel senso di "cervellotico", è assente del tutto ogni intento intellettualistico e nulla sembra disegnato con velleità artistica: eppure l'arte c'è, nell'immediatezza del tratto e nelle emozioni che suscita. Non c'è dubbio che Rispoli abbia molto amato Stevenson, come tutti noi, e si sia confrontato con lui con il cuore prima che con il cervello.



MATER MORBI
di Roberto Recchioni e Massimo Carnevale
Bao Publishing
2013, cartonato, 144 pagine, 17 euro

"Stavo pensando di fare una storia di Dylan Dog che riguardasse la malattia e ho pensato: chi meglio di te, che sei sempre malato?". Così Mauro Marcheselli, all'epoca curatore di Dylan Dog, si rivolse allo sceneggiatore Roberto Recchioni, stando al racconto di quest'ultimo chiamato a rievocare, nel volume della Bao, la genesi della storia pubblicata originariamente sul n° 280 della serie dedicata all'Indagatore dell'Incubo, datato dicembre 2009. Un albo che suscitò molte discussioni, perché andava a toccare i nervi scoperti di tematiche quali l'eutanasia, l'accanimento terapeutico, la malattia, la vita, la morte, la missione del medico. In questo stesso spazio ci siano occupati di un altro fumetto di Roberto Recchioni, "Asso", da lui disegnato oltre che scritto, e anche in quel caso avevo sottolineato l'aspetto autobiografico di alcune pagine legate appunto alla sofferenza del malato e al suo chiedersi "perché proprio io?". A distanza di alcuni anni, la storia (disegnata da un ispirato Massimo Carnevale) viene riproposta in versione cartonata e in grande formato, con due cover diverse (io ho la variant), e l'aggiunta di alcune tavole a colori inedite e introduttive (cinque) e un ricco apparato critico in appendice, composto da testi di commento, interviste, schizzi e studi. La storia non ha una trama che si dipana come una delle tradizionali indagini di Dylan Dog, ma racconta il calvario dello stesso protagonista che, colpito da una improvvisa e misteriosa malattia, vede progressivamente peggiorare le proprie condizioni fin quasi a perdere la propria identità e a veder sbiadire dignità e umanità, in un delirio di dolore, angoscia, alienazione, domande senza risposta, terapie senza senso, infermieri senza pietà, medici senza cuore. L'incontro onirico di Dylan con Mater Morbi, la madre delle malattie, che chiede il completo abbandono perché è inutile resisterle, rivela quel che tutti sappiamo senza volerlo ammettere: non è la morte il peggiore dei mali, ma, appunto, la malattia. La morte ci libera e salvaguardia la nostra dignità, il dolore ci imprigiona e ci abbrutisce. Un racconto indubbiamente memorabile.


IL MESSICANO 
di Jack London
Edizioni Corriere della Sera - collana Twin Stories
2012, 100 pagine, euro 2.80

Ancora una volta torno a parlare della collana "Twin Stories" che escono in edicola quali allegati al "Corriere della Sera", una serie di volumetti che presentano racconti di autori inglesi o americani proposti con il testo a fronte e note a commento che servono appunto a migliorare la conoscenza della lingua che fu di Shakespeare e di Milton. "The mexican" è un racconto di Jack London (1876-1916), scrittore e avventuriero, pubblicato nel 1911: i fatti storici di cui narra, cioè la rivoluzione con cui Francisco Madero e i suoi guerriglieri rovesciarono la dittatura di Porfirio Diaz e diedero inizio alla guerra civile, sono quasi contemporanei. Non solo: lo stesso London, da El Paso, in Texas, collaborava con i rivoltosi. Protagonista della serrata e drammatica, per quanto breve, trama è Felipe Rivera: un giovane misterioso che si presenta agli squattrinati e disorganizzati ribelli dichiarando di voler lavorare per la rivoluzione. I rivoltosi sono diffidenti, perché non lo conoscono e perché spesso si presenta alle riunioni con sul volto i segni di percosse e di pestaggi, come se partecipasse a risse nei bassifondi. Non gli danno, perciò, nessun incarico di rilievo. Però, Rivera promette di dare il suo contributo in denaro e con puntualità svizzera consegna ai suoi capi i soldi che ha anticipato di poter dare. Non si sa come se li procuri, ma lo fa. Alcuni pensano che Feipe sia una spia e che il denaro glielo fornisca Diaz. A un certo punto, in un passaggio cruciale della rivolta, sembra che gli esiti del conflitto dipendano dall'acquisto di una fornitura di fucili che potrebbero fare la differenza. Servono cinquemila dollari e nelle casse non ci sono. Rivera dice: "Ordinate i fucili", e promette che entro tre settimane avrebbe fatto avere i soldi necessari. Felipe, lo scopriamo, è un pugile: combatte sul ring negli Stati Uniti e devolve ai rivoluzionari tutte le sue vincite. Per intascare cinquemila dollari, però, ci vuole un incontro con un campione clamoroso, l'americano Danny Ward, che il messicano non sembra in grado di battere. Rivera propone al manager un combattimento in cui i contendenti non si divideranno il premio, come era prassi, ma in cui il vincitore avrà tutto. Appunto cinquemila dollari. Nell'ombra ci sono però scommesse e manovre del manager che vorrebbe convincere Felipe a resistere solo fino a un certo round e poi mollare. "Danny deve vincere, ci sono in ballo un sacco di quattrini, i miei. Perderai in ogni caso, se finisci ai punti ci penserà l'arbitro", dice costui mettendo Rivera a parte dell'intrigo. Ma Felipe non molla. E' inferiore ma resiste. Il combattimento è epico e spettacolare, e alla fine, dopo indicibili sofferenze, Rivera mette KO, contro ogni pronostico, il campione americano. Lo knock-out è così evidente che neppure l'arbitro può dir nulla. "The guns were his. The Revolution could go on", conclude Jack London: i fucili erano suoi, la Rivoluzione poteva andare avanti". La traduzione di Laura Abbarchi rende ragione dello stile graffiante dello scrittore, apprezzabile nel testo originale.



IL NATALE DI GESU'
di David Donnini
Coniglio Editore
2010, 142 pagine, 14.50 euro

Quando si deve parlare di un titolo della vasta produzione saggistica riguardante la figura storica di Gesù, i rischi sono principalmente due: il primo, di non accertare la competenza dell'autore; il secondo, di doversi difendere dalla accuse di coloro che non tollerano per principio la messa in discussione neppure degli aspetti più paradossali (e frutto di evidenti equivoci o distorsioni) della fede così come è proposta dalla tradizione. Nel caso di David Donnini io credo, con tutta la sincerità che mi può essere riconosciuta, che non possano sussistere dubbi sulla sua enorme conoscenza dell'argomento e sul fatto che non sia animato da nessun tipo di fervore antireligioso ingenerale, né anticattolico in particolare. Più volte, nei suoi libri, si è anzi scagliato contro gli atei polemici più irrispettosi e contro gli anticlericali a tutti i costi, rivendicando il proprio atteggiamento religioso e l'aspirazione verso la trascendenza. Dunque non si tratta di un mangiapreti, ma di qualcuno con cui, credo, anche il più fervente baciapile potrebbe sedersi a discutere (magari senza farsi convincere). Di Donnini ho già letto tre bellissimi saggi, sui sei che ha scritto, e questo è il quarto. Il primo, che mi folgorò come Saulo sulla via di Damasco, si intitolava "Gesù e i manoscritti del mar Morto", in cui si esaminavano le somiglianze fra le parole e le azioni del Nazareno e gli insegnamenti della setta degli esseni, un gruppo di ebrei convinto di dover recuperare le più autentiche radici della spiritualità ebraica. Peraltro, "Nazareno" è un termine su cui molto si potrebbe discutere, tant'è vero che in un secondo e ancor più bel libro, "Gamala", Donnini propone una diversa interpretazione del termine e identifica appunto nella città di Gamala (che corrisponde perfettamente alle descrizioni fatte nei Vangeli) la vera collocazione di Nazareth ("nazareni" erano infatti chiamati coloro che praticavano il nazireato, la consacrazione a Dio, e non c'è motivo per tradurre il termine come "nato a Nazareth"). Un terzo libro è "Il matrimonio di Gesù", in cui lo studioso esamina il problema della sacra famiglia, visto che nei Vangeli si dice chiaramente che il Cristo avesse fratelli e sorelle e che soltanto i cattolici, in pratica, non vogliono convincersi di quel che sembra chiaro a tutto il resto del mondo, e cioè che l'apostolo Giacomo fosse effettivamente un fratello di Gesù, prendendo per questo il suo posto alla guida della comunità dopo la sua morte. C'è un aspetto "politico" e "rivoluzionario" in chiave tipicamente ebraica del Cristo su cui la tradizione ha cercato di gettare ombra. In generale, nei suoi libri Donnini si pone il problema di quale sia stata la realtà storica di Cristo, indipendentemente dagli aspetti filosofici e religiosi della sua predicazione, e del perché i testi del Nuovo Testamento siano arrivati fino a noi in una forma così corrotta e rimaneggiata dando origine alle interpretazioni che oggi vengono proposte come dogmi in contrasto con quella che a lui, e non solo a lui, sembra l'evidenza delle cose. La difficoltà principale consiste nel fatto che i cristiani non accettano di considerare i Vangeli, gli Atti e le Lettere degli Apostoli come testi stratificati, frutto di molteplici interventi e sedimentazioni, ma pretendono di ritenerli dettati da Dio così come sono, nonostante le innegabili e inspiegabili contraddizioni. Gli stessi evangelisti non esistono così come vengono di solito proposti al popolino: di loro non sappiamo nulla, di certo nessuno è stato un apostolo, probabilmente dietro ogni nome si nascondono più mani. Nell'ultimo saggio, "Il natale di Gesù", Donnini esamina la natività e rivela dati oggettivi che spesso non vengono sufficientemente sottolineati. Per esempio, i fatti di Betlemme vengono raccontati solo da due Vangeli su quattro, e cioè Luca e Matteo, e i due racconti sono del tutto diversi e inconciliabili fra loro. Esaminando tutti i possibili materiali in proposito (compresi i Vangeli apocrifi, le tradizioni arabe, quelle indo-buddiste) la tesi di Donnini è che i capitoli riguardanti il Natale di Luca e di Matteo siano aggiunte posteriori che non erano presenti nelle stesure originali, come del resto sono aggiunte riconosciute anche dalla Chiesa quelle dell'episodio dell'Adutera o i capitoli finali di alcuni testi evangelici. Tutto questo viene argomentato, circostanziato, e messo a disposizione della discussione per chiunque voglia esaminare il caso, senza aggressività alcuna. Peraltro, si tratta di idee che Donnini condivide con numerosissimi studiosi, e su cui è sempre più difficile tacere. A me l'argomento appassiona e sono curioso di continuare a seguirlo.



OMICIDIO A ROAD HILL HOUSE
di Kate Summerscale
Einaudi
2008, 360 pagine, 13 euro

E' stata sicuramente la più bella e intrigante lettura dell'estate. A differenza di ciò che si può pensare dal titolo, non si tratta di un giallo, almeno non nell'accezione comune del termine. Non si tratta neppure di un romanzo, ma a tutti gli effetti di un saggio storico e letterario al tempo stesso, scritto però in modo così avvincente da risultare affascinante come un racconto di fantasia. L'autrice, che con questo libro ha vinto il prestigioso Samuel Johnson Prize nel 2008, ricostruisce con meticolosità certosina un fatto di cronaca realmente avvenuto in Inghilterra nel 1860. Un crimine così efferato da aver riempito le cronache dei giornali per mesi e mesi, ed essersi risolto solo dopo cinque anni. Al di là del delitto in sé e per sé, alla saggista interessano almeno tre altri aspetti: innanzitutto, la società dell'Inghilterra del periodo e il modo di vivere in campagna e in città delle diverse classi sociali; in secondo luogo, la nascita dell'indagine di polizia così come la conosciamo ancora oggi; terzo, il modo in cui la figura del poliziotto, dell'investigatore, del detective, dalla realtà si trasferisce, attraverso i giornali, nella letteratura. Charles Dickens e Arthur Conan Doyle sono soltanto due fra i nomi più famosi che attingono dagli spunti offerti dalle cronache giudiziarie dell'epoca per scrivere i loro racconti e romanzi. Anzi, proprio Dickens si espresse sull'identità del colpevole nel caso del delitto di Road Hill House indicando chi sarebbe stato e perché, ma sbagliando clamorosamente. Fu proprio in concomitanza con il caso di cui si occupa la Summerscale che nacque la "detection novel". Capostipite ne fu "La pietra di luna", di Wilkie Collins, in cui compare un certo sergente Cuff chiaramente ispirato all'ispettore Jonathan Whicher di Scotland Yard che indagò, con acume, nel caso di Road Hill. "I delitti della Rue Morgue" di Edgar Allan Poe è datato 1841 e anche se viene considerato il capostipite del giallo non presenta un vero poliziotto quale autore delle indagini e propone una trama tutto sommato fantastica che si discosta dal realismo che contraddistingue invece il poliziesco vittoriano, da cui nasce una scuola giunta fino ai nostri giorni. Il caso di Road Hill ha influenzato un capolavoro quale "Giro di vite" di Henry James e perfino l'ultimo romanzo di Dickens, "Il mistero di Edwin Drood". Di che si tratta? In una casa di campagna appartenente a una famiglia borghese, quella di Samuel Kent, un bambino di tre anni, Saville, scompare nottetempo dalla sua culla, nonostante accanto a lui dormisse la bambinaia, Elizabeth Gough. Il piccolo, dopo lunghe e disperate ricerche, viene ritrovato sgozzato nella fossa della latrina della servitù, nel cortile. La casa era stata chiusa la sera precedente in modo tale che sicuramente nessuno avrebbe potuto penetrarvi dall'esterno. Il colpevole deve essere perciò uno degli undici residenti all'interno, tra cui il padre con la sua seconda moglie Mary Pratt, incinta all'ultimo mese, altri due figli di costei e del marito, più i figli di primo letto di Samuel Kent, quattro in tutto. Quindi, tre membri della servitù. Attorno alla casa si aggirano comunque altri servi non residenti, e c'è un vicino paese. Di ogni personaggio vengono dettagliatamente descritte le mosse, le caratteristiche psicologiche, le eventuali motivazioni. Whicher giunge da Londra dopo che i poliziotti locali non si sono dimostrati in grado di cavare il ragno dal buco, e lamenta la maldestra conduzione delle loro indagini. Anche dell'ispettore la Summerscale offre un efficacissimo ritratto a tutto tondo. L'uomo di Scotland Yard arriva presto a una convinzione che però non regge in tribunale. La stampa allora lo fa a pezzi: il poliziotto deve dimettersi e finisce per ammalarsi. Cinque anni dopo, salta fuori la verità. Whicher viene riabilitato. Tuttavia, la Summescale, esaminando la vita di tutti i protagonisti del giallo, si convince, e convince anche noi, che i fatti siano andati in un modo leggermente diverso da quello che risulta dagli atti conclusivi dell'inchiesta. Non dico di più: vi consiglio di leggervi il libro.


L'OMINO BUFO! - L'INTEGRALE
del Pitore di Santini 
Panini Comics
2013, cartonato, b/n, 290 pagine, 19.90 euro.

Il volume, nell'ormai sperimentato (e funzionale) formato orizzontale di altri libri del genere dedicati alle strip (dalla cronologica dei Peanuts all'integrale delle strisce giornaliere dell'Uomo Ragno), presenta tutta la produzione dell'Omino Bufo dal 1972 al 2001. C'è dunque spazio per un secondo tomo che raccolga le strisce successive. Dietro allo pseudonimo del Pitore di Santini tutti sanno chi si cela: il vulcanico, imprescindibile, imprevedibile e geniale Alfredo Castelli, autore anche della straordinaria e illustratissima prefazione in cui si ricostruisce tutta la carriera del suo alter ego e del personaggio da questi creato. Si spiega anche come, a partire dal 1992 (per la precisione, dal n° 37 di "Cattivik") l'ormai ricco e annoiato Pitore abbia ceduto l'onere (ma non l'onore) della realizzazione dell'Omino a Francesco Artibani (un autore in celebrazione del quale, secondo me, prima o poi dovrebbero erigere un monumento di qualche tipo). Dunque, è di quest'ultimo la magna pars del volume, benché l'ispirazione sia tutta castelliana. Ma veniamo, brevemente, ai fatti. L'Omono Bufo nasce per caso nel 1972 sulle pagine del "Corriere dei Ragazzi", qando Castelli, allora redattore della rivista si accorge all'ultimo momento di un "buco" nella pellicola della pagina delle vignette umoristiche: è saltata la testatina. Così, disegna direttamente sull'acetato la prima striscia "bufa" improvvisandola sull'istante. E' la nascita di un mito: l'Omino Bufo, niente altro che uno sgangherato scarabocchio umanoide che ride a crepapelle di raggelanti giochi di parole, diventa un appuntamento fisso e ottiene addirittura la presenza in copertina e la realizzazione di un diario scolastico dedicato. La chiave di lettura del successo del personaggio è duplice: da una parte, la parodia del falso intento culturale, per cui se una cosa così ha successo ci dev'essere sotto qualcosa, dev'essere arte; in secondo luogo il fatto che invece (finalmente!) sotto non c'è proprio niente e noi tutti Omini Bufi ci possiamo scompisciare dal gran ridere per quel che ci pare e piace, senza vergognarci. Anzi, noi stessi potremmo disegnare così, siamo tutti Pitori di Santini. Un classico dell'umorismo passato attraverso varie incarnazioni fino ad approdare alle testate di "Cattivik" e "Lupo Alberto" e tante fortunate antologie.



L'ORRORE DELLE ALTEZZE
di Arthur Conan Doyle
Edizioni Corriere della Sera, collana Twin Stories
2013, brossurato, 100 pagine, 2.90 euro

Si tratta di un nuovo volumetto della serie di cui più volte abbiamo parlato, quella che esce come collaterale da edicola con il Corriere della Sera, e che ha come sottotitolo "Piccoli capolavori che fanno grande il tuo inglese". Infatti, ogni libretto, di formato tascabile, presenta a fronte il testo originale oltre alla traduzione in italiano. Questo "The horror of the Heights", scritto nel 1913, fa parte della produzione horror-fantastica di Sir Arthur Conan Doyle, scrittore celebre soprattutto per aver creato Sherlock Holmes, ma prolifico autore anche di opere di altro tipo (non dimentichiamo "Un mondo perduto", che ha ispirato a Mauro Boselli una recente storia di Zagor). Stupisce come già agli inizi del secolo scorso l'aviazione fosse così ben avviata da ispirare a Conan Doyle un racconto tanto audace dal punto di visto tecnico: vi si parla di aerei che fanno evoluzioni tali e si spingono ad altezze così alte (non in un contesto fantascientifico, anzi proponendo le descrizioni come reali) che io avrei creduto fossero state raggiunte solo in un decennio almeno successivo, se non di più. In ogni caso, l'autore tiene a tal punto a far "credere vero" ai lettori ciò che racconta, da inventarsi, come il Manzoni nei "Promessi Sposi", semplice trascrittore di un diario ritrovato per caso, e vergato da un aviatore scomparso, Joyce-Armstrong, deciso a indagare sui misteriosi incidenti mortali accaduti a suoi colleghi piloti in volo lungo alcune rotte ben precise. Con il suo aereo, dopo aver inutilmente cercato di convincere le autorità che nelle alte e ancora inesplorate quote atmosferiche si cela una mortale minaccia, Joyce-Armstrong si dirige proprio là dove ritiene si annidi il pericolo... e vi sfugge miracolosamente, visto che il pericolo in effetti c'è! Si tratta di creature simili a meduse, che volano, celate dalle nubi e sollevate da bolle di gas che riempiono il loro corpo, e che afferrano nei tentacoli gli aerei che passano loro accanto. Deciso a portare a terra le prove della sua scoperta, l'aviatore riparte per un secondo volo, dal quale non fa più ritorno. Soltanto il suo diario viene ritrovato a terra, caduto dall'alto del cielo. Riguardo alla traduzione di Sabina Restituiti (bel cognome per una traduttrice), trovo strano (e sbagliato) che quando Conan Doyle scrive, per esempio, "twenty-thousand-foot level", cioè ventimila piedi di altezza, in italiano venga restituito come "seimila metri di quota", cioè trasformando i piedi anglosassoni nella misura del sistema metrico decimale (e questo capita di continuo, visto l'argomento del racconto). Un'altra perplessità: quando Conan Doyle scrive: "No wonder aviators are said to be a fearless race", il mio modo "rispettoso" di tradurre mi imporrebbe di rendere la frase con "Nessuna meraviglia se gli aviatori sono detti essere una razza senza paura". Leggo invece: "Non c'è da meravigliarsi se gli aviatori vengono generalmente considerati una razza audace". Sicuramente più bella della mia, questa frase: ma dov'è, in inglese, l'avverbio "generalmente"? E dov'è il verbo "considerare"?


QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DE VIA MERULANA
di Carlo Emilio Gadda
prefazione di Piero Citati, postfazione di Giorgio Pinotti
Garzanti
2013, 280 pagine, 12 euro

 "I capolavori sanno aspettare", mi ha scritto un amico dopo aver saputo che mi sono accinto alla lettura solo dopo quaranta anni dall'essere diventato un lettore consapevole. In effetti, affrontare il "Pasticciaccio" è indubbiamente una delle esperienze da fare nella vita. Bellissimo e complesso e appunto per questo non del tutto decifrabile né raccontabile (impossibile, credo, render conto fino in fondo della bellezza della complessità), il capolavoro lascia dentro la sensazione che la scrittura di tutto il resto sia misera cosa rispetto al caleidoscopio della sua lingua. Secondo Calvino, Gadda "cercò per tutta la vita di rappresentare il mondo come un garbuglio, o groviglio, o gomitolo, di rappresentarlo senza attenuarne affatto l'inestricabile complessità, o per meglio dire la presenza simultanea degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento". La trama è sostenuta da un plot giallo che intriga di per sé: in un palazzo della Roma bene, durante i primi anni del Fascismo (nel 1927), si susseguono a breve di distanza di tempo due fatti criminosi: il primo, meno grave, la rapina di una anziana signora derubata, a mano armata, dei suoi ori; il secondo, l'efferato delitto di una donna, Liliana Balducci, sposata ma senza figli, trovata sgozzata dopo essere stata aggredita mentre era sola in casa. Le indagini sono affidate al commissario di polizia don Ciccio Ingravallo, molisano trapiantato nella Capitale, e i suoi interrogatori portano il racconto a investigare sia negli ambienti benestanti che in quelli più popolari della città e delle campagne circostanti. La descrizione della varia umanità che affolla e colora gli uni e gli altri è di una efficacia stupefacente, così come della realtà quotidiana della vita di quegli anni. Per raccontare il suo caravanserraglio, nella versione definitiva del 1957, Gadda utilizza un linguaggio strepitoso, intrecciando il più sofisticato e barocco italiano (modellato comunque a modo suo) con termini e costruzioni sintattiche prese in prestito dai dialetti più disparati, per cui ogni personaggio viene descritto con le sfumature della sua parlata. Interi dialoghi sono in stretto romanesco, studiato e ristudiato attraverso varie rielaborazioni (Gadda era milanese e giunse nella Capitale, per lavorare in RAI, solo in età matura), ma si intrecciano parlate venete, napoletane, molisane, umbre, laziali lato. L'autore designa ogni oggetto, ogni moto dell'animo, ogni azione, con la parola, il verbo, l'espressione più consona e puntuale, andando a scovare o inventando onomatopee bellissime e termini desueti, scolpendo e modellando il testo come un artista rococò. Quando, a lettura terminata, si torna a leggere autori che si esprimono con il più basic dell'italiano, il confronto è spiazzante. Il giallo alla fine trova una parziale soluzione: sappiamo che Ingravallo sa, ma non ci viene detto esattamente com'è andata. Tuttavia, gli indizi sono sufficienti per trarre la somma da soli. Per Gadda la realtà è troppo complessa per poter giungere a venir semplificata nel nome di un assassino. O un'assassina.


IL PETTIROSSO
di Jo Nesbø
Piemme
2006, 490 pagine, 13 euro

A chiunque, come me, abbia follemente amato la trilogia di "Millennium" di Stieg Larsson è venuta voglia di curiosare fra gli altri autori della scuola del thriller scandinavo. Jo Nesbø è sicuramente uno fra i più quotati: novergese (e non svedese come il creatore di Lisbeth Salander), classe 1960, lo scrittore ha come personaggio principale dei suoi romanzi un poliziotto problematico (grilletto facile, propensione all'alcolismo, drammi personali, travaglio interiore, rimorsi e rimpianti) Harry Hole. "Il pettirosso" (2000) è il terzo racconto della serie che lo riguarda, che conta ormai una decina di titoli. I primi due sono, comunque, nel momento in cui scrivo, inediti in Italia e dunque chi vuol cominciare la raccolta è obbligato a partire da qui. Il che va benissimo. Personalmente, purtroppo, non mi posso dire che Jo Nesbø possa rivaleggiare con Stieg Larsson. Tuttavia, la lettura del "Pettirosso" è intrigante. Ci sono due piani temporali che si intersecano. Il primo è quello delle indagini di Harry Hole a proposito di un micidiale fucile di precisione, adatto a un killer che voglia compiere un attentato sparando da lontano, fatto giungere in Norvegia da qualcuno intenzionato a usarlo. L'arma sembra destinata agli ambienti neonazisti norvegesi, ma il lettore scopre subito che di mezzo c'è un vecchio a cui sono stati diagnosticati pochi mesi di vita e che sembra voler compiere una importante missione. Questi fatti si intersecano con altri accaduti nel 1940, durante la Seconda Guerra Mondiale, quando un gruppo di giovani volontari norvegesi aveva combattuto a fianco dei tedeschi nella battaglia di Leningrado. Si tratta di "collaborazionisti" incantati da Hitler nonostante l'occupazione nazista della Scandinavia e per questo processati con l'infamante accusa di tradimento a conflitto finito. Un gruppo ben affiatato di questi soldati, di fronte agli orrori delle trincee, finisce per sfaldarsi: c'è chi muore, chi diserta, chi finisce in ospedale, chi torna a casa cercando di nascondere la propria identità. Proprio fra costoro si nasconde l'assassino che ritiene di non poter lasciare questo mondo senza prima aver regolato i conti con il passato e aver compiuto una vendetta scambiata per una missione.


I PREDATORI DEL DESERTO
di Bruno Brindisi e Claudio Nizzi
Nicola Pesce Editore
2013, b/n, cartonato, 276 pagine, 29 euro

Si tratta della riedizione, rilegata, del Texone uscito nel luglio 2002, che, dopo un lungo periodo di volumi affidati a ospiti stranieri, riportò la collana nelle mani di un illustratore italiano, Bruno Brindisi (Salerno, 1964), disegnatore di punta dello staff di Dylan Dog. “Per me, il western era un terreno ancora tutto da esplorare – racconta lo stesso Brindisi nell’intervista pubblicata sulla prima edizione in edicola - Ho comprato dei libri, ho dovuto studiare l’ambientazione, gli sfondi naturali, il modo di vestire. Il problema principale sono stati i cavalli. Ma mi è piaciuto rappresentare l’atmosfera polverosa, i grandi spazi, le rocce, gli scenari sempre diversi, affascinanti, imprevedibili. Questo lavoro, che mi ha costretto a confrontarmi con problemi accademici di proporzioni, quanto di attenzione al dettaglio, per me ha rappresentato un altro scatto di crescita tecnica e personale”. Brindisi è autore di un nuovo intervento pubblicato a corredo del nuovo volume, al pari di una introduzione di Claudio Nizzi, davvero interessante, in cui lo sceneggiatore propone una paragone fra il suo racconto e "La ballata del Mare Salato", di Hugo Pratt, da cui "I predatori del deserto" è stato chiaramente ispirato per molti aspetti (ovviamente non tutti, trattandosi di una storia western e senza il mare). Il personaggio del bieco Monkey è la perfetta controfugura di Rasputin, così come Kirby è Corto Maltese, Kit Willer è Cain (ritrovato moribondo in apertura, infatti), Liza è Pandora e il Predicatore è il Monaco. Il lavoro di Brindisi, che dimostra non solo il suo talento ma la sua intelligenza nell'interpretare il racconto mettersi a servizio della storia e del personaggio, è straordinario. Il volume offre ricche tavole inedite aggiuntive con gli studi preparativi. La storia rientra, tutto sommato, nell'ordinaria amministrazione per un professionista come Nizzi, le cui sceneggiature e i cui dialoghi sono sempre gradevoli. Un po' troppe le combinazioni, forse, per cui Liza che ritrova per pur caso suo zio nei panni del Predicatore (come capita a Pandora con il Monaco) e Kit ritrovato vivo e salvato proprio dagli stessi banditi su cui stanno indagando, in modo del tutto indipendente, suo padre e Carson, sono eccessi di casualità che lasciano un po' perplessi ma che, tutto sommato, non inficiano il divertimento della lettura.


IL RACCOMANDATO
di Wilkie Collins
Polillo Editore
2013, brossurato, 60 pagine, 6.90 euro

Ho recensito altri libri della benemerita collana "I bassotti", della Polillo: una serie tutta dedicata al giallo classico angloamericano, soprattutto quello tra il 1920 e il 1940, pubblicando romanzi semisconosciuti in Italia, o difficili da trovare, accanto a quelli di autori molto noti. "Ilraccomandato", centotrentasettesimo titolo della serie, è un testo assolutamente insolito. L'autore, Wilkie Collins, è uno fra i più popolari romanzieri inglesi dell'Ottocento (paragonato spesso, quanto a popolarità nel suo tempo, a Charles Dickens) ma anche uno fra i primi giallisti della storia: il suo "La pietra di luna" è considerata la prima "detective novel" perché inserisce la figura del poliziotto indagatore, il sergente Cuff. Ma c'è dell'altro a rendere particolare "Il raccomandato": innanzitutto la sua brevità (meno di cinquanta pagine); poi, il fatto che si tratti di un romanzo epistolare (la storia viene raccontata attraverso una serie di lettere fra mittenti e destinatari diversi); infine, colpisce l'umorismo, leggero e satirico, che pervade la vicenda, decisamente minimale (non c'è nessun delitto), e si prende gioco del protagonista, il giovane e presuntuoso poliziotto Matthew Sharpin. Costui è un "raccomandato", cioè fatto entrare in Polizia per le pressioni di altolocati. L'ispettore capo Theakstone gli affida, suo malgrado, le indagini relative a un furto. Sharpin affronta il caso con supponenza e arroganza, convinto di poterlo risolvere in quattro e quattr'otto. Invece, capisce fischi per fiaschi e finisce per imbastire un castello accusatorio ridicolo contro un innocente, basandosi su una sua grottesca ricostruzione dei fatti. Un poliziotto più anziano ed esperto chiarisce l'equivoco e scopre il vero colpevole: Sharpin viene allontanato fra le pernacchie.


LO SCONOSCIUTO RACCONTA
di Magnus 
Rizzoli Lizard
2013, cartonato, 160 pagine

Nel recensire un volume dello stesso editore dedicato allo stesso personaggio (trovate la ma recensione qui) scrivevo: "Questo volume dovrebbe essere una 'edizione integrale'", ma in realtà pubblica 'quasi tutte' le tavole di Magnus. Mancano, infatti, due brevi storie: l'assenza è giustificata con il fatto che Lo Sconosciuto non vi figura, essendo solo la voce narrante. Tuttavia, per completezza, secondo me avrebbero dovuto esserci (anche perché non è facile rintracciarle): sono state pubblicate, in seguito, su un volume a parte". Il volume a parte è appunto questo. Di che cosa si tratta? Nel 1981 “Strisce e Musica”, un supplemento a fumetti allegato settimanalmente ai quotidiani “La Nazione” e “Il resto del Carlino”, pubblicò due avventure de “Lo Sconosciuto”: la prima avventura, “Una partita impegnativa”, venne pubblicata (una tavola per volta) sui numeri dal 16 al 27 di S&M, dal primo luglio al 16 settembre 1981; e fu poi successivamente ristampata (con un nuovo montaggio in 12 tavole di formato diverso) su “Orient Express” numero otto del febbraio 1983 sotto il titolo “Lo Sconosciuto racconta”. La seconda avventura, “Il volo del Lac Leman”, venne pubblicata tutta insieme (quattro tavole di sei strisce) sul numero 38 di S&M del 16 Dicembre 1981; e fu poi ristampata (con un nuovo montaggio di nove tavole) su “Orient Express” numero 6 del Dicembre 1982. Successivamente le opere vennero raccolte in un volume intitolato "Traffici", della Granata Press. In tutto, le tavole de "Lo Sconosciuto" sono solo una ventina. La prima storia ripercorre il viaggio della droga dalle piantagioni in Asia centrale fino ai mercati occidentali, la seconda del dirottamento terroristico di un aereo di linea da parte di terroristi pakistani. Il grosso del libro è dedicato a venti anni di copertine degli albi del personaggio, ripercorsi anche con il ricorso a schizzi di prova inediti, più alla pubblicazione di un soggetto autografo di Magnus per una storia mai realizzata, "Socco Chico" (una piazza di Tangeri), riprodotto dagli stessi fogli scritti a mano dall'autore (bel 46 pagine). Interessantissimi i testi critici di Luigi Bernardi e Fabio Gadducci, e una intervista a Magnus fatta da Alessandro Pollazzon nel fondamentale numero monografico della fanzine "Popular Press" dedicato a Lo Sconosciuto.


TEMPO DI UCCIDERE
di Ennio Flaiano
Edizione Mondolibri Mondadori su licenza Longanesi
1968, cartonato, 276 pagine

E' l'unico romanzo di Ennio Flaiano, brillante giornalista, critico letterario e cinematografico, sceneggiatore di film, autore di fulminanti aforismi, spirito libero e sagace (pescarese, classe 1910, morto nel 1972). Uscito nel 1947, vinse la prima edizione del Premio Strega, battendo inaspettatamente scrittori molto più illustri. E meritatamente, essendo "Tempo di uccidere" un libro imperdibile. Incredibilmente moderno, per stile, tematiche, ritmo, nonostante la data di uscita e le caratteristiche della narrativa dell'epoca. Accattivante e drammatico al tempo stesso, ugualmente al tempo stesso intriso di italianità e di universalità, è ambientato durante la Guerra d'Etiopia, durante il fascismo, un'esperienza a cui l'autore partecipò davvero e di cui scrisse su invito di Leo Longanesi, che poi gli pubblicò il romanzo. Protagonista ne è un giovane tenente italiano, che rimane anonimo, il quale, per una serie di vicissitudini, si smarrisce nella boscaglia africana e lì si imbatte in una donna di colore che fa il bagno, nuda, in una pozza d'acqua. Un po' per forza, un po' rassegnazione, un po' anche per complicità, l'etiope cede alle pressioni del militare che consuma con lei un rapporto sessuale. Dopodiché, però, sembra non volerlo lasciare andare, come se lei intendesse instaurato fra loro due un qualche tipo di legame. L'uomo non sa come comportarsi, e per un paio di giorni si intrattiene con lei, che si chiama Mariam, tra gli alberi, l'ombra dei quali diventa la loro alcova. Ma, una notte, accade un incidente: spaventato dai movimenti di grossi animali, forse leoni, nei dintorni del bivacco, il tenente spara verso l'oscurità e uno dei proiettili, rimbalzando, colpisce l'addome della ragazza, ferendola gravemente. Angosciato, senza sapere che fare, dove andare, temendo conseguenze, preoccupato anche dalle sofferenze della donna, l'ufficiale decide di finirla con un colpo in testa. E quindi la seppellisce sotto un cumulo di pietre. Tornato al reparto, il militare crede di poter chiudere l'accaduto in un cofano della memoria e buttar via la chiave. Invece, una strana piaga che si crea su una mano lo convince di essere stato contagiato dalla lebbra: in effetti la donna viveva isolata, come era usanza presso le tribù africane. Il tenente si vede perduto, crede finito il suo matrimonio (ha una moglie in Italia), teme di finire in un ospedale per il resto dei suoi giorni, e si convince anche che il suo delitto finirà per essere scoperto: anzi, un vecchio etiope e un bambino di colore, gli unici sfuggiti a una strage che ha coinvolto il villaggio di Mariam, sembrano perseguitarlo, pur senza minacciarlo, come se sapessero ciò che ha fatto. Convinto di venire denunciato da un medico a cui ha mostrato la piaga, l'ufficiale approfitta di quaranta giorni di licenza per fuggire nella boscaglia, e si rifugia proprio presso il vecchio, con cui convive per più di un mese, tormentato dal rimorso e dalla convinzione di essere già braccato dai carabinieri che lo cercano. Alla fine, quando ha scoperto che il vecchio è il padre di Mariam e che sa tutto della sorte di lei, fra i due si è creato un legame: l'uomo esamina la ferita dell'assassino della figlia. Non è lebbra: basterà un suo impiastro per curarla. Il tenente torna al suo reparto: poiché era in licenza, nessuno lo cerca, nessuno vuole arrestarlo, nessuno lo accusa di niente. Anzi, è previsto un ritiro delle truppe e il ritorno a casa, in Italia. Un meraviglioso apologo sulla colpa, sul senso di colpa, sull'elaborazione della colpa, sul percorso da fare per uscirne fuori, sul perdono. Ma anche sulla percezione della realtà e su come i nostri atti, tutti, abbiano conseguenze imprevedibili. Una storia allucinata ma realistica al tempo stesso. Non c'è bisogno di abbandonare gli agganci al reale per proporre delle metafore. La realtà è la metafora di se stessa.



LE TRE BARE
di John Dickson Carr
Oscar Mondadori
2013, 260 pagine, 9 euro

Chi mastichi un po' di letteratura gialla sa che l'americano John Dickon Carr (noto anche con altri pseudonimi, come Carter Dickson), nato nel 1897 e morto nel 1977, è l'indiscusso maestro dei delitti della camera chiusa. Nei suoi romanzi e racconti compaiono spesso e le soluzioni da lui escogitate sono tutte (o quasi) geniali. Si tratta evidentemente di gialli alla vecchia maniera, che poco o nulla concedono al noir di taglio più moderno, all'introspezione psicologica o ai sentimenti o al sesso, ma pieni di elementi gotici come sono, misteriosi, non di rado in costume, sempre estremamente arzigogolati, affascinano inevitabilmente gli amanti del genere. Io lo sono. Anzi, ho sempre sostenuto che se mai avessi potuto scrivere un giallo, lo avrei fatto imitando Dickson Carr (ho giusto in mente tre delitti della camera chiusa con tre soluzioni che non sapei dire se il buon John le abbia mai utilizzate). Nella vasta produzione dello scrittore, "Le tre bare" (1953) viene di solito piazzato nella top five, se non addirittura il migliore dei suoi lavori. Effettivamente, si resta sconcertati dall'inizio alla fine e la voglia di vedere come siano stati commessi non uno ma due delitti "impossibili" resta pressante per tutta la lettura. Ma il pezzo forte del romanzo è, a mio avviso, il secondo capitolo della parte terza, intitolato "La conferenza sulla camera chiusa", là dove l'investigatore Gideon Fell (uno dei personaggi ricorrenti nei romanzi del giallista) tiene una vera e propria lezione su tutti i metodi usati fino a quel momento dagli scrittori per risolvere il mistero di un omicidio commesso in una stanza chiusa dall'interno, da cui l'assassino non possa essere uscito (e che, ovviamente, sia comunque sparito). Il bello è che il dottor Fell dichiara di rivolgersi direttamente ai lettori: "Ci troviamo in una storia poliziesca e non dobbiamo ingannare chi legge fingendo che non sia così. Non dobbiamo inventare scuse, siamo personaggi di un libro". Dopodiché vengono messe in chiaro le idee dell'autore sul giallo: "A me piace che i miei delitti siano sanguinosi e grotteschi, che le mie trame sprizzino vividezza di colore e fantasia, poiché non riesco a trovare affascinante una storia che si basi soltanto sul fatto che possa sembrare realmente accaduta. Mi sembra ragionevole sottolineare che la parola 'improbabile' è l'ultima che dovrebbe essere usata per condannare il romanzo poliziesco. Tutta la questione sta nella domanda: può questa cosa essere fatta? Se sì, non importa che sia 'probabile'". In effetti, fa notare Dickson Carr, se il colpevole di un delitto fosse la persona più "probabile" i lettori si sentirebbero delusi. Un pezzo di assoluta bravura. E l'assassino de "Le tre bare" è in effetti il meno probabile che possa venire in mente, ma il meccanismo del giallo, una volta spiegato, è del tutto possibile, per quanto macchinoso. Non vi dirò nulla sulla trama se non ribadire che l'assassino viene visto entrare in una stanza la cui porta gli è aperta dalla vittima, prima di venire chiusa dall'interno: si ode uno sparo, la porta viene sfondata, la vittima è ferita mortalmente, dell'assassino nessuna traccia nonostante fuori ci fossero testimoni in attesa. Un secondo delitto, evidentemente collegato al primo, viene commesso in una strada vicina, al centro di una via che ha dei passanti ai lati. Tutti si voltano udendo uno sparo, un uomo crolla a terra colpito a bruciapelo, ma l'assassino non c'è e non ci sono le sue tracce sulla neve. Il tutto pare collegato con la storia di tre fratelli sepolti molti anni prima in Ungheria, uccisi da una epidemia che li aveva colpiti nel carcere dove erano stati rinchiusi...



ULTIMO CONFINE DEL MONDO
di E. Lucas Bridge
Einaudi
2009, cartonato, 590 pagine, 24 euro

Si tratta, sostanzialmente, di una autobiografia. "Ho cercato di reprimere con onestà tutte le idee romantiche che mi riguardavano, ma ho seri dubbi di essere riuscito nell'intento. In ogni altro aspetto, tuttavia, questo è un racconto veridico e senza orpelli, della mia vita nella Terra del Fuoco", scrive l'autore nella sua Premessa. I genitori di Lucas, Thomas e Mary Bridges, erano approdati là dove oggi sorge Ushuaia, la città più a Sud del pianeta, lungo il Canale del Beagle scoperto pochi decenni prima dal capitano Fitzroy, tre anni prima che nascesse il loro secondogenito, dopo una figlia femmina, Mary, nata alle Falkland. Era il 1° ottobre del 1871. Thomas era un pastore protestante inglese ed era stato inviato dalla sua congregazione per fondare una missione che servisse di supporto ai primi coloni e all'evangelizzazione degli indigeni. La città praticamente era limitata a poche baracche e i Bridges furono tra i primissimi abitanti. Addirittura, Lucas fu il terzo bambino bianco a nascere nella Terra del Fuoco, nel 1874, dopo suo fratello Despard che lo precedette di un anno (che fu il primo) e il figlio di altri coloni, chiamati Lawrence. Thomas Bridges, uomo illuminato, fu a sua volta il primo a studiare e imparare la lingua degli Yaghan, la popolazione indigena. In seguito Lucas avrebbe preso contatto e imparato l'idioma anche delle altre tribù, come i bellicosi Ona che vivevano nell'interno. Il racconto che inizia da queste premesse narra, con rigore e puntualità, la storia della colonizzazione bianca della parte più meridionale della Terra del Fuoco, compiuta in anni pionieristici e in scenari selvaggi, da uomini che avevano pochissimi contatti con la madrepatria. Lucas crebbe a contatto con la natura, considerando i fuegini i suoi naturali vicini di casa, rispettandoli e venendo rispettato non senza dover superare prove e difficoltà di ogni tipo. Si susseguono racconti di naufragi, di guerre tribali, di cercatori d'oro, di litigi e di riappacificazioni, di tentativi fatti per strappare terra per i pascoli o per curare malattie, di banditi e di evasioni, di lotte politiche e di vittorie insperate. Mille volte Lucas rischia la vita o si trova costretto a superare momenti di grande pericolo e grande tensione, dovendo dimostrare ai fuegini di essere forte e abile come loro, per ottenerne l'amicizia, ma dovendo subire anche agguati e tradimenti. Ogni pagina sembra pronta per essere romanzata, e invece è tutto vero e il racconto è, al contrario, freddo e puntuale, come se Bridges tenesse (come teneva) a fornire le prove e i riscontri di quanto andava dicendo. Il libro è stato scritto dall'autore nel 1948, un anno prima della sua morte. Lo consiglio a tutti.

1 commento:

Michele ha detto...

La mia rubrica preferita del blog di cui condivido il tono competente ma non spocchioso, la curiosità e il gusto variegato, lontano dalle derive salottiere-chic e dall'ostentazione-pop.