giovedì 20 marzo 2014

GRIDO DI PIETRA






Vi ho raccontato quasi tutto, manca soltanto il finale. Ho cominciato, infatti, parlandovi del mio viaggio da Roma fino a Buenos Aires, iniziato il 13 gennaio 2014, del mio soggiorno in quella città e del mio successivo trasferimento in aereo, dopo tre giorni, verso Ushuaia, il capoluogo della Terra del Fuoco, la landa abitata più australe del mondo. Mi sono quindi intrattenuto e dilungato nel descrivere quel posto, sia mostrandovi foto del porto, che del Canale del Beagle, che del Parco Naturale al confine fra Cile e Argentina. Sono passato poi a narrare quel che ho visto nella zona di El Calafate, nella Patagonia continentale, e cioè i ghiacciai Perito Moreno e Upsala. Non ho mancato di sottolineare come il desiderio di questo tour ai confini del mondo mi sia nato dopo aver letto tutto quel che mi è servito leggere per documentarmi nello scrivere una avventura di Zagor ambientata proprio in Terra del Fuoco. Adesso, eccomi a farvi vedere le foto dell'ultima tappa patagonica: El Chalten, alle pendici del Cerro Torre e del Cerro Fitzroy, la capitale argentina del trekking. Il racconto procederà commentando le foto che seguono.



Per arrivare a El Chalten da El Calafate bisogna percorrere oltre tre ore di strada in mezzo al nulla. Ovvero, in mezzo a colline erbose che prima seguono la riva del lago Argentino, poi quelle del lago Viedma, e sono attraversate dai fiumi che vi si gettano o che ne escono, caratterizzati dall'acqua lattiginosa tipica dello scioglimento dei ghiacciai (il cosiddetto "latte glaciale", di cui abbiamo già parlato). Per superare la distanza io ho preso un comodo autobus di linea, dai cui finestrini ho potuto ammirare un susseguirsi di panorami western mozzafiato.



La strada verso El Chalten è recintata a destra e a sinistra da un ininterrotto reticolato. Serve a proteggere gli automobilisti dai guanachi che pascolano ai lati della strada e che, se non ci fosse la rete a impedirglielo, attraverserebbero di corsa. Un urto contro un guanaco a cento all'ora, magari di notte quando non si può neppure tentare di frenare, potrebbe costare caro a chi guida. Anche al guanaco, indubbiamente. Si tratta di animali simili ai lama andini, ma molto più aggraziati, al punto che se non fossero camelidi potrebbero essere paragonati a delle gazzelle. I guanachi tentano lo stesso di saltare la protezione e talvolta restano appesi con le gambe di qua e di là sul filo di ferro, senza più riuscire a scendere, e muoiono. Ho visto alcune carcasse passandoci accanto.







Dicevo degli scenari western offerti dalla parte meno piovosa della Patagonia, cioè tutta quella che si distacca dalle Ande (la Cordigliera intercetta le nuvole e le fa piovere o nevicare sulle sue cime, lasciando all'asciutto ciò che c'è più a Est). Guarda caso, il pullman che fa la spola tra El Catalafate ed El Chalten si ferma per una breve sosta nella locanda "La Leona", a 13.802 chilometri da Roma, quella che vedete nella foto sottostante, in cui un cartello posto all'interno avverte che lì soggiornarono per un mese Butch Cassidy e Sundance Kid nel corso della loro fuga sudamericana.



La locanda "La Leona" è posta in corrispondenza di un fiume che va a gettarsi nel vicino lago Viedma (un bacino paragonabile per dimensioni al lago Argentino). Fino al 1975 per attraversare quel fiume c'era un traghetto costituito da una zattera che, tirata da delle corde, portava i viaggiatori da una riva all'altra. Poiché in passato i turisti non erano numerosi quanto adesso, spesso si trattava di pastori che spostavano i loro greggi: il traghetto portava fino a sessanta pecore per volta, e quando ce n'erano da trasbordare mille o duemila c'era da mettersi in fila e aspettare.


Poco prima di entrare in città a El Chalten, il bus viene fatto fermare presso la direzione del Parco Nazionale, nel punto che vedete nella foto qui sopra. Ci si trovano davanti le magiche cime del gruppo del Fitzroy, che per quanto mi riguarda sono le montagne più belle del mondo, per quanto superino di poco i tremila metri. Il guardaparco raduna i passeggeri e tiene un discorso molto bello e molto deciso il cui senso è: questo posto è un patrimonio comune e va salvaguardato, se vi becco a sporcare vi faccio un culo così. In particolare il rude ranger argentino dice una frase del genere: "Quando vi incontrerò nel parco, vorrò vedere la spazzatura nei vostri zaini: se non avete rifiuti al seguito vorrà dire che li avete lasciati in giro, e pagherete una di quelle multe che ve ne ricorderete tutta la vita". Al che io decido di portarmi un sacchetto pieno di immondizia da casa, perché non si sa mai.



El Chalten è un posto decisamente sperduto, che sta crescendo grazie al turismo, ma che è facile immaginare molto più piccolo e povero qualche decina di anni fa. Comunque sia, è piccolo e povero anche adesso. Nessun albergo di lusso, strutture piccole e quasi tutte a gestione famigliare, pochi negozi, poche case lungo poche vie battute dal vento, sulla riva del rio Fitzroy. Non prendono i telefonini, quasi non c'è connessione web: l'unico Internet Point è preso d'assalto dagli escursionisti che fanno la fila per poter comunicare con il mondo. Escursionisti, appunto, perché la maggior parte dei visitatori sono giovani e sportivi, zaino in spalla e scarponi ai piedi, giunti qui per fare trekking.













Le cime del Cerro Torre e del Cerro Fitzroy sono continuamente a rischio nubi. Al mio arrivo, erano meravigliosamente scoperte, poi il tempo è cambiato e sono state avvolte dalle nuvole. Il vento, tipico della Patagonia, si è fatto fortissimo al punto che era difficile camminare per strada. Tante le escursioni possibili, partendo da El Chalten, comprese quelle alpinistiche o per i free climber. Ma anche per chi, come me, vuole solo camminare, ci sono "mirador" (cioè punti panoramici) di tutti i tipi da raggiungere: si possono osservare condor e aquile, cascate, laghi, ghiacciai. A me interessa il Cerro Torre, immortalato da Werner Herzog nel 1991 nel film "Grido di Pietra" (su un soggetto scritto da Reinhold Messner): la pellicola non è granché, ma la montagna è spettacolare: una lama di pietra verticale che mozza il respiro.



Questo fiume è il rio Fitzroy, dalle acque fredde e veloci, attraversato a El Chalten da un ponte di assi. La parete di pietra dalla parte opposta rispetto alla cittadina è scalata da free climber.






Nei piccoli locali di El Chalten si beve questa birra artigianale, di cui io ho scelto (apprezzandola) la versione rossa.




Per un giorno intero le condizioni atmosferiche non consigliano di mettersi in cammino verso le montagne. Poi, il secondo giorno, poco dopo l'alba, decido di partire. La destinazione è la base del Cerro Torre, in un punto chiamato "Mirador del Torre". In albergo mi spiegano che il sentiero è pulito e ben segnalato, e così infatti è.



La pulizia nel parco è totale. Non c'è una cartaccia o una cicca di sigaretta. I metodi bruschi del guardaparco evidentemente funzionano.





Nei punti più ripidi del sentiero ci sono dei gradini e talvolta delle catene: la salita non è difficile da superare, anche se serve un minimo di allenamento.











Il tempo è bello alle spalle e brutto davanti. Procedo lo stesso e mi godo così una serie di spettacolari arcobaleni.













Questo cartello avverte della presenza degli huemules, cioè una specie di cervi tipici della zona. E' vietato perciò agli escursionisti portare al seguito dei cani, perché pare che nei cani, sentendo l'odore della preda, si scateni un istinto innato che li porta a sfuggire ai padroni, inseguire i cervi e ucciderli.









Dopo alcune ore di cammino, arrivo infine al "Mirador del Torre". Ma il Cerro Torre ha deciso di non farsi vedere: resto a lungo in attesa, ma le nubi non si sollevano, non si spostano. Peccato!




Non resta che tornare a El Chalten e da lì, il giorno dopo, prima a El Cafalate, poi a Buenos Aires e quindi in Italia. Il mi viaggio è finito. Voi, se volete, potete cominciare il vostro.

1 commento:

Gabriele Bartolini ha detto...

Più guardo questa corposa raccolta fotografica e più rimango esterefatto dalla bellezza della natura. Complimenti Moreno per il reportage della Patagonia.