lunedì 14 maggio 2012

IL CUSTER DELLE STELLE



Domenica 13 maggio 2012, sono riuscito finalmente a togliermi un peso dalla coscienza e chiedere pubblicamente scusa a un grande autore per una terribile figuraccia il cui senso di colpa mi toglieva il sonno da ventitré anni. Chi era presente a Orvieto, all’incontro sul fumetto western organizzato nel Palazzo del Popolo da Paolo Cannavò, sa già di che cosa si tratta. Per tutti gli altri, quelli colpevolmente assenti, lo spiego subito. Della manifestazione orvietana ho già parlato nell’articolo precedente e dunque non mi dilungo, se non per dire che la città sulla rupe è sicuramente uno dei luoghi più belli d’Italia. Sono rimasto incantato non soltanto dalla bellezza dei monumenti, ma anche dalla cucina, dal vino e dal paesaggio della campagna circostante. “It’s so green!” ho sentiti dire da una estasiata turista americana affacciata con me dal parapetto su una balza.

Ma arriviamo al dibattito “Il western ha la pelle dura”, ospitato nella Sala dei Quattrocento, a cui mi è stato chiesto di fare da moderatore, avendo accanto a me Lorenzo Bartoli, Gianluca e Raul Cestaro, Paolo Eleuteri Serpieri e Mauro Laurenti, oltre che Graziano Romani pronto come sempre a esibirsi con la chitarra. L’incontro è andato benissimo, davanti peraltro a un folto pubblico. E, nel finale, ho potuto raccontate a tutti, e in primo luogo proprio a Serpieri, il seguente aneddoto risalente al 1989.
All’epoca, io ero un giovane fanzinaro impegnato anima e corpo nella realizzazione di una rivistina chiamata “Collezionare”, di cui vi ho spesso parlato. Nel febbraio di quell’anno, come di consueto, si svolse a Prato la tradizionale mostra mercato allestita nello shopping center Pratilia (ho già scritto qui sul blog anche di questa kermesse, oggi scomparsa e da tutti rimpianta). Il principale ospite della manifestazione era proprio Paolo Eleuteri Serpieri, che io già consideravo un mito vivente dopo aver letto “Morbus Gravis” (la prima avventura di Druuna) e, soprattutto, le storie western originariamente apparse su Lancio Story, poi ristampate dall'Isola Trovata e quindi ripubblicate nella Collana West  (quando già l'Isola Trovata apparteneva a Sergio Bonelli).
Quest'ultima edizione consisteva in sei volumetti brossurati 21x28, in bianco e nero: per la precisone, il n°9 (“Battere il colpo”), il n° 11 (“Le regole del gioco"), il n°13 (“Sioux”), il n° 15 (“Donne di frontiera”), il n°17 (“I cacciatori”), il n° 19 (“Visi rossi”). In più, la collana Gli Albi di Orient Express (sempre Isola Travata) avevano pubblicato, nel loro n°5, un albo a colori di 48 pagine dal titolo “L’indiana bianca”. Oggi, tutto il West di Serpieri (comprese le storie non raccolte precedente in volume) è disponibile in sei cartonati delle Edizioni Di, dal titolo collettivo di "Opere prime".  Si trattava di western atipici, basati su una attenta ricerca iconografica sui quadri dei pittori del West e sulle foto dell’epoca, per cui i personaggi avevano le facce bruciate dal sole, le rughe simili a canyon, gli abiti impolverati. Insomma: per un appassionato del western come me (che però amavo anche la fantascienza e l’erotismo e dunque Druuna mi mandava in visibilio), Serpieri era (ed è ancora oggi, ovviamente) un maestro indiscusso e indiscutibile. Riuscire ad avere una copertina con la sua firma per “Collezionare” e strappargli una intervista, sarebbe stato il massimo. Mi feci coraggio, mi avvicinai, e gli chiesi tutte e due le cose. L’autore si dimostrò disponibile e, nonostante il cipiglio austero che lo contraddistingueva, si sedette con me e mentre gli facevo le domande con l’aiuto di un registratore, schizzò con cura, su un foglio che gli avevo porto, il ritratto di un indiano. Quel disegno divenne in effetti la copertina del numero 14 di “Collezionare” datato maggio 1989.
Per l’interno, io preparai un articolo dal titolo “Il Custer delle stelle”, partendo dal presupposto che, all’epoca, Serpieri mi sembrava assomigliasse al colonnello Custer, corredato da una bibliografia e dalla trascrizione dell’intervista realizzata. Fino a quel momento, “Collezionare” era una rivista “fatta in casa”, battuta a macchina e stampata con il ciclostile. Ma proprio in concomitanza con la copertina dell’autore di Druuna passammo alla realizzazione tipografica, sia pure fatta con il massimo risparmio (dato che i nostri fondi non ci consentivano di meglio). E se in precedenza io stesso avevo fatto la grafica delle cover, spesso ricorrendo ai “trasferelli”, quella volta ci affidammo, per la prima volta, all’impaginazione al computer curata da esterni (ci eravamo rivolti a una ditta specializzata, visto che nessuno dei redattori ce l’aveva, il computer). Com’è come non è, riuscimmo probabilmente a controllare abbastanza bene tutta la composizione interna, ma poi, presi della fretta, mandammo in stampa la copertina realizzata come ultima cosa, probabilmente licenziandola così come l’aveva composta il tipografo, dandoci soltanto un’occhiata al volo: sembrava che tutto fosse OK. 

Nell’editoriale della rivista, così presentavo al pubblico il n°14 dalla veste rinnovata: “Cari amici, ce l’abbiamo fatta. Il passaggio dalla stampa ciclostilata a quella tipografica, da tutti auspicato e da alcuni indicato addirittura come l’unico passo ancora da compiere da parte della nostra fanzine per poter avere tutti i carismi della vera rivista, è – per questo numero- una realtà. Per questo numero, diciamo, perché si tratta si una conquista tutt’altro che definitivamente acquistata. Occorrerà verificare se la diffusione della testata subirà l’incremento che ci auguriamo e che ci permetterebbe di far fronte alle spese in più che triplicate, dandoci anche la possibilità di migliorare la resa tipografica nei prossimi numeri.  Godiamoci comunque questo momento di euforia, e nel farlo lasciateci spendere qualche parola di ringraziamento verso alcune persone che ci hanno dato una mano incoraggiando i nostri progetti: si tratta di Paolo Ferriani e Luigi Bernardi, quest’ultimo anche prestigioso direttore responsabile di questo numero; di Sergio Bonelli, che da sempre segue con simpatia il nostro lavoro e che ha dedicato a Collezionare un entusiastico commento sulle pagine di Zagor; di Franco Spiritelli, di Fumo di China, prezioso distributore di consigli, indicazioni e suggerimenti e generoso elargitore di amichevoli recensioni nei nostri confronti; e infine di Luciano Tamagnini dell’ANAF, con cui abbiamo istaurato un cordiale rapporto di proficua collaborazione. E grazie naturalmente a tutti voi, che in questi ultimi mesi ci avete scritto e telefonato praticamente in continuazione, sollecitandoci a fare sempre di più e sempre meglio”. 

Ecco, appunto, “sempre meglio”. Tanto meglio che quando ritiriamo dalla tipografia le mille copie (o quel che erano) tutte stampate e ben imballate in pacchi da cento, e le portiamo a vendere a non so quale mostra mercato in giro per l’Italia, per poi spedirle alle fumetterie e agli abbonati, non ci accorgiamo di un piccolo particolare. Preso dall’entusiasmo, io per primo non me ne rendo conto finché non penso di spedire una copia della rivista proprio al grande autore che ci ha regalato la cover. E’ soltanto allora che mi accorgo, con assoluto terrore, che c’è un refuso in copertina. Il caso peggiore che possa capitare a chiunque pubblichi qualcosa. Anziché “Incontro con Paolo Eleuteri Serpieri”, c’è scritto, il caratteri cubitali, “Incontro con Paolo Eleutieri Serpieri”. Eleutieri e non Eleuteri! Una cosa clamorosamente tragica. Caddi con la testa sulla scrivania, battendoci ripetute zuccate, e rinunciai, vinto dalla vergogna, a inviare il numero di “Collezionare” all’interessato (sperando che la realizzazione delle nuove storie di Druuna lo distraesse dal notare un refuso, sia pure madornale, su una rivistina distribuita per posta e brevi manu).

Per anni ho fatto finta di non aver mai scritto un articolo intitolato “Il Custer delle stelle”. Oggi, dopo aver fatto sorridere Serpieri con il racconto del tragico aneddoto, mi sento sollevato ed eccolo qui, riproposto per voi, dopo ventitré anni. Per la cronaca, non credo più che Serpieri assomigli a Custer. Propongo un accostamento con Mark Twain. Ditemi voi che cosa ne pensate.


COLLEZIONARE N°14 – Maggio 1989

Paolo Eleuteri Serpieri
IL CUSTER DELLE STELLE
di Moreno Burattini

Impossibile non accorgersene: Paolo Eleuteri Serpieri assomiglia in maniera eccezionale al generale Custer. E del resto lui non fa niente per nascondere questa singolare somiglianza, anzi si direbbe che tenda ad accreditarla lasciandosi crescere una capigliatura fluente proprio come quella della quale andava orgoglioso il mitico comandante del 7° cavalleria, e coltivando degli eleganti baffi dell tutto simili ai suoi. Come se non bastasse, quando noi di Collezionare lo incontriamo a Prato, nel corso del XII convegno internazionale del fumetto e del fantastico che gli ha dedicato una bellissima mostra antologica di tavole originali, Eleuteri Serpieri indossa un a giacca di pelle con frange che sottolinea ancora di più questo divertente gioco di sovrapposizione tra uno dei protagonsti dell’epopea del West e il disegnatore che della realtà di questa epopea maggiormente ha saputo rendere ragione nei suoi fumetti.
Nato a Venezia il 29 febbraio 1944, Paolo Eleuteri Serpieri completa a Roma i suoi studi Accademici dedicandosi all’attività di pittore e di docente in un istituto d’Arte. Quando nel 1975 decidie di occuparsi a tempo pieno di fumetti iniziando a collaborare con il settimanale Lancio Story, si rivela subito non solo autore professionalmente già maturo e dotato di una notevole tecnoca grafica, ma anche interprete personalissimo del genere wester e profondo conoscitore della storia e della cultura dell’ovest americano. È risaputo, tra l’altro, come egli sia anche un buon musicista country e un vero e proprio esperto di questo genere musicale. Le sue tavole arrivano ben presto sulle pagine di riviste di prestigio quali Orient Express e L’Eternauta, e la sua colalborazione viene richiesta anche dalla casa francese Larousse che lo chiamava a lavorare per l’Histoire du Far West, un’opera di grande impegno che gli apre le porte del mercato d’oltralpe. Le storie del west, realizzate in tandem con lo sceneggiatore R.Ambrosio consegnano ai lettori un imamgine degli uomini e dei luoghi della frontiera americana molto diversa da quella di maniera a cui ci avevano abituato gli stantii cliché di molti film e fumetti. Corpi, visi, azioni e oggetti vengono scolpiti con efficaci colpi di pennello che costruiscono una grafica espressionistica oltremodo incisiva, tutta tesa alla rappresentazione di drammi reali ed intensi, individuali e collettivi, che nascono dallo scontro traumatico tra uomin di diverse culture all’interno di un dantesco scenario di forze naturali.
La grande suggestione che le tavole di Eleuteri Serpieri riescon ad evocare, nasce soprattutto dalla loro straordinaria capacità di immergere completamente il lettore all’interno di un’epopea dove non c’è spazio per le sovrastrutture romantiche del mito costruito artificiosamente da scrittori e registi, e dove i luoghi comuni del topos  leterario cedono il posto alla vivida ed esaltante esaltazioni storica. Tutto questo non significa che il western di Eleuteri Serpieri abbia le caratteristiche di una piatta analisi documentaristica: anche se l’autore ha attentamente le testimonianze inconografiche dell’epoca, le sue tavole rianimano come per incanto le vecchie foto ed i rari dipinti e  ci fanno sentire il fascino selvaggio e spietato di un mondo scomparso, entrando comunque a far parte del nostro immaginario collettivo. Dopo aver realizzato con Antonio anche una grande biografia di Cavallo Pazzo, Eleuteri Serpieri decide di cimentarsi con la sceneggiatura delle proprie storie, firmando sia i testi che i disegni de L’Indiana Bianca, un’avventura a lungo respiro, giocata anche su ricordi cinematografici (John Wayne e Natalie Wood in “Sentieri Selvaggi”, di John Ford, del 1956) rivisitati comunque con un’ottica nuova, aspra e demistificante. 

Poi improvvisamente il nostro Custer del fumetto chiude il sipario con gli scenari del west e lo riapre sull’apocalittico futuro di Morbus Gravis, un serial di un allucinante orrore stellare ambientato all’interno di una gigantesca astronave alla deriva nello spazio, i cui occupanti hanno perso ogni cognizione della realtà in cui si trovano e si vanno via via disumanizzando. Se il punto di riferimento qui è chiaramente è da ricercarsi nel celebre romanzo “Universo” di Robert Heinlein, in realà le sconvolgenti tavole della nuova saga recano un messaggio che tocca il cuore dei lettori: in una condizione di orrendo degrado fisico, ambientale e culturale le uniche speranze di redenzione sono affidate ad una giovane donna, Druuna, che è riuscita a conservare intatte le sue doti di autenticà umanità. È doveroso aggiungere che in Francia il volume cartonato che ha raccolto il secondo episodio di “Morbus Gravis” ha venduto oltre centomila copie, e già si sta preparando l’edizione del terzo. Un grosso successo per il fumetto italiano. Peccato, davvero peccato, che Nemo Propheta aceptus est in patria sua e che da noi tirature del genere per un volume a fumetti ce le possiamo soltanto sognare.

INTERVISTA A PAOLO ELEUTERI SERPIERI

Collezionare: con la pubblicazione in volume del secondo episodio di “Morbus Gravis”, Druuna, L’eroina, si presta a diventare protagonista di una vera e propria saga fantascientifica. Lei ha dunque abbandonato definitivamente le lontane frontiere del west?

Eleuteri Serpieri: Per adesso sì, perché il pubblico al quale erano dedicate le avventure western è diminuito vertiginosamente: è un pubblico ridottissimo, magnifico, però adesso lavoro sui diritti d’autore pubblicando dei libri e ho bisogno di un pubblico più vasto.

C: Mentre per le storie del West lei si affidava ad uno sceneggiatore quale Ambrosio, per Morbus Gravis ha deciso di scrivere da solo il soggetto. Si trova a suo agio in questa doppia veste di scrittore-disegnatore?

ES: Con Ambrosio mi trovavo molto bene: lavoravamo insieme anche per quanto riguarda i soggetti e le sceneggiature. Poi Ambrosio, che è un  avvocato, si è ritirato da questo genere di attività ed io mi sono ritrovato da solo. Ho cominciato a guardarmi un po’ attorno, ma alla fine ho deciso di fare tutto da me. Avevo già fatto qualche tentativo realizzando una storia western, “L’indiana Bianca”, ed ho visto che mi trovavo a mio agio, non dovevo spartire con nessuno la responsabilità di questo prodotto. Devo dire che è molto più piacevole, più affascinante affrontare da solo la storia. Inoltre io non faccio sceneggiature vere e proprie, ma scrivo più di un soggetto, quasi un romanzo, con i dialoghi e il resto; poi passo al disegno, creando in questo modo mi diverto di più: mi sembra di vivere la storia che sto illustrando. Infatti, Druuna è raccontato in un modo diverse all’usuale: non ci sono didascalie ed è quasi in “presa diretta”.

C: Com’è nato un personaggio come Druuna, il suo più recente successo?

ES: inizialmente il personaggio principale non diveva essere femminile. Andando avanti ho visto che la storia  mi prendevam ed ho continuato, anche se non avevo un riferimento preciso: non avevo ancora un editore, lavoravo per conto mio. Poi, cercando il miglior offerente, ho incontrato la casa editrice francese Dargaud ed ho cominciato a lavorare alla storia con più impegno. Scoprendo, che in realtà Druuna era la protagonista. Inoltre la Dargaud era maggiormente interessata ad un personaggio femminile, e allora il racconto si è dilatato a tal punto che adesso dovrò fare acnhe episodi successivi. Per ora ci sono molte richieste, vedremo cosa succederà in futuro.

C: Vedremo mai un Tex di Paolo Eleuteri Serpieri?

ES:  In realtà questa idea mi stuzzica molto, però preferirei fare un Tex completamente mio, anche come storia: basterebbe accordarsi con Sergio Bonelli, il quale, almeno per ora, non mi ha chiesto nulla. L’inconveniente è che una storia di Tex è composta da molte tavole ed ai miei ritmi perderei un anno dietro ad un lavoro del genere.

C: Infatti le sue tavole dono molto elaborate. Quanto tempo impiega per realizzarne una?

ES: adesso sono più lento, lavoro molto meni di prima, quando riuscivo a fare anche una tavola al giorno con una certa disinvoltura. Ora in una settimana riesco a fare tre pagine, ma capita spesso che per due settimane poi non faccia niente oppure che realizzi qualche illustrazione per altri editori. Non ho, dunque, i ritmi di un tempo e ciò è dovuto soprattutto a ragioni di svogliatezza.

venerdì 11 maggio 2012

IL WESTERN HA LA PELLE DURA

 
Come ho già anticipato dandovi un po’ di appuntamenti per il futuro, dall'11 al 13 maggio sono a Orvieto (Terni) dove, presso il Palazzo del Popolo e il Palazzo dei Sette, si svolge la quarta edizione di Orvieto Comics, quest’anno dedicata al West. La kermesse, infatti, è abbinata al Western Festival: ci saranno mostre, dibattiti, e presenze di ospiti illustri, non solo provenienti dal mondo del fumetto, ma anche da quello del cinema. Per saperne di più vi basterà visitare il sito della manifestazione. Io, comunque, ho in agenda un incontro domenica 13 maggio alle ore11.30 nella Sala dei Quattrocento presso il Palazzo del Popolo: farò da coordinatore e moderatore a una chiacchierata con Paolo Eleuteri Serpieri, Raul e Gianluca Cestaro, Lorenzo Bartoli e Mauro Laurenti. Il titolo del dibattito è “Il western ha la pelle dura”, che è esattamente quello che, qualche mese fa, ho voluto dare al mio saggio introduttivo al volume cartonato “Le frontiere del West”, a cura di Salvatore Taormina (Edizioni Amici del Fumetto, Torino, Febbraio 2012), ricco di immagini spettacolari. In attesa di farvi la cronaca delle giornate orvietane, ecco quel testo.


IL WESTERN HA LA PELLE DURA
Di Moreno Burattini


“C’era una volta il western”:  così, una decina di anni fa, avevo intitolato un mio articolo in cui rimpiangevo la quasi totale scomparsa dalle scene mediatiche di un genere da me molto amato, quello appunto legato alle ambientazioni del Lontano Ovest. Nel lamentare la scarsezza di film, romanzi e fumetti western di nuova produzione, rispetto all’abbondanza del passato, non ero solo. Per citare il più illustre pessimista che mi faceva compagnia, riportavo le parole di Sergio Bonelli che, sull’ Almanacco del West 1996 scriveva: “Con il passare del tempo, si fa sempre più forte in me l’impressione - o, se preferite, la presunzione - che l’Almanacco del West sia diventato l’equivalente reale e tangibile di quella bandiera della vecchia Frontiera americana di cui io come editore e voi come lettori ci sentiamo gli ultimi difensori!”. 
 
Nella stessa pubblicazione, il critico Maurizio Colombo aggiungeva il suo scoraggiante commento: “Inutili farsi illusioni, il western, dopo l’ennesimo finto risveglio, sembra giacere morto sulla collina degli stivali dei generi cinematografici. Abbiamo cantato vittoria troppo presto, abbagliati dagli inaspettati successi dei soliti Balla coi Lupi, Gli spietati e L’ultimo dei Moicani, che davano il cinema di frontiera prossimo alla rinascita. Ci preparavamo a un’abbuffata di film, ma ci siamo fermati solo all’antipasto, senza saziare la nostra fame ormai disperata di amanti dell’Ovest selvaggio”.  
 
La “fame” di West a cui fa riferimento Colombo deriva da una sorta di “educazione sentimentale” che ha plasmato il gusto e l’immaginario di intere generazioni fino ai nati negli Anni Settanta: quelle che hanno potuto godere dei western visti al cinema, e non inscatolati in TV con il telecomando a portata di mano.  “Visti in televisione, quei film sono una lontana favola colorata, come Walt Disney - scrive invece Pino Farinotti - Non c’è più, per esempio, l’identificazione. Chi ha quaranta anni ha fatto in tempo a raccogliere, da bambino, questa emozione. L’esempio di eroismo gratuito, dell’onestà senza discussione fa parte della cultura iniziale di chi vedeva quel cinema. Sì, un po’ come il bambino del Nuovo Cinema Paradiso. Tutto questo prima che arrivassero i nuovi eroi del ‘contromito’”. Il cinema western era un cinema splendido. In realtà il West non è  un luogo della realtà, né designa la particolare epoca storica che tutti conosciamo:  le coordinate geografiche e temporali del western sono solo convenzioni. Il West è  altro: un mito, una leggenda, un sogno. Per qualcuno, il simbolo dell’avventura, per altri  la metafora della vita. Ancora meglio,  il West è  una frontiera fra noto e ignoto, fra realtà e mistero, fra scienza e magia. Un varco fra mondi paralleli. Ed è  un peccato che i giovanissimi non ne possano fruire come facevamo noi, e come prima di noi fecero i nostri genitori. Quando la TV trasmetteva un film, o il parroco ne proiettava uno nell’oratorio, i ragazzi si auguravano che fosse un western. Scrivono Raffaele Mantegazza e Brunetto Salvarani: “Speravamo sempre che fosse un western, possibilmente con lo scontro epico fra il buono (il nostro amico) e una pletora di cattivi di turno. Non ci rendevamo conto, nella estatica contemplazione di cui eravamo preda allora, che stavamo allineando il nostro sguardo con quello di infiniti altri ragazzi e adulti che si sono lasciati affascinare, nei decenni, dal genere più tradizionale del cinema statunitense, che ha saputo rompere i confini e gli argini tra i mezzi di comunicazione, lasciando le sue tracce un po’ ovunque nell’immaginario collettivo” (Io sparo positivo, 1997, Edizioni Unicopli). Negli anni Cinquanta, Sessanta e per molti dei Settanta il West spopolava al cinema e nei fumetti. Di conseguenza, animava i giochi dei bambini e dei ragazzi, che simulavano furibonde sparatorie o cruenti attacchi ai fortini nei loro cortili o manovrando i soldatini rappresentanti indiani, giacche blu o cowboy. Successivamente, il western perse mordente fino al pressoché totale abbandono dei nostri giorni, quando praticamente nessun bambino prova la minima emozione sentendo citare gli Apaches o la sfida all’OK Corral, e i soldatini raffigurano piuttosto tartarughe ninja, robot giapponesi o dinosauri.

Ma, a conti fatti, siamo arrivati nel secondo decennio del Duemila e il western è ancora qui a farci compagnia. Non si è affatto estinto. Ha la pelle dura. Non soltanto Tex Willer cavalca ancora (in compagnia, peraltro, di Zagor) e gode di ottima salute, ma il cinema ha continuato a proporci pellicole ambientate nel Lontano Ovest. L’ultima, contaminata con la fantascienza, è stata “Cowboys & Aliens”, ispirata peraltro da un fumetto. E negli anni precedenti si sono visti parecchi film hollywoodiani di notevole livello, dai bei remake di “El Grinta” e di “Quel treno per Yuma” a inediti di grande impatto come “The missing” e “Appaloosa”. Insomma, abbiamo pianto una dipartita di un malato tutt’altro che spacciato.

Vale la pena, perciò, a beneficio di chi non c’era e di chi ha piacere di ricordare, tracciare un quadro della produzione di fumetti western all’italiana. E parlando di fumetti non si può fare a meno di partire proprio da Tex, che cavalca sulle frontiere del Far West dal 1948, anno in cui fu creato dallo sceneggiatore Gian Luigi Bonelli (padre di Sergio) e dal disegnatore Aurelio Galleppini, in arte Galep. In realtà, il successo di Aquila della Notte non era previsto, né sperato. Gianluigi Bonelli era uso sfornare nuovi personaggi a getto continuo, e in generale il mercato italiano vedeva cambiare collane, serie ed eroi con una certa facilità. Un character  iniziava a comparire in edicola, vi rimaneva finché le vendite ne giustificavano l'uscita, ai primi cenni di stanchezza si provvedeva a sostituirlo con un altro eroe più fresco. Probabilmente, nelle aspettative della casa editrice, Tex avrebbe dovuto seguire questo tipo di iter. Anzi, in casa Bonelli si contava molto di più un altro eroe, sempre realizzato da Aurelio Galleppini: Occhio Cupo. 
 
Prima del 1948, comunque, gli eroi di casa Bonelli non erano affatto tutti personaggi western. Anzi, ebbero caratteristiche piuttosto varie: Ipnos (testi di Gin Luigi Bonelli e disegni di Cossio, Piffarerio e Da Passano), tanto per fare solo qualche esempio, è un illusionista ricalcato sul Mandrake di Lee Falk e Phil Davis; Capitan Fortuna (testi e disegni di Rino Albertarelli) un eroe marinaro di stampo salgariano fatto muovere su sfondi esotici del XVII secolo; Frisco Bill (testi di Franco Baglioni e disegni di Guido Zamperoni) uno scanzonato giornalista; Occhio Cupo (testi di Gian Luigi Bonelli e disegni di Galep) una riuscita commistione fra Zorro e Robin Hood che vive le sue avventure nella regione dei Grandi Laghi durante la guerra franco-inglese per il possesso del Canada. Il 30 settembre 1948, però, Bonelli e Galleppini mandano in edicola la prima striscia di Tex, "Il Totem Misterioso" e il successo è tale che l'intera casa editrice si trasferì per parecchio tempo sulle frontiere del Far West. Per tutti gli Anni Cinquanta, vedono la luce in casa Bonelli (ma lo stesso accade presso gli altri editori) una dopo l'altra una miriade di testate western: un rapido e non esaustivo elenco consente di inventariare collane come Mani in Alto! (1949); I Tre Bill (1952); Il Cavaliere Nero (1953); Rio Kid e Za La Mort (entrambi del '53); Il Sergente York (1954); El Kid (1956); Hondo (1956). Nel 1957 i western si moltiplicano: troviamo Big Davy, Kociss, La Pattuglia dei Bufali, Yado, Rocky Star. A questo elenco potrebbero aggiungersi serie non propriamente western ma molto simili, come Gordon Jim (1952) ambientata nel nord-est degli Stati Uniti alla fine del XVIII secolo; Terry (1956), che narra le vicende di due cow-boy in trasferta in Africa; Silver Squick (1957), dove un assortito gruppo di simpatici personaggi viene fatto muovere sullo sfondo delle colonie americane appena liberate dal giogo inglese.

Due sono i fatti salienti del 1958: il primo è la nascita de Il Piccolo Ranger, un personaggio creato da Andrea Lavezzolo sulla falsariga del Capitan Miki della EsseGesse e affidato alla realizzazione grafica di Francesco Gamba. Dopo l'immarcescibile Tex, Il Piccolo Ranger è il primo esempio di serie bonelliana destinata a resistere a lungo nel tempo: la chiusura avverrà solo dopo 27 anni, nel 1985. Il secondo avvenimento degno di nota è l'esordio come sceneggiatore di un certo Guido Nolitta, pseudonimo sotto il quale si nasconde il giovane Sergio, figlio di Gian Luigi Bonelli, costretto a cambiare nome per far sì che di Bonelli autore di testi ce ne fosse solo uno e non si generasse confusione nei lettori. All'epoca Sergio Bonelli era solo ventiseienne, ma già da un anno era subentrato alla madre Tea nella direzione della casa editrice. Il suo primo personaggio si chiama Tim Carter, meglio noto come Un Ragazzo nel Far West. E' sempre alla sua penna che dobbiamo la nascita di Zagor, personaggio datato 1961 creato graficamente da Gallieno Ferri: un eroe destinato a un grandissimo successo, testimoniato da oltre quarant'anni di ininterrotta pubblicazione, nelle cui avventure il western si contamina con i più disparati generi narrativi, dal comico all'horror, dal fantasy alla fantascienza.
 
Il western imperversò anche per tutti gli anni Sessanta. Guido Nolitta ricomparve come autore de Il Giudice Bean (1963), Gian Luigi Bonelli sfornò Lobo Kid (1964) per i disegni di Loredano Ugolini, Gino D'Antonio dette il via alla saga dei Mac Donald con la sua Storia del West (1967). Vale la pena di sottolineare quest’ultima serie, originariamente inserita all’interno della Collana Rodeo e poi ristampata più volte: si tratta di settantacinque episodi che, raccontando le vicende di una famiglia americana nell’arco di quasi un secolo, ripercorrono tutte la vicende della conquista del West attraverso avventure tanto avvincenti quanto estremamente documentate. Lo stesso tipo di esperimento, ma condotto con volumi monografici, ciascuno dedicato a un personaggio storico del West la cui biografia veniva raccontata a fumetti sulla base di una precisa ricostruzione degli eventi che l’aveva contrassegnata, fu realizzato con i dieci volumi della collana I Protagonisti (1974), scritti e disegnati da Rino Albertarelli. Dunque, insieme al West della fantasia si cominciava a parlare del West della realtà, così come accadeva peraltro anche al cinema western, quando, negli anni Settanta, le pellicole hollywoodiane iniziavano a narrare storie basate su fatti e personaggi realistici, cambiando perfino approccio e punto di vista riguardo alla tradizionale divisione tra “buoni” e “cattivi”: film come Soldato Blu, di Ralph Nelson (Soldier Blue, 1970), o Il Piccolo Grande Uomo, di Arthur Penn (Little Big Man, 1969), ne sono degli esempi.

Non a caso, nello stesso periodo (i primi anni Settanta), Sergio Bonelli propone, accanto ai suoi fumetti, una serie di veri e propri libri, saggi storici scelti e tradotti, oltre che estremamente curati nella grafica: si tratta della Collana America (1972), nel quale vengono pubblicati testi riguardanti non solo l’approfondimento delle tematiche legate alla storia del West ma in generale la divulgazione storiografica circa la realtà dei più classici scenari dei racconti d’avventura, dall’esplorazione dell’Africa alla pirateria nel Mar delle Antille. E un’altra collana bonelliana sempre di quegli anni, Un Uomo Un’Avventura (1976), presentava avventure a fumetti firmate da grandi disegnatori, pubblicate cartonate, a colori e in grande formato, ciascuna autoconclusiva e riguardante un personaggio immaginario calato però di volta in volta in un diverso contesto storico ricostruito su una rigorosa base documentaria, tra cui il West, ma non solo. In questa collana lo stesso Nolitta sceneggia, nel 1977, per Aurelio Galleppini il volume L'Uomo del Texas, ma altri titoli di ambientazione western furono realizzati da Sergio Toppi, Dino Battaglia e Hugo Pratt, E’ evidente, insomma, lo sforzo di Bonelli come editore (ma anche come autore, essendo egli stesso sceneggiatore di molte storie) di non limitarsi a dare alle stampe storie avventurose di pura evasione ma di fornire anche strumenti di approfondimento e di analisi della realtà storica e antropologica. Una maggiore attenzione alla storia e all’antropologia è comunque evidente anche nelle sceneggiatura delle storie di Tex e di Zagor, e viene incontro alle esigenze di un pubblico sempre più attento e documentato.

Uno sforzo del genere, oltre al tentativo di uscire da un genere che al cinema cominciava a dare segni di stanchezza, è sicuramente anche alla base della nascita di Mister No (1975), il primo personaggio non western creato da Nolitta/Bonelli.  L'intuizione vincente di Nolitta fu quella di immaginare per le avventure di Mister No una collocazione spazio-temporale del tutto originale: quella dell'Amazzonia degli Anni Cinquanta, quando ancora il continente verde era  terra di frontiera in gran parte  inesplorata, dove i primi contatti fra indios e uomini bianchi riproponevano gli stessi problemi di cento o duecento anni prima tra visi pallidi e pellerossa. Mister No è il primo personaggio di casa Bonelli a misurarsi fin dall'inizio, in maniera sistematica e non occasionale, con la realtà storica e  i reali problemi di una terra  affascinante e selvaggia, riuscendo a immergere i lettori nelle sue atmosfere e nei suoi ritmi di vita così diversi dai nostri, e a darne una rappresentazione non solo plausibile ma talvolta addirittura probabile. 
 
Ma se l’avvento di Mister No prelude a tutta una serie di personaggi lontani dalle frontiere del Far West (di cui qui non ci occuperemo), occorre dire che il western non viene mai del tutto abbandonato. Un altro personaggio uscito sotto l’egida di casa Bonelli in quello stesso periodo,  Ken Parker, creato nel 1977 da Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, non è un western nel senso tradizionale del termine, o non lo è soltanto: trascende i confini del genere. L'ovest americano che fa da sfondo alle vicende umane del protagonista è  visto con occhi nuovi. Chiunque si trovi a fare i conti con il western deve necessariamente sottostare alla regola dell' Im Westen Nichts Neues: all'Ovest niente di nuovo. Migliaia di film, romanzi e fumetti hanno sfruttato ogni situazione in tutte le possibili salse. Berardi si è reso conto dell'impossibilità di dire qualcosa di più in un contesto in cui si è detto tutto. Appunto per questo, il suo approccio verso gli ingredienti più tradizionali del genere (gli attacchi degli indiani, le rapine alle banche, i ladri di bestiame e così via) è di sostanziale accettazione. Ciò che si modifica è  l'ottica attraverso la quale queste situazioni vengono presentate al lettore. Non più la tradizionale divisione in "buoni" e "cattivi", ma il tentativo di esporre le ragioni degli uni e degli altri; non più eroi a tutto tondo, ma personaggi problematici, spesso tormentati da dubbi, angosce e incertezze. Inoltre, Ken spazia in una dimensione più ampia di quella del western tradizionale: lo vediamo cacciatore di balene tra gli iceberg e investigatore tra i palazzi di città. Infine, le avventure di "Lungo Fucile" sono caratterizzate da una costante contaminazione tra più generi: dal cinema alla letteratura, dalla musica al fumetto.

Mentre al cinema il western stava scomparendo, e nei fumetti i generi andavano sempre più diversificandosi, Sergio Bonelli non rinunciava comunque alle sperimentazioni sulle frontiere del Far West. Del resto aveva l’esempio vincente di un Tex che continuava ad andare a gonfie vele; e di uno Zagor che dimostrava una invidiabile vitalità (due testate in cui, nel corso degli anni, la parola d’ordine è sempre stato: rinnovarsi nel rigoroso rispetto della tradizione). Così, furono fatti altri tentativi di rilanciare il western, e gli esperimenti lasciarono sul terreno tre vittime. Le prime due, Judas, agente della Pinkerton in un West crepuscolare, e Gil, cowboy metropolitano che gira a cavallo per le città dei giorni nostri, collane opera entrambi dei fratelli Ennio e Vladimiro Missaglia, chiuse una nel 1980 e l’altra nel 1983 dopo pochissimi numeri. Poi, nel 1985,  Bella e Bronco, serie ideata da Gino D’Antonio.

La chiusura di queste tre testate non blocca la via del West, tant’è vero che nel 1987 Sergio Bonellu vara TuttoWest, una collana antologica in cui ripropone il meglio dei western minori della sua casa editrice degli anni Cinquanta e vi inserisce anche la miniserie inedita River Bill, da lui stesso ideata per i disegni da Francesco Gamba. E nel 1997 ecco un nuovo eroe western, Magico Vento, creato da Gianfranco Manfredi che immagina un West magico e nello stesso tempo crudo e realistico, estremamente documentato e nello stesso tempo cupo e fascinoso.

Non c’è soltanto la Bonelli, nel western all’italiana. Anzi, soprattutto negli anni Quaranta e Cinquanta ci furono moltissimi altri personaggi con la colt in pugno. E anche senza colt, come Pecos Bill, il cowboy armato soltanto di lazo, creato el 1949 da Guido Martina e Raffaele Paparella. E western sono anche le avventure del Piccolo Sceriffo di Tristano Torelli e Camillo Zuffi (1948),di Capitan Miki della EsseGEsse (1951), o di Maschera Nera, di Max Bunker e Piffarerio (1961). Italiani erano poi gli staff creativi di molte serie americane di ambientazione western, come per esempio Turok, realizzato a Roma negli anni Cinquanta e Sessanta da Giovanni Giolitti e Giovanni Ticci. Ovviamente, abbiamo citato soltanto alcuni nomi, su ognuno dei quali ci sarebbero da scrivere dei libri interi. A proposito di libri, uno che dà un quadro rapido ma esaustivo della produzione wester mondiale è stato curato da Graziano Frediani per essere allegato a un albo di Tex celebrativo dei cinquant’anni del personaggio, nel 1998, e si intitola “Le frontiere di carta”. Sottotitolo quanto mai esplicativo: “Piccola storia del West a fumetti”. Vale la pena di procurarselo, per i testi ma anche per le illustrazioni: l’apparato iconografico è infatti una gioia per gli occhi e per il cuore. Per finire, e dimostrare la vitalità di un genere che davvero non vuol saperne di andare in pensione, anche nel campo delle autoproduzioni nate dall’impegno e dall’entusiasmo di giovani autori, va citata la serie (ormai divenuta una vera e propria saga) di Than Dai, pubblicata da quell’editore per passione che risponde al nome di Salvatore Taormina. L’avventura continua.
 

martedì 8 maggio 2012

LETTI A LETTO

Non so voi, ma io non riesco ad addormentarmi se non stringo un libro in mano. E’ più forte di me. Se, per pura disgrazia, non ho qualcosa da leggere, posso stare ore con gli occhi spalancati nel buio a fissare il soffitto nero. Ogni sera, il segnale che è il momento di spegnere la luce e girarmi su un fianco in posa fetale è la seconda volta che il volume mi cade sul petto mentre lo leggo. Se  libro è particolarmente avvincente come quello delle ultime sere (“Flashback”, di Dan Simmons), può accadere anche alle due e mezzo o alle tre di notte. Ovviamente non leggo soltanto a letto, ma anche in treno, in bagno, nelle sale d’attesa, sul divano mentre aspetto la cena. Ho un audiolibro nell’Ipod e lo sento  mentre cammino da casa fino in ufficio, e ne ho un altro su CD da sentire in macchina mentre guido. Ma il materasso è il massimo che c’è, come giustamente cantavano quelli della notte. Ecco dunque le recensioni dei libri che ho letto a letto nel mese di aprile.


John Curran
I QUADERNI SEGRETI 
DI AGATHA CHRISTIE
Oscar Mondadori, 2010


Una decina di anni fa sono stati ritrovati, in una scatolone nella casa della scrittrice, 73 quaderni contenente frettolosi appunti scritti a mano dalla Christie nel corso di oltre cinquant'anni. Della loro esistenza si sapeva perché la giallista ne aveva parlato nella sua autobiografia, raccontando di averli usati fin dai tempi del primo romanzo per prendere nota delle sue idee, ma di avere anche il difetto di perderli continuamente. Li perdeva e li ritrovava, visto che ogni quaderno contiene appunti riferibili a libri diversi e di epoche diverse, in un calderone inestricabile di scarabocchi di ogni tipo, dall'elenco per i regali di natale ai tentativi di risolvere delle parole incrociate. John Curran, un christologo di prim'ordine, si è preso la briga di decifrare uno per uno tutti i quaderni, convincendosi che sono pochi quelli ad essere stati definitivamente smarriti e assemblando gli appunti sparsi in capitoli riferibili a un periodo o a un romanzo preciso, e commentando ogni annotazione con acume e perspicacia, in modo da svelare in modo brillante il modo di lavorare di lady Agatha. Vedere come la scrittrice ragionava sulle sue trame e cercava di trovare il modo giusto per ingannare i suoi lettori è elettrizzante. Si fanno anche delle scoperte interessanti: per esempio, i personaggi di "Dieci piccoli indiani" all'inizio dovevano essere dodici, "Poirot sul Nilo" avrebbe dovuto essere un romanzo di Miss Marple, il finale di "C'era una volta" originariamente era diverso, per quello di "E' un problema" erano state valutate più soluzioni, e via dicendo. Su Agatha Christie io ho scritto un fumetto, illustrato da James Hogg, pubblicato su "Il giornale dei misteri": ma ogni mio "giallo" zagoriano è costruito secondo gli schemi della magistrale Agatha. Questo libro, è consigliato a tutti coloro che, come me, la adorano.


Frank Schätzing
LIMIT
Editrice Nord, 2010


Lo confesso: è stata un’impresa e anche un po’ una fatica arrivare in fondo alle quasi 1400 pagine scritte fitte fitte di “Limit”. Anche per un lettore veloce come me, ci sono voluti tempo e concentrazione. In fondo al tomo c'è un dizionario dei personaggi principali, giusto per non far perdere il filo ai più distratti, e ci sono novantacinque nomi. Lo scrittore a cui mi sento maggiormente di avvicinare Schätzing è Michael Chrichton, per il suo saper disegnare scenari futuribili che trovano le loro radici già nel presente. Ma forse, allora, potremmo anche accostarlo a Jules Verne. L'azione è ambientata nel 2025, in un mondo che sta per esaurire le riserve di petrolio ma pare prospettarsi una alternativa: l'elio-3 (un isotopo dell'elio), che l'assenza di atmosfera ha consentito di accumulare nella regolite (la polvere che copre il suolo della Luna). Sia gli Stati Uniti che la Cina hanno installato basi minerarie sul nostro satellite e scavano la regolite: i contrasti per lo sfruttamento dei giacimenti stanno conducendo i mondo a una nuova Guerra Fredda e sull'orlo di un conflitto mondiale. Le miniere lunari sono state rese convenienti grazie all'invenzione di un "ascensore" verso lo spazio ideato dalle industrie Orley: si tratta di un lunghissimo cavo costruito con una particolare fibra di carbonio, che collega una stazione orbitante a un'isola equatoriale terrestre, lungo il quale salgono e scendono carichi diretti verso la Luna. Il principio con cui funziona l'ascensore è lo stesso del lancio del martello nelle gare di atletica: la terra ruota, il cavo si tende, la stazione orbitante è il peso che lo fa tenere in tensione grazie alla forza centrifuga. Tutto ciò sembra fantascienza, ma soltanto in parte lo è: si tratta di idee su cui davvero gli scienziati stanno lavorando, esattamente come nel caso di "Jurassic Park", in cui si delineavano scenari alla portata della moderna tecnologia genetica. Julian Orley, il magnate visionario che ha costruito l'ascensore, intende sfruttare la Luna anche come meta turistica e ha costruito nelle vicinanze del Polo Nord addirittura un albergo, che inaugura portandoci in visita un gruppo di VIP, tra i quali alcuni che spera di far diventare suoi soci. Intanto, sulla Terra, a Shangai, un detective privato, Owen Jericho, incaricato di ritrovare una studentessa scomparsa, scopre per caso gli indizi di un complotto contro Orley e contro la base estrattiva americana. Un complotto, a detto, complicatissimo e degno di una spy story, in cui entrano in gioco mercenari, dittatori africani, killer cinesi e chi più ne ha più ne metta. Il finale è sorprendente, e tutta la trama sembra pronta per farne un filmone. Ogni capitolo, sia quelli ambientati sulla Terra che sulla Luna, propone scenari intriganti riguardo alla tecnologia del prossimo futuro, allo sviluppo delle dinamiche sociali, alla geopolitica del prossimo decennio. Peraltro, la fine delle scorte di petrolio non è uno scenario particolarmente fantastico: è la realtà che stiamo vivendo. Personalmente ho apprezzato di più le parti del romanzo che si svolgono sulla Luna, meno quelle terrestri, soprattutto le pagine che hanno per sfondo la Cina, divenuta una superpotenza caotica. Certo, che se Schätzing fosse riuscito a comprimere la sua complicata storia nella metà delle pagine, sarebbe più facile per tutti arrivare in fondo.

Antonio Zamberletti
SILENZIOSI NELLA NOTTE
Todaro Editore, 2008


La mia copia di "Silenziosi nella notte" si fregia anche di una dedica autografa dell'autore, dato che, in ambito zagoriano, io sono il suo editor. Zamberletti è, infatti, l'ultimo acquisto in ordine di tempo nella pattuglia degli sceneggiatori dello Spirito con la Scure. Ha già completato una prima storia e ne sta terminando un'altra. E' giunto in Bonelli forte della sua esperienza di giallista (tre titoli pubblicati) e di autore di fiction televisive. Si tratta senza dubbio di uno scrittore di razza. A me hanno affidato il compito di fargli prendere confidenza con la sceneggiatura fumettistica, perché non è automatico che chi scrive per il piccolo schermo o pubblica libri conosca anche tutti i trucchi del mestiere del comic writer. Antonio si è dimostrato un buon allievo, nel senso che non si è mai dato arie da artista della penna ed stato attento a recepire tutti i miei consigli. E' dunque con curiosità che mi sono accinto a leggerlo come romanziere. "Silenziosi nella notte" (il titolo prende in prestito il motto di un plotone di soldati italiani in missione all'estero) è il terzo romanzo con protagonista Vincenzo Torres, un investigatore privato attivo nella Milano dei giorni nostri, una sorta di Philip Marlowe, nei pregi e nei difetti. E' un tipo tosto e tenebroso, duro e spiccio, con un passato pieno di fantasmi e una determinazione inarrestabile, solitario e senza affetti - però, appunto per questo, finisce per assomigliare un po' troppo allo stereotipo del private eye. Ciò che rende particolare Vincenzo Torres sono i suoi trascorsi nell'esercito (ha partecipato a varie missioni cosiddette "di pace") prima e nella polizia poi. Durante queste esperienze ha visto cose che noi umani non potremmo immaginare. Gli sono morti amici, ha partecipato a scontri a fuoco, sa usare armi da guerra, conosce gli scenari delle zone calde del mondo e ha amici e nemici tra i reduci e i riciclati. Le storie di cui Torres è protagonista vedono perciò muoversi sulla scena mercenari, trafficanti di droga, spie internazionali, poliziotti corrotti, infiltrati, mafiosi. Non si tratta di gialli patinati in cui l'investigatore indaga senza sporcarsi le mani. "Silenziosi nella notte" vede Torres cercare di scoprire perché è stato ucciso il Duca, un ex pilota di aerei militari, un tempo impiegato nei bombardamenti in Serbia. La storia è dura e coinvolgente. Tuttavia, vista appunto la durezza, non ci si può fare a meno di chiedere se davvero i nostri soldati in giro per il mondo abbiano fatto o visto le cose di cui Zamberletti ci racconta, se sul serio i nostri poliziotti e carabinieri siano i tipi tosti che ci descrive. Purtroppo siamo abituati a considerare gli scenari internazionali come adatti a un certo tipo di fiction e dunque non ci sono problemi a sospendere l'incredulità sulle vicende ambientate nei bassifondi di New York o di Mosca. Se la stessa storia si svolge a Quarto Oggiaro o a Melegnano (là dove le indagini conducono appunto Torres) ci viene quasi arricciare il naso, chissà perché.


Tiziana Lo Porto 
e Daniele Marotta
SUPERZELDA
Minimum Fax, 2011


Il sottotitolo di “Superzeda” spiega che si tratta de "la vita disegnata di Zelda Fitzgerald", e dunque di una biografia a fumetti. Nell'accezione più comune (e sbagliata) del termine, quando si dice "a fumetti" si intende "superficiale", "di poche pretese", "all'acqua di rose", se non addirittura banale o senza spessore. Invece, "Superzelda" dimostra come la storia di una vita possa essere raccontata a fumetti con una documentazione che non ha nulla da invidiare a quella di un saggio, con l'aggiunta però del surplus emozionale e di suggestioni tipico della narrazione per immagini. Narrazione che, nel caso dei disegni, è arricchita dalla capacità evocativa del segno grafico, superiore all'univocità delle fotografie o dei filmati, che lasciano assai meno spazio all'interazione con il fruitore. Zelda Sayre, nata il 24 luglio del 1900 in Alabama, è nota soprattutto per essere stata la moglie e la musa ispiratrice di Francis Scott Fitzgerald, l'autore de "Il grande Gatsby" e di "Tenera è la notte". Il libro di Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta finisce per essere, in pratica, la biografia di entrambi, essendo stati una coppia indissolubile, nella buona e nella cattiva sorte. Ma Zelda ne esce fuori come un personaggio in grado di brillare di luce propria per vitalità, trasgressività, complessità psicologica, nei pregi e nei (tanti) difetti: mai succube o ancella del genio letterario del marito, in grado di creare delle mode (da lei nacque il look della "maschietta", tipico degli anni Venti), protagonista del jet set e viaggiatrice nel mondo della sua epoca, per molti aspetti più libero e disinibito del nostro, la Fitzgerald fu essa stessa scrittrice, ma anche pittrice di successo e ballerina di talento. La storia della sua vita diventa, a un certo punto, il racconto di un disagio mentale, di una progressiva e altalenante discesa nella follia, e assistiamo ai suoi ripetuti ricoveri in cliniche psichiatriche in cui probabilmente finisce per scontare gli eccessi della sua gioventù. I disegni di Marotta ricreano le suggestioni grafiche del terzo decennio del Novecento e, pur lontanissimi dal realismo grafico bonelliano, sono perfettamente funzionali al racconto emozionale e rendono empatici con la protagonista. I testi della Lo Porto alternano il didascalismo alle parti dialogate, riuscendo a rendere il libro qualcosa di diverso sia da un romanzo che da un resoconto biografico di taglio saggistico o giornalistico: del resto, la scelta del fumetto come strumento di comunicazione favorisce di per sé l'ibridazione dei media. Infine, last but not least, c'è da segnalare che l'editore non è specializzato in graphic novel, non distribuisce soltanto in fumetteria e il pubblico a cui si rivolge non è quello di nicchia del circuito dei comics: il rinnovato interesse verso le opere di Francis Scott Fitzgerald, riaccesosi dopo che i suoi libri sono diventati di pubblico dominio, ha fatto sì che anche "Superzelda" potesse rientrare in una operazione editoriale di più ampio respiro. Sarebbe bellissimo se Lo Porto e Marotta potessero avere un successo tale da far aprire le porte di tutti gli editori verso gli autori di fumetti e la loro capacità di veicolare contenuti di tutti i tipi.


Paco Roca
L’INVERNO DEL DISEGNATORE
Tunué, 2011

Mi è capitato di citare “L’inverno del disegnatore” parlando con un amico che non sapeva di che cosa si trattasse. "E' un graphic novel, un fumetto d'autore", ho spiegato. Ho visto l'altro storcere la bocca. "Sì, ma di quei fumetti d'autore che piacciono anche a noi", mi sono affrettato a precisare. Già, perché non è mica obbligo che tutti i tratti autoriali piacciano all'universo mondo soltanto perché sono firmati un nome che ha vinto un premio importante. Anzi, nel caso del cinema io mi tengo rigorosamente lontano, dopo essere rimasto scottato parecchie volte, da tutti i film che vincono Venezia, Cannes o Berlino. Paco Roca, invece, ha vinto tutti i premi che si potevano vincere, ma mi piace immensamente. Ho letto, un paio di anni fa, il suo volume "Rughe", che parla dell'Alzheimer, e, indipendentemente dal fatto che di questa malattia di possano dare raffigurazioni ancora più tragiche o realistiche (come mi ha detto qualcuno che ritiene quella di Roca troppo edulcorata), mi sono commosso. L'ho trovato un libro bellissimo, scritto bene, disegnato meglio: l'ho fatto leggere ai miei figli e tutti sono rimasti appesi alle pagine. "L'inverno del disegnatore" è un altro capolavoro. Peraltro, tratta di un argomento che, in qualche modo, mi riguarda da vicino: le vicende di una casa editrice di fumetti, la vita dei suoi autori. Siamo nella Spagna franchista degli anni Cinquanta. I fumetti della Casa editrice Bruguera vendono centinaia di migliaia di copie per numero, i suoi personaggi sono tra i più popolari. Però, i disegnatori che li realizzano vengono considerati semplici impiegati obbligati a consegnare le loro tavole secondo rigidi quantitativi in cambio di uno stipendio fisso, senza alcun tipo di riconoscimento del successo ottenuto. Pressati dalle difficoltà economiche e dalla mancanza di gratificazioni, i cinque migliori autori decidono di mettersi in proprio e mandare in edicola una rivista, "Tio Vivo", di cui saranno essi stessi sia gli artefici che i direttori. La Bruguera non sta a guardare e tenta, tramite pressioni politiche, prima di far negare le autorizzazioni necessarie alla stampa della nuova testata, poi di rendere difficile la distribuzione. "Tio Vivo" finisce per non trovarsi nei punti vendita. Alla fine, il gruppo dei transfughi è costretto a tornare all'ovile con la coda fra le gambe. Però, l'idea che agli autori vadano riconosciuti i meriti del loro lavoro comincerà a fare strada. Paco Roca racconta il desiderio di libertà e di gratificazione, prima che la rivendicazione di diritti economici: sono in fondo le aspettative alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità che la Dichiarazione d'Indipendenza americana riconosce a ogni uomo. Roca, oltre che un grande sceneggiatore di se stesso, è un eccellente disegnatore e colorista, e i colori hanno una grande importanza in questo volume, dividendo i salti temporali (in avanti e indietro negli anni). I personaggi sono tutti reali. A me è piaciuto ritrovare, in alcune vignette, il mio amato Francisco Ibanez, l'autore di Mortadelo y Filemon, l'unico spagnolo di cui mi sono comprato quasi l'opera omnia in lingua originale, visto che da noi non è stato tradotto (non ho mai capito perché), quasi niente.


Luca Enoch 
e Andrea Accardi
HIT MOLL
BD, 2011
C'ero anch'io, nella giuria presieduta da Michele Ginevra, che assegnò il prestigioso Gran Guinigi a Lucca Comics 2004 ad Andrea Accardi, e naturalmente fui tra quelli che sostennero la candidatura (proposta dal presidente) e la votarono. Sono stato perciò a lungo in attesa di poter leggere "Hit Moll - Una ragazza pericolosa", scritto per Accardi da un altro dei miei autori preferiti, Luca Enoch, annunciato come un titolo della collana "Romanzi a fumetti" della Bonelli. Solo che, alla fine, la Casa editrice di Via Buonarroti non l'ha pubblicato. Pare che Sergio Bonelli, leggendo l'opera giunta a conclusione, l'abbia ritenuta non adatta alla serie e forse non in linea con gli standard bonelliani (del resto, non si potrebbe chiedere alla Walt Disney di pubblicare un fumetto erotico). Così, d'accordo con gli autori, i diritti sono stati dirottati verso un altro editore, la BD di Marco Schiavone e Tito Faraci, che hanno pubblicato il racconto nel 2011. Ieri, con un po' di ritardo dovuto alla lunga lista di attesa sullo scaffale vicino al comodino, l'ho letto. E l'ho letto tutto d'un fiato, dato che la storia è coinvolgente, piena di colpi di scena (e di colpi tout-court), e con un finale che non delude le attese. Resta da capire il perché non abbia potuto essere un volume dei "Romanzi a fumetti". E' troppo violenta? Sicuramente lo è, ma in fondo anche ne "Gli occhi e il buio" il sangue scorre in abbondanza. C'è troppo sesso? Non certo di più di quanto ce ne fosse in "Gea". Chissà che non siano stati invece proprio i disegni di Andrea Accardi a posizionare "Hit Moll" fuori dal seminato. Disegni, va detto, graffianti ed efficaci, ma più border line rispetto alla pulizia grafica e formale di altre sue storie precedenti. Qui lo stile adottato è sporco e trasgressivo, in linea con l'argomento noir, ma indubbiamente non riconoscibile come "bonelliano" (fin già dal bordo irregolare del riquadro delle vignette) da parte del lettore che avesse sfogliato il "Romanzo" prima dell'acquisto e che si aspetti invece un disegno più rassicurante (e del resto una Casa editrice tende a essere riconoscibile presso il suo pubblico fin dalla veste grafica). Comunque sia andata, "Hit Moll" è arrivato nelle mie mani e mi è piaciuto molto. La storia è quella di Corinna, una giovane donna mulatta figlia di un killer della mafia, Giovanni, che l'ha addestrata a compiere delle missioni per lui. Quando il padre viene colpito da un ictus e non è più in grado di lavorare, lei, devota al limite dell'adorazione, finisce per sostituirlo portando a termine incarichi che sembrano impossibili. Finché scopre che il suo amore verso il genitore non è esattamente ricambiato e che Giovanni... vabbè, non ve lo racconto il proseguo della storia, perché sarebbe bello se tutti la leggeste! In appendice al libro c'è un breve racconto di dieci tavole scritto e disegnato dal solo Luca Enoch, dal titolo "Non è un lavoro per donne", che vale da solo il prezzo del volume. Anche in questo caso, c'è di mezzo una killer e ugualmente si tratta di un lavoro commissionato e poi non pubblicato dal committente, intimidito dalla troppa violenza (che invece, secondo me, non c'è). Evidentemente le cattive ragazze non hanno vita facile, in anni di political correctness.

sabato 5 maggio 2012

LA MUMMIA DELLE ANDE


E’ in edicola da qualche giorno il n°613 della collana Zenith, corrispondente allo Zagor gigante n° 562. E’ intitolato “La mummia delle Ande”, e contiene il finale di una storia (che finisce a pagina 42) e l’inizio di un’altra (che comincia a pagina 43, proseguendo per altre 56). Il racconto che giunge a conclusione è quello ambientato a Panama, scritto da Jacopo Rauch e illustrato dai fratelli Di Vitto. Il racconto che si inaugura, invece, porta la firma del sottoscritto e di Giuseppe (“Pino”) Prisco, un autentico fuoriclasse del disegno. Sono giunto alla terza storia illustrata da Pino, e ne ho da pochissimo iniziata una quarta, e si è trattato di avventure una realizzata meglio dell’altra. E’ sicuramente il disegnatore con cui più sono in sintonia, nel senso che, magicamente, riesce a trasferire su carta le scene esattamente come io le avevo immaginate. “La mummia delle Ande” è un episodio di una certa importanza nel contesto della serie, per cui suggerisco a tutti gli zagoriani di non perderselo. Ma si tratta, almeno secondo me, di un racconto che potrebbe piacere anche a chi non ha mai letto niente dello Spirito con la Scure, dato che non siamo a Darkwood ma in un contesto storico e geografico ricostruito sulla base di una precisa documentazione, con addentellati a miti e leggende, tradizioni, usi e costumi, e dunque in grado di interessare a prescindere. In attesa di parlarne più diffusamente in agosto, quando la storia si sarà conclusa e non ci sarà il rischio di fornire troppe anticipazioni, ci sono alcuni aneddoti da raccontare.

Però, prima, lasciatemi spiegare qua è il motivo principale per cui ritengo particolarmente importante nell’ambito della saga lo Zagor n° 562: lo è perché si tratta dello sbarco di Zagor nel porto del Callao, a poche miglia da Lima, e dunque in Perù. E’ da parecchio che si parla, in ogni incontro con il pubblico, sui forum e nelle interviste, della trasferta del re di Darkwood in Sud America. Qualcuno potrebbe ritenere che il viaggio sia già iniziato con la storia di Mauro Boselli e Michele Rubini “Lo scettro di Tin-Hinan”, cominciata subito dopo l’albo del cinquantennale (quello a colori del giugno 2011, “Lo scrigno di Manito”). In effetti, nella parte finale di quel lungo racconto lo Spirito con la Scure lascia la sua foresta per mettersi sulle tracce dell’archeologo Dexter Green, da cui è stato vigliaccamente tradito.  Green è entrato in possesso di alcuni antichissimi oggetti, fabbricati da una civiltà sconosciuta in un’epoca antidiluviana, in grado di farlo accedere ai segreti di Atlantide: una chimera irresistibile per uno studioso assetato di conoscenza come lui. Ma, fra quei segreti, ci sono anche quelli che riguardano armi di distruzione di massa, di alcune delle quali lo Spirito con la Scure ha già visto gli effetti (per esempio, quelle da lui recuperate nella storia “Il segreto dell’Unicorno”). Perciò, il nostro eroe intende fermare l’archeologo e il suo servo Yambo.


Nell’avventura successiva a quella di Boselli, abbiamo visto Zagor e Cico discendere prima il fiume Ohio, poi il Mississippi, e giungere a New Orleans, trovandosi invischiati loro malgrado in una missione al fianco di un amico nelle paludi della Louisiana (accade nell’episodio “Alligator Bayou”, scritto da Diego Paolucci e Mirko Perniola e illustrato da Marcello Mangiantini). Di poi, Rauch e i Di Vitto hanno fatto navigare lo Spirito con la Scure fino all’istmo di Panama: Dexter Green, infatti, è riuscito a imbarcarsi verso Portobello prima di poter essere fermato. L’attraversamento del collo di bottiglia tra l’Atlantico e il Pacifico era, all’epoca di Zagor, la via più breve per raggiungere il Perù, dove l’archeologo e il suo servo sono diretti. Lo Spirito con la Scure non esita a proseguire l’inseguimento. Però, sia a New Orleans che in America Centrale, l’eroe di Darkwood c’era già stato (l’ultima volta è successo in una mia avventura ambientata nello Yucatan, “Piramide di sangue”). Cico, poi, è addirittura messicano! Dunque, finora, non ci sono state vere novità dal punto di vista degli scenari e delle ambientazioni. Ma con l’arrivo in Perù, le cose cambiano. Finalmente, Zagor è arrivato davvero in Sud America. E si vede, fin dalle prime scene: fisionomie, architetture, costumi, paesaggi, non possono in nessun modo essere confusi con quelli nordamericani. Si sente il cambiamento d’aria. O, almeno, io e Prisco abbiamo fatto il possibile per farlo sentire. Sono state decine e decine le fotografie su cui ci siamo basati, e tanti anche i filmati visti su YouTube per ricostruire i luoghi in cui far muovere i nostri personaggi. La discesa di Dexter Greeen e Yambo nelle catacombe dell’Iglesia di San Francisco, per esempio, è assolutamente realistica. Basterà guardare, per convincersene, il video amatoriale qui sotto.




Ma anche la biblioteca del convento esiste realmente ed è davvero così come la si vede nel fumetto (vedi l'immagine sottostante). Allo stesso modo è stato ricostruito il porto del Callao. Perfino la mummia che compare in copertina e in alcune sequenze dell’interno è stata immaginata sulla base di un corpo mummificato di cui esistono foto agghiaccianti (ne vedete una in apertura).


Dello stesso sforzo di documentazione vedrete i risultati nei prossimi albi, che saranno tre: “Sulle tracce di Dexter Green”, “Cuzco” e “La città sulla cordigliera”. Non si deve credere, tuttavia, che il didascalismo vada a scapito dell’azione. Già il prologo del racconto dovrebbe far capire che lo spirito avventuroso tipico delle storie di Zagor è stato rispettato.


Il fatto che “La mummia delle Ande” sia un albo diviso a metà fra due storie, così come albi simili si sono avuti nel passaggio fra il racconto di Boselli e quello di Perniola, e tra quello di Perniola e quello di Rauch (mentre in passato era da tempo invalsa l’abitudine a concludere le avventure in fondo a un albo), dimostra come la saga sudamericana sia in stretta continuity, per la gioia di chi ama la narrazione concatenata e i continui rimandi. Ma, ovviamente, non ci sarà mai niente che non possa essere compreso da chi non conosce i precedenti. E di addentellati con i precedenti, in effetti, ce ne sono parecchi. Il viaggio nell’America del Sud è destinato a portare finalmente a conclusione una sottotrama, quella atlantidea, che si è dipanata per anni lungo varie storie apparse occasionalmente nell’arco della serie, e di cui adesso si tirano le fila. Ma non basta: poiché l’avventura immediatamente precedente al numero del cinquantennale, “La progenie del male”, aveva messo in collegamento le avventure che sarebbero seguite  con il mistero dell’ “abisso verde” lasciato in sospeso da Giovanni Luigi Bonelli in uno dei primi numeri della saga, si può intuire quanto il ciclo sudamericano sia importante e che ricchezza di agganci, addentellati, suggestioni, spunti, argomenti, echi e rimandi racchiuda al suo interno.

Per finire, due parole su Barranco. Si tratta del primo, grande super-nemico che Zagor incontra nella trasferta sudamericana. Bastano le poche pagine del suo esordio per farlo odiare a chiunque le legga. Per dargli l’aspetto che ha, ho chiesto degli studi non a Prisco, ma a Mauro Laurenti, descrivendogli un tipo che doveva essere un peruviano di etnia caucasia (di origini spagnole, insomma), dalla faccia particolarmente patibolare. Laurenti, abituato a pescare modelli tra i suoi parenti e amici (non avete idea di quanti zii, cugini e conoscenti abbia ficcato nelle sue vignette), ha immediatamente trovato il tipo giusto nella figura di un comune amico (suo, mio e di tutti quelli che bazzicano l’ambiente dei fan zagoriani): Giancarlo Orazi, grande collezionista e organizzatore di eventi, uomo di rare umanità e simpatia. Giancarlo si è prestato volentieri al gioco, ha acconsentito a mettere a nostra disposizione numerose sue fotografie, e Prisco è riuscito a ritrarlo con efficacia. Forse persino troppa, perché adesso Orazi rischia di non vedersi più rivolgere la parola da tutti quei lettori che gli addebitino i crimini che, nel corso della storia, commetterà Barranco. Non confondete la finzione con la realtà, mi raccomando.






giovedì 3 maggio 2012

QUESTA FACCIA NON MI E' NUOVA

Il gioco sta contagiando un po’ tutti. All’inizio, solo chi passava nei pressi del mio ufficio al piano terreno di Via Buonarroti veniva precettato per fare da testimonial  alla tanto attesa Collezione Storica a colori di Zagor, in uscita ogni giovedì con La Repubblica e L’Espresso. Oggi, anche chi transita negli altri piani, appena mi vede si offre volontario per sottoporsi di buon grado alla foto di rito, e c’è chi vieni apposta a cercarmi per farsela scattare. C’è poi chi manda un’immagine realizzata in proprio (ne sono arrivate anche dall’estero, dal Portogallo e dal Brasile), e chi invece si fa fotografare anche per strada, se gli capita di incontrarmi e c’è un volume della ristampa a disposizione. Si tratta di sceneggiatori e disegnatori di fumetti, ma anche di addetti ai lavori (editori, redattori, letteristi), artisti (scrittori, presentatori, attori e registi), rappresentanti del comicdom. Le foto, una volta scattate finiscono sul mio “coso” su Facebook e poi vengono raccoltecprimi in appositi post qui sul blog. Di queste gallerie di immagini ne ho già pubblicate due, “Guarda chi si vede” e “Guarda ancora chi c’è”, per un totale di trentaquattro personaggi, e questa e la terza, che da sola ne ospita quarantasei. E arriviamo a ottanta! Più sotto troverete l’elenco delle prime due gallerie, con i protagonisti indicati in ordine alfabetico. E, per la prima volta, sarà alfabetica anche la disposizione delle foto nella galleria che segue.

Perché continua a sembrarmi interessante, oltre che divertente, questo album di ritratti? Ripeto quel che ho già detto, dato che ne sono sempre più convinto. In primo luogo, perché permette di vedere anche autori o addetti ai lavori di cui non circolano molte foto, e di cui dunque fa piacere scoprire le sembianze. Di poi, perché ogni personaggio sceglie da sé la posa e l' atteggiamento di fronte all’obiettivo, e dunque è possibile, dall’esame delle espressione e dalla mimica corporea, capire qualcosa del carattere, dell’indole e dello spirito del soggetto immortalato. Infine, perché tutti si sono prestati al gioco non solo per simpatia verso il sottoscritto ma anche e soprattutto per omaggiare da Zagor, un eroe che lungi dall’essere la mummia di se stesso si dimostra in grado di entusiasmare il suo pubblico anche dopo oltre cinquant’anni di storie.

PS - Grazie al piccolo Damiano, il più giovane lettore di Zagor (nella foto in alto), e ai suoi genitori.


Guarda chi si vede: 

Lola Airaghi
Paolo Bacilieri
Mauro Boselli
Moreno Burattini
Alfredo Castelli
Maurizio Colombo
Gian Mauro Cozzi
Marco Corbetta
Luca Crovi
Luigi Mignacco
Alessandro Piccinelli
Leonardo Pieraccioni
Andrea G. Pinketts
Jacopo Rauch
Graziano Romani
Fabrizio Russo
Omar Tuis

Giancarlo Alessandrini
Fabiano Ambu
Andrea Artusi/Ivo Lombardo
Alessandro Bilotta
Moreno Burattini
Ade Capone
Gaetano Cassaro
Andrea Cavaletto
Maurizio Dotti
Gallieno Ferri
Giovanni Gualdoni
Stefano Piani
Stefano Priarone
Luca Rossi
Marina Sanfelice
Julio Schneider
Angelo Stano
Claudio Villa
Antonio Zamberletti



Stefano Andreucci (Tex, Zagor, Dampyr)


Alessandro Baggi (Dampyr)


Alessio Baldi (John Doe)


Enrique Breccia, artista internazionale


Moreno Burattini fotografato da Claudio Chiaverotti


Stefano Casini (Nathan Never)


Fabio Celoni (Dylan Dog)



Claudio Chiaverotti (Dylan Dog, Brendon)


Fabio Civitelli (Tex, Mister No)


Luigi "Cortez" Corteggi, grafico e illustratore


Raul Cremona (attore, illusionista)


Giacomo Danubio (Tex)


Luca Del Savio, redattore Bonelli


Beniamino Delvecchio (Diabolik)


Aldo Di Gennaro, grande artista


Riccardo Di Marino, addetto allo stand Bonelli nelle mostre mercato


Angelo Di Masso, campione internazionale di pasticceria


Domenico e Stefano Di Vitto (Zagor, Mister No)


Giovanni Eccher (Dampyr)


Tito Faraci (Tex, Dylan Dog, Nock Raider, Magico Vento, Cico)


Ficarra e Picone (da TV Sorrisi e Canzoni)


Nicola Genzianella (Dampyr)


Glauco Guardigli (redattore Bonelli)



Roberto Guarino, autore del saggio "Tex secondo Nizzi" (di prossima uscita)

Mauro Laurenti (Zagor, Dampyr)



Dorival Vito Lopes (editore brasiano) e  Josè Carlos "Zeca" (organizzatore di eventi portoghese)



Stefano Marzorati (Zagor, Mister No), addetto stampa Bonelli


Michele Masiero, curatore di Zagor Collezione Storica a colori


Michele Medda (Nathan Never, Dylan Dog, Tex, Caravan)


Diego Paolucci (Zagor)


Mirko Perniola (Zagor, Nathan Never)


Nicola Pesce, editore


Roberto Piere (Zagor, Zona X)


Giuseppe Pollicelli (giornalista, critico, poeta, attore e autore teatrale)


Giuseppe Prisco (Zagor)



Corrado Roi (Dylan Dog)



Marco Santucci (Dampyr, Tex, Mister No)


Gianni Sedioli (Zagor, Jonathan Steel)


Silvia, assistente di redazione


Giancarlo Soldi, regista cinematografico e televisivo

Daniele Statella (Star Comics)



Antonio Tubino, il re dei vignettisti della Settimana Enigmistica



Walter Venturi (Brad Barron)


Marco Verni (Zagor)


Gianluca Zaccarelli, della Zagor TVhttp://morenoburattini.blogspot.it/2012/02/guarda-chi-si-vede.htmlhttp://morenoburattini.blogspot.it/2012/02/guarda-chi-si-vede.html