venerdì 30 marzo 2012

IL RE DELL'ORRORE

Da cultore dell’opera di Stephen King fin da tempi insospettabili (lessi “L’ombra dello Scorpione” quando ancora non ne parlava nessuno, e ne rimasi folgorato), compro regolarmente anche i saggi critici dedicati allo scrittore di Bangor. Uno, peraltro, “Stephen King, l’uomo vestito di incubi” (Aliberti, 2004), è opera di Luca Crovi, mio vicino di stanza nella redazione di via Buonaroti, e da Stefano Priarone, coautore con me di due libri dedicati rispettivamente a Gallieno Ferri e a Guglielmo Letteri, oltre che di una storia di Zagor (“Thugs!”).

Ma, fra i tanti studi kinghiani, ce n’è uno particolarmente esaustivo, scritto da Graziano Braschi e Massimo Moscati, “Stephen King, da Carrie a La Metà Oscura” (Arnaud, 1990). In appendice al volume, compaiono varie cronologie e bibliografie critiche, italiane ed estere. Nella bibliografia critica italiana, si può leggere questa segnalazione: “Emanoritti Bruno, Stephen King, il re dell’Orrore, Collezionare n° 13, ottobre 1988”. Controllando le date di pubblicazione dei vari saggi indicati, si può facilmente vedere come questo articolo sia uno fra i primi apparsi in Italia a occuparsi di King (il più vecchio risale al luglio 1983 ed è una recensione di “Creepshow” apparsa sul Manifesto, ma non è che nei cinque anni successivi ce ne siano stati poi molti, mentre a partire dal 1989 la kingmania dilaga).

Dato che più volte vi ho parlato della fanzine Collezionare, di cui sono stato uno degli artefici e, se vogliamo, il “direttore” (qualcuno diceva il “dittatore”) autonominato, chiediamoci ora chi sia il fantomatico Bruno Emanoritti. Cercandolo su Google non si ottiene nessun risultato. Dunque, di chi si tratta? La B, la U, la R, la doppia T dovrebbero darvi degli indizi. Ma certo: è l’anagramma di Moreno Burattini. Dunque, Bruno Emanoritti sono io. Dato che firmavo fin troppi articoli, per non inflazionare la mia presenza talvolta ricorrevo a degli pseudonomi. Su La Cicogna, una rivista scolastica fatta al mio liceo, il Classico Cicognini di Prato, mi firmavo anche, per fare un esempio, Umberto Isacchi (e a chi mi conosce non ci vuole molto a capire perché). Sono andato a rileggere il mio articolo su Stephen King, e l’ho trovato carino anche dopo venticinque anni. Certo, ha il difetto di non essere aggiornato (ci si ferma a “Misery”). Però, qualche buona idea ci si può ancora rintracciare e magari può servire per spiegare il King delle origini (senza dubbio il migliore) a chi non conosce lo scrittore di Bangor. Perciò, ecco qua il pezzo di Bruno Emanoritti. Buona lettura.


STEPHEN KING
IL RE DELL’ORRORE

Di Bruno Emanoritti
(Moreno Burattini)

da Collezionare n° 13 – ottobre 1988


Che Stephen King sia un grande scrittore di storie dell’orrore (c’è chi dice: il più grande) è innegabile. Tuttavia, altrettanto innegabile è che sia un grande scrittore tout court, in senso assoluto. Per dirla con le parole di John D. MacDonald, “il fatto che Stephen King si diverta a scrivere di spettri e di incantesimi è la cosa meno utile e meno importante che si possa riferire sul suo conto”. Le cifre sembrano dar ragione a questa maniera di porsi di fronte all’opera dello scrittore americano: si calcola infatti che King abbia venduto oltre 65 milioni di copie in tutto il mondo, un numero strabiliante che trascende senza dubbio gli angusti confini del genere horror, e lo porta a inserirsi in un contesto più ampio e meritevole di una analisi approfondita. Il coinvolgimento di un così alto numero di lettori dimostra come i libri di King offrano molto di più del semplice brivido e raccapriccio, e arrivino in realtà a toccare corde ben più profonde e sensibili dell’animo umano; e questo con il talento letterario, la lucida consapevolezza ideologica e la profondità introspettiva e psicologica del grande narratore.


C'era una volta un Re

Quando si pensa ad un autore di libri e film dell’orrore, si immagina sempre che si tratti di una persona con lo sguardo allucinato e le movenze nevrotiche. Stephen King invece non sopporta il fatto che si pensi a lui come a un “tipo strano”, e cerca di rassicurarci il più possibile sulle sue condizioni mentali. E infatti come egli stesso si presenta nella Prefazione di “A volte ritornano”: “Mi chiamo Stephen King. Sono un uomo adulto con moglie e tre figli. Il mio mestiere è scrivere, un mestiere che a me piace molto. I miei lavori hanno avuto abbastanza successo da permettermi di scrivere a tempo pieno. È piacevole poterlo fare. A questo punto della mia vita, ritengo di essere ragionevolmente in buona salute. Vivo con la mia famiglia in una bella casa vicino a un lago relativamente non inquinato del Maine; l’autunno scorso, mi sono svegliato una mattina e ho visto un cervo fermo sul prato dietro la casa, accanto al tavolo da picnic. È una bella vita, la nostra”. Dunque, una persona felice, serena e del tutto normale. Per la cronaca, aggiungiamo che la casa di King, ne Maine, si trova a Bangor, ed è una villa in stile vittoriano circondata da un parco recintato da un cancello in ferro battuto nel quale sono istoriate ragnatele con tanto di ragno al centro e sulle cui punte troneggiano pipistrelli con ali spiegate.

Confessa ancora lo scrittore: “la sera, quando mi corico, sento il bisogno di assicurarmi che le mie gambe siano sotto le coperte, una volta spenta la luce. Non mi va di dormire con una gamba che sporge dal letto. Perché se una mano gelida si protendesse per caso da sotto il letto ad afferrarmi la caviglia, potrei anche urlare. Sono cose che non succedono, naturalmente, e lo sappiamo tutti. Nei miei racconti incontrerete esseri notturni di ogni genere: nessuno di essi è reale. L’essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenermi i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia”.

Stephen Edwin King è nato a Portland, nel Maine (USA), il 21 settembre 1947. Come abbia fatto a nascere, è di per sé mistero: i medici erano infatti tutti concordi nel dire che sua madre, Nellie Ruth King, non avrebbe più potuto avere altri figli dopo David, il primogenito. Il secondi mistero riguarda un episodio accaduto quando il piccolo Stephen aveva solo quattro anni: e gli si reca a giocare a casa di un amico, situata nei pressi di una ferrovia. Quando torna a casa è pallido e stravolto e non riesce a spiccicar parola. Il giorno dopo il corpo l’amico viene trovato poco distante dai binari, travolto dal treno. King non ricorda ancora nulla di che cosa avvenne quel pomeriggio, e nessuno è mai riuscito a capire se la tragedia sia avvenuta mentre i bambini giocavano o in quali altre circostanze. Il racconto “Il corpo”, che parla appunto di un bambino ucciso dal treno, da cui è stato tratto il bellissimo film di Bob Reiner “Stand by me”, è forse collegato con questa traumatica esperienza infantile? “Non lo so”, rispose seccamente Stephen King in una intervista.

Fin da piccolo, Stephen si appassiona ai fumerri e ai racconti dell’orrore, e il primo film che ricorda di aver visto è “la creatura della Laguna Nera”, del ’53. Come se non bastasse, il padre Donald (fuggito di casa quando lo scrittore aveva due anni) gli lascia un intero scatolone di alibri di H.P.Lovecraft, Edgar Allan Poe, Richard Matheson: tutte letture che eserciteranno una grande influenza sui suoi futuri romanzi. Dopo il diploma, conseguito nel 1966, King si iscrive all’Università e comincia a pubblicare qualche racconto sulla rivista del college, sulla quale tiene anche una rubrica: “King’s Garbage Truck”. Frequenta un corso di creative writing, e sottopone al suo insegnante il dettiloscritto di quello che sarà Rage (romanzo pubblicato nel 1977 con lo pseudonimo di Richard Bachman, uscito da poco anche in Italia). L’insegnante confida a un collega: “Penso di avere tra le mani uno scrittore”.

Durante il suo ultimo anno di università, King conosce Tabitha Jane Spruce, e la sposa nel 1971. La loro vita è precaria: i due vivono con la loro prima figlia, Naomi Rachel, in una roulotte vicino a Hermon, e Stephan alterna il lavoro in una lavanderia ad alcune saltuarie supplenze come insegnante di inglese. I racconti che sottopone ai vari editori sono rifiutati sistematicamente, tranne rare eccezioni. Gli vengono tagliati i fili del telefono. King comincia a bere e la situazione si fa disperata. All’improvviso, la Doubleday accetta di pubblicare il suo primo romanzo: “
Carrie", e King riceve un anticipo di 2500 dollari. Poco dopo la bomba: la New Americana Library acquista i diritti dell’edizione economica per 400.000 dollari. Racconta lo stesso King che non appena gli venne comunicata la notizia per telefono non sapeva più cosa fare: “Mi ricordo che pensai: ora esco per fare un regalo a Tabitha e un ubriaco mi mette sotto, così ogni cosa torna al posto giusto. Sono uscito e ho comprato un asciugacapelli per ventinove dollari, e prima di attraversare la strada ho guardato attentamente a destra e a sinistra”. Era primavera del 1974.

I libri del Re

Fin dal suo primo romanzo, Carrie (da cui un film di Brian de Palma del 1976), Stephen King dimostra di non poter essere etichettato come autore Horror in maniera categorica e semplicistica. Carrie è sì anche una storia drammatica e terrificante, ma è soprattutto la storia di una bambina sola, emarginata ed esasperata che i lettori sentono inevitabilmente dalla loro parte in un crescendo di tensione e di rabbia che si scarica infine nella distruzione di una intera città, operata non solo dalla protagonista, ma anche da tutti noi che con lei sfoghiamo le nostre ire represse e quasi le invidiamo quei poteri paranormali che sono la sua dannazione. Sono pochi gli scrittori che riescono, come King, ad abbattere magicamente le barriere tra i personaggi di un libro ed i suoi lettori, e la cosa è ancor più eccezionale se di considera il carattere insolito delle vicende narrate. Il punto fondamentale è appunto questo: l’horror di Stephen King non si comipiace quasi mai di atmosfere gotiche, di castelli diroccati, di anni bui e lontani. Come ben dice Stefano Massaron sulla rivista Febbre Gialla: “King scrive romanzi i cui protagonisti potremmo anche essere noi”. L’horror di King fa parte della nostra vita quotidiana, e il suo mondo è quello che abbiamo sempre sotto gli occhi. Dopo una bella storia di vampiri , "Salem’s Lot"(in italiano, "Le notti di Salem"), del 1975, e il celeberrimo "The Shining", del 1977, da cui Stanley Kubrick ha tratto un film-capolavoro, nel 1978 Stephen King pubblica "The Stand" (in italiano "L’ombra dello Scorpione").


Secondo me uno dei romanzi più belli della letteratura mondiale contemporanea, indispensabile in ogni biblioteca priva di preconcetti verso il fantastico. Prendendo spunto da un racconto apparso anche nella raccolta Night Shift (“A volte ritornano”), "L’ombra dello Scorpione" narra la sconvolgente storia di una epidemia che distrugge quasi del tutto l’umanità, lasciando in vita solo pochissimi superstiti. I sopravvissuti, guidati da forze oscure e ancestrali, formano due distinti gruppi che si connotano subito come il Bene e il Male e che sono destinati ad affrontarsi in uno scontro finale e decisivo. L’incredibile ricchezza di simboli e apocalittiche suggestini si snoda sulla base di uno dei temi più ricorrenti nella letteratura di Stephen King: quello dell’infanzia. Spiega ancora molto bene Stefano Massaron: “è una specie di ritorno collettivo all’infanzia e alla chiarezza di vedute che essa comporta: nessun filtro, solo il bene e il male rappresentati in tutta la sua veemente brutalità; nessuna sfumatura di grigio, ma solo un abbacinante bianco e un nero di tenebra quasi solida. Il male e il bene fine a sé stessi, senza scopo, in una lotta per il dominio del mondo e delle anime, quali dovevano essere prima che la civiltà (l’età adulta) edulcorasse ogni cosa con la sua presenza infarcita di mezze vie e di compromessi”. Diventando adulti, entrando a far parte degli schemi sociali precostituiti, si perde la visione primordiale e globale del mondo e se ne acquista una più ristretta finalizzata e parziale: ne "L’ombra dello Scorpione" la fine della nostra società permette ai sopravvissuti di riafferrare l’essenza vera delle cose e li pone nella condizione di evitare la lotta. Allo stesso tempo svanisce l’obbligo della “razionalità” imposto dalla civilizzazione, e si è finalmente in grado di vedere tutto quello che di magico c’è al mondo, che noi vedevamo da bambini e che poi ci hanno imposto di dimenticare.

Questo affascinante tema è alla base di un altro capolavoro di Stephen King, scritto quasi dieci anni dopo “The Stand”, e cioè It, del 1986. It è una creatura che vive nelle fogne della cittadina di Derry, nel Maine: è il Male nella sua essenza ultima e definitiva, addirittura primordiale. It si nutre della paura altrui, e le sue vittime preferite sono i bambini che riescono meglio di tutti a percepirne la presenza. Ma proprio i bambini da vittime diventeranno cacciatori, nel momento in cui riusciranno a convincersi che esiste una “magia” buona capace di proteggerli e cesseranno di avere paura. Proprio per questo gli stessi bambini che già avevano sconfitto It nel 1958, chiamati ad affrontarlo di nuovo ventotto anni dopo, devono spogliarsi dei loro abiti mentali da adulti per combattere la nuova, definitiva battaglia. Come dice Stephen King: “Da bambini si impara a vivere; da adulti si impara a morire”. Un’altra costante della produzione dello scrittore americano e la presenza dei “perdenti”, personaggi cioè disadattati, emarginati, derisi e umiliati. In It, il gruppo dei perdenti è composto addirittura da sette persone, ma altri esempi si ritrovano, oltre che in Carrie, anche in Firestarter ("L’incendiaria", 1980), Christine ("Christine, la macchina infernale", 1983), Cujo (1981).

Tutti questi elementi (l’emarginazione, la perdita della viione del monfo dell’infanzia, il traumatico passaggio dell’età adulta, la magia) confluiscono infine in un unico filo conduttore che è l’incapacità di ciascuno di noi di accettare la realtà della morte. È questo il tema di fondo di quel fondamentale romanzo che è Pet Sematary (1983), in cui l’intera vicenda – una delle più terrificanti mai raccontate da Stephen King- si basa sull’incapacità di Louis Creed di accettare la morte di suo figlio Gage: appunto per questo ne seppellisce il corpo in un antico cimitero indiano che ha il potere di restituire la vita a chi vi viene sotterrato, con esiti tremendi e orripilanti. In un altro paio di racconti, King ci mostra come soltanto l’accettazione della tragica realtà della nostra mortalità può dare a ciascuno di noi la capacità di continuare a vivere, giacchè combattere contro la morte significa inevitabilmente soccombere. È il caso del racconto The Body ("Il corpo"), di cui abbiamo già parlato, contenuto nell’antologia Different Seasons ("Stagioni Diverse", 1982); ed è anche il caso del romanzo The Dead Zone ("La zona morta", 1979): un uomo si sveglia dopo quattro anni di coma profondo e scopre di avere poteri di chiaroveggenza. Ciò lo porta a sentire il dramma di una orribile responsabilità, che non vorrebbe accettare: è il dramma che, in altri termini, tutti noi viviamo non potendo prevedere nulla del futuro, tranne però la nostra morte. La paura della morte è lucidamente posta da Stephen King come spiegazione del successo dei suoi lavori. “Al mattino . scrive l’autore a proposito della sua opera- le persone anziane afferrano il giornale e si affrettano a consultare gli annunci mortuari per vedere a chi sono sopravvissuti”. Alla stessa maniera, leggiamo i racconti che parlano di morte per esorcizzare la nostra paura di morire. Tutte le nostre paure sono parte di un’unica grande paura: quella della nostra sagoma sotto il lenzuolo dell’obitorio. Gli orrori quotidiani raccontati, per esempio, da Dostoesvskij (l’odio, la guerra, l’alienazione, la vecchiaia senza amore) sono orrori a cui tutti crediamo; quelli raccontati da Poe e da Lovecraft sono sotterranei, ma giungono ugualmente a colpire il nostro punto debole. In altre parole, spiega Stephen King, “il racconto di mostruosità e di terrore è come un cesto riempito alla rinfusa di fobìe: quando l’autore passa accanto a voi, prendete dal cesto uno dei suoi orrori immaginari e deponete al posto di quello uno dei vostri orrori reali... almeno per un po’ di tempo”.

L'incubo del Re

Stephen King è oggetto, negli Stati Uniti, di un vero e proprio culto da parte di innumerevoli fan. Tale è la sua popolarità, che viene allestita mensilmente una fanzine intitolata Castle Rook in cui si esamina la produzione dell’autore, si tengono informati i lettori sulle sue attività, letterarie e non, si offrono occasione di compravendita per il collezionismo delle sue opere, sembra infatti che le prime edizioni, le prove di stampa, le tirature limitate, le copie firmate abbiano raggiunto quotazioni da capigiro: una edizione limitata de Il Talismano firmata da King e da Peter Straub (coautore del romanzo) vede oggi valutati i suoi due volumi circa 1600 dollari. Questo feticismo è un fenomeno dilagante del quale King ammette di avere anche un po’ paura. Sulle colonne di “Castle Rock” lo scrittore che un ragazzo, che anni prima gli aveva estorto una fotografia quasi con la forza, è diventato l’assassino di John Lennon. Da questa angoscia dell’autore è nato il suo romanzo più insolito (l’ultimo pubblicato dell’autore), intitolato Misery (1987),che racconta appunto l’allucinante vicenda di uno scrittore rapito da una delle sue fans, una infermiera folle, che lo tiene sequestrato e lo tortura obbligandolo a scrivere soltanto per lei.

L'altro Re

Ci sono alcune opere di Stephen King che si possono considerare episodi “particolari” sella sua produzione artistica, e dei quali è giusto rendere brevemente conto. Il più importante di esse è certamente il romanzo il talismano, scritto a quattro mani con il celebre narratore fantasy Peter Straub. Appena uscito, questo formidabile libro ha venduto 1 milione e 100.000 copie nel giro di un mese, sbaragliando la concorrenza di ogni altro volume presente dul mercato e stabilendo un record battuto poi da It (1.400.000 copie). "Il talismano" è oggi quasi unanimamente considerato il miglior romanzo di narrativa fantastica dopo “Il Signore degli Anelli” di Tolkien. Stephen King ha recentemente dato in seguito in questo suo “sconfinamento”nel regno della fantasy, pubblicando nel 1987 The Eyes of Dragon ("Gli occhi del drago"). Un altro episodio particolare della produzione Kinghiana è Cycle of the Werewolf, tradotto in italiano come “Unico indizio la luna piena”: questo romanzo breve nacque in origine come commento mensile alle immagini di un calendario dell’orrore disegnato da Berni Wrightson (l’illustratore di Creepshow).

Molto particolare è anche l’iniziativa che lo scrittore sta portando avanti, assai lentamente, da alcuni anni: si tratta di The Dark Tower, una serie che sarà composta da sei o sette volumi, ciascuno dei quali rappresenterà un episodio di una unica e più vasta vicenda. La caratteristica principale di questa produzione è che i volumi escono in edizioni limitate, su carta filigranata e con un lettering molto ricercato. Naturalmente costano un’enormità, ma vengono venduti tutti immediatamente. Per ora gli episodi usciti sono due (“The Gunslinger” e “The Drawing of the three”, 1982 e 1987). Per il 1990 è comunque prevista una edizione economica (in USA, perché in Italia ancora nessuno ha pensato ad una traduzione). Infine, meritano molta attenzione i cinque romanzi che Stephen King ha pubblicato con lo pseudonimo di Richard Bachman: si tratta di libri che si distaccano alquanto dalla tradizionale produzione dello scrittore, pur conservandone l’inconfondibile “impronta”. Eccone i titoli: Rage ("Ossessione", 1977); The long walk ("La lunga marcia",1979); Roadwork ("Uscita per l’inferno", 1981); The running man ("L’uomo in fuga",1983); Thinner ("L’occhio del male", 1984).

A questa produzione letteraria, vanno aggiunte le molte sceneggiature per film realizzate da King. Tralasciando quelle basate sui suoi romanzi, ecco un elenco dei copioni originali: Creepshow (1982) e Creepshow 2 (1987); L’occhio del gatto (1985); The world processor of the gods (1985); Gramma (1986). Nel 1986 Stephen King si è anche esibito come regista realizzando il film Maximum Overdrive (Brivido) su un copione tratto dal racconto Camion contenuto in “A volte ritornano”, ma i risultati non sono stati molto brillanti. Concludendo, segnalo Danse Macabre (tratto in parte anche anche in Italia) che è un grosso saggio critico scritto da King sulla letteratura Horror, che mostra tutta la sua erudizione in materia.



5 commenti:

Anonimo ha detto...

Il primo amore non si scorda mai e lo si idealizza al di la di qualunque ragionevole dubbio. Per cui, indipendentemente dalla sua qualità letteraria, il mio primo Stephen King in realtà si chiama Richard Bachman perchè a 16 anni lessi "Uscita per l'inferno" ("Roadwork")uno dei romanzi che King scrisse col nome del suo alter ego. E lo trovai bellissimo. Complimenti per l'articolo :)

Saluti,

Marin

erus1988 ha detto...

Splendido articolo caro Moreno, ne traspare tutto l'amore che provi per l'autore. Degno omaggio ad un gigante della letteratura, a cui, tra le altre cose, dobbiamo essere grati per aver ispirato una delle tue più belle storie zagoriane :-)
Pierangelo

Franco Lana ha detto...

Molto interessante questo articolo. E' bellissimo il racconto "Il corpo" e anche il film "Stand by me" è molto bello. Segnalo "On Writing", il libro di King, sul mestiere dello scrittore. saluti.

Giampiero Belardinelli ha detto...

Sono un appassionato lettore di King di cui, però, non ho preso tutta l'opera: ad esempio, non ho la serie della Torre Nera e di conseguenza non ho acquistato il recentissimo romanzo collegato alla serie fantasy. I motivi non sono né per i contenuti, né per magari aver pensato che non siano di qualità. Quindi ho ancora molto da leggere per definirmi un vero lettore del Re! ;-)

EDU ha detto...

Ottimo articolo sulla prima produzione "kinghiana". Letto di gusto.
Il mio preferito rimane "Misery" seguito da "Shining".
Il peggiore è il polpettone "Insomnia".
Ciao Moreno.
Edu