venerdì 28 settembre 2012

LETTI CALDI



Come da tradizione ormai inveterata, ecco i libri "letti a letto" (dal sottoscritto) del mese di agosto, che in realtà sono stati anche letti sull'amaca, sulla sdraio, sull'erba e sul divano. Essendo letture recenti, sono fresche. Ma quando si sforna qualcosa di nuovo non si dice che è "caldo caldo"? Dunque, le ultime recensioni arrivate si devono definire "fresche", o "calde"? Mi viene in mente un pasticcere che lavorava nel forno di mio padre (quando mio padre faceva ancora il fornaio, e io gli davo una mano): se tirava fuori dalla cottura una teglia arroventata a me la passava, mi diceva: "attento che brucia come i serpenti"; se la stessa teglia era estratta dal congelatore, allora mi diceva: "attento che è fredda come i serpenti". Insomma, era "asserpentato" sia ciò che era caldo, sia ciò che era freddo. Ma diceva anche che qualcosa era "salata come i serpenti". I serpenti assurti a indicatori del non plus ultra in senso negativo, insomma, come l'aggettivo "bloody" per gli australiani. Tornando a noi, trattandosi di letture estive, i letti a letto sono giocoforza roba calda.





Terra del fuoco
di Francisco Coloane 
(Guanda, 2010).

Una frase di Alvaro Mutis in quarta di copertina dice: "Francisco Coloane è il Jack London dei nostri tempi". Basta leggere il primo racconto di questa antologia per capire he è vero. E letto quello, non si possono poi non leggere tutti gli altri (sono nove in tutto), per arrivare alla fine e convincersene definitivamente.  Per "nostri tempi", si intende il Novecento, ovviamente, dato che lo scrittore cileno è vissuto tra il 1910 e il 2002 e il suo primo libro è del 1941. Nella sua bella introduzione, Luis Sepulveda ben spiega la situazione della letteratura cilena (e sudamericana in generale) prima di Coloane, con la maggioranza degli scrittori impegnati a scrivere "grandi romanzi" costruiti su imitazione di quelli della letteratura del Vecchio Continente e tesi a riaffermare le loro radici culturali inconfutabilmente europee. 
Coloane invece è nato alla fine del mondo, nella Patagonia cilena, e si sente uomo australe, desideroso di raccontare il suo mondo, fatto di balenieri, di allevatori, di indios, di cercatori d'oro, di palombari e di meticci. Un mondo che lui conosceva bene, essendo stato marinaio ed esploratore, autore di carte nautiche e caposquadra in un ranch.  Senza volersi dare nessuna aria di scrittore "impegnato", e dunque limitandosi a narrare storie con pochi fronzoli, ma in grado di arrivare dritte al cuore ed affascinare chiunque, Coloane presenta al pubblico i suoi libri, e il pubblico lo premia così scandalizza i critici, che si chiedono come possa avere successo uno scrittore dallo stile così asciutto, che non fa parte dell' establishment culturale, che propone personaggi tolti di peso dalla realtà di regioni povere, quasi disabitate, selvagge, dove la forza della natura supera di gran lunga quella degli uomini, dove non ci sono città ma solo accozzaglie di baracche. Una terra, quella di Coloane (nato nell'arcipelago di Chiloè) , dove il mare prendi a pugni le scogliere e il vento spazza l'erba delle grandi praterie fino a limitare di montagne altissime che sembrano scolpite con l'accetta, dove gli scogli aguzzi come denti recano i segni dei quotidiani naufragi, dove la neve restituisce a primavera i corpi degli scomparsi durante l'inverno, dove gli uomini a cavallo girano armati come i cowboy dell'Arizona ma non ci sono sceriffi a dare la caccia ai banditi. Non c'è accademismo, nel linguaggio di Coloane, e se ci fosse, sarebbe fuori luogo. "Nei miei racconti ho voluto esprimere l'anima dell'uomo cileno, soprattutto quello di Chiloè o della regione magellanea, confinato tra i mari, i golfi, le cordigliere frastagliate e i ghiacciai millenari del Sud, circondato dall'oceano più burrascoso del pianeta. In questo scenario grandioso vive un uomo debole quanto la brezza, e nello stesso tempo forte come il vento dell'Est". Non soltanto di atmosfere e di scenari sono fatti i racconti di Coloane, ma anche di personaggi e di trame intriganti. Talvolta, assolutamente western, come il primo della raccolta, che le dà il titolo "Terra del Fuoco". Basta leggerne l'inizio: "La sconfitta cavalcava al fianco di quei tre uomini che attraversavano il Pàramo al trotto veloce. L'ultimo scontro a fuoco con le forze di Julio Popper aveva avuto luogo sulle sponde del Rio Beta, e i nemici del cercatore d'oro arricchito, una settantina di avventurieri, erano ormai allo sbando". Sembra di vedere una scena di un film di John Ford. Peraltro, da tempo mi sono convinto, leggendo libri sulla Patagonia e sulla Terra del Fuoco, che siano quelle terre una possibile nuova frontiera per il western, al cinema come in una serie a fumetti (che mi piacerebbe scrivere di persona, ovviamente).



Sconosciuti in treno 
di Patricia Highsmith
(Bompiani - Corriere della Sera, 2012)

Continuo a non capire il paragone con Agatha Christie che hanno proposto i pubblicitari del Corriere per lanciare l'abbinamento dei romanzi della Hihgsmith con il quotidiano di via Solferino (ho letto appunto il "collaterale" da edicola preso con il giornale). Non c'è nessun punto di contatto tra i thriller o i noir psicologici della scrittrice statunitense e i gialli di quella inglese. Ciò detto, trovo bravissime ambedue (pur continuando a preferire Lady Agatha). Da "Sconosciuti in treno", romanzo del 1950 con cui la Highsmith ha esordito, Alfred Hitchcock ha tratto nel 1951 uno dei suoi capolavori, "Delitto per delitto" (sceneggiato, peraltro, da Raymond Chandler). Nel film, il protagonista, Guy Haines, è un tennista di successo, nel romanzo un architetto di grido, ma alla fine l'idea di fondo è sempre quella, semplice e geniale, di due perfetti sconosciuti che, incontrandosi per caso in uno scompartimento su un vagone ferroviario, scoprono che da un delitto a testa ricaverebbero grossi vantaggi: la moglie crea problemi a Guy, il padre opprime Charles Bruno, l'altro viaggiatore. E' proprio Bruno a suggerire che se ciascuno dei due uccidesse per l'altro, si realizzerebbero due delitti perfetti: al momento degli assassinii, ciascuno dei beneficati potrebbe vantare un alibi di ferro. Haines non ci sta, ma Bruno, che è un alcolizzato psicopatico, entra comunque in azione e uccide la moglie di Guy. Poi comincia a perseguitarlo pretendendo che l'altro ricambi la cortesia. Il martellamento da perfetto stalker con cui Bruno conduce Haines quasi sul punto della pazzia è uno degli elementi di maggiore interesse del romanzo, un classico che non si può fare a meno di leggere (o almeno, da recuperare nella versione cinematografica hitchcockiana).




The Little Book of Big Breast
di Dian Hanson 
(Taschen, 2012) 

Non si tratta di un libro da leggere ma da guardare, perché da leggere ci sono soltanto sei paginette di introduzione scritte prima in inglese (titolo: "The bigger, the better"), poi in tedesco ("Je voller, desto doller") e quindi in francese ("Plus c'est gros, plus c'est bon"). L'argomento, come si dovrebbe essere capito, è quello dei seni grossi, che più sono grossi, nell'immaginario collettivo maschile (ma forse anche in quello femminile), meglio sono. Seguono circa 150 pagine di fotografie d'epoca in bianco e nero e a colori, che mostrano giovani donne e più mature signore senza reggiseno (e in alcuni casi, senza mutandine), accomunate dalla taglia oversize delle mammelle. Il titolo del volume parla di un "little book" perché esiste anche un book più grande, formato tomo di enciclopedia, che probabilmente è assai più entusiasmante, qualora fosse vero che plus c'est gros, plus c'est bon. 
Le immagini sono corredate da una didascalia che indica il nome della modella, quando è noto, ma, purtroppo, non la data dello scatto. Tuttavia, nell'introduzione, la curatrice traccia una breve storia delle riviste americane per soli uomini, segnalando che la prima volta in cui su un giornale viene mostrato un seno nudo risale al 1925 e quindi individua gli anni d'oro del genere negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, decenni in cui si collocano, con ogni evidenza, le foto dell'antologia. La cosa più apprezzabile negli scatti d'epoca è il fatto che si tratta di seni naturali. La cosa meno apprezzabile è il fatto che non di rado le proprietarie delle tette hanno espressioni e pose alquanto ridicole che annullano ogni eventuale elemento erotico nelle foto che le ritraggono e, talvolta, non si possono neppure definire belle donne (dato che esistono le donne, esistono anche le belle donne, così come esistono i begli uomini, e non capisco che male ci sia nel commentare la bellezza femminile così come si può commentare quella maschile, senza che questa costituisca un particolare titolo di merito: poi, si sa che non è bello ciò che è bello ma ciò che piace, e che ciò che è bello non sempre è anche buono, e che a una bellezza algida e fine a se stessa è sempre preferibile una non-bellezza intrigante che ha il suo perché). Ci sono poi le ragazze che sanno naturalmente offrirsi all'obiettivo, e il cui sguardo è più interessante del rispettivo davanzale, e quelle che proprio non si capisce perché si siano messe lì, davanti alla macchina fotografica. Il campionario è comunque utile perché permette di valutare il cambiamento dei gusti estetici non solo riguardo alle modelle, ma anche circa i set, le luci, le pose e in generale il lavoro dei fotografi. Per finire, il mio personale parere sui seni femminili: che the bigger corrisponda al the better, non lo credo neanche un po'. Non credo neanche il contrario, "seno quanta basta a riempir la mano", come canta Ornella Vanoni in "Ricetta di donna". Le dimensioni non contano. I seni sono come i vestiti. C'è a chi qualunque straccetto le dona. Non conta l'abito, conta come si porta.


Federico Garcia Lorca
I seni di una donna
Da “Poesie Erotiche”

Chi potrebbe non cantare i seni di una donna?
In essi giace, occulto, il mistero ancestrale dell'infinito.
Quei pomi sono le pietre impetuose del peccato.
Eva sentì sui suoi seni la bocca di Adamo.
Giulietta provò con piacere i brividi delle mani di Romeo.
Chi non canterà
e non si inginocchierà davanti ai seni di una donna?
Non so se l'anima mia resisterebbe
alla delizia suprema di reclinare il capo
sui seni dell'amore nascosto...
seni di chimera
d'acqua, di rosa, di madreperla
di miele, di grano, di viola, di rubino
di cuore, di nube,
d'aria estiva, di calore d'agosto,
di neve invernale.
Delizia suprema piegarmi su si essi 
E al suono di nessun suono 
essere tutto ed essere nulla
come il filosofo dell'oscurità.



La scatola a forma di cuore
di Joe Hill 
(Sperling & Kupfer, 2007)

Ho già recensito un altro (e più recente) romanzo di Joe Hill, "La vendetta del diavolo", e cliccando troverete qui (se vi interessa) quello che ho scritto in quel caso. Parlando de "La scatola a forma di cuore", gioverà ripetere prima di tutto (è inevitabile, anche se un po' dispiace) che Joe Hill è il fglio di Stephen King, dato che il romanzo sembra appunto un'opera minore di suo padre. Potrebbe essere paragonato a "L'occhio del male", scritto da King con lo pseudonimo di Richard Bachman, in cui uno zingaro maledice un grassone condannandolo a diventare ogni giorno più magro, inesorabilmente. Nel romanzo di Joe Hill la maledizione è quella di un ipnotista, rabdomante e sensitivo, Craddock, che comincia a perseguitare, sottoforma di fantasma, una rockstar in disarmo, Judas Coyne, apparentemente per punirlo di aver portato al suicidio una sua ex-fidanzata Ann, di cui l'uomo, in vita, era il patrigno. Lo spettro si rivela mortalmente pericoloso, perché riesce a instillare in chi lo ascolta (in sogno o in visione) propositi omicidi e suicidi. Per fortuna, Coyne è protetto dai suoi cani, che hanno il dono di percepire la presenza soprannaturale del fantasma e tenerla a distanza. Judas, insieme con la nuova compagna Mary Beth, comincia una lotta contro il tempo per arrivare là dove tutto è iniziato, la casa di Ann e di Craddock, prima che lo spettro li faccia uccidere entrambi a vicenda. E al momento giusto si scopre che le cose non stanno esattamente come sembrano, e Coyne non ha le responsabilità che si è convinto di avere. Ora, se non si sapesse che Hill è figlio di tanto padre, il romanzo potrebbe essere apprezzato di più. Sapendolo, scattano i confronti. Ma che glielo ha fatto fare, al piccolo Joe, di scrivere libri horror? Non sarebbe stato meglio per lui dedicarsi alla letteratura rosa? In ogni caso, il romanzo è consigliabile a tutti i kinghiani. E ai non, ovviamente.



Il primo libro del bambino
di Elisa Cappelli
(Salani, 1916 - ristampa anastatica RBA, 2012)

Si tratta del primo volume della collezione "Biblioteca del Ricordo", che recupera testi per l'infanzia rari o dimenticati riproponendoli nel formato dell'epoca in cui uscirono. "Il primo libro del bambino" è un testo scolastico destinato a insegnare lettura e scrittura. Commuove un po' vedere in fondo la scritta: "Ora so leggere e scrivere!". All'interno, si trovano tutti gli esercizi che ci si aspetta in un'opera del genere, e dunque si comincia con le lettere dell'alfabeto, le sillabe, i numeri. Il tutto spiegato, devo dire, con molto garbo e, soprattutto, con illustrazioni che permettono di immergersi nell'atmosfera di inizio Novecento, compresi quelli che oggi vengono considerati errori pedagogici: "Mario e l'Ada scrivono bene; ma la Marietta vorrebbe tenere la penna con la mano sinistra invece che con la destra, come naturalmente dev'essere tenuta", spiega una didascalia sotto una illustrazione che mostra la Marietta di spalle, delusa e scornata nel guardare Mario e l'Ada che invece scrivono sorridenti in favore di camera: non si allude a punizioni corporali o a braccia legate dietro la schiena ma certo i mancini si devono essere sentiti tutti molto in colpa. Arrivati oltre pagina 60, arrivano i primi esercizi di lettura: "In un pollaio vivevano due galletti: erano fratelli e avrebbero dovuto amarsi. Invece non facevano che becchettarsi dalla mattina alla sera. Finalmente la massaia disse: 'Questi polli sono troppo cattivi: bisogna punirli!'. Li prese e li mise tutti e due in pentola, poi li accomodò in un vassoio e a desinare li servì in tavola". La morale è facile da trarre, ma se fossi stato un bambino dell'epoca mi sarei chiesto se, prima di metterli in pentola, ai due galletti fosse stato almeno, pietosamente, tirato il collo o se la massaia li avesse messi a bollire vivi. Arrivando alle pagine dei numeri, si fanno degli esempi: tre gatti, due candelieri, un magnano. Rileggo: magnano. Ecco, io non saprei dire che cosa sia. Dalla figura, si direbbe che il magnano sia un fabbro. A pagina 77, una istruttiva pagina dedicata al Re d'Italia. "Vittorio Emanuele III è il Re d'Italia. Egli è il figlio di Umberto I, che cadde colpito al cuore da una pallottola assassina. Amava il popolo, era prode, era generoso e pietoso, e fu chiamato il 'Buono'. Vittorio Emanuele III ha tutte le virtù del padre. E' un Re saggio, valoroso , leale. La madre del nostro Re fu Margherita di Savoia, donna di elette virtù, colta e gentile. La sua sposa, la mostra Regina, è Elena del Montenegro, e appartiene a una famiglia di forti e di prodi. Il Re e la Regina d'Italia hanno cinque figli. La maggiore d'età è la principessa Iolanda. Vengono poi la principessa Mafalda, Umberto principe di Piemonte e le principesse Giovanna e Maria. Umberto è il principe ereditario del trono d'Italia; la sua sposa è la principessa Maria Josè del Belgio. Il nostro Re e la nostra Regina sono buoni e pietosi. Appena una sventura contrista il popolo, essi corrono a consolarlo. Viva il Re! Viva la Regina d'Italia".
Il tutto è molto istruttivo alla luce dei fatti dei decenni successivi. Viene però da pensare al pensiero di che risate si farebbero i ragazzi di oggi se in un libro di scuola si parlasse di un Presidente della Repubblica o di un Primo Ministro buoni e pietosi.



Encyclopédie de la BD érotique
di Henri Filippini 
(La Musardine, Francia, 2011)

Si tratta di un un corposo volume di 340 pagine tutto a colori, riccamente illustrato, dedicato alla storia ma, soprattutto, agli autori del fumetto erotico internazionale. "BD" in francese sta infatti per "bande dessinée", abbreviato anche in "bedé", che significa sostanzialmente "striscia disegnata". Nella sua prefazione, l'autore sottolinea come il fumetto erotico goda ancora di pessima stampa, e venga percepito perlopiù, a parte i rari casi del sottoscritto e di pochi altri, in maniera negativa. Invece, il genere attraversa l'intera storia del medium, se è vero, com'è vero, che di donnine nude o poco vestite è piena la produzione fumettistica dei primordi e che, anzi, fu un rigurgito di censura nel dopoguerra a farle rivestire. Anzi, dice Filippini, considerando che inizialmente il fumetto era considerato convenzionalmente come rivolto ai ragazzi, il fatto che le figure femminili venissero disegnate in modo così malizioso già ai tempi di Winsor McCay vuol dire che i nostri nonni apprezzavano le storie un po' svergognate. Dopo un saggio introduttivo di una ventina di facciate, l'enciclopedista inizia a presentare schede di due pagine ciascuno ai più importanti autori, non solo disegnatori ma anche sceneggiatori, corredate da belle illustrazioni riferite alle opere dei medesimi e supportate da schede riguardanti i loro personaggi, in cui si citano i nomi dei loro collaboratori. Grande spazio è dedicato al fumetto erotico italiano, anche quello popolare, della produzione tascabile degli anni Sessanta, Settanta, Ottanta. In copertina, del resto, campeggia una illustrazione di Giovanna Casotto. Però, le schede bio-bibliografiche tengono conto soprattutto degli autori maggiormente noti in Francia, e capita così il paradosso che Mauro Laurenti venga citato solo come collaboratore di Rossano Rossi per "Ramba" (al pari di Fabio Valdambrini), ed è appunto a Rossi (e non a Laurenti) che si dedica la scheda. Poco male: il volume è ricchissimo di nomi, di immagini, di notizie. A quando una edizione italiana?




Delitti in codice
di Autori Vari 
(Polillo Editore, 2009)

Prima di commentarne il contenuto, due parole sulla collana in cui il titolo è inserito: "I bassotti". Si tratta di una raccolta da cui si può attingere a colpo sicuro, tutta dedicata alla produzione gialla "da salvare", quella dei romanzi e dei racconti di pregio della tradizione (soprattutto) angloamericana ma selezionati fra quelli più rari e difficili da reperire altrove, tutti o quasi scelti dall'epoca d'oro del mystery, ovvero gli anni Venti, Trenta e Quaranta del secolo scorso. Brossurati, poco costosi, ma eleganti e ben stampati, contraddistinti dalla cover color arancio, "I bassotti" sono un piccolo regalo che qualche volta bisogna concedersi. L'ultimo acquisto in ordine di tempo è questa antologia dedicata ai racconti gialli che abbiano al loro centro un crittogramma, o un messaggio in codice. A scriverli, i più grandi nomi: Agatha Christie (presente con Miss Marple), Arthur Conan Doyle (Sherlock Holmes), Ellery Queen, Edgar Wallace. Ma anche presenze insolite, come M.R.James, celebre per le sue storie di fantasmi (che infatti confeziona il racconto più pauroso della raccolta), ed altri di cui confesso di non aver mai letto niente prima, come Jacques Futrelle, uno scrittore morto nel naufragio del Titanic, celebre per un suo infallibile detective soprannominato "La macchina pensante". La raccolta, che mette insieme dodici racconti, permette infatti di scoprire autori sconosciuti che, però, si rivelano bravissimi, come Richard Austin Freeman, Melville Davisson Post o Elsa Baker. E' sempre eccitante trovarsi di fronte a un messaggio in codice e seguire un detective che cerca di trovarne la chiave. In questo libro, i misteri sono una dozzina: dunque, ce n'è per tutti i gusti.

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