lunedì 3 settembre 2012

L' ALBUM DELLE VACANZE - 2



Dopo avervi mostrato, nei due articoli precedenti, le foto dei primi giorni di vacanza, ecco la terza e ultima puntata con la cronaca della settimana trascorsa a Parigi sul finire di agosto. Questa volta, dopo un viaggio in aereo e uno in treno diurno TGV, ho sperimentato la seconda classe del Thello della TVT, un treno notturno gestito da Trenitalia in tandem con una società francese. Non si è trattato di una esperienza esaltante: un viaggio in un carro bestiame forse sarebbe stato più comodo.


C'erano cuccette simili a loculi tombali, e per raggiungere quelle più alte bisogna aver frequentato un corso di free climbing. Per non parlare delle coperte messe a disposizione: su quella che è toccata a me, sembrava che nel viaggio precedente qualcuno avesse sgozzato qualcun altro, a giudicare dalle macchie di sangue (questo parevano). Luci che non funzionano, spifferi, vibrazioni costanti di circa il sesto grado della scala Mercalli per tutta la durata del viaggio, spazi ristretti, due latrine in comune per tutto un vagone con una costantemente occupata da qualche colitico, lotta per la sopravvivenza tra i gli sconosciuti finiti a dormire insieme (chi prima arriva, prende possesso dei piani bassi e del pavimento piazzandoci il parentado, e li difende con il coltello). Arrivati a non so più quale Gare di Parigi (me ne sarebbe andata bene una qualsiasi, quale che fosse), purtroppo, ha significato dormire, per un disguido causato dall’agenzia di viaggio, in un albergo stile TNT in Rue de Les Stracciones, una topaia senza ventilatore e senza frigo con finestrella degne della Bastiglia con vista sulle scale antincendio. Il mattino successivo siamo fuggiti spiegando al proprietario, il quale si aspettava di ospitarci per tre giorni, che un grave lutto in famiglia ci obbligava a rientrare in Italia seduta stante, e ci siamo trasferiti in un hotel in Boulevard des Danaroses, trovato su Internet nottetempo, dove hanno accettato di darci alloggio in cambio di ripetute firme su sedici chili e settecento di cambiali.


Parigi è una città incantevole e, ovviamente, tre giorni non bastano per vedere neppure un decimo delle sue bellezze. In generale, il clima è molto più rilassato rispetto alle città italiane. Caffè e ristorantini in ogni dove, gente ai tavolini a leggere, scrivere, bere un caffè. Clima sereno, pulizia in giro, assenza di scritte sui muri (almeno in centro), metropolitana che arriva dappertutto, traffico meno caotico che da noi, cinema aperti anche la mattina, un sacco di teatri, con un sacco di spettacoli, molti dei quali pubblicizzati con lo stesso dispiegamento di mezzi dei film. Ingresso gratis per i minorenni nei musei e nei monumenti pubblici (addirittura, l’Arco di Trionfo ha accesso libero per chi non ha compiuto venticinque anni) e biglietti dal prezzo contenuto per i maggiorenni: entrare al Louvre mi è costato dieci euro. Vero è che in generale è più caro tutto il resto, a partire dall’acqua minerale. Il colmo sono i prezzi del Jules Verne, il ristorante nella Tour Eiffel: il menu degustazione, quello più abbordabile considerate le portate da ottanta o novanta euro al piatto, costa circa trecentocinquanta euro a persona. Uno non ci va, ovviamente, e si accontenta di una crepe al primo baracchino.



Fra le tante cose che ho visto su cui potrei dilungarmi, mi ha colpito una cosa che non ho visto. Non ho visto il reparto musica nei magazzini La Fayette, ovvero nel corrispondente parigino dell’ Harrods londinese. Volevo comprare il nuovo CD triplo di Umberto Tozzi, che in Italia è uscito soltanto in versione doppia. Mi avvicino a una commessa e le chiedo dove siano in vendita i CD. Mi risponde che i magazzini La Fayette hanno da poco deciso di non vendere più articoli musicali, ma mi mostra comunque un gran cesto dove hanno gettato alla rinfusa gli avanzi di cui si vogliono liberare, tirati dietro a duo o tre euro al pezzo. Tozzi non c’è, ma almeno salvo dal macero un disco che mi manca di Laura Pausi, uno di inni sacri intonati da un terzetto di sacerdoti noti come “The Priest” e un altro di un coro di nerboruti marinai irlandesi  che cantano canzoni marinaresche. Mi sono interrogato sul perché da La Fayette abbiano abolito i CD e la spiegazione che mi sono dato è questa: le vendite sono calate per la concorrenza (tragica e in gran parte illegale) delle canzoni scaricate da Internet, e dunque, dopo aver visto chiudere la maggioranza dei negozi di dischi, dovremo rassegnarci alla sparizione del compact disc. Il che mi mette una incredibile tristezza. A me la musica non mi sembra di averla comprata, se non ho il CD, se non stringo in mano un oggetto, se non sfoglio la copertina, leggo i testi, guardo le foto (e comunque preferivo le copertine dei vinili). Mi si dirà: la a scaricare la musica dalla rete ci sono dei vantaggi. Mah. Vorrei sapere quali. Mi metto nei panni di qualcuno che ha sempre acquistato i CD e che, di punto bianco, scopre di doversi rivolgere alla fantomatica Rete. Escludendo che voglia (come io non vorrei) scaricare musica pirata, deve munirsi di computer, di collegamento internet, di Ipod, e imparare a usare tutto ciò. Poi deve individuare i siti giusti e sperare di non incappare in quelli da cui infettarsi di virus, quindi bisogna che si azzardi a divulgare in giro il numero della propria carta di credito (e dopo averlo fatto, che si rassegni a vivere nel terrore di vedersi prosciugare il conto da parte di qualche pirata informatico). Infine, non resta che incrociare le dita e sperare che il download vada a buon fine (senza piantarsi a metà e collocando la canzone là dove deve) e alla fine la canzone ha comunque buone probabilità di andare perduta con lo smarrimento del lettore mp3 o il crack dell’hard disk (cosa  che, come tutti sanno, può avvenire senza preavviso in qualunque momento).



Dopo tre giorni nella Ville Lumiere, ci trasferiamo a Disneyland. Non mi dilungherò neppure in questo caso sui particolari, dato che ci sarete stati tutti (per me, è stata la terza volta, compresa la visita fatta nella Disneyland originale di Los Angeles). Mi limito a dire che, in generale, si tratta di un’esperienza divertente e che mi sento di consigliare. Con l’unica avvertenza di limitarsi a godere il panorama offerto dalle ricostruzioni scenografiche dei mondi della fantasia, lasciando perdere le attrazioni da Luna Park. Perché fare ottanta minuti di coda per salire su un trenino stressa e dà ai nervi, e allora è inutile andare in vacanza. Infine, anche in questo caso mi ha colpito una mancanza. Disneyland è (anche) il regno dello shopping, e ci sono un sacco di meravigliosi (e costosi) oggetti da acquistare: pupazzi, magliette, felpe, borse, tazze, statuette. Impossibile non cedere alla tentazione di mettere mano al portafogli. Ebbene, io sarei stato lieto di dar fondo ai risparmi se avessi trovato tre generi di articoli tipicamente disneyani che mi aspettavo di poter acquistare: libri, fumetti e film (sui dischi ci avevo già fatto il crocione sopra, vista l’esperienza da La Fayette). In quale altro posto, se non a Disneyland, mi dicevo, avrei potuto comprare dei meravigliosi libroni cartonati sui film Disney? Dove, se non lì, dovrebbero esserci i fumetti di Topolino o di Zio Paperone di Gottfredson o di Carl Barks? E quale luogo più adatto, per mettere a disposizione dei collezionisti l’opera omnia dei film disneyani, da “Steamboat Willie” a “The Brave”? Speravo di poter comprare “Oliver & Company”, o “Taron e la pentola magica”, due lungometraggi che mancano alla mia collezione, o magari “Spruzza, sparisci e spara” o “Un computer con le scarpe da tennis”, due film  comici che cerco da una vita. Macché niente libri, niente fumetti, niente DVD. Perché? Ah, saperlo.



Per fortuna, nel Disney Village antistante il parco ho visto, nella versione 3D e in lingua francese (ottimamente doppiata), "Ribelle - The brave", il nuovo film di animazione Disney Pixar, in una proiezione mattutina, Vedere una novità in anteprima con gli occhiali 3D che poi rimangono allo spettatore in una sala fantasmagorica mi è costato solo sei euro e cinquanta, cioè almeno tre euro e mezzo in meno che in Italia. Non tenterò di organizzare una recensione meditata, ma mi limiterò a buttar giù il resoconto delle prime impressione. Innanzitutto: WOW! Credi che sia raggiunta la perfezione assoluta quanto a realismo nella resa dell'erba, dell'acqua, del capelli, delle pellicce di animali, del cielo, del mare, della foresta, del fuoco, del movimento dei cavalli e in tutto quello che vi viene in mente. Solo perché si sa che tutto è frutto di animazione non si crede che si tratti di una ripresa cinematografica: già soltanto questo è uno spettacolo che vale la pena di essere visto. Non si tratta soltanto di realismo fotografico, ovviamente, perché tutto è, in realtà, più vero del vero, e la natura è animata per obbedire alla mano del regista, che può permettersi ogni tipo di movimenti di camera. Poi ci sono le figure umane, con la loro recitazione, i loro movimenti, le loro voci: tutto è un po' sopra le righe come, del resto, ci si attende da un cartoon (anche se non saprei dire se "cartoon" sia, in questo caso, un termine adeguato), ma non c'è dubbio che ogni personaggio sia caratterizzato nel modo migliore, al punto che mi chiedo che cosa ci possano trovare in Dragon Ball (animazione ridotta al minimo, con minuti interi passati a inquadrare un volto fermo o un occhio che trema mentre qualcuno parla fuori campo) i cultori dei cartoni animati (animati per modo di dire) giapponesi, dopo aver visto i film Disney (anche soltanto in "Steambot Willie" c'è un anno luce di animazione in più).




"Ribelle - The Brave" racconta (e io ho apprezzato) una storia a misura d'uomo, o di donna, senza animali antropomorfizzati che parlano oppure automobili o robot con più sentimenti di un cristiano. Siamo nelle highlands della Scozia in una fiabesca epoca medievale, con l'unica concessione al fantasy è il ricorso a una strega e a un espediente magico che mette in moto il meccanismo drammatico-avventuroso della trama. Merida è la figlia del re Fergus, caratterizzata da una meravigliosa chioma di capelli ricci, lunghi e rossi e da una incoercibile vitalità che la porta a saper usare l'arco come nessun altro nel regno, e a galoppare libera per giorni interi sul suo cavallo, alla ricerca di spazi aperti. Sua madre però pretende che lei si comporti come una una principessa, impari le buone maniere, i rituali di corte e, soprattutto, sposi uno dei principi dei reami confinanti perché solo cementando le alleanze i re della regione potranno essere abbastanza forti da far fronte ai nemici. Una antica leggenda narra infatti di una alleanza fra quattro re che garantì pace e prosperità alla Scozia finché uno di loro ruppe l'alleanza indebolendo se stesso e gli altri e causando la fine di quell'epoca d'oro. Ci sono insomma delle responsabilità a cui la figlia di un sovrano non si può sottrarre, spiega la mamma a Merida. Ma la ragazza non ne vuol sapere, e quando si presentano tre (buffi) pretendenti che si sfidano per ottenere la sua mano, lei li umilia dimostrandosi più in gamba di loro. Segue un furibondo litigio con la madre e la fuga di Merida nel folto del bosco. Fin qui, il film non ha niente di "magico". Poi, le cose cambiano quasi all'improvviso e la storia si trasforma in qualcosa di diverso. Nella foresta, Merida incontra una strega dall'aria un po' svampita, a cui chiede aiuto per far cambiare la mamma. L'aiuto si concretizza in un dolcetto che effettivamente, una volta mangiato dalla regina, la cambia... anche troppo. Segue una rocambolesca corsa contro il tempo per ritrovare la strega (misteriosamente scomparsa) e annullare l'effetto della magia, fino al consolatorio finale in cui la madre e la figlia riescono a capirsi, venirsi incontro e trovare un punto d'intesa fra l'ansia di libertà della ragazza (il principio di piacere freudiano, suppongo) e i doveri che si hanno verso il proprio ruolo nella società (il principio di realtà). Un applauso a scena aperta, infine, per il corto della Pixar abbinato al film, il poetico "La luna".



Io con una ballerina del Moulin Rouge (in realtò, mia figlia Alice)





























Io davanti alla statua dedicata a Walt Disney.

1 commento:

Luca Lorenzon ha detto...

a Parigi hai comprato qualche BéDé?