
Il libro, davvero bellissimo, racconta dell'amicizia fra un ebreo tedesco, il sedicenne Hans Schwartz, e un suo coetaneo, il giovane conte Könradin von Hohenfels, ultimo rampollo di una stirpe di nobili svevi. I due frequentano entrambi il liceo Karl Alexander Gymnasium di Stoccarda, negli anni dell'ascesa al potere di Hitler. Il romanzo non affronta in modo specifico il tema della shoah o dei campi di sterminio, ma descrive soprattutto il periodo precedente allo scatenarsi delle persecuzioni razziali. Gli Schwartz, al pari di molti altri ebrei di Stoccarda si sentono perfettamente tedeschi e sono addirittura fieri di esserlo.
Quando le idee naziste cominciano a serpeggiare, il padre di Hans rifiuta di trasferirsi in Palestina, come gli viene proposto di fare, convinto che il razzismo hitleriano sia una specie di follia passeggera che mai avrebbe contagiato la nazione di Goethe, Beethoven e Schiller. Invece, quella follia finisce per dividere Hans da Könradin, che pure erano stati amici per la pelle, e semina odio all'interno dei compagni di classe. Il giovane Schwartz riesce a fuggire in America in tempo per non venire travolto dagli eventi (non sarà questa, invece, la sorte dei suoi genitori) ma quel che accade in Germania, ovviamente, lo segna per sempre. Vent'anni dopo la guerra, Hans ritrova un elenco dei nomi della sua scolaresca, che reca accanto a ognuno l'indicazione di quale sia stato il destino dei suoi compagni nella tempesta degli eventi bellici. A lungo evita di verificare che cosa sia accaduto a Könradin, di cui non ha saputo più nulla. Vivo? Morto? Ma soprattutto, con le mani sporche di sangue?

Mi chiedeva una intervista, per una iniziativa che il suo giornale sta portando avanti da qualche tempo: presa una classe di un istituto scolastico di Prato, a distanza di venti o trenta anni dalla maturità, si trattava di verificare che fine avessero fatto gli studenti, o meglio, se ce n'erano alcuni che si fossero realizzati in un particolare campo o avessero sfondato o fatto carriera in un settore più o meno insolito o degno di nota. Per la puntata destinata a venire pubblicata domenica 13 febbraio, la classe presa in considerazione era la terza liceo sezione A del Liceo Classico Cicognini di Prato, anno scolastico 1980/81. Cioè, proprio la mia.

Potrà sembrare strano, ma non ho il telefono di quasi nessuno, se non di un paio. Ma non perché abbia evitato di incontrarli. Semplicemente perché la vita, turbinosa, mi ha portato in altre direzioni e immagino che lo stesso sia capitato a loro. Ho un'esistenza complicata e non sono neppure su Facebook, il che non semplifica le cose. Ma se chiudo gli occhi li rivedo tutti, ne ascolto le voci, mi emoziono rammentandone i sorrisi, rido al ricordo delle battute, mi batte ancora il cuore ricordando una ragazza di cui mi ero innamorato, rivivo le gite scolastiche e le feste di fine anno, torno ai cineforum che a quell'epoca ancora c'erano e al buio di una sala dove ho dato il primo bacio durante il film "Hair" (non a quella ragazza, ma una di quarta ginnasio, io che ero in prima liceo).


Non ricordo chi lo ha detto, ma condivido: lo scopo principale di una educazione umanistica è rendere la propria mente un luogo piacevole dove passare il tempo. Dopo aver fatto il classico, non ho mai avuto nessuna difficoltà a studiare qualunque cosa, e a capire quel che studiavo, se avevo voglia di capirlo. Eppure, la maturità della mia classe fu disastrosa. Ho rimosso quasi tutto, tranne il fatto che ci furono molti bocciati, nessuno di noi prese sessanta e io me la cavai per il rotto della cuffia con un vergognoso quarantadue. Dopo averlo confessato alla giornalista, le ho detto: se lo scrivi, aggiungi che però poi mi sono laureato con centodieci e lode. Ah, ritrovare quei commissari e fargli una pernacchia e il gesto dell'ombrello sventolandogli il diploma di laurea con il massimo dei voti.
Barbara Burzi si è occupata principalmente di Giuseppina Tesco, che ho scoperto essere diventata una neurologa che fa ricerca negli Stati Uniti, Antonello Giacomelli, deputato, Simone Massai, produttore musicale a Cuba, Angelo Formichella, architetto e pittore, e il sottoscritto. L'articolo della giornalista comincia così.

C'è Moreno Burattini, che prima di diventare il principale sceneggiatore delle storie di Zagor per Bonelli Editore, è stato una firma umoristica del giornalino scolastico La Cicogna. Praticamente fu lui a rieditarlo. "Scrivevo storie dappertutto - ammette - Le compagne di classe mi passavano il diario durante le lezioni chiedendomi di farci una vignetta". Insomma, un destino segnato il suo, come quello di Giuseppina Tesco, scienziata già studentessa eccellente con "un'intelligenza superiore", ricordano i suoi ex compagni di classe, alcuni dei quali sono pronti a scommettere che prima o poi vincerà il Nobel. Non avrebbe, invece, mai immaginato di sedere in Parlamento Antonello Giacomelli, deputato Pd, che per le sue doti di comunicatore ambiva a diventare un avvocato. Disinteressato alla pallamano (sport della scuola), l'architetto Formichella racconta di essersi appassionato alla pittura, specie negli ultimi anni di scuola quando andava a lezione da pittori locali. Presente all'appello anche Simone Massai che oggi vive a Cuba ("fui tra quelli respinti alla maturità", ammette). Tra gli altri Francesco Chiaravalli, oggi è un sindacalista, dirigente Cisl; e Bottari ("il bello della classe") un farmacista". Nella foto sopra, l'edificio del Classico Cicognini.


