giovedì 7 aprile 2011

QUELLO CHE MORI' DI NOTTE


Dalle mie parti c'è un modo dire molto efficace: aver da fare come quello che morì di notte. Per afferrarne il senso bisogna immaginarsi un tipo così indaffarato, così pieno di cose da portare a termine, così oberato da scadenze da rispettare che non ha il tempo di morire. Perciò rimanda di ora in ora, per tutto il giorno. Finché, la sera tardi, magari verso le due o le tre di notte, avendo finalmente completato tutto quello che aveva da completare, riesce anche a morire. Prima, proprio non ce l'aveva fatta. Ecco, sappiate che in questi giorni ho da fare come quello che morì di notte.


Non che di solito me ne stia particolarmente con le mani in mano. Ma da almeno tre settimane sono incredibilmente sotto pressione. Se ne saranno accorti quelli che aspettano da me risposte alle mail, telefonate, appuntamenti o anche soltanto saluti. Non ce n'è per nessuno.


Persino questo blog viene aggiornato meno regolarmente. Però sappiate che è per una buona causa. Non vi ricordo che ogni sette giorni, da ottanta settimane, consegno ogni lunedì mattina un testo di diecimila battute alla Mondadori per Alan Ford Story. Non è il caso di rammentarvi neppure che ho circa dieci sceneggiature da portare avanti, tra cui una appena cominciata (sono a tavola dieci) per un nuovo disegnatore di cui non rivelerò il nome neppure sotto tortura.


Do per scontato che consideriate il carico di lavoro del mio impegno in redazione a Milano (martedì, mercoledì e giovedì), in questi giorni particolarmente pesante perché alle normali uscite si è aggiunto lo Zagorone mio e di Marco Torricelli, "Il castello nel cielo", per il quale mi è anche stato chiesto di preparare una introduzione di dieci cartelle (già fatto). Nonostante tutto, nella pausa pranzo riesco ancora a unirmi alle riunioni conviviali di lettori e appassionati che vengono a trovarmi, come quelli che vedete nelle foto di Marco "Baltorr" Corbetta (il fotografo "ufficiale" del forum SCLS).


In particolare, nello scatto qui accanto si vede un angolo della redazione con Stefania, la nostra coordinatrice dai capelli rossi, che porta in giro le tavole del primo albo gigante di Zagor. Ma a tutto questo si uniscono due scadenze impellenti e significative. La prima è la chiusura, che avverrà fra pochissimi giorni, del nuovo saggio mio e di Graziano Romani, dedicato a Sergio Bonelli, o meglio al suo alter ego sceneggiatore. Il libro, che sarà edito da Coniglio come i precedenti e sarà inserito nella collana "Lezioni di Fumetto", si intitolerà: "Guido Nolitta: Sergio Bonelli sono io", e uscirà agli inizi di maggio. Sarà più consistente, quanto a numero di pagine, degli altri due su Ferri e Ticci. Ovviamente ve ne tornerò a parlare appena avrò la copertina (che sarà di Villa) e dati tecnici più precisi.



L'altra scadenza riguarda il mio primo romanzo, e anche primo “romanzo” di Zagor, vale a dire un lungo racconto in prosa intitolato “Le mura di Jericho”. Si tratta di un’avventura dello Spirito con la Scure pubblicata originariamente in cinque puntate sulla rivista “Darkwood Monitor” nel corso degli anni Novanta, che adesso viene raccolta in volume. Mi sono messo però a rivedere e correggere il suo testo e, soprattutto, ho chiesto a dieci disegnatori di realizzare delle illustrazioni inedite a commento dei vari capitoli. Così, il libro conterrà otto disegni di autori zagoriani (Laurenti, Nuccio, Piere, Prisco, Rubini, Sedioli, Torricelli e Verni) e due “ospiti” d’eccezione (Emanuele Barison e Walter Venturi). Nella foto di Baltorr mostro appunto due di questi disegni. La copertina, rigorosamente inedita, non poteva che essere di Gallieno Ferri. Il romanzo conta ottanta pagine e si potrà acquistare tra circa un mese in tutte le fumetterie, oppure richiedendolo alla Casa editrice Cartoon Club. Come se non bastasse, sappiate che domenica sarò ospite di una importante emittente regionale toscana, TV Prato, dove mi esibirò nell'inedito ruolo di cuoco insieme a un amico disegnatore, realizzando un mio "piatto del cuore". Vi informerò quando la trasmissione andrà in onda.



A proposito di Prato e di cibo, vi ricordate i miei compagni di classe? L'articolo del "Tirreno" che ci riguardava e, suppongo, anche il mio post su questo blog, hanno fatto in modo che un'anima santa di nome Tiziana si prendesse la briga di rintracciarci quasi tutti. Così, qualche giorno fa abbiamo fatto una cena detta dei "trent'anni dopo", in ricordo della nostra maturità del 1981. Un evento commovente di cui vi farò la cronaca appena avrò le foto. Ma che sto scrivendo a fare se ho scadenze pressantissime da rispettare? Va a finire che schianto. Oppure, chi lo sa, tutta questa attività serve proprio per non morire, o per farlo il più tardi possibile, verso le due o le tre di notte.



6 commenti:

Moreno Burattini ha detto...

Per Paolo: non è che ti ho censurato il commento (censuro solo la spam dei siti porno) è che lo hai scritto (credo per errore) nel post precedente e lì ti ho risposto (anche se è evidente che volevi scriverlo qui, dato che è qui che ho citato Alan Ford Story).

Alberto Camerra ha detto...

Moreno, inutile dirti che attendo con trepidazione il primo Zagorone (e per la verità anche l'albo a colori, nella serie originale, illustrato dal maestro Ferri). Immagino che il lavoro sia in fermento, anche in vista del cinquantennale.
Una curiosità; un mio sogno è di vedere uno Zagor, magari speciale, disegnato dal maestro Roberto Diso, Lo devo considerare sogno infinito...?
Ciao!
:)

Moreno Burattini ha detto...

Per Alberto: avere Diso a Zagor è un sogno difficile da realizzare, questo sì, impossibile no. Uno Zagor, Roberto l'ha già dsegnato sul manifesto di una mostra in provincia di Pavia, Oltrecomics, nel 2010.

Anonimo ha detto...

Ciao Morè, ma che dici, tu devi campà in eterno.
In bocca al lupo per i due libri.
Angelo

Massimo ha detto...

Giusto per amor di cincischiamento, ti segnalo che quantomeno anche a Forno (paesino della montagna massese) c'è un'espressione analoga, ovvero "A ho da far' più che quelo ch'i morz' 'nanz' dì" (Traduco perché i dialetti massesi non sono toscano: "Ho da fare più di quello che morì innanzi al (poco prima del) giorno".
Entrambi muoiono di notte, ma questa differenza di angolazione mi portò in gioventù ad una interpretazione differente dalla tua, proprio perché sono resi centrali momenti diversi.
Nella mia interpretazione, quindi, il poveretto, abituato ad alzarsi all'alba per svolgere la miriade di occupazioni quotidiane, e morto appena prima del sorgere del sole, si ritrovava da fare ancora tutto quanto.
Quindi NESSUNO può avere da fare più di lui, visto che non ne ha ancora smazzata mezza!
Insomma, diventa un superlativo assoluto per derivazione!
E quindi nessun interlocutore, nella logica di "mio cuggino" di Elio, può rilanciare con qualcosa di superiore.

Come dicevo, questo è il processo logico che ha fatto uno a cui, come me, è stato trasmesso un detto focalizzato sulla bruma dell'alba, ma se fossi stato un pistoiese focalizzato sulla notte, probabilmente avrei fatto anche io il tuo ragionamento, che quindi condivido.
Questo potrebbe portarci a interessanti digressioni su come certe popolazioni sviluppano comportamenti comuni istintivi in base al modo di chiamare certe situazioni chiave, passando naturalmente per Orwell e la sua neolingua ("eliminando il vocabolo si elimina il concetto"), ma questo ci porterebbe troppo lontano.
Rimanendo a noi: quale era dunque la formula originale dell'avere da fare di notte e di conseguenza l'interpretazione corretta del detto? Ovviamente non lo sapremo mai ma, come già spiegato, questo era solo un commento con finalità cincischiatorie.
Il che, in un post scritto per sottolineare l'assenza di tempo da perdere, non è male.

Sandro ha detto...

E' passato qualche anno, ma intervengo sul modo di dire, riportato con due diverse sfumature ed interpretazioni da Moreno e Massimo: dalle mie parti (sono di Civitavecchia) si dice "ciho da fa più io che/de chi more de notte" (credo non ci sia bisogno di traduzione). Non so l'origine del detto, né il significato autentico - se ce n'è uno - ma io, personalmente - a sentimento, niente di razionale - l'ho sempre vista così: chi muore si mette in cammino, inizia un viaggio (per l'al di là) il viaggio più lungo e difficile che ci sia (il viaggio per antonomasia forse ...) e normalmente per prepararsi ad un viaggio si ha da fare, tanto da fare; per questo viaggio - la morte - ancora di più; di notte, in cui non ci vede, in cui fa freddo, in cui le indicazioni non ci sono, in cui non gira un'anima ... queste difficoltà (e quindi il "da fare") sono inimmaginabili, quasi, disumanamente, insormontabili ...