venerdì 6 agosto 2010

COVER BOY









La storia di Zagor in edicola in questi mesi, mi permette di dire qualcosa a proposito di ciò che mi capita di leggere qua e là sui forum dedicati all'eroe di Darkwood. Va detto, a beneficio di quelli che non sono appassionati di lunga data dello Spirito con la Scure, che per gli aficionados zagoriani della vecchia guardia (tra i quali mi iscrivo anch'io) Gallieno Ferri è un dio e non è concepibile altro copertinista all'infuori di lui. L'universo grafico che ruota attorno al simbolo dell'aquila nel cerchio giallo è stato plasmato da Ferri e chiunque sia giunto dopo ha dovuto e deve fare i conti con chi ha tracciato la via, perché è sul rispetto dell'ortodossia che verrà giudicato. Il campionario di pose, espressioni, movimenti, scenari, è stato dettato da un maestro che non si discute e chi è cresciuto sognando con le storie ferriane è perfettamente in grado di capirmi. Il talento di Gallieno come copertinista, poi, è indiscutibile. Pochi autori, secondo me, si sono dimostrati altrettanto in grado di cogliere la cover giusta come da cinquant'anni riesce a fare lui con Zagor (senza dimenticare il suo contributo a Mister No). Alle circa seicento copertine degli albi giganti (serie regolare, speciali, Cico, Maxi, almanacchi) si devono aggiungere quelle delle oltre duecento strisce, altrettanto belle se non di più. Quindi, i lettori partono dal presupposto che Ferri sia un nume, e che ogni intervento redazionale sui suoi disegni sia un sacrilegio. Non solo: se c'è qualcosa in una copertina che non convince, non è da addebitarsi al maestro ma alla redazione, e dunque a me. Su un forum, un amico lettore (a cui ho già risposto con la massima cordialità) ha di recente scritto qualcosa che mi sembra di poter citare a testimonianza di un modo di pensare (e di recriminare) diffuso presso alcuni.


Ecco che cosa mi si dice: "Ci sono state qui sul forum alcune osservazioni sulle copertine di Ferri ricopiate da altri autori e anche sui ritocchi che spesso rendono le pose di Zagor in cover piuttosto innaturali. Nel primo caso, in diversi si sono chiesti se non sia negativo proporre al maestro la reiterpretazione di disegni altrui, che spesso finiscono col generare paragoni, ma che, soprattutto, danno ai lettori affezionati una sensazione di dejà vu. Nel secondo caso, sarebbe simpatico capire perchè certi disegni vengono così pesantemente ritoccati. Nella cover de Lo specchio nero, albo in uscita il mese venturo, si possono ipotizzare dei rimaneggiamenti pesanti, visto il risultato finale e viene la curiosità di vedere come fosse impostata originariamente la copertina...insomma, se possibile ti chiedo di postare qualche esempio di cover ritoccata per vedere com'erano state pensate da Ferri".



Spiego subito che cosa intende il forumista quando accenna a "copertine ricopiate". Si tratta di alcune (pochissime) recenti cover in cui Ferri si è ispirato a disegni (di Zagor) fatti da altri autori dello staff in occasione di incontri con il pubblico o addirittura privatamente per degli ammiratori. Uno di questi è il disegno di Paolo Bisi che vedete qua accanto, usato come spunto per "Il ritorno di Digging Bill".

In pratica, secondo questa linea di pensiero, se Ferri prende spunto da un disegno (di Zagor) preesistente, questo lederebbe la sua immagine di motore immobile aristotelico, che ispira gli altri ma non può essere ispirato da nessuno (appunto come un Dio, che crea dal nulla).

Altri lettori sono arrivati a sostenere che dev'essere stata la redazione (nella mia persona) ad aver imposto al copertinista ciò che doveva disegnare, perché altrimenti, se lasciato libero, Ferri non l'avrebbe mai fatto. Altri ancora (sempre pochi, ma bisogna pur inventariarli) si sono chiesti com'è possibile che sperassimo di farla franca, cioè che loro non si accorgessero che, per esempio, la copertina de "Il ritorno di Digging Bill" è simile a un disegno fatto dallo zagoriano Bisi in occasione di una fiera.


Davvero non capisco il problema. Il "vero" problema è trovare copertine efficaci, che facciano vendere in edicola, che attirino i lettori. Se Bisi o Piccinelli o Laurenti o non so chi, sono in grado di dare il loro contributo di idee alla squadra di cui fanno parte, ben vengano. Perché un'idea di Bisi non dovrebbe essere sfruttata, se serve alla causa? Ferri la fa sua e la reinterpreta, così come Bisi ha fatto suo e ha reinterpretato i personaggi di Ferri. Se Bisi disegna Digging Bill non si rifà forse a Ferri? E Ferri non può rifarsi a Bisi? Perchè, se tutti lavoriamo al bene comune? Ma c'è di più. Ci sono mille esempi di copertine ispirate da vignette interne all'albo a cui si riferiscono. Si può facilmente verificare che, per esempio, "Alba tragica" ripropone semplicemente la scena che c'è nella seconda tavola dell'albo (la vedete sotto).


Si potrebbe dire lo stesso della copertina di Tex "Il solitario del West" e di chissà quante altre. Ecco allora il parodosso: se una copertina si ispira a una vignetta interna che tutti i lettori possibi vedere, va bene e non sa di deja vu. Se si ispira a un disegno fatto per una mostra o per un amico, tirato in poche decine di copie o fotocopiato per pochi intimi, allora sa di deja vu. Perché questo assurdo? Non saprei dirlo. Ripeto: l'importante è che la copertina sia bella e che Ferri abbia deciso di interpretarla facendola propria, convinto che sia la migliore possibile. Peraltro, non sono io che decido le copertine. Anzi, le copertine sono una delle cose su cui ho minor potere di controllo. Non sono io ad approvare neppure la colorazione o la grafica del titolo. Mi limito a partecipare a una riunione in cui Sergio Bonelli e Gallieno Ferri, messi di fronte a varie proposte che io cerco di selezionare, accettano (e talvolta non accettano) uno fra i vari miei suggerimenti e concordano sul fatto che sia quella la scelta migliore. Di fronte al disegno di Bisi con Digging Bill, i due hanno semplicemente detto, com'è logico, che era un ottimo spunto da sfruttare, ed è stato sfruttato così come in altre occasioni sono state sfruttate invece vignette interne degli albi.


Riguardo ai presunti ritocchi o alle pose innaturali, non posso far altro che replicare garantendo che la cover di settembre è esattamente come Ferri l'ha disegnata. Immagino che l'effetto di rimaneggiamento o di "fotoinserimento" derivi dal fatto che la scena sullo sfondo non sembra avere niente a che fare con la posa di Zagor, ma è un effetto voluto. Sergio ha chiesto a Ferri una cover come "Tigre!" o "Vudu!", cioè con Zagor che sembra avere una "visione" di qualcosa che capita altrove. Infatti, ciò che capita nella copertina non ha un riscontro puntuale nell'albo, Zagor non entra fisicamente in un antico sepolcro, ma "vede" quella scena evocata da un racconto che gli viene fatto, come se fosse un "flashback" in copertina.



Le pose "innaturali", se ci sono (e se sono davvero innaturali), le sceglie Ferri. Si può ben capire perché: dopo mille cover, trovare posizioni che non siano "già viste" è un problema e qualche volta il tentativo di studiarne di nuove porta a esasperarne alcune. Ma non sono i grafici a distorcere quel che Ferri ha fatto diritto, è così ovvio che mi sembra strano doverlo dire. Va detto che lo stile di Gallieno varia con il passare del tempo, nessun disegnatore a ottanta anni disegna come a venti! E già clamoroso che Ferri disegni così bene e sia ancora il grande copertinista che è, a ottantun anni compiuti.


giovedì 5 agosto 2010

COSE TURCHE

I due filmati linkati qua sotto non li avevo ancora visti, e sono in rete da poco (credo). Sono spezzoni dai film turchi su Zagor (del tutto pirata) degli anni Settanta. Di recente, grazie all'amico scrittore (e sceneggiatore dampyriano) Ivo Lombardo, sono riuscito a rintracciare una lunga ed entusiasmante intervista a Levent Cakir, l'attore che interpreta lo Spirito con la Scure in "Zagor kara bela", dove compare anche l'Avvoltoio, e in "Zagor kara korsanin'in Hazineleri", entrambi del 1971. Ho fornito il testo a Daniele Bevilacqua, già attivo collaboratore dello Zagor Club e di "Darkwood Monitor", che credo lo pubblicherà presto su "Cronaca di Topolinia", dove cura su ogni numero una interessante rubrica tutta dedicata a Zagor. Sarebbe bello avere i DVD integrali! E ancora più bello, sarebbe vedere realizzato un film autorizzato fatto come si deve. Il mio interprete ideale: Gabriel Garko. Qui a sinistra lo vedete in posa zagoriana contrapposto appunto a Levent Cakir.








mercoledì 4 agosto 2010

NOCTURNO SEXY




Vi ho già detto, alcuni giorni fa, di come i redattori della rivista Nocturno, incaricati di curare i contenuti speciali della collana di DVD "Cinekult", dedicati al cinema di genere degli anni Sessanta e Settanta, mi abbiano contattato per una videointervista. Il contributo compare nel cofanetto che ripropone in formato digitale il film "Satanik", di Piero Vivarelli, con Magda Konopka. Cliccate qui per recuperare testo e immagini del vecchio post .


Nel DVD parlo dell'innovativa eroina di Max Bunker, dei fumetti neri, delle sexy testate di una volta. Devo essere sembrato abbastanza ferrato in materia da convincere il direttore di Nocturno a chiedermi un articolo sul fumetto erotico italiano da pubblicare sulla rivista. E' stato accontentato e sul numero n°96 datato agosto, di cui vedete qui sopra la bella copertina, potrete leggere un intero e illustratissimo dossier a mia firma (un'esperienza che spero di poter replicare, se Nocturno vorrà dedicare ancora spazio all'eros, all'horror e al noir nei comics). Se siete interessati all'argomento, non avete che da chiedere la testata in edicola. Per saperne di più su Nocturno, sicuramente una rivista cult per gli amanti del cinema di genere, potete dare un'occhiata al sito cliccando qui .



Non è la prima volta che mi interpellano come esperto di erotismo a fumetti. L'ha fatto la Mercury per le introduzioni di alcuni volumi della collana Golden Lady, l'ha fatto Fumo di China dove ho pubblicato articoli in argomento, e ho da poco partecipato anche a un talk show in un teatro insieme a Luca Boschi, Daniele Caluri e Alberto Becattini: è a questo evento che si riferisce la foto. Ma l'intervista di gran lunga più vista è stata quella registrata per Italia Uno e andata in onda due o tre anni fa nel corso della trasmissione "Il bivio", condotta da Enrico Ruggeri, con Ade Capone (sceneggiatore zagoriano) nello staff degli autori.


La troupe televisiva venne a intervistarmi nel mio ufficio nella redazione Bonelli e mi fu chiesto di parlare di Giovanna Casotto, bella autrice di audaci fumetti erotici, a cui sarebbe stata dedicata una delle imminenti puntate del programma. Dovevo spiegare quali erano le caratteristiche dell'erotismo delle storie di Giovanna. Il mio contributo sarebbe stato poi mandato in onda nel corso della trasmissione. Mi presentai all'appuntamento con alcuni volumi della Casotto e segnalai come l'autrice, a differenza di altri illustri disegnatori, non proponesse modelli femminili eterei, sofisticati, bellezze algide, quasi metafisiche, dalle linee da indossatrice. Al contrario, le procaci fanciulle protagoniste dei suoi racconti sono le donne della porta accanto o del balcone di fronte. Giovanna punta non a idealizzare le sue figure, ma a renderle concrete e carnali, solleticando la fantasia del lettore con il fargli immaginare che anche a lui potrebbe succedere di incontrare una donna del genere, magari sul pianerottolo di casa. Per raggiungere questo obiettivo, spiegavo nell'intervista trasmessa in TV, la Casotto disegna quasi sempre le sue fanciulle dotate di peli non soltanto pubici, ma anche ascellari.


Se la tendenza dell'erotismo patinato è quella di depilare il più possibile le ragazze, Giovanna invece dota le sue eroine di vistose matasse di riccioli scuri fra le cosce e sotto le ascelle: proprio come le benzinaie e le banconiere del mercato rionale. Le donne reali, quelle che fanno sesso sul serio, sono fatte così. Per dimostrare la mia tesi, sfogliavo le tavole decisamente hard della Casotto e mostravo alla telecamera, indicando con il dito, le ascelle con i gomitoli di setole e i cespugli in mezzo alle gambe disegnati dall'autrice.

Gli autori del programma furono contenti della mia analisi e mi informarono soddisfatti che la mia intervista sarebbe andata in onda il tal giorno alla tale ora della sera. Lì per lì ne fui contento anch'io: Italia Uno è una rete nazionale, in fondo era una soddisfazione. Poi, mi sono raggelato. Il dubbio era: lo dovevo dire o non lo dovevo dire alla mia morigeratissima mamma, che va alla messa tutte le sere, che sarei apparso in TV a indicare con il dito proprio certi punti di corpi nudi femminili, e a parlare di come il pelo solletichi la libidine del popolino maschile?

Ho preferito tacere. Il giorno dopo, chiunque incontrasse mia madre in giro per il paese le diceva: "Ma lo sai che ho visto Moreno in televisione?". E lei: "Ah, sì? A me non ha detto niente". Per fortuna, pare che nessuno abbia avuto il coraggio di informarla sui contenuti, e spero che le repliche più volte andate in onda non le capitino mai sotto gli occhi.


martedì 3 agosto 2010

OMBRE GIALLE







E' in edicola "Ombre gialle", il numero di Zagor di agosto, seconda parte della mia storia dal gusto retrò, disegnata da Marco Verni, cominciata in luglio con "Il ritorno di Digging Bill", di cui vi ho già parlato qui (cliccate) con tanto di trailer della Zagor TV .


Purtroppo per gli amanti delle storie brevi e di quelle autoconclusive, l'avventura si concluderà soltanto il mese prossimo, con la terza e ultima puntata, dal titolo "Lo specchio nero". In tutto, 282 pagine. Questa lunghezza, del resto, su Zagor è la norma e anzi i lettori (io per primo) apprezzano di più le storie di ampio respiro piuttosto che quelle corte. Il ritmo zagoriano è quello epico e avventuroso e necessita di tempi lunghi. Il mio record è una storia in cinque albi, di ben 470 tavole disegnate da Ferri, intitolata (un titolo per tutti) "Piramide di sangue". Il record della serie invece appartiene a Tiziano Sclavi, con le 512 tavole del racconto "Incubi", sempre illustrato da Ferri.


Riguardo a "Ombre gialle", c'è una curiosità da segnalare. Alla fine dello scorso anno ho fornito agli appassionati l'elenco dei titoli che sarebbero usciti nel corso del 2010, specificando che i programmi avrebbero comunque potuto cambiare in corso d'opera. Come albo agostano ne ho indicato uno intitolato "Snake Canyon". Questo perché, come si vede nella storia, ci sono alcuni avvenimenti che avvengono nella tortuosa gola di un fiume, il cui corso è arrotolato come le spire di un serpente. Il luogo era già stato usato come set nella serie dello Spirito con la Scure.

Però, una volta che Ferri ha disegnato la copertina (secondo me, anche piuttosto bene), mi sono accorto che non vi si vede nessun canyon mentre compaiono due guerrieri dai tratti orientaleggianti. Dunque ho pensato che forse un altro titolo sarebbe stato più adatto. In più, un albo precedente, uscito in maggio, era intitolato "Il morso del serpente".


Va bene che "snake" e "serpente" hanno grafia e suono del tutto diversi, e non c'è neppure nessun collegamento fra la metafora del tradimento evocato dal primo albo in uscita rispetto al toponimo indicato dal secondo, ma un cambio avrebbe evitato qualunque critica da parte dei lettori più pignoli. Ho dunque presentato a Decio Canzio una lista di possibilità per la sostituzione. Perché a Canzio? Perchè, come dice il nome, Decio decide. Da sempre (almeno a mia memoria), infatti, i titoli di Zagor vengono in prima istanza scelti da lui. Poi, ovviamente, Sergio Bonelli dice la parola definitiva. Di solito, sottopongo a Canzio una serie di alternative per ogni albo. Decio dà i voti a ciascun titolo sulla base della sua esperienza editoriale e, immagino, sulla scorta dei propri gusti, tenendo conto anche di quelli di Sergio da lui, ormai, ben noti. Oggi, dopo una vita passata in redazione, Canzio segue meno da vicino tutte le dinamiche del processo creativo e produttivo degli albi bonelliani, ma continua a prestare la sua preziosa consulenza su vari fronti. Mi è subito balzato alla mente in titolo "Ombre gialle" da suggerire come il mio preferito, giocando sul titolo "Ombre rosse" del film di John Ford. Però non potevo presentarmi con un'unica candidatura, serviva una rosa tra cui scegliere, anche perché magari il gioco di parole secondo me tanto efficace, poteva sembrare insulso al mio esaminatore. Dovevo avere altri assi nella manica. Così, per la vostra curiosità, ecco i restanti titoli della lista:



Uno strano archeologo

I guerrieri venuti dal nulla

L’oscura minaccia

Uomini come belve

L’orda gialla

L’orda venuta dal nulla

I barbari

I barbari venuti dal nulla

Foresta insanguinata

Minaccia su Darkwood

Barbari a Darkwood

A filo di spada.



Decio ha dato subito "dieci" a "Ombre gialle" e voti meno brillanti ai restanti titoli, e visto che non c'erano controindicazioni l'albo è stato ribattezzato così.


"Il ritorno di Digging Bill", invece, ha vinto su quest'altra lista:


Morte a teatro

Palcoscenico insanguinato

Il rapimento di Digging Bill

Il messaggio cifrato

Un amico in pericolo

Il sotterraneo sotto il teatro.


Secondo me, hanno vinto in effetti i due titoli migliori.


C'è ancora molto da raccontare riguardo alle tre copertine di Ferri di queste storia, su cui, come al solito, si sono sbizzarriti gli utenti dei forum SCLS e ZTN. Se volete, ne parleremo nei prossimo giorni.

sabato 31 luglio 2010

GIOVENTU' BRUCIATA





Gli impiegati dell’anagrafe sono sempre increduli, quando uno sceneggiatore di fumetti si materializza di fronte a loro per la carta d’identità. “Professione?”, chiedono. “Sceneggiatore di fumetti”, rispondo. Sobbalzano con gli occhi sgranati, come se uno avesse risposto “pilota d’astronave” o “serial killer”. Non hanno mai preso in considerazione l'idea che qualcuno possa fare un mestiere del genere. A volte ho pensato di definirmi viticoltore (mi occupo di piccole vigne, le vignette) o tabaccaio (vendo fumo: le nuvolette dei dialoghi). Più o meno è lo stesso per i disegnatori. Si racconta che una volta Fernando Tacconi, uno fra i più grandi autori italiani, alla domanda dell’impiegato dell’anagrafe su quale fosse la sua professione, abbia risposto: “Illustratore”. E l’impiegato: “E che cosa lustra?”.

Recentemente, mi è successo qualcosa di simile. Dovete sapere che a casa ho appeso alle pareti alcune cornici con dentro tavole originali o disegni fatti per me dai fumettisti amici o che mi è capitato di conoscere. Nelle foto, vedete gli schizzi di Lina Buffolente (con il Piccolo Ranger) e di Moebius. Oltre a questi, ho qualche tavola di Alan Ford, di Zagor, di Nathan Never e così via. Un giorno, arrivano due tecnici del gas per fare un controllo al contatore. Sono un signore di una certa età (che è sempre un'età incerta, come diceva Marcello Marchesi) e un ragazzo piuttosto giovane, sui vent'anni. Mentre il più anziano ignora completamente i disegni alle pareti, quello giovane sgrana gli occhi affascinato. Lo vedo che si guarda attorno con meraviglia, passa da una cornice all'altra. Soddisfatto, penso: "Ecco uno che se ne intende! Ha riconosciuto Magnus! Leone Frollo! Moebius! Meno male che c'è ancora un giovane che legge fumetti, forse il mondo non è perduto!". Mi chiedo se, per caso, possa anche sapere chi sono io e di che cosa mi occupo.
A un certo punto, il ragazzo si decide. Mi si rivoge. Ecco, mi dico, adesso mi chiederà se per caso non sono "quel" Moreno Burattini che lavora alla Bonelli. No. Ciò che mi domanda è: "Ma te che fai? ...Il tatuatore?". Ho così capito che la cosa più vicina a un fumetto che conoscono i ventenni, sono i tatuaggi.

venerdì 30 luglio 2010

POVERO POLLICELLI

Nel post di ieri ho citato il nome di don Anacleto Bendazzi, prete ravennate, uno dei più geniali autori italiani di giochi di parole. Talmente geniale che, per fare un esempio, se credete che la parola italiana più lunga sia precipitevolissimevolmente, di ventisei lettere, identificata nel 1677 da Francesco Moneti, vi sbagliate. Don Anacleto ne ha trovate tre più estese: incontrovertibilissimamente, particolareggiatissimamente e anticostituzionalissimamente (di ventisette e ventotto lettere). E ancora, talmente geniale da aver scritto una “Vita di Cristo in mille anagrammi”. Uno è questo: “Nell'orto di Getsemani, - sento dolenti lagrime”. Immaginate dunque un racconto di senso compiuto composto da mille frasi che si anagrammano a vicenda. La maggior parte dei giochi del Bendazzi sono contenuti in un libretto rarissimo, stampato in sole duemila copie, intitolato “Bizzarrie letterarie”. Il libro, pubblicato a spese dell’autore, risulta finito di stampare “il 15-1-‘51", una data scelta apposta perché palindroma (si legge anche da destra a sinistra) e ambigrammatica (si legge anche capovolgendo il sotto e il sopra). Sulla sua tomba, c'è l’epitaffio che don Anacleto si scrisse dice: Putredine - di un prete / storico di - Cristo Dio. Ovviamente, la seconda parte di ogni frase è l’anagramma della prima. Ma la cosa più incredibile è che Bendazzi è morto all'età di 99 anni (numero palindromo) in una data anch'essa palindroma e ambigrammatica, il 28-2-’82. Altro che madonnine che piangono sangue, sono questi i veri miracoli.
Mi è venuto in mente chi fu il primo a parlarmi di don Anacleto. Fu Giuseppe Pollicelli. Il nome non dovrebbe essere nuovo ai lettori di fumetti, dato che Giuseppe è stato, ed ancora è, uno dei più attivi, intelligenti ed acuti critici del nostro medium preferito, autore di molti libri e articoli, curatore di riviste, collaboratore di case editrici. Ho il forte sospetto , e non lo dico per farmene un vanto ma per la mia stessa curiosità di sapere se sia vero, di essere stato io il primo a scoprirlo facendolo scrivere non so se già su “Collezionare” o direttamente su “Dime Press”, un po’ come è accaduto per Stefano Priarone, comunque ha poca importanza: sicuramente era molto giovane quando l’ho conosciuto (è del 1974, dunque di dodici anni più piccolo di me), e ne ho subito ammirato la grande capacità di analisi e di scrittura, e per il poco che ho potuto ho cercato di valorizzarlo. Il merito non è mio, ma suo. Gli zagoriani, poi, dovrebbero dedicargli un monumento, o almeno un busto, visto che ha fondato il primo “Zagor Club” (ora ne esiste un altro) e ha diretto quella bellissima rivista chiamata “Darkwood Monitor” (oggi ricercatissima dai collezionisti). Chi segue un po’ quello che scrivo, si sarà accorto che è sua la prefazione al libro mio e di Graziano Romani dedicato a Gallieno Ferri, pubblicato da Coniglio Editore.
Pollicelli è anche un poeta (oserei dire pasoliniano, data la sua grande ammirazione verso PPP), e nel 2008 ha dato alle stampe la raccolta “Che quantità d’amore vuoi”, contenuta nella collana “Baguettes” sempre della Coniglio. Libro assolutamente consigliato. Ma, da qualche anno, Giuseppe si occupa soprattutto di teatro, sia come attore che come autore. La compagnia romana di cui fa parte, la AdLP, ha messo in scena, nella scorsa stagione, con grande successo, un suo testo intitolato “Suicide Veejay Show”. In fondo trovate il trailer della commedia, visibile su YouTube. Sempre cercando su YouTube si possono vedere diversi suoi interventi televisivi, in cui si occupa di calcio.
Forse vi state chiedendo (ma anche se non ve lo chiedete, ormai ve lo dico lo stesso) perché mai Pollicelli mi abbia parlato di don Bendazzi. Accadde nel 1997 quando Giuseppe pensò di dare alle stampe, a proprie spese come il sacerdote di Ravenna aveva fatto con il suo testo, un libro intitolato “Quisquilie letterarie”, in cui è evidente il riferimento bendazziano. Conoscendo come anch’io coltivassi la sua passione per i calembour e l’enigmistica basata sulle parole, Pollicelli mi chiese di scrivere una prefazione. Cosa che io feci con grande piacere. Da cosa deriva il nostro comune intetesse per questo tipo di cose? Dal fatto che non si può rimanere indifferenti di fronte alla constatazione che “attore” è l’anagramma di “teatro”, “bibliotecario” è “beato coi libri” e “Saturno” è “un astro”. Vien quasi da credere che non possa essere un caso (guarda la combinazione, anagramma di caos) ma che ci sia dietro un disegno divino, o una legge scientifica su cui forse potrebbe illuminarci Piero Angela (il cui anagramma, del resto, è “apre al genio”, definizione che si adatta quanto mai alla sua missione di divulgatore del sapere). Il sottoscritto, Moreno Burattini, non più bellissimo ma sempre inmnamorato, può del resto mescolare le lettere del proprio nome ottenendo la calzante bollatura di "bruttino in amore".
Scrive Umberto Eco: “Alle origini, enigma, poesia e metafora sono strettamente intrecciati, Aristotele lo sapeva. La più alta delle metafore poetiche e il più meccanico degli enigmi hanno in comune il fatto che le parole possano dire più di quel vogliono dire. Tra giochi di parole, lapsus, sogno e invenzione corrono legami sottili”. Uno dei miei autori preferiti, Isaac Asimov, scrisse una volta: “considero il gioco di parole la forma più nobile di umorismo”. Voleva dire, se non intendo male, che mentre gli scivoloni sulle bucce di banana o le torte in faccia sono un tipo di humour molto immediato, godibile anche da un analfabeta, il gioco di parole richiede non di rado, per essere perfettamente compreso, una certa cultura, una certa dimestichezza con le lettere, una certa raffinatezza di palato da parte del fruitore. Del resto, a quanto pare, il calembour deve il proprio nome a un conte, dimorante a Parigi sotto il Re Sole e molto dotato in questa ginnastica di parole. Ginnastica dunque praticata più da nobili che da plebei. Ma, come scrissi nella mia prefazione, ciò non significa che anche noi plebei non ci si diverta con dei nostri lazzi verbali. Ci sono calembour di una certa arguzia e complessità che circolano da secoli fra il popolaccio. Natalia Ginzburg, in Lessico Famigliare, ricorda un gioco di parole piuttosto osé che gli fu insegnato da un monello quando era bambina. Bisognava ripetere questa frase: “Il baco del calo del malo”, cambiando ogni volta una vocale: “Il beco del chelo del melo” e così via, fino al risultato (più o meno esilarante a seconda del contesto in cui avviene la ripetizione) che tutti possono immaginare quando si arriva alla “u”. Del resto, sono passate alla storia barzellette come questa: su un bus affollato, un giovanotto va a sbattere contro una signora: - Scusi il cozzo, dice lui, e lei: - Si figuri, a me pioce. E non è un gioco di parole fin dal titolo, il poema goliardico Ifigonia in Culide che fra la plebe è assai più noto della tragedia di Euripide, Ifigenia in Aulide? Non stonano, dunque fra le “quisquilie” verbali le più piccanti e triviali, che anzi fanno riferimento a una tradizione millenaria. La stessa a cui appartiene l’arcinoto indovinello: Berlusconi ce l’ha lungo, Fini ce l’ha corto (cambiare i nomi a piacimento), il marito lo dà alla moglie. Soluzione: il cognome.
Ma tornando ai giochi di parole più sofisticati, Ieri ho minacciato di deliziarvi con le facezie enigmistiche. Oggi, tanto per dimostrare che non minaccio invano, vi propongo quello che ritengo il mio sforzo meglio riuscito. Si tratta di un esercizio in cui mi sono divertito a giocare con le iniziali. E’ un gioco letterario fra i più noti: si tratta di sintetizzare la vita di un personaggio famoso o immaginario usando solo parole con l’iniziale del personaggio in questione. Dovendo riassumere la più celebre opera di Collodi, insomma, si potrebbe incominciare dicendo: “Povero Pinocchio...” e proseguendo il più a lungo possibile, creando un discorso di senso compiuto composto però soltanto da parole che inizino con la “p”. Nella mia prefazione a “Quisqulie letterarie”, ho fatto lo stesso con Pollicelli. Ecco il risultato.

Povero Pollicelli (per pochi: Peppe), perenne Peter Pan, Pierino perditempo, perché progetti pervicacemente passatempi paradossali? Per pecunia, per premi? Penso permangano poche possibilità. Per puro piacere? Puah! Piuttosto, per provare piccole prodezze. Perciò prendi parole, poi provvedi perciocché, pian piano, ponderatamente (pasticciando, plasmando) piglino parvenze pittoresche, pungenti, piccanti, parodistiche, proteiformi. Perfino psicanalitiche! Prestidigitazione? Piroette? Pop-art? Palle! Parliamone pure: pare piuttosto piccosa petulanza, persistente presunzione. Peppino: piantala, porca puttana! Pardon, paletta.

E dato che uno degli scopi di questo blog è lasciare qualche traccia e memoria di quel che ho fatto, concludo citando il passo finale della prefazione scritta per Giuseppe: «Mi si farà notare che non tutte le “quisquilie” di Pollicelli sono giochi di parole in senso stretto. Ci sono interviste, testi umoristici, parodie. Appunto, forse non sono giochi di parole in senso stretto, ma lo sono, eccome, in senso lato. Insomma, poco ci manca. Goal? No! Angolo. E, controllare, per credere, “Goal? No!” è appunto l’anagramma di “Angolo”». Applausi. Non per me. Per Pollicelli, scrittore, poeta e attore.






giovedì 29 luglio 2010

CHI STANA SATANIK?





Uno fra i più famosi anagrammi della storia, e che secondo alcuni dimostra l’esistenza di Dio perché certe cose non capitano per caso, è contenuto nella versione latina del Vangelo di Giovanni (18,38). Stando al quarto evangelista, Ponzio Pilato avrebbe domandato a Gesù: “Quid est veritas?”, cioè: che cos’è la verità? La risposta sarebbe stata: “Est vir qui adest”, è l’uomo che hai davanti, cioè una frase che rimescola le lettere della domanda. In realtà, Gesù non rispose proprio così, ma quasi: l’anagramma è il frutto del lavoro di don Anacleto Bendazzi, un prete ravennate scomparso da una ventina d’anni, uno dei massimi esperti italiani di giochi di parole, o di “bazzecole andanti”, come diceva lui anagrammando il suo nome. Io mi accontento del mio anagramma “Monitor e tribuna” che ben si adatta a questo blog. Un giorno pubblicherò un post in cui vi diletterò con le mie facezie enigmistiche, ma intanto potete vedere da soli che il “chi stana” del titolo di questo post, nella versione fonetica “ki stana”, è l’anagramma di “Satanik”. E la risposta alla domanda “chi stana Satanik?” è: quelli di Nocturno, con la loro “Cinekult”, collana di DVD dedicata ai film di genere degli anni Sessanta e Settanta. “Cinekult” che, se fosse un sito dedicato ai film sexy, potrebbe essere anagammato in “Keculi.net”, ma questo è un altro discorso.

Perché ve ne parlo? Il primo motivo è perché è appena uscita, il 13 luglio, proprio in quella collana, una imperdibile versione in DVD del film “Satanik”, di Piero Vivarelli, una produzione italiana del 1968 con Magda Konopka nel ruolo della strega di Magnus & Bunker, e con lo stesso Bunker che figura tra gli sceneggiatori. Erotismo, azione, intrigo, strip-tease e delitti sono garantiti, anche se ovviamente nei limiti degli standard e dei budget del genere. Il secondo motivo è che anch’io sono stato coinvolto nell’operazione. Dopo lo “Speciale Alan Ford” di Collezionare, “Alan Ford Index” edito da Paolo Ferriani, i volumi di “Alan Ford Story” e le decine di articoli scritti dovunque nel corso di venticinque anni, mi sono fatto la fama, immeritata, di massimo esperto vivente della produzione bunkeriana. Così, i redattori della rivista “Nocturno”, che curano i contenuti speciali della collana, mi hanno contattato e abbiamo realizzato una lunga intervista su Max Bunker, Satanik, il fumetto nero e quello erotico, che compare nel DVD. Insomma, chi fosse attratto dalle grazie di Magda Konopka rischia di trovarsi sullo schermo del televisore anche il faccione del sottoscritto. Potete vedere poco sopra appunto le grazie della Konopka e un dsegno di Mgnus raffigurante Marny Bannister, alias Satanik (copyright MBP).

Con me, sono stati intervistati anche Luigi Corteggi, Maurizio Colombo, Lamberto Bava e Corrado Farina. Oltre al film di Vivarelli, il DVD contiene anche “The diabolikal super-kriminal”, un documentario di Ss-Sunda basato sul fotoromanzo sexy-splatter “Killing”, il più censurato del mondo, a quarant’anni dalla sua nascita. Mi piacerebbe dilungarmi sull’importanza di Satanik nel fumetto italiano, ma dato che ho detto quasi tutto nell’intervista, rimando gli interessati ai contenuti speciali del cofanetto di “Cinekult”.

mercoledì 28 luglio 2010

L’EDICOLA NON PERDONA


Nell’ufficio di Sergio Bonelli c’è un cartello che mi impressiona tutte le volte che lo leggo. Dice: “Dio perdona, l’edicola no”. Mi torna in mente quella frase ogni volta che constato il ripetersi il fenomeno della scomparsa di Zagor dalle edicole a pochi giorni dall’uscita di ogni nuovo numero. In realtà, il discorso non riguarda soltanto lo Spirito con la Scure, ma la maggior parte delle testate a fumetti, quelle che non hanno tirature stratosferiche. Per cui diciamo che possiamo prendere Zagor come esempio e paradigma, volendo trattare un tema che riguarda quasi tutte le pubblicazioni del genere. Prima di proseguire, vorrei premettere che, per indole e buona educazione, ho il massimo rispetto per il lavoro altrui. Perciò, non ho niente da insegnare agli edicolanti, ai distributori e agli editori, figure da cui, nella mia ignoranza, ho soltanto da imparare. Tutti, ne sono convinto, fanno il loro lavoro molto meglio di come io faccia il mio. Tuttavia, diciamo che nei panni del semplice lettore, o se vogliamo, del perfetto frequentatore delle edicola (che da sempre mi attirano come le mosche il miele), mi limito a riferire quel che mi è stato detto e a riportare fedele testimonianza di ciò che ho visto con i miei occhi, per poi, dopo essermi fatto delle inevitabili domande, provo a ragionarci sopra e a trarre, se possibile, delle conclusioni, pur destinate a lasciare il tempo che trovano, essendo frutto delle elucubrazioni estive di un perfetto profano. Ordunque, come ho già raccontato, domenica scorsa ho fatto una gita in montagna. Le località che ho visitato erano affollate dalle torme di vacanzieri tipiche della bella stagione.

A Gavinana, un ridente paesino sulle montagne pistoiesi, ottocentoventi metri sul livello del mare, entro nell’edicola affacciata sulla piazza (quella nella foto qui accanto) e mi sorprendo di non trovare Zagor in esposizione, dato che volevo comprare una copia de “Il ritorno di Digging Bill” da regalare a un amico. Il giornalaio, che ben conosco, mi dice che, per carità, arrivano tutti i mesi due copie e dopo un giorno sono già esaurite, acquistate dai due aficionados locali. Questo, dico io, nei mesi invernali, quando nel borgo ci sono mille abitanti. Ma d’estate, quando diventano tremila? Le copie non aumentano? “Non me ne parlare! – si infervora l’edicolante – Io lo chiedo, ma dal distributore locale non c’è da aspettarsi niente! Guarda qua quante copie della Settimana Enigmistica mi hanno mandato! Meno di quelle che mandano a novembre! E io ne ho bisogno di cinque volte tante!”. E giù improperi, dato che lo stesso vale, sembra, per diverse riviste femminili e persino per alcuni quotidiani. Il mio amico si dice insoddisfatto del servizio che riceve: come si può fare del commercio, si chiede, se si è in balia di un fornitore unico che fa come gli pare e non tiene in nessun conto le richieste dei rivenditori?
Ponenendomi anch’io la stessa domanda, e sempre alla ricerca di Zagor, vago per gli altri paesi della vallata. Niente da fare. Zagor è arrivato all’inizio del mese nello stesso numero di copie di sempre, è stato acquistato da chi lo aspettava il giorno esatto dell’uscita e poi è sparito dalle edicole. Chi fosse in vacanza e volesse comprarlo, non lo trova. Mi spingo fino a Fiumalbo, in Emilia Romagna, e anche lì è la solita storia. Oggi, per caso, sono passato dalla grande libreria Mondadori di via Marghera, a Milano, e ho gettato un’occhiata al reparto fumetti. Avevo visto parecchie copie de “Il ritorno di Digging Bill”, una ventina di giorni fa. Non ce n’era nemmeno una. E’ questo un fenomeno che mi capita spesso di notare in molte edicole: Zagor sembra non esserci. Non mi stupisco quando qualcuno mi chiede se esca ancora: in effetti, a degli occhi distratti, non è facile vedere in giro gli albi lo Spirito con la Scure man mano che il mese progredisce, dopo il giorno dell’uscita (che di solito è il due). Parlando con molti lettori, ricevo spesso la stessa testimonianza: Zagor esce, viene acquistato dai fedelissimi, e sparisce. Difficile che si possa aumentare di molto le vendite, nel caso ipotetico ed estremamente improbabile che fosse possibile, se i potenziali lettori non lo vedono esposto quando passano davanti al chiosco. Magari qualcuno dei duecentocinquantamila lettori dell'epoca nolittiana potrebbe essere incuriosito dalla copertina con Digging Bill che c'è questo mese, se la vedesse, e tornare a comprare la testata. Ma se non la vede? Ora, si potrebbe pensare, proseguendo nelle nostre chiacchiere da bar e seguendo la logica comune, che sia un problema di tiratura. Stampando più copie, se ne potrebbero distribuire in maggior numero. Ma non è così: la stampa, ovviamente, costa e l’aumento di vendite che si ricava dall’aumento delle tirature non compensa, pare, il maggior investimento tipografico. Anzi, tutte le case editrici sono molto attente a bilanciare le copie tirate con le previsioni di venduto, e siccome il venduto, in generale, tende a calare, calano anche le tirature. Zagor, per fortuna, sembra godere di uno zoccolo duro che lo fa resistere sopra quota quarantamila, e infatti dalle edicole sparisce. Ma se volessimo far arrivare una copia in più là dove tutti i mesi ne arrivano due e due vengono vendute, giusto per far vedere al mondo che dopo cinquant’anni ci siamo ancora, come possiamo fare? Non tocca al semplice lettore trovare soluzioni a problemi tanto escatologici, ovviamente.
Però, si sa che ogni testata ha delle rese. Le rese sono, peraltro, fisiologiche per qualsiasi pubblicazione, in minore o maggiore percentuale sulla tiratura. Ed è anche evidente che ci sono delle edicole dove, andando a vedere, tre Zagor (o tre Brendon, o tre Lazarus Ledd, o tre Dampyr) erano arrivati e tre ne restano fino all’ultimo giorno prima del ritiro. Ecco, senza saper né leggere né scrivere, mi chiedo perché qualcuna di queste copie date alle edicola dove non si vendono (magari per insipienza o disinteresse dell’edicolante) non venga mandata a quelle rivendite dove, distribuendone due, due vengono vendute. Possibile che i distributori locali non riescano a distribuire le testate sulla base del semplice ragionamento di mandare sempre una copia in più di una rivista là dove quella testata va regolarmente esaurita? Naturalmente, togliendo quella copia da quelle edicola dove invece la stessa testata ha regolarmente delle rese. Il discorso, vale, come si vede, per tutte le pubblicazioni. La regola dovrebbe essere questa: dove una pubblicazione va esaurita, la volta dopo si mandano più copie. Dove non vende, se ne mandano di meno. Dovrebbe essere così. Ma non è. Pur essendo un ragionamento che viene in mente anche a un profano non particolarmente acuto come il sottoscritto, mi sembra che non faccia una piega, o se la fa mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse dove e gliene sarei grato. Però, mi sembrerebbe anche logico mandare il doppio o il triplo di copie della Settimana Enigmistica in un paesino di montagna dove d’estate gli abitanti raddoppiano o triplicano a causa dei vacanzieri, ma per quanto l’edicolante sbraiti, chi lo rifornisce gliene porta la metà. Si vede che ci sono misteri che sfuggono a noi comuni acquirenti di giornali costantemente in cerca delle nostre pubblicazioni preferite.
Non sono l’unico a esprimere questo tipo di perplessità. Proprio oggi, ho letto sul forum di Comicus la lamentazione di un utente che annunciava la sua intenzione di smettere di compare Alan Ford Story, mandato in edicola da Mondadori, con l’ultima storia di Magnus. Scrive il disertore: “Purtroppo la scelta non è dettata dal cambio di disegnatore, bensì dalla pessima distribuzione che ha subito nella mia città questa serie negli ultimi mesi. A volte, per una e anche più settimane l'uscita è saltata, ed io e il mio edicolante ci siamo girati mezza città per trovare una copia da altre edicole, col risultato che adesso ho un buco di un numero nella collezione. Non capisco che senso abbia stampare dei volumi se poi vengono distribuiti così male, sembra quasi che ogni volta qualcuno mi facesse un favore a vendermi una copia.”. Poiché anch’io lavoro ad AFS come prefattore e chiosatore,mi sento frustrato pensando che mi do tanto da fare per svolgere al meglio il mio compito per poi vederlo vanificato dal fatto che non arriva nelle mani di chi è interessato a leggermi.

lunedì 26 luglio 2010

NON C'E' DUE SENZA TRE


Ho letto Tex per anni senza immaginare che venisse scritto a due vallate di distanza dal posto dove sono nato e dalla casa dove ancora oggi vivono i miei genitori. In realtà, le due vallate di distanza corrispondono a un cambio di regione, in Toscana la mia, in Emilia Romagna quella dove si trova Fiumalbo, un bellissimo borgo appenninico in provincia di Modena (quello nella foto). In tutto, comunque, saranno una trentina di chilometri di strada. E’ a Fiumalbo, infatti, che vive per molti mesi dell’anno Claudio Nizzi, lo sceneggiatore con più avventure di Tex all’attivo, e con un curriculum di storie per altri personaggi lungo come un elenco del telefono. Una ventina di anni fa andai a trovarlo per la prima volta. Da allora, ci sono tornato in varie occasioni. Ricordo che parlavamo del Texone di Magnus (qui sotto un disegno appunto di Magnus con il mitico Ranger) mentre era ancora in corso d'opera, Nizzi mi raccontava della maniacalità con cui il disegnatore portava avanti il lavoro. Una volta, insieme a me c’era anche Sergio Bonelli con mezza redazione: fu quando venne inaugurata la mostra “Tex a Fiumalbo”, annunciata da una strepitosa locandina di Giovanni Ticci.

Durante le mie due ultime visite nel suo paese, a distanza più o meno di un anno l’una dall’altra, Nizzi non era in casa (giustamente, in altre faccende affaccendato altrove), ma il borgo si presta per essere goduto anche in sua assenza e anzi lo raccomando per una gita, estiva o invernale che sia. Però, un segno della presenza sono riuscito comunque a coglierlo sia l’anno scorso,che questo.
Ieri, infatti, passando per l’edicola del centro storico, ho comprato (con mia grande soddisfazione), il terzo romanzo dello sceneggiatore texiano, da qualche anno convertitosi alla narrativa. E’ appena uscito, si intitola “Il pretino”, ed è pubblicato da Mobydick nella collona “I libri dello Zelig”. Formato tascabile, centosessanta pagine, tredici euro. Come i precedenti, è ambientato nell’immaginario paesino di Borgo Torre, negli anni Cinquanta. Immaginario per modo di dire, perché poi è facile identificarlo proprio in Fiumalbo oppure, come Nizzi sostiene, in uno dei piccoli borghi del Frignano, l’appennino modenese all’ombra del Cimone, monte che infatti viene citato fin dalle prime righe.

Qualunque sia la vostra opinione sullo sceneggiatore di fumetti, non dovreste perdervi le sue prove come scrittore. La sua prosa è brillante, godibile, puntuale, ficcante, essenziale e senza fronzoli ma straordinariamente efficace. Ma soprattutto, sono divertenti le trame. Nizzi , qui accanto nella foto al centro, si colloca fra Giovanni Guareschi e Andrea Vitali ma si capisce che, come quest’ultimo, ha per modello Piero Chiara. Il primo romanzo nizziano, "L'epidemia", edito da Mobydick nel 2008, è giunto alla seconda edizione e ha vinto Premio “Frignano”. L’epidemia a cui si allude è quella di una improvvisa facilità sessuale da parte delle donne, giovani e meno giovani, di Borgo Torre: il primo ad accorgersene è il parroco a cui improvvisamente i più bizzarri peccati carnali vengono confessati, ma a complicare le cose ci sono di mezzo anche la politica e un delitto. Il secondo libro, del 2009, è “Il federale di Borgo Torre”, con una divertente satira dell’opportunismo politico abilmente mescolata con trame e sottotrame tutte assolutamente intriganti.

Adesso ecco “Il pretino” (l'elegante copertina è nella scansione qua accanto) che ho cominciato a leggere in metropolitana oggi a Milano e ho perso la mia fermata non riuscendo a staccare gli occhi per il divertimento. A Borgo Torre ci sono le elezioni comunali e a contendersi la carica di sindaco sono in tre: l'ex podestà riciclatosi tra i democristiani, un trinariciuto comunista giunto da Modena, inviato dalle gerarchie del partito, e una lista di "liberi pensatori". Sembra subito importante il ruolo giocato dal parroco, che però si è fatto male cadendo e la Curia ha inviato un giovane sacerdote a sostituirlo, un "pretino", appunto. Subito si innesca una girandola di intrighi, come nei romanzi precedenti.

Due annotazioni. Sono sicuro che anche Mobydick distribuisce il romanzo in maniera che tutti riescano a procurarselo, ma perché Nizzi non viene pubblicato da Mondadori, Rizzoli o Feltrinelli? Infine, la mia collezione di romanzi scritti da sceneggiatori di fumetti si arricchisce sempre più. Cito a memoria: Bepi Vigna, Lorenzo Bartoli, Claudio Chiaverotti, Paola Barbato, Tiziano Sclavi, Hugo Pratt, Alfredo Castelli, Lee Falk, Neil Gaimam, Chris Claremont, Mauro Boselli, Diego Cajelli, Max Bunker, Bonvi, Gianfranco Manfredi, Marcello Toninelli, Giuseppe Ferrandino e chissà chi mi sono dimenticato.