mercoledì 11 luglio 2012

IL RICORDO HA VENT'ANNI


Proprio oggi, rileggendo le bozze di stampa di uno dei prossimi volumi di Zagor Collezione Storica a colori, in edicola con Repubblica, mi sono imbattuto in un commento di Luca Raffaelli, che firma le prefazioni, riguardante gli “Zagor Index” pubblicati da Paolo Ferriani Editore (ne sono usciti quattro, che commentano gli albi da 1 a 400). Raffaelli elogia l’acutezza e la profondità dei commenti degli autori. Cioè, si complimenta in pratica con Giampiero Belardinelli, Angelo Palumbo e Stefano Priarone. Mi è subito venuto in mente che tutti e tre sono cresciuti alla “scuola” di Dime Press, la rivista che ho avuto la fortuna di ideare e, per un bel po’, condurre, insieme al gruppo di cui vi ho parlato in alcuni articoli, fra cui quello con il quale ho inteso celebrare i vent’anni dal primo numero di quella fortunata pubblicazione.

Oltre ai nomi appena citati, si devono alla palestra del “magazzino bonelliano” anche le ossa di Giuseppe Pollicelli e Daniele Bevilacqua (nella foto qui sopra, risalente al 1995, vedete me e Francesco Manetti, quello con gli occhiali, appunto con gli ultimi due citati, più Palumbo e, in piedi al centro, Belardinelli). Ma sono stati tanti i collaboratori anche illustri (e dunque già celebri per conto loro) di cui abbiamo pubblicato articoli, commenti e recensioni, da Luca Boschi a Leonardo Gori, da Gianni Brunoro a Paolo Guiducci. Accanto a queste firme molto importanti, appunto, si esercitavano altri che poi avrebbero scritto libri per proprio conto, o sarebbero passati a collaborare con altre riviste, quotidiani, siti web. Perciò, dato che il clima di celebrazioni per il ventennale di Dime Press continua a ispirare ripescaggi e ricordi (recentissimamente è piaciuta molto la riproposta dell’articolo “La tana”, dedicato alla casa di Alfredo Castelli, originariamente apparso sul primo numero della rivista), ho chiesto a Giampiero Belardinelli, appunto uno (all’epoca) dei ragazzi di bottega, di rievocare per noi quel periodo. Giampiero ha accettato, ed ecco il suo contributo (grazie!).


Il ricordo ha venti anni

di Giampiero Belardinelli


Per raccontare la mia collaborazione su Dime Press non posso evitare di partire da una ben precisa data: il 14 novembre 1992 mi trovavo a Firenze, alla Fortezza da Basso, dove era stata allestita l’esposizione Zagor. Un’avventura lunga trent’anni. Mi aggiravo entusiasta nei locali della Fortezza ammirando le tavole di Gallieno Ferri, di Franco Donatelli, di Franco Bignotti, di Michele Pepe, di Marco Torricelli e, tra un pannello espositivo e l’altro, incontro un giovanotto con gli occhiali; ci troviamo a commentare alcune tavole e decidiamo di restare lì il resto del pomeriggio: quel ragazzo, di diversi anni più giovane di me, risponde al nome di Angelo Palumbo. Palumbo aveva appuntamento con Moreno Burattini, a cui doveva consegnare il dattiloscritto di un articolo zagoriano per un numero della rivista Dime Press.

Quel giorno ho incontrato la persona che ritengo il mio miglior amico in assoluto (Angelo Palumbo) e conosco Moreno Burattini (allora magrissimo come un grissino) e faccio il mio primo incontro con la suddetta rivista Dime Press: allo stand acquisto i primi due numeri usciti e l’impatto è stato meravigliosamente devastante. Non dimenticherò mai le emozioni dell’articolo "Il Tex di Nolitta", scritto da Palumbo e pubblicato sul secondo numero della rivista. Dime Press mi ha segnato perché, in quello stesso giorno, ho formulato il desiderio di poter anch’io scrivere dei pezzi sui fumetti bonelliani: sono profondamente convinto che, se coltiviamo un sogno con intensità, esso spesso si realizza. Infatti, un paio di anni dopo, Moreno Burattini mi contatta per chiedermi se volevo scrivere le recensioni di Nick Raider: il resto è venuto da sé, anche se non è stato subito facile. Non mi hanno mai infastidito le correzioni fatte sui miei dattiloscritti perché avevo molto da imparare dai già rodati collaboratori della rivista. Per scrivere recensioni o articoli serve preparazione e umiltà ed io, completo autodidatta, ho assorbito come una spugna gli insegnamenti ricevuti. Collaborare con lo staff della rivista mi ha fatto crescere perché, da sempre, se frequenti persone migliori di te un giorno, a tua volta, potrai insegnare qualcosa a qualcuno con l’umiltà di accettare dei suggerimenti.

Negli anni successivi, quando Antonio Vianovi ha deciso di chiudere la Glamour International Production e dare vita all’associazione culturale Glamour Associated (2004) molte cose erano cambiate: dall’impostazione grafica ai collaboratori della rivista. Su suggerimento di Giuseppe Pollicelli ho assunto il ruolo di coordinatore ed editor di Dime Press: sotto la mia supervisione, prima che Vianovi abbandonasse l’attività editoriale, abbiamo realizzato due numeri (l’8 e il 9 della Nuova Serie). È stata un’esperienza di crescita notevole: organizzare gli argomenti per i Dossier, coordinare il lavoro della squadra di collaboratori, leggersi e rileggersi decine di pezzi (tra articoli e recensioni) mi ha insegnato molto sui meccanismi redazionali. Tirando le somme, sono particolarmente contento della mia esperienza su Dime Press (dal 1995 al 2004) e, nel periodo della mia direzione, di aver portato collaboratori esterni come Valentina Semprini (Fumo di China) e Gisello Puddu (Editoriale Mercury). L’impegno profuso da costoro insieme al mio e quello degli altri redattori ha premesso di realizzare una delle cose di cui sono più fiero a livello di critica fumettistica: il Dossier Magico Vento pubblicato in Dime Press 8 della Nuova Serie. 
Dime Press è morta, viva Dime Press!

sabato 7 luglio 2012

QUARANTA PER CENTO

Conosco Riccardo Jacopino dai tempi del liceo. Abbiamo la stessa età, e siamo stati studenti del Classico Cicognini, la scuola di D’Annunzio e Malaparte, a Prato. Io in sezione A e lui nella sezione C. Ci incontravamo soprattutto in palestra, durante le due ore settimanali di ginnastica. Coltivavamo tutti e due dei sogni: io quello di scrivere fumetti, lui quello di fare il regista di film. Ci siamo poi persi di vista dopo la maturità, come spesso capita. E quindi, eccoci a ritrovarci trent’anni dopo e a chiederci: tu ce l’hai fatta? La risposta è stata “sì”, per entrambi. Io, in realtà, non sono andato più in là di Zagor e, dato che non vengo considerato, di solito, buono per fare nient’altro che quello, è probabile che mi fermerò qui (che per me va benissimo, essendo stato proprio questo il mio traguardo). Riccardo, invece, dopo essere passato attraverso mille esperienze televisive e cinematografiche, potrebbe arrivare ancora più lontano del punto dov’è giunto finora. E a sentirlo raccontare tutti i progetti che ha in lavorazione o nel cassetto, non ci sono dubbi che ci riuscirà.

C’è qualcosa di suo che tutti avete visto, senza sapere che ci fosse dietro il suo zampino: ricordate il video del calciatore ripreso di spalle che confessa di essere stato coinvolto nell’addomesticamento di una partita? E’ andato su tutti i telegiornali nel mese di maggio. E’ uno spezzone di un documentario ben più lungo, sull’argomento del calcioscommesse, realizzato proprio da Jacopino. Sono decine e decine, del resto, i suoi documentari e i suoi reportage realizzati in giro per il mondo. Quando è venuto a parlarmi del suo progetto riguardante Zagor, era appena tornato dall’Africa sahariana: voleva arrivare, da sud, a Timbuctù ma la guerriglia fra i seguaci di Gheddafi in fuga e le forze a loro contrapposte gliel’aveva impedito.



Da qualche mese, io e lui facciamo coppia fissa perché è dallo scorso ottobre che Riccardo sta girando un documentario sullo Spirito con la Scure. Interviste, scene di vita redazionale, le case degli autori e gli autori al lavoro, le trasferte all’estero, le testimonianze di personaggi famosi, materiale d’archivio, tutto confluirà in due versioni di un filmato lungo in un caso cinquanta minuti, e nell’altro un’ora e venti, che sarà presentato a ottobre durante Lucca Comics (un appuntamento imperdibile, quello della “prima”). Il video verrà prodotto in DVD, andrà in televisione e girerà anche nei cinema, nelle sale di un particolare circuito, dove molte proiezioni saranno collegate a degli eventi con la presenza degli autori. Io che ho seguito la lavorazione, posso assicurarvi che vi sorprenderà. Molto probabilmente la locandina sarà un inedito di Gallieno Ferri.

A produrre il documentario è la Cooperativa Arcobaleno, la stessa che ha prodotto anche il primo film di Riccardo Jacopino come regista, un lungometraggio pluripremiato, lodato dalla critica e accolto con entusiasmo in tutte le sale dove è stato proiettato, prima di approdare, di recente, nell’edizione in DVD distribuita da CG Home Video. Il film si chiama “40% - Le mani libere del destino”. Vi consiglio di procurarvelo, acquistandolo anche on line su IBS o BOL, ma anche tu tante altre viodeolibrerie in rete (se non direttamente in negozio).

Quaranta per cento è la quota minima di soggetti “svantaggiati” o problematici (ex tossicodipendenti, ex detenuti) che, per legge, le cooperative sociali con finalità di reinserimento e di recupero devo impiegare nelle loro attività. La Cooperativa Arcobaleno, attiva a Torino, è appunto una di queste realtà. Una realtà che Jacopino ha voluto raccontare scrivendo e dirigendo un film che raccontasse una storia ispirata a tante storie vere che si intrecciano, e impiegando attori non professionisti, come Ermanno Olmi ne “L’albero degli zoccoli”. Il suo talento nel far recitare come se si trattasse di artisti navigati dei soggetti chiamati in realtà soltanto a interpretare loro stessi, è strabiliante. L’unica vera attrice nel cast del film è Luciana Littizzetto (la vedete nella foto di apertura con un capo di abbigliamento Nolita: che manchi una "t"?) . La storia, che commuove e fa sorridere a seconda dei momenti (ce ne sono alcuni di grande drammaticità) è bellissima. Il montaggio è perfetto, la musica sempre sul pezzo.


Fra  i riconoscimenti vinti da “40%” c’è la seconda edizione del Premio La Cayenne.  Spiega un comunicato ufficiale: “Riccardo Jacopino è stato premiato per il particolare senso filmico dimostrato nel raccontare l'appassionata vicenda del giovane che, uscito dalla comunità di recupero, comincia a lavorare nella cooperativa sociale Arcobaleno, facente parte del Consorzio Abele lavoro, dove incontra una pittoresca tribù di personaggi con alle spalle storie altrettanto complicate (non professionisti che nel film recitano - con inattesa efficacia - la parte di loro stessi)”. La presentazione del DVD è avvenuta (con grande successo) all’ultimo salone del libro di Torino, e  la Redazione di IE Cinema lo ha così recensito: “CG Home Video pubblica il DVD di  ‘40% - Le mani libere del destino’ il film diretto da  Riccardo Jacopino e prodotto  dalla Cooperativa Sociale Arcobaleno  racconta dell’impegno della cooperativa con i cosiddetti ‘soggetti svantaggiati’ affinché diventino lavoratori riconosciuti, di come il loro lavoro vada piano piano ad amalgamarsi  con i gesti, i rumori, le luci e i ritmi di quello degli altri e di come le loro vite diventino ‘normali’. Il DVD contiene tra gli extra: Backstage, Trailer, Backstage fotografico, Campus Montecatini 2011 ed è interpretato da Lucio Aimasso, Alfred Zace, Pino Corcelli, Ileana Paulotto, Luigi Arrigo, Luciana Littizzetto”.

Guardate il film e poi mi ringrazierete del consiglio. Intanto, qui sotto potreste cliccare sul trailer ufficiale.



40% - Le mani libere del destino 
di Riccardo Jacopino con Lucio Aimasso, Alfred Zace, Pino Corcelli, Ileana Paulotto. Distribuito da Cecchi Gori Home Video.
Regia: Riccardo Jacopino (opera prima)
Anno di produzione: 2010
Durata: 95'
Tipologia: lungometraggio
Paese: Italia
Produzione: Cooperativa Sociale Arcobaleno
Distributore: Slow Cinema
Data di uscita: 19/10/2010
Formato di ripresa: DVC Pro HD
Titolo originale: 40% - Le Mani Libere del Destino

Lucio ha passato la prima parte della sua vita a mettersi nei guai. Un’adolescenza vissuta nell’anonimato della periferia, la droga, i traffici, i problemi con la Legge, sono stati l’abisso da cui si è ritratto appena in tempo. Quando esce dalla comunità di recupero, comincia a lavorare in una cooperativa sociale dove incontra una pittoresca tribù di personaggi con alle spalle storie altrettanto complicate. Dopo i conflitti iniziali con Alfred, il suo collega albanese, oltre che rivale nella squadra di calcio, Lucio entra a far parte del gruppo. Ma quando il passato sembra riaffacciarsi con i pericoli e le tentazioni di sempre, saranno proprio i suoi compagni a salvarlo da un finale già scritto.

Sito Web: http://www.40percento.com


mercoledì 4 luglio 2012

LA TANA


Un articolo su questo blog di poche settimane fa, ha celebrato i vent’anni dal primo numero della rivista “Dime Press”, da me fondata insieme a Saverio Ceri, Francesco Manetti e Alessandro Monti. Alla fine di quella rievocazione (che è molto piaciuta, almeno a giudicare dai commenti), ho promesso che avrei ripubblicato alcuni degli articoli migliori apparsi, a mia firma (salvo concessioni di pezzi da parte d altri autori), su quelle pagine. 


Come sanno coloro che hanno letto il pezzo in questione, o che addirittura possiedono la collezione completa di “Dime Press”, il primo numero del “magazzino bonelliano”, datato maggio 1992, pubblicò un dossier dedicato ai dieci anni di Martin Mystére. Da pagina 17 a pagina 44, i lettori poterono trovare una introduzione di Francesco Manetti intitolata “Dieci anni fa, qualcuno di nuovo”, una mia intervista ad Alfredo Castelli, un “Who’s Who” con un dizionarietto dei principali personaggi della serie, un articolo dello stesso Castelli sulla nuova (all’epoca) edizione francese del BVZM, una sorta di “essential twelve” con la recensione di quelle che a noi sembravano le migliori storie del Detective dell’Impossibile uscite fino a quel momento (io scelsi “La camera del tempo” e “Operazione Dorian Gray”) e, per finire, un pezzo intitolato “La tana”. Sottotitolo: “Curiosando in casa di Alfredo Castelli”. In pratica, dopo aver fatto visita ad Alfredo (anzi, dopo aver dormito addirittura una notte da lui), scrissi un resoconto giornalistico sul luogo dove nascevano le storie di Martin Mystère, annotando anche tutte le somiglianze fra quell’appartamento e la casa in Washington Mews.



Ora, l’intervista a Castelli, sia pur brillante (ricordo di avergli chiesto se fosse più forte Hulk o Java), è in qualche modo superata dalle mille interviste che negli ultimi vent’anni Alfredo ha concesso in ogni dove, e anche dal bel libro appena uscito su di lui, a cui anch’io ho collaborato con un saggio sulle storie di Zagor a sua firma (il libro, antologico, si intitola “Alfredo Castelli, storie e mysteri di un grande narratore”, è a cura di Alino e Glauco Guardigli, ed è edito da Comicon: lo vedete nella foto in apertura). 

Invece, “La tana”, nonostante parli di una casa così com’era vent’anni fa, mi sembra ancora del tutto godibile (anche perché lo “spirito” della attuale “tana” di Castelli, che è ancora lì, resta lo stesso). Il tempo passato si nota solo quando si descrivono i gadget tecnologici, ma anche quelli fanno parte della storia e parlarne rende il sapore di un’epoca. L’articolo apparso su “Dime Press” era corredato da cinque foto in bianco e nero, scattate dal sottoscritto. Oggi, potendo godere di maggiore spazio, vi mostro tutti gli scatti a colori realizzati in quell’occasione, e che ho conservato nel mio archivio appunto pensando che prima o poi li avrei potuti tirare fuori. Prima di leggere, godetevi anche il Tex di Milo Manara che inaugurò, a pagina due della rivista, la rubrica "Chi l'ha visto?".



LA TANA
di Moreno Burattini



da "Dime Press" n° 1 - maggio 1992

”Dalla conchiglia si può capire il mollusco”, scrisse una volta Victor Hugo. Fuor di metafora, guardando la casa si conosce l'inquilino. La doveva pensare allo stesso modo anche Giacchino Rossini, se sulla facciata della sua casa a Bologna fece incidere questa frase: “Non domo dominus, sed domino domus”. Vale a dire, non il padrone per la casa, ma la casa per il padrone. Per quanto riguarda Martin Mystère, sappiamo che il suo appartamento in Washington Mews a New York è una sorta di proiezione del suo io e conferma in pieno la teoria di Mario Praz secondo la quale l'arredamento non è altro che una forma indiretta del culto dell'ego. La stessa cosa può dirsi dell'abitazione milanese dove vive e lavora Alfredo Castelli.



L' accostamento fra il creatore e la sua creatura non è casuale, in quanto la casa di Castelli è la casa di Martin Mystère. Dove si trovi esattamente questo piccolo attico perfettamente attrezzato per sopperire alle esigenze di un single, preferiamo non rivelarlo. Tuttavia possiamo fornire un indizio “mysterioso”: quando, nel film “Miracolo a Milano”, i barboni escono per la prima volta dalla loro bidonville per inseguire il rappresentante del proprietario del terreno che vuole sfrattarli, il primo edificio  della cosiddetta civiltà che essi incontrano (e che sullo schermo si vede benissimo) è quello in cui è collocato l'appartamento del Buon Vecchio Zio Alfy. “Credo che la mia sia l'unica 'casa di terrazza' al mondo. - dice Alfredo Castelli - Mi spiego: a Milano esistono le cosiddette 'case di ringhiera', come quelle che si vedono nei film di Nichetti, in cui si accede agli appartamenti passando per uno stretto ballatoio in comune che dà sul cortile. Per entrare in casa mia, invece, occorre passare per una terrazza abbastanza ampia che dà sulla strada, divisa a metà con i vicini: quando piove o nevica è una vera delizia”.




Chi sia riuscito a penetrare nella roccaforte castelliana anche solo una volta, non può non riconoscere come decine e decine di particolari accomunino la finzione e la realtà: angoli, oggetti, mobili, soluzioni architettoniche finite a far parte dell'universo di Martin Mystère, provengono direttamente da lì.




Il robottino protagonista delle tavole iniziali de “I misteri di Londra”, per esempio: ce n'è uno simile in un angolo del salotto dello sceneggiatore, ed è stato programmato per muoversi lungo percorsi prestabiliti fra le stanze dell'appartamento. Oppure la collezione di oggetti kitsch che Martin Mystére mostra a Diana ne “Il teschio del destino”: cianfrusaglie del genere sono sparse su tutti gli scaffali di Alfredo Castelli. Addirittura, un vero semaforo, trovato in un mercatino di Arezzo, pende dal soffitto.



Oppure un busto di Fernandel acquistato a Cassis, un paesino dalle parti di Marsiglia in cui c'è un vero e proprio culto per l'attore che interpretava Don Camillo, nato da quelle parti. “Il busto giaceva in un negozietto da non so quanti anni - ride Castelli - e sono convinto che il proprietario abbia fatto suonare le campane dal parroco per festeggiare la vendita”. Lì vicino, c'è una raccolta di oggetti kitsch di stampo religioso: reliquiari con pezzi d'ossa di una infinità di santi e addirittura un piede di cera ex-voto comprato a Lisbona (“le riproduzioni di pezzi anatomici sono tradizionali ex-voto portoghesi, da qualche parte devo avere uno stomaco iperrealista piuttosto inquietante”, spiega il padrone di casa).



Ma soprattutto, dappertutto straripano i libri.  I problemi di stivaggio dei volumi incontrati dal Detective dell'Impossibile nel racconto “Condominium”, apparso sull'Almanacco del Mistero 1990, sono senza dubbio gli stessi affrontati dallo sceneggiatore. “Ho dovuto disegnare di persona tutti i mobili di casa, in modo da non sprecare un solo centimetro di spazio”, racconta Castelli. A scorrere con lo sguardo sulle costoline dei volumi stipati negli scaffali, c'è da farsi venire il mal di testa. Libri di ogni genere, tra cui quelli in italiano sono probabilmente la minoranza in confronto alle centinaia di titoli in lingue che vanno dall'inglese al giapponese. A parte i soliti romanzi inscrivibili più o meno nella sfera dei classici, ci sono testi di antropologia culturale, di trivia e curiosità, sul cinema e  sulla televisione, sulle scienze più disparate. Sorprendentemente pochi (ma pochi per modo di dire) i fumetti.  Particolarmente ricca la sezione dedicata al Giappone: manga, riviste di animazione, dizionari, opere su tradizioni, usi e costumi.


Oltre ai libri, numerosissime sono le videocassette: molte di animazione, tra cui anche materiale antico e raro, soprattutto in NTSC; intere collezioni di serie TV americane, inglesi e francesi. E poi videodischi laser e addirittura una cinquantina di videodischi RCA (a puntina) con relativo lettore: autentica archeologia industriale, dato che il sistema RCA non esiste più da almeno dieci anni. A proposito di archeologia industriale, Castelli possiede anche due antidiluviani giradischi perfettamente funzionanti, uno a trombone, uno a scatola. Li usa per suonare una inverosimile catasta di dischi a 78 giri recuperati sulle bancarelle.



Ci sono poi alcune incredibili collezioni. Sorvoliamo su quella di statuette di eroi del fumetto che occupano intere bacheche (sono quelle realizzate in Francia dalla Pixi, che ne ha fatta una anche di Martin Mystère), o su quella di riproduzioni naif di animali (acquistate quasi tutte in Sudamerica); da segnalare ci sono cose ben più curiose. Come una ricchissima raccolta di carte da gioco e di tarocchi (foto sopra). “L'ho iniziata nel 1975 per motivi professionali: - spiega Castelli - mi serviva, infatti, per illustrare il mio volume 'Viaggio curioso nel mondo delle carte' edito da Fabbri”. A ben guardare nello scaffale che contiene tutti i mazzi, notiamo un paio di ripiani dedicati ai giochi di prestigio. “Un hobby che coltivavo parecchi anni fa e che impone un continuo allenamento, - confessa il Buon Vecchio Zio Alfy - ora sono molto arrugginito, ma con i bussolotti e un paio di giochi di carte sarei ancora in grado di stupirvi!”.





Di sicuro ci stupisce la collezione di sacchetti per il vomito (quelli consegnati sugli aerei), ma più ancora la raccolta di cartelli sottratti nelle pubbliche toilettes. “Ciò che mi spinge a impadronirmene sfidando le ire di ristoratori e baristi è il mio interesse per la linguistica. - commenta lo sceneggiatore - Ho notato, infatti, che gli avvisi delle toilettes sono realizzati con uno stile e una grafia comuni: le parole sono separate da trattini, come nelle antiche iscrizioni romane; la costruzione della frase, anche se sovente minacciosa, prevede l'uso iniziale di un cortese ‘Si prega di’ e un ‘grazie’ conclusivo, ed è particolarmente involuta; l'uso delle maiuscole, sottolineature e virgolettature segue una logica sfuggente ma indubbiamente non casuale. Che esista una oscura massoneria di autori di avvisi da toilette, accomunati da un linguaggio identico e segreto?”. I contenuti dei cartelli passano da perentori inviti (“Conservare le urine”, recuperato in un ospedale militare) a oscure minacce (“E' vietato intasare colla carta igienica. Chi verrà sorpreso, verrà severamente punito”). “In che modo verranno sorpresi gli intasatori? - si chiede angosciato Castelli - C'è una telecamera nella toilette? E quali saranno le severe punizioni?”. Il padrone di casa rimpiange però di non possedere un esemplare formidabile sfuggito alle sue grinfie. So  tratta di un cartello che, a quanto sembra, recitava testualmente: “Si prega i signori clienti di non fare i maiali, se la toilette è occupata di aspettare e astenersi e non urinare sulle saracinesche dei negozi e non farsi i loro porci comodi, grazie” e non è stato sottratto “perché sorvegliato a vista dal proprietario di un bar in piazza Baiamonti a Milano”. La raccolta di cartelli da cesso è - giustamente - utilizzata per decorare le pareti del bagno. Un tocco di classe la nobilita: un avviso della Giunta Municipale di Milano, datato 16 febbraio 1862, che invita la cittadinanza ad astenersi da “un'abitudine sconvenevole, che la civiltà vuole interamente cessata: quella dell'illecito scompisciamento, universalmente riprovato ma non ancor tolto, malgrado la frequenza dei pubblici orinatoj”.



Per procurarsi molti degli strani oggetti che fanno bella mostra in casa sua, Castelli non ha esitato a rovistare nelle discariche dell'immondizia. “La spazzatura può riservare incredibili sorpresa: - conferma - possiedo un apparecchio distributore di biscotti e caramelle ritrovato insieme al disegnatore Daniele Fagarazzi (altro noto pattumierofilo) in una discarica presso via Palmanova a Milano”. Ma c'è di peggio: vediamo una targa pubblicitaria della Coca Cola che reca la scritta in greco “Pinete Coca Cola pagomeni” (cioè, “Bevete Coca Cola ghiacciata”). Ecco la storia dell'oggetto come la racconta lo Zio Alfy: “La faccenda è andata così. La città più sporca di tutta la Grecia (paese già di per sé non noto per la sua immacolata pulizia) è Ioannina; il luogo più sporco di tutta Ioannina è il mercato. Il luogo più sudicio del mercato sono le latrine (in questo caso il termine ‘latrine’ è un eufemismo). Il punto più lurido delle latrine è un bidone in cui, in assenza di fogne, viene gettata la carta igienica. Ebbene, chi osservasse la targa con attenzione vi scoprirebbe due fori: vi passava un filo di ferro che fungeva da manico e permetteva di utilizzarla come coperchio del bidone di cui sopra. Offrii al sorvegliante dei bagni di riscattare quell' oggetto degradato a un'impiego tanto umiliante per la somma di 300 dracme (3000 lire o giù di lì); credo che questi racconti ancora l'avvenimento ai nipotini. Rischiai di essere ripudiato dagli amici che avevano assistito alla transazione, dopodiché, prima di affrontare l'opera di pulitura, procedetti a una prima disinfestazione piazzando la targa in mare, nascosta sotto un sasso, per una settimana”.



Castelli è innamorato degli oggetti. Lo attraggono perché stimolano la fantasia e perché ognuno di essi ha una storia da raccontare. “Raccolgo ciò che al momento mi affascina - spiega lo sceneggiatore - ogni tanto rivoluziono tutta la casa, metto via (e spesso regalo) un po' di cose, ne tiro fuori altre che ora, magari, si trovano in cantina. Lo spazio è tiranno: possedevo un juke-box Anni Sessanta che ho dato in affidamento a un amico in modo di poterlo andare a salutare di tanto in tanto; lo stesso vale per un contrabbasso mostruosamente ingombrante”. Anche se continua ad accumulare materiale, Castelli non sembra interessato al suo valore. “So benissimo - confessa - che se avessi risparmiato tutti i soldi che ho speso in sciocchezze ora sarei ricco; ma incoscientemente sono contento così. Comunque, gli oggetti che ha in casa, computer a parte, valgono tutti pochissimo”.


Già, il computer: proprio come Martin Mystére, Castelli ne è un cultore. Ne possiede un'intera squadra, a partire da un Amiga 500 Plus che gli serve per verificare le varie fasi di progettazione del “Martin Mystère Game” attualmente in realizzazione presso la CTO. Poi c'è un apparecchio CDTV della Commodore (funziona con CD interattivi, sonori e a immagini, e lo sceneggiatore dice di apprezzarne particolarmente l'atlante elettronico World Vista). Sopra al CDTV c'è un videoregistratore Hitachi multistandard, interfacciato con il computer MacIntosh (quello di Mystére, naturalmente) in modo che sia possibile “catturare” qualunque immagine registrata su nastro o trasmessa via etere, ed elaborarla con vari programmi grafici. Tra il CDTV e il MacIntosh, troviamo una centralina telefonica completa di segreteria e fax. “Al fax - spiega Castelli orgogliosissimo - si può accedere anche tramite computer, grazie a un programma e a un hardware chiamato Hypertel”. A destra del MacIntosh, un hard disk supplementare, un'unità cartucce Mass, e un lettore CD ROM in cui è sistemata l'enciclopedia Grolier (30 volumi in un solo disco). La stampante è una Deskwriter C a getto d'inchiostro, 300 punti di risoluzione e ottima stampa a colori. Non manca, ovviamente, uno scanner: si tratta di un HP ScanJet IIC a milioni di colori. 



E' incredibile (quasi al limite di quell'Impossibile su cui indaga Martin Mystère) come tutto questo (e molto altro) sia contenuto in un appartamento che non supera i cento metri quadri di superficie. Forse, l'iscrizione da apporre sulla facciata, anziché quella scelta da Rossini potrebbe essere quella fatta apporre dall'Ariosto sulla sua dimora ferrarese: “Parva, sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non sordida: parte meo sed tamen aere domus”. Cioè: piccola, ma adatta a me, e non soggetta a nessuno; decorosa e comprata con denaro mio. Diversamente da Martin Mystère, questa volta, che è in affitto.


lunedì 2 luglio 2012

CUZCO

E’ in edicola lo Zagor n° 564, intitolato “Cuzco”, sceneggiato dal sottoscritto e illustrato da Giuseppe Prisco. Ho già presentato le due puntate precedenti, intitolate rispettivamente “La mummia delle Ande” e “Sulle tracce di Dexter Green”. Questo terzo capitolo chiude una delle sottotrame in corso (quella legata al bieco don Cristobal Torres) e porta avanti le altre due, vale a dire la caccia all’archeologo che ha tradito lo Spirito con la Scure e che intende cercare le armi di Atlantide, e il rapimento della bella Soledad, la figlia della curandera Mama Jacinta, da parte dello spietato avventuriero Barranco. La narrazione giunge quasi in dirittura d’arrivo, perché nell’albo del prossimo mese, intitolato “La città sulla cordigliera”, la storia arriverà a conclusione dopo una cinquantina di pagine, permettendo l’inizio di un nuovo racconto che segnerà l’atteso ritorno di Gallieno Ferri


Una lettrice, quella che per prima mi ha fatto avere il suo commento, mi ha detto di aver avuto l’impressione che io ci sia stato, in Perù. No, non ci sono mai stato, ma ci andrò (così come, prima o poi, andrò in Patagonia), però ho letto tanto e ho visto tante foto e tanti filmati. Prisco è stato bravissimo a ricostruire scenari e tipologie umane. Il buffo è che si è trovato a dover disegnare le strade di Cuzco avendo in casa una collaboratrice domestica originaria proprio di quella città, che sgranava gli occhi riconoscendo la Plaza de Armas (foto sopra) o la fortezza di Sacsayhuaman (foto sotto).




Ho citato poco sopra il nome di Mama Jacinta. Si tratta di un personaggio che mi è venuto spontaneo inventare perché se c’è una cosa tipica delle culture andine è la figura della curandera. Se avessi mandato Zagor in Perù senza fargli incontrare una curandera, mi sarebbe sembrato di scrivere una storia come se il nostro eroe, girando per Darkwood, non incontrasse neppure un trapper. Perciò, documentarmi sulle curandere è stata la prima cosa che ho fatto. Una rapida ricerca in libreria mi ha permesso di scoprire i libri di Hernàn Huarache Mamani, in particolare quello intitolato “La profezia della curandera”. Mamani, indio quechua (proprio come Mama Jacinta) è l’ultimo erede di una stirpe di curanderos andini, allievo di un maestro depositario di antichi segreti del popolo inca. Leggendo i suoi scritti (che ho divorato, ma con il mio atteggiamento laico di sempre), ho appreso un po’ di cose sul culto della Pacha Mama (la madre terra) e sullo sciamanesimo femminile, in sintonia con l’anima del mondo. E’ stato Mamani a farmi capire che la mia Shyer poteva benissimo ricollegarsi a questo tipo di mistica, e che ci poteva essere un legame con il mito delle Amazzoni (che volevo affrontare in un’altra storia). Così, ho scritto “La progenie del male”, primo pezzo di un mosaico che a me sembrava, in prospettiva, molto affascinante. 

Riprendo dunque in mano Shyer e creo Mama Jacinta, e che cosa scopro? Che ci sono alcuni lettori che, anziché pensare a Hernàm Huarache Mamani, pensano che mi sia rifatto alla saga di Matrix e a quella di He-Man. Il che, peraltro, sarebbe cosa del tutto lecita: Nolitta si rifaceva ai B-movies degli anni Cinquanta, per creare i suoi mostri tolti di peso da film come “L’uomo lupo” o “La creatura della Laguna Nera”, oppure citava Virus e Brick Bradford nel dare vita a Hellingen e a Titan. Il suo esempio insegna appunto a ricevere e a ritrasmettere qualunque suggestione, rielaborandola. Dunque, se io avessi attinto qualcosa da Matrix non ci sarebbe stato niente di male, anzi, avrei seguito la lezione nolittiana. Solo che non è andata così. A Matrix non ci ho neppure pensato, e He-Man non l’avevo nemmeno sentito rammentare prima che qualcuno me ne citasse il nome.

 


Vediamo, in dettaglio, in che cosa Mama Jacinta potrebbe ricordare l’Oracolo di Matrix (nel fotogramma sopra). Così scrive un lettore a proposito: «Oltre ad una vaga somiglianza (provate a immaginare Mama Jacinta con il sombrero in testa), entrambe rappresentano un’anziana e gentile signora di colore che possiede il dono della chiaroveggenza con la quale consiglia e guida gli umani. In questo già le assonanze sono tante, ma se poi vogliamo entrare nello specifico del film Matrix e del mondo zagoriano, possiamo scoprire altre cose in comune. Dove si può scoprire come li famoso Oracolo abbia delle similitudini anche con Shyer. L’Oracolo è colei che spiega a Neo la natura dell’Universo. Ella rappresenta, la Madre Natura. L'Oracolo è la Madre Interiore collegata ai misteri della creazione e degli universi, è la Guida. Ella è la Grande Madre Natura (quella stessa forza discende nel piano fisico e si deposita nell'uomo). Ecco perché sa del vento, degli uccelli, degli alberi e di tutte le forme di vita, e lo induce a cercare colui che gli fabbricherà le chiavi per raggiungere la Sorgente, (anche Dexter Green cerca le chiavi della Conoscenza che aprirà la porta ai segreti della scienza di Atlantide). Per non parlare poi di Matrice che rappresenta le macchine nell'albo la Progenie del Male, lo stesso Matrix in italiano significa Matrice».



Trovo tutto molto interessante, ma nel fatto che sul fondo dell'Abisso Verde si citi una "matrice", se c'è stato un rimando a "Matrix" è stato un rimando involontario, forse solo perché certe parole "emozionano" o "fanno scena" più di altre, o più di altre ce le abbiamo nelle orecchie. "Matrice" è una parola italiana di uso abbastanza comune (soprattutto là dove si stampa qualcosa). E' un vocabolo che "suona" bene, sa di magia e di tecnologia al tempo stesso, è insieme antico e moderno, e non credo che non si possa più usare solo perché ha dato, in inglese, il titolo a un film. Film, peraltro, che io ho visto una volta sola e solo nella sua prima puntata (non ho visto i sequel), e non ricordo nessuna vecchia curandera che vi compaia. Se ci sono delle somiglianze tra l'Oracolo con Mama Jacinta è solo perché sia io che gli autori di Matrix ci siamo, evidentemente, rifatti a un archetipo eterno, quello dello sciamanesimo femminile. Anche in questo caso, le curandere esistevano prima di Matrix, non è che le hanno inventate gli autori del film. Dunque non è che siccome su Matrix compare una curandera, allora su Zagor non ne può più comparire una. Ci mancherebbe altro, no? Se c'è qualcuno che deve fare una profezia o rivelare misteri arcani, viene spontaneo pensare a una vecchia strega. Il futuro lo leggono le fattucchiere, in Matrix come su Zagor. Circa l'aspetto di Mama Jacinta, io ho digitato "curandera" su Google Immagini, sono venute fuori delle immagini, le ho proposte a Prisco e Prisco ne ha scelta una (quella che vedete sopra). Matrix non l'abbiamo neppure preso in considerazione. Come ho detto, la fonte principale di ispirazione circa Mama Jacinta sono i libri di Hernán Huarache Mamani: i poteri che ha la nostra Jacinta sono quelli di cui parla lo scrittore, e anche la storia del fulmine è presa da lì (e non da Matrix).  In pratica: esistono certi miti, certe filosofie, certe credenze, certe tradizioni, certe leggende, certe realtà a cui sia io, che gli autori di Matrix, per vie diverse e in tempi differenti ci siamo ispirati, come se avessimo attinto acqua alla stessa pozza. 

Il collegamento con He-Man fa capire ancora meglio come possa funzionare questo meccanismo. Il lettore notava la somiglianza, sia nel nome che nell’aspetto, tra Shyer e un personaggio femminile della saga, chiamato Sharella. Ora, il nome Shyer deriva da una parola inglese che significa “ombrosa”: mi è parso musicale e l’ho adottato. Sharella non ho idea di che cosa significhi, immagino che anche questo nome sia sembrato eufonico ai suoi autori. Riguardo all’aspetto, quello di Shyer l’ha inventato Gallieno Ferri nel 2001 quando si è trovato a illustrare “Darkwood Anno Zero”: può essere credibile che Ferri abbia guardato i personaggi della saga di He-Man? Figuriamoci: Gallieno si è semplicemente rifatto ai suoi punti di riferimento classici che sono i disegni di maestri come Alex Raymond. Raymond, dal canto suo, con le sue eroine del pianeta Mongo, ha ispirato centinaia di artisti, fra cui, evidentemente, i creatori di Sharella, chiunque essi siano. Per finire, vorrei tranquillizzare tutti quelli che, turbati dalle profezie dell’innocua Mama Jacinta (che davvero non fa niente di speciale) credono, non so perché, che Zagor si stia per trasformare in un supereroe o in un essere semidivino. Più sotto, dopo aver ammirato la Shyer di Massimo Pesce,  potete vedere un po' di figure femminili disegnate da Raymond: si capisce benissimo che sono donnine come queste a essere alla base di Shyer (e di Sharella, probabilmente, ma in modo automomo e indiretto).



Mi permetto comunque di far notare come in "Magia senza tempo" Nolitta trasforma Zagor in un eroe mistico e magico, al servizio di divinità trascendenti e incarnazione di una profezia, vestendo i panni del predestinato. Io non ho osato fare niente del genere. Ribadisco il concetto: Zagor non è un predestinato, ma le profezie che lo riguardano si limitano ad anticipare quel che accadrà e che sarebbe comunque accaduto, non perché scritto nel destino (che non esiste) ma solo perché letto in una dimensione dove il tempo non esiste e tutti i momenti sono contemporanei e presenti. Zagor non ha superpoteri. Shyer non ha preso il posto di Wandering Fitzy, ha solo "completato" il suo insegnamento con un po' di misticismo indiano (che Zagor deve pur aver appreso, se si presenta ai pellerossa come inviato di Manito). Faccio presente anche che sul numero 400 compare un'altra strega come Shyer, inventata da Boselli, Lyla: a Boselli però nessuno ne ha mai contestato l'uso (che io ricordi). C'è evidentemente un culto sciamanico femminile che ricorre su Zagor (l'idea è attinta dalla stessa pozza dei miti da cui attingono tutti gli autori). Per finire, Zagor non diventerà un supereoe, non si rivelerà essere un figlio di Atlantide, non cambieremo l'ortodossia nolittiana. Spero di aver tranquillizzato tutti!


       



venerdì 29 giugno 2012

ARTICOLO PER ALDA MERINI




E’ un po’ che non parliamo di poesia, benché abbia minacciato più volte di volerlo fare. Fermi tutti, non scappate. Lo so che, per colpa della scuola, soltanto a sentir dire la parola “poesia”, l’istinto è quello di darsela a gambe. Però, dài, mi sembra che almeno qui, su questo blog, l’argomento sia sempre stato trattato in modo accattivante (almeno, me ne illudo). Una degli articoli più belli che ricordo di aver scritto, del resto, è proprio quello sul “Gelsomino notturno” del Pascoli, che secondo me fareste bene ad andare a leggere, se non l'avete ancora fatto. Comunque sia, mi è venuta voglia di parlare di poesia perché per caso ho messo un CD nello stereo, ed era “Canzoni e cicogne” di Roberto Vecchioni: un doppio album live. Tra i brani, ce ne sono addirittura due dedicati ad altrettanti poeti (ma già sapete che per me è un poeta anche lui, il cantautore), vale a dire “A.R.” (iniziali di Arthur Rimbaud) e “Canzone per Alda Merini”.


 


Addirittura, durante il concerto registrato nel disco, Vecchioni canta il suo pezzo e poi dice: “Signori, Alda Merini”. Al che l’anziana poetessa compare sul palco e legge due sue poesie. Applausi a scena aperta, perché le poesie, secondo me, sono fatte per essere ascoltate, prima che per essere lette. E se sono recitate bene, entrano nel cuore a tutti, anche a quelli che dopo l’inizio di questo articolo volevano scappare. Facciamo che di Rimbaud ne parliamo un’altra volta e adesso provo a dire qualcosa sulla Merini. Per “qualcosa” intendo quel poco che concedono i miei limiti, ma soprattutto quello che di lei tanto mi è piaciuto. Giusto per inquadrare cronologicamente il personaggio, basterà dire che la poetessa è nata a Milano nel 1931 (il 21 marzo, per la precisione, vale a dire lo stesso giorno di Gallieno Ferri, quello che segna l’inizio della primavera), e sempre a Milano è morta nel novembre del 2009. Magari però che la storia della sua vita ve la leggete su Wikipedia.

Settantotto anni di esistenza, dunque, cui molti passati in manicomio, alcuni accanto a Giorgio Manganelli, altri insieme a vari compagni che hanno tutti lasciato un segno su di lei e sulla sua poesia, oltre che ad averle dato diversi figli. La sua autobiografia si intitola "Reato di vita", ed è edita da Melusine. Nell'introduzione, la Merini ci viene descritta così: "Non ha telefono, Alda Merini, per trovarla bisogna fare una sorta di pellegrinaggio nei mille possibili luoghi sui Navigli che poeticamente abita col sui quotidiano errabondare tra vecchie librerie, fumose osterie, botteghe di artisti, cenciaioli, accattoni". La Merini è, probabilmente, la più grande poetessa italiana del Novecento, ma difficilmente la si studia a scuola. I programmi scolastici, del resto, sembrano pensati apposta per far odiare la poesia. E la letteratura in generale.

Ecco l'idea della Merini sulla Poesia. Attenzione: quelli che seguono sono dei versi, ma molto belli, e molto brevi. Cercate di leggerli senza scappare. Anche nel caso più disgraziato, male non vi faranno. Di contro, potrebbero piacervi. O farvi del bene. Magari torneremo a parlare del bene che può fare la poesia, se me lo ricorderete.

O poesia, non venirmi addosso
sei come una montagna pesante
mi schiacci come un moscerino;
poesia non schiacciarmi
l'insetto è alacre e insonne
scalpita dentro la rete
poesia, ho tanta paura,
non saltarmi addosso, ti prego.

(Da "Poesie per Charles")


Su  "Reato di vita",si legge questo brano: "Io sono vissuta in un'altra epoca, quando si educava una donna a essere una madre, una moglie. D'Annunzio disse: 'la mano che regge la culla, è la mano che regge il mondo'. Credo che per ogni donna il fine erotico dell'amore è sempre il figlio. Non è una donazione sterile, è la passione corporea che però diventa materia, diventa possibilità di un figlio. Ci sono diversi tempi nell'amore, nella passione, ma la richiesta è quella di un figlio. Poi nasce la difficoltà, la divisione stressante in madre e amante così come quella del marito in padre". Ecco, queste parole mi sembrano il miglior corollario possibile a un’altra sua breve poesia che mi va di proporvi. E' meravigliosa, secondo me. Si intitola "Genesi" . E’ proprio una delle due che l’autrice legge al concerto di Vecchioni pubblicato su "Canzoni e cicogne".


Vorrei un figlio da te che sia una spada
lucente, come un grido di alta grazia,
che sia pietra, che sia novello Adamo,
lievito del mio sangue e che risolva
più quietamente questa nostra sete.

Ah, se t'amo, lo grido ad ogni vento
gemmando fiori da ogni stanco ramo
e fiorita son tutta e d'ogni velo
vo scerpando il mio lutto
perché genesi sei della mia carne.
Ma il mio cuore, trafitto dall'amore
ha il desiderio di mondarsi vivo.

E perciò dammi un figlio delicato,
un bellissimo, vergine viticcio
da allacciare al mio tronco, e tu, possente
olmo, tu padre ricco d'ogni forza pura
mieterai liete ombre alle mie luci.

(da"Fiore di Poesia", Einaudi Tascabili)

Alda Merini è stata ricoverata per anni in manicomio perché stava male, soffriva di sindrome bipolare, la stessa patologia che ha afflitto altri grandi della letteratura, come Virginia Woolf, Charles Baudelaire o Lord Byron. La poetessa ha sempre detto di non essersi sentita perseguitata, e le si deve credere. Semmai si lamentava che  i medici non le spiegassero meglio cosa le stava accadendo. Comunque bisognerebbe prima intendersi su che cosa sia una patologia e capire quali patologie si possono curare con il ricovero in una clinica psichiatrica e quali no. Per alcuni è una patologia l'ansia di libertà. Sotto tutti i regimi lo è, i manicomi degli stati totalitari sono pieni di pazzi che sono pazzi soltanto perché combattono il dittatore di turno. Per altri è patologia l'omosessualità. Per altri ancora, è pazzia l'arte. La Merini ha vissuto a lungo in povertà, prima che, nei suoi ultimi anni, un certo successo mediatico la risollevasse dallo stato di bisogno. Tra i suoi amori, va ricordato il pittore Charles, uno degli uomini che nel corso della sua vita ha amato disperatamente e perdutamente. Ecco una poesia per Charles: "Il canto dello sposo".

Forse tu hai dentro il tuo corpo
un seme di grande ragione,
ma le tue labbra gaudenti
che sanno di tanta ironia
hanno morso più baci
di quanto ne voglia il Signore
come si morde una mela
al colmo della pienezza.
E le tue mani roventi
nude, di maschio deciso
hanno dato più abbracci
di quanto ne valga una messe,
eppure il mio cuore ti canta,
o sposo novello
eppure in me è la sorpresa
di averti accanto a morire
dopo che un fiume di vita
ti ha spinto all'argine pieno.


(da "Vuoto d'amore", Einaudi, p. 60)

Sono molte le poesie straordinarie scritte dalla Merini per Charles. Un’altra che giudico stupenda è quella parla dei rumori dell'amore. Fatemela copiare, dopodiché potete andarvene, ve lo concedo.

La casa non geme più
sotto lo scricchiolio dei tuoi passi,
la casa non geme più
e datemi dei rumori
dei rumori pesanti
datemi i rumori di Charles;
datemi il suo pensiero
e il suo lento fuggire.
Ridatemi i rumori
della sua carne perfetta.


mercoledì 27 giugno 2012

METTI UNA SERA DOPOCENA


Ecco il primo articolo di questo blog la cui pubblicazione è stata annunciata con un tweet. Cioè, con uno di quei messaggi di soli 140 caratteri, spazi compresi, che si scrivono su Twitter, dove alla fine anch’io sono incoscientemente approdato. Incoscientemente, dico, in quanto non sapevo di che cosa si trattasse prima di arrivarci (e per adesso ci ho capito poco). Se l’ho fatto, è soltanto perché un amico (posso farne anche il nome, e il cognome: Diego Paolucci, sceneggiatore di Zagor oltre che intraprendente uomo Mondadori) mi ha assicurato che sarebbe stato per me facilissimo gestire il secondo “coso” nello stesso tempo in cui avrei gestito il primo. “Basta collegare Twitter a Facebook, e quando scrivi una messaggio su Facebook, ti compare anche su Twitter”. E io, scettico: “Ma non c’è l’obbligo dei 140 caratteri?”. “Sì, ma, se sono di più, su Twitter compare un link che permettere di leggere il seguito su Facebook”. Dunque, mi cimento  nell’impresa, convinto che per Zagor, per la Bonelli e per i fumetti si debba tentare anche questo (è uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare). 

Insomma, per farla lunga, collego Twitter a Facebook. Risutato: se scrivo un tweet, va sul “coso”. Ma se scrivo sul “coso”, non va su Twitter. Chiedo aiuto. Mi rispondono Patrizia Mandanici e Marco Grasso, super esperti di computer. Prova così, prova cosà, mi dicono. Provo così e provo cosà, ma non ottengo una beata mazza. Non succede niente, come se avessi parlato al muro, invece di dare istruzioni a un computer. Da Twitter vado su Facebook, ma da Facebook non vado su Twitter. Allora cerco in rete, chiedo su Google, vago da un sito all’altro, tento e ritento, mi si pianta il computer, il programma non risponde, il caldo me lo fa spegnere, mi stremo. Sto per rinunciare, convinto che, come dice la TV, ci sia un’app per tutto, ma a me non ne funziona una per cui vai a(pp) pigliarlo in quel posto, quando, alla fine, l’ultimo clic che provo apre una finestra insperata che innesca una reazione a catena che risolve il caso. Il collegamento funziona anche nell’altro senso! Se scrivo su Facebook, vado anche su Twitter. Evviva, evviva, evviva. Non so come ho fatto e se mi si scollegasse tutto non saprei farlo ripartire, ma per ora funziona, finché regge. Risultato: almeno tre ore perse, che se avessi invece di incaponirmi con i “cosi” avessi scritto Zagor mi si sarei pagato quantomeno il pieno, l’autostrada e il pranzo all’autogrill.  Però, vuoi mettere la soddisfazione? Adesso posso dirvi che, se volete, potete seguirmi anche su questo indirizzo Twitter: @Morenozagor.

Bene, direte voi, “dunque hai annunciato questo articolo su Twitter, per la prima volta. Ma di che ci parlerai?”. Tanto per cambiare, di libri. Mi riallaccio a tutto quel che ho scritto, più o meno un mese fa, sulla bellezza di leggere a letto prima di addormentarsi, dopocena o a notte fonda, e dunque ecco le recensioni dei libri che ho letto a letto nel mese di maggio di questo 2012.





PYONGYANG 
di Guy Delisle
Fusi Orari, 2006

Proprio dopo aver visto in fumetteria il nuovo libro di Delisle, "Cronache di Gerusalemme", mi sono deciso a tirar fuori dallo scaffale un volume precedente da troppo tempo in lista di attesa, per capire se fosse o non fosse il caso di acquistare la novità. Così, ho iniziato a seguire l'autore nel suo viaggio a Pyongyang, la capitale della Corea del Nord, il paese più isolato del mondo, un luogo davvero ai confini della realtà. Delisle ha vissuto (praticamente guardato a vista) nella città coreana per due mesi, dovendo controllare la lavorazione di una serie di cartoni animati francese affidata agli intercalatori locali, lavoratori particolarmente a basso costo. Gli stranieri sono ammessi con il contagocce dal regime, vengono alloggiati tutti in due o tre alberghi da cui non possono uscire se non sotto scorta. Da questa esperienza, l'autore ha tratto un reportage a tratti esilarante, a tratti drammatico. E' incredibile il grado di alienazione in cui una dittatura (in questo caso, comunista) possa ridurre milioni di persone, costrette a vivere in funzione dello stato e nel culto del "caro leader", la cui immagine campeggia dovunque come l'occhio del Grande Fratello. E se qualcuno non ne spolvera l'icona in cornice obbligatoriamente posta in casa propria, può essere denunciato dal vicino e deportato con tutta la famiglia in un campo di lavoro. Spero proprio che Karl Marx avesse in mente ben altro. Ai nord coreani il regime fa credere che le opere del fondatore dello stato, Kim Il-Sung, vengono studiate nelle università di tutto il mondo e che stanno facendo proseliti in vista del trionfo planetario della sua ideologia. Scrive Delisle (pagina 74): "C'è una domanda che vorrebbero fare tutti gli stranieri che visitano questo paese, una domanda che ci guardiamo bene dal fare a voce alta, una domanda che alla fine ci rivolgiamo in silenzio da soli: ma ci credono veramente a tutte queste stronzate che cercano di propinargli?". Fra le stronzate c'è la convinzione che gli abitanti della Corea del Sud vorrebbero tutti riunirsi entusiasticamente a quelli del Nord e che sono gli Stati Uniti a impedirglielo con la forza. Intanto, a Pyongyang la notte non c'è luce (salvo che quella che illumina la statua del dittatore), nei negozi non c'è merce, nelle autostrade non circolano le macchine, ma l'esercito è potentissimo e si testano continuamente nuovi missili in grado di colpire il Giappone. Un libro divertente ed inquietante che dimostra una volta di più come il fumetto possa servire a raccontare qualunque cosa, anche a fare reportage giornalistici. Ovviamente, mi procurerò prima possibile il volume di Delisle su Israele.




LA POSIZIONE DELLA MISSIONARIA
TEORIA E PRATICA DI MADRE TERESA
di Christopher Hitchens 

Minimun Fax, II edizione riveduta e ampliata, 2003

Spero di riuscire a parlare di questo libro senza scatenare travasi di bile soltanto nell'accennare all'argomento, e assicuro che lo farò senza sposare la tesi dell'autore, ma soltanto per illustrarla, per far sapere che esiste, poi ognuno giudicherà da sé. Io, personalmente, dubito delle "icone" così come dubito di Hitchens, per cui non ho problemi ad affiancare al "santino" ufficiale di Madre Teresa il parere opposto di un testimone che l'ha conosciuta di persona e che, soprattutto, ne ha studiato il "fenomeno" (un parere espresso, va detto, in modo mai sguaiato o volgare e sempre sorretto quanto meno da un ragionamento logico e lineare, anche se non sempre esercitato su circostanze davvero clamorose). Questa premessa va fatta, dato che qualcuno ha reagito commentando così: "Se esiste un inferno, Hitchens ci andrà per questo libro. E anche i suoi editori". Peraltro, trovo più grave la seconda delle due maledizioni (anche se chi crede all'inferno dovrebbe sapere che è soltanto Dio a decidere chi ci debba finire e non ci si può arrogare il diritto di stabilirlo in vece sua).

Ho già parlato di Hitchens recensendo il libro "Processo a Dio", scritto con Tony Blair, e in quell'occasione ho citato anche il suo saggio "Dio non è grande", ricordando anche come il celebre giornalista e polemista inglese sia da poco scomparso (per cui il suo destino oltretombale, qualunque sia stato, si è già compiuto). Va anche detto, preliminarmente, che Hitchens ha esercitato la sua vena iconoclasta anche con un libro su Lady Diana e dunque non sia nuovo nella pratica di mettere in crisi i ritratti preconfezionati delle icone venerate praticamente da tutti. Prima di leggere "La posizione della missionaria", non avrei mai creduto che si potesse scrivere qualcosa del genere su un personaggio come Madre Teresa, da tutti portato in palmo di mano (in effetti, un po' troppo portato e un po' troppo da tutti). E appunto per questo ho comprato il libro e l'ho letto nel giro di poche ore, per cercare di capire che cosa potesse contenere.

Devo dire che, in realtà, un paio di avvisaglie sul fatto che perfino sull'operato di Madre Teresa si potessero esprimere delle riserve, l'avevo già avuto. Pochi settimane fa, sempre in questo spazio, ho citato il libro-intervista a Paolo Villaggio "Non mi fido dei santi", in cui il comico genovese ricorda un suo soggiorno in Algeria per le riprese di "Brancaleone", e dice: "Nella località dove era stato allestito il set, un giorno incontro una signora belga che stava attraversando il deserto in pullman. Era stata l'assistente di Albert Schweitzer, quel medico che fece il famoso ospedale a Lambarenè, in Gabon. Io, incuriosito da questo personaggio molto famoso le chiedo: 'Com'era lui?'. Risposta: 'Non lo dica in giro, ma Schweitzer era cattivissimo'. Ma ne racconto un'altra. Vado a Calcutta con mia moglie. Il console onorario italiano ci porta, su mia richiesta, a vedere l'ospedale di Madre Teresa. Durante questa visita, dove tutto è ordinato e pulito, chiedo a suor Angela, una italiana che ci fa vedere il lebbrosario: 'Mi dica la verità, com'è Madre Teresa?'. La suora si guarda attorno e sottovoce mi dice: 'La verità? Una carogna!'. Madre Teresa ha ottenuto una delle più rapide beatificazioni mai viste. Non mi fido dei santi". Sul caratteraccio di Madre Teresa esistono comunque altre testimonianze (ma certo sono tanti i santi dai modi bruschi e magari qualcuno avrà pure avuto ragione). La seconda avvisaglia: in TV, comunque, qualche giorno fa, ho visto un documentario (realizzato da Roberto Giacobbo) in cui si accennava alla lunga crisi di fede della religiosa confidata al padre spirituale e di cui si è saputo di recente, grazie alla pubblicazione delle sue lettere. Madre Teresa, pare, era disperata di fronte al silenzio di Dio, al fatto che non riusciva più a sentirlo. Lavorava ugualmente esortando gli ammalati ad avere fede, ma lei questa fede non l'aveva più. La si può capire: di fronte al dolore non è facile convincersi che lassù qualcuno ci ama, e anche i deportati di Auschwitz si chiedevano dove fosse Dio in quel momento.

Chiusa la parentesi, torniamo a Hitchens. Abbiamo accennato al rapidissimo processo di beatificazione di Madre Teresa. Ecco, il giornalista inglese vi ha preso parte. E' stato infatti convocato dal Vaticano per fare, in qualche modo, l' "avvocato del diavolo" e testimoniare contro la candidata agli altari. Il che dimostra come sia legittimo anche in questi casi, e anzi, soprattutto in questi casi, cercare di appurare la fondatezza delle voci contrarie alla canonizzazione. Dunque, proprio la Chiesa ha ritenuto Hitchens un testimone abbastanza attendibile da mettere a verbale la sua testimonianza, avendo il polemista conosciuto personalmente la futura santa e realizzato su di lei un documentario, oltre che scritto molti articoli, riassunti poi ne "La posizione della missionaria", i cui argomenti sono basati sul proposito dell'autore di voler giudicare Madre Teresa dai fatti e non sulla base dell'immagine propagandata acriticamente dai media. Quali sono, in buona sostanza, le accuse di Hitchens? La principale è quella di non voler lenire il dolore o sconfiggere la povertà, ma soltanto voler convincere i malati e i poveri a sopportare la loro condizione in nome di un fondamentalismo cattolico ultraconservatore. Negli ospedali di Madre Teresa sarebbero banditi macchinari e strutture mediche moderne, analgesici e terapia del dolore e perfino i letti comodi, al punto che interi edifici avuti in donazione sono stati spogliati delle suppellettili (gettate per strada a partire dal linoleum, con meraviglia di tutti) per puro disprezzo di ogni parvenza di comodità, scambiata per "lusso". Alcune suore che avevano fatto della conserva con i pomodori ricevuti in dono furono maltrattate perché bisognava aver fiducia nella Provvidenza e non mettere da parte niente per il futuro. In molti aneddoti (sempre rigorosamente documentati) si intravede in effetti un po' di fanatismo. Scrive il giornalista, facendo un esempio riguardante una struttura chiamata 'La Casa dei Moribondi': "Le entrate complessive di Madre Teresa bastano e avanzano per attrezzare svariati ambulatori di prim'ordine nel Bengala. La decisione di non farlo, e di gestire invece un centro improvvisato e inefficiente che rischierebbe denunce e proteste se fosse diretto da qualsiasi branca della professione medica, è deliberata. Lo scopo non è quello di dare un'onesta assistenza ai sofferenti, bensì di promulgare un culto basato sulla morte, la sofferenza e la sottomissione". Non sfugge all'analisi di Hitchens il discorso pronunciato dalla futura santa durante la cerimonia della consegna del Nobel per la Pace (l'autore, peraltro, si chiede che cosa, in effetti e praticamente, abbia fatto Madre Teresa per la pace): prendendo la parola, la religiosa paragonò lo sterminio per fame all'aborto, ritenendo anzi l'aborto e la contraccezione i principali mali del mondo. Dunque, colpevolizzando in primo luogo le donne che, spesso, ad abortire sono costrette dalla necessità (e lo fanno con dolore) e non rendendosi conto che una politica di controllo delle nascite limiterebbe di molto lo sterminio per fame.

Inoltre, è interessante l'analisi che Hitchens fa sui rapporti di Madre Teresa con dittatori, truffatori, criminali di mezzo mondo, tutti fotografati con lei e da cui lei mai avrebbe preso le distanze. Ovviamente, quando la religiosa è stata invitata a restituire ai legittimi proprietari donazioni avute in dono da gente che le ha dato denaro rubato, lei non lo ha fatto (e del resto, sulla sorte di milioni e milioni di dollari ricevuti in anni e anni di apostolato, non è mai stata fatta chiarezza e non si sa come i fondi vengano utilizzati). Così come colpisce la si disamina del giornalista su come la fama della futura santa sia stata costruita con un sapiente uso dei media, a partire dalla pubblicità data a dei miracoli che le sono stati attribuiti e che in realtà non sono mai avvenuti. Un'altra accusa è quella di non fornire un'assistenza umanitaria disinteressata, ma finalizzata al proselitismo, e ci sono anche testimonianze precise di battesimi impartiti in punto di morte su indù e musulmani, prendendo come un assenso la risposta "sì" data alla domanda: "vuoi andare in Paradiso?". Per finire, è significativo un aneddoto: un povero sta per morire straziato dal cancro, rantola e si contorce ripreso da una telecamera; Madre Teresa gli dice: "Stai soffrendo come Cristo sulla croce, sicuramente è Gesù che ti sta baciando". E il moribondo: "Allora, per favore, digli di smettere di baciarmi".





SWEET SALGARI
di Paolo Bacilieri 

Coconino Press, 2012

Si tratta di un graphic novel, dedicato "a Sergio Bonelli", iniziato nel 2009 (questa l'anno indicato dall'autore nella prima tavola) e concluso tre anni dopo. La prima cosa da dire che mi viene in mente è che il motivo per cui Bacilieri ha scritto e disegnato questo volume è lo stesso per cui io l'ho comprato prima ancora di leggere in suo nome in copertina, soltanto per il titolo e per l'illustrazione: l'amore verso Salgari, che evidentemente ci accomuna. E, alla fine, questa verità è risultata evidente nelle tavole, bellissime, che mostrano il momento in cui la notizia del suicidio del grande scrittore passa di bocca in bocca tra la gente, gli studenti, gli operai, le massaie, e tutti interrompono le loro attività per correre a vederne il corpo, composto in una camera ardente, e poi ne seguono il feretro, in un lunghissimo corteo commentato da Bacilieri con una citazione dal ciclo dei Caraibi, che finisce così: "Guarda lassù: il Corsaro Nero piange!". La biografia dell'uomo che ha fatto sognare intere generazioni di lettori è condotta dall'autore in un continuo alternarsi fra il presente narrativo (quello della preparazione e dell'esecuzione del tremendo seppuku con cui Salgari si sventrò, il 25 aprile 1911) e il passato, procedendo per episodi a sparsi, a partire dall'infanzia del protagonista. Non si tratta di una cronaca biografica esaustiva, ma fatta procedendo per "loci selecti", flash, suggestioni, spostamenti da una città all'altra, fino alla terribile lettera agli editori: "A voi che vi siete arricchiti colla mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria o anche più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna". Vi saluto spezzando la penna! Una frase degna di Sandokan. Bacilieri narratore e disegnatore è il grande di sempre.







CUORE DI TERRA
di Lorenzo Bartoli e Walter Venturi
Edizioni BD, 2011

Mi trovo abbastanza d'accordo con la recensione del sito Mangaforever. Potrei perciò cavarmela rimandandovi a quel commento.In realtà, chiacchierone e grafomane come sono, non riesco a trattenermi dall'aggiungere qualche annotazione personale.
1) Senza voler sminuire il resto, la parte più interessante è la postfazione di Faraci, scritta con il solito garbo e acume dal Tito nazionale, in cui si spiega come il progetto di "Cuore di Terra" non nasca da una idea primigenia dello sceneggiatore, ma dai disegni estemporanei di Venturi, che avrebbe buttato giù pagine di schizzi con un misterioso "indianino" e con le caratteristiche del suo mondo fantastico, senza avere neppure un canovaccio da seguire ma soltanto assecondando il suo istinto. Solo in seguito, Bartoli è intervenuto per dare un senso a quanto era stato già cominciato a illustrare. Mi si perdoni il riferimento personale, ma anch'io ho fatto qualcosa del genere quando ho realizzato con Lola Airaghi "Occhi di Cielo" (guarda caso, c'era sempre di mezzo uno scenario western), per scrivere un racconto che partiva da alcuni disegni di una sexy indianina realizzati da Lola e mostratami da Antonio Vianovi che mi disse: perché non provi a tirarci fuori una storia?
2) Il secondo motivo di interesse sono i deliziosi disegni di Walter Venturi, un autore talentuoso e versatile di cui andrebbe sfruttato il lato umoristico oltre che quello realistico-avventuroso, in cui lo abbiamo visto alla prova in ambito bonelliano.
3) La recensione di Mangaforever mi fa venire in mente che, forse, le difficoltà che io ho avuto nel seguire la vicenda, capire che cosa stesse succedendo, perché nel West ci fossero un fuoristrada e un cacciatore con un fucile futuribile, dipendono dal fatto che gli autori fanno riferimento a un tipo di narrazione manga-oriented della quale non possiedo i rudimenti.
4) Sono partito dal presupposto che si trattasse di un western, e in invece western non è, quanto piuttosto un fantasy-horror-umoristico ambientato in un mondo fantastico che solo per gioco ha una predominanza di scenari con i pellerossa - che si comportano però come ninja o samurai e combattono con tecniche di arti marziali, probabilmente ispirate ai combattimenti dei cartoni animati giapponesi: tenetene conto se cercare invece un buon, sano fumetto ambientato nel Lontano Ovest. Qui siamo, quanto a ispirazione e matrice, nel Lontano Est.
5) Fa sempre piacere, in ogni caso, leggere fumetti a colori fatti da italiani lasciati liberi di sbizzarrire la propria fantasia e le proprie inclinazioni: ben vengano altri volumi così!




ENDURANCE
di Luis Bustos
Planeta De Agostini, 2009

Si tratta di un graphic novel cartonato, 180 pagine in bianco e nero, che racconta a fumetti la storia della più famosa avventura di Ernest Shakleton. Una grande storia, va detto. Prima di parlare di questo volume, però, è il caso di ricordare che della nave "Endurance" stritolata dai ghiacci dell'Antartide nell'ottobre 1915 ho scritto un articolo sull'Almanacco dell'Avventura di due anni fa, recensendo il libro "Sud", scritto dallo stesso Shakleton e da poco ripubblicato in Italia dalla casa editrice Nutrimenti (libro che è, chiaramente, alla base dell'opera d Bustos). Il riassunto dei fatti che ho buttato giù nella mia recensione mi pare abbastanza accattivante da poter essere riproposto qui di seguito.
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Lo zoologo britannico Apsley Cherry-Gerrard, biologo di fiducia di Robert Falcon Scott, scrisse: “Per una spedizione scientifica e geografica, datemi Scott; per una puntata al polo e niente più, Amundsen. Ma se sono in un dannato guaio e voglio tirarmene fuori, allora datemi Shackleton”. Lo stesso concetto fu espresso da un altro esploratore dell’Antartide, il geografo Raymond Edward Priestley: “Quando siete nell'avversità e non intravedete via d'uscita, inginocchiatevi e pregate Dio che vi mandi Ernest Shackleton”. Se siete curiosi di saperne di più su questo leggendario personaggio, non vi resta che procurarvi il libro che egli stesso pubblicò in Inghilterra nel 1919: South. The story of Shackleton’s last expedition, uno dei capisaldi della diaristica d’esplorazione, ma anche un capolavoro della letteratura d’avventura. Infatti, non ci si può immergere in quelle pagine senza avere la sensazione di leggere un avvincente romanzo, mentre si tratta del racconto di fatti reali, di cui l’autore ci comunica la grande tensione emotiva. Tanto sono vere tutte le vicende che ci vengono narrate, da essere anche documentate da foto e filmati di straordinaria e drammatica bellezza. A bordo della nave Endurance, con cui nell’agosto 1914 gli esploratori salparono verso l’Antartide, c’era infatti anche l’australiano Frank Hurley, destinato a diventare uno dei più grandi fotografi di guerra e di viaggi. Con i suoi scatti e le sue riprese cinematografiche, Hurley ha fornito un eccezionale reportage della spedizione, da cui è nato un documentario di recente restaurato per una edizione in DVD del Brithis Film Institute. La Casa editrice Nutrimenti ha reso di nuovo disponibile sul mercato italiano il libro di Ernest Shackleton, ripubblicandolo con il titolo “Sud. La spedizione dell’Endurance”, corredato da molte foto. Nato in Irlanda nel 1874 da padre inglese, Shackleton abbandonò ben presto gli studi di medicina per imbarcarsi come mozzo su un mercantile. In breve, divenne prima nostromo e poi comandante. Nel 1900, si aggregò alla spedizione antartica della Discovery di Falcon Scott. Da quel momento in poi, dedicò all’esplorazione dell’Antartide tutta la sua vita e fu per ben tre anni l’uomo che si era avvicinato di più al Polo Sud, prima che nel 1911 Amundsen lo raggiungesse e Scott perdesse la vita nel tentativo. Shackleton progettò allora una spedizione scientifica che attraversasse tutto il continente più meridionale del mondo. Con una nave attrezzata per la navigazione tra i ghiacci, l’Endurance, e con ventisette uomini di equipaggio, l’esploratore si inoltrò nel mare di Weddell, a sud di Capo Horn, nel gennaio 1915. Le avverse condizioni meteorologiche e l’insolita solidità del pack estivo impedirono alla nave di raggiungere, com’era nei piani, la Terra di Coats, là dove avrebbero dovuto essere installati i quartieri invernali, punto di partenza per la traversata continentale prevista per l’estate successiva. L’Endurance rimase incastrata fra i ghiacci e fu costretta a svernare nella morsa del mare gelato. I sommovimenti del disgelo, in primavera, dopo una lunga deriva, stritolarono la nave nel mese di novembre. L’equipaggio, trainandosi dietro tre scialuppe di salvataggio, iniziò una durissima marcia sul pack in disfacimento. Shackleton riuscì a condurre i suoi uomini fino all’Isola dell’Elefante, all’estremità settentrionale della Terra di Graham, raggiunta nell’aprile 1916. Le probabilità di essere soccorsi in tempo erano nulle, perciò il comandante decise di partire con cinque uomini a bordo di una scialuppa per cercare aiuto nella Georgia del Sud, un’isola distante ottocento miglia marine. Quando, dopo quindici, terribili giorni di lotta contro l’Atlantico, i naufraghi riuscirono a raggiungere la meta, sbarcarono sul lato disabitato: furono necessari altri due giorni attraverso trenta miglia di montagne e ghiacciai inesplorati per arrivare a Stromness, una stazione di balenieri. I ventidue uomini rimasti sulla Elephant Island furono salvati il 30 agosto 1916. I naufraghi erano allo stremo, ma furono riportati a casa tutti vivi.
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Di tutto ciò, dà ragione anche Luis Bustos in "Endurance". Si potrebbe parlare di una puntuale trasposizione fumettistica del diario di Shakleton. Tuttavia, qualcosa di nuovo c'è: per esempio, si dà ampio spazio ai contrasti nati tra gli uomini dell'equipaggio e tra alcuni di loro e lo stesso comandante. Il modo con cui Shakleton, con il polso del vero leader, riesce a tenere unito il gruppo è ben evidenziato dal fumettista. Il capo, insomma, è visto dall'esterno e non dal suo stesso punto di vista, come capita in "Sud". I disegni, opera di un autore più versato per il fumetto umoristico, sono scarni, aspri, graffianti, essenziali ma efficaci, funzionali al tipo di racconto che parte nel modo giusto e procede con una narrazione costantemente avvincente. Certo, personalmente preferisco segni grafici più eleganti e misurati, ma ho trovato Bustos all'altezza della situazione e le sue tavole funzionali al racconto. La lettura è filata via intrigante e coinvolgente nonostante conoscessi tutta la storia per filo e per segno. Non a caso, tempo fa, ho proposto io stesso (prima di conoscere l'opera dell'autore spagnolo), un romanzo a fumetti Bonelli che raccontasse di Shakleton, ma per ora non ho trovato incoraggiamenti, forse proprio perché sono stato preceduto, chissà.






HO FREDDO
di Gianfranco Manfredi

Gargoyle Books, 2008. 


L'autore, ovviamente, è proprio lo stesso di Magico Vento e Volto Nascosto, giusto per dirlo subito e non tornarci su. Alla base del romanzo (un applauso al grafico della copertina) ci sono le lunghe ricerche condotte da Manfredi su alcuni casi di morti misteriose e di ancora più misteriosi risvegli (o presunti tali) nella tomba, davvero accaduti nella seconda metà del Settecento, l'epoca in cui sono ambientate le vicende narrate nel libro, nel Rhode Island. Protagonisti del lungo e complicato racconto, sono tre forti personaggi destinati a colpire il lettore: Valcour e Aline de Valmont, due gemelli, appassionati e antesignani ricercatori scientifici in campo medico, e il reverendo battista Jan Vos, indagatore a suo modo della fenomenologia post mortem e delle credenze che si ingenerano a questo proposito nella popolazione. La prima metà del romanzo è davvero strepitosa. Valcour e Aline (soprattutto il primo) studiano il decorso di una particolare forma di tubercolosi denominata "consunzione" e scoprono come sia questa malattia a provocare attacchi di follia che portano le vittime a desiderare di nutrirsi di sangue. Il fatto che si tratti di una malattia infettiva che si trasmette fra i membri di una stessa famiglia, fa pensare che il primo defunto "chiami" gli altri nella tomba. Sono diversi i casi esaminati e risolti dopo che i misteri si erano sommati ai misteri, scatenando superstizioni e reazioni irrazionali nelle comunità colpite dal susseguirsi di tragici eventi. La tensione della prima parte non regge poi fino alle ultime pagine, quando gli avvenimenti tendono a ripetersi oppure a disperdersi verso altre direzioni non tutte ugualmente avvincenti. Formidabili comunque la documentazione e la ricostruzione di epoche e ambienti. Senz'altro un libro da non perdere.






IL TROIO 5
L'IDEA FISSA
di Andrea Camerini
Edizioni del Vernacoliere, 2010

Le scritte di copertina "Tutto a colori" e "Contiene un sacco di roba inedita" dovrebbero invogliare all'acquisto gli acquirenti esitanti, ma ovviamente io non ho avuto alcuna esitazione, anche se ammetto di aver aspettato poi più di un anno prima di leggerlo, ma soltanto perché, in fondo, avevo già letto tutte le storie già edite apparse sul "Vernacoliere". A questo punto servono però due parole proprio su questa mitica rivista, "Il Vernacoliere". E' vero che è stampata a Livorno e presenta testi in gran parte in livornese, ma si trova ormai in quasi tutta l'Italia (vedo sempre le irriverenti locandine persino nelle edicole milanesi) e decifrare il vernacolo toscano non è mai stato un problema per nessuno. Si tratta di un mensile satirico che alterna testi e disegni. Ovviamente, bisogna essere pronti a trovarsi di fronte di tutto, parolacce, oscenità e blasfemie. Però, si tratta sempre di un tipo di trivilialità "colta", di un registro stilistico, che va contestualizzato in una tradizione. Il "Vernacoliere" è dissacrante, demistificante, politicamente scorretto, anticlericale. E' "di sinistra" ma fa ridere anche quelli "di destra". Sulle pagine della rivista livornese è nato, per esempio, "Don Zauker" di Daniele Caluri ed Emiliano Pagani, il duo che oggi realizza "Nirvana" per la Panini (i nuovi Magnus & Bunker, li ho definiti io). Un altro pezzo da novanta della rivista, insieme a Federico Sardelli, è Andrea Camerini. Il quale è noto ben oltre i confini del "Vernacoliere" come regista di corti cinematografici e animatore di sigle TV (sono suoi quelle delle rubriche di "Striscia la Notizia", da "I nuovi mostri" a "Fatti e rifatti"). Di Andrea sono amico da una vita (anche se, in effetti, è un po' che non vado a trovarlo nel ristorante di famiglia che gestisce sul golfo di Baratti), ricordo ancora quando, giovanissimo, veniva a farmi vedere un suo fumetto con protagonista un antico etrusco. Da vent'anni, Camerini disegna, fra le altre cose, le avventure del Troio, di cui questa è la quinta raccolta. Un personaggio pessimo e negativo come pochi altri mai (battuto forse solo da Don Zauker), una sorta di coatto livornese, un tamarro al cacciucco, uno Zanardi labronico, ma anche uno che i coatti e i tamarri (e forse anche gli Zanardi) li stende con un rutto, perché lui, indiscutibilmente, è superiore. Trenta/trentacinque anni, bello e biondo, senza voglia di lavorare, totalmente disinteressato ai problemi del mondo se non ai suoi, che sono soltanto quelli di evitare le ire del babbo che lo vuol buttare fuori casa e di trovare compagnia femminile, con qualunque mezzo lecito e meno lecito. Dunque, è questa l'idea fissa del titolo, com'è facile capire fin dalla copertina che cita la locandina del film su Larry Flint. "Ner mondo c'è tanta superficialità e menefreghismo - dice il Troio - ma tanto a me m'importa una sega: mi basta trombà". Scrive Paolo Ruffini nella sua introduzione: "Si legge, si ride e poi ci si sente meglio: una catarsi che sgorga fluente in nome di un concetto molto più alto della libertà: la libertà di essere delle teste di cazzo".






L'OPERA AL NERO
di Marguerite Yourcenar
Universale Economica Feltrinelli, 2003.


Si tratta di un romanzo scritto nel 1968, da cui nel 1988 è stato tratto un film con Gian Maria Volonté nei panni di Zenon Ligre. Zenone (questo il nome nella traduzione italiana) è il protagonista di una trama avventurosa, storica e filosofica al tempo stesso, intendendo per "avventura" un susseguirsi di spostamenti, di fughe, di anni passati sotto mentite spoglie in varie regioni dell'Europa rinascimentale, ma con un centro di gravità permanente nelle Fiandre e nella città di Bruges in particolare. E' inutile ricapitolare per filo e per segno le traversie di Zenone, uomo di scienza e di libero pensiero in un'epoca (il Cinquecento) dove la Controriforma mandava al rogo i presunti eretici al pari dei fornicatori, degli omosessuali e degli atei. Preferisco buttare giù di getto qualche considerazione immediata da lettore che ha appena chiuso l'ultima pagina con un groppo alla gola. La prima cosa che mi viene in mente di dover dire è che si tratta di un libro molto bello. Però, per tutta la durata della prima parte, ho proceduto con fatica nella lettura, e sono stato più volte tentato di lasciar perdere per passare ad altro. Mi rendevo conto che la lingua sontuosa e le lunghe dissertazioni filosofiche erano utili e da ammirare, ma i capitoli mi sembravano di una noia mortale. Tuttavia, non ho ceduto alla voglia di smettere e sono andato avanti, venendo ampiamente ripagato. Da un certo punto in poi, la storia è diventata ipnotica e affascinante, pur nella sua lentezza e nella sua assenza di accadimenti clamorosi e di dialoghi serrati. La prosa ricercata, i vocaboli scelti con precisione certosina, l'eleganza formale della narrazione, la ricchezza di particolari nella descrizione di mille sfumature e il ricorso a ricercate metafore, alla fine mi hanno portato a una sbalordita ammirazione per l'autrice, in grado di descrivere la vita quotidiana così come i moti dello spirito e del pensiero di un'epoca così complessa come quella di Filippo II. Chi è, alla fine, Zenone? E' un libero pensatore che non si rassegna a tenere la bocca chiusa celando le sue convinzioni (che non sono neppure blasfeme), e finisce per pagare con una vita trascorsa braccato dal Santo Uffizio, dagli inquisitori, dai filosofi della Sorbona, dai procuratori dei sovrani cattolici. Uno che fino all'ultimo secondo, quando sente la vita sfuggirgli dalle vene tagliate, cerca di riflettere sulle sue sensazioni per approfondire su se stesso i suoi studi di anatomia. Zenon Ligre è un laico guidato dalla ragione in un mondo strangolato dall'irrazionalità delle sovrastrutture religiose che imbrigliano il pensiero della sua epoca, uno che si chiede il perché delle cose, e indaga sui moti dell'animo come sulla meccanica dei fluidi. Un medico che fa della filosofia una ragione di vita, ma non esita ad aiutare una donna, che lo supplica, ad abortire per evitargli di essere uccisa dal marito che, tornando da un viaggio, avrebbe scoperto il tradimento di lei, che cura i ricercati rischiando di finire sulla forca con loro, che consiglia la prudenza a chi rischia l'arresto per una storia d'amore ma che non alla fine si consegna da solo ai suoi persecutori che hanno fatto roghi con i suoi libri, convinto di dover essere coerente con le proprie idee e smettere di nascondersi. Dopo qualche giallo, qualche romanzo di fantascienza, qualche racconto gotico e qualche graphic novel, un testo impegnativo come questo, basato sulle idee che hanno fondato il pensiero moderno (una conquista costata la vita a tanti), è un'esperienza da fare.

« Le nostre idee, i nostri idoli, le nostre costumanze presuntamente sante, e le nostre visioni che passano per ineffabili, mi sembravano generati senz’altro dai sussulti della macchina umana, al pari del soffio delle narici o delle parti basse, del sudore e dell’acqua salata delle lacrime, del sangue bianco dell’amore, dei liquami e degli escrementi del corpo. Mi irritava che l’uomo sprecasse così la propria sostanza in costruzioni quasi sempre nefaste, parlasse di castità prima di aver smontato la macchina del sesso, disputasse di libero arbitrio invece di soppesare le mille oscure ragioni che ti fanno battere le ciglia se improvvisamente avvicino ai tuoi occhi un legno, o di inferno prima di aver interrogato più dappresso la morte» (Zenone Ligre).





STIL NOVO
di Matteo Renzi
Rizzoli, 2012

Matteo Renzi, noto anche come "rottamatore", è il sindaco di Firenze attualmente in carica (non saprei dire se verrà anche riconfermato, visto che sembra osteggiato non soltanto dalle opposizioni ma anche dal suo stesso partito: auguri). Credo che si tratti del primo libro scritto da un politico, e che parla di attualità politica, che abbia mai comprato. Ho sempre detestato gli istant book e i saggi destinati a restare interessanti e attuali soltanto per pochi mesi: per me un libro dovrebbe essere, come un diamante, per sempre. Però, avevo un motivo più che valido per comprarmi "Stil Novo", e lo spiego subito. Come più volte ho spiegato, sono nato in un piccolo paese dell'Appennino, Gavinana (nel comune di San Marcello Pistoiese), celebre per la battaglia in cui, nel 1530, Maramaldo (un mercenario al soldo di Carlo V) uccise Francesco Ferrucci, capitano della Repubblica fiorentina. Di recente, come ho spiegato anche sul blog, ho persino raccontato la morte del Ferrucci in un fumetto illustrato da Riccardo Pieruccini e contenuto in un libro sui toscani che fecero l'Italia. In ricordo della battaglia, è stata chiamata "Piazza Gavinana" una grande piazza di Firenze, e da quella piazza ha preso il nome un intero quartiere della città. Per i fiorentini, leggere un annuncio in cui si vende una casa in "zona Gavinana" vuol dire appunto che si sta parlando della riva sinistra dell'Arno, poco a monte del centro storico.Che c'entra tutto questo con Matteo Renzi? C'entra, perché nel suo libro il sindaco di Palazzo Vecchio prende spunto dalla storia della sua città per trarne degli esempi e delle indicazioni per la politica dei giorni nostri. Per cui la figura di Cosimo de' Medici gli serve per dire la sua sulle banche, quella di Savonarola per parlare degli spazi dei palazzi pubblici aperti alla cittadinanza, e così via. Finché si arriva a pagina 184 dove il "rottamatore" scrive: "Il mio ufficio è a Palazzo Vecchio, nella sala di Clemente VII. Ogni giorno mi attendono pile di documenti, un numero infinito di email da leggere e gli affreschi del Cinquecento. Alla mia destra c'è 'La Battaglia di Gavinana', il quartiere che nel 1530 diventa teatro dello scontro tra le forze della Repubblica e quelle di Carlo V che tenta di riportare i Medici in città. E' la battaglia in cui perde la vita il grande condottiero Francesco Ferrucci". Dunque, a sentire Renzi, la battaglia di Gavinana si sarebbe svolta nel "quartiere" di Firenze che porta quel nome! E il Ferrucci sarebbe morto in riva all'Arno! Un errore clamoroso. Quando mi hanno detto, appunto a Gavinana (il mio paese natale, a 60 Km da Firenze), che Renzi era incappato in questo qui pro quo, non ci volevo credere e sono corso a comprarmi il libro. Era proprio vero. Ovviamente adesso "Stil Novo" finirà nella mia già ricca biblioteca di testi che parlano del Ferrucci, a testimonianza di come si possano prendere fischi per fiaschi.

Per arrivare a pagina 184 (il libro ne conta 196) mi sono però letto tutto il resto del saggio. Gradevole qua e là, a tratti un po' noioso, ma sempre, tutto sommato, leggibile. Ho anche scoperto cose interessanti, come l'origine del termine "bancarotta" collegato con i banchi dei prestatori di denaro fiorentini che venivano smantellati (sfasciandoli) quando i titolari facevano fallimento, oppure sull'importanza di Sant'Antonino nella storia di Firenze. Ho anche applaudito (con il pensiero) Renzi quando si fa giustamente vanto di aver abbattuto l'inguardabile pensilina di Isozaki in Piazza Stazione (viva le ruspe, in certi casi!). Che dire, in conclusione? Mah. Sono d'accordo su molte cose (no al finanziamento pubblico dei partiti), in disaccordo su altre (dare la cittadinanza italiana a chi nasce - semplicemente nasce - sul suolo del Bel Paese), ma il tutto è proposto con discorsi un po' all'acqua di rose, come se ne stessimo parlando al bar in Piazza della Signoria con forte accento fiorentino e abbondanza di modi di dire locali. Per far sì che "Stil novo" fosse un libro in grado di non passare di moda con la rottamazione del "rottamatore", bisognerebbe che Renzi avesse scritto una guida alle curiosità di Palazzo Vecchio (senza sbagliare sul Ferrucci e su Gavinana), o della storia fiorentina, senza collegarla all'attualità politica, che già domani sarà passata di moda (e meriterà allora un approfondimento assai più ponderato e scritto magari da uno storico degno di questo nome).