
Come forse ricorderete, mi è capitato di accennare altre volte alla mia assenza dal più frequentato dei social network, assenza senz’altro inseribile nel lungo elenco delle cose che tutti fanno e io no (non ho mai visto una partita di coppa, non ho mai giocato alla playstation, non ho mai scaricato un film con eMule, non ho mai dormito in tenda, non ho mai ascoltato il discorso del presidente la sera di San Silvestro, non ho mai esposto una bandiera alla terrazza di casa, eccetera). Parlandone, ho fatto lo sbaglio di promettere che un giorno avrei spiegato il perché. Perciò, sono costretto a mantenere l’impegno, dato che anche di recente qualcuno me lo ha ricordato (promettendomi a sua volta che avrebbe cercato di farmi cambiare idea).
In realtà, accingendomi a scrivere, temo di dover fare la stessa premessa fatta quando parlai dei readers per e-book: e cioè, spiegare come io sappia già che mi pentirò di quanto sto per dire, potendo ogni affermazione venire usata contro di me a riprova della mia incoerenza, se non della mia ottusità. Sicuramente, presto sarò costretto a mutare atteggiamento. L’evolversi delle cose mi renderà inevitabile usare Facebook così come leggere i libri elettronici. Tuttavia, questo articolo servirà se non altro a fotografare un momento della mia vita, questo in cui non sono ancora un frequentatore della piazza telematica più affollata del mondo, e a spiegare al me di domani (ormai convertito all’uso dilagante) i motivi della mia renitenza.
Immagino che il motivo per cui prima o poi (temo più prima che poi) cederò anch’io alle sirene di Zuckerberg sarà prosaicamente pratico: chi partecipa a eventi pubblici, si dà all’arte e pubblica libri, ha in Facebook uno straordinario veicolo di pubblicità e di promozione. Quando l’amico Giorgio Giusfredi ha organizzato la presentazione lucchese del mio romanzo “Le mura di Jericho”, ha fatto circolare la notizia nel giro delle sue amicizie internettiane, e di amico in amico la voce si è sparsa: l’evento è stato un successo. La parola “amicizia” in questo caso va ovviamente intesa nel senso di “condivisione di uno spazio su Facebook”, e questo ne sminuisce molto la portata: i miei figli hanno centinaia di persone a cui hanno accordato la loro “amicizia” su Facebook, ma non sanno neppure chi siano molte di loro. Già questo abuso (nel senso di vero e proprio stupro) di una parola in qualche modo sacra potrebbe bastare a far storcere il naso. Tuttavia, non sono tipo da formalizzarmi per cui sono senz’altro disposto a tollerare l’uso di una terminologia impropria che diviene propria se inserita in uno slang (come magari fanno i massoni, per esempio, per cui si dice “muratore” intendendo ben altro da quel che di solito si intende). E, certamente, la possibilità di far conoscere il proprio lavoro o promuovere la propria attività è un’opportunità da non sottovalutare. Purtroppo, ci sono però delle evidenti controindicazioni.

Vediamo perché. Per cominciare, già all’inizio si deve superare un terzo grado da stato di polizia, dichiarando le generalità complete della carta di identità, le scuole frequentate, il luogo di lavoro, l’indirizzo della mamma, il telefono della fidanzata, il numero di scarpe, il peso, il giro vita e perfino le idee politiche. In seguito, poi, viene chiesto di dire “mi piace” o “non mi piace” alle più svariate linee di pensiero, aderendo a gruppi che chiedono la proibizione per legge del gorgonzola piuttosto che l’impiccagione in piazza Loreto del primo ministro di turno. Il che va pure bene, per carità, ma se poi uno manda il curriculum per essere assunto in una ditta il cui titolare è ghiotto di gorgonzola e porta all’occhiello la coccarda del partito politico del primo ministro? E’ ovvio che se dovessi assumere qualcuno, per prima cosa andrei a fare un giro sul profilo Facebook del candidato a leggere un po’ delle stupidaggini che scrive.
La cosa grave è che quel che uno scrive, inserisce e dichiara su Facebook non resta confinato in un sito accessibile soltanto a pochi intimi, dove ci va soltanto chi sa dove andare, ma è di pubblico dominio nella vasta cerchia della propria parentela e dei propri amici e conoscenti. Se uno apre un profilo, è quasi inevitabile che abbia fra i contatti la moglie e la fidanzata, magari anche la mamma e lo zio. Vorrei vedere chi riesce a nascondere alla consorte o a uno qualunque del proprio entourage di essere su Facebook, sia pure sotto falso nome: fatti magari chiamare Abelardo Mortesecca, ma se metti una foto nel profilo e ti fai accettare come amico da una collega, tutti gli altri dell’ufficio ti vedranno nella pagina di lei. O ti sgameranno da ciò che dici. Poi, vallo tu a spiegare alla moglie perché lei non è fra le tue amicizie e quella collega sì. Quindi, chi usa Facebook si deve rassegnare ad avere in lista tutti, ma proprio tutti, gli amici e i parenti (più una quantità di infidi sconosciuti da cui ci si può aspettare qualsiasi cosa).

Mi si dirà: male non fare, paura non avere. Oh, beh, io posso non aver paura di niente, ma non è di me che stiamo parlando: è del resto del mondo. Possibile che nessuno tema questi rischi, con tutta la gente che ne combina (e nella maggior parte dei casi fa benissimo) di cotte e di crude? Ma, poi, suvvia, non importa che ci siano cose particolarmente gravi da nascondere. Chiunque può trovare una scusa per evitare di incontrare qualcun altro in un momento in cui non è il caso. Come evitare che la balla, pur innocua e magari a fin di bene, venga scoperta per vie traverse? Possibile che non si rompano amicizie, finiscano matrimoni, si creino guai, si viva nell’angoscia per colpa di quello che si può leggere su Facebook? Magari chi scrive una cosa non immagina nemmeno di stare per provocare un maremoto. Basta uno che digiti: “Ho visto Ludovico in piazza Garibaldi, ieri sera” o metta una foto in cui per l’appunto Ludovico passeggi ignaro sotto il monumento equestre dell’Eroe dei Due Mondi, ed ecco l’amico, il collega, la moglie, la mamma di Ludovico trasecolare: “Come, in piazza Garibaldi? Ma non mi aveva detto che era in ufficio a fare gli straordinari?”. Magari Ludovico era lì di nascosto per comprare un regalo da consegnare alla persona che trasecola, ma allora ecco che Facebook o sciupa la sorpresa o sciupa il clima in cui il regalo avrebbe dovuto essere consegnato. In ogni caso, un disastro.
Ma c’è di peggio. Ammettiamo che io mi iscriva, semplicemente cliccando su un “mi piace”, a un gruppo che è favorevole all’eutanasia o alla riapertura delle case chiuse. Ecco magari scatenarsi un caso famigliare con la mamma, lo zio prete, l’amico bigotto. “Ma davvero tu pensi queste brutte cose?”. E giù a dover spiegare il perché e il percome, a persone a cui tieni e che comunque vada da quel momento in poi ti guarderanno con sospetto. E se uno scrive che è di destra, o di sinistra, in un ambiente di lavoro di segno opposto? Automaticamente, verrà ostacolato, estromesso, ghettizzato o chissà che da quelli abituati ad attribuire etichette politiche agli altri e ad agire di conseguenza (io non lo farei mai, ma purtroppo c’è chi lo fa ed è uno dei motivi per cui detesto gli schieramenti politici). Non serve neppure che uno dichiari per chi vota, per scatenare questo tipo di ostracismo: basta semplicemente aderire a qualche gruppo, pur sacrosanto, ideologicamente schierato. Il che non significa che uno non debba mai schierarsi, figuriamoci, però ogni cosa andrebbe fatta nel giusto contesto: perché mai, di fronte ai suoi figli e agli amici dei suoi figli, un padre dovrebbe dire di essere un assiduo frequentatore, con la moglie, di un club privè dove si fanno gli scambi di coppia? E’ una pratica senz’altro divertente e del tutto raccomandabile, ma parliamone tenendo in considerazione l’uditorio e calcolando le conseguenze.

Un’altra delle cose tremende di Facebook è la chat. Ora, la chat è una cosa tremenda dovunque la si faccia: è una assoluta, inutile perdita di tempo, uno vuoto pneumatico che non di rado porta l’abbrutimento più totale (nella mia esperienza, in chat si dicono e si scrivono soltanto cazzate, e la volgarità del termine è funzionale al discorso). Ma, giustamente, ognuno è libero di passare il tempo come crede, anche dandosi martellate sugli attributi. Il guaio è quando la chat monopolizza le menti e impedisce di lavorare, dormire, vivere. C’è gente che chatta a tutte le ore, anche dall’ufficio dove, di regola, si dovrebbe fare ben altro. Finché uno lavora in proprio, fatti suoi: ma se a chattare sono gli impiegati del comune che dovrebbero sbrigare una mia pratica, la cosa mi indispettisce un po’. Il problema è che con Facebook uno si ritrova con molta facilità ad avere cento, duecento, trecento contatti i quali, in ogni momento, possono inviare un messaggi privato. Cioè, tu sei lì che vuoi leggere o scrivere qualcosa nel modo più veloce possibile, perché giustamente hai da fare altro, ed ecco che Tizio, Caio e Sempronio, che invece non hanno niente con cui gingillarsi, ti chiedono contemporaneamente di conversare. Che fai? Se non rispondi, sembri scortese. Se disabiliti la chat, quelli si lamentano: “Eh, ma tu non ci sei mai”.
L’affo

In una testimonianza raccolta su Internet si può leggere:
“

Anche la supertecnologica Patrizia Mandanici ha qualche dubbio:
“Mi sono ritrovata iscritta senza il mio consenso a un gruppo. Facoltà certo riservata agli "amici", ma vorrei conoscere qualcuno che ha 'amici' su Facebook di cui sa abbastanza da fidarsi dei suoi gusti in tutti i campi, compresi quelli politici e ideologici. Io tra gli 'amici' ho tanti appassionati di fumetti che non ho idea se siano nazisti, omofobi, clericali, o che so io; se questi mi iscrivessero a forza in un gruppo di cui non condivido le idee e i propositi io lo verrei a sapere tramite una email, e poi dovrei comunque andare sulla pagina del gruppo per disiscrivermi. Questo ammesso che io non abbia il computer rotto, non sia in vacanza o malata; altrimenti per giorni risulterei una sostenitrice di quel (possibile) abominevole gruppo. Questa cosa a quanto pare succede da quasi un anno, abbastanza sottaciuta. Per me è una cosa molto più che fastidiosa, direi che potrebbe diventare la classica goccia che fa traboccare il vaso e che potrebbe farmi decidere di andarmene da Facebook. Ci sono già diverse cose che non vanno in quel posto, gestione della privacy in primis: perché bisogna sempre informarsi altrove per settare al meglio le varie opzioni? Perché di default in tutti i vari servizi deve essere tutto aperto, piuttosto che iniziare dal massimo della ristrettezza che poi noi, se vogliamo, andiamo ad 'aprire'? Perché non esiste neanche un settaggio in cui io possa rifiutarmi a priori di essere iscritta a un gruppo (o dove perlomeno mi arrivi una mail in cui io possa accettare oppure no?)”.

Tutto quanto che ho scritto finora pone dei dubbi non tanto, ripeto, alla mia iscrizione a Facebook ma a quella degli altri. Stando così le cose, perché gli altri si iscrivono? Mah. Se penso poi a che cosa capiterebbe se mi iscrivessi io, sorgono altre perplessità. Io faccio un lavoro che mi espone al giudizio del pubblico. Il mio nome, sia pur nel ristrettissimo ambito del fumetto italiano, è moderatamente conosciuto. Posso ragionevolmente immaginare che, se aprissi un profilo, avrei con facilità alcune centinaia di lettori che mi chiederebbero l’amicizia, che io sarei ben lieto di concedere. Bene: per non deludere tutti i miei contatti, dovrei cercare di scrivere qualcosa ogni giorno, o almeno abbastanza spesso: se no, perché avrei aperto il profilo? Anche ammettendo che vada tutto bene e che io non mi ritrovi iscritto a qualche gruppo di sostenitori della pedofilia o di propugnatori della razza ariana, di sostenitori della dittatura del proletariato o dell’omofobia, ogni giorno mi ritroverei collegato avendo alcune decine di messaggi personali a cui rispondere. Facendolo, mi troverei alcune richieste di chat. Dovrei andare a vedere che ha scritto il mio collega autore rispondendo a un suo contatto, perché magari la cosa mi riguarda. Dovrei scremare le segnalazioni di link, di video, di blog, di test, che pioverebbero da ogni dove. Morale della favola: dovrei fatalmente dedicare un’ora al giorno a questo tipo di attività. Il che vuol dire trenta ore al mese, trecentosessatantacinque ore in un anno. Avete idea di quante pagine di Zagor potrei scrivere in quelle ore? Di quanti libri potrei leggere? Con quante coccole potrei vezzeggiare la mia fidanzata. Ahimé, è chiaro che si tratta di scelte da fare. Per il momento, scelgo di dedicarmi alla fanciulla che mi sta accanto.
Scusatemi, ma ho di meglio da fare.