domenica 24 marzo 2013

LA REGOLA DELL’ENDECASILLABO



Il 21 marzo è stata la giornata mondiale della poesia. E io, che di poesia mi sono sempre professato un cultore (come sapete da alcuni articoli apparsi su questo blog) ho fatto una imperdonabile figuraccia. Ecco l’aneddoto. Convinto di potermi dare delle arie, mi sono ingegnato nel pensare una composizione poetica, di senso compiuto, che potesse stare in un tweet di Twitter, che come sapete consente al massimo l’impiego di 140 caratteri.
Così, partorisco un solo verso con l’ambizione di fulminare la brevità di “M’illumino / d’immenso” di Ungaretti (che però di versi ne contiene due, diversamente da quel che si crede). 
Il mio verso è: “Sussurrami sì”, giocato tutto sull’allitterazione. 

Fin qui, tutto bene. Sennonché, presentandolo, scrivo che è un quinario.  In effetti, la frase conta cinque sillabe: sus-sur-ra-mi-sì. Qualcuno però accorre subito a correggermi: non è un quinario, ma un senario. Tragicamente vero! Sono cinque sillabe, ma per una importante regola della metrica di cui non ho tenuto conto, tecnicamente rappresentano un senario. Mi cospargo il capo di cenere. Per espiare, ho promesso (in pubblico) che avrei subito scritto un post per spiegare perché un verso di cinque sillabe può essere un senario. Sarò breve e, spero, chiaro ed efficace. Non scappate e cercate di seguirmi.

La metrica italiana è un argomento di un fascino superlativo, su cui mi piacerebbe dilungarmi – cosa che non farò, a meno che non richiesto a gran voce da una sollevazione popolare. Tra le nozioni basilari c’è il fatto che il  nostro verso è caratterizzato dal numero delle sillabe e dal ritmo. L’unità metrica è la sillaba. Il ritmo è dato dalla posizione degli accenti. La scuola poetica siciliana fu la prima ad applicare il principio del conto sillabico, sull’esempio provenzale. 

Mi fermo qui, e passo a divertirvi (e divertirmi) con un quiz. Che cosa significa “endecasillabo”? Potrei chiedere anche che cosa vuol dire quinario, senario, settenario, ottonario, novenario o decasillabo (citando i nomi dei principali versi italiani), ma prendo a esempio l’endecasillabo perché è il verso della Divina Commedia e tutti sanno citarne almeno uno, il primo: “Nel mezzo del cammin di nostra vita”. Chiedetelo in giro e quasi tutti vi diranno (ammesso che si cimentino nella risposta) che l’endecasillabo è un verso composto da undici sillabe. In effetti, “Nel mezzo del cammin di nostra vita” conta undici sillabe (contatele pure). Però, la risposta è sbagliata.
Ci sono versi della Divina Commedia che, pur essendo perfettamente endacasillabi, contano dieci sillabe. Altri, ne contando dodici. Ma potrebbero esserci endecasillabi di tredici, quattordici e perfino quindici sillabe.

Perché? Che cosa significa, dunque, “endacasillabo”?  Ecco, la regola è questa: si dice endecasillabo un verso che ha l’ultimo accento (il più importante nel ritmo di in un verso) sulla decima sillaba. Fate la prova con “Nel mezzo del cammin di nostra vita” e vedrete che l’ultimo accento cade sulla prima sillaba della parola “vita”, che è la decima. Segue la sillaba “ta”, che è l’undicesima. Dunque, poiché la maggioranza delle parole italiane hanno l’accento sulla penultima sillaba (la parola “accènto” ne è appunto un esempio),  e si chiamano piane (o parossitone), la maggioranza dei verso endecasillabi è appunto di undici sillabe. Sfogliate a caso i versi della Divina Commedia e vedrete che le ultime parole finiscono appunto con un accento sulla penultima sillaba (nella prima terzina, è il caso di “oscùra” e di “smarrìta”). 

Cico nella statuetta della serie "Fumetti in 3D"
La regola vale anche per gli altri versi: un ottonario è un verso con l’ultimo accento sulla settima sillaba; un novenario ha l’ultimo accento sull’ottava sillaba, e via dicendo. Quando Cico canta “Ascoltate brava gente / il lamento del serpente” (la sua più nota composizione, messagli in bocca da Guido Nolitta sullo Zagor n°44), usa il metro tipico della filastrocca, l’ottonario,  e tutti i quattordici versi della sua canzone contano otto sillabe, avendo l’ultimo accento sulla settima, la penultima.

Ma in italiano ci sono anche parole che hanno l’accento sull’ultima sillaba, come “Gesù”, “così”, “perché”, “papà”, “però”. Queste parole si chiamano tronche, o ossitone. Se un verso della Divina Commedia finisse con una parola tronca, l’ultimo accento sarebbe sulla decima sillaba e non ne seguirebbero altre. Così, il verso sarebbe ugualmente un endecasillabo ma con dieci sillabe. Facciamo un esempio. 

Nel ventesimo canto dell’ Inferno, al verso 74, Dante scrive:
“Ciò che ‘n grembo a Benaco star non può”.
Dieci sillabe, endecasillabo tronco. Lo stesso vale per questo verso 
“Lucifero con Giuda, ci sposò” (Inferno, canto XXI, verso 143).
Contate, e vedrete che sono dieci sillabe, pur trattandosi di un endecasillabo. 
Infatti, ha l’ultimo accento sulla decima, ed è questo che conta.

Giuseppe Parini
La nostra lingua consente però anche parole con l’accento sulla terzultima sillaba. E’ appunto il caso della parola “sìllaba”. Potremmo aggiungerci  àttimi, péntole, còccole, àspidi, mètrica, bàratro, sìngolo, sèdano, fràgole, eccetera eccetera. Queste parole si dicono sdrùcciole, o proparossitone. Se un endecasillabo finisce con una parola si questo tipo, l’accento finale va sulla decima sillaba come a solito, ma subito dopo ce ne sono altre due: l’endecasillano avrà allora dodici sillabe.
“Seguendo il cielo sempre fu duràbile” (Paradiso, XXVI, verso 129).
Contate pure e vedrete da soli. L’accento resta in decima sede in ogni caso.
Cambiando poeta e tipo di verso, possiamo vedere come la regola si applica anche al settenario.
“Perché turbarmi l’ànima?”, scrive il Parini ne La vita rustica.
E’ un perfetto settenario ma con otto sillabe, ultimo accento in sesta sede.

Per amor di completezza, bisogna dire che l’italiano ha anche parole bisdrucciole, cioè con accento sulla quartultima sillaba: edìficano, dìtemelo, prèndimelo, andiàmocene, telèfonami, gòditelo. Se in qualche verso endecasillabo la parola finale fosse di questo tipo , avremmo un endecasillabo di tredici sillabe, come in questo esempio: “se morirò un dì pugnando, vendicami”.  Espiata dunque la mia colpa, la pianto qui e vi risparmio ulteriori lezioni sul ritmo giambico, trocaico o dattilico, così come sulla dialefe e la sinalefe o sulle forme delle strofe. Fino alla prossima volta in cui mi verrà voglia di farlo, ovviamente.


mercoledì 20 marzo 2013

C'ERA UNA VOLTA BIANCANEVE


La recente scomparsa di Rubino Ventura, lo sceneggiatore che nel 1972 creò con Leone Frollo la sexy eroina Biancaneve, mi spinge a cercare di dire qualcosa su questo delizioso personaggio del fumetto erotico italiano. Tuttavia, il miglior punto di partenza di qualunque disamina in proposito è proprio quello di sottolineare la differenza fra Biancaneve e i tanti altri characters sfornati dalla metà degli Anni '60 in poi dall'officina di Renzo Barbieri o di Giorgio Cavedon, evitando di metterla dunque sullo stesso piano di, per esempio, Isabella o di Goldrake. In realtà la procace principessa di Kurtlandia, pur inserendosi nel filone del fumetto sexy per adulti nato dalla rivoluzione iniziata da Kriminal e Diabolik, presenta caratteristiche alquanto diverse ed indiscutibilmente originali.

Nell'anno in cui Gerard Damiano realizzava i suoi due cult-movies del cinema hard, "Gola Profonda" con Linda Lovelace e "The Devil in Miss Jones" con Georgina Spelvin, non si poteva che procedere ad un ulteriore rimarcamento degli spunti erotici già presenti nelle testate di casa Barbieri: tuttavia almeno tre componenti di notevole importanza servivano a connotare Biancaneve in maniera particolare rispetto ai personaggi per adulti apparsi fino ad allora: gli ingredienti satirici ed umoristici, la concezione gioiosa del sesso, i riferimenti alla cronaca e al costume della società italiana.

Che un fumetto per adulti potesse essere impostato anche in chiave umoristica lo avevano dimostrato Magnus & Bunker con Maxmagnus prima e Alan Ford poi: due personaggi che, pur non presentando nessuno spunto erotico, si rivolgevano ad un pubblico ben più maturo di quello che leggeva Topolino o Tiramolla. Una conquista a dir poco clamorosa, visto che da sempre i personaggi umoristici erano considerati esclusivo appannaggio dei bambini. Ma mentre Magnus & Bunker facevano della ficcante satira sociale sui rapporti perennemente conflittuali fra governanti e governati, ricchi e poveri, apocalittici e integrati, Biancaneve prende in giro il sistema benpensante e bacchettone, deridendone i retrogradi costumi erotici ancora ossessionati dall'idea del torbido e del proibito e sbeffeggiandone le assurde chiusure mentali. Con l'eroina di Frollo e Ventura nasce addirittura un nuovo genere, la favola per adulti, destinato ad un grande successo proprio perché catartico e liberatorio nei confronti di un opprimente ed ipocrita "comune senso del pudore": finalmente si offriva una interpretazione ludica e giocosa del sesso (probabilmente quella più corretta e che mette al riparo da devianze e perversioni di ogni genere), finalmente si potevano fare maliziose risatine godendo appieno dei seni prosperosi della deliziosa protagonista, delle monomanìe dei Sette Nani, della rivisitazione paròdica dei luoghi comuni del fiabesco e del leggendario. Fedele alla concezione non solo della sessualità ma della vita stessa come gioco, Biancaneve propone nel corso delle sue avventure spassosissimi paradossi temporali, gags esilaranti costruite sui nonsensi, sketches brillanti di ogni genere, sempre ispirati ad una contagiosa e disincantata serenità di fondo.

Leone Frollo
Figlia in qualche modo del '68 e della rivoluzione sessuale, la filosofia di Biancaneve inneggia al free love vissuto nella più gioiosa delle maniere. L'amore sacro lascia il posto all'amore profano, che non concede spazio all'istituzionalizzazione dei rapporti in legami matrimoniali e vincoli di questo genere. Il sesso è libero, disinibito e felice, goduto con il sorriso sulle labbra, con la massima naturalezza possibile. Non a caso questo tipo di approccio alla sessualità è inserito dagli autori in un contesto fiabesco: forse solo nel regno della favola e della fantasìa è possibile liberarsi dal condizionamento a cui l'uomo è sottoposto dalle strutture della pseudomoralità del perbenismo. Nel mondo fantastico di Biancaneve non ci sono remore morali di nessun genere, ed anche i rapporti omosessuali e incestuosi hanno piena cittadinanza senza nessuna connotazione peccaminosa: ciò che conta è la gioia del gioco. Tutto si può dire inoltre di Biancaneve tranne che si tratti di una donna-oggetto gettata in pasto alla libidine maschile: al contrario, l'eroina di Kurtlandia si rivela perfettamente in grado di dominare la situazione mettendo non di rado alla berlina proprio il pappagallismo di molti uomini e conducendo in prima persona il match amoroso.

Fondamentale infine risulta la differenza tra le avventure narrate da Frollo e Ventura e quelle proposte dal fumetto nero che avevano caratterizzato gli anni precedenti: mentre queste inneggiano alla perdita dell' innocenza, Biancaneve al contrario è il trionfo dell'ingenuità più naif, della visione fanciullesca della vita al di fuori delle strutture della morale. In altre parole, i fumetti neri giocavano sullo scardinamento e la sovversione degli schemi, Biancaneve invece regredisce ad una condizione esistenziale antecedente alla creazione degli schemi stessi.Che fosse soprattutto il costume italiano ad essere messo alla berlina dalle storie di Biancaneve lo si capisce anche dagli espliciti riferimenti alla cronaca di casa nostra, sulla scìa dell'analogo esperimento compiuto in contemporanea dal Jonny Logan di Garofalo e Ghilbert. Gustosi e godibilissini sono i riferimenti alla banalità della vita di provincia (l'amore fatto a bordo di una sgangherata "500", i noiosi spettacoli televisivi come "Canzonissima" o "Rischiatutto"), alla politica (l'Alfasud, le elezioni), lo sport (Biancaneve incontra Helenio Herrera), l'inquinamento, il traffico ed addirittura i fumetti (non di rado gli stessi autori si autocitano prendendosi in giro ed i personaggi parlano e si comportano dimostrando di rendersi perfettamente conto di star vivendo sulle pagine di un giornaletto: questo, anni e anni prima del meta-fumetto di She Hulk!). 

Tutto ciò solo con la pretesa di creare un clima di autentico divertissement nazional-popolare, perché il fumetto di Frollo e  Ventura non perde mai la sua immediatezza e la sua leggibilità che, se da un lato costituiscono una delle ragioni del grande successo che gli arrise, dall'altro si rivelano anche dei limiti, indicando delle potenzialità non sufficientemente sfruttate. I dialoghi, sempre brillanti, sono anche estremamente essenziali, le trame, molto divertenti, scorrono via con eccessiva facilità. Si poteva pretendere di più da una favola? Forse no, ma non c'è da meravigliarsi se a distanza di anni ci troviamo ancora oggi ad ammirare deliziati le tavole disegnate da Leone Frollo fino a tutto il 1974 ed a storcere invece il naso di fronte alla restante produzione proseguita fino al 1978: senza più il supporto dell'inconfondibile segno del maestro veneziano, anche i soggetti di Ventura cominciarono inevitabilmente a scadere ed a perdere di mordente. Un ottimo saggio firmato da Luigi Bernardi e Paolo Ferriani ha tributato nel 1987 gli onori della critica a quello che non è stato soltanto un semplice fumetto per adulti.  



lunedì 18 marzo 2013

CINEMA AL CINEMA - 6


Proseguono le recensioni cinematografiche di Giorgio Giusfredi, esperto cinefilo oltre che cuoco sopraffino (ma anche scrittore, sceneggiatore di fumetti, organizzatore di eventi e sosia di Che Guevara), è la guida a cui mi affido per chiedere consiglio sui film da vedere. 



CINEMA AL CINEMA 
di Giorgio Giusfredi

marzo 2013





Educazione siberiana

Un film di Gabriele Salvatores. Con Arnas Fedaravicius, Vilius Tumalavicius, Eleanor Tomlinson, Jonas Trukanas, Vitalji Porsnev. Drammatico, durata 110 min. - Italia 2013. - 01 Distribution

Qualcosa si muove, se questo è un film italiano: già solo il tema trattato e l’ambizione della produzione andrebbero premiati a priori. Si tratta di una smaccata storia di formazione – come dichiarato già dal titolo, identico a quello del libro da cui è tratto - quella dei due ragazzi e del loro nonno Kuja (il sempre bravo Malkovich), boss del clan dei siberiani, che li educa. Le regole sono poche e riguardano il rispetto e la fratellanza. Nella prima parte, molto bella, la più bella, l’attenzione è catturata appunto dalle sequenze in cui, in momenti cruciali, i ragazzini imparano qualcosa tramite le loro avventurose marachelle. La voce del patriarca siberiano condisce aspramente ogni scarto di carriera tra le nevi, dal furtarello innocuo alla lotta all’arma bianca. Gli inseguimenti, nei costumi degli anni Ottanta con automobili a noi sconosciute prodotte dell’ormai ex regime, sono veramente belli e meritavano forse più spazio e ricordano certi capolavori alla Di Leo degli ingiustamente canzonati "poliziotteschi" all’italiana: complimenti a Gabriele Salvadores. Nella seconda parte, quando i ragazzi sono diventati grandi, si riallacciano le due trame che scorrono parallele fin dall’inizio: l’una nel tempo reale e l’altra in flash back. Si ricongiungono come le vite dei due protagonisti e il drammatico cerchio tracciato dal sangue in quelle terre dure e sperdute si chiude. C’è un traditore, uno che ha trasgredito i sacri dettami del nonno, e fino a un certo punto gli autori ammiccano verso l’uno, ma poi si capisce subito molto bene che si tratta dell’altro. Questo piccolo falso switch è l’unico piccolo difetto che rallenta la suspence nella seconda parte un po’ più romantica e meno avventurosa, ma nel complesso i risultato è divertente e apre un nuovo spiraglio nella produzione cinematografica italiana.



Argo

Un film di Ben Affleck. Con Ben Affleck, Bryan Cranston, Alan Arkin, John Goodman, Victor Garber. Titolo originale Argo. Drammatico, durata 120 min. - USA 2012. - Warner Bros

Il film è tornato nelle sale sullo slancio del successo agli Oscar: non annoia e conferma che la capacita visionaria di Ben Affleck è di gran lunga migliore delle sue capacità di attore. È proprio la mancanza di qualche personaggio che "rimanga dentro" il difetto di una storia che merita tutti gli onori, ma che non è, però, più poetica di Vita di Pi e non è neanche il capolavoro di divertimento che è Django Unchained. Quando si parla di civili americani impegnati in luoghi militari, del conflitto tra la pretesa americana di "esportare democrazia" e i fallimenti, l’Academy ha sempre un occhio di riguardo. Certe cronache sociali mandano un sollucchero i giurati. Detto questo l’idea di produrre un film fasullo per permettere l’estradizione di alcuni ricercati da un paese in guerra è geniale. E sono molto belle tutte le parti che, per l’appunto, raccontano i retroscena della produzione. Arkin e Goodman sono perfetti nei loro ruoli – in fono al film vediamo anche delle diapositive dei veri protagonisti della vicenda da cuoi è tratta la pellicola. I fumetti la fanno da protagonista perché l’agente C.I.A Mendez (Afflek), nella sua missione, porta sempre con se gli storyboard disegnati con uno stile post Alex Raymond – la sceneggiatura del ‘fake film’  è una storia di fantascienza alla Flash Gordon) – per dimostrare l’effettiva esistenza dell’intenzione di iniziare le riprese in quella location esotica, l’Iran. I due momenti più toccanti hanno a che fare con quei disegni: il primo, quando lo scettico del gruppo, quello che pensa: “non ce  la faremo mai!” in un momento di tensione alla dogana li illustra ai soldati paragonando la loro storia nazionale a quella inventata e raccontata da quelle immagini; il secondo, quando il protagonista occulta un storyboard per regalarlo al figlio, appassionato di Star Wars, da cui nasce la geniale idea.





Broken city

Un film di Allen Hughes. Con Mark Wahlberg, Russell Crowe, Catherine Zeta-Jones, Jeffrey Wright, Barry Pepper. Titolo originale Broken City. Thriller, durata 109 min. - USA 2013. - 20th Century Fox

Questa pellicola è un Hard Boiled mascherato da ‘new wave spy story’. Tutta la fantapolitica – o la politica reale a tono cronistico – è solo un contorno a una domanda che muove il film: Chi tra Wahlberg e Crowe è più duro. Infatti il protagonista de Il Gladiatore si ritaglia un ruolo da super villain, laido e spietato e, per giunta, di destra, in una New York di pulizie, demolizioni e ricostruzioni che ricorda molto la reale Grande Mela. Ovviamente il più duro sarà il detective privato impersonato dall’attore già pugile in The Fighter. Ma lo farà comunque sorprendendo con alcuni piccoli colpi di scena da ‘ordinaria amministrazione’ comunque efficaci. Dei temi a sfondo sociale, conclamati o meno, non nel manca uno: da l’alcolismo e la dipendenza alle droghe alla etica di caccia, dal fallimento dei rapporti familiari a sommesse omosessualità, dalle speculazioni edilizie alla criminalità etnica di periferia.




Die Hard - Un buon giorno per morire

Un film di John Moore. Con Bruce Willis, Jai Courtney, Sebastian Koch, Rasha Bukvic, Cole Hauser. Titolo originale A Good Day To Die Hard. Azione, durata 97 min. - USA 2013. - 20th Century Fox

Bruce Willis, chi? Colui che, in ogni modo, ti fa passare del tempo felice al cinema. Certo paragonare i primi tre film di questa serie con il quarto e con questo ultimo suonerebbe come un eresia agli orecchi dei puritani – gli unici che lo saranno andato a cercare nella mala distribuzione, peraltro. Si può riconoscere John Maclane solo perché John Maclane è Bruce Willis e viceversa. Infatti, in sede di sceneggiatura, i meri tentativi di imitare le battute brillanti, autentico marchio di fabbrica dei primi film, e di quasi tutti i film d’azione del periodo d’oro degli anni novanta holliwoodiani, si possono considerare falliti. Come quelli di proporre delle scene d’azione che rendano il film degno di essere ricordato. Cosa tiene in piedi tutto? Bruce: sì, lui! E ce la fa? Ma certo, lui è un duro! L’idea di un figlio nella C.I.A dello spericolato agente della NYPD, non è affatto male. Lo interpreta l’irriconoscibile Varro, l’amico di Spartacus nell’omonima serie, dopo aver rasato i boccoli biondi alla riccioli d’oro. Ci sa quali sono state le raccomandazioni di questo attore che ha recitato nel ruolo che moltissimi avrebbero voluto fare: il figlio della leggenda fatta poliziotto. 




Warm bodies

Un film di Jonathan Levine. Con Nicholas Hoult, Teresa Palmer, Analeigh Tipton, Rob Corddry, Dave Franco. Horror, durata 97 min. - USA 2013. - Lucky Red

In un momento di revival (si passi il termine) degli zombi romeriani – vedi The Walking Dead – c’era bisogno di nuove idee. E questo film ne ha una – dovuta alla traduzione in film di un fortunato romanzo – molto interessante: e se gli zombi potessero tornare a essere umani? Purtroppo la risposta positiva regalataci dalla storia non ci soddisfa, pur andando incontro a un’altra esigenza di mercato: storie d’amore impossibili tra adolescenti. Ogni buona idea ha la necessità di essere supportata da una struttura logica ed emozionale. La narrazione non ha evoluzioni comprensibili, o perlomeno, sono raccontate in maniera stridente e anche il più generoso e comprensivo degli spettatori può alzarsi in diversi momenti della proiezione gridando: “ma che idiozia è questa?”. Peccato perché alcuni spunti, come detto, sono buoni e come al solito si manca di bravi sceneggiatori che possano far diventare verosimili qualsiasi storia inventata. Bella quando si mangia il cervello e assimila i ricordi della vittima.




Il principe abusivo

Un film di Alessandro Siani. Con Alessandro Siani, Christian De Sica, Sarah Felberbaum, Serena Autieri, Nello Iorio. Commedia, durata 97 min. - Italia 2013. - 01 Distribution

La trama è quella di Pretty Woman con un ribaltamento di genere: lui al posto di lei. Anche in questo film queste evoluzioni dei personaggi non sono supportate da una scrittura decente e, di punto in bianco, lo switch ci cambia il personaggio lasciandoci solo con un sonoro ‘eh?’. Certo Siani è simpatico e De Sica è un grande attore e questo basta per 7,5 euro, ma con qualche sforzo di più potremmo ambire anche in Italia la produzione di film che non siano solo il piccolo divertimento del momento.




Les Misérables

Un film di Tom Hooper. Con Amanda Seyfried, Hugh Jackman, Helena Bonham Carter, Russell Crowe, Anne Hathaway. Musical, durata 152 min. - Gran Bretagna 2013. - Universal Pictures

Esistono dei film musicali più o meno cantati. Questo musical, che è anche lungo, lo è quasi completamente. Le canzoni sono in lingua originale – inglese come il musical originale nato a Londra e poi esportato a Broadway – sottotitolate, mentre i pochi dialoghi normalmente recitati sono doppiati e si sente un poco la differenza tra la voce propria dell’attore e quella del suo alter ego italiano. Tuttavia la pellicola non è affatto noiosa. Le ore scorrono attraverso le emozioni. L’avventura attinta dall’omonimo romanzo di Hugo non si disperde tra le e le coreografie teatrali. Le scene da kolossal hanno la maestosità di vecchi peplum. Inquadrature in campi lunghi dall’alto o dal basso rendono il ciclopico effetto di azione anche quando l’azione non c’è. I piani sequenza con zoomate donano profondità a una coreografia pensata per i teatri ma già molto cinematografica per i palcoscenici dal vivo. Come in ogni musical i motivi tendono a ripetersi per correttezze del media utilizzato. E anche quando alcuni toni risultano familiari sorprendono ed entusiasmano. Bellissime le canzoni dei ragazzi rivoluzionari durante le scene della resistenza alla barricata. Le ‘marcette’ incalzanti invogliano ad alzarsi dalla poltrona e battersi il petto assieme a quei giovani baldi e ricchi unicamente di problemi romantici. Specialmente la canzone che assegna ai colori nero e rosso i significati delle loro esistenze. Anne Hathaway vince l’oscar interpretando il ruolo che, quarant’anni orsono, lancio sua madre e il musical stesso. Hugh Jackman aveva già dimostrato le sue straordinarie capacità. Persino il bistrattato Crowe che molti critici hanno deriso ha la tronfia possanza vocale utile a interpretare alla perfezione Javert. La regia non sovrasta gli interpreti che in un caso di film come questo devono essere in grado di esprimere il loro talento, e lo fanno.   





Gangster Squad

Un film di Ruben Fleischer. Con Ryan Gosling, Emma Stone, Sean Penn, Anthony Mackie, Josh Brolin. Thriller, durata 113 min. - USA 2013. - Warner Bros

Il wannabe di The untouchables. L’aspirante L.A. Confidential. Una squadra di duri contro un boss spietato. Una serie di star a servizio di una pellicola con alte pretese che soddisfa in parte. I capolavori come quelli di De Palma sono molto lontani dalla realtà di questo film che pure delle buone cose regala agli occhi dello spettatore. Sean Penn supercattivo fa la parte di un ex pugile ebreo – storia vera – che pretende impadronirsi di Los Angeles. L’attore gigioneggia come spesso gli capita esagerando negli ultimi film. Storce la bocca in basso ricordando la classica smorfia deniriana e, nonostante ciò, riesce a suscitare il carisma necessario  per un ruolo fondamentale un una storia del genere il cattivo di carisma. Il protagonista buono infatti, Josh Brolin è soltanto un tipo che non riesce a togliersi la seconda guerra mondiale di dosso. La femme fatale, Emma Stone – che poco tempo fa avevamo visto interpretare una ragazzina con metà degli anni di questo personaggio in The amazing Spider-man – è in understatement. Questo e altri accorgimenti – anche molto piacevoli – come la morte dell’unico membro veramente puro della squadriglia, un ispirato Giovanni Ribisi – toglie al film la nomea di Hard Boiled, tenendo una giusta violenza pulp, però. Scene come la divisione con due macchine di un uomo vivo, i duelli con il revolver – e il vecchio cow boy che insegna al giovane ispanoamericano come sparare – e anche la scazzottata finale, elevano la narrazione a toni di puro western, divertendo e dando motivo allo spettatore di ricordare ciò che ha appena visto.    

sabato 16 marzo 2013

TROVATE PER CASO







Mi capita spesso di imbattermi, mentre cerco su Internet delle immagini da allegare alle mie sceneggiature o con cui illustrare i miei articoli sul blog o sulla Collezione Storica di Repubblica, in fotografie o disegni che non c'entrano niente con quel che sto cercando, ma che mi lasciano a bocca aperta o mi fanno sorridere. Così, salvo il file in una apposita cartella. Esiste anche una seconda cartella, simile alla prima, in cui archivio foto di ragazze (non hard, ma che trovo intriganti): queste però non le mostro a nessuno. 
Da qualche tempo, attingendo dal primo archivio, ho inaugurato una rubrica sul mio “coso” su Facebook (lo stesso di cui tutti i mesi questo blog occupa un cliccatissimo riassunto). Va detto che la mia "pagina fan" (denominata Moreno "Zagor" Burattini) si caratterizza per queste rubriche che ormai sono una consuetudine e creano familiarità con chi mi segue. La rubrica delle immagini insolite a cui ho fatto riferimento si intitola "Trovate per caso". Le prime venticinque immagini trovate per caso e pubblicate su Facebook sono raccolte qui di seguito.



 1. Benny Hill


 2. Caverna di ghiaccio nel lago General Carrera, in Patagonia.





 3. Rowan Atkinsn e Hugh Laurie agli inizi della loro carriera,
quando formavano una coppia comica.

4. Graffito con i gessetti



5. Voragine naturale a Città del Guatemala.





5 bis - Voragine naturale a Città del Guatemala





6. Linus


7. Un fulmine su Rio.





8. I Simpson come i Beatles






9. L'onda



10. Eruzione di un vulcano in Cile





11. Vittima della lupara bianca





12. Una biblioteca pubblica in Russia





13. Un parquet... libresco






14. Judy Dench da giovane







15. Il bacio (senza trucchi fotografici)





16. Geniale




17. Hugo Pratt






18. La stagione degli amori





19. L'abbraccio






20. Il parcheggio




21. Scorrettezze





22. Più fallo di così...






23. La corrida





24. Magnus & Bunker





25. Jane Russell


mercoledì 13 marzo 2013

LA BIOGRAFIA NON AUTORIZZATA



Gli eroi dei fumetti, si sa, hanno il privilegio di vivere una sorta di eterna giovinezza, confinati in un mondo senza tempo. Anche nell’universo in cui si muovono Zagor e Cico, vagamente localizzabile nel Nord Est degli Stati Uniti nei primi decenni del Diciannovesimo Secolo, gli anni sembrano non scorrere mai. Eppure, chi sappia cogliere certi piccoli indizi nascosti qua e là fra le migliaia di pagine che compongono la serie, può perfino riuscire a ricostruire una plausibile cronologia della vita dei due personaggi. Dai titoli di giornale che si vedono nell’albo “Cico Giornalista” si capisce con certezza che l’episodio è ambientato nel 1826: ricordo di aver inserito apposta l'indizio nella mia sceneggiatura, per vedere se qualcuno lo coglieva. E la lunga cronologia degli Speciali Cico (ventisette in tutto, diciannove dei quali opera mia) riesce a ricostruire un unico racconto compiuto della vita del pancione più simpatico del mondo dalla nascita fino all'incontro con lo Spirito con la Scure. Ecco dunque la cronologia (ufficiosa e “non autorizzata”) dei fatti salienti che hanno scandito la turbinosa girandola di disavventure del nostro  messicano.





1800: Felipe Cayetano Lopez Martinez y Gonzales nasce a Veracruz (Messico), da Pedro e Rosa, ultimo di otto fra fratelli e sorelle, discendente da avi cavernicoli, paladini, conquistadores e moschettieri.
(Cico Story, Cico Cavernicolo, Cico Paladino, Cico Conquistador e Cico Moschettiere).




1810-20: Intraprende vari mestieri: lustrascarpe, assistente del nonno Gonzales “El farmaceutico”, chitarrista nel trio “I tre Gonzales”.
(Cico Story, Cico Archeologo).



1820: Fa da guida ad una spedizione archeologica statunitense, rinvenendo una piramide Maya nella giungla; quindi accompagna come guardia del corpo alcuni esploratori in Sudamerica.
(Cico Archeologo e Cico Esploratore).



1821: Rientrato in Messico, viene creduto un pericoloso rivoluzionario ed emigra clandestinamente negli Stati Uniti e svolge diversi lavori, tra cui il commesso.
(Cico Rivoluzionario e American Cico).



1822: Vive con gli indiani Sioux, che lo ribattezzano “Porcello Baffuto”.
(Un pellerossa chiamato Cico).



1823: Fa il soldato e diserta dopo essere diventato colonnello.
(Cico Soldato).



1824: Diventa il temuto sceriffo di Texas City, famoso in tutto il West con il soprannome di “Carambita City”, quindi cerca, trova e perde un tesoro nascosto dai pirati su un’isoletta del Golfo del Messico.
(Cico Sceriffo e Cico sull’isola del tesoro).



1825: Viene scambiato per un criminale dallo sceriffo di Grunt City, viene ingiustamente rinchiuso nel carcere di Sky Queen e quindi riabilitato.
(Cico Bandito e Cico Galeotto).




1826: Si trasferisce a Baltimora e viene assunto come giornalista del “Nosey Parker” per poi venire arruolato come agente segreto.
(Cico Giornalista e Cico Agente Segreto).



1827: fa il cercatore d’oro a Eureka Town e incontra Trampy,
(Cico Cercatore d’Oro)



1828 : Viene assunto come cowboy nel ranch di mister Tittlertattler e fa la guida di una carovana di pionieri diretta verso la Honey Valley.
(Cico Cowboy e Cico Pioniere)



1829: eredita il patrimonio del ricco Arthur McDoug, ma deve rinunciarci e si mette a fare il trapper e incontra Donald Destry.
(Un’eredità per Cico, Cico Trapper)



1830: Recapita pacchi lungo il fiume sulla chiatta “Marybell”.Durante uno dei viaggi della chiatta, giunge a Pleasant Point, nella foresta di Darkwood, e incontra Zagor.
(River Cico)