domenica 10 febbraio 2019

NON SI PUO' SENTIRE




Ho ricevuto via mail questa domanda.

Molti lettori di Zagor si lamentano che oggi si fa un minor uso delle didascalie se non per i cambi di scena, mentre una volta venivano usate anche per descrivere le scene prive di dialoghi in modo da conferire loro un maggiore effetto non soltanto visivo. Tu che ne pensi?  Mauro.

Ho risposto così.

Caro Mauro,
i lettori di Zagor si lamentano sempre e comunque. Se mettiamo le didascalie siamo spiegazionisti, se non le mettiamo era meglio quando le mettevamo. “Molti lettori si lamentano che” è una frase utilizzabile riguardo a qualsiasi scelta venga fatta. Ci sarebbe poi da chiedersi quanti siano questi “molti”, perché per quanti “molti” contestino qualcosa, ci saranno altrettanti “molti” che contestano la cosa opposta.
Le didascalie sono un artificio “vecchio” (ridondavano sul Flash Gordon, per esempio). Il linguaggio del fumetto si è evoluto sempre di più verso un uso della didascalia limitato e di sicuro non destinato a raccontare ciò che si vede nelle immagini. Inutile dire “Zagor con la scure disarma il suo avversario” se è esattamente quello che mostra la vignetta. Ken Parker, che ha fatto scuola in questo senso, è andato progressivamente quasi abolendo del tutto le didascalie (e persino le nuvolette dei pensieri). 
Ci sono fumetti, soprattutto di scuola americana, in cui le didascalie ci sono e sono lunghe, ma fungono da “voce fuori campo” di un io narrante, oppure sostituiscono il balloon dei pensieri: il personaggio cammina e accanto a lui varie dida mostrano che cosa sta pensando. Diverse grafie del letture nelle didascalie spiegano se ci sono più personaggi che pensano in quella vignetta (una grafia corrisponde a un diverso personaggio), anche da fuori campo. Questo artificio su Zagor non è mai stato usato, quindi continueremo a non usarlo. Se lo usassimo, “molti lettori” se ne lamenterebbero. 
E’ stata stabilita una consuetudine (che io cerco di usare il meno possibile e scoraggio negli altri sceneggiatori) per cui una frase di un personaggio che spiega quale sia il suo proposito prosegue dal balloon e finisce, virgolettata, a fare da didascalia nella vignetta successiva, in cui si mostravento la messa in atto del proposito. Ebbene: Sergio se ne lamentava. Immagino che “molti lettori” ugualmente si lamentino anche loro. 
Come considerazione finale ricordo che i social ci hanno resi infastiditi di fronte alle troppe parole da leggere. Pagine piene di balloon e di didascalie scritte fitte fitte scoraggiano la lettura, che dovrebbe essere quanto più agile possibile. 
Nella serie a striscia uscita nel 2018, volendo “fare il verso” al vecchio modo di sceneggiare ho usato didascalie più lunghe, ma appunto si è trattato di un “ritorno al passato”. Io delle didascalie lunghe non ho nessuna nostalgia. Poi ci saranno sempre i nostalgici di qualche cosa. Mi piacerebbe che i lettori leggessero più serenamente le nostre spensierate avventure e valutassero di più i meriti delle storie, se ce ne sono, invece di andare alla ricerca dei motivi di contestazione e di attaccarsi alle virgole contestando agli autori qualunque scelta venga fatta. Stiamo portando il sogno di Zagor verso il sessantennale, abbiamo attraversato i tempi e le mode, lo Spirito con la Scure continua  a inanellare avventure e successi, siamo leggenda, e c’è chi si lamenta delle didascalie.





Dopo aver riportato sulla mia pagina FB questa risposta, a mio parere esaustiva ed educata, si è inalberato un lettore (evidentemente uno di quelli che si lamentano): secondo lui, la mia frase “i lettori si lamentano comunque” sarebbe qualcosa che "non si può sentire". Cioè, una affermazione intollerabile.  Poi, l’inalberato ha aggiunto qualcosa del tipo “se voi sceneggiatori non volete lamentele, scrivete per voi stessi e basta”.  

Ora, vorrei far notare al non gentile detrattore che il fatto di ricevere lamentele sempre e comunque, di segno opposto, qualunque cosa si faccia, non è una mia opinione. E’ la realtà dei fatti. Qualunque mio collega potrebbe confermarlo. Arrivano critiche contraddittorie su tutto: chi la vuole nera, chi la vuole bianca. Si resta di stucco per la diversità dei pareri, o per l'irragionevolezza di alcuni. Ma, del resto, credo che nella vita di ognuno di noi capiti la stessa cosa: davvero a voi succede di accontentare tutti? Sui social non si leggono forse polemiche ferocissime su qualunque questione? Quindi perché meravigliarsi se porto la mia testimonianza su una realtà di fatto? Ho semplicemente detto che qualunque cosa si faccia, si viene criticati. E' una ovvietà. E' inevitabile dato che le opinioni sono tante e contrastanti, ma oltre a quelle espresse in modo ragionevole ci sono quelle distruttive e cariche d'odio. I detrattori e gli haters sono ovunque. Dunque, caro inalberato, se credi che la frase “i lettori si lamentano comunque” non si possa sentire, non vuoi sentire una banalissima verità. Vuoi negare la realtà dei fatti. Okay. Io, invece, la realtà dei fatti la racconto per com’è. Non è una cosa su cui si può discutere: è così. I lettori si lamentano sempre e comunque: punto.


Tuttavia, è la frase successiva che rivela ciò che davvero ha fatto inalberare l’inalberato. “Se voi sceneggiatori non volete lamentele, scrivete per voi stessi e basta” (sto citando a memoria lo sfogo del lettore, quelle fra virgolette sono parole mie che ne riassumono però il senso). Dunque l’inalberatura deriva dal sentir leso il diritto alla lamentela. Nessuno lo ha mai messo in dubbio: tant’è vero che si lamentano tutti.  C'è gente che pare vivere per lamentarsi. Nessuno glielo vieta, peraltro non vedo come si potrebbe. Il punto è un altro: io non scrivo per me stesso, come non scrivono per loro stessi gli altri sceneggiatori, ma neppure scrivo sotto dettatura. Non è che arriva Tizio a dirmi: “voglio le didascalie com’erano su Tex nel 1948”, io il giorno dopo lo accontento. Anche perché scriverà Caio dicendo. “voglio le didascalie come sull’Uomo Ragno”, e Sempronio aggiungerà: “io le didascalie non le voglio”. A chi dar retta? Mi dispiace, do retta al mio cuore e cerco di fare del mio meglio, come pare a me, ragionandoci sopra, sperando di indovinarci. Lo faccio da trent'anni. C’è questa pretesa del lettore a vedersi confezionare il fumetto su misura. L’autore non deve scrivere per sé stesso, e va bene, ma per lui, per il singolo. Non funziona così. L’autore propone la sua scelta stilistica, il lettore decide se apprezzarla o meno. Poi si lamenti pure, ma non pretenda di essere il punto di riferimento e di aver ragione per forza. Ripeto: io non scrivo sotto dettatura. Ciò non significa che le critiche giuste non vadano accettate. Anzi: ben vengano le segnalazioni che riportano sulla giusta strada o servono a correggere gli errori. Però ci vuole una scrematura. E sicuramente le critiche ingiuste vanno ignorate. 

Ho trovato una citazione di Eleanor Roosevelt, la sorella di Teddy Roosevelt, che dice così: “Fate quello che il cuore vi dice che è giusto, perché sarete criticati comunque”. E Lincoln scrisse: “Se dovessi leggere, non dico rispondere, tutti gli attacchi diretti contro di me, dovrei chiudere bottega e occuparmi solo di questo. Faccio quello che posso, e intendo continuare a fare così fino in fondo”. E Lincoln non era sui social.