lunedì 28 settembre 2026

PAROLA DI SERGIO

 

Il 26 settembre 2011 ci lasciava Sergio Bonelli. Ho scritto un mio primo commosso ricordo, proprio su questo blog, quella sera stessa, in un post che cominciava così: 

Il primo SMS mi ha raggiunto alle 10 e 50 di questa mattina. Era di un lettore di Zagor. Diceva: "Moreno, dimmi che non è vero". Io sapevo che era vero da poco più di un'ora, e ancora non riuscivo a convincermene. Sergio Bonelli ci ha lasciato. Sapevo che, negli ultimi giorni, era stato ricoverato in ospedale per degli accertamenti. Ma non sembrava niente di troppo grave. Mai avrei immaginato, quando l'ho salutato l'ultima volta, a fine luglio, che non lo avrei mai più rivisto.
 
 
Finestra del palazzo comunale di Milano, settembre 2011

 
Quattro giorni dopo, il 30 settembre 2011, ho pubblicato un seguito, intitolato L’ultima foto: evitando le immagini del funerale, a cui aevo da poco partecipato, scelsi uno scatto felice, quello del 25 luglio 2011, che raffigura Sergio dopo il concerto di Graziano Romani, a Riminicomix, dove si era festeggiato il cinquantennale dello Spirito con la Scure. In seguito è comparso un mio articolo anche sul sito della Casa editrice che porta il suo nome.
 

 
A quindici anni di distanza, esce  in edicola "Sergio Bonelli: in viaggio con Guido Nolitta", un albo speciale celebrativo curato da Graziano Frediani, che contiene, fra gli altri,  un contributo a mia firma. 
 
"Freddo cane in questa palude", nel suo piccolo, vuole ricordare Sergio in modo un po' diverso da quanto già detto e già fatto. Qui di seguito troverete infatti alcuni estratti dalla rubrica "Postaaa!" e da altri editoriali pubblicati comunque su collane zagoriane (Zenith e Maxi) scelti fra le puntate degli ultimi dieci anni di vita dell'autore-editore (più precisamente, tra il 2001 e il 2009). "Postaaa!" venne gestita da Bonelli a partire dal giugno 1987 fino al numero di Zagor datato ottobre 2011.

 

 Tutte le quarte pagine in cui comparve sono state raccolte in un volume intitolato "Caro Sergio... quando i social non esistevano", edito nel con il marchio ZTN, a cura di Gianluca Zaccarelli (2018, brossura, 330 pagine a colori, copertina di Alessandro Piccinelli) e con una mia introduzione. Per completezza di informazione riguardo la storia della rubrica, riporto una parte di questa introduzione in calce al post (scorrendolo, gli interessati potranno rintracciarla). I titoli dei brani estratti dagli editoriali di Bonelli sono stati attribuiti dal sottoscritto per individuare l'argomento trattato da ognuno, l'ordine è cronologico.
Buona lettura e, di nuovo, grazie Sergio. 
 
 

 
  
 
POSTAAA!
Sergio Bonelli 

Baci
Posta Zagor, ottobre 2001

Quando Zagor fu creato non ritenevo che i miei lettori, che immaginavo molto giovani, fossero interessati al fatto che il protagonista desse un bacio a una ragazza. Addirittura pensavo (d’accordo con mio padre e con quasi tutti gli sceneggiatori dell’epoca) che il lettore, desideroso di leggersi delle avventure dense d’azione, potesse essere infastidito dal momento romantico. Oggi le cose sono cambiate, il pubblico si aspetta che un personaggio realistico abbia una sua vita sentimentale, e soprattutto l’immagine della donna non viene percepita più come legata necessariamente alle parentesi rosa. Zagor resta in parte ancora legato all’impostazione originaria, però nel tempo ha avuto sempre più a che fare con l’universo femminile. Io stesso, per primo, ho provveduto a far vivere allo Spirito con la Scure una love story con la bella Frida, e quando i due si baciarono i lettori furono tutti d’accordo.
 

 

Marie Laveau e Denise Lafitte

Posta Zagor, ottobre 2001

Marie Laveau era veramente una mambo che si occupava di stregoneria e di riti vudù, nella New Orleans dei primi anni dell’Ottocento: ne parlano le cronache dell’epoca e sono stati scritti libri su di lei. Non aveva, forse, l’aspetto avvenente che le hanno dato Boselli e Laurenti quando l’hanno fatta comparire nella saga di Zagor, e probabilmente non ha mai evocato Maître Carrefour, né ha mai pensato di costruire in Africa un nuovo impero di Songhay, ma il suo nome è tutt’altro che inventato. Più aderente alla realtà è la Denise immaginata da Burattini e Chiarolla. Il pirata Jean Lafitte (anch’egli tolto di peso dalla Storia con la “S” maiuscola e, a questo punto, entrato a far parte integrante del microcosmo zagoriano) aveva realmente una figlia, chiamata Denise Jeannette, che navigava con lui. Di lei esiste una interessante descrizione fatta da un certo McKenny, ufficiale della marina degli Stati Uniti, che incontrò Denise il 2 marzo 1821 a bordo della “Pride”, dove era salito per consegnare a Lafitte l’ultimatum delle autorità americane che avrebbe obbligato il pirata a lasciare il suo covo a Galveston. Nel 1839, sulla rivista “United States Magazine and Democratic Review”, McKenny descriveva così la ragazza: “Comparve una giovane donna. Uno dei più radiosi esempi di bruna che si possano sognare. Una figura incantevole, di forme piene e voluttuose, lineamenti di grande bellezza, occhi neri dallo sguardo languido, e la capigliatura più nera e lussureggiante che si sia mai arricciolata sulla terra. Insomma, tutto quanto occorreva per indurre una squadra di giovanotti sentimentali, quali eravamo, alla poesia o al suicidio”.
 
 



 

Cico Story
Posta Zagor, giugno 2002

“Cico Story” fu una sorta di divertissement del sottoscritto, perfettamente assecondato dalle doti di narratore grafico di un Gallieno Ferri abile nelle scene drammatiche quanto in quelle umoristiche. Un divertissement favorito anche dal fatto che, in quegli anni, la Casa Editrice aveva dimensioni assai più limitate di adesso, e gestirla mi consentiva una maggiore disponibilità di tempo, al punto che potevo permettermi il lusso di dar sfogo, scrivendo nei weekend e nei dopocena, alla mia vena ironica, che da sempre cercavo inutilmente di tenere a bada evitando che emergesse troppo nelle storie di avventura che andavo sceneggiando. Il positivo riscontro di pubblico di “Cico Story” mi convinse a sacrificare, per altri quattro anni, alcune notti nel tentativo di dargli un seguito, nello sforzo costante di inquadrare le vicende del pancione in ambientazioni sempre diverse. Finché, pressato dagli impegni, fui costretto a lasciare che altri sceneggiatori proseguissero lungo la strada che avevo iniziato.
 
 

 

Animali
Posta Zagor, luglio 2002

Nelle storie di Zagor da me scritte, chiedevo sempre ai disegnatori di vivacizzare la foresta di Darkwood con la presenza di cervi, falchi, scoiattoli o quanto potesse servire a rendere l’idea di una regione incontaminata in cui ancora gli uomini avevano la fortuna di vivere a contatto con gli animali. I pellerossa, che di molte nostre avventure sono protagonisti, del resto, erano perfettamente consapevoli dell’importanza di condurre un’esistenza in armonia con le altre creature viventi, e fra le loro abitudini ce n’era una da cui dovremmo ancora oggi trarre qualche insegnamento: quella di non uccidere più animali di quanti non fossero strettamente necessari al loro sostentamento, rispettando peraltro in modo quasi sacrale ogni loro preda, alle cui spoglie rivolgevano spesso un ringraziamento e una richiesta di perdono subito dopo la cattura. Viceversa, spesso gli uomini bianchi sono portati, per antica mentalità, a considerare gli animali quasi come cose, oggetti di loro proprietà, da sfruttare e poi gettare quando non servono più. Chi abbandona il proprio cane partendo per le ferie, lo considera appunto una sorta di animale di pezza da buttare quando non si sa più dove metterlo o quando il bambino è troppo cresciuto per giocarci ancora.

Franco Donatelli
Posta Zagor, ottobre 2002

Ricordo Franco Donatelli accanto a mia madre e mio padre, nella redazione dell’“Audace”, già nel 1940: era entrato, giovanissimo, a fare da factotum in redazione ed aveva finito per diventare uno di famiglia. Dopo aver esordito sull’“Audace” con tavole di Furio Almirante, nel dopoguerra lavorò per varie altre Case editrici. Nel 1948 tornò alle Edizioni Audace per realizzare alcuni episodi della “Pattuglia dei Senza Paura”, ma poi disegnò Sitting Bull per l’editore Della Casa e soprattutto Pecos Bill per la Sepim di Tristano Torelli, per cui firmò, nel 1963, anche le avventure fantascientifiche di un insolito supereroe italiano, Radar. Donatelli tornò a collaborare con la nostra Casa editrice come copertinista del Piccolo Ranger, realizzando cover con tecnica pittorica di grande atmosfera: del resto, era un illustratore di talento con all’attivo numerose copertine per volumi editi da Cappelli, Mursia, Rizzoli e Sonzogno e, all’estero, una prestigiosa collaborazione con il “Paris Jour”. A metà degli anni Sessanta, entrò a far parte dello staff di Zagor, che in quel periodo stava passando dal formato a striscia a quello in albo gigante. La produzione di tavole mensili aumentò di parecchio e c’era bisogno di qualcuno che si alternasse con Gallieno Ferri. Donatelli arrivò con la storia “I disertori”, apparsa in prima edizione nel gennaio del 1968, e fu subito chiaro che non se ne sarebbe più andato. Il “suo” Zagor era un “vero” Zagor, anche se diverso da quello di Ferri. Da allora in poi, le storie di Donatelli si alternarono a quelle di Ferri, ed essendo veloce nell’esecuzione almeno quanto il titolare della serie, benché giunto sette anni dopo finì per piazzarsi al secondo posto nella classifica dei disegnatori più prolifici. La scomparsa di Donatelli, avvenuta nel 1995, aveva lasciato incompiuta una storia, “L’ombra sul sole”. A lungo sono stato indeciso sul destino da dare a quel racconto, ma alla fine, grazie anche alla disponibilità di Roberto D’Arcangelo che si è prestato a completarlo, le ultime sue tavole hanno finalmente raggiunto l’edicola, suscitando emozioni e ricordi in tutti gli zagoriani.
 
 

 

La collana Zenith

Posta Zagor, dicembre 2002

La Zenith nacque, nel lontano 1960, come una collana “contenitore” destinata a ristampare in albo gigante alcune serie precedentemente uscite nel formato “a striscia” tipico degli anni Cinquanta. Cominciò ripresentando in undici albi le avventure di Hondo, scritte da mio padre, Giovanni Luigi Bonelli, e disegnate da Franco Bignotti. Poi fu la volta di tre albi con Kociss e quindi, a seguire, Terry, Teddy Starr, Giubba Rossa, Ringo. Infine, a partire dal n° 23, iniziò la lunga saga del “Ragazzo nel Far West”, il primo personaggio creato da un certo Guido Nolitta, nome che non dovrebbe suonare nuovo ai lettori dello Spirito con la Scure. Solo con il n° 52, datato luglio 1965, la collana Zenith cominciò a ristampare anche le avventure di Zagor, che continuavano, nel frattempo, a uscire ancora sotto forma di “strisce”: il successo di questa ristampa nel nuovo formato fu tale che, esaurito il materiale a disposizione, l’intera produzione inedita del personaggio fu riservata all’albo gigante. L’ultima “striscia” di Zagor fu quella della conclusione della storia con il Re delle Aquile, “L’ultimo volo”: si era nel novembre del 1970, e da quel momento in poi lo Spirito con la Scure visse solo avventure preparate appositamente per la collana Zenith, che divenne a tutti gli effetti la testata madre della serie. Restava però, nella numerazione, il retaggio del passato: quei 51 albi precedenti all’avvento di Zagor hanno continuato a farsi ricordare mese dopo mese, nella cifra in costolina, sempre più alta rispetto all’effettivo numero raggiunto dalla serie.
 
 

 

La lezione
Posta Zagor, marzo 2003
 
In una sequenza dell’albo “La danza della scure”, vale a dire il remotissimo Zagor n. 10, mi sono divertito a immaginare l’eroe che, da esperto di lancio del tomahawk qual è, impartisce a Cico una vera e propria lezione sull’uso della propria arma preferita. “Per prima cosa”, scrivevo mettendo queste parole in bocca a Zagor, “bilanciare con attenzione la scure, impugnandone il manico al punto giusto”. E poi, di seguito, indicavo quali fossero i passaggi successivi per un perfetto lancio. Ma, ahimè, ammetto di aver improvvisato, e soprattutto di non aver mai lanciato una scure in vita mia. Ho messo quell’arma al fianco di Zagor perché pensavo che il suo uso imponesse un combattimento leale, corpo a corpo o comunque faccia a faccia, e richiedesse una grande abilità a dimostrazione delle doti dell’eroe. Con Ferri, poi, ho studiato una forma particolare e riconoscibile alla scure di Zagor, senza però pormi mai il problema di come la stessa arma potesse a volte tagliare e a volte soltanto stordire: forse esistono, anche se non si distinguono, un lato tagliente e uno ottundente.

Varietà dei generi
Posta Zagor, aprile 2003

Ho sempre pensato a Zagor come un fumetto in cui potessero confluire elementi dai generi più diversi e nelle storie che scrivevo cercavo sempre di alternare i racconti di stampo più tradizionale a quelli fantastici. E anche quando altri sceneggiatori mi hanno prima affiancato e poi sostituito, ho sempre raccomandato loro la varietà dei temi e degli scenari.

Insetti assassini
Posta Zagor, maggio 2003

Riguardo “Insetti assassini”, siamo stati attenti, a meno di qualche svista che dovesse esserci nonostante tutto sfuggita, a distinguere gli aracnidi (la classe di animali a cui appartengono sia i ragni che gli scorpioni), o i chilopodi (come, per esempio, le scolopendre), dai cugini insetti come le api, le termiti o le locuste, tanto per citare alcune specie viste nell’albo precedente. Il titolo si riferiva (con la sintesi indispensabile all’efficacia) agli animali che maggiormente numerosi e in più occasioni venivano visti colpire in quell’albo, guidati dal marchingegno di Verybad: evidentemente, però, il diabolico apparecchio è in grado di comandare tutte le classi di artropodi. Ad alcuni è parso di scorgere la fonte di ispirazione di Burattini nel film Swarm, del 1978, con Michael Caine ed Henry Fonda, una pellicola, appartenente al filone del cinema catastrofico, che racconta di un gigantesco sciame di api assassine che terrorizza il Sud-Ovest degli Stati Uniti. La nostra storia è molto diversa e in realtà allo sceneggiatore l’idea è venuta dopo aver letto il romanzo Formiche, di Bernard Werber (Longanesi). Nel romanzo, uno dei protagonisti umani riesce a mettere a punto un sistema computerizzato in grado di permettergli di “parlare”, tramite lo scambio di feromoni odoriferi, con le formiche, il cui modo di comunicare è appunto basato sugli odori secreti dai vari segmenti del corpo. L’avventura di Zagor è, comunque, diversissima anche dal libro, come potrete valutare dopo aver chiuso l’ultima pagina dell’albo.

 

 

Adolfo Verybad
Posta Zagor, giugno 2003

Quando, nel 1966, ho scritto la prima avventura zagoriana in cui compare Adolfo Verybad, ho pensato al professore come alla parodia non tanto di un mad doctor, di cui il folle inventore di armi non aveva la consapevole malvagità, ma di uno scienziato semplicemente monomaniaco, talmente invasato dalle proprie ricerche al punto di non rendersi conto né di quanto fossero ridicoli i suoi esperimenti sulle formiche né quanto pericolose le sue invenzioni, e dunque in grado di rappresentare sia il dramma che la farsa, che sono spesso le due facce della stessa medaglia. Ferri aveva reso molto efficacemente, in chiave caricaturale, la sua svampita follia, dando al personaggio una faccia e un’espressività molto buffe. In seguito, tuttavia, altri autori hanno attenuato l’aspetto più decisamente umoristico del personaggio: così, a partire dal suo primo ritorno con la storia dell’Uomo Invisibile, non solo la personalità di Verybad si è fatta più problematica, ma anche il suo aspetto si è addolcito fino a trasformarsi, progressivamente, in quello di un elegante signore, certo un po’ irascibile e vanaglorioso, ma non più caricaturale. Il fatto che i protagonisti, i caratteristi e i comprimari di un fumetto cambino e si evolvano, è inevitabile (succede anche nei telefilm): anche la serie di Zagor, del resto, ha oggi un taglio più drammatico di un tempo, pur nel rispetto di certe caratteristiche di fondo a cui cerchiamo sempre di attenerci.
 
 
 

 

La legge di Murphy 
Posta Zagor, luglio 2003
 
Purtroppo, la lotta contro i refusi è la disperazione di tutti i correttori di bozze da quando esiste la stampa (e prima, anche gli amanuensi riempivano di svarioni i loro codici). Per evitare che vengano pubblicati, si leggono e si rileggono più volte le pagine durante le varie fasi della lavorazione, e ogni volta viene corretto qualcosa (e a volte le correzioni sono esse stesse causa di altri errori). Più letture si fanno, più errori si scoprono: ma per quanti controlli si eseguano, si può essere certi che qualcosa finirà fatalmente per sfuggire anche all’occhio più attento. Del resto, una delle famose leggi di Murphy (colui che per primo teorizzò che “se qualcosa può andar male lo farà”) è la “legge di Jones sull’editoria”, che recita: “Gli errori si vedono solo quando il libro è stampato”. E ricordo che uno dei creatori di Nathan Never, Michele Medda, in una sua divertente raccolta di aforismi del genere applicate al mondo dei fumetti, ha elaborato una sua legge sul refuso nascosto, che dice: “Ogni errore diventerà immediatamente evidente appena l’albo uscirà in edicola”.

Luigi Corteggi

Posta Zagor, settembre 2003

Il mio apprezzamento per il talento di chi realizza la grafica dei titoli è tanto più grande se ripenso, non senza un briciolo di vergogna, a quando, ormai oltre quarant’anni fa, in una casa editrice ancora a dimensione famigliare, mi occupavo di tutto un po’ e scrivevo io stesso i titoli degli albi. Ancora oggi, se mi capita fra le mani qualche pubblicazione di quel periodo e riconosco la mia calligrafia in quelle scritte (che testimoniano inequivocabilmente la mia goffaggine nel pilotare squadre, righelli e compassi), benedico il momento in cui, negli anni Sessanta, arrivarono in redazione grafici degni di questo nome che si occuparono, fra l’altro, anche della realizzazione dei titoli in copertina e nelle prime strisce di ogni storia. A partire dal 1975, fino ai giorni nostri, a farsene carico è stato il bravissimo Luigi Corteggi. Reduce da anni di intensa attività sia in campo pittorico che in campo grafico, Cortez (come gli piaceva farsi chiamare) fu il primo “art director” della nostra Casa editrice. Suoi non sono solo i titoli di quasi tutti gli albi delle serie dove, come nel caso di Zagor, occorrono scritte realizzate graficamente, ma anche i progetti dei “marchi” delle più importanti collane bonelliane, da Dylan Dog a Nathan Never, da Nick Raider a Mister No, da Martin Mystère a Ken Parker.
 
 

 

I missionari
Posta Zagor, ottobre 2003

Nel Maxi Zagor “Il forte abbandonato” si parla di missionari. Il discorso è troppo complesso per essere affrontato in questo spazio: mi limito a ricordare come, fra le tante testimonianze di segno opposto, saggi storici e film come “Mission”, sicuramente ben documentati, abbiano dimostrato come alcuni missionari si siano schierati in difesa degli indigeni anche contro i loro stessi superiori o contro militari con il loro stesso colore di pelle. Non è mai bene generalizzare e comunque la nostra storia raccontava solo di alcuni religiosi, senza la pretesa di farne esempi o paradigmi, e anzi mostrando, come risulta da alcuni dialoghi fra Zagor e padre Koenig, come anche l’opera di evangelizzazione, che dovrebbe essere condotta nel rispetto degli usi, dei costumi, delle sensibilità e delle tradizioni, possa avere aspetti contraddittori.

Zagor con sei dita
Posta Zagor, marzo 2004

Un lettore mi segnala che nella copertina dell’albo “La trama del ragno”, Zagor ha una mano destra con sei dita. Sono andato a controllare ed effettivamente lo Spirito con la Scure ha un mignolo di troppo. Mi consola pensare che il nostro piccolo, e se vogliamo, divertente errore non fa altro che infoltire la lunga lista di aneddoti riguardo svarioni del genere accaduti non solo nelle copertine o nelle pagine interne dei nostri albi ma anche in ambiti ben più importanti. Tutti i collezionisti di francobolli sanno che uno fra i più ricercati “pezzi” della filatelia italiana è il famoso “Gronchi Rosa” in cui il disegnatore del bozzetto raffigurato, volendo celebrare un viaggio del nostro Presidente della Repubblica di allora in Sud America, disegnò il Perù con i confini sbagliati. E gli esperti di numismatica sono da sempre alla caccia di una celebre moneta d’argento delle vecchie 500 lire, in cui era raffigurato un veliero che aveva le bandiere controvento. Temo però, e mi dispiace per i collezionisti zagoriani, che il nostro albo con Zagor dotato di sei dita non acquisterà mai il valore di quel francobollo e di quella moneta!
 
 



 

I letteristi
Posta Zagor, giugno 2004

I letteristi di Zagor sono principalmente due, Giuseppina Caresana e Omar Tuis che, al pari di tutti i loro colleghi che collaborano con la nostra casa editrice, scrivono a mano parola per parola all’interno delle “nuvolette”, che essi stessi posizionano sapientemente nella vignetta tenendo conto delle posizioni dei personaggi. I balloon vengono scritti su carta adesiva e poi, sagomati a dovere e accuratamente ritagliati, vengono appiccicati sulle tavole. Trovo molto bello che in un’epoca come la nostra in cui tutto viene scritto al computer ci sia ancora chi fa un lavoro paragonabile a quello degli antichi amanuensi o dei calligrafi di un tempo.
 
 

 
 
 

Ritmi dei disegnatori
Posta Zagor, agosto 2004

In passato, accadeva spesso che i disegnatori riuscissero a consegnare trenta, quaranta o addirittura cinquanta tavole mensili, e a lungo, per esempio, il grande Galep riuscì a garantire quasi da solo, l’intera produzione delle strisce di Tex, e anche Ferri, del resto, faceva lo stesso con quelle di Zagor. I disegnatori più giovani molto spesso non superano le quindici pagine mensili e talvolta faticano ad arrivare a dieci. La velocità di realizzazione delle tavole a fumetti cambia, ovviamente, da persona a persona, perché ogni autore ha il proprio stile, la propria tecnica, i propri tempi, la propria indole. Tuttavia è innegabile che ai nostri giorni la media di produzione si sia notevolmente abbassata, e non soltanto perché oggi i giovani disegnatori dedicano, forse, meno ore della giornata al lavoro rispetto a quanto accadeva in passato, ma anche perché il fumetto di oggi richiede una maggiore documentazione rispetto a quello di ieri e dell’altro ieri. Il pubblico, sempre più competente e informato, si aspetta una grande cura in ogni pagina, magari a scapito della freschezza di un tempo, e il confronto con gli altri media richiede che gli autori si sforzino di dare il massimo. Per questo, la lentezza di alcuni disegnatori deriva anche dalla loro perenne insoddisfazione che li porta a fare e rifare più volte la stessa vignetta alla ricerca dell’inquadratura migliore o della composizione più efficace.

Volti noti
Posta Zagor, ottobre 2004

Alcuni, come Tiziano Sclavi o Giancarlo Berardi, hanno fatto delle citazioni cinematografiche uno dei segni di riconoscimento del loro stile, usando le sembianze di attori o personaggi famosi in modo di arricchire le loro storie con piani di lettura multimediali e di “citazioni” cinematografiche o letterarie. Altre volte, invece, le somiglianze sono invece soltanto dei “divertissement” dei disegnatori, come in una vecchia avventura del “Ragazzo nel Far West”, intitolata “Rio Bravo” e risalente al 1962: Giovanni Ticci e Franco Bignotti, che all’epoca lavoravano in coppia, si sono divertiti, di loro iniziativa, a dare gli inconfondibili volti di Nikita Kruscev e di Fidel Castro a due personaggi. Personalmente non ho mai incoraggiato e talvolta ho contestato l’abuso dei volti altrimenti noti nelle pagine dei nostri albi, ritenendo che il fumetto abbia i mezzi per esprimersi in maniera autonoma, senza ricorrere a “prestiti” esterni. Non posso fare a meno di notare, però, come questa pratica non sia limitata ai disegnatori bonelliani ma diffusa dovunque, in Italia e all’estero, e devo ammettere che in certi casi gli autori hanno le loro giuste ragioni per ricorrervi. Essendo poi io stesso uno sceneggiatore, nei panni del mio alter ego Guido Nolitta so bene come spesso sia utile, dovendo descrivere a un disegnatore le caratteristiche di un personaggio che si ha in mente, dare delle indicazioni che rimandano al modello di un attore cinematografico. Ricordo che per spiegare come avrei voluto il mio Mister No dissi che pensavo a un fisico atletico ma non troppo muscoloso, come quello di Paul Newman, e che per il volto mi sarebbe piaciuto una via di mezzo fra James Coburn e Steve McQueen. I già citati Sclavi e Berardi hanno fatto ricorso a modelli del genere, indicando i volti di alcuni attori (Rupert Everett, Robert Redford, Audrey Hepburn) per dare l’aspetto che avevano in mente a Dylan Dog, Ken Parker e Julia, in questo incanalandosi nel solco di una tradizione che, anche presso altri editori, aveva avuto numerosi precedenti (e del resto si sa che anche nel realizzare i primi Tex e Zagor sia Galep che Ferri avevano tenuto d’occhio divi della celluloide come Gary Cooper e Robert Taylor). In Zagor capita raramente di incontrare personaggi con fattezze ricalcate su degli attori, anche se Mauro Laurenti ha dato a Marie Laveau le sembianze di Naomi Campbell. 
 
 

 

Jean Lafitte

Posta Zagor, maggio 2005

Definire Jean Lafitte semplicemente pirata o contrabbandiere non rende giustizia al personaggio. Fu uomo dalla vita avventurosissima, di straordinaria abilità e intelligenza, e le sue doti vennero sempre riconosciute anche dai suoi avversari. Nato a Bordeaux, in Francia, Lafitte era partito alla volta di Santo Domingo dove si era dato al commercio, ma durante un viaggio la nave su cui viaggiava fu abbordata da un vascello spagnolo. Gli assalitori abbandonarono Jean e la moglie su un’isola deserta. Lafitte venne salvato da una goletta americana ma la moglie morì. Da qui nacque il suo odio irriducibile verso gli spagnoli. Facendo della laguna di Barataria (presso New Orleans) il suo covo, Lafitte organizzò una flotta corsara: aveva una “lettera di corsa” firmata, sembra, da Simon Bolivar in persona, con la quale abbordava, su autorizzazione delle autorità di Cartagena, soltanto navi spagnole. Ma soprattutto fu contrabbandiere, in un’epoca in cui l’autorità dello Stato non si faceva sentire su gran parte dei territori. Dunque, si può discutere se fosse o non fosse un fuorilegge ma di certo non era un sanguinario bandito. Nella guerra del 1812, Lafitte e i suoi uomini si schierarono al fianco dell’esercito americano contro gli inglesi, e combatterono insieme al generale Jackson (poi destinato a divenire presidente), che di Lafitte divenne amico. Nella saga zagoriana, Lafitte è ormai anziano e ufficialmente risulta scomparso. Nessuno lo ricerca più, casomai si ricercano i suoi tesori. Quanto al traffico di armi, è a favore di guerriglieri – così almeno crede Lafitte – che si oppongono all’oppressivo regime messicano. E lo Spirito con la Scure lo soccorre (senza sposarne la causa) perché sa distinguere chi merita il suo aiuto e la sua amicizia.

Il segreto della longevità
Posta Zagor, giugno 2005

Forse il segreto della longevità editoriale dello Spirito con la Scure e del suo ottimo stato di salute è questo: quello di essere riuscito a trovare il giusto amalgama fra l’avventura di stampo tradizionale e il continuo rinnovamento nel modo di raccontarla. Poi, come in tutte le cose di questo mondo, oltre alle buone intenzioni di noi autori e alla tanta nostra fatica nel confezionare le storie, è servito l’aiuto della fortuna che, evidentemente, ci ha accompagnato per tutti questi anni.

Interpretazioni grafiche
Posta Zagor, novembre 2005

A differenza di quanto accade per Tex, i cui lettori sono abituati da tempo a vedere Aquila della Notte interpretato in modo diverso e personale dai vari disegnatori che si sono affiancati a Galep, gli zagoriani (soprattutto quelli della vecchia guardia) identificano da sempre la figura dello Spirito con la Scure con il tratto di Gallieno Ferri ed è difficile per loro accettare le interpretazioni grafiche degli altri autori. Purtroppo, la produzione annuale zagoriana richiede la realizzazione di circa duemila tavole: Ferri, pur essendo ancora molto prolifico, difficilmente può realizzarne più di trecento (impegnato com’è anche con le copertine). Se Gallieno fosse l’unico disegnatore, Zagor potrebbe uscire soltanto tre volte l’anno. Dunque è giocoforza poter contare su uno staff di altri disegnatori, la cui creatività deve essere vista come una risorsa per il personaggio: soltanto attraverso un continuo rinnovamento grafico un eroe dei fumetti può restare al passo con i tempi. E vi assicuro che molti dei disegnatori che hanno realizzato gli albi del Re di Darkwood negli ultimi anni sono dei talenti che in tanti potrebbero invidiarci. Ciò detto, è chiaro che il mio sforzo di editore è quello di salvaguardare l’identità di quello Zagor che non soltanto è il titolare di una delle testate di maggior successo della Casa editrice ma anche un personaggio creato dal mio alter ego Guido Nolitta.
 
 

 

Zagor in Francia
Posta Zagor, febbraio 2006

La Francia fu uno dei primissimi Paesi stranieri in cui Zagor venne esportato, addirittura quasi immediatamente dopo l’uscita in Italia. All’epoca lo pubblicava appunto, come Jose ricorda, la casa editrice Lug di Marcel Navarro (che stampava molto altro materiale bonelliano). L’eroe di Darkwood aveva un così grande successo che il mercato francese assorbiva più storie di quante noi riuscivamo a produrre, e così mi fu chiesto di permettere che venissero realizzate avventure extra da pubblicare oltre frontiera. In tutto ne uscirono tre: due di queste, che avevano testi scritti dal mio alter ego Guido Nolitta e che erano state disegnate da collaboratori abituali della Lug quali i fratelli Chiomenti e Mario Cubbino, vennero in seguito pubblicate anche in Italia. La terza, invece, uscita in Francia nel 1963 (sul n° 15 di una testata chiamata “Special Kiwi”), e intitolata “Le sachem sans plumes”, non è sceneggiata dal sottoscritto e non è di qualità tale da far rimpiangere il mancato inserimento nelle collane italiane.
 
 

 
 
 
 

Storia e storie
Editoriale Maxi Zagor, luglio 2006

Pur essendo il nostro un fumetto d’avventura al servizio del sogno e della fantasia, senza troppi scrupoli di aderenza alla realtà, ci è capitato di immaginare, di tanto in tanto, anche vicende che avevano dei riferimenti storici. Gli albi scritti da me che raccontano dei Seminoles o quelli opera di altri sceneggiatori con la tragica deportazione dei Cherokee oppure con la fondazione di Monrovia in Africa, fino all’incontro fra Zagor e Edgar Allan Poe o il pirata Jean Lafitte sono tutti esempi di contatti, seppur fugaci, tra la Storia con la “S” maiuscola e le nostre storie con la “s” minuscola.

Collezionare gli originali
Posta Zagor, ottobre 2006

Indubbiamente, per un appassionato di fumetti non c’è nulla di più gratificante che poter appendere alle proprie pareti gli originali dei personaggi e degli autori a lui più cari, e chi ha la fortuna di possederne alcuni sa di avere un pezzo unico, di cui gli altri hanno solo riproduzioni a stampa all’interno degli albi. Io stesso ho le pareti tappezzate di originali di copertine e tavole a fumetti che ho messo insieme in tanti anni, e sono orgoglioso di mostrarle agli amici che sanno apprezzare il significato e il valore, soprattutto estetico, della mia collezione. Dico “estetico” perché c’è chi pensa che questi disegni, o original arts per dirla all’inglese, abbiano prezzi stratosferici. Non è così. Pur trattandosi, in genere, di disegni molto belli da possedere e da ammirare, costano sempre molto meno di un quadro e perfino di una stampa. Si possono trovare in giro tavole di personaggi della nostra Casa editrice non più care di una cravatta o di un libro rilegato. Il prezzo dipende ovviamente dal disegnatore, dal personaggio, dallo stato di conservazione, dal numero di vignette in cui compare il protagonista e dalla richiesta del mercato. È ovvio che opere di disegnatori molto noti e molto apprezzati anche in campo internazionale (come per esempio Alex Raymond o Milton Caniff) siano particolarmente ricercate. Il fatto che tavole di certi artisti siano meno numerose e dunque più rare di quelle di altri aumenta il loro valore. Se l’autore ha poi firmato la tavola, il prezzo sale ancora di più. Importante è anche la serie di appartenenza: una tavola di Tex o di Dylan Dog, personaggi molto noti e molto amati, trova di certo più mercato di una di personaggi meno conosciuti, ed è fondamentale poi la presenza dell’eroe: più sono le vignette in cui compare, più la pagina è apprezzata (e c’è chi valuta anche il fatto che il personaggio sia in azione o fermo, o se figuri da solo o in compagnia di amici o nemici noti). Se le tavole appartengono poi a un episodio particolarmente celebre, hanno ovviamente maggior pregio, e a parità di condizioni le pagine più vecchie valgono di più del materiale recente. I disegni a colori sono più pregiati di quelli in bianco e nero e le copertine hanno prezzi tre o quattro volte superiori rispetto alle pagine interne. Conta poi lo stato di conservazione, e qui entrano in ballo le tecniche e gli strumenti utilizzati: la china di solito non sbiadisce, i pennarelli (soprattutto quelli di un tempo), sì; inoltre la carta ingiallisce, i retini tendono a staccarsi, e così via, e tutto influisce sulle quotazioni.

Aspiranti autori

Posta Zagor, dicembre 2006

Man mano che i lettori di fumetti diminuiscono a vista d’occhio, aumentano viceversa gli aspiranti autori. Molti sono infatti coloro che scrivono proponendosi quali disegnatori o sceneggiatori per gli albi della nostra Casa editrice. Coloro che sottopongono alla mia attenzione i propri disegni sono, in genere, piuttosto bravi: alcuni, addirittura eccellenti. Del resto, viviamo nella società dell’immagine e dunque i giovani illustratori sono particolarmente stimolati a visualizzare graficamente ciò che intendono esprimere. Purtroppo, il mercato del fumetto consente sbocchi professionali soltanto per una piccolissima parte di quanti si propongono a me o ad altri editori. Tuttavia, valutare il talento di un giovane disegnatore è un compito che un professionista riesce a fare con un semplice colpo d’occhio: si vede subito, al di là degli aggiustamenti che si possono suggerire, se una tavola funziona o non funziona. Diverso è invece il caso per chi propone soggetti e sceneggiature. Esaminare un testo scritto, talvolta composto da molte pagine, richiede infatti del tempo, se davvero si vuole (come noi vorremmo) dare ogni volta un giudizio ponderato e approfondito. E il tempo è proprio ciò che manca ai redattori impegnati a rispettare il rigido calendario di scadenze imposto dalle date di uscita degli albi in edicola. Per questo, chi invia i suoi testi alla nostra attenzione deve armarsi di santa pazienza: i soggetti che giungono in gran numero alla nostra attenzione vengono letti durante i rarissimi momenti liberi concessi dal lavoro redazionale, e dunque l’attesa è piuttosto lunga. Constatando quante siano le proposte di storie che riceviamo, a volte penso che sarebbe opportuno rispondere a tutti con una specie di “lettera circolare” in cui si avvisa, come è vero, che il nostro staff è al completo. Però, subito dopo, mi autoconvinco che se imponessimo uno stop generalizzato all’esame degli aspiranti sceneggiatori non avremmo più la possibilità di scoprire autori di talento. Dunque, sia pure con fatica, proseguiamo con la lettura. Tuttavia, anche nel caso trovassimo ben costruita la trama di un racconto (e di solito è assai meno facile trovare chi scrive bene rispetto a chi bene disegna), e potessimo stabilire che non è ispirata troppo da vicino da film o romanzi, resterebbe il dubbio circa la capacità dell’autore di eseguire anche una sceneggiatura: la stesura di un buon soggetto non sottintende, purtroppo, anche una automatica abilità nello sceneggiare. La difficoltà di “tradurre in immagini” è infatti lo scoglio su cui sono naufragati spesso anche romanzieri piuttosto famosi che hanno voluto cimentarsi nell’impresa. Sulle pagine di Zagor si stanno alternando da tempo, come avrete notato, numerosi sceneggiatori (a testimonianza della nostra volontà di dare spazio a nuovi talenti), ma appunto questo avvicendamento dimostra che anche nello staff dello Spirito con la Scure i margini per nuovi inserimenti sono praticamente inesistenti. Non mi sento dunque di incoraggiare nessuno: viviamo in un periodo pieno di incertezza in cui perfino molti “fumettari” professionisti stentano a trovare lavoro. Vero è che chi vuol scrivere fumetti non pensa ad un “mestiere” praticato tanto per sbarcare il lunario, ma è mosso dalla passione, e dunque dal cuore. E al cuore, come si sa, non si comanda.
 
 
 

 

Film catastrofici e Verne
Editoriale Maxi Zagor, luglio 2007

Uno dei “filoni” cinematografici di maggior successo (almeno dal punto di vista degli incassi) è quello dei cosiddetti “disaster movies”, o film catastrofici, dove vengono mostrati agli spettatori i terribili effetti di catastrofi di tutti i tipi, da quelle naturali (terremoti, tornado, inondazioni, caduta di meteoriti) a quelle legate alle attività dell’uomo (incendi, incidenti aerei, naufragi). Uno fra i primi esempi di queste produzioni è “L’incendio di Chicago”, con Tyrone Power, del 1937; uno dei più recenti, “The Day After Tomorrow”, con Dennis Quaid, del 2004. Anche l’avventura di Zagor “La montagna di fuoco” potrebbe essere etichettata come appartenente alle storie di catastrofi, dato che racconta della spettacolare e disastrosa eruzione di un vulcano. Da appassionato lettore di Jules Verne, lo sceneggiatore Moreno Burattini ha tratto spunto (e solo quello, dato che poi la vicenda è del tutto diversa) da uno dei meno noti dei romanzi verniani, “Il vulcano d’oro”, scritto nel 1899 e uscito postumo (e addirittura incompleto, essendo rimasto interrotto alla morte dell’autore). Il racconto di Verne è ambientato negli anni della febbre dell’oro, narra le avventure di due cercatori sulle rive del Klondike, e soltanto nei capitoli finali entra in scena il vulcano che dà il titolo al romanzo. In fondo, le eruzioni, da sempre simbolo della forza della natura, sono uno degli spettacoli più belli e grandiosi a cui si possa assistere: nessuno che racconti avventure (scrivendo romanzi, disegnando fumetti, realizzando film) può sottrarsi al loro fascino arcano e primordiale.
 
 

 

La mitragliatrice

Posta Zagor, luglio 2007

Con lo Spirito con la Scure, ho volutamente immaginato, insieme al personaggio, una sorta di regno dell’avventura (la foresta di Darkwood e tutto quanto c’è attorno) dove fosse possibile dare libero corso alla fantasia più di quanto accadeva, per esempio, in Tex. Nel corso degli anni, poi, il succedersi delle storie ha creato una sorta di “canone” che ancora oggi guida gli sceneggiatori: certe cose si danno ormai per acquisite, come il fatto che il nostro eroe voli di liana in liana come se fossimo in una palude dell’Africa, o almeno della Florida, e invece siamo in Pennsylvania. Allo stesso modo, i lettori da sempre accettano nelle nostre avventure (che da certi riferimenti a fatti storici si possono collocare grossomodo tra il 1830 e il 1840) l’uso delle armi automatiche che nella realtà storica comparvero solo dopo la Guerra di Secessione. Per questo mi sono preso la libertà io stesso di inserire in una mia vecchia storia una mitragliatrice, essendo convinto che, in un contesto fantastico come quello zagoriano, le emozioni di una bella avventura siano più importanti dell’aderenza alla realtà storica. Chi legge le storie dei supereroi, del resto, accetta che Superman voli e che sia sensibile alla kryptonite.
 
 

 

Trucchi scenici e pellerossa
Posta Zagor, novembre 2007

Affrontiamo la questione dei “trucchi scenici”  con cui lo Spirito con la Scure si presenta, di tanto in tanto, davanti ai pellerossa e che gli servono per accreditarsi ai loro occhi come personaggio dall’aura magica o sovrannaturale. Il ricorso a questo tipo di “apparizioni” non rischia di far sembrare gli indiani come degli ingenui o degli sciocchi? La domanda è balenata nella mente di un nostro lettore dopo aver visto che sul numero 500, “Magia indiana”,  Zagor ricorreva di nuovo a dei trucchi del genere per comparire, addirittura scendendo dal cielo, davanti ai capi pellerossa riuniti a convegno. In realtà, gli autori di “Magia indiana”, Moreno Burattini e Gallieno Ferri, non hanno fatto altro che attenersi a una tradizione molto cara a tutti i lettori zagoriani, e che risale all’albo “Il re di Darkwood”. In quell’occasione, ormai molto tempo fa (in anni in cui i lettori accettavano con maggior facilità di adesso le trovate degli autori), io stesso ho raccontato la storia della prima apparizione dello Spirito con la Scure davanti ai sachem radunati proprio nello stesso luogo in cui comincia il numero 500, vale a dire la Radura della Piccola Acqua. Lì, Zagor si presenta ai pellerossa come Spirito con la Scure proprio grazie a dei trucchi messi in atto dai suoi amici saltimbanchi, i Sullivan. Nell’immaginare tutto ciò, avevo presente, innegabilmente, anche il modo di presentarsi agli indigeni del Bengala di uno degli eroi da sempre miei preferiti nelle letture a fumetti, l’Uomo Mascherato. Dalla prima apparizione in poi, il nostro eroe è ricorso innumerevoli altre volte a espedienti del genere. Insomma, i “trucchi scenici” fanno parte delle caratteristiche del personaggio, e se Zagor interrompesse le sue apparizioni molti lettori scriverebbero lamentandosene. Ma davvero una apparizione come quella raccontata ne “Il re di Darkwood” fa fare ai pellerossa la figura dei creduloni? Non ne sono così sicuro. Bisogna considerare che l’epoca in cui sono ambientate le nostre avventure è quella della Vecchia Frontiera, quando gli indiani non avevano ancora imparato a conoscere del tutto le armi e la tecnologia dei visi pallidi e dunque anche l’esplosione della polvere da sparo poteva sorprenderli. In fin dei conti, anche i bianchi si meravigliavano di fronte ai trucchi da illusionisti di guitti come i Sullivan, i quali, infatti, nelle storie di Zagor si esibiscono di solito davanti a un pubblico con la pelle bianca e non rossa. Potrei anche sostenere che non è intento di Zagor farsi beffe dei pellerossa, quanto di avvicinarsi al loro modo di intendere la spiritualità: il presentarsi come strumento di Manitù lo avvicina alla loro innata e profonda religiosità. Del resto, tutto si può dire del nostro eroe tranne che ami e non rispetti la cultura dei nativi americani, al cui fianco lo abbiamo visto schierarsi in centinaia di avventure.
 
 

Forum e raduni
Posta Zagor, febbraio 2008

Fin dai primi, lontani anni della mia attività professionale molti appassionati mi scrivevano chiedendomi di propagandare sulle nostre pagine la nascita di un “Club di Tex”, o di un gruppo “Amici del Piccolo Ranger”, oppure di un circolo di lettori di “Un ragazzo nel Far West”. Si trattava di iniziative modeste che si riproponevano soltanto di incoraggiare lo scambio di lettere o il contatto personale tra giovani legati dallo stesso interesse, i quali, però, volevano essere regolarmente (e orgogliosamente) muniti di una tessera rilasciata (secondo le loro richieste) dalla direzione della Casa editrice, chiamata anche a fornire poster e altro materiale propagandistico. Ma, a causa della lentezza del servizio postale e, soprattutto, delle mamme che guardavano con sospetto alla strana passione dei loro figli, tutte le associazioni che avevamo accettato di “incoraggiare” erano tristemente e silenziosamente sparite dopo pochi mesi di vita. Oggi i tempi sono cambiati e, fortunatamente, i giovani lettori (e anche quelli meno giovani) hanno modo di mettersi in contatto tra di loro con sistemi ben più efficaci di quelli di una volta: la diffusione dei mezzi di trasporto favorisce i raduni che si organizzano sempre più spesso in molte città, il telefono e, recentemente, il rivoluzionario Internet facilitano il confronto e lo scambio di opinioni. Ecco perché (anche senza l’intervento del sottoscritto), da qualche tempo sono spontaneamente sorti alcuni “forum” internettiani dedicati a Zagor, i cui frequentatori, non contenti di dialogare quotidianamente sulla rete, colgono al volo tutte le occasioni per incontrarsi anche di persona.

Carlo Raffaele Marcello
Posta Zagor, marzo 2008

Rileggendo le avventure illustrate da Carlo Raffaele Marcello, non si può fare a meno di notare la disinvoltura, se non l’apparente facilità, con cui l’autore riusciva a passare da un personaggio all’altro, interpretandone perfettamente le diverse personalità e risultando a suo agio nelle pur differenti caratteristiche delle due serie. Marcello era abituato, del resto, a confrontarsi con storie, eroi, ambientazioni e generi sempre nuovi. La sua carriera è caratterizzata, infatti, da una incredibile varietà di collaborazioni con i più diversi editori, dalla Dupuis alla Disney, da cui era apprezzato oltre che per la sua bravura, anche per la sua indiscutibile professionalità e per lo spirito con cui si metteva al servizio dei personaggi che era chiamato a illustrare. Incredibile ma vero, tutto questo gli riusciva senza aver fatto nessuna scuola specifica, grazie al suo innato talento: a soli diciassette anni aveva abbandonato il liceo Classico per trasferirsi a Parigi, dove iniziò a collaborare con varie Case editrici francesi, esordendo nel 1947 con “Nick Silver”. Nel 1948 fu la volta di “Loana, Principessa della Giungla”. A partire dal 1950, iniziò la collaborazione con Opera Mundi e Mondial Press, due agenzie che gli commissionarono riduzioni dei classici della letteratura. Da lì in poi non si contano più i personaggi e le testate a cui dedicò la propria opera, passando dalle storie realizzate per la rivista francese “Pif” alla Bibbia raccontata a fumetti, dalle avventure di “Docteur Justice” a quelle di “Zorro” o di “Rin Tin Tin”, pubblicate negli anni Sessanta, con grande successo, anche nel nostro Paese. Dato il prestigio internazionale dell’artista, io, che ero già un suo lettore, a lungo ho sperato di poter diventare un giorno anche il suo editore, riuscendo ad “arruolarlo” nello staff di Tex. Verso la fine degli anni Ottanta, Marcello tornò ad abitare in Italia, e nel 1991 riuscii finalmente a pubblicare la sua prima avventura di Aquila della Notte, “Thonga il tiranno”. Chiunque, qui in redazione, abbia conosciuto Carlo Raffaele e abbia lavorato con lui, conserva il ricordo di una persona dotata di una grande carica di umanità, disponibile a mettersi in discussione per realizzare al meglio, nel confronto continuo con gli sceneggiatori e con il sottoscritto, i progetti a cui stavamo lavorando.
 
 

 

Questione di sopravvivenza

Posta Zagor, aprile 2008

Una delle caratteristiche degli eroi seriali, quelli cioè in cui un personaggio passa da una avventura all’altra, è la necessità che il protagonista sopravviva a tutte le insidie e venga restituito integro al termine del racconto, perché possa ricominciare ad agire all’inizio della storia successiva. Così, James Bond (tanto per fare un esempio) è sempre in perfetta forma ogni volta che comincia un nuovo film, per quante ammaccature abbia ricevuto nella pellicola precedente, dopo essere sfuggito a esplosioni, sparatorie, inseguimenti e salti nel vuoto. Anche Zagor rientra, ovviamente, in questa categoria e rispetta le esigenze narrative della serialità. Ciò nonostante, qualche lettore a volte esprime la sua perplessità riguardo la maniera in cui il nostro eroe riesce a sopravvivere alle insidie create dai suoi autori. Mi scrive uno di loro: “Capisco che il personaggio debba superare tutti gli ostacoli per non chiudere la serie, ma c’è modo e modo. Forse gli ostacoli sono troppo incredibili. Ultimamente Zagor sembra una specie di Superman. Per esempio, cade in un crepaccio senza riceverne nessun postumo e riesce a uscirne arrampicandosi sul ghiaccio non si sa come; oppure, se in un combattimento arrivano frecce da tutte le parti, neppure una colpisce il nostro eroe (nemmeno alla classica spalla). Sembra che lo Spirito con la Scure abbia ricevuto il dono dell’invulnerabilità”. In realtà, il problema sollevato (se davvero di un problema si tratta) non riguarda le ultime storie, ma si è sempre presentato: non è che le avventure di Tex scritte da mio padre negli anni Cinquanta mostrassero un eroe più vulnerabile dello Zagor di adesso. Direi, anzi, che ad essere cambiata è soprattutto la sensibilità del pubblico, oggi assai meno propenso alla “sospensione di incredulità” di quanto accadeva un tempo. Ai giorni nostri, i lettori sono più smaliziati, più critici, più informati e dunque accettano con più difficoltà le soluzioni proposte dagli sceneggiatori di film e di fumetti, così come dagli scrittori di romanzi. Appunto per questo chi scrive le storie dello Spirito con la Scure deve fare i conti con la necessità di mettere di fronte il personaggio a difficoltà in grado di rendere avvincente il racconto (se Zagor non dovesse affrontare dei grossi pericoli non sarebbe l’eroe che è) ma nello stesso tempo rendere credibile il modo con cui le supera. Di solito, cerchiamo di fornire spiegazioni sul come e il perché un salto nel vuoto (come quello nel crepaccio dell’albo dello scorso dicembre) non abbia conseguenze: in quel caso, l’inclinazione del ghiaccio era tale da far scivolare il re di Darkwood senza danni, avendo anche il corpo dello sfortunato compagno di caduta ad attutire l’impatto, e fortunatamente lo Spirito con la Scure indossava ramponi in grado di farlo risalire in superficie. Un minimo di sforzo, però, devono farlo anche i lettori: talvolta, anche senza tante spiegazioni, si può facilmente immaginare che se frecce e pallottole sfiorano il nostro eroe senza colpirlo è perché Zagor corre veloce e, presumibilmente, con bruschi cambi di direzione.
 
 

 

Questione di stile
Posta Zagor, maggio 2008

Alcuni disegnatori di Zagor, come l’apprezzato Marco Verni, si rifanno da vicino alla lezione di Ferri, che Marco considera il suo maestro ideale. Altri hanno invece un proprio stile molto personale, come nel caso del disegnatore dell’albo di questo mese, Alessandro Chiarolla, un autentico veterano del fumetto, il quale offre una interpretazione originale e dinamica dello Spirito con la Scure: il contributo di talenti come il suo va visto come un arricchimento di suggestioni per il personaggio. Altri autori ancora, magari molto giovani (come nel caso di Michele Rubini), per quanto cerchino di rifarsi ai canoni della tradizione, inevitabilmente realizzano tavole dal taglio più moderno, frutto della diversa sensibilità dei tempi che cambiano: anche in questo caso, poter contare su una certa capacità di rinnovamento è una risorsa e non un limite.

Fili narrativi interrotti

Posta Zagor, giugno 2008

In una serie che si avvia a tagliare il traguardo dei cinquanta anni di vita e che conta ormai centinaia e centinaia di avventure (e dunque migliaia di personaggi), è quasi inevitabile che alcuni fili narrativi si siano persi mentre gli autori che si sono succeduti ai testi erano impegnati a tessere l’intricata tela della nostra saga. Del resto, capita anche nella vita reale: di quante persone abbiamo perso le tracce, pur avendole frequentate per certo un periodo? Di quante storie che si sono intrecciate con le nostre non conosciamo il finale?

Horror e fantastico

Posta Zagor, ottobre 2009

Creando Zagor, infatti, ho voluto fin da subito differenziarlo dal western realistico “alla Tex Willer” e ho cercato soprattutto di non chiudermi dentro i confini di un unico genere per poter architettare trame basate sugli spunti narrativi più eterogenei. In questo modo ho potuto spaziare in tutti i territori dell’avventura, contaminandoli fra loro ed esplorando l’infinito regno del possibile ma anche dell’impossibile. Fra le tante storie che ho sceneggiato, come sapete, molte avevano soggetti horror o fantastici, e nascevano dalla mia passione per i film “di paura” che avevo visto da ragazzo o dai fumetti o dai romanzi che leggevo. Così sono approdati sulle pagine dello Spirito con la Scure il mostro della Laguna Nera, l’Uomo Lupo, il Vampiro e le mummie redivive.
 




 
DARKWOOD FERMO POSTAAAA!
di Moreno Burattini


Sergio Bonelli, con ben sanno i tanti che l’hanno conosciuto e i tantissimi che hanno ricevuto lettere da lui, si faceva (giustamente) vanto di dare sempre risposta a chiunque gli scrivesse. Almeno, a quelli che gli fornivano un indirizzo a cui rispondere o che inviavano lettere decifrabili. Qualche volta, lo confesso, l’ho visto gettare la spugna di fronte a calligrafie impossibili o messaggi deliranti, ma diciamo che per lui era un punto d’orgoglio replicare a chi si prendeva la briga di prendere carta e penna e affrancare una busta. E questo fin dagli anni in cui, ancora ragazzo di bottega nella piccola redazione dell’Audace gestita dalla madre Tea,  si occupava personalmente di spedire i plichi con le copie arretrate che venivano richieste dai lettori. Talora si è fatto aiutare dalla fidata segretaria, la signora Liliana, dettandole la risposta da scrivere, in qualche caso ha affidato persino a me il compito di rispondere in vece sua (“Caro lettore, Sergio Bonelli mi ha passato la sua gradita missiva perché le trasmetta quanto segue…”). Però, a fronte di questa intensa attività epistolare, per decenni le pubblicazioni delle sue Case editrici (sotto i vari marchi in cui si sono reincarnate) non hanno avuto delle rubriche “postali”. Alle domande si replicava direttamente a casa, per lunga consuetudine. 

Le cose cambiano nel 1986 con l’inizio della ristampa “Tutto Zagor”, in cui per la prima volta, se si eccettuano le “lettere del direttore” comparse di tanto in tanto per annunciare un albo a colori o per giustificare un aumento di prezzo, compare una rubrica di “corrispondenza” intitolata “Darkwood Fermo Posta”. Con il numero 263 (Zenith 314) del giugno 1987, anche la testata madre inaugura uno spazio simile, denominato “Postaaa!”. In realtà, non è che Sergio Bonelli rispondesse in queste rubriche a tutte le lettere e che in ogni puntata ne fossero ospitate quante più possibili. E’ facile constatare come spesso un piccolo passaggio di una missiva offrisse a Sergio il pretesto per trattare un argomento che all’editore piaceva affrontare o che riteneva potessero interessare il pubblico. Frequentemente si parlava di libri, di film, di attori. A volte si rievocavano autori di fumetti del passato o si ricordavo episodi legati al mondo degli eroi di carta. Le lettere, erano, insomma, comunque un pretesto e non venivano riportate per esteso. La maggior parte delle risposte giungevano in ogni caso a casa dei mittenti, spedite per posta. Non mi pare di ricordare che Bonelli desse molto spazio né ai complimenti né alle critiche (se c’erano, nelle lettere, non ricopiava questo tipo di commenti, anche se senza dubbio ne teneva conto quando li riteneva giustificati). Quando c’era da segnalare una iniziativa editoriale legata allo Spirito con la Scure lo faceva: per esempio, diede molto spazio allo Speciale Zagor della fanzine “Collezionare” confezionato dal sottoscritto con Francesco Manetti e Alessandro Monti (1990). Diciamo che negli anni Ottanta e Novanta non c’erano  così tante pubblicazioni e così tanti eventi zagoriani come adesso, perciò chi sbaglia chi fra i lettori si lamenta del fatto che l’attuale rubrica “I tamburi di Darkwood” dedichi attenzione a riviste, libri, gadget, mostre mercato e raduni di appassionati.

Negli ultimi anni Bonelli aveva delegato la cura della sua “Postaaa!” a Mauro Boselli e a me: intendiamoci, delegato soltanto nella parte pratica, perché poi decideva lui contenuti e toni. Facevamo cioè una breve riunione, lui spiegava quel che voleva dire, noi prendevamo appunti quasi sotto dettatura, confezionavamo il pezzo e glielo riportavamo perché lui lo correggesse (e infatti lo correggeva con attenzione, cancellando frasi e aggiungendone altre). 

Nel novembre del 2011, con lo Zenith n° 607,  la rubrica "Postaaa!" è stata sostituita da "I tamburi di Darkwood". Nuova intestazione, nuova grafica, nuovo estensore. Il sottoscritto, chiamato a prendere il posto, nella cura dei testi di pagina 4 della collana Zenith, di Sergio Bonelli. Il quale era purtroppo scomparso, come si sa, nel settembre precedente. In una riunione redazionale ci siamo trovati d’accordo nel cambiare il titolo alla rubrica: nessuno avrebbe potuto continuare la precedente come se nulla fosse. Facendolo, a qualcuno sarebbe sembrato che ritenessimo Sergio “sostituibile”, quasi bastasse cambiare la firma in calce a un editoriale. Non è così.