sabato 19 marzo 2011

PADRE NOSTRO

Una cosa che racconto spesso parlando di mio padre, è della sua sostanziale incapacità di capire che cosa io faccia davvero di lavoro. Lui, che è stato fornaio per una vita (e anche a me è capitato di passare parecchie notti a farci il pane insieme), non sa spiegare ai suoi amici o ai nostri lontani parenti in che consista quel mio gran darmi da fare, che mi porta in giro fra la Toscana e la Lombardia ma poi anche qua e là per l'Italia e talvolta persino all'estero. Si è sempre meravigliato che io non apprezzassi il posto fisso e con un buono stipendio che avevo prima di iniziare a lavorare per la Bonelli, e quando gli dissi che mi ero licenziato per scrivere fumetti, ha sgranato gli occhi come se avessi fatto outing e lo stessi informando che andavo a convivere con un travestito.


A distanza di vent'anni, se ne è fatta una ragione e forse si è anche convinto che non avevo tutti i torti, ma ugualmente non ha le idee molto chiare su quel che faccio per guadagnarmi da campare. Così, tiene in casa il primo Zagor che gli ho portato con sopra stampato il mio nome, e quando qualcuno gli chiede: "ma Moreno, che lavoro fa?", lui tira fuori l'albo, lo mostra e risponde rassegnato: "Fa... fa questo!".


Qualche tempo fa, un settimanale fiorentino intitolato "Metropoli" ha pubblicato una mia intervista intitolandola "Il figlio del fornaio nel regno dei fumetti" e lui si è commosso. Non è mai facile, credo, il rapporto di un uomo con suo padre. Si passa dall'adorazione che si ha verso di lui quando si è bambini, alla conflittualità degli anni dell'adolescenza, in un continuo alternarsi di alti e bassi quando si cerca di camminare con le nostre gambe e ci si scontra con i suoi consigli, che spesso non sono quelli che vorremmo sentirci dire, o con la sua ostilità quando prendiamo strade diverse da quelle che lui vorrebbe vederci imboccare. Temiamo sempre il suo giudizio anche se fingiamo di non tenerlo in considerazione perché tanto lui non può capire. Non gli diciamo mai che gli vogliamo bene, perché gli uomini si vergognano a dirlo. Però poi, invecchiando, ed è quello che succede a me in questi anni, ci guardiamo allo specchio e vediamo riflessa non la nostra, ma la sua faccia.

Quando mio padre ha compiuto settant'anni, gli ho scritto un biglietto che dice proprio questo.

Ogni mattina,
guardandomi allo specchio,
mi accorgo di quanto ti assomiglio, babbo.
E non ne sono sorpreso,
perché non ti assomiglio solo fuori,
ma anche, e tanto, dentro.

Come scrisse Vico Faggi in un suo verso, "Scopro in me la presenza di mio padre". Sono andato a recuperare un libretto del 1996 che sapevo di avere da qualche parte. Si intitola "A mio padre", e ha per sottotitolo "Le più belle poesie dei poeti italiani" (Newton & Compton), a cura di Luciano Lusi. Si tratta di una antologia di un centinaio di poesie dedicate al padre da un'ottantina di poeti e poetesse italiani, limitata però a quelli del Novecento (il più vecchio è Giovanni Pascoli, classe 1855). Ammetto, a mio disdoro, che per un buon ottanta per cento si tratta di nomi a me ignoti. Accanto a qualcuno più conosciuto, come Alfonso Gatto, Umberto Saba, Camillo Sbarbaro, Dario Bellezza o Piero Bigongiari, ecco Elena Clementelli o Giovanni Cristini o Tiziano Rossi, di cui vorrei sapere di più.

Ecco il testo in quarta di copertina: "Amato, temuto, ricordato, il padre è una delle figure più forti e presenti nella poesia di ogni tempo. La voce dei poeti del nostro secolo lo celebra in questa bella antologia, inno corale di straordinaria intensità. Un padre cui si rimprovera spesso l'assenza, e il cui comportamento determina talvolta il disamore e persino il disprezzo e l'odio. Ma anche un padre che viene cercato, magari soltanto nella memoria di lontane tenerezze, o in forme sostitutive che sanno svelarci - e molti poeti qui lo fanno esplicitamente - il bisogno della sua attenta presenza al nostro fianco".



Alcune poesie lasciano il groppo in gola, e stupisce come in molti abbiano scritto le loro liriche ricordando e piangendo il padre morto, più che parlandone di lui in vita. Il conflitto è sempre presente, come però l'ineluttibilità del legame. Toccante, da questo punto di vista, quella brevissima di Libero Bigiaretti:

Sei sceso sottoterra,
io aspetto la mia ora.
Tra noi non c'è più guerra
ma mi ferisci ancora.

Mi piacerebbe citarne tante, di poesie, ma so che non è questo luogo. Però, almeno una lasciatemela ricopiare. Perché è bellissima, la più bella scritta sull'argomento che io abbia letto. O forse mi sembra così bella soltanto perché, semplicemente, dice le cose che io vorrei dire al mio babbo e cioè che se anche mio padre non fosse mio padre, se anche fosse un estraneo, per com'è, per il suo "cuor fanciullo", lo amerei lo stesso. Beh, vorrei che anche i miei figli pensassero, un giorno, questa cosa di me.
La poesia che segue è di Camillo Sbarbaro, risale al 1914 e si intitola "Padre, se anche tu non fossi il mio".

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t'amerei.

Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno
che la prima viola sull'opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l'appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell'altra volta mi ricordo
che la sorella mia, piccola ancora,
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura, ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l'attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l'avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t'amerei.


(il disegno di Zagor che vede fra le fronde degli alberi il volto del padre è di Joevito Nuccio)

5 commenti:

Franco Lana ha detto...

Buona festa, Moreno!

Warzak ha detto...

Molto toccante e sincero questo tuo commento, Moreno.
Dal canto mio, mi riconosco in molte cose che hai scritto sul rapporto con il proprio padre.
Con il mio, morto nel '92 a soli 59anni, ho avuto rapporti altalenanti, dal distacco adolescenziale al periodo tormentato durante la sua malattia.
Ora che ho raggiunto i cinquant'anni, mi rendo conto come assomigli a mio padre più di quanto pensassi: lui, aveva una travolgente passione per il Milan al punto che fu uno dei più attivi organizzatori di un Club dedicato alla squadra di calcio, e questo gli permise di conoscere il suo idolo Gianni Rivera.
La mia stessa passione anima il sottoscritto, indirizzata però al mondo del fumetto, in particolare Zagor, Tex, Mister No...
E questa mia passiione mi ha permesso, da autentico autodidatta, di scrivere i miei primi timidi pezzi per Dime Press, esperienza che mi ha portato in seguito a realizzatre i ponderosi index di Zagor, Mister No e ora a quello di Tex (opera in fase di scrittura indirizzata verso il traguardo).
E questo, lo devo a un certo Moreno Burattini che, chissà perché, un giorno del '94 mi disse: "vuoi collaborare con Dime Press?". ;-)
Tirando le somme, in questo la somiglianza con mio padre è sempre più stringente: un uomo che,a dispetto della sua classe sociale (faceva l'imbianchino), ha sempre cercato di allargare i propri orizzonti mentali.

Giampiero Belardinelli

Até logo

adry ha detto...

Moreno, non ci sono parole da aggiungere alle tue bellissime riflessioni, così intime e condivisibili nello stesso tempo! un caro saluto.

Anonimo ha detto...

Ciao Moreno,
Mi viene in mente una riflessione che ho fatto sabato scorso, giorno della festa del papa’, a Francoforte (dove mi trovavo per lavoro). Ero seduto in un bel bar che butta la sua terrazza sul Meno, e tranquillo sorseggiavo un te’ e fumavo una sigaretta, mentre guardavo le chiatte scivolare sul letto d’acqua.

Sul lungofiume un papa’ giocava col suo bimbo e automaticamente mi e’ venuto in mente mio figlio che era invece circa 1000 km piu’ in giu’, a Trevignano in provincia di Treviso; ma mentre pensavo al fatto che avrei voluto tanto che Riccardo fosse li’ con me per giocare insieme, oppure per lasciarlo giocare con quel bimbo, mentre io avrei fatto quattro chiacchiere con il suo papa’, mi sovvenne il mio di padre, che invece si trovava 2000 km piu’ in giu’, a Corigliano in provincia di Cosenza. Come sempre un’ondata di ricordi mi ha travolto, trasportandomi in una dimensione diversa da dove mi trovavo, tanto che la cameriera passando mi ha chiesto qualcosa a cui ho risposto automaticamente un “ja, danke” e mi sono ritrovato un pezzo di torta di mele sul tavolo che non ricordavo di avere ordinato; come al solito, mio padre mi aveva turbato e anche la sua assenza era riuscita a trasformare la realta‘ che mi circondava, e me con essa, o meglio: io avevo bisogno in qualche maniera di rendere partecipe le persone che amo di quel momento cosi‘ bello, avrei voluto che fossero li‘ con me a godersi quel pomeriggio di sole, ancora piu‘ apprezzabile se si pensa che mi trovavo in Germania, e per fare questo avevo bisogno di trasformare la dimensione spazio temporale in cui ero, e, forse proprio perche’ era la festa del papa’, ancora una volta il momento di rottura con l‘esistente era stato un confronto, in questo caso accentuato dalla distanza, con mio padre.
Ho ripreso a fumare e ho preso in mano il disegno regalatomi al momento della partenza, una settimana prima, da mio figlio per la festa del papa’ e per accompagnarmi nel mio viaggio; l’ho guardato, era proprio un bel disegno, e ho ringraziato il cielo di godermi il suo regalo anche se ero lontano; e ancora una volta ho pensato a mio padre che era cosi’ contento quando portavo voti buoni da scuola, di cui a me non fregava assolutamente nulla, mentre per lui che era contadino da secoli erano la prova del suo avvenuto riscatto nei confronti di una terra difficile: ma lui appartiene a un tipo di italiano che sembra non esista piu‘ o per lo meno non ha visibilita‘, quel tipo di italiano che aveva il coraggio e ed era capace come cantava Tenco di “saltare cent‘anni in un giorno solo“.

E’ proprio vero quanto pensava Kafka: bisogna ringraziare il proprio padre per come ci obbliga a interrogare la realta’ e a interrogarci continuamente, a non pensare mai di avere del tutto ragione e pero’ proprio per questo a suo Padre, che per l’ennesima volta gli aveva chiesto piu’ o meno quando pensava di mettere la testa a posto come tutti gli altri, nei suoi diari rispondeva con una preghiera laica che diceva pressappoco cosi‘: “Papa’, lascia dormire il futuro come merita, se lo svegli prima del tempo rischi di ottenere un presente assonnato”.

Quel pomeriggio, contrariamente al solito, il sole della Germania era piu’ illuminante di quello spesso accecante del Mediterraneo.


Ciao e buona festa anche se in ritardo.

francesco

Massimo ha detto...

Ehhh... grazie per questi post, Moreno! Le tue riflessioni sono sempre tantarobba, che parlino di fumetti o no.
E vai sicuro che i tuoi bambini penseranno queste cose di te (o già lo fanno), ché il tuo "cuor fanciullo" è una cosa che sottolinea chiunque ti abbia conosciuto di persona!

Sull'assomigliare al proprio padre, posto una cosa di Jovanotti che avevo letto tempo fa e che mi era molto piaciuto (credo fosse un appunto che poi non ha mai tramutato in canzone):

"...Ed è così che tutto a un tratto ora
proprio mentre meno me lo aspetto
mi trovo dentro un gesto di mio padre
mi guardo allo specchio e gli somiglio
le stesse mosse, gli stessi atteggiamenti
io che ho lottato tutta la mia vita
proprio perché eravamo differenti
io che ho sempre voluto l'incontrario
di quello che sembrava gli piacesse...
...mi trovo qui
mi guardo e gli somiglio
sempre più padre
e sempre meno figlio"