lunedì 19 dicembre 2011

LA GABBIA

Alessandro Olivo, che cura l’ottimo blog “Chemako”, mi ha intervistato per conto del sito “Fucinemute”. Chi fosse interessato, può leggersi tutta l’intervista cliccando qui. Ci sono però due risposte da me date ad altrettante domande che mi sembra il caso di riportare e, quindi, approfondire.

Mi chiede Olivo: Secondo te qual è stato il contributo maggiore che l’autore ed editore milanese ha dato al fumetto italiano? E come cambierà il mondo delle nuvole parlanti dopo la sua scomparsa?

Rispondo: Il più grande contributo dato da Sergio Bonelli al fumetto italiano è quello di aver fatto leggere fumetti agli italiani, inventando anche un formato e un linguaggio che tutti oggi riconoscono come “bonelliani”. Non sembri facile o banale dire “far leggere fumetti agli italiani”, perché si intende un coinvolgimento trasversale di lettori di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali, offrendo piani di lettura differenti a seconda del livello culturale di ciascuno.


E ancora Olivo: Nel porti al servizio del personaggio Zagor così come lo ha creato Guido Nolitta, immagino che il tuo modo di sceneggiare fumetti si trovi perfettamente a proprio agio nella cosiddetta griglia della pagina bonelliana. Ma non ti viene mai voglia di ideare scene che implichino realizzazioni grafiche più ardite?

Rispondo
: Secondo me, si può disegnare qualunque cosa all’interno della gabbia bonelliana e non c’è bisogno di scardinarla. Gabbia che è uno strumento e non un limite, nel senso che se imbriglia le estrosità e le tendenze centrifughe, consente di guadagnare in chiarezza narrativa e mantiene il disegno al servizio della storia. La gabbia è anche un elemento che distingue il prodotto bonelliano da altri (non a caso più caotici e non certo più premiati dai lettori) e rassicura il lettore sul fatto che, qualunque cosa gli stiamo raccontando, lo facciamo nell’ambito di una tradizione.

La prima risposta è collegata alla seconda, perché è stato Sergio Bonelli a “rinchiudere” Tex, Zagor e la maggior parte dei suoi eroi nella cosiddetta “gabbia bonelliana” e a chiedere che un po’ tutti gli autori del suo staff, sceneggiatori e disegnatori, si esprimessero nel contesto delle tre strisce per tavola, contenenti ciascuna una, due o al massimo tre vignette. Parlando con Sergio, mi è capitato spesso di sentirlo ribadire il concetto secondo il quale la struttura apparentemente rigida delle tavole rappresentava una peculiarità da salvaguardare dei suoi fumetti, una sorta di marchio di fabbrica al pari del formato o del sostanziale buon gusto o correttezza morale delle nostre storie.

Le attuali tavole bonelliane derivano dal fatto che, nel 1952, si decise d ristampare in un diverso formato le prime avventure di Tex, originariamente pubblicate come albi a striscia. Per diversificare la ristampa dalla serie inedita, si pensò di utilizzare il formato che già era stato degli “Albi d’Oro” mondadoriani. Così, l’ Audace confezionò una collana quindicinale che i collezionisti oggi definiscono Tex Albo d’Oro. Ogni numero, inizialmente composto da trentadue pagine spillate (più copertina), riproponeva tre albi a striscia. Ne furono realizzate otto serie, tra il 1952 e il 1960, per un totale di 205 numeri, tutti dotati di copertine inedite firmate da Galep. La tradizionale “gabbia” bonelliana, costituita da tre strisce sovrapposte a costituire una tavola, nasce da qui.

La domanda che ci possiamo porre è se continuare dopo sessant’anni a usare la stessa struttura grafica sia utile o dannoso, e dunque se costituisca un limite o una risorsa. Il fumetto mondiale, da quello americano a quello giapponese, passando per la scuola francese o quella argentina, propone esempi di gabbie molto diverse fra loro. Non mancano (anzi, abbondano) autori che, nell’estro della creazione, hanno scardinato ogni regola. I primi nomi che mi vengono in mente sono italiani: Guido Crepax, Gianni De Luca, Sergio Toppi; ma è facile pensare subito anche a Will Eisner o addirittura a quel genio visionario che fu Winsor Mc Cay, uno dei primi maestri del fumetto, già grandissimo nei primi anni del Novecento, quando i codici del medium erano ancora in gran parte da inventare.

Ma parlare di costoro, o anche soltanto di uno di loro, così come delle diverse regole vigenti nell’ambito del fumetto Marvel piuttosto che in quello giapponese ci porterebbe via troppo tempo (magari potremo comunque tornare sull’argomento). Rimaniamo, per il momento, in ambito bonelliano e limitiamoci ad approfondire il discorso sulla gabbia in qualche modo imposta agli autori di Tex, Zagor e gli altri eroi della medesima scuderia. In realtà, va detto, prima di tutto, che anche via Buonarroti si sono avute e si hanno continue eccezioni al vincolo della gabbia. Nathan Never, tanto per fare un esempio, ha proposto fin dall’inizio riquadrature delle tavole piuttosto libere, pur senza esagerare. Per contro, altre testate anche più recenti si sono invece attenute al più classico schema delle tre strisce. Fra queste, spicca per rigidità la serie di Julia, dove addirittura le strisce sono suddivise in vignette tutte all’altezza dell’esatta metà. Interrogato in proposito, Giancarlo Berardi ha ribadito di come si sia trattato di una sua precisa scelta stilistica: “Le vignette sono molto regolari, come uno schermo cinematografico o televisivo. In questo modo, ritengo che il lettore potrà concentrarsi maggiormente sulla recitazione dei personaggi e sulla storia, senza essere distratto da grafismi, spesso eccellenti, ma talvolta un po’ compiaciuti e fini a se stessi”.In effetti, a pensarci bene, anche il riquadro del televisore è una sorta di rigida “gabbia” in cui sono costrette le immagini, e i film sono comunque girati in un formato standard, in fotogrammi dalle precise dimensioni, in modo che la proiezione riempia uno schermo dentro limiti ben definiti.

Le principali obiezioni alla “gabbia” bonelliana vengono da quei disegnatori che se la sentono stretta addosso e vorrebbero riempire le tavole con illustrazioni verticali, trasversali o incastrate le une nelle altre. L’aspirazione è legittima e probabilmente alcuni artisti, potendo dare libero sfogo al loro estro, potrebbero realizzare cose ammirevoli. Però, lo scopo principale dei fumetti che si fanno in via Buonarroti è, secondo me, raccontare una storia. Il più delle volte si tratta di storie di personaggi che hanno una tradizione lunga dieci, venti, trenta, quaranta, cinquanta e persino sessant’anni: è evidente che chi è chiamato a confrontare i propri pennelli con questo tipo di eroi deve mettersi al loro servizio e non pretendere di scardinare consuetudini sedimentate e consolidate. Anzi, più un autore è bravo, più riesce a fare magie anche con pochi mezzi a disposizione. Dunque, se c’è una gabbia, quello è il materiale da usare per fare gli incantesimi: non resta che servirsene.


Talvolta, di fronte a certe tavole in cui la gabbia è scardinata o assente, e i disegni spaziano in libertà in modo effervescente o psichedelico, vien fatto di pensare che gli effetti speciali abbiamo preso il sopravvento sulla storia che si intende raccontare. Non tutti gli autori, peraltro, sono all’altezza di Toppi o De Luca e non tutti i lettori sono disposti ad accettare un troppo brusco cambiamento di registro, dopo aver acquistato un albo confidando di poter trovare un certo tipo di fumetto, mentre gli se ne propone un altro. Immagino che le stesse perplessità sorgerebbero anche presso il pubblico di Diabolik o della Walt Disney, se le classiche modalità del racconto venissero mutate. E non so se giustificarsi con il richiamo alla libertà espressiva di un artista potrebbe convincere l'acquirente spiazzato.

Non è, però, soltanto un problema di tradizione o di abitudini dure a morire. Il fatto è che la gabbia è uno strumento efficacissimo, ormai sperimentato da anni e anni. Non c’è niente che non si possa disegnare in una striscia. Le storie più belle di Galep o di Ferri, per fare due nomi, quelle che hanno fatto grande il marchio Bonelli, sono state raccontate senza bisogno di scardinare le vignette: cariche di cavalleria, attacchi di dinosauri, galeoni sull’oceano, atterraggi di astronavi, tutto è stato perfettamente rinchiuso nella gabbia bonelliana. E non mi pare che “Odissea Americana” piuttosto che “Sangue Navajo” ne abbiano risentito. Del resto, anche Dante Alighieri ha dovuto costringere la sua Divina Commedia nella gabbia (strettissima) dell'endecasillabo e della terzina e non si direbbe che abbia avuto problemi a descrivere l'Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Di Pascoli e della sua maestria nel maneggiare la metrica (che ha regole rigidissime) per farne uno strumento in grado di suscitare emozioni, abbiamo del resto già parlato. E non ci sono emozioni che Ken Parker piuttosto che Dylan Dog non abbiano potuto suscitare nonostante la gabbia, o forse proprio grazie a quella perché la gabbia, anzi, costringe gli autori, soprattutto i disegnatori, a non dar corso alle tendenze centrifughe e restare ancorati al racconto, alla sua chiarezza intesa non come banalità ma come immediatezza, contatto diretto con il cuore del lettore. Perché la gabbia bonelliana ha questo di bello: è anche, essa stessa, una chiave. Quella che apre la porta della storia, e permette di entrarci dentro, o di uscirne fuori, condotti per mano dagli autori.

10 commenti:

fran- ha detto...

E poi diciamo la verità: quando hai una gabbia fissa, nel momento in cui decidi di scardinarla la sequenza diventerà davvero speciale e degna di attenzione. Ma se tutto è sempre "libero" finirà per non avere più alcun impatto particolare, e a quel punto tanto vale avere... una gabbia fissa.

Ramath ha detto...

Il format "gabbia Bonelli" finora ha funzionato egregiamente e quindi non si vede la necessità di doverlo snaturare per confezionare un prodotto già apprezzato.Ma ci potrebbe essere in un futuro molto prossimo,la necessità,la voglia e soprattutto l'esigenza di dover adeguare il prodotto finito alle nuove richieste del mercato.Dato che nessuno di noi è in grado di prevedere il futuro delle pubblicazioni a fumetti nel lungo termine,secondo me una modesta e graduale diversificazione grafica di certo aiuterebbe a sondare l'umoralità del pubblico facendo risaltare "l'effetto che fa" e riducendo il rischio di rimanere "ingabbiati" in un format sicuramente pregevole OGGI,ma con parecchie incognite nel DOMANI.
Sergio Bonelli aveva sicuramente ragione nel puntare su alcuni dogmi ben riconoscibile nella serie ed è stata l'idea vincente dei primi 50 anni zagoriani.Ma sarei piu' tranquillo se avessi la certezza che non ci si culli sugli allori,ma si prestasse attenzione a tutto cio' che accade nel panorama fumettistico nazionale,laddove emergono nuove testate che fanno "tendenza e sperimentazione" e che riescono a trovare nicche di pubblico,anche numericamente interessanti.
Ecco che mi ritorna in mente,l'idea che mi ero permesso di suggerire qualche anno fa,cioè quella di trasformare l'Almanacco in una "palestra dell'ardimento" dove si potrebbe provare qualcosa di nuovo,sia in fatto di soluzioni grafiche sia in materia di esordio di nuovi disegnatori.
E' così tanto malsano questo mio punto di vista?

Anonimo ha detto...

Penso che "la gabbia" sia un aspetto molto importante del fumetto, che lo caratterizza e lo distingue da altre forme espressive. Per questo apprezzo gli autori che sperimentano dinamismi delle vignette (purché funzionali alla narrazione) ma, naturalmente, mi piace anche la gabbia bonelliana per la storia che ha alle spalle, anche se già negli anni '80 Zagor stesso ha sperimentato certe "evasioni" (ho in mente i disegni di Pini Segna e alcune storie di Sclavi).
Il discorso di Berardi non mi piace più di tanto perché irrigidisce la gabbia del fumetto in base a una forma presa da altri media (televisione, cinema). Una scelta stilistica dettata (sigh!) dai media dominanti.
apomorfina

CREPASCOLO ha detto...

Dal nulla non nasce nulla, si mescola quanto compare di fronte al ns terzo occhio interiore e aperto a tutto ed a tutto il resto, come direbbero Castelli & Sclavi: Berardi ha ereditato da uno zio ricco di fantasia un magazzeno pieno di carta divisa in quadrotti ( vecchi formulari del tempo delle schede perforate x i primi computer italiani nei fifties ndr ) e la sua natura ligure e sparagnina gli ha mostrato la via di utilizzarli.
Anni fa stavo stuccando una parete dello studio del Maestro Toppi
( le vibraz dei decolli da Linate scrostano i muri del suo home, ma il Maestro sosteneva che uno dei suoi ussari in scala - che realizza con armi e tutto il resto - fosse un animatrone impazzito e che avesse dichiarato guerra ad un charter che pernacchiava nel crepuscolo ! ) quando è entrato il papi di Ken Parker ed il dinamico duo si è messo a discutere il lay out del numero undici della serie della criminologa con il faccino di Audrey Hepburn. Sergio era per 120 splash pages con dei pop ups in cui si raccontavano dettagli sincronici dell'immagine in cui erano inseriti ( scuola Crepax ndr ) e Giancarlo era per passare il lavoro a Jose Caramuta, Marti o Dan Maramotti. Si sono sfidati, dieci passi di distanza, un colpo solo , alla balestra. Hanno tolto due mini armi dai life model decoy di Tell e Hood ( made in Toppiland ) e hanno sparato all'unisono centrando le mie chiappe ossute. Ridevano come due bimbetti. Io l'ho presa bene e ho dipinto le pareti con una vernice che attira le zanzare tigre. Toppi ha lavorato in mezzo agli insetti vampiri x un mese senza batter ciglio, poi ha chiamato Gino D'Antonio e gli ha suggerito di scrivere un Raider tra i cajuns
( Almanacco del Giallo 2001 ). Tutto è bene eccetera.

Martin ha detto...

Con tutta la consueta stima e rispetto, Moreno, trovo la tua disanima un po' stucchevole.
Capisco la difesa d'ufficio, capisco i tuoi gusti personali ma qualche forzatura sarebbe meglio evitarla.
Uno per tutti il riferimento alla Divina Commedia, opera con un inizio e una fine, e che dall'inizio alla fine usa le stesse regole metriche.
Diverso è dire invece, e sarebbe più corretto, che Dante non si è fossilizzato sull'endecasillabo in tutte le sue opere, vedi ad esempio la sua Vita Nova, vero guazzabuglio di stili e forme metriche.
Il secondo punto che mi preme sottolineare è lo stridore tra il tuo "squadra che vince non si tocca" e il disappunto che hai sempre manifestato perchè "i giovani non leggono più fumetti".
Ora, correggimi se sbaglio, il pubblico del fumetto in Italia si sta assotigliando e sta invecchiando.
Se questo è vero, aggrapparsi ancora alle "tradizioni" e alla "continuità" alla lunga sarà un clamoroso autogol.
Fai paragoni col cinema e la tv ma ti dimentichi di menzionare tutte le innovazioni che continuano ad esserci, in un processo di rinnovamento continuo.
Vedi il 3D per il primo, che ha riportato al cinema nuove fasce di pubblico che si erano allontanate (ma se non sbaglio il 3D è una di quelle cose che hai finora evitato..).
La tv poi con la nuova ondata di serie televisive ha scardinato ogni gerarchia nei gusti dei giovani (e meno giovani). E si parla di un nuovo linguaggio televisivo capace di conquistare un pubblico vastissimo e di essere diventato il pilastro dell'immaginario collettivo contemporaneo.
Come vedi chi si ferma è perduto.
E te lo dice un vecchietto (quasi come te) che legge e continuerà a leggere fumetti fino alla fine dei suoi giorni.
E che ovviamente non vuole mancare di rispetto a nessuno, tantomeno alla gloriosa e ancora vitale casa editrice di via Buonarroti.

Moreno Burattini ha detto...

Per Martin: non vedo nessuna contraddizione fra il mio apprezzare un certo tipo di "gabbia" e il dolermi che i giovani non leggono più i fumetti come una volta. Se contraddizione ci fosse, vorrebbe dire che i ragazzi non leggono più i fumetti perché non sopportano la "gabbia", cosa che invece non è. Non li leggono perché sono disabituati alla lettura. Non mi pare che i fumetti non bonelliani, con gabbie di tipo diverso (i Marvel, per esempio), vendano più di Tex. Il discorso su Dante va ovviamente inteso nel senso che si può raccontare qualunque cosa anche senza la libertà espressiva concessa, ad esempio dal verso libero. Avrei potuto citare come esempio la danza: passi obbligati e movimenti imposti servono a dar vita a coreografie magnifiche. Aggiungerò questo paragone nel testo, per maggior chiarezza. Dante non ha mai rinunciato, comunque sia, alla metrica nelle opere in poesia: ha però scritto in latino e in volgare, questo sì, così come qualunque autore può scardinare le gabbie che vuole pubblicando per altri editori e non facendolo su Tex. Non vedo neppure il collegamento fra la rinuncia alla "gabbia" e lo svecchiamento del fumetto: sarebbe come dire che per svecchiare il vino non lo si deve più vendere in bottiglie ma liofilizzato. E' il contenuto che comporta il rinnovamento, non il veicolo con cui lo si porge al fruitore, una volta appurato che è adatto alla bisogna. Infine, non capisco perché se dico quel che penso debba trattarsi di una difesa d'ufficio. A me la "gabbia" bonelliana piace davvero. Di primo acchito il mio senso estetico tifa per le tre strisce disposte ordinatamente. Ma vanno bene anche le quattro di Tintin o di Blake e Mortimer. Sono fumetti vecchi? Chissà: anche la Divina Commedia lo è ma la leggiamo ancora.

Martin ha detto...

Anche io sento il bisogno di chiarire meglio il mio pensiero, Moreno.
Il discorso sulla difesa, che nel suo intero era “capisco la difesa d'ufficio, capisco i tuoi gusti personali…", era da intendersi appunto come un “sia che si tratti di un caso sia che si tratti di quell’altro”. Quindi non ho dubbi sui tuoi gusti, che condivido in gran parte anch’io tra l’altro.
Anche sui “capolavori immortali” sono perfettamente d’accordo, anzi personalmente ho la tendenza ad apprezzare di più proprio le cose dei tempi passati, in tutti i campi.
Ma il problema riguarda proprio i giovani e il futuro.
Sulle gabbie “degli altri” in linea di massima si tratta di prodotti di culture diverse e quindi, da noi, sempre di nicchia. Quindi che vendano poco ci sta.
E nel caso americano vendono relativamente poco anche in patria, ma si tratta di un pubblico giovane e destinato a perdersi con l’avanzare dell’età.
Da noi invece accade quasi l’opposto, pubblico in proporzione più ampio ma più vecchio e fidelizzato.
Rimane quindi il problema di conquistare un pubblico giovane pur, come dici, disabituato alla lettura, ed è mia convinzione che con un prodotto culturalmente italiano qualcosa si possa fare.
E chi se non la più importante casa editrice italiana di cultura popolare è in grado di farlo?
Ma è necessario cominciare a innovare, anche stravolgere in qualche caso, per poter mettere in piedi un tentativo credibile.
In fondo furono proprio le innovazioni di papà Bonelli a mettere le basi di decenni di successi a fumetti. Ma ciò che era rivoluzionario allora ora è diventato per forza di cose un po’ datato, almeno presso coloro che non li leggevano già allora.
E, bada bene, non sto dicendo che ora non si raccontino storie meravigliose.
Fosse solo per me non cambierei nulla o quasi.
Ma per creare le basi per il futuro bisognerebbe piuttosto cambiare un po’ il contenitore per attirare nuovi spettatori e permettere ai contenuti di diffondersi ancora di più.
Spero che ora il mio discorso sia un po’ più chiaro, in fondo giochiamo nella stessa squadra.

MarkFat ha detto...

A me la gabbia bonelliana piace perchè mi conforta, come ogni tradizione, e mi conduce per mano nella lettura della storia. Degustibus... E ci sono anche affezionato. Ma devo dire che anche da piccolo non ho mai amato le sceneggiature mirabolanti dei fumetti made in usa che oggi sembrano ancora più esasperate. Come ebbi già modo di dire in qualche altro commento, le sceneggiature troppo spinte mi ricordano da vicino certi effetti speciali o giochi di regia attuali, più idonei a dei videogame, senza i quali molti film non avrebbero avuto grande successo. A me però del successo mondiale stile Avatar interessa poco, interessa la storia e che venga disegnata bene, senza troppe esasperazioni e soprattutto senza l'uso del PC per creare in modo artefatto "effetti speciali e colori ultravivaci" come recitava una famosa reclame. Non chiudo le porte ad altri tipi di sceneggiature ed è per questo che ho la collezione completa delle storie di Sergio Toppi. Ma in Zagor e nei fumetti storici della Bonelli lascerei la gabbia lì dov'è, con quel sapore antico legato all'unione di più strisce. I giovani sono sicuramente distratti da tanti media ma crescendo questi giovani possono iniziare ad amare fumetti che hanno il triplo della loro età, come ora io apprezzo i film di Totò e Peppino molto di più di commedie moderne dove il regista ha sicuramente in mano parecchi strumenti tecnologici che lo supportino. O un film di Woody Allen, piaccia o no, è un regista che avrebbe a disposizione tutti gli strumenti che desidera e budget illimitati, ma le sue regie non ne necessitano perchè le storie raccontate valgono già il prezzo del biglietto.
Dove avrei osato io è nelle copertine dello Zagor gigante invece, avrei fatto qualcosa stile Texone dove è possibile ammirare una volta l'anno stili e tecniche diverse rispetto alle copertine del mensile. Ma la gabbia in Zagor non la toccherei. La recente storia dei negromanti di Kush mi ha lasciato a bocca aperta ad esempio. I magnifici disegni di Rubini mi hanno incollato gli occhi alle pagine e il ritmo della storia mi ha soddisfatto nonostante la gabbia.
Mi chiedo semmai anche io se nelle varie edizioni di Zagor extramensile si sperimenteranno disegni di ospiti di eccezione come appunto accade per Tex.
Bye

Anonimo ha detto...

Escludo che la gabbia bonelliana sia un deterrente all'avvicinamento di lettori nuovi e/o più giovani.

"Julia" di Berardi vede tra i suoi lettori una folta schiera di individui che normalmente non leggono altri fumetti, specialmente donne, che si sono avvicinati all'albo semplicemente per le tematiche affrontate (avendone sentito parlare) e in modo particolare in quanto affini a corsi di studi svolti (psicologia, criminologia et similia). Ci sono testate Bonelli dove una certa libertà è consentita, in altre no. Il sottoscritto fa parte di coloro che si sciroppavano (tutti siam stati giovani e ingenui) le testate americane della IMAGE piene di innovazioni grafiche, gabbie scardinate etc... Cosa è rimasto di quella esperienza ? Molto poco. Tanto fumo, poco arrosto, perchè o sei Jim Steranko o certe cose è meglio non farle se non aggiungono nulla alla narrazione. Voglio precisare: non sono un ortodosso della gabbia boneliana, ma questa storia che il disegnatore è sempre e comunque limitato dal formato bonelliano la trovo un po' risibile. Qualunque formato per qualunque mercato editoriale ha i suoi dettami e limiti: in alcuni casi sono molto larghi in altri più stringenti. Ricordiamoci sempre che quello che si disegna va pubblicato e devi disegnare tenendo conto del formato di stampa. Se io sono un disegnatore che ama infarcire le tavole di tratteggi, un conto è sapere che pubblicherò per Bonelli, un altro se saranno i tipi di Dargaud o Soleil a dare alle stampe i miei lavori: perchè nel primo caso non potrò permettermi dei tratteggi estremamente fitti, pena vederli "chiusi" formando una macchia a tavola stampata, nel secondo caso avrò più possibilità perchè l'albo francese è di grande formato.
Dunque, a ciascuno il suo.

Marin

CREPASCOLO ha detto...

Julia piace alle giovani donne con occhio di gazzella libera e bella che studiano criminologia e pesano meno di cinquanta chili. In Italia non sono poche ed il Gianca B. ne era cosmicamente consapevole ( si leggano le faq nel sito SBE: l'autore ha seguito lezioni universitarie ripiene di tante signorine Kendall ) quando ha scelto di raccontare le gesta della ''sua'' Sabrina. Nulla da dire. Io ho lavorato per anni nel biz delle esche per pesci abissali e so che il target è tutto. Non basta che il prodotto sia fosforescente o emetta un ultrasuono mesmerizzante x stregare il celacanto pellegrino. Nonono. D'accordo, ma le altre donzelle ? Quelle creautine che ricordano la Luisa che non pulisce il water ? Triplo mento, gli angoli della bocca sottile perennemente rivolti a sud ed una predilezione x gli accostamenti cromatici che nemmeno il compianto Funari ? CHI scrive per loro? Ne parlavo con Gigi Mignacco -siamo stati maschere alla Scala negli anni in cui la Ricciarelli non raccontava ancora agli zines quanto fossero rare le interaz sessuali con il Pippone nazionale -ieri sera nell'intervallo di una bizzarra versione cartoon dell'Otello che vede l'alter ego di Spawn quale moro di Venezia. Sono pazzi questi americani ! Sto divagando, strano, perchè non mi capita spesso. Dicevo di Gigi, il jolly della SBE, che mi ha cofessato come, anni fa, avesse proposto al compianto SBE una idea per un personaggio che si chiamava GIULIA e che aveva le sembianze di Gianni Togni - all'inizio doveva essere Venditti, ma quei quattro capelli laccati e gli occhiali neri, quale che fosse la mano dietro il model sheet, facevano di Giulia una sintesi alla Dilbert -un oscuro travet di un ufficio di un palazzo di giustizia di una città fittizia che passa le giornate imboscando i documenti che potrebbero urtare interessi e sensibilità dei veri padroni del vapore. Al crepuscolo, però, Giulia che ha la grazia ed il fisico di una balena spiaggiata, si pitta e si veste da ninja milleriana x violare la santità dei musei della scienza e della tecnica e scrivere sciocchezze nei bigliettini sulle teche che proteggono trilobiti fossili. Contro-informazione per inoculare il dubbio nelle masse di scolari e scatenare un cambiamento nel tempo che porterà la prossima generazione a rileggere Rodari. A Bonelli jr l'idea piaceva parecchio, ma aveva già dato il placet a Berardi per l'altra quasi omonima, così a malincuore stoppò il Mignacco. Peccato.