giovedì 7 aprile 2011

QUELLO CHE MORI' DI NOTTE


Dalle mie parti c'è un modo dire molto efficace: aver da fare come quello che morì di notte. Per afferrarne il senso bisogna immaginarsi un tipo così indaffarato, così pieno di cose da portare a termine, così oberato da scadenze da rispettare che non ha il tempo di morire. Perciò rimanda di ora in ora, per tutto il giorno. Finché, la sera tardi, magari verso le due o le tre di notte, avendo finalmente completato tutto quello che aveva da completare, riesce anche a morire. Prima, proprio non ce l'aveva fatta. Ecco, sappiate che in questi giorni ho da fare come quello che morì di notte.


Non che di solito me ne stia particolarmente con le mani in mano. Ma da almeno tre settimane sono incredibilmente sotto pressione. Se ne saranno accorti quelli che aspettano da me risposte alle mail, telefonate, appuntamenti o anche soltanto saluti. Non ce n'è per nessuno.


Persino questo blog viene aggiornato meno regolarmente. Però sappiate che è per una buona causa. Non vi ricordo che ogni sette giorni, da ottanta settimane, consegno ogni lunedì mattina un testo di diecimila battute alla Mondadori per Alan Ford Story. Non è il caso di rammentarvi neppure che ho circa dieci sceneggiature da portare avanti, tra cui una appena cominciata (sono a tavola dieci) per un nuovo disegnatore di cui non rivelerò il nome neppure sotto tortura.


Do per scontato che consideriate il carico di lavoro del mio impegno in redazione a Milano (martedì, mercoledì e giovedì), in questi giorni particolarmente pesante perché alle normali uscite si è aggiunto lo Zagorone mio e di Marco Torricelli, "Il castello nel cielo", per il quale mi è anche stato chiesto di preparare una introduzione di dieci cartelle (già fatto). Nonostante tutto, nella pausa pranzo riesco ancora a unirmi alle riunioni conviviali di lettori e appassionati che vengono a trovarmi, come quelli che vedete nelle foto di Marco "Baltorr" Corbetta (il fotografo "ufficiale" del forum SCLS).


In particolare, nello scatto qui accanto si vede un angolo della redazione con Stefania, la nostra coordinatrice dai capelli rossi, che porta in giro le tavole del primo albo gigante di Zagor. Ma a tutto questo si uniscono due scadenze impellenti e significative. La prima è la chiusura, che avverrà fra pochissimi giorni, del nuovo saggio mio e di Graziano Romani, dedicato a Sergio Bonelli, o meglio al suo alter ego sceneggiatore. Il libro, che sarà edito da Coniglio come i precedenti e sarà inserito nella collana "Lezioni di Fumetto", si intitolerà: "Guido Nolitta: Sergio Bonelli sono io", e uscirà agli inizi di maggio. Sarà più consistente, quanto a numero di pagine, degli altri due su Ferri e Ticci. Ovviamente ve ne tornerò a parlare appena avrò la copertina (che sarà di Villa) e dati tecnici più precisi.



L'altra scadenza riguarda il mio primo romanzo, e anche primo “romanzo” di Zagor, vale a dire un lungo racconto in prosa intitolato “Le mura di Jericho”. Si tratta di un’avventura dello Spirito con la Scure pubblicata originariamente in cinque puntate sulla rivista “Darkwood Monitor” nel corso degli anni Novanta, che adesso viene raccolta in volume. Mi sono messo però a rivedere e correggere il suo testo e, soprattutto, ho chiesto a dieci disegnatori di realizzare delle illustrazioni inedite a commento dei vari capitoli. Così, il libro conterrà otto disegni di autori zagoriani (Laurenti, Nuccio, Piere, Prisco, Rubini, Sedioli, Torricelli e Verni) e due “ospiti” d’eccezione (Emanuele Barison e Walter Venturi). Nella foto di Baltorr mostro appunto due di questi disegni. La copertina, rigorosamente inedita, non poteva che essere di Gallieno Ferri. Il romanzo conta ottanta pagine e si potrà acquistare tra circa un mese in tutte le fumetterie, oppure richiedendolo alla Casa editrice Cartoon Club. Come se non bastasse, sappiate che domenica sarò ospite di una importante emittente regionale toscana, TV Prato, dove mi esibirò nell'inedito ruolo di cuoco insieme a un amico disegnatore, realizzando un mio "piatto del cuore". Vi informerò quando la trasmissione andrà in onda.



A proposito di Prato e di cibo, vi ricordate i miei compagni di classe? L'articolo del "Tirreno" che ci riguardava e, suppongo, anche il mio post su questo blog, hanno fatto in modo che un'anima santa di nome Tiziana si prendesse la briga di rintracciarci quasi tutti. Così, qualche giorno fa abbiamo fatto una cena detta dei "trent'anni dopo", in ricordo della nostra maturità del 1981. Un evento commovente di cui vi farò la cronaca appena avrò le foto. Ma che sto scrivendo a fare se ho scadenze pressantissime da rispettare? Va a finire che schianto. Oppure, chi lo sa, tutta questa attività serve proprio per non morire, o per farlo il più tardi possibile, verso le due o le tre di notte.



lunedì 4 aprile 2011

A VOLTE RITORNANO

E' in edicola da qualche giorno il n° 549 di Zagor, corrispondente al n°600 della collana Zenith, intitolato "A volte ritornano". Apro una parentesi. Qualche anno fa, fui contatto da una redattrice della Treccani perché su "Lo specchio", settimanale allegato a "La Stampa", dove la sua struttura gestiva una rubrica di risposte enciclopediche tesa a risolvere i dubbi dei lettori, c'era un quesito da lei giudicato inesplicabile che io ero chiamato a risolvere. La domanda, in effetti, è di quelle che per cinquant'anni hanno turbato i sonni degli appassionati di fumetti: perché il numero sulla costolina degli albi di Zagor non corrisponde a quello effettivo della serie? Io stesso, prima di scoprirlo, sognavo di trovare su una bancarella i 51 numeri che mi mancavano e di cui non avevo mai visto neppure una copertina. Comunque sia, su "Lo Specchio", uscì i trafiletto che riporto pari pari qui sotto: spero che resti a futura memoria per chi cercherà la risposta digitando la domanda su un motore di ricerca.


Perché nella numerazione della serie Zagor si fa sempre differenza tra la serie Zenith e quella normale? (Matteo Pollone, Revigliasco, Torino).

Risponde Moreno Burattini, sceneggiatore di Zagor e redattore della Sergio Bonelli Editore. Le avventure di Zagor, lo Spirito con la Scure, personaggio a fumetti creato nel 1961 dallo sceneggiatore Guido Nolitta e dal disegnatore Gallieno Ferri, apparvero inizialmente nel formato a striscia in uso in quegli anni. A partire dal 1965 vennero ristampate negli albi della collana Zenith Gigante, che esisteva già dal 1960, essendo stata creata per essere una serie "contenitore", destinata alla ristampa delle serie a striscia di maggior successo. Prima di Zagor erano stati ristampati altri personaggi (come Hondo, Kociss e Un Ragazzo nel Far West). Con il n° 52 (datato luglio 1965) la collana Zenith iniziò a ripubblicare le avventure di Zagor. Tale fu il successo che quando la collana ebbe ristampate tutte le strisce, le nuove storie dello Spirito con la Scure vennero realizzate appositamente per la serie gigante. Ancora oggi gli albi inediti di Zagor proseguono la numerazione Zenith (che è pertanto una fra le testate a fumetti più longeve del mondo). Però, dato che il n° 1 di Zagor corrisponde all'albo Zenith n° 52, tutte le volte che lo Spirito con la Scure è stato ristampato su altre collane (come Zagor Ristampa o Tutto Zagor) si è creata una differenza di numerazione pari a 51 albi, cioè tutti quelli della collana Zenith non dedicati a Zagor.


Ma torniamo ad "A volte ritornano". Si tratta di un albo molto particolare, sul cui esito relativamente ai giudizi del pubblico davvero ero molto dubbioso e persino preoccupato, come sempre quando si presentano storie un po' fuori dai canoni. Devo dire che i primi riscontri sono stati molto positivi. Il che non significa né che il lavorio mio e di Massimo Pesce sia davvero buono, né che i pareri saranno tutti entusiasti e alla fine ci sia una standing ovation. Però, la partenza è incoraggiante. In ogni caso, valutando il risultato con l'albo fresco di stampa in mano, mi è parso già qualche giorno prima dell'uscita in edicola che fosse valsa la pena di correre qualche rischio uscendo un minimo dal seminato, per gettare le basi della ormai imminente trasferta sudamericana. Perché, come già da tempo avevo annunciato, gli avvenimenti di "A volte ritornano" e del suo seguito, "La progenie del male", avranno delle conseguenze importanti per la continuity zagoriana.


In un mio post su questo blog mi ero persino fin troppo sbilanciato scrivendo quanto segue di questa storia: "sarà un'avventura inquietante e decisamente singolare in cui si gettano le prime basi per la trasferta in Sud America e si svela un mistero che attendeva risposta da un sacco di tempo. Le fila di più storie finiscono per intrecciarsi e [...] credo che proprio "La progenie del male" [...] possa considerarsi la storia più rappresentativa di cinquant'anni di avventure appunto per i suoi agganci con il passato remoto, quello prossimo, il presente e il futuro. Poi, il racconto potrà piacere o non piacere, o perfino scandalizzare, ma certo non lascerà indifferenti".


Queste parole hanno portato l'attento critico zagoriano di uBC, Christian Di Clemente, a scrivere addirittura un articolo in cui ipotizzava i possibili scenari di questa storia e di tutto il ciclo sudamericano. "Burattini è senz'altro 'di parte', essendone l'autore, ma le sue affermazioni restano ambiziose e stimolanti - si chiede Di Clemente - Quale mistero attende risposta? Come può l'episodio agganciarsi al passato, al presente e al futuro della serie? Perché il racconto potrebbe addirittura 'scandalizzare'?".

Insomma, riguardo a "A volte ritornano" si era creata una certa attesa. La bella e inquietante cover di Gallieno Ferri, poi, aveva portato molti lettori ad arrovellarsi sui forum. Poiché ci sono dei pipistrelli come sulla mitica copertina di "Angoscia", qualcuno ha si è chiesto: "forse tornerà il vampiro Rakosi?". Chi non avesse ancora letto "A volte ritornano" e non volesse avere informazioni che potrebbero rovinargli la sorpresa, eviti di proseguire nella scorsa di questo post (e torni magari a riprenderne il filo a lettura avvenuta).


Christian Di Clemente prosegue così il suo ragionamento: "La storia in oggetto, come si intuisce dalle tavole pubblicate in anteprima, si pone in stretta continuità con lo Speciale 13 'Darkwood anno zero', in cui Burattini aveva raccontato le origini del simbolo dell'aquila che Zagor porta sul petto. L'aquila simboleggia Wakinyan-Tanka, l'uccello-tuono, uno spirito del bene che protegge gli uomini. Il cerchio giallo è il simbolo del sole che sorge, ovvero dell'Est che, fra le quattro direzioni della Ruota della Medicina, è quello che rappresenta l'illuminazione e la conoscenza. Zagor lo ha scelto in ricordo di Shyer, la misteriosa sacerdotessa che lo ha iniziato al suo destino di eroe, quando il nostro si faceva ancora chiamare con il suo vero nome, Patrick Wilding. L'episodio termina con Shyer che, trasformatasi (?) in un'enorme aquila Wakinyan-Tanka, si sacrifica per prevenire il ritorno degli Unktehi, mostri primordiali ed essenza del male. Un loro esemplare è quel lucertolone che affronta Zagor nelle tavole rilasciate in anteprima della storia in uscita in aprile-maggio. Viene da domandarsi quale mistero di 'Darkwood anno zero', episodio in sé assai meno esaltante di quanto fosse lecito attendersi, stia attendendo risposta. Shyer si è davvero trasformata in un uccello-tuono? E' ancora viva? Qual è la vera natura dei lucertoloni? O peggio, in piena deriva 'spiegazionistica', perché Shyer appare come una giovane pur avendo oltre 100 anni? Nessuna di queste domande mi ha turbato il sonno negli ultimi dieci anni. Riflettendo sulle parole di Burattini, mi domando invece come una storia che prosegue 'Darkwood anno zero' possa rappresentare il prologo della trasferta sudamericana. La leggenda dello scontro tra gli Uccelli-tuono e gli Unktehi, vale a dire l'eterna lotta tra il Bene e il Male, non appare un tema così accattivante da giustificare due anni di viaggi".



Il controverso speciale del 2001, "Darkwood Anno Zero", fu da me scritto per celebrare i quaranta anni dello Spirito con la Scure: è uno fra i miei lavori più fraintesi ma anche fra i più amati da chi è riuscito a coglierne il senso, e magari torneremo a parlarne. La trama è così riassunta sul sito Bonelli: "Che cosa significa il misterioso simbolo sulla casacca dello Spirito con la Scure? È lo stesso Zagor a spiegarlo a Cico e ai suoi amici Sullivan, gli attori girovaghi che lo hanno aiutato a creare la leggenda di Za-gor-te-nay! In un nuovo racconto che svela ciò che accadde dopo la morte di Wandering Fitzy, il filosofo-vagabondo che gli fece da maestro, lo Spirito con la Scure narra del suo incontro con la bellissima Shyer: una strega indiana con il dono della chiaroveggenza, destinata a istruirlo sui misteri della spiritualità pellerossa e a investirlo della sua missione, aiutandolo a trovare il suo posto nella Ruota della Medicina! Il primo, drammatico scontro con il malvagio Kanoxen intenzionato a risvegliare gli spiriti del male, addormentati nel cuore di una Darkwood ancora all'Anno Zero di una nuova era, è il banco di prova per tutte le imprese future dell'eroe".


La mia idea originale, quando ho iniziato a scrivere "A volte ritornano", era di riportare sulle scene Shyer a dieci anni esatti dalla sua prima apparizione, con nuovo speciale, quello del 2011, che fosse collegato con quello del 2001 e celebrasse i cinquant'anni. Ma andando avanti con la sceneggiatura mi sono accorto che, volendo la mia storia essere un prologo alla trasferta in Sud America, doveva necessariamente essere inserito nella serie regolare, in modo che tutti i lettori capissero poi lo sviluppo della continuity, anche quelli che non comprano gli "speciali" (e fanno male). Così, ho dirottato sulla collana Zenith il racconto che Pesce stava disegnando.



Massimo, dal canto suo, era entusiasta della storia. Anche perché era stato lui a dirmi, molto tempo fa: sono innamorato di Shyer, quando scriverai il ritorno, lo voglio fare io. E sapendo quant'è bravo a disegnare le donne, non ho esitato ad accettare. Shyer non sarà, comunque, la sola figura femminile del racconto, come vedrete leggendo il secondo albo.



"Darkwood Anno Zero" non è neppure l'unico richiamo al passato di Zagor. Ce n'è uno molto più clamoroso ed è quello all'albo "L'abisso verde", un classico di Giovanni Luigi Bonelli e Gallieno Ferri. A questo proposito, su un forum, uno zagoriano, Simon, mi ha chiesto: "Moreno, sedici anni fa rispondesti a un lettore che una storia riguardante il ritorno all'abisso verde ti era stata bocciata La storia bocciata è forse questa in corso d'opera, riveduta e corretta?".


Dopo aver riflettuto sul fatto che agli zagoriani non gliene scappa una e che tutto quello che scrivo potrà in futuro essere usato contro di me, ho risposto così: " La storia bocciata sedici anni fa era del tutto diversa da questa e prevedeva un viaggio nel tempo. Però, da lettore, ho sempre sperato che qualcuno mi spiegasse cosa c'era in fondo all'abisso verde. So che ci sono pareri diversi su questo, nel senso che una scuola di pensiero preferirebbe che rimanessero i misteri insoluti, ma bisognerà pur trovare una mediazione. Alcuni non si spiegheranno, altri sì". Sullo stesso forum, un altro lettore ha espresso perplessità sulla scelta di mandare Zagor in trasferta. Ho replicato dicendo qualcosa che credo possa servire anche a giustificare la presenza nella serie di storie fantastiche accanto a quelle western: "Se anche c'è, come c'è, chi non apprezza le trasferte fuori Darkwood, non le ho inventate io e si tratta di una tradizione che ogni tanto va rispettata e che è pure interessante da sfruttare. Del resto ho letto di gente che si lamenta che non ci sono più fumetti western e che il fantastico ha rovinato Zagor, dimenticando forse che Zagor non è mai stato un fumetto western, che il fantastico c'è sempre stato almeno dal numero tre della serie e che Nolitta ne è stato un maestro. Trovo buffo poi sentire lamentele riguardo al fatto, non so, che Zagor vada in Africa e trovi delle tribù cannibali mentre va bene se i cannibali ci sono a Green Spot a Darkwood. Zagor non può andare in Islanda ma vanno bene i vikingi di 'Sfida all'ignoto', Zagor non può andare per mare a Panama ma può andare sull'isola del Pisum Alatum. Se Zagor cerca le avventure in Sud America, in fondo, è come se le stesse avventure fossero andate a cercare lui nella palude. Senza contare che maxi, almanacchi, speciali e zagoroni saranno sempre darkwoodiani e dunque la metà delle storie anche negli anni sudamericani saranno di stampo classico, alcune perfettamente western. Ma che noia se tutte le storie dello Spirito con la Scure fossero western. In questo caso sì, che sarebbe un tradimento dell'ortodossia della serie".


In ogni caso, non sarà il richiamo alla storia dell'Abisso Verde l'unico rimando ad avventure del passato. Ci saranno, nel secondo albo, altri (spero inattesi) collegamenti. Ovviamente, ne parleremo a tempo debito.

Concludo riallacciandomi ai giudizi positivi letti in rete nei primi giorni. Fra i tanti, ho trovato divertente quello di Mohican 63, che riguardo a "A volte ritornano" scrive: "Io preferisco il filone western con gli indiani, il genere fantasy e quello horror non li amo particolarmente, ma posso con sicurezza affermare che qui ci godremo un autentico capolavoro. Devo però assolutamente andare a rivedermi 'Darkwood anno zero' e questo lo consiglio a tutti: se mi leggete adesso interrompete, leggetevi lo speciale e solo dopo tornate. Già che ci siete rileggetevi anche la ristampa rossa 'L'abisso verde', fondamentale, i pochi fortunati che hanno il rarissimo originale lo rileggano con cura evitando gli spaginamenti). Burattini sta compiendo un capolavoro, tanto di cappello! Nel 2011 ha ripreso il tema dei mostri dell 'abisso verde datato 1966, avrà avuto si e no due anni, era un poppante , e ce lo ha riproposto adesso! Ma quando ha fatto 'Darkwood anno zero' pensava di riproporlo 10 anni esatti dopo? E poi sembra da come ho letto in rete che questo filone si ripercuoterà anche nella lunghissima trasferta sudamericana! Io tante volte vivo in un mio mondo fatto di fantasia, ma il sommo Moreno mi batte, mi piacerebbe fare un giretto nel suo cervello! I disegni sono veramente all 'altezza di questo meraviglioso albo, bellissimi i mostri , ottime le scene di azione e un plauso particolare alle espressioni dei volti, quando Zagor ha le premonizioni (finalmente!) ci si lascia catturare dall 'espressività delle scene, come anche i frequenti ricordi del passato, molto ben fatto e curato Cico che l'ho visto finalmente deciso e partecipe. Cover ottima , un Ferri dei tempi d'oro (che durano da 50 anni)".


Che dire? Un giro nel mio cervello ce lo vorrebbero fare in tanti dei miei parenti, amici e conoscenti, e che anche la mia dolce metà che non si capacita di come io sia strambo. Spero soltanto che il finale non deluda (e purtroppo potrebbe pure essere, soprattutto se ci sono tante aspettative). Però, caro Mohican, nel 1966 avevo già quattro anni e non due e Zagor sfogliavo guardando le figure. Non mi sfuggì il dinosauro cieco. Sono stato fortunato a poterlo riportare sulle scene dopo tanti anni. Nel 1963, quando invece la storia uscì negli albetti a striscia avevo un anno e anche se ero un bambino prodigio (ho imparato a parlare prima che a camminare) ero davvero troppo piccolo.



Qui di seguito trovate il trailer realizzato dalla Zagor TV, da cui sono tratte le vignette colorate da Felix che avete visto poco sopra.







martedì 29 marzo 2011

MA CON GRAN PENA LE RECA JULIA

Come fare per imparare a memoria l'esatta successione delle varie parti delle Alpi e cioè Marittime, Cozie, Graie, Pennine, Lepontine, Retiche, Carniche e Giulie? Ai miei tempi, la maestra ci faceva imparare a memoria la frase "Ma co(n) gra(n) pen(a) le reca giù", dove ogni sillaba rimanda mnemonicamente a una sezione dell'arco alpino.

Oggi mi è venuto in mente (la mia deformazione enigmistica è ormai sperimentata, risaputa e spero tollerata) che la stessa frase cela un indovinello di ambito bonelliano: ma con gran pena le reca Ju(lia). Che cosa? Le soluzioni dei suoi casi, sempre sofferte.

Tutto questo per arrivare a parlare del centocinquantesimo albo di Julia, evento che non poteva suggire (e infatti non è sfuggito) al nostro bravo e attentissimo Saverio Ceri, titolare della rubrica "Diamo i numeri". La penultima volta che Saverio è stato nostro ospite (sperando che voglia continuare a esserlo a lungo, magari anche incrementando i suoi interventi), alle sue sempre interessanti statistiche dedicate a Magico Vento, avevo fatto seguire una intervista da me realizzata a Gianfranco Manfredi in occasione dell'uscita del primo numero del personaggio, e apparsa su Dime Press. Dato che, sulla stessa rivista, comparve anche una intervista a Giancarlo Berardi (che io ritengo il più bravo sceneggiatore del mondo, come ho scritto una volta dedicandogli un articolo) da lui rilasciata subito dopo la pubblicazione del numero uno di Julia, troverete in appendice le mie domande e le sue risposte.

Diamo i numeri 7

CENTOCINQUANTA
SFUMATURE DI GIALLO
di Saverio Ceri

Il centocinquantesimo non è un albo che viene solitamente festeggiato in casa Bonelli, e anche stavolta, nel caso di Julia 150, apparentemente è stato così. Mi piace pensare, però, che in un certo senso un piccolo omaggio ci sia stato. Un doveroso riconoscimento a Laura Zuccheri, disegnatrice principale della serie (unico caso, tra le serie bonelliane in corso, di una donna disegnatrice al vertice di una classifica di tavole realizzate), che avrebbe meritato anche di realizzare il centesimo albo a colori se non ci fosse stato tra i collaboratori della serie anche Giorgio Trevisan, indiscutibile maestro del settore.

Approfittando di questo traguardo “intermedio” diamo un’occhiata ai numeri raggiunti dalla serie nei suoi 12 anni e mezzo di vita editoriale. Con 19464 tavole (quota 20000 è prevista per luglio) su 156 albi (150 della serie regolare più 6 almanacchi del giallo dal 2005 a oggi) Julia è oggi la decima serie bonelliana di tutti i tempi per quantità di tavole pubblicate; lo sarà ancora per pochi giorni visto che col numero di aprile sorpasserà il Comandante Mark fermo a quota 19552 tavole, istallandosi al nono posto. Il prossimo personaggio nel mirino della criminologa è il collega Nick Raider, attualmente ottavo; Julia lo raggiungerà tra poco più di un anno diventando così la principale serie “gialla” di Casa Bonelli.

Decisamente ristretto il numero degli scrittori che Berardi ha scelto per narrare le gesta di Julia. 6 gli sceneggiatori, ma oltre il 95% delle tavole è stato realizzato da soltanto 3 autori. Il creatore della serie del resto segue la sua creatura con attenzione, lo dimostrano oltre 10000 tavole al suo attivo (il 54% del totale), e il fatto che tutti i soggetti portano la sua firma. Inoltre da 138 albi anche tutte le sceneggiature recano il suo nome. Proprio per mantenere un’uniformità stilistica della serie Berardi si affida quasi esclusivamente a due soli collaboratori, l’ultima tavola che porta una firma diversa dai tre principali scrittori risale al numero 106 del 2007. La cura che il creatore del personaggio dedica alla protagonista gli impedisce di realizzare episodi tutti da solo; sono infatti solo 15 le avventure che recano il solo nome di Berardi tra gli sceneggiatori, e l’ultima risale al numero 53! Questa la graduatoria completa:

1° Berardi 10488 tavole

2° Mantero 4404

3° Calza 3564

4° De Nardo 840

5° Ghè 105

6° D'Antonio 63

In realtà al numero degli sceneggiatori andrebbero aggiunti anche Claudia Salvatori e Michelangelo La Neve che hanno “collaborato” rispettivamente alle storie di due e di un albo, ma non essendo quantificabile in tavole la loro collaborazione non risultano in classifica.

Più folta la schiera dei disegnatori chiamati ad illustrare le quasi 20000 tavole di Julia, ben 28, tra i quali 4 di lingua ispanica. Da segnalare anche la presenza nel gruppo di un big del fumetto internazionale: Sergio Toppi. La reginetta di questa graduatoria è Laura Zuccheri, unica donna, dicevamo, tra i vari leader delle classifiche delle pagine disegnate delle serie Bonelli in corso, e con un ultradecennale carriera editoriale. In realtà se andiamo a spulciare tra le serie chiuse, troviamo che in un altro caso non solo il primo posto, ma anche il secondo, è occupato da una rappresentante del gentil sesso. In attesa di dedicare una puntata ai numeri in rosa della casa editrice, lascio a voi il compito di indovinare di quale serie si tratta.
Passiamo alle cifre:

1° Zuccheri 2288 tavole

2° Enio 1995

3° Piccoli 1868

4° Michelazzo 1512

5° Jannì 1428

6° Zaghi 1417

7° Antinori 1197

8° Piccioni 1113

9° Boraley 1018

10° Campi 756

11° Caracuzzo 630

12° Marinetti 546

12° Trevisan 546

14° Pittaluga 472,5

15° Soldi 388,5

16° Siniscalchi 378

16° Foderà 378

18° Dall'Agnol 252

19° Macagno 220,5

20° Vannini 189

21° Trigo 168

22° Roi 126

22° Toppi 126

22° Seijas 126

22° Mattone 126

26° Leoni 94,5

27° Calcaterra 63

28° Spadoni 42

Anche in questa graduatoria dovrebbe esistere un ulteriore riga, il 29° posto occupato da un “collaboratore” di cui ci è impossibile quantificare l’entità della collaborazione. Si tratta dello sceneggiatore Maurizio Mantero, che ha già dato prova in passato di essere anche un valido disegnatore. Per Julia ha momentaneamente posato le sue matite (o le sue chine?) sulle tavole del decimo albo della serie.

Alle classifiche generali si arriva sommando di numero in numero, di anno in anno le tavole realizzate dai vari autori. Esiste, pertanto, anche una classifica annuale degli sceneggiatori e dei disegnatori. Inutile dire che tra gli scrittori la classifica parziale annuale è sempre stata vinta da Giancarlo Berardi dal 1998 a oggi: il suo anno più prolifico è stato il 2001 con 1197 tavole.

Più variegato l’albo d’oro annuale dei disegnatori:

1998 Roi-Trigo-Vannini 126 tavole

1999 Caracuzzo-Siniscalchi-Zuccheri 252

2000 Caracuzzo 252

2001 Enio-Zuccheri 252

2002 Enio-Janni 252

2003 Michelazzo-Piccoli-Zaghi 252

2004 Jannì- Zuccheri 252

2005 Zuccheri 220

2006 Enio Michelazzo 252

2007 Zuccheri 220

2008 Piccoli 252

2009 Michelazzo 252

2010 Enio 252

Laura Zuccheri ha “vinto” in 5 anni su 13 la graduatoria, seguita da Enio Legisamon con 4 successi e Ernesto Michelazzo con 3. A differenza delle altre serie, il copertinista della serie regolare non corrisponde con quello degli almanacchi. Perciò nella breve graduatoria di questa categoria troviamo al comando Marco Soldi con 150 cover, seguito da Laura Zuccheri con 6 copertine.

Alcune curiosità: il lettering è uno degli aspetti di cui Berardi ama prendersi particolarmente cura; generalmente preferisce che la mano che scrive nelle nuvolette sia unica, nel caso si Julia, la mano è quella di Maria Pejrano che ha al suo attivo 115 albi, il 76% del totale; a riempire il restante 24% ci pensa quasi esclusivamente Marina Sanfelice (32 albi), che, soprattutto nel periodo iniziale ha affiancato Pejrano; solo 2 albi per Alessandra Belletti e 1 per Viviana Spreafico. Nessuna indicazione invece per le autrici del lettering dei sei almanacchi.

L’avventura più lunga si può considerare la trilogia che ha aperto la serie: 378 pagine. Le storie più corte le 6 dedicate alla giovane Julia, apparse sugli almanacchi: 94 pagine. L’albo realizzato a più mani (ben 12 mani!!!) è il numero 81 di Berardi e Mantero alla macchina da scrivere e di Leoni, Macagno, Pittaluga e Soldi ai pennelli.

Tutto sommato questo centocinquantesimo albo una particolarità c’è l’ha: è stato scritto dai due principali sceneggiatori, disegnato dalla principale disegnatrice, “copertinato” dal principale copertinista e letterato dalla principale letterista: non male per un numero che di solito non viene festeggiato. Alla prossima.

Saverio Ceri

INTERVISTA A GIANCARLO BERARDI
da Dime Press (1998)

Dime Press - Quali sono state le ragioni della scelta
di un personaggio femminile come protagonista della serie?


Giancarlo Berardi – E’ stata un’evoluzione naturale. Nelle mie storie precedenti, e in particolare nella saga di Ken Parker, l’attenzione al mondo muliebre era diventato quasi una costante. Per un uomo, compenetrarsi nella psicologia di una donna, è come scandagliare un mistero affascinante e terribile; entrare in un mondo alieno e imparare a interpretarne il linguaggio. L’arte del racconto è fondamentalmente un atto di mimesi. E quello di rappresentare l’eterno femminino ha illustri e antichissimi precedenti nell’arte, nel teatro, e nella letteratura. La mia generazione è stata cresciuta con una forte differenziazione tra i due sessi: il maschio doveva essere maschio nelle sue caratteristiche esteriori come in quelle interiori. E così la femmina. Un modello culturale che diventava un invito pressante a disfarsi di quella percentuale dell’altro sesso che ogni essere umano si porta dentro. Con gli anni ho capito che era un impoverimento. Quindi ho preso a coltivare la mia parte femminile con grande cura. Oggi la identifico con la sensibilità, con la percezione e con la fantasia creativa.

DP - Julia assomiglia molto all’attrice Audrey Hepburn. Perché questa scelta?

GB - A cinque-sei anni, Audrey Hepburn è stato il mio primo amore cinematografico. E il primo amore non si scorda mai.

DM - Parlaci un po’ del cast dei comprimari della protagonista. Chi sono e quale sarà la loro funzione nelle storie di Julia?

GB - In questa serie (ma forse in tutte) i comprimari sono fondamentali. Trattandosi di una narrazione realistica, basata sul metodo oggettivo, la protagonista è quanto più possibile la rappresentazione di un essere umano normale. Per intendersi, non ha conoscenze o poteri superomistici, non pratica le arti marziali e non sa usare le armi da fuoco. Le sue doti sono l’intelligenza, la professionalità, la capacità d’immedesimazione, l’intuizione. Il contesto, però, resta quello noir , in cui avvengono delitti particolarmente efferati. Da cui la necessità per Julia di avere rapporti con la polizia (il tenente Alan Webb e il sergente “Big” Ben Irving), e di essere affiancata da un investigatore privato, atletico e capace di menare le mani (Leo Baxter). La nera Emily, invece – come la gattina persiana Toni – fa parte del nucleo familiare, nella doppia veste di collaboratrice domestica e di “tata” coccolona.

DB - Nella sua prima avventura, Julia deve affrontare un “serial killer”, una figura che, da alcuni anni, i mass media, il cinema e la letteratura hanno portato alla ribalta. Quale sarà l’approccio di Julia verso questo materiale?

GB - Il suo approccio al problema dei serial killer è squisitamente scientifico e aggiornato. Tiene conto, cioè, degli ultimi studi e delle statistiche elaborate dai vari centri che studiano il comportamento criminale umano. La tecnica è quella del profilo psicologico, messa a punto dall’F.B.I.; ma la spinta determinante, che permette a Julia di immedesimarsi anche con gli individui più aberranti, viene da un fortissimo desiderio di empatia, una propensione a capire i propri simili (capire, non giustificare), scevra da ogni pregiudizio. In questo senso, Julia è una vera e propria detective dell’anima.

DP - Già a partire dal primo numero della serie, ti trovi a maneggiare un argomento piuttosto scottante e scabroso, drammaticamente reale. Con quale approccio ti sei avvicinato a questa materia?

GB - Nel modo più sereno. Con la consapevolezza che qualunque argomento può essere trattato in maniera efficace, senza ferire la sensibilità dei lettori. Certo, per ottenere un effetto di realismo, una qualche dose di violenza è inevitabile, ma non va mai estrapolata dal contesto. Voglio dire: è funzionale alla storia e non fine a se stessa.

DP - E’ vero che, per la preparazione della serie, tu hai frequentato per alcuni mesi un corso universitario di criminologia? Se sì, in che modo questo ‘ti ha aiutato nella realizzazione della serie?

GB - Sì, ho frequentato l’Istituto di Medicina Legale di Genova, come auditore. Oltre ad essere consulente della procura di Garden City, Julia insegna criminologia all’università, quindi è stata un’occasione straordinaria per approfondire le mie cognizioni in materia e per verificare di persona l’approccio didattico di un vero criminologo. In più ho avuto la possibilità di consultare la sterminata biblioteca dell’istituto, da cui ho tratto indicazioni per formare un mio nutrito scaffale, con testi di psicologia, sociologia, psichiatria, psicanalisi, medicina legale, balistica e criminologia. A questi si sono aggiunti poi i romanzi, i resoconti di cronaca vera, i documentari, i film… un repertorio sterminato in cui continuo a pescare con la voracità del neofita e lo scrupolo del professionista.

DP - I ‘serial killer’ rappresenteranno le figure centrali delle storie di Julia, oppure la vedremo alle prese anche con casi criminali di altra natura?

GB - Julia sarà alle prese con le devianze e i delitti più disparati. Gli stessi, alle volte incredibili, che ci offre la cronaca di tutti i giorni. Con in più un approfondimento dei motivi e dei personaggi coinvolti. A mio modo di vedere, dovrebbe trattarsi di un viaggio nel lato oscuro dell’uomo, per conoscere meglio gli altri e noi stessi.

DP - Ci sono modelli cinematografici o letterari ai quali ti sei ispirato nella creazione di “Julia”? Mi vengono in mente, per esempio, la Jodie Foster de “Il silenzio degli innocenti” e, per la letteratura, la Kay Scarpetta protagonista dei romanzi di Patricia Cornwell...

GB - I miei ricordi cinematografici e letterari risalgono ancora più in là nel tempo: a “M”, di Fritz Lang; a “Psycho”, di Robert Bloch-Alfred Hitchcock”; a “Lo strangolatore di Boston”, di Richard Fleischer; a “Non si maltrattano così le signore”, di William Goldman. Il romanzo poliziesco, nei suoi vari sottogeneri – tra cui la Crime Story – ha sempre avuto un ampio spazio nelle mie letture, tanto che da ragazzo dedicai la mia tesi di laurea alla “Sociologia del Romanzo Poliziesco”. Sono debitore nei confronti di migliaia di libri e di film; troppi, per citarli tutti.

DP - Nel numero uno della serie, Julia affida le proprie impressioni alle pagine di un diario. Questo “espediente” narrativo sarà una presenza costante nelle storie di “Julia”?

GB - Un vero e proprio leit motiv, direi. Le annotazioni diaristiche di Julia mi permettono di approfondirne i pensieri e le emozioni, superando i limiti rigorosi della narrazione oggettiva. Ma è anche un omaggio alla scuola californiana del romanzo poliziesco – capitanata da Hammett e da Chandler – che privilegiava il racconto in prima persona.

DP - Le storie di Julia avranno un formato un po’ particolare rispetto alla tradizione bonelliana: 126 pagine contro le consuete 94. Perché questa scelta? Ci saranno storie divise in due o più parti? Oppure la formula sarà quella delle storie autoconclusive?

GB - L’aumento del numero delle pagine è una necessità legata al tipo di storie e alla peculiarità della mia scrittura. È molto difficile sviluppare una vicenda a suspense in 94 pagine. Non c’è lo spazio materiale per mettere in scena i personaggi, per farli agire, per approfondire le psicologie. Con un trentaduesimo in più, invece, si può lavorare anche sul ritmo, che è importantissimo. In musica, gli accenti, le pause, le accelerazioni, e i conseguenti rallentamenti costituiscono il fascino di un brano. Lo stesso vale per ogni tipo di racconto. La respirazione di chi legge dovrebbe aumentare o diminuire in sintonia con la storia.

DP - Parlaci dello staff di disegnatori che lavoreranno alla serie.

GB - In questa prima fase di lavoro abbiamo assemblato un team di disegnatori di grande caratura. Secondo la tradizione della Sergio Bonelli Editore, consolidata ormai da lungo tempo, abbiamo unito talenti conclamati ad altri in via di affermazione. Così (in ordine di apparizione), i primi dodici numeri sono stati illustrati da Luca Vannini, Corrado Roi, Gustavo Trigo, Piero Dall’Ágnol, Laura Zuccheri, Marco Soldi, Luigi Siniscalchi, Giorgio Trevisàn, Giancarlo Caracuzzo, Valerio Piccioni, Sergio Toppi, e Federico Antinori. E altri si stanno aggiungendo. Nonostante le difficoltà, e non sono poche, di questa nuova serie, si è creato tra tutti i collaboratori un bel clima di cooperazione, e talvolta di amicizia, che è già una prima risposta positiva all’impegno profuso dall’editore e dal sottoscritto.

DP - Ci saranno altri sceneggiatori che ti affiancheranno nel lavoro di scrittura delle storie?

GB - Un numero di pagine così elevato per albo richiede naturalmente l’apporto di altri sceneggiatori. Così, nel primo anno di programmazione, sono stato affiancato da Maurizio Mantero e da Giuseppe De Nardo. Ma sono al lavoro anche Gino D’antonio, Michelangelo La Neve e Claudia Salvatori.

DP - Julia introdurrà delle novità anche a livello grafico? La copertina, per esempio, o, più in generale, il “look” della serie.

GB - Sì, la grafica della copertina e il logo sono piuttosto innovativi rispetto alle altre testate bonelliane. Si è voluto sottolineare il fatto che si tratta di una serie noir, ammiccando alla tradizione del genere e cercando allo stesso tempo di rinnovarla. La professionalità di Nico Zardo ha poi tradotto il tutto in un prodotto di grande suggestione. Le copertine di Marco Soldi faranno il resto. Anche all’interno ci sono novità. Le vignette saranno molto regolari, come uno schermo cinematografico o televisivo. In questo modo, ritengo che il lettore potrà concentrarsi maggiormente sulla recitazione dei personaggi e sulla storia, senza essere distratto da grafismi, spesso eccellenti, ma talvolta un po’ compiaciuti e fini a se stessi.

DP - Sergio Bonelli Editore pubblica già da alcuni anni una serie poliziesca, “Nick Raider”. In che cosa Julia si differenzierà da questa serie già esistente?

GB - “Nick Raider” è una delle mie serie preferite. Molti anni fa ne scrissi anche un episodio, il numero 18, se non sbaglio. Ai miei occhi, il suo fascino consiste nell’aver ricreato un atmosfera da romanzo poliziesco anni 50-60, nella tradizione di Ed McBain. In Julia ci sarà una maggiore attenzione alla metodologia e alla tecnologia dei moderni corpi investigativi, oltre che alla psicopatologia criminale. E poi c’è lei, la protagonista, con quel suo miscuglio di fragilità e di decisione, con quegli occhioni a mandorla che penetrano in profondità, e quell’aspetto così sexy…

DP - Parlaci dell’ambientazione delle storie.

GB - Julia vive a Garden City, che è una cittadina americana fittizia, posta più o meno nel New Jersey, a un’ora d’auto da New York. Le sue strade portano nomi di fiori, in contrasto con la crudezza di certi crimini che vi hanno luogo. È un set di comodo, dove ho potuto concentrare un microcosmo umano che fa da sfondo alle investigazioni di Julia. New York è troppo grande e dispersiva; non vivendoci, si corre il rischio di banalizzarla o di incorrere in errori grossolani.

DP - Nella prima storia di Julia, ritroviamo citata una famosa canzone, “You Make Me Feel (Like a natural woman)”. Come sarà la “colonna sonora” della tua serie?

GB - La musica è una parte importante nella mia vita. Tanti anni fa cominciai proprio come musicista e oggi, a trent’anni di distanza, in concomitanza con la nuova serie, ho ripreso a strimpellare in prima persona. Tutto questo non poteva non riversarsi in Julia. La sua colonna sonora abbraccia un raggio molto ampio, che va da Schuman – Julia suona il pianoforte – a Carol King, ai Rolling Stones, a Bob Marley… e forse, prossimamente, a Eric Clapton e agli Eels, che mi tengono compagnia in questo periodo.

DP - E per finire, Ken Parker. In futuro avremo ancora occasione di leggere una storia di questo tuo amatissimo personaggio?

GB - Ken Parker ha riempito i miei pensieri per quasi venticinque anni. Puoi immaginare cosa significhi per me. Attualmente, alcune traversie ne hanno decretato la chiusura. Questo è già successo altre volte. E ogni volta Lungo Fucile è ritornato a cavalcare nelle edicole. In questo momento non ci sono i presupposti, ma un domani… chissà?

sabato 26 marzo 2011

SONO STATO A SAN VITTORE

C'è un racconto molto bello, di cui però non ricordo né il titolo né l'autore, in cui si narra di un uomo che muore e si trova davanti al giudizio divino, quello che dovrà stabilire se merita l'inferno o il paradiso. Con sua grande sorpresa, il defunto vede che i giudici sono tre uomini come lui, vestiti con una toga come nei tribunali terrestri, e Dio c'è ma è lì solo come testimone. I giudici interrogano Dio e gli fanno domande del tipo: "è vero che costui una volta ha tradito la moglie?". E Dio: "sì". "E' vero che ha rubato dal garage del vicino?". E Dio: "sì". Alla fine dell'interrogatorio i giudici si ritirano per deliberare, e il defunto, rimasto solo con Dio, chiede spiegazioni. "Perché devo essere giudicato da tre uomini? Non sei tu, Dio, il supremo giudice?". E Dio risponde: "io sono Dio, e so tutto. Per questo non posso fare altro che il testimone. Io so quello che hai fatto, ma so anche perché l'hai fatto. So quanto sei debole, quanto hanno influito le cattive compagnie, so perché eri disperato quella sera, o cosa volevi dimenticare quando hai bevuto quel giorno. Più uno sa, più comprende. E più comprende, meno può giudicare e condannare. Io che so tutto non posso emettere sentenze. Per giudicare e condannare ci vogliono uomini piccoli, gretti, limitati, ottusi come te. Solo chi sa poco, può sentenziare". I giudici rientrano, spediscono il defunto all'inferno, e dicono: avanti un altro.


Se c'è un lavoro che mai potrei fare, è il giudice. Quello che emette le sentenze, intendo. Magari potrei fare l'investigatore, anzi, forse mi piacerebbe pure, vista la mia passione per i gialli. Ma già decidere di arrestare qualcuno e metterlo in carcere, toglierlo alla sua famiglia e alla sua vita, rovinargli probabilmente l'esistenza o comunque segnargliela per tutto il resto della vita, ecco, non vorrei essere io a doverlo fare. Figuriamoci poi stabilire se strappare un figlio a una madre (come talvolta certi giudici sono chiamati a fare), o se dare l'ergastolo o anche solo vent'anni, o dieci anni, a qualcuno. E se poi fosse innocente? No, al massimo potrei fare indagini e interrogatori, presentare i risultati a gente convinta di saperli valutare e a quel punto tirarmi indietro. Credo che sia un lavoro molto triste, quello del giudice. Se chi lo fa lo fa (come dovrebbe) con la consapevolezza di avere tra le mani il destino di un suo simile, non c'è giorno in cui uno possa recarsi in tribunale sereno, o momento in cui non tornino alla coscienza i dubbi (avrò deciso bene? Avrò deciso male?).


Ovviamente non ho niente contro i giudici, anzi, capisco che sono indispensabili e che quel lavoro qualcuno lo deve pur fare. Ma ecco, mi sembra superiore alla mia capacità di sopportazione e sono lieto di non doverlo fare io. Spero che chi lo fa, lo faccia con coscienza e convinzione, quasi con spirito missionario, per dare il suo contributo al funzionamento della società. Spero anche che abbia le spalle larghe per portarne il peso, che a me sembra intollerabile. Mi auguro che nessuno emetta sentenza con la leggerezza con cui si appongono dei timbri o, peggio, si senta superiore rispetto al resto del genere umano. Anche se si deve condannare qualcuno perché quello la condanna se la merita, il momento del verdetto non può mai essere gioioso: comunque sia è una sconfitta, perché sarebbe tanto bello poter fare a meno dei giudici e viene dimostrato una volta di più che non è possibile.

C'è un motivo per cui, proprio oggi, faccio questa riflessione. Giovedì scorso, 24 marzo 2011, verso mezzogiorno e mezzo, sono stato per la prima volta in carcere. Ho sentito chiudersi dietro di me le sbarre di San Vittore, e gli agenti di polizia penitenziaria mi hanno scortato all'interno. Per fortuna, alle tre del pomeriggio mi hanno anche fatto uscire, dopo avermi trattato con molto riguardo. Non ero lì in seguito a un arresto o a una condanna, ma per un incontro con un gruppo di detenuti. Diciamo una conferenza, come tante mi capita di farne, ma in un luogo particolare e di fronte a un pubblico speciale.

Una delle educatrici del carcere, la dottoressa Michela De Ceglia, specializzata nelle attività di sostegno e di formazione dei reclusi, si è messa in contatto con me e mi ha chiesto, alcuni mesi fa, se ero disponibile a due incontri all'interno di San Vittore, durante i quali avrei parlato di fumetti e del mio lavoro, presentando alcune delle mie storie. Il tutto, ci tengo a dirlo, a titolo gratuito: come servizio verso chi vive un momento drammatico della propria vita e potrebbe essere aiutato a superarlo e non vederlo ripetere mai più. Ho accettato senza esitazione e così ho fatto la prima conferenza e presto farò la seconda. La Casa editrice mi ha aiutato regalando quaranta Maxi Zagor alla biblioteca di San Vittore: venti copie di "Agenti Segreti" e venti de "L'uomo nel mirino", che ho portato personalmente nel carcere (previa autorizzazione).


Non avevo la minima idea di che cosa mi attendesse e che tipo di feedback avrei avuto confrontandomi con un'umanità sicuramente sofferente, e che impressione mi avrebbe fatto trovarmi all'interno di un carcere. Ho attraversato il famoso punto centrale da cui di diramano i bracci del carcere, e la dottoressa che mi ha accolto all'ingresso mi ha guidato verso una sala conferenze posta vicino alla biblioteca. Mentre ci arrivavamo, mi ha spiegato come funzionano le cose. Non ho potuto portare con me il telefonino e dunque non ho foto da mostrarvi (quelle che vedete a corredo di questo articolo o sono prese da Internet o si riferiscono a mie conferenze tenute in altre occasioni). Però, almeno limitatamente alle zone del carcere che ho attraversato io, ho visto ambienti puliti e persino un clima abbastanza rilassato. Ho saputo che molti detenuti lavorano all'interno della struttura e vengono pagati per ciò che fanno: c'è chi fa l'addetto alla vendita nel mini market, chi si occupa dei libri, chi fa le pulizie, chi organizza iniziative per i suoi compagni. Alcuni settori hanno celle aperte, in altri sono chiuse. All'interno, mi hanno detto gli stessi detenuti, possono esserci quattro o sei letti, con un bagno e una doccia. San Vittore non è un carcere per pene di lunga detenzione: ci si viene rinchiusi se la condanna è a pochi anni o se si è in attesa del verdetto finale con la destinazione in altri penitenziari.

Le mie due conferenze sono inserite in un programma di incontri che prevede la visita in carcere di vari scrittori che si sono resi disponibili, alcuni per parlare delle proprie opere, altri per leggere o spiegare libri altrui. Mi sono organizzato con un CD di immagini da far vedere su un televisore, così da poter parlare, come di solito faccio, commentando foto e disegni. Ho salutato una per una, dando una stretta di mano a ognuno, le persone (una trentina) che si sono presentate nella sala (che non ne poteva contenere di più). Tutti, ovviamente, erano lì per loro scelta e mi è stato detto che ci sono sempre molte richieste per questo tipo di incontri, ci sono detenuti che non se ne perdono uno. Si trattava di uomini, di età (apparente) fra i venti e i quaranta anni, tutti in grado di capire e parlare perfettamente l'italiano anche se alcuni avevano nomi arabi, che ciascuno ha tenuto a dirmi. I miei interlocutori erano tutti sorridenti, gentili e cordiali: immagino che in altre circostanze capiti loro di essere depressi o disperati, ma all'incontro sono venuti come a un momento di divertimento.

A ciascuno ho regalato un albo a fumetti, e sono certo di averli fatti felici: "davvero è per me?", mi chiedevano, "posso tenerlo?". Per i reclusi, mi ha spiegato la dottoressa, sono importanti anche le piccole cose, le minime dimostrazioni di solidarietà, l'attenzione verso di loro. Tutti sapevano benissimo cos'erano i fumetti, la maggior parte conosceva Zagor ed era in grado di citare con cognizione di causa altri personaggi come Dylan Dog o Alan Ford, Lupo Alberto o Tex. Non solo: tutti sono stati attenti dal primo all'ultimo minuto dell'incontro, intervenendo con domande e osservazioni molto acute. C'è stato anche un momento che mi ha riempito di soddisfazione perché, sfogliando "L'uomo nel mirino", uno dei detenuti si è imbattuto nel personaggio di Badal, l'addestratore dell'elefante Shiva, che si rivolge al pachiderma dando degli ordini in una lingua incomprensibile. Tutti avranno pensato che mi sia inventato le parole. Invece, uno dei presenti ha detto: "Ma questo è hindi!", e ha tradotto il senso della frase: "Vieni, Shiva, è ora di andare a mangiare". In effetti, nello scrivere quella sequenza, mi ero documentato sulle parole che usano gli addestratori di elefanti e le avevo citate con precisione. Non so perché quel brillante detenuto conoscesse l'hindi, ma sono stato lieto che non gli sia sfuggito il mio sforzo di documentazione.

L'argomento della mia conferenza non era comunque l'incontro di Zagor con Tocqueville e con Andrew Jackson (di cui si racconta nei due Maxi che ho portato a San Vittore) ma il linguaggio del fumetto e le potenzialità del suo codice espressivo, in grado di raccontare con efficacia qualsiasi cosa senza alcuna sudditanza verso gli altri medium. Hanno molto colpito alcune tavole di Ken Parker e di Dino Battaglia che ho mostrato sullo schermo.


Alla fine, i detenuti sono usciti a mio avviso molto contenti delle due ore passate insieme e alcuni mi hanno persino chiesto un autografo sugli albi che ho regalato loro. Nessuno li ha scortati e nessuno li ha controllati entrando e uscendo dalla stanza, e non c'erano guardie ad assistere all'incontro: eravamo soltanto io, la dottoressa e i reclusi.


Il clima è stato però assolutamente rilassato, e l'interesse senza dubbio più alto di quanto capita di solito se si parla, per esempio, a una scolaresca (anche se io mi vanto di riuscire, nei limiti del possibile, a tenere alta l'attenzione anche delle classi più svogliate, almeno per un'oretta - poi c'è comunque un crollo fisiologico dell'uditorio).

Sono uscito molto soddisfatto. Non mi tiro mai indietro se c'è da prestarmi per iniziative di solidarietà e mi capita spesso di venire coinvolto, tuttavia non faccio parte di una specifica attività di volontariato. Però, credo che ci siano poche cose nella vita che fanno bene allo spirito più che darsi da fare per aiutare gli altri, quelli che davvero hanno bisogno del nostro aiuto. E' un argomento che mi sta a cuore e su cui potremmo tornare.

Se ci sono altri autori disposti a incontrare i detenuti, sarò lieto di metterli in contatto con chi ha invitato me.

mercoledì 23 marzo 2011

DOMANI SMETTO

Per un vecchio fanzinaro come il sottoscritto (fanzinaro una volta, fanzinaro per sempre) sfogliare una rivista amatoriale è sempre un richiamo irresistibile, come per Roger Rabbit cantare "ammazza la vecchia col flit". Avete voglia di farmi vedere i più fantasmagorici siti Internet: io mi imbambolo ancora davanti alle pagine dalla grafica approssimativa ma trasudanti entusiasmo di chi si sporca le mani di inchiostro. E non ho mai smesso di scrivere, ovviamente gratis, articoli per tutte le piccole testate (magari semiclandestine) che me lo hanno chiesto. E' più forte di me. "Ci scrivi un intervento su....?", chiede il redattore di turno. "Sì!", rispondo io, prima ancora di sapere su che cosa. E' richiamo della foresta. Sono trent'anni che intervengo e non mi riesce di smettere, neppure con l'agopuntura. Penso che riproporrò, di tanto in tanto, qualcuno di quei pezzi su questo blog. Ho pensato di cominciare, però, con una delle ultime cose che ho scritto per una fanzine, visto che l'argomento riguarda il "mestiere di scrivere" di cui ho parlato in diverse occasioni.

Sono almeno tre le fanzine italiane (stampate su carta, intendo) dedicate a Zagor. Si tratta del "Giornale di Darkwood", organo dello Zagortenay Club, "SCLS Magazine", espressione del forum spiritoconlascure.it, e "Zagortenay", coloratissima voce del forum ZTN. Proprio su quest'ultima testata è comparso l'articolo che segue, pubblicato in due puntate. Spero che vi diverta come, mi hanno detto, ha divertito i lettori della rivista.


IL MESTIERE DI SCRIVERE
di Moreno Burattini


Probabilmente c'è più gente che crede ai fantasmi di quanta sappia che esistono gli sceneggiatori di fumetti. La maggior parte dei ragazzi, ormai, i fumetti non sanno neppure che esistono, e questo è un dato di fatto: vivono soltanto di cartoni animati e videogiochi e la cosa più vicina a un fumetto di cui hanno cognizione sono le istruzioni di montaggio delle sorpresine Kinder.

Ma tralasciando queste forme di vita inferiore e dedicandoci a quelle più evolute, indubbiamente (soprattutto fra chi ha più di venti anni e non ha avuto un'infanzia digitale), c'è una certa percentuale di persone a conoscenza del fatto che ci sono pubblicazioni stampate su carta in cui si raccontano avventure di personaggi disegnati. Fra costoro, si arriva a concepire che esistano dei disegnatori: dato che i fumetti sono disegnati, logicamente c'è chi lo deve aver fatto. In realtà, qualcuno continua a credere che le vignette vengano tracciate da un computer o fatte in serie con dei timbri sagomati: una volta, un tale, dopo avergli rivelato che Tex e Topolino erano realizzati a mano, mi ha guardato incredulo e ha sbottato: "Davvero? Credevo che li facessero con gli stampini". Però, con un minimo di riflessione, seguendo i pensieri che vengono in mente la notte quando si guardano le stelle e ci si interroga sul senso della vita, taluni riescono a concepire che i fumetti possano pure essere stati disegnati a mano. Però, oltre non si va. I fumetti li fa uno, e uno solo, il fumettaro, e se si riesce a credere che un'entità del genere esista, questo spiega tutto. Ma gli sceneggiatori di fumetti vanno oltre il ponderabile. Trascendono il senso comune delle cose. Se i fumetti li crea il disegnatore, costui è già il motore immobile aristotelico e non c'è bisogno di una entità precedente.


Invece, dovete sapete che, per quanto sembri impossibile, i fumetti non sono disegnati con il computer, non sono fatti con lo stampino, e non sono (quasi mai) frutto del lavoro di una sola persona ma di almeno un paio.
A questo punto facciamo subito una prima fondamentale distinzione. Coloro che lavorano nel mondo del fumetto si dividono principalmente in due grandi famiglie: autori dei testi, coloro cioè che inventano una storia e la raccontano dividendola in vignette, e disegnatori, che si occupano di illustrare quanto sceneggiato dai primi. In realtà non è così semplice, dato che a volte gli sceneggiatori sono persone diverse dai soggettisti, e i disegnatori possono divedersi in matististi, inchiostratori e coloristi, e poi ci sono i letteristi, i grafici e gli editor. Ma per iniziare, e non confondervi le idee ci limiteremo per ora a parlare di sceneggiatori e disegnatori. Chi scrive, appartiene alla prima categoria. Sono, appunto, una di quelle persone di cui pochissimi sospettano l'esistenza.
Da qui la difficoltà di far capire ai non iniziati in cosa consista il mio mestiere. Se alla domanda: "Di cosa ti occupi?" rispondo genericamente di lavorare nel campo del fumetto, l'interrogativo successivo sarà: "Ah! E cosa disegni?". E' fisiologico. Com'è facile immaginare, questa domanda getta nello sconforto gli sceneggiatori, che con un moto di orgoglio si affannano a spiegare che no, loro non disegnano, loro sono quelli che scrivono i testi. Seguono stupore e meraviglia degli astanti, i quali proprio non immaginavano che per quelle quattro parole racchiuse nelle nuvolette servisse addirittura una sceneggiatura. D'altro canto, se alla fatidica domanda si cerca di tagliar corto rispondendo "sono uno sceneggiatore", si crea tutta una serie di equivoci a base di: "Davvero? Del cinema?". "No". "Allora della televisione? Ho visto qualcosa che hai fatto tu? Sceneggiati?". "No". "Allora fiction?". "No". "Sit-com?". "No". E ad ogni no il povero autore si fa sempre più piccolo, fino a quando è costretto ad ammettere che sceneggia fumetti, provocando la reazione delusa e stizzita dei suoi interlocutori.


Molti di coloro che leggevano i fumetti da bambini, ne hanno poi abbandonato la lettura quando si sono accorti che era più divertente correre dietro alle ragazze (sono d'accordo, ma l'una cosa non esclude l'altra). Costoro, di solito, sono convinti che i fumetti abbiano cessato di venire stampati quando loro hanno smesso di leggerli. "Zagor? Davvero esce ancora?". No, ci sarebbe da rispondere, lo mandavano in edicola soltanto per te. Altri invece, sia pure in minoranza, i fumetti hanno continuato a leggerli, forse per consolarsi di non aver mai raggiunto la ragazza cui correvano dietro. Oppure, per consolarsi del fatto di averla raggiunta.
In ogni caso, i lettori di fumetti (ex o ancora praticanti che siano) sembrano gli unici in grado di contemplare la possibilità che esistano gli sceneggiatori e che i disegnatori possano averne bisogno. Gli sceneggiatori esistono, facciamocene una ragione. Ma da qui al riuscire a immaginare come effettivamente si svolge il lavoro di chi scrive, e in che cosa si differenzi da quello di chi disegna, ce ne corre.

Un ipotetico sondaggio fra gli abituali acquirenti di albi a fumetti dimostrerebbe che più si immaginano gli autori al lavoro tutti insieme appassionatamente in redazioni colorate, ilari e giulive. C'è un divertente film di Paolo Villaggio del 1982, intitolato "Sogni mostruosamente proibiti", in cui il protagonista veste i panni di un disegnatore di fumetti, Paolo Coniglio, che tutte le mattine va a lavorare negli uffici della Casa editrice, e lì incontra gli altri colleghi, ognuno impegnato su un personaggio diverso: per la redazione girano figuranti in costume (chi da orso, chi da guerriero, chi da supereroe) che fanno da modelli per le avventure in fase di realizzazione, e il terrore di Coniglio è essere trasferito dall'eroina Dalia, di cui si occupa, all'Uomo Lupo.

E' appunto così che i non addetti ai lavori suppongono che vadano le cose, immaginando la redazione Disney piena di paperi e di topi in posa per i disegnatori, quella di Dylan Dog popolata da gente in costume da mostro e da zombi, e quelle dove si fanno i fumetti porno come le più divertente da visitare. Ma soprattutto, i lettori si immaginano tutti i disegnatori che disegnano alle loro scrivanie, uno accanto all'altro, prestandosi il temperamatite in cambio del righello e magari facendosi dispetti con le cerbottane o gli schizzi di inchiostro quando il direttore non guarda. Possiamo garantire che non è così. Negli uffici dell'editore di Lupo Alberto non c'è nessuna segretaria travestita da Gallina Marta.

La realtà è davvero molto diversa. Nelle Case editrici ci sono soltanto impiegati che smistano fatture e buste paga, lettere e bollette, contratti e ricevute. I lettori che suonano alla porta della Bonelli sperando che il campanello faccia "ARRGGH" e che venga ad aprire qualcuno truccato da Groucho, restano tutti molto delusi apprendendo che non c'è neppure un disegnatore per farsi fare un disegnino con dedica. A volte, disperati, ne chiedono uno alla signora delle pulizie o un fattorino, pur di non tornare a casa a mani vuote. Dove sono, dunque, i disegnatori e gli sceneggiatori? E' quello che vorrebbero sapere anche gli editori, quando gli autori non rispettano i tempi di consegna e non si fanno trovare al telefono. Comunque, in linea di massima, disegnatori e sceneggiatori lavorano stando a casa propria. Ovvero, il più delle volte stanno a casa propria senza lavorare, perché non ne hanno voglia o perché non trovano l'ispirazione (e quando non la si trova si può stare anche per ore a fissare con sguardo vacuo lo schermo del computer o il tavolo da disegno). Il fatto che ognuno lavori isolato aggrava la situazione: l'autore si ritrova solo, senza nemmeno il conforto di poter scambiare qualche pettegolezzo con i colleghi alla macchinetta del caffè.

Nessuno può immaginare l'abisso di solitudine di un autore senza idee davanti a un foglio bianco un uno studio deserto. Alla disperata ricerca di contatti umani, il nostro eroe è costretto a uscire di casa e raggiungere il bar più vicino (molti autori iniziano a fumare proprio per avere una scusa che li faccia uscire spesso), dove attaccano bottone con chiunque pur di scambiare qualche parola con un cristiano, e finiscono a fare comunella con i pensionati che giocano a carte o parlare a un barbone su una panchina del parco (il barbone il più delle volte se ne va e il fumettaro resta a parlare da solo). Se invece l'autore è un uomo sposato e con figli e lavora in casa con la moglie e la prole, il bar più vicino lo raggiunge in fuga dai contatti umani. Continueremo a parlarne, se qualcuno mi sta ascoltando (almeno un barbone).

lunedì 21 marzo 2011

IL DIZIONARIO DEL DIAVOLO

Nel lungo e interessante dibattito seguito nei commenti al mio post "Nudo di donna" mi è capitato di accennare al "Dizionario del diavolo"di Ambrose Bierce, e di citarne a memoria un paio di definizioni. Sono perciò andato, per sommo scrupolo, al controllarne l'esattezza direttamente alla fonte, e cioè sull'edizione integrale (oltre trecento pagine) dell'opera, che io ho nei tipi de La Spiga (1995) tradotta da Giuliano Acunzoli, e che fa parte della mia collezione di libri di aforismi.

Mi sono divertito moltissimo nel rileggere le definizioni folgoranti di Bierce e ho deciso di sceglierne un po' da condividere con voi. Non prima però di avervi ricordato come lo scrittore americano (nato nell'Ohio nel 1842) sia il protagonista assoluto (più dello stesso titolare di testata) di un memorabile albo di Ken Parker, il cinquantesimo, intitolato "Storie di Soldati", in cui Lungo Fucile incontra proprio lo stesso Bierce che gli narra un po' dei suoi racconti.

E' l'espediente con cui Giancarlo Berardi riesce, meritoriamente, a sceneggiare a fumetti dei folgoranti classici della narrativa americana, capolavori nell'ambito delle short stories e della letteratura western ma anche della letteratura tout court. Bierce visse in prima persona gli orrori della guerra di Secessione, e da questa sua esperienza nacquero i suoi Tales of soldiers and civilians, cioè i "Racconti di soldati e civili". Lo scrittore fu anche un maestro nel campo del fantastico, del soprannaturale, del macabro e dell'orrore. Lasciato l'esercito, si trasferì a San Francisco dove cominciò a fare il giornalista: diventato celebre per i suoi attacchi a uomini politici e di malaffare, era costretto a girare per le strade con una fondina e una pistola dato che in parecchi avrebbero voluto fargli la pelle.

Probabilmente lo scrittore è davvero morto prematuramente, forse nel 1914 in Messico dove si era recato come reporter per seguire la guerra civile di Pancho Villa ed Emiliano Zapata, ma nessuno ha mai potuto darne conferma: la sua scomparsa durante la battaglia di Ojinaga resta un mistero.

Non a caso se ne è occupato anche Martin Mystére, con l'episodio "La cosa da un altro mondo", del 1988, sceneggiato da quel grande scrittore di fantascienza che è Pier Francesco Prosperi. Lì si ipotizza che Bierce si sia stato attaccato da una creatura extraterrestre protagonista di uno dei suo racconti, "La cosa maledetta". E' singolare comunque che Bierce avesse affermato, un giorno, che nessuno sarebbe stato in grado di ritrovare le sue ossa dopo la sua morte.

Riguardo il "Dizionario del Diavolo", che è un vero e proprio compendio di folgoranti definizioni di singole parole, dalla A alla Z, lo stesso scrittore così scrive nella sua prefazione all'opera "Il Dizionario del Diavolo vide la luce nel 1881 sulle pagine di un settimanale, per poi venire continuato in modo saltuario fino al 1906".



DAL DIZIONARIO DEL DIAVOLO
di Ambrose Bierce (1842-1914)

Aborigeni: individui di scarso valore che ingombrano le terre appena scoperte dall'uomo civile.

Adorare: venerare aspettandosi qualcosa in cambio.

Aiutare: il modo più sicuro per creare un ingrato.

Ambidestro: persona in grado di rubare con entrambe le mani.

Amicizia: una barca capace di portare due persone con mare calmo, ma una sola con il mare grosso.

Amnistia: magnanimità dello stato verso quei criminali che sarebbe troppo costoso punire.

Anno: periodo composto da 365 delusioni.

Aria: sostanza dispensata a piene mani dalla Provvidenza per sfamare i poveri.

Assurdità: un'opinione manifestamente in contrasto con le nostre idee.

Barometro: ingegnoso strumento che serve a confermare che tempo sta facendo.

Bellezza: il potere grazie al quale una donna affascina l'amante e terrorizza il marito.

Buffone: individuo che sporge querela.

Cannone: strumento impiegato per rettificare i confini di una nazione.

Capitale: sede del malgoverno.

Chiaroveggente: chi ha il potere di vedere quel che sfugge al suo cliente, cioè il fatto che sia un gonzo.

Confidente: uno che racconta ad A i segreti di B dopo averli sentiti da C.

Conoscente: persona che conosciamo abbastanza per chiedergli un prestito, ma non a sufficienza per prestargli alcunché.

Consultare: chiedere il parere di qualcuno su una cosa già decisa.

Davvero: apparentemente.

Destino: circostanza invocata per spiegare gli insuccessi.

Discussione: sistema per confermare agli altri che hanno torto.

Egocentrico: uomo dai gusti volgari che si interessa più a sé che a me.

Elettore: colui che gode del privilegio di votare un candidato scelto da qualcun altro.

Empietà: indifferenza altrui per le nostre divinità.

Farmacista: il complice del dottore.

Gentilezza: breve prefazione a dieci volumi di arroganza.
Giorno: periodo di ventiquattr'ore sprecate.

Giustizia: bene di consumo falso e adulterato che lo Stato vende ai cittadini in cambio di buone e autentiche tasse.

Governo monarchico: qualsiasi governo.

Idiota: membro di una vasta e potentissina casta la cui grande influenza da sempre domina e controlla le umane faccende.

Imbrattacarte: scrittore le cui idee sono in antagonismo con le nostre.

Imparziale: incapace di vedere i vantaggi personali che potrebbe ottenere abbracciando una delle parti.

Indifeso: impossibilitato ad attaccare.

Infedele: a New York, uno che non è cristiano; a Costantinopoli, uno che lo è.

Insurrezione: rivoluzione non coronata da successo.

Legale: compatibile con la volontà di un giudice.

Libertà: esenzione dai vincoli dell'autorità in una miserabile mezza dozzina di casi.

Longevità: prolungamento della paura di morire.

Magia: miracolosa capacità di trasformare la superstizione in denaro.

Matrimonio: piccola comunità consistente in un padrone, una padrona e due schiavi. In tutto, comunque due persone.

Mendicante: uno che ha confidato nell'aiuto degli amici.

Mulatto: bambino nato da due razze, che si vergogna di entrambe.

Opportunità: occasione favorevole per ricevere una delusione.

Pace: periodo di imbrogli tra due guerre.

Patriota: uno per cui gli interessi di una parte contano più degli interessi dell'insieme.

Pedone: per un'automobile, la parte variabile di una carreggiata.

Pianificare: scervellarsi sul modo migliore per conseguire un risultato accidentale.

Pignolo: critico del nostro lavoro.

Presente: quella parte d'eternità che divide il regno della delusione da quello della speranza.

Presidente: figura dominante di un piccolo gruppo di uomini che sanno, senza ombra di dubbio, che un numero immenso di cittadini non voleva nessuno di loro alla Presidenza.

Prezzo: il valore di una cosa, più una ragionevole somma per il dispiacere di doverla vendere.

Rabdomante: uno che grazie a un bastone divinatorio riesce a scoprire metalli preziosi nelle tasche dei gonzi.

Recluta: persona che si distingue da un civile per la sua uniforme e da un soldato per il suo passo.

Residente: impossibilitato a partire.

Ribelle: fautore di un diverso malgoverno, che non è riuscito a instaurare.

Riforma: cambiamento studiato per soddisfare chi si oppone ai cambiamenti.

R.I.P. : Ridotto in Polvere.

Riposare: smettere di disturbare.

Rivoluzione: brusco cambiamento nella forma di malgoverno.

Schiena: parte del corpo degli amici che ammiriamo nei momenti di sfortuna.

Scimmia: animale arboreo che vive sul nostro albero genealogico.

Sciocchezze: obiezioni sollevate contro di noi.

Scusarsi: gettare le basi per una futura offesa.

Seccatore: persona che parla invece di ascoltarci.

Senzatetto: uno che ha pagato tutte le imposte sulla casa.

Signorina: donna ancora sul mercato.

Tollerare: sopportare, mentre si cova un piano segreto di tremenda vendetta.

Tregua: amicizia.

Tumulto: divertimento popolare offerto ai poliziotti da molti passanti innocenti.

Ultimatum: ultima richiesta prima di fare concessioni.

Vino: il secondo dono di Dio all'uomo.

Vita: salamoia spirituale che impedisce al corpo di decomporsi.

Volgarità: il linguaggio di chi ci critica.

Zelo: disturbo nervoso che colpisce i giovani e gli inesperti.