Quando, qualche settimana fa, ho pubblicato alcuni post commentando le mie ultime storie uscite in edicola, come "Ombre gialle" o "L'uomo nel mirino", un lettore mi ha chiesto di allargare la mia attività di autorecensore anche alle storie che ho sceneggiato in passato. In particolare, l'amico mi chiedeva di occuparmi de "Il segreto di Cristoforo Colombo", uno speciale che, evidentemente, gli è particolarmente piaciuto (o spiaciuto), e da cui è stato comunque incuriosito. Ho promesso che lo avrei fatto nel giorno dell'anniversario della scoperta dell'America, ed eccomi puntuale all'appuntamento. Se ci sono altre richieste riguardo ad altre storie, cercherò di accontentarle. Se non ci sono, sceglierò io di volta in volta quale racconto recuperare in chiave aneddotica, sulla falsariga della mitica antologia "Testi e Note" di Isaac Asimov. Raccontando della mia "prima volta" riguardo all'incontro ravvicinato del terzo tipo con Sergio Bonelli, ho anche ricordato come, in seguito, Decio Canzio mi ingaggiò ufficialmente come sceneggiatore telefonandomi il 12 ottobre 1989: in pratica domani festeggerò i miei primi ventuno anni nello staff di Zagor.
Per ricordare qualcosa riguardo a quel che mi è stato chiesto, devo ritornare con la mente non soltanto al giugno 1992, quando "Il segreto di Cristoforo Colombo" uscì in edicola come Speciale Zagor n° 5, ma almeno all'anno precedente, se non alla fine del 1990, quando proposi il soggetto a Renato Queirolo, me lo vidi approvare, e iniziai a scrivere la sceneggiatura. Che l'allora curatore di testata accettasse una mia storia non era, all'epoca, affatto scontato: ero l'ultimo arrivato, praticamente un apprendista in prova, e non sapevo neppure io se avevo il fiato per reggere alla distanza dopo aver messo a segno i primi colpi. Voglio dire: non dico che sia facile, ma può riuscire a più di qualcuno scrivere una storia abbastanza buona da essere pubblicabile, se è magari la storia tenuta nel cassetto per anni, curata e perfezionata, da sempre desiderata e sognata. I guai cominciano in seguito, quando si tratta di ripetere l'impresa e scrivere una sceneggiatura dopo l'altra, senza mai fermarsi davanti al foglio bianco e sempre cercando di superare i risultati precedenti, senza riposare sugli allori. All'epoca, scrivevo Zagor come secondo lavoro, e come primo ero impiegato in un una grande società che garantiva stipendio, ferie e contributi. Non ero sicurissimo, benché lo sognassi, di poter lasciare il posto fisso per vivere di fumetti. Una storia, due, tre, le avevo scritte e mi erano state pagate, ma sarei stato in grado di continuare? Dopo "Il segreto di Cristoforo Colombo" cominciai a pensare di sì.
L'idea per lo speciale nacque dalla constatazione che il 12 ottobre 1992 si sarebbero festeggiati i cinquecento anni della scoperta dell'America. Io, che mi ero sempre interessato alla figura di Colombo come a quelle di tutti gli altri grandi navigatori (del resto ero cresciuto leggendo Verne, Salgari e London), da tempo avevo in mente il mistero affascinante dei marinai lasciati nel forte chiamato Navidad, sulla costa settentrionale di Haiti, che poi al ritorno (durante il secondo viaggio) non furono più trovati. Il motivo per cui Colombo aveva lasciato nelle Antille una parte dei suo equipaggio è che la Santa Maria era affondata dopo l'urto contro uno scoglio. In pratica, il navigatore partì con tre caravelle, come tutti sanno, ma tornò con due, come non tutti sanno. Che fine avevano fatto gli uomini della Navidad? Pensai che la mia storia avrebbe dovuto incentrarsi proprio su questo. Dunque, immaginai che la Santa Maria, fosse affondata soltanto "ufficialmente", mentre in realtà era stata lasciata là per proseguire il suo viaggio compiendo la missione per cui Fernando e Isabella di Spagna avevano accettato di finanziare l'impresa, dopo averla osteggiata per sei anni. Che cosa, infatti, all'improvviso aveva convinto i regnanti? La mia spiegazione si riallaccia anche alle ipotesi fatte da più parti sulle misteriose carte nautiche che già prima di Colombo segnalavano un continente al di là dell'Atlantico. In pratica, immaginai che i reali di Spagna avessero qualcosa di terribile da nascondere nel posto più lontano possibile, e approfittarono del viaggio proposto del genovese per imbarcare sulla Santa Maria una misteriosa cassa e un misterioso passeggero a cui la nave avrebbe dovuto essere affidata una volta giunta oltreoceano. Chi ha letto lo Speciale sa che cosa c'era nella cassa. Chi non lo ha letto e non vuole avere rivelazioni, interrompa qui la lettura. C'era un Golem, ricreato in Spagna, sulla base di quello creato nel ghetto di Praga, nel laboratorio alchimistico di un "maestro" chiamato Rabbi, chiaramente un ebreo a conoscenza di segreti magici e cabalistici, vendutosi a Fernando e Isabella nonostante questi fossero cattolicissimi e feroci persecutori degli ebrei.
Mi è stato contestato che gli ebrei erano stati scacciati dal regno di Spagna prima dell'impresa di Colombo e che pertanto il misterioso Rabbi non poteva essere lì alla partenza delle caravelle. Ma il Rabbi non era un ebreo qualunque e i regnanti iberici avevano ben motivo di tenerselo caro. Dunque, stabilito questo, per scrivere il soggetto mi sforzai di immaginare come la caravella ripartita da Haiti avrebbe potuto, dopo trecentocinquanta anni circa, coinvolgere Zagor in una avventura. Quel che mi riuscì di inventare è ormai parte del catalogo Bonelli e potete giudicarlo voi. Posso solo dire che ho fatto un certo sforzo di documentazione e le frasi che Colombo scrive e pronuncia nell'albo sono in molti casi tratte dal suo vero diario di bordo.
Prima di passare a commentare appunto qualcuno dei giudizi, mi preme sottolineare una cosa. Credo che con "Il segreto di Cristoforo Colombo" per la prima volta Zagor sia riuscito ad "agganciare" un anniversario storico, come appunto quello della scoperta dell'America. In seguito sarebbe successo ancora, per esempio con la mia storia "Agenti Segreti", uscita in occasione del duecentesimo anniversario della nascita di Alexis de Tocqueville, coprotagonista con lo Spirito con la Scure di quella avventura.
Per tradizione, invece, la cosa era abituale per Martin Mystere, che sempre dedicava uno speciale a qualche celebrazione dell'anno in corso. Infatti, nel giugno 1992, in contemporanea con il mio albo, ne uscì anche uno del BVZM intitolato "La quarta caravella" in cui si fornisce (anche lì) una versione alternativa dei fatti storici (ma non del tutto in contraddizione con la mia).
Però, con mia grande soddisfazione, già in maggio io avevo battuto sul tempo Alfredo Castelli pubblicando "Cico Conquistador", vale a dire un altro speciale dedicato alla scoperta del Nuovo Mondo. Insomma, nell'anno del cinquecentenario, io riuscii a celebrare l'evento non con uno, ma con due albi speciali.
Personalmente, provvidi a festeggiare in un modo insolito: il 12 ottobre 1992, mi trovavo su un'isola delle Bahamas (non proprio quella su cui arrivò Colombo, la cui collocazione non è certa, ma lì vicino). Più sotto mi vedete (in dolce compagnia) proprio in quella data su una spiaggia simile e prossima a quella del fatidico sbarco: per me, una grande emozione. Per scrivere la storia zagoriana e ho avuto la fortuna di studiare piuttosto a fondo i vari aspetti dell'impresa di Colombo. Soprattutto ho letto il suo "Diario di Bordo" (una lettura affascinante, anche se il testo è giunto a noi rimaneggiato). Per realizzare la sua impresa, il navigatore dimostrò coraggio, dignità, intelligenza, pietà, fede, tenacia, astuzia oltre ogni limite. Tutto era contro di lui: il potere religioso e quello politico, le conoscenze tecniche e quelle scientifiche. Colombo non mollò mai di fronte alle difficoltà, trattò a testa alta con i regnanti del suo tempo, studiò i venti e i mari, seppe governare i suoi equipaggi. Tracciò una rotta che nessuno aveva mai osato, subì beffe e tradimenti, fu uomo moderno contro l'ottusità medievale, rischiò addirittura di finire sul rogo come eretico. Inseguì il suo sogno e lo realizzò, e sbarcò in un paradiso naturale di cui veramente s'innamorò (come risulta evidente dai suoi scritti). No, non fu affatto facile arrivare in America, quel 12 ottobre. Ma Colombo ci arrivò. Però fu un eroe sconfitto: suoi meriti non furono riconosciuti, le promesse dei sovrani non vennero mantenute. Fu cacciato dal suo paradiso, altri se ne impossessarono e ne fecero scempio.
C'è un'altra cosa che ricordo, di quando uscì in edicola "Il segreto di Cristoforo Colombo". Rammento perfettamente di aver comprato lo Speciale, di averlo letto sulla panchina di un parco a Campi Bisenzio e aver pensato: "se non entro nel cuore degli zagoriani con questa storia, non ci entro più". Era la mia terza storia di Zagor pubblicata, dopo "Pericolo Mortale" e "L'abbazia del mistero", tutte illustrate dal grande Gallieno Ferri (genovese e perciò felicissimo di poter disegnare Colombo e le caravelle).
A proposito dell' "Abbazia del mistero", la mia seconda storia, e del clima di quegli anni in cui lo Spirito con la Scure usciva da un periodo molto controverso, di recente mi è capitato, non senza emozione, di leggere questo commento (firmato "Andrea 67") sul forum SCLS: "Ricordo che, dopo aver letto una ventina di pagine di questa storia, automaticamente ritornai alla prima pagina per controllare se era tornato Nolitta, anche se lo sapevo che la storia l'aveva scritta (il nuovo autore) Burattini. Mamma mia come scriveva bene Burattini già alla seconda storia! Storia eccezionale ed inizio del dopo-Toninelli".
Invece, riguardo alla storia di Colombo, un altro forumista, Kramer, pone alcuni dubbi, sostiene che con il tempo sono peggiorato e così scrive: "Bellissima. Per due motivi: sceneggiatura fantastica, scevra da tutti gli appesantimenti della sua produzione successiva, in qualche passaggio anche ingenua, ma assolutamente spontanea (...) Sceneggiatura fantastica: buonissimi i dialoghi, sebbene sia presente qualche topos burattiniano; c'è addirittura spazio per uno Zagor lirico! Soggetto fantastico: inutile dire quanto sia affascinante tutta la vicenda. C'è la ricostruzione storica, ma, scherzi del destino, è sicuramente una delle cose migliori di questa storia, una di quelle che te la fanno tornare alla mente. Splendido il taglio delle vignette: non so chi tra Burattini e Ferri abbia i meriti più grandi in questa innovativa (e per me riuscitissima) impaginazione. Torno alla mia ipotesi fantasiosa: e se questa fosse una storia di molto antecedente al periodo in cui è stata pubblicata? Anche questo elemento (delle vignette) mi fa pensare che possa esserci lo zampino di Sclavi (vi ricordate "Killer!" n°12 di Dylan Dog con Terminator-Golem?). Naturalmente se qualcuno sa parli, o mi smentisca". Smentisco: nessuno zampino di Sclavi, e la storia fu pubblicata appena pronta. Quanto al taglio delle vignette, il merito è di Ferri.
PS - Il video qui sotto è tratto dal film di Ridley Scott "1492 - La conquista del paradiso", con Gerard Depardieu nel ruolo di Colombo. Sono sempre stato commosso dalle immagini dello sbarco e dalla musica di Vangelis.
PPS - Per leggere una discussione sul Colombo "cattivo" sterminatore di indigeni, guardate i commenti.
Nel (lontano, o vicino, a seconda dei punti di vista) 2004, sul n° 20 della rivista "Scuola di Fumetto", diretta da Laura Scarpa e pubblicata dalla Coniglio Editore, è apparsa una lunga intervista con il sottoscritto, in gran parte riportata nella sezione "A domanda rispondo" di questo blog.
Se qualcuno di voi ha prima comprato e poi messo da parte quel numero, potrà vedere come, a corredo del testo, ci siano varie "foto d'epoca" tratte dal mio album dei ricordi. Un album che esiste davvero, anzi, è composto da più di un volume. Dentro ci sono tutte le foto che ho scattato durante i miei incontri con tanti autori di fumetti del presente e del passato, e nel corso delle mie visite alle redazioni della case editrici o durante cene di lavoro.
Francesco Coniglio, anche lui più volte immortalato fin dai tempi dell'Acme, sapeva del mio dossier di scatti e mi chiese di poter rubare qualche immagine. Laura Scarpa venne a Milano a prendere un paio di album e da lì furono fatte le scansioni poi finite sulla rivista.
Le mie foto, adesso, saranno a vostra disposizione: periodicamente ne inserirò qualcuna sul blog, commentandola con voi. A questo proposito, inauguro fin da adesso una nuova "etichetta" per rintracciare più facilmente i post con gli scatti, che si potranno cercare grazie al link "album". Alcune di queste foto, in realtà, ho già cominciato a pubblicarle. Per vederne alcune basterà aprire il post "Hanno un anno", in cui ho mostrato la sede del Club del Collezionista dove è cominciata la mia avventura professionale e in cui veniva realizzata la fanzine "Collezionare". La foto più sotto, per quanto controluce, mi mostra giovane e bello nei locali del Club (sono quello in piedi, il seduto non è Giovanni Muciaccia ma Simone Biagiotti).
In una di quelle foto, si vede Dante Bastianoni, futuro disegnatore di Martin Mystère e Nathan Never, ma anche illustratore Marvel. All'epoca di quello scatto, però, né io né lui avevamo mai incontrato Sergio Bonelli. Eravamo solo giovani sognatori, aspiranti autori. Nel precedente post, concludevo: "Unimmo le forze per proporci insieme, con le prime tavole di una storia di Zagor, che io avrei scritto e lui disegnato. Come andò a finire? Lo saprete nella prossima puntata".
Ecco, la prossima puntata è adesso, e più sotto vedete la foto che ha immortalato il mio primo incontro con Sergio Bonelli, come vi spiegherò subito.
Conobbi Dante Bastianoni (che abitava a Torino mentre io vivevo nel contado fiorentino) durante una mostra del fumetto organizzata a Firenze, nel 1986, dall'editore Alfonso Pichierri, da poco scomparso, titolare della storica Casa editrice Nerbini. Ricordo il momento in cui Bastianoni si materializzò accanto a me. Mi trovavo con Alessandro Monti, mio sodale da sempre e co-fondatore del Club del Collezionista, e stavamo guardando la sezione dedicata alle tavole di aspiranti disegnatori che volevano mettersi in mostra (una specie di vetrina di giovani talenti). Vedendo quelle di Dante, io commentai che era evidente che l'ignoto (per me) autore si rifaceva a Claudio Villa. Sento una voce alle mie spalle: "Vedo che te ne intendi!". Era lui, Dante Bastianoni, appostato per captare di nascosto ciò che i visitatori dicevano dei suoi lavori. Ci si presentammo. Io dissi che realizzavo una fanzine e che il mio sogno era quello di scrivere sceneggiature. Lui voleva disegnare. Eravamo fatti l'uno per l'altro!
Decidemmo di fare causa comune e di presentarci insieme a Sergio Bonelli, i cui fumetti erano apprezzati da entrambi. Convinsi Dante a provare con Zagor. Scrissi il primo soggetto di quella che sarebbe stata la storia di "Pericolo Mortale" e ne sceneggiai le tavole iniziali. Lui ne disegnò alcune, le stesse che anni dopo sarebbero state illustrate anche da Gallieno Ferri, sullo Zagor "I malefici di Diablar" (l'albo del mio esordio bonelliano, nel 1991). Sulla rivista "Darkwood Monitor", in seguito, ho fatto pubblicare, per la legittima curiosità degli zagoriani (ma anche dei martimmysteriani e dei nathanneveriani) le tavole di prova di Dante. Ricordo che durante l'inverno Bastianoni venne in Toscana (lo vedete con me davanti al Duomo di Prato), portando una cartella con i suoi primi disegni (quella che nella foto stringo in mano io). I risultati del nostro lavoro ci parevano incoraggianti, e ci decidemmo al grande passo. Venimmo a sapere che Sergio Bonelli sarebbe stato presente alla mostra del fumetto di Bologna, organizzata dall'ANAF nella primavera del 1987. Così, io e Dante ci demmo appuntamento nella sede della kermesse. Con lui c'era anche suo fratello Francesco, che già stava disegnando con me le storie di "Battista il Collezionista". Sergio mi conosceva già per lettera e per telefono, ma non lo avevo mai incontrato di persona. Ci avvicinammo e ci presentammo. Sergio si ricordava di me e fu molto cordiale. Guardò subito le tavole di Dante. Caso volle che con lui ci fosse Claudio Villa, che aveva ritirato un premio. Cioè, quel disegnatore a cui Bastianoni all'epoca si ispirava. Claudio fu d'accordo con Sergio nel ritenere validi i disegni di Dante (che del resto somigliavano a suoi), disegni che dunque Bonelli prese con sé con la promessa di farci sapere il suo responso.
Riguardo i miei testi, ovviamente, non poteva dire nulla perché le sceneggiature vanno lette e non basta sbirciarle. Nella storica foto più sotto si vedono i nostri lavori sottobraccio all'editore. (Dante è quello con gli occhiali, l'altro Bastianoni alle sue spalle è il gemello Francesco). Dopo una settimana, Decio Canzio telefonò a Dante e lo invitò (solo lui) a Milano. Decio disse a Bastianoni che trovava il suo tratto poco adatto a Zagor, e gli propose di disegnare Martin Mystere, affidandogli la storia de "La donna immortale" scritta dagli allora esordienti Serra-Medda-Vigna.
Io, che guarda caso mi trovai a partire da lì a poco per il servizio militare proprio a Torino, ebbi modo di seguire giorno dopo giorno, nelle mie visite a Dante, la nascita di quella sua prima storia. Intanto del mio soggetto per Zagor non se ne sapeva più nulla, ed ero piuttosto scoraggiato. Terminato l'anno di leva, chiesi a Bonelli che fine avesse fatto, e lui confessò di aver smarrito il dattiloscritto, finito chissà dove in redazione. Mi pregò di fargliene avere una nuova copia, cosa che feci.
Arriviamo così al giugno 1989. Mi recai a Milano per intervistare Bonelli, previo appuntamento, insieme agli amici del Club del Collezionista, per il numero speciale di "Collezionare" dedicato a Zagor, che avevamo in preparazione. Fummo introdotti in un salottino, e mentre attendevamo Sergio, la porta si aprì e comparve Decio Canzio, che io non avevo mai visto di persona. Chiese se uno di noi fosse Moreno Burattini, io alzai timidamente la mano, e lui mi pregà di seguirlo nel suo ufficio. Lì giunti, mi disse che il soggetto era intrigante ma aveva dei punti deboli, che mi elencava. A me la scelta: o riscrivevo il tutto trovando nuove soluzioni più funzionali, o gettavo la spugna. Naturalmente riscrissi il tutto. Ci lavorai nell'esrate di quell'anno, e a settembre spedii la versione definitiva di "Pericolo mortale". Il 12 ottobre 1989 Canzio mi telefonò per darmi il benestare. Era l'anniversario della scoperta dell'America, e per me significava l'avverarsi di un sogno. Potevo cominciare a sceneggiare la storia. Da allora in poi non ho più smesso.
La prima volta che mi recai a Milano per consegnare a Canzio le tavole sceneggiate, fu Dante (ormai già esperto della strada) ad accompagnarmi. Ed ero presente (in un'altra occasione) quando Dante chiese a Canzio di essere spostato da Martin Mystere a Nathan Never. Credo anche di essere stato il primo ad aver dedicato a Dante un saggio critico: si intitolò "L'incredibile Bastianoni" e comparve su "Il Fumetto", la rivista dell'ANAF, l'associazione che aveva organizzato la mostra che aveva cambiato la vita a me e a lui. Tutto, come si suol dire, si tiene.
Persino Sting, nel 1983,ha scritto una canzone dei Police intitolata Synchronicity, riferendosi evidentemente alle coincidenze significative studiate da Carl Gustav Jung. Fu proprio lo psicologo svizzero che, nel 1950, coniò il termine “sincronicità” per indicare la connessione fra eventi che avvengono nello stesso momento e pur non avendo una collegamento causale fra loro ne hanno uno a livello di significato. Perciò, non mi dilungherò sull’argomento, per quanto affascinante.
La coincidenza significativa di cui vorrei parlare è quella che ha riguardato le serie di Zagor e di Dampyr in questi ultimi mesi, e dunque il sottoscritto e Mauro Boselli. Per quanto io e Mauro lavoriamo nella stessa stanza ed egli sia il mio dirimpettaio di scrivania, lui non conosce sempre tutti i particolari delle storie di Zagor che scrivo io, che legge soltanto quando insieme facciamo l’ultima correzione di bozze, né io sono costantemente aggiornato sui contenuti delle storie di Dampyr che scrive lui, che a mia volta leggo in anteprima nella revisione delle cianografiche, con cui contraccambio il favore al collega.
Dunque, posso giurare (e lui potrebbe fare lo stesso) che nessuno di noi sapeva che stavamo scrivendo delle storie in cui degli “specchi neri” hanno un ruolo fondamentale e rompono le barriere delle spazio e del tempo, permettendo di viaggiare fra le epoche storiche. E meno che mai avevamo calcolato che i nostri rispettivi specchi neri sarebbero stati al centro di albi destinati a uscire in edicola contemporaneamente (in modo sincrono, avrebbe detto Jung). Eppure, è esattamente quello che è capitato. Su Zagor è cominciata a luglio una avventura in tre albi conclusasi con il numero di settembre, intitolato appunto “Lo specchio nero” (Zenith n° 593), di cui vi ho già parlato; e proprio in settembre, sul Dampyr n° 126, intitolata “La stanza perduta”, è iniziata una storia in due albi in cui Harlan Draka si trova a vivere a New York, nel passato, a poca distanza dalla regione di Darkwood e in anni molto vicini a quelli dello Spirito con la Scure (con il quale avrebbe pure potuto incontrarsi). La seconda parte dell’avventura, “American Museum”, è un edicola da oggi. Basta leggerla per rendersi conto di come proprio uno specchio dalla superficie oscura, attraverso la Dimensione Nera, trasporta Dampyr in viaggio tra i secoli e tra le città. Sembra proprio uno degli specchi neri trovati dal professor Elkan nella mia storia di Zagor.
Certo, io non ho fatto riferimento a un demone di nome Varkendal, collezionista di anime, ma a un potente stregone egiziano che potrebbe essere stato benissimo in contatto con una creatura della Dimensione Nera, al momento di forgiare i suoi specchi. Mi pare evidente, dunque, che o uno degli stessi specchi di Elkan (che sono due) o un altro della stessa origine, siano al centro delle due storie. Dunque, senza averlo fatto apposta, ecco un esempio di perfetta interconnessione fra collane, un cross-over, come direbbero gli americani. Per realizzarne uno simile, Castelli dovette impazzire un bel po’, all’epoca del viaggio di Mister No in Africa, quando fece combaciare nello stesso mese in edicola l’avventura di Jerry Drake all’interno di una tempio egiziano (avvenuta negli anni Cinquanta) con una simile esplorazione di Martin Mystère ai giorni nostri. Io e Boselli, senza faticare neppure un po’, siamo riusciti per puro caso a creare un collegamento del genere.
Ma non è l’unica coincidenza significativa. Ricorderete come, qualche settimana fa, abbia parlato di Barnum, l’inventore del circo moderno, in un post dedicato all’astrologia e intitolato appunto “Effetto Barnum”. Esattamente il giorno dopo, eccomi a leggere le bozze di “American Circus” e scoprire che Dampyr, in viaggio nel tempo, incontra proprio Barnum che, fra le altre cose, dice la stessa frase che io avevo citato: ogni minuto nasce un gonzo. Di Barnum, peraltro, avevo letto molto documentandomi sui freak per la storia di Zagor“Ombre nellaforesta” (Zagor 533, dicembre 2009), in cui compaiono gli stessi pinheads, e altre creature deformi, che si vedono in “American Circus”. Ma non finisce qui.
Il giorno in cui vi ha parlato della Zagor TV, in un post dedicato all’argomento, mi sono trovato a tavola con una decina di amici, fra autori e appassionati zagoriani, e parlando con Marco “Baltorr” Corbetta del luogo ideale dove alloggiare in occasione della mostra di Lucca, evitando il caos dell’interno delle mura, ho indicato Viareggio, la città dove vivo. Gli ho anche raccontato che proprio sulla spiaggia di Viareggio, nel 1822, fu trasportato dalle onde il cadavere del poeta Percy Shelley, marito della Mary di “Frankenstein”, morto in un naufragio. A Viareggio accorse dunque Lord Byron, amico fraterno di Shelley, che ne bruciò il corpo sull’arenile. In ricordo dell’accaduto, fu eretta una cappella anglicana, con testimonianze e dipinti sui due poeti.
La cappella, che vedete in questa foto, fu a lungo centro di ritrovo di una comunità di inglesi che villeggiavano in Versilia e oggi è stata trasformata in un ristorante, che si chiama appunto “La chiesina”, dove è stata mantenuta gran parte dell’architettura originaria. Suggerivo a Baltorr l’eventualità che un raduno di fans fatto proprio in quel locale. Ebbene, qualche giorno fa correggo le bozze di stampa del prossimo speciale Dampyr, in uscita il 20 ottobre, “Il segreto di Lady Lamb”, e che cosa scopro? Che nella storia, Boselli descrive appunto la morte di Shelley e la pira con cui Lord Byron ne bruciò il corpo, sulla spiaggia della mia città, utilizzando la stesso famoso dipinto che è visibile nella “Chiesina” (quello poco sopra). Insomma, una coincidenza significativa dopo l’altra. Colto da un raptus, ieri ho scritto un soggetto per Dampyr e stamattina l’ho fatto leggere a Boselli.
E’ di ambientazione fiorentina. Mauro l’ha approvato con un certo entusiasmo, suggerendomi subito un paio di aggiustamenti, e già cominciando a ipotizzare chi potrebbe essere il disegnatore. Si tratta, in realtà del secondo soggetto per Dampyr che ho ideato: anche il primo è stato approvato ed è da tempo sulla mia scrivani in attesa che trovi il tempo per iniziare a sceneggiarlo. Questo nuovo, però, mi pare così coinvolgente che forse potrei davvero cimentarmi nell’impresa. Le coincidenze significative, forse, significano davvero qualcosa.
Sono reduce dall'inaugurazione della mostra "L'Audace Bonelli" in quel di Lucca: un percorso espositivo davvero esaltante nelle sale del bellissimo Palazzo Guinigi, nel cuore della città, proprio sotto la famosa torre con gli alberi in cima. Si tratta della stessa mostra che in marzo era stata allestita a Napoli, e che adesso giunge in Toscana fino al 31 dicembre ampliata e rinnovata, prima di trasferirsi in Puglia per una nuova tappa di un tour, a questo punto, italiano. Al taglio del nastro, ho incontrato amici e colleghi, tra cui alcuni mostri sacri del fumetto come Fabio Civitelli, Roberto Diso, Gallieno Ferri e Giovanni Ticci (citati in ordine alfabetico).
La presenza di quest'ultimo, che sta per uscire in edicola con il suo numero 600 di Tex tutto a colori, mi permette di dare due notizie che spero possano interessare. Una delle due, per quel che mi riguarda, è assolutamente entusiasmante.
La comunico, anzi, non solo con soddisfazione ma anche con una certa emozione, dato che ne sono al corrente da parecchi mesi e mi sono attenuto al più rigoroso silenzio per non rivelarla prima che il diretto interessato non ritenesse di farlo personalmente. Ma proprio oggi vedo sul sito di Graziano Romani che la cosa è diventata di pubblico dominio, e dunque eccomi anch'io a fare da propalatore.
Di Graziano Romani ho parlato diffusamente nel post intitolato "S.P.Q.R."e di nuovo in "Vergine e Leone", cronaca del nostro recente viaggio in Ciociaria. Di lui, dovreste almeno sapere che è il "cantante misterioso" con la voce da Bruce Springsteen del celebre brano di Elio e Le Storie Tese "Christmas with the yours" (lo vedete esibirsi in Piazza Duomo a Milano nel video in fondo), è l'autore di un inno dell'Inter suonato negli stadi, è stato il leader di un gruppo chiamato "Rocking Chairs", è il titolare di oltre dieci album da solista, è uno straordinario animale da palcoscenico ed è stato l'artefice di quel masterpiece che "Zagor King of Darkwood", un intero concept dedicato lo scorso anno allo Spirito con la Scure. Il disegno che fa da sfondo a questo blog è appunto tratto dalla copertina di quel disco (uscito anche in doppio vinile, ed esposto pure in una teca della mostra inaugurata a Lucca stamattina).
Bene. Qual è la notizia che riguarda Graziano? Si tratta di questo: sull'onda del successo del disco di Zagor (che potete richiedere anche online tramite il sito della Coniglio Editore, se non l'avete acquistato in edicola al momento dell'uscita), il cantautore si è messo a scrivere musica country, contaminata dal folk e dal rock più rigorosamente acustico, e ha composto un nuovo album, questa volta tutto dedicato a Tex Willer.
Si tratta di dodici canzoni, di cui otto inedite e quattro traditional risalenti all'autentica tradizione del West, alcuni dei quali suggeriti al musicista proprio da Sergio Bonelli, che ha seguito da vicino la realizzazione del disco, ascoltando in anteprima i vari provini (qui accanto con lui in una foto, significativamente con accanto uno dei juke box della collezione di Sergio). La stessa fortuna l'ho avuta anch'io, riuscendo ad apprezzare le prime prove accompagnate soltanto da chitarra e batteria per poi passare ai nuovi missaggi con i cori, il violino, la fisarmonica, le trombe, le collaborazioni prestigiose con musicisti italiani e stranieri. La canzone principale, che dà il titolo all'album, si chiama "My name is Tex", ed è così trascinante che da mesi non riesco a togliermela dalla testa, canticchiandola per ogni dove. Boselli invece preferisce "Showdown with El Muerto", che spesso fa suonare nel nostro ufficio in redazione. Chi ha ascoltato il disco su Zagor sa che c'è un traditional che nei concerti tutti cantano in coro tanto è orecchiabile fin dal primo ascolto, "Molly Malone", un classico del folk irlandese. Ebbene, la "Molly Malone" del disco di Tex, a mio avviso, si chiama "Wait for the wagon", un pezzo country americano dove non è possibile non battere il ritmo con il piede e scandire il tempo con le mani. Ci sono poi canzoni dedicate a Carson, a Lilith, a Mefisto e ai quattro pards. Se volete saperne di più, conoscere la scaletta dell'album, avere indicazioni sull'uscita, non vi resta che consultare il sito di Romani.
Che cosa c'entra Giovanni Ticci? C'entra due volte. Sarà infatti lui, che ha già sentito tutti i pezzi in anteprima e si è commosso (posso testimoniarlo personalmente), a illustrare la spettacolare copertina doppia con cui verrà confezionato il disco. Non solo: Giovanni Ticci è anche l'autore a cui io e Graziano Romani abbiamo dedicato il nostro secondo libro insieme. Infatti, lo scorso anno è uscito un saggio, firmato in coppia da me e da lui, intitolato "Gallieno Ferri: una vita con Zagor",edito da Coniglio. Due edizioni in Italia, tre traduzioni all'estero (quella turca, io e Graziano andremo a presentarla a Istanbul dal tre al sette novembre prossimi venturi). Ebbene: sempre Coniglio editore sta per dare alle stampe "Giovanni Ticci: nel segno di Tex", nuovo titolo della collana "Lezioni di Fumetto", nuovo saggio di formato doppio rispetto alla consuetudine della serie, che presenteremo a Lucca Comics, con Ticci accanto a noi. Torneremo a parlarne appena potrò mostrarvene la copertina.
Una volta, gli attori dei telefilm erano i parenti poveri di quelli del cinema, i loro cugini di campagna.
Oggi, sempre più spesso, le serie TV danno lavoro a registi, sceneggiatori e interpreti di serie A. Da qui, un'idea.
Perché invece di vagheggiare film hollywoodiani con gli eroi dei fumetti Bonelli, non si potrebbero sognare serial prodotti dalla RAI o da Mediaset con protagonisti Zagor, Tex o Julia?
La suggestiva proposta mi è balzata all'evidenza proprio oggi allorché ho letto il numero di luglio di una rivista specializzata davvero imperdibile, "Ink" diretta da Paolo Telloli e solitamente dedicata a ritratti biografici e interviste a autori del passato. Ma anche del presente, e sul n° 55 viene intervistato Stefano Piani, a cui invidio molto il ritratto eseguito da Giuseppe Festino, un illustre (e illustratore) collaboratore della testata. Stefano descrive, insieme a molte altre cose, il suo passaggio dalla sceneggiatura di fumetti a quella cinematografica.
La sua ultima fatica è il copione di quello che diventerà in nuovo film di Dario Argento, dedicato alla figura di Dracula. Ma sono opera di Piani anche alcuni episodi di celebri serie televisive come Elisa di Rivombrosa o il Commissario Rex. A questo punto, mi sono immaginato Stefano Piani a proporre uno sceneggiato o una serie sullo Spirito con la Scure in occasione del cinquantennale del prossimo anno, oppure impegnato a scrivere puntate per produzioni TV italiane basate su eroi dei fumetti italiani.
Ovviamente, mi sto solo divertendo a fantasticare e non ho la minima idea dei problemi da superare o dell'eventuale indisponibilità degli autori o dell'editore a cedere i diritti, però è bello lasciar galoppare l'immaginazione e sognare a occhi aperti.
Una trasposizione sul piccolo schermo di Tex, però, solleverebbe l'interesse generale e secondo me gli ascolti sarebbero garantiti.
Una serie su Zagor potrebbe essere venduta in Francia, in Turchia, nei paesi della ex Yugoslavia, in Brasile, una su Aquila della Notte ancora in più paesi, e Julia potrebbe suscitare entusiasmo anche là dove il fumetto non è conosciuto. Ma ovviamente sarebbero serializzabili in TV anche Martin Mystère, Dampyr, Mister No, Dylan Dog, Nick Raider. Non cito Nathan Never perché forse per la fantascienza servono troppi effetti speciali.
A questo punto, continuando con il nostro gioco, ci potremmo chiedere chi sia l'attore ideale per interpretare questo o quell'eroe. Dato che io mi occupo di Zagor, mi concentrerò su di lui: vi invito comunque a fare anche voi i nomi più adatti per gli altri ruoli. Si tratta di segnalare non attori hollywoodiani, ma interpreti nostrani di quelli che sarebbe possibile coinvolgere nel giro di un anno o due nel progetto su cui stiamo fantasticando.
Del problema dell'interprete per lo Spirito con la Scure mi ero già occupato nel post "Cose turche", quando avevo parlato dei film pirati realizzati in Turchia negli anni Settanta (e ho mostrato un paio di divertenti estratti visibili su YouTube).
In quell'occasione avevo mostrato la foto di Gabriel Garko, indicandolo come un possibile Zagor. Mi è stato risposto che Garko ha la faccia troppo da duro, meglio Walter Nudo. Vedete qui sopra le foto di entrambi (Garko in alto sotto il titolo, Walter più in basso il primo sotto Zagor).
Oggi, mi ha telefonato in redazione un lettore, Alberto, entusiasta per aver visto in TV un attore a suo dire perfetto per il ruolo (vi sembrerà strano, ma c'è chi mi telefona anche per questo: gli zagoriani sono fatti così). L'attore indicato è Francesco Testi. Anche di lui mi sono procurato le foto, giudicate voi. Sono queste qui accanto.
Per fare Zagor serve un fisico da atleta, dato che l'eroe si muove con le braccia scoperte e una casacca attillata. Deve essere alto un metro e ottantasette e avere capelli neri e occhi azzurri. Voi chi preferite? Va bene Testi, restereste su Garko o è meglio Nudo? Forse Walter Nudo non è abbastanza somigiante. Testi, invece, potrebbe andare. O no? Potete confrontare con lo Zagor da locandina cinematografica opera di Mauro Laurenti, visibile più in alto.
E per Cico, chi ci mettiamo? Per Digging Bill, potebbe andare bene lo stesso Mauro Laurenti, che ha il perfetto phisique du role. In attesa di risposte e proposte, potete vedere qui sotto un film "amatoriale" realizzato in Croazia (o in Serbia?): magari Stefano Piani potrebbe trarne spunto.
Come ogni lunedì, oggi ho consegnato il consueto pezzo di sette/otto cartelle di introduzione e commento per un nuovo volume della collana Alan Ford Story, la riedizione cartonata di Alan Ford mandata in edicola da Mondadori. Quello di questa mattina era il cinquantaduesimo articolo. Il che significa che, essendo la periodicità settimanale, i miei pezzi hanno un anno.
Dodici mesi di indefessa attività sono proprio tanti, a pensarci bene. Ricordo infatti che proprio in questo periodo ricevetti la telefonata in cui mi si chiedeva la disponibilità a collaborare all'iniziativa, che si prevedeva della durata di trenta numeri. Rammento anche il poco tempo a disposizione per impostare il lavoro e iniziare a scrivere, per essere pronti in occasione di Lucca Comics, evento durante il quale contavamo di lanciare il primo volume presente anche Max Bunker, cosa che in effetti è avvenuta.
Adesso siamo di nuovo con Lucca alle porte, e nel frattempo la Mondadori ha raddoppiato la durata della collana, portandola fino a sessanta uscite, e a ha deciso anche, durante l'estate, di lanciare una serie gemella dedicata a Kriminal. Mi è stato chiesto di occuparmi anche di quella, ma ho declinato l'invito per eccesso di impegno: al posto mio, ha fornito un'ottima (e forse migliore) prova il bravo Paolo Ferriani, autore ed editore di un Kriminal Index in due volumi uscito alcuni anni fa. Della cosa ho già parlato in un post intitolato "Mi dispiace, devo andare".
In parecchi mi chiedono se le due collane cartonate proseguiranno. Non dipende da me, ma per il momento ho sentito dire che Kriminal si chiuderà con il sedicesimo volume per far posto (pare, ma la cosa non è certa) a un progetto riguardante Satanik. Su Alan Ford Story invece non si sono ancora prese decisioni, ma dato che le vendite hanno tenuto anche dopo il fatidico numero dell'abbandono di Magnus non ci sarebbero particolari ostacoli a continuare: bisognerà comunque attendere il responso dei dirigenti e le firme dei contratti. Vi farò sapere, quando qualcuno mi informerà. Se volete scrivere per incoraggiare la prosecuzione di questa o quella una collana o suggerire l'apertura di una ristampa integrale e cronologica di qualcosa che vi è a cuore, è attivo un sito riguardante tutti i collaterali: www.mondadoriperte.it, e per gli arretrati esiste un call center 199.162.171.
Per il momento, ho ancora otto pezzi da scrivere (quasi due mesi di lavoro). Peraltro, nonostante il materiale prodotto sia ormai in grado di riempire un libro dedicato all'opera bunkeriana, continuo senza problemi a trovare cose da dire e ancora ho un bel po' di argomenti da sviscerare. Credo di stare pagando nel migliore dei modi un debito della mia infanzia, quello con il divertimento che da ragazzo mi dava Alan Ford, che insieme a Zagor era il mio fumetto preferito.
Il motivo per cui la Mondadori si è rivolta a me, indirizzata verso il sottoscritto anche da Bunker stesso, è che, a torto o a ragione, mi si ritiene uno abbastanza competente in materia alanfordiana, vista la gran mole di saggistica scritta sull'argomento. La cosa più importante è senza dubbio il volume "Alan Ford Index" scritto con Francesco Manetti nel 1998 e pubblicato nella collana "I quaderni del fumetto italiano" di Paolo Ferriani Editore (ne vedete la copertina sotto il titolo). Ma alla base di tutto c'è un numero speciale della fanzine "Collezionare", datato 1987 e tutto dedicato appunto ad Alan Ford. La cover, visibile poco sopra, è opera dell'insospettabile Francesco Bastianoni, futuro disegnatore di Nathan Never. Francesco ha raffigurato, alla sua maniera, Max Bunker sulla carrozzella del Numero Uno: gli suggerii questa idea perché, secondo me, era proprio in Barbabianca che lo sceneggiatore si identificava e si proiettava scrivendo le sue storie.
Il fascicolo di "Collezionare" fu scritto in coppia con l'indimenticabile Enrico Cecchi, un amico purtroppo prematuramente scomparso. Lo vedete nella foto qui accanto, è quello più alto con la camicia azzurra. L'altro è Alessandro Monti, oggi valente storico. L'ambente, in puro stile Grupo TNT, è quello della (per me) indimenticabile sede del Club del Collezionista. Era lì che preparavamo i numeri di "Collezionare". Erano i tempi in cui io muovevo i primi passi nel mondo del fumetto e mi davo da fare sia come sceneggiatore che come saggista. Nella foto più in basso mi vedete nei panni di giovanissimo fanziner d'assalto mentre intervisto il grande Paolo Eleuteri Serpieri durante una mostra del fumetto (credo fosse quella di Prato, che allora era davvero un appuntamento importante). Del Club del Collezionista parlo diffusamente nella sezione "A domanda rispondo".
Lo speciale dedicato ad Alan Ford fu battuto a macchina pagina per pagina e stampato con il ciclostile, un metodo antidiluviano di duplicazione che però, all'epoca, era la norma per i volantini dati ogni giorno davanti alle scuole e per le fanzine. Della monografia parlò anche la "Posta di Alan Ford" e la tiratura fu esaurita in un battibaleno: il ricavato servì a garantire a "Collezionare" un salto di qualità e a passare alla stampa offset. Di lì a poco giungemmo anche alla composizione grafica al computer, e nel 1990 facemmo il boom con un altro numero monografico dedicato (guarda caso) a Zagor: due edizioni, duemila copie di tiratura tutte vendute. Il "Club del Collezionista" a quel punto ebbe una crisi di crescita: troppi abbonati, troppe richieste, troppi pacchi da spedire, troppe lettere da scrivere, troppe beghe burocratiche da sbrogliare per i quattro o cinque che eravamo a impegnarci davvero nell'associazione. Perciò, da "Collezionare" nacque "Dime Press" allorché decidemmo di passare a lavorare per una vera e propria Casa editrice, la Glamour di Antonio Vianovi. Ma questa è un'altra storia.
Vi chiederete piuttosto perché mai il misurato torinese Francesco Bastianoni avesse a che fare con dei beceri fiorentini come noi. E' una faccenda curiosa e interessante. Intanto, va detto che il disegnatore non si limitò alla copertina con il Gruppo TNT schierato come nel poster di Magnus, ma disegnò per "Collezionare" anche alcune mie storie di "Battista il Collezionista", il personaggio con cui ho esordito come sceneggiatore (sia pure a livello amatoriale), di cui prima o poi scansionerò e metterò in rete tutto il materiale. Poi, va aggiunto che Francesco entrò in contatto con il sottoscritto dopo che io ebbi conosciuto Dante, suo fratello gemello, anch'egli destinato a disegnare Martin Mystere prima e di Nathan Never dopo. Ma all'epoca in cui io lo incontrai, nessuno di noi aveva mai incontrato Sergio Bonelli. Eravamo solo giovani sognatori aspiranti autori. Così unimmo le forze per proporci insieme, con le prime tavole di una storia di Zagor, che io avrei scritto e lui disegnato. Come andò a finire? Lo saprete nella prossima puntata. Intanto, nella foto poco sopra vedete me, Dante Bastianoni (identico nell'aspetto a Francesco) e Alessandro Monti nella sede del Club.
Mercoledì scorso, nella redazione Bonelli, si sono aggirate due troupe televisive e incrociate due diverse telecamere. Una, era quella che si è portato dietro un nume tutelare del fumetto multimediale italiano, Guido De Maria, creatore con Bonvi di Nick Carter e anima di "SuperGulp", oltre che ideatore di centinaia di caroselli e sigle TV. Io e Marco Verni l'abbiamo incontrato in corridoio, riuscendo a salutarlo, scambiare due battute e stringergli la mano. Personaggio di rara simpatia, davvero. Credo di aver capito che stia lavorando a qualche altro progetto televisivo o a nuove edizioni di DVD da edicola: non so essere più preciso, ma basterà tenerci in allerta per capire che cosa bolla in pentola. Fatto sta, che realizzava delle interviste, e forse seguendo il suo blogne sapremo di più. L'immagine qui sopra è tratta da un sito che parla di De Maria, sicuramente da visitare.
La seconda telecamera, invece, era impugnata, a turno, dai due inviati della Zagor TV: Gianluca Gulmini, alias "Lucas Luke", e Adriana "Dixie 66". Il primo è titolare di un blog molto fumettoso, come dice lui stesso, chiamato "Il gatto con la scure", pieno zeppo dei filmati che va realizzando.
La Zagor TV è riuscita, in una giornata di lavoro, a intervistare nell'ordine: Alfredo Castelli, Gaetano Cassaro, Mauro Boselli, Mirko Perniola, Gallieno Ferri, Moreno Burattini e Graziano Romani. I filmati saranno piano piano messi in rete nelle prossime settimane, e andranno ad aggiungersi alle centinaia di altri già presenti su You Tube e nella TV via web. Va detto che Lucas Luke e Dixie (qui accanto nella foto, scattata da Marco "Baltorr" Corbetta) sono senz'altro gli inviati più attivi del canale dedicato allo Spirito con la Scure (e ai fumetti in generale), ma non certo gli unici. Ce ne sono infatti altri, tra cui i tre della Taranta Gruber, un gruppo toscano anch'esso molto agguerrito, ma non si può dimenticare il contributo siciliano del fondatore della Zagor TV stessa, vale a dire Giuseppe "Ramath" Reina.
Che cos'è esattamente la Zagor TV? Su Wikipedia lo spiegano così: "Nel 2009 compare su YouTube, la prima WEB TV dedicata interamente allo Spirito con la Scure denominata Zagor TV. I contenuti sono principalmente, anteprime con trailer delle pubblicazioni zagoriane, interviste agli autori,clip di video e fotoimmagini". Sul sito Bonelli, invece, così è stata presentata: "Nata grazie all'iniziativa degli aficionados zagoriani che si riuniscono nel forum ZTN, già da qualche tempo è in piena attività la web television Zagor TV, un vero e proprio canale televisivo che raccoglie tutti i contributi filmati dedicati allo Spirito con la Scure, fino ad oggi visualizzabili grazie a YouTube. Raggiungendo l'apposito indirizzo (http://ramath.blogspot.com/) è possibile godere, 24 ore su 24 (anche a pieno schermo), dei reportage sui raduni zagoriani, dei trailer di presentazione degli albi in uscita in edicola, delle interviste con gli autori del Signore di Darkwood, dei video del cantante Graziano Romani e così via. Selezionando la funzione ON-AIR si potrà assistere alla programmazione stabilita dai gestori della TV, mentre accedendo alla modalità ON-DEMAND è possibile creare una propria playlist, scegliendo i video che più interessano dall'archivio di Zagor TV"
In ogni caso, basta andare su YouTube e digitare una ricerca per "Zagor TV" per rendersi conto della incredibile ricchezza di materiale. Ripeto: non c'è solo Zagor, ma vi si trovano chicche di tutti i tipi. Lo Spirito con la Scure, comunque, imperversa, con interviste agli autori ma anche ai letteristi o ai coloristi, o con reportage sulle mostre, sulle conferenze, sui raduni dei fans. Imperdibili sono poi i trailers che anticipano le storie in uscita. Fra i tanti video in cui compaio anch'io, ne ho scelto uno in cui mostro il mio ufficio. Lo trovate in fondo. Un paio di trailer invece li ho linkati quando ho parlato de "Il ritorno di Digging Bill" e de "L'uomo nel mirino".
Non credo che altri personaggi bonelliani, neppure quelli che godono di maggiori tirature, possano vantare una iniziativa simile. Del resto, l'entusiasmo degli appassionati zagoriani è palpabile a ogni mostra o incontro, dove le sale conferenze sono sempre piene, o facendo un giro in rete alla ricerca di forum, siti, blog, gruppi su facebook dedicati. Credo anche che il grado di soddisfazione per l'andamento del personaggio sia sufficientemente alto da permettermi il lusso di sorridere. Nella foto accanto, sempre opera di Baltorr, mi vedete nel mio ufficio circondato da un gruppo di appassionati venuti a trovarmi.
Sono grato a tutti coloro che si danno da fare organizzando iniziative, piccole o grandi che siano, e a tutti quelli che permettono alle iniziative stesse di avere successo.
Di recente, nel mio filo diretto sul forum SLCS, mi è stato chiesto come mai nei fumetti Bonelli si usi ancora il "voi" come allocutivo cortese al posto del "lei". In effetti, per un giovane lettore non abituato a sentir dare del "voi" fra persone che non si danno del "tu", potrebbero suonare strani, antiquati o peggio artefatti dei dialoghi di Tex, Zagor e persino Dylan Dog. L'unica eccezione in ambito bonelliano, se non mi sbaglio, è quello di Julia. Certo, per uno sceneggiatore che si sforzi di far parlare in modo congruo e realistico i propri personaggi, l'obbligo di rispettare una tradizione del genere potrebbe sembrare gravoso.
Ma vediamo i perché e i percome, almeno secondo quel che mi sembra di poter dire sulla base del buon senso: la tradizione l'ho trovata e cerco di giustificarla. I pronomi di cortesia 'lei' e 'voi' sono nati per evitare un riferimento diretto alla persona, quando questo poteva apparire scortese. Così si è cominciato a usare delle allocuzioni come 'sua eccellenza', 'sua signoria', 'vostra grazia', 'vostra magnificenza', tutte frasi al femminile. Così, si è consolidato l'uso del 'lei'. In alcune zone dell'Italia del Sud, comunque, si usa ancora abitualmente il 'voi' mentre il 'lei' e più presente nel Nord. Tutte le lingue europee contemplano pronomi di cortesia, che generalmente ricalcano fedelmente la seconda persona plurale: 'vous' in francese, 'usted' in castigliano, 'vocei'' in portoghese, 'vyi' in russo.
Durante il fascismo, l'uso del "lei" fu proibito perché era ritenuto di origine spagnola e quindi estraneo alla cultura nazionale. Fu imposto l'obbligo del "voi": questo diktat non fu granché efficace nella conversazione quotidiana (la gente, giustamente, parla come mangia) ma ha lasciato una pesante eredità a livello editoriale e nel doppiaggio dei film. A lungo si è continuato a leggere nei romanzi e a sentire al cinema di personaggi che si danno del "voi". Ora, il cinema degli anni Quaranta e Cinquanta è alla base della tradizione bonelliana: Tex dà del "voi" alle persone a cui ritiene di dovere della deferenza, perché nei film John Wayne dava del "voi" nelle pellicole doppiate in italiano.
E poiché Tex ha tracciato un solco e indicato un codice, ancora oggi ci rifacciamo a lui. Ormai, è tradizione che Tex e Zagor parlino così e sarebbe arduo cambiare, ci sarebbe un senso di straniamento, temo. In ogni caso, anche se io personalmente fossi convinto della necessità di passare al "lei", non potrei farlo senza una svolta editoriale complessiva della Casa editrice. Trovo comunque più grave il "voi" in Dylan Dog e negli eroi più moderni: in fondo Tex e Zagor vivono nell'Ottocento e si sa che lo "you" di allora non significava "tu", ma proprio "voi". E' la seconda persona plurale che si è imposta anche al singolare, sostituendo il "thou", seconda persona singolare caduta in disuso. Un altro dei motivi per cui Bonelli preferisce il "voi", è la minore ambiguità dell'allocuzione. Se io chiedo a uno: "Ma lei verrà?", chi è quel "lei"? Lui o sua moglie? Lei chi? Se dico: le dirò ciò che so, a chi intendo dirlo? A chi mi sta davanti, o a una terza persona di sesso femminile?
Se dovessi inventare un personaggio nuovo, però, e mi fosse data la stessa licenza concessa a Berardi per Julia, sicuramente userei il "lei" se si trattasse di un character di ambientazione contemporanea, perché vorrei poter scrivere dialoghi efficaci percepiti come colloquiali e spontanei, e non artificiosi.
Dell'argomento, ho parlato anche nella mia tesi di laurea. Così scrivevo: "Sergio Bonelli continua a imporre l'uso del 'voi' nei dialoghi dei personaggi della maggior parte delle sue testate, consuetudine ereditata dai primordi della casa editrice e da tutta una serie di opportunità (per esempio, la necessità di capire a chi ci si riferisca dicendo "lei": una terza persona, o quella a cui si parla?). Negli albi Bonelli, dunque, sia per un retaggio del passato, sia per consuetudine generalizzata, sia per evitare confusioni, i personaggi parlano dandosi del 'tu' o del 'voi', non del 'lei'. Lo sceneggiatore, ovviamente, scrivendo una storia di Tex o di Zagor o di Mister No è chiamato a prenderne atto e adeguarsi, anche nel caso dovesse ritenere la cosa poco aderente al linguaggio parlato davvero oggi in Italia. Così come, per consuetudine, dagli albi bonelliani è bandito il turpiloquio, anche nel caso in cui si mostri una furibonda rissa fra scaricatori di porto".
Se vi sembra strano che una tesi di laurea affronti anche un argomento del genere, c'è da dire che la mia era dedicata alla sceneggiatura dei fumetti. E' stata una tesi fortunata, circa la quale ho due divertenti aneddoti da raccontare. Il primo riguarda la discussione finale. Come sanno tutti coloro che si sono laureati, l'atto finale di un corso di laurea consiste nell'andare a difendere le idee esposte nella propria tesi davanti a una commissione composta da sette o otto professori dei quali soltanto due sono almeno in parte interessati alla faccenda: il professore che presenta il candidato ai colleghi come un allievo da lui seguito, e un controrelatore che per dovere professionale ha dovuto sorbirsi la lettura di quanto scritto dal candidato, di solito un testo pallosissimo. A tutti gli altri docenti, mentre il laureando parla, non gliene potrebbe fregare di meno. C'è chi rilegge la tesi del successivo candidato di cui magari è relatore o controrelatore, chi prende appunti per proprio conto, chi guarda il soffitto, chi dorme, chi sbadiglia, chi fa le parole crociate.
Quando mi sono presentato io (mi vedete in quell'occasione nella foto accanto), il mio professore, l'illustre esperto dell'umanesimo fiorentino del Quattrocento Mario Martelli (persona così illuminata da aver accettato di presentarmi nonostante volessi parlare di comics e avessi rifiutato di occuparmi della vita di Giannozzo Manetti scritta da Vespasiano da Bisticci), ha esordito dicendo ai colleghi che io ero l'unico caso che gli fosse mai capitato di studente citato con ben nove titoli nella bibliografia della propria tesi. Al che, tutti i professori hanno voltato la testa verso di me. Poi, ha spiegato che mi ero occupato della sceneggiatura dei fumetti. Tutti hanno sgranato gli occhi e drizzato le orecchie. Io ho cominciato a parlare e subito, a uno a uno, i docenti attorno al tavolo hanno cominciato a dire che una volta leggevano Tex, che avevano a casa la collezione di Alan Ford, o che andavano matti per Jacovitti. E io allora giù a spiegare che Jacovitti l'avevo conosciuto, che con Max Bunker avevo collaborato e che su Tex avevo scritto diversi articoli. Insomma, il tavolo davanti a cui ero seduto si è trasformato in una tavolata di amici cordiali che rinverdivano vecchi ricordi e dove tutti intervenivano per dire la loro. Risultato: centodieci e lode. Il controrelatore mi ha detto, a cose fatte, che non aveva mai visto una scena del genere.
Visto il successo, l'anno successivo pensai di far partecipare il mio testo a un concorso per tesi di laurea sul fumetto, il Premio Marchetti, attribuito a Roma nel corso di una manifestazione che si svolgeva alla vecchia Fiera, e che credo si chiamasse ExpoCartoon. Il bando diceva che il vincitore avrebbe avuto una targa e un assegno da cinquecentomila lire. Pochi giorni prima della premiazione vengo informato che ho vinto! Allora mi metto il vestito buono, e mi presento nella sala dove si consegnano i riconoscimenti, tra cui, se non sbaglio, anche gli ambiti Yellow Kid. Il programma dice che appunto, in quella sede, si darà un premio alla miglior tesi di argomento fumettistico e si ribadisce che il premio consiste nell'importo da me, a quel punto, agognato. Vengo chiamato sul palco, applausi, strette di mano di rito, grandi sorrisi, grande soddisfazione, tutto bene. La foto poco sopra è lì a testimoniarlo.
Sennonché, quando ricevo la targa, non mi danno nessun assegno. Ho pensato: vabbè, sarà nella scatola, lo troverò cercando meglio dopo che sarò tornato al posto. Mi siedo, frugo nella scatola: niente. Delle cinquecentomila lire, nessuna traccia. Vabbè, mi dico, mi faranno un accredito direttamente sul conto in banca, con un bonifico. Mi ripropongo di telefonare agli organizzatori del premio il lunedì successivo, dato che si era di sabato sera. Com'è, come non è, telefono più volte senza risultato: nulla! Gli organizzatori sembrano spariti. E difatti ho scoperto che il famoso lunedì, per non so quale tipo di problemi, l'intera struttura della manifestazione era stata smantellata e da allora in poi kermesse fumettistiche non si sono più fatte nella vecchia Fiera (che io sappia) e per quanto mi risulta il mio è stato l'ultimo Premio Marchetti assegnato. Purtroppo, senza assegno.
Lo zoologo britannico Apsley Cherry-Gerrard, biologo di fiducia di Robert Falcon Scott, scrisse: "Per una spedizione scientifica e geografica, datemi Scott; per una puntata al polo e niente più, Amundsen. Ma se sono in un dannato guaio e voglio tirarmene fuori, allora datemi Shackleton". Lo stesso concetto fu espresso da un altro esploratore dell'Antartide, il geografo Raymond Edward Priestley: "Quando siete nell'avversità e non intravedete via d'uscita, inginocchiatevi e pregate Dio che vi mandi Ernest Shackleton".
Se siete curiosi di saperne di più su questo leggendario personaggio, non vi resta che procurarvi il nuovo Almanacco dell'Avventura (quello del 2011) in edicola in questi giorni. Infatti, quello che avete appena letto è l'inizio di un mio articolo, intitolato "Con Shakleton verso il Polo Sud", che compare sulla rivista. Non so se sia la seconda o la terza volta che scrivo dei pezzi sugli Almanacchi bonelliani (di recente ne ho pubblicato un altro su quello del West di inizio anno, parlando del fumetto "Than-Dai"), ma certamente questo intervento mi ha dato grandi soddisfazioni.
Innanzitutto, per il prestigio della testata su cui compare. Poi, perché si tratta in buona sostanza della recensione di un libro che mi ha entusiasmato mentre lo leggevo. Quindi, perché ho continuato a entusiasmarmi scrivendo di ciò che avevo letto.
Credo che il lavoro più bello del mondo, quello che vorrei fare se avessi la bacchetta magica, sarebbe scrivere recensioni di libri, venendo pagato per leggere e commentare saggi e romanzi tanto quanto basta per poter vivere dignitosamente. Per lavorare, insomma, dovrei andare in libreria a scegliere quel che mi piace, tornare a casa, leggere, documentarmi, ed esporre le mie idee in proposito. Invierei un paio di recensioni a settimana, e riceverei un accredito mensile dal mio editore. Chissà se dopo qualche anno perderei il gusto della lettura, come il pornodivo che torna a casa la sera e rifiuta le coccole della moglie dicendo: "Ancora? No, basta!". Scrivere recensioni è meglio che scrivere libri: non ci si deve scervellare a inventare nulla e si può criticare se non ci piacciono le invenzioni di chi si è scervellato. Comunque sia, se c'è una bacchetta magica in ascolto, va bene anche fare il pornodivo.
Due parole sul perché mi sono occupato di Shakleton. Da qualche anno, leggo uno dopo l'altro libri sul Sud America. Il motivo è che sto progettando da tempo la ormai imminente trasferta sudamericana di Zagor, che già nei primi mesi del 2011 comincerà a trovarsi coinvolto in eventi che lo costringeranno, a un certo punto, a imboccare una pista verso sud e cominciare a viaggiare verso terre sempre più meridionali. La maggior parte delle letture che ho fatto sono state appassionanti, e tra queste metterei sicuramente tutte quelle che hanno riguardato Darwin e il Beagle, ma anche quelle relative alla Terra del Fuoco, tanto che prima o poi vi parlerò della mia passione per Ushuaia, la città ai confini del mondo. Sono comunque ben documentato anche sul Perù e sugli Inca, sugli esploratori dell'Amazzonia e sulla Patagonia, sul Cile e sull'Araucania, sulla ricerca dell'Eldorado e su Francisco de Orellana.
Tra i libri che mi sono procurato, uno è stato appunto "Sud - La spedizione dell'Endurance", edito da Nutrimenti, cioè la cronaca che Shakleton stesso scrisse riguardo al tentativo da lui fatto nel 1914 di attraversare il continente antartico. Partito con una trentina di uomini di equipaggio, dell'esploratore e della sua nave non si seppe più nulla fino a 1916, quando si scoprì l'incredibile odissea di cui erano stati protagonisti.
Il libro sembra un romanzo d'avventura, mentre è un drammatico diario con il resoconto di fatti veramente accaduti. Tanto veri, da essere stati documentati dal fotografo e cineoperatore che Shakleton aveva con sé, l'australiano Frank Hurley, destinato a diventare uno dei più grandi fotografi di guerra e di viaggi. Con i suoi scatti e le sue riprese cinematografiche, Hurley ha fornito un eccezionale reportage della spedizione, da cui è nato un documentario di recente restaurato per una edizione in DVD del Brithis Film Institute. Anche questo, un oggetto da procurarsi assolutamente. Potete vedere il fotografo al lavoro sul pack nella foto qua accanto e naturalmente sono sue anche l'immagine sotto il titolo e quella che compare sulla copertina del libro, visibile poco sopra. Qualche anno fa è stato anche realizzato un film sulla spedizione dell'Endurance, ma la pellicola, pur se interpretata da Kenneth Branagh nel ruolo di Shakleton, e molto spettacolare, non è mai arrivata (che io sappia) in Italia. Ne ho trovato però uno spezzone su YouTube.
Che cosa c'è sull'Almanacco, oltre il mio articolo? Tantissimo (anzi, il mio articolo è, in fondo, soltanto la ciliegina sulla torta). Tanto per cominciare, c'è una storia di Zagor. Si tratta di un episodio molto interessante per almeno tre motivi. Il primo: è la seconda avventura firmata da Mirko Perniola, atteso al varco per confermare l'impressione oltremodo positiva fornita al suo esordio con il Maxi "Corsa mortale", che all'epoca fu salutato con complimenti davvero lusinghieri per un debuttante.
Sarà riuscito il buon Mirko a ripetersi (senza ripetersi)? Direi di sì, visto anche l'argomento tutto sommato insolito e originale per la serie di Zagor (e questo è il secondo motivo). Il terzo punto di forza è il cinquantesimo anniversario della carriera di Alessandro Chiarolla, un disegnatore dal tratto graffiante sulla breccia ormai dal 1960, quando uscì la sua prima storia sul "Vittorioso". Cinquanta anni di fumetti sono tanti, e Sandro si merita tutti i complimenti e gli auguri del mondo. Ci sono parecchie cose curiose da raccontare su di lui, e lo farò prossimamente. Per il momento, eccolo qua accanto in una foto del 2007.
Nel coloratissimo reparto saggistico, oltre alle consuete (e sempre gustose) recensioni di libri e film, si parla di John Milius, di Michael Vaillant e degli altri eroi del motore, e delle donne aviatrici. Il tutto corredato dai superbi disegni di Aldo Di Gennaro (un altro artista di cui mi piacerebbe parlare).
A proposito di colori: sarebbe bello se anche i fumetti dell'Almanacco fossero in policromia come il resto della rivista. Dato che ormai in casa Bonelli il tabù del colore si è infranto e già c'è il Dylan Dog Color Fest a dimostrare che ottimi risultati si possano ottenere, sogno a occhi aperti di poter leggere storie colorate anche negli Almanacchi.
Di recente mi sono chiesto che cosa si intenda esattamente per "almanacco". Avevo il sospetto che fosse una parola di origine araba, come "alambicco" e altre che cominciano per "al", cioè l'articolo "il" nella lingua dei nostri vicini di casa. Infatti "al-mahnak" significa "il calendario". Un Almanacco è una pubblicazione annuale che reca segnate scadenze e appuntamenti nel corso dei dodici mesi. Un lunario, potremmo anche dire. Di colpo, mi sono ricordato del "Dialogo di un venditore di almanacchi e un passeggere". "Passeggere", con la "e" finale, e non con la "o", per motivi che soltanto Giacomo Leopardi può conoscere, come soltanto Emilio Lussu sa perché il suo capolavoro, "Un anno sull'altipiano" (assolutamente da leggere) parli di un "altipiano" e non di un "altopiano" (quello di Asiago). Comunque sia, colto dal raptus di recuperare i ricordi di scuola, sono andato a riprendermi le Operette Morali leopardiane e ho riletto il formidabile dialogo tra il viaggiatore e il venditore di lunari che cerca di sbolognargliene uno. E' brevissimo e fulminante, vale la pena di tenerne conto.
La frase da appuntare fra le massime citabili è questa: "Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?". Eh, già.