venerdì 24 febbraio 2012

GUARDA CHI SI VEDE

Proprio il giorno fatidico del lancio di Zagor Collezione Storica a colori (giovedì 16 febbraio 2012), sono stato intervistato nel mio ufficio dal regista Riccardo Jacopino, che sta girando un documentario su Zagor. Gli ho raccontato come scrivere le storie dello Spirito con la Scure fosse il mio sogno da ragazzino. Jacopino mi ha detto allora che anche fare i regista era stato il suo, di sogno. E mi ha raccontato che una volta, molti anni fa, dovendo girare una telepromozione per una TV locale, e pensando al modo di renderla più divertente, ingaggiò un giovane cabarettista molto spiritoso che pagò duecentomila lire. Riccardo si ricorda ancora il bar davanti al Castello dell'Imperatore a Prato, in cui gli firmò l'assegno. Jacopino è del 1962 (come me), il giovane cabarettista è del 1965: all’epoca erano entrambi giovani poco più che ventenni e si confessarono entrambi i loro sogni. "Anch'io voglio fare il regista - disse il cabarettista - ma di film che mi scrivo da solo e in cui sono l'attore protagonista". Si trattava di Leonardo Pieraccioni. Qualche giorno dopo, grazie a un amico comune (quel Bruno Santini di cui più volte vi ho parlato) ho incontrato a Firenze proprio Pieraccioni, che ha scambiato con me quattro parole chiedendomi del mio lavoro a Zagor. Volevo dirglielo, ma non gliel'ho detto, che io condividevo con lui la gioia di aver realizzato un sogno. Gli ho però regalato il primo numero della Collezione di Repubblica, che ha molto gradito, accettando di farsi scattare una amichevole foto in cui figura da casuale testimonial zagoriano. L'altro che si vede insieme a lui è Marco, uno dei miei ragazzi, entusiasta fan dei film di Leonardo.

Del resto, Fiorello ha postato su Twitter un vero e proprio spot gratuito invitando tutti i “pischelli” a leggersi le avventure dello Spirito con la Scure che tanto hanno fatto sognare lui e quelli della sua generazione. Come Pieraccioni, anche tanti personaggi legati al mondo del fumetto passati dalla redazione di Via Buonattoti a Milano si sono prestati di buon grado al gioco dello scatto estemporaneo e propiziatorio in favore della Collezione Storica zagoriana, il cui primo numero ha fatto il boom, esaurendo in un giorno tutta la tiratura e dovendo essere ristampato. Ecco qua tutte le foto realizzate finora, postate prima di qui sul mio “coso” su Facebbok.




Paolo Bacilieri
(Napoleone, Dix, Dampyr, Zeno Porno, Barokko)



Lola Airaghi
(Legs, Brendon, Dylan Dog, Occhi di Cielo)
si è appena accorta di un paginone in cui si vede Zagor nudo

Luca Crovi
(giornalista, scrittore, sceneggiatore, conduttore radiofonico, redattore della collana Almanacchi)
è uno che i libri li divora




Fabrizio Russo

(Robinson Hart, Dampyr)




Mauro Boselli
(Zagor, Tex, Dampyr, Dylan Dog, Mister No, River Bill, Comandante Mark)



Maurizio Colombo
(Nick Raider, Mister No, Zagor, Dampyr)



Omar Tuis
(figlio d'arte, letterista di Zagor e di Dampyr)



Andrea G. Pinketts

(scrittore, giornalista, conduttore in TV di "Mistero")




Alfredo Castelli
(tutto)
ha appena visto la stessa pagina di Lola Airaghi


Graziano Romani
(musicista e saggista, autore dei dischi su Zagor e Tex)


Luigi Mignacco
(tanto, forse troppo)


Jacopo Rauch
(Zagor)


Alessandro Piccinelli
(Zagor, Tex)








Gian Mauro Cozzi
(colorista delle cover di Zagor, copertinsta di Greystorm)



Marco "Baltorr" Corbetta
(autore del blog "Zagor e altro" e fotografo ufficiale del forum SCLS)



Moreno Burattini
l'unico a cui la webcam ha fatto la foto al rovescio

mercoledì 22 febbraio 2012

ANSIA DA PRESTAZIONE

Quando, alla fine dello scorso luglio, ho provato a fare un bilancio dell’attività di questo blog a un anno dalla sua apertura, le visualizzazione di pagine avevano raggiunto quota 13.000 al mese. Oggi, andando a controllare se c’erano stati cali o aumenti, ho scoperto che durante gli ultimi trenta giorni le visite sono state 32.500. Non so se sono tante o sono poche: immagino che la maggior parte dei blogger di lungo corso possano vantare cifre stratosferiche assai più consistenti delle mie. Non è questo il punto, perché non mi sento in gara con nessuno e soprattutto perché non ho mai puntato all’audience quanto piuttosto a lasciare una traccia in Rete sulla gran quantità di cose che ho detto, fatto e scritto in trent’anni di attività.

L’idea da cui è nato “Freddo cane in questa palude”, infatti, è stata quella di rendere disponibili agli eventuali interessati dei materiali che altrimenti sarebbero andati dimenticati. Mi ero infatti convinto che qualunque articolo, saggio, facezia io potessi aver pubblicato su carta negli decenni passati, non avrebbe lasciato traccia, senza la possibilità di individuare quei testi grazie a una ricerca su Google. Inoltre, dato che ho trascorso anni in prima linea nel mondo del fumetto, conoscendo tante persone, scattando molte foto, facendo un certo numero di esperienze, mi pareva interessante raccontare aneddoti, retroscena, situazioni, mostrando immagini tratte dai miei archivi. E, per finire, visto che non sono ancora andato in pensione (e chissà quando ci andrò), ho pensato che avrei potuto approfittare della pur personalissima tribuna del mio blog per dire qualcosa su ciò che vado facendo e farmi conoscere meglio da quei lettori che fossero curiosi di sentire la mia campana o contenti di approfondire questo o quell’aspetto della mia attività. Come si capisce, tutto ciò esula dalla ricerca di facili click. Anzi, una delle critiche che più spesso sento rivolgere a questo spazio è quella di trovarci testi troppo lunghi e impegnativi. Nonostante tutto, negli ultimi trenta giorni (stando ai dati che ho appena controllato), ci sono state oltre mille visite quotidiane.

Lo stesso si può dire della crescita del “coso”. Il mio profilo fan su Facebook, aperto solo dopo che le pressioni dei lettori si erano fatte troppo insistenti per essere ignorate, conta attualmente 486 “mi piace”, raggiunge 171.614 “amici dei fan”, e ha registrato + 74,99 % di portata totale nell’ultima settimana. Forse qualcuno può aiutarmi a interpretare questi dati: non so se le cifre sono alte o basse, di sicuro sono in costante crescita. Ciò non significa nulla e non mi sento di cantare vittoria: domani gli ascolti potrebbero essersi dimezzati e non mi sentirò tradito o ferito nell’onore.

Anzi, il motivo per cui sono qui a parlarne è assolutamente il contrario dell’autoesaltazione. A spingermi a scrivere queste cose, confidando in pubblico dubbi e debolezze (come già in passato ho fatto, trovando consolazione nell’averle potute scrivere) è quello che stamattina Mauro Boselli ha chiamato “ansia da prestazione”. Infatti, è stato al mio compagno di stanza nella redazione Bonelli che ho letto, per primo, le cifre che vi ho appena detto. Mi ha risposto: “Non sei contento?”. “No, sono preoccupato”. “E perché mai?”. Ecco, il perché lo spiego a voi come l’ho spiegato a lui.

Il punto è che finché il blog o il “coso” rimangono spazi per pochi intimi, posso gestirli con libertà, senza timore di sbagliare o di fare danni. Se mi scappa una battutaccia o racconto qualcosa di sconveniente, pazienza: siamo fra amici. All’inizio, potevo persino illudermi di conoscere tutti o quasi i miei interlocutori. Ma adesso, chi c’è in ascolto? Si offenderanno le donne se approvo l’ostentazione della farfalla tatuata da parte di Belen? Addolorerò il mio amico cattolico se dico di non credere all’autenticità della Santa Sindone o se faccio dell’ironia sul miracolo di Santa Brigida d’Irlanda che trasformò l’acqua in birra? Non solo: finché avevo soltanto ventitré lettori, c’era da immaginarsi che fossero tutti zagoriani e se mi concentravo soprattutto sullo Spirito con la Scure sapevo di accontentare l’uditorio. Ma oggi? Ci saranno lettori anche di Dylan Dog o di Martin Mystère. E allora, qui o sul “coso”, forse è il caso di pubblicare articoli, immagini e notizie anche di tutti gli altri personaggi della Bonelli. E magari pure di testate “concorrenti”, o straniere. Ma, a Mauro, ho rivelato anche di temere giudizi impietosi sul livello dei miei interventi o delle discussioni. “Ecco perché hai postato un articolo su Schopenauer!” ha infierito Boselli. Poi, abbiamo concordato che forse, invece, quell’articolo era nato dal mio desiderio inconscio di far abbassare gli ascolti, così da tornare a parlare a quattro gatti e sentirmi più tranquillo.

Insomma, ho rimuginato a lungo sulla faccenda e ho finito per vestire da solo i panni dell’avvocato del diavolo cercando di rispondere a tutte le possibili critiche che possono essere fatte al mio darmi da fare su Internet. Ecco qua che tutto quello di cui mi sono autoaccusato e gli argomenti con cui mi è riuscito di giustificarmi. Alla fine, seguiranno i buoni propositi per il futuro (in attesa, ovviamente, di eventuali vostri consigli).

1) E’ giusto che nella testata di questo blog compaia una immagine di Gallieno Ferri con Zagor? Non significa sfruttare la popolarità per personaggio?

Quando ho aperto il blog ho chiesto una precisa autorizzazione all’uso delle immagini e ne è stato indicato il copyright. Inoltre, io sono a tutti gli effetti non solo uno sceneggiatore dello Spirito con la Scure ma anche quello con più tavole pubblicate all’attivo, oltre che, per il momento, il curatore della testata. Dunque Zagor fa parte integrante della mia vita, e la sua immagine mi rappresenta. Serve anche a segnalare ai visitatori meno informati quali sono, più o meno, gli argomenti trattati nel blog. Come se non bastasse, il disegno di Ferri rappresenta un panorama di Darkwood e quindi in senso lato gli scenari dell’Avventura: dunque quelli di tutti i fumetti, i romanzi, i libri in cui si respira, come in quell’immagine, il vento della fantasia di cui mi sono sempre nutrito e che mi piace condividere con chi viene (di sua spontanea volontà) ad ascoltarmi. Se è vero che in qualche modo la popolarità di Zagor mi fa da traino, è anche vero che io cerco di ripagare lo Spirito con la Scure con tutta la passione e l’entusiasmo che metto nel mio lavoro, e parlando dell’eroe di Nolitta & Ferri faccio opera di promozione e propaganda, o per usare una brutta parola, “pubblicità”. E’ chiaro che scrivo sempre e soltanto quello che penso e dunque farei proselitismo zagoriano anche senza il bel disegno che fa da testata (che potrà essere sostituito in qualunque momento).

2) Non c’è il rischio che l’immagine di Zagor nell’intestazione faccia credere che si tratta di un sito ufficiale della Casa editrice, mentre invece è un tuo spazio privato?

Una frase posta in maniera fissa nella colonna a destra avverte: “Lavoro presso la Sergio Bonelli Editore come curatore e sceneggiatore di Zagor, ma le opinioni espresse in questo blog sono esclusivamente personali”. Mi sembra una premessa sufficientemente corretta. In ogni caso, mi sforzo di non scrivere niente che possa imbarazzare l’Azienda per cui lavoro, intendendo con questo non che non sono sincero in quel che dico, ma che evito comportamenti quali il turpiloquio, la blasfemia o atteggiamenti penalmente rilevanti. Comportamenti che, del resto, eviterei comunque anche se Zagor non mi collegasse alla Bonelli. Infine, se uno scegliesse come immagine del suo blog una foto, poniamo il caso, di Paul Newman, questo non significherebbe che egli si proponga come la voce ufficiale degli eredi dell'attore; chi usa una foto con il paesaggio della Val Seriana non vuol dire che comunichi tutti i giorni il bollettino meteo di Clusone.

3) Non credi di danneggiare la Bonelli finendo per scadere in atteggiamenti da “fanzinaro”, che sono il contrario di quelli da professionista? I grandi autori mantengono le distanze, hanno comportamenti più seri e meno ammanicati con i lettori, a cui non si mescolano così facilmente come fai tu.

Una risposta potrebbe essere che io non sono un grande autore e dunque mi sono consentiti atteggiamenti più plebei. Tuttavia, ci sono altre argomenti con cui replicare. Primo: io mi sono fatto le ossa alla grande scuola delle fanzine e non considero offensivo il termine “fanzinaro” là dove significhi fare della propria passione il proprio lavoro. Moltissimi miei colleghi sono nati sulle fanzine, e basteranno i nomi di Mauro Marcheselli, Michele Masiero, Alfredo Castelli e Franco Busatta per citare quattro pezzi da novanta della redazione. Ma perfino personaggi come Luca Raffaelli, Francesco Coniglio, Gianni Bono hanno mosso i primi passi scrivendo su piccole riviste amatoriali, come ho fatto io. Non credo che nessuno di loro abbia mai rinnegato le proprie origini e, nel caso lo avessero fatto, io non ritengo di doverlo fare. In ogni caso, questo stesso blog può essere considerato una “fanzine”, dato che una sorta di rivista fatta senza fine di lucro e per puro amore. Se poi per atteggiamento “da fanzinaro” si intendono contenuti sgrammaticati o raffazzonati, rispondo che pur senza ritenermi un maestro del bello scrivere, personalmente mi sforzo di essere professionale anche in questo contesto dove pure, trattandosi di uno spazio privato, anche le sgrammaticature potrebbero essermi consentite (se non addirittura apprezzate quale cifra stilistica). La mia professionalità, del resto, spero di dimostrarla scrivendo altrove, sia nelle sceneggiature che nei miei saggi e dopo vent’anni di attività mi auguro proprio che non venga messa più in dubbio anche se gestisco un blog di taglio “fanzinesco”.

Questo blog o il profilo fan su Facebook danneggiano la Bonelli? Mi pare anzi di aver messo al servizio dell’Azienda i miei spazi, riuscendo a compiere un servizio di capillare informazione e promozione. Del resto, la Bonelli non è presente ufficialmente su Facebook e la mia iniziativa di aprire un profilo privato dedicato in gran parte al mio lavoro in Via Buonarroti, giungendo là dove il sito ufficiale non riesce a giungere, è venuta a colmare un vuoto, soddisfacendo una richiesta. Il mio lavoro online è fatto a titolo personale e in modo del tutto spontaneo e gratuito, appunto per passione. E’ “fanzinesco” tutto questo? Se lo è, “fanzinesco” mi sembra un aggettivo positivo. La Bonelli ne ricava un danno? Qualora me ne rendessi conto o mi fosse detto, chiuderei immediatamente gli spazi o cambierei loro nome e filosofia. Io mi illudo di rendere un servizio. Non mi aspetto di venire ringraziato, ma neppure di essere accusato di danneggiare l'Azienda. Per finire: a me preme che ciò che faccio mi assomigli. Come ho già scritto una volta, sono fatto così. Senza volermi minimamente paragonare a loro, anche Sclavi o Berardi hanno i loro caratteri e i loro atteggiamenti. Nessuno, spero, pretende che siano diversi da quel che sono.


4) Ma tu parli soltanto di Zagor? Molti tuoi colleghi invece sono aperti a tutti i generi di argomenti.

Ovviamente, i miei colleghi sono liberissimi di aprirsi a tutto ciò che vogliono e io sono il primo e il più entusiasta lettore di alcuni di loro. Anch’io cerco, nel mio piccolo, di essere altrettanto libero e dunque di parlare di quel che mi va. Nessuno, del resto, è obbligato a leggermi. L’offerta è ampia e ci sono blog di tutti i tipi. Molti di loro, com’è facilmente constatabile, sono monotematici: tutti dedicati al cinema horror, o agli illustratori, o alla politica, o alla poesia. Non vedo quale potrebbe essere il problema se io davvero parlassi soltanto dello Spirito con la Scure. Mi sembra un argomento nobile e ricchissimo di spunti e di collegamenti di ogni genere. Io sono un autore di Zagor, del resto, e parlando di Zagor parlo anche di me e del mio lavoro. Però, non è così. Su 228 articoli finora pubblicati, solo in un centinaio si parla di Zagor, e in gran parte di essi Zagor non è l’argomento principale (per fare degli esempi, ci cita lo Spirito con la Scure in qualche passaggio dei pezzi su Decio Canzio o su Francesco Gamba, ma non è l’eroe di Darkwood l’oggetto del post). Dunque, in più della metà dei testi si parla d’altro. Di che cosa? In 100 casi, di “caccia al cinghiale”, vale a dire (come fu spiegato all’inizio) di argomenti strani non riconducibili sotto una precisa etichetta. In 74 casi, si parla di libri. Ma poi ho trattato di cinema, di poesia, di arte, di filosofia, di erotismo, di musica, di costume, di fatti miei. C’è un indice che lo dimostra, nella colonna a destra del blog. Tutto mi pare fuorché di essere monomaniaco. Quel che mi pare, questo sì, è che il mio blog sia piuttosto diverso, per tono e impostazione, dalla maggior parte degli altri. Se ciò sia un pregio o un difetto, non saprei dire.

5) Non ti sembra di imperversare troppo sul Web? Forse dovresti rientrare un po' nei ranghi, invece di sovraesporti mediaticamente.

E' strano che si possa parlare di me come di uno che abusa della tecnologia, quando è scientificamente dimostrato che non sono neppure capace di usare uno smartphone. E' strano soprattutto se si considera quanto sono esposti mediaticamente i miei colleghi più bravi di me nell'uso di Internet, di Iphone e Ipad, presenti in Rete ventiquattr'ore su ventiquattro. In confronto a quanto scrivono, chattano, twitterano tutti gli altri, io sono davvero quello che tiene il profilo più basso. Come se non bastasse, mi pare che tutto l'universo mondo occidentalizzato sia interconnesso in modo abnorme e i mie figli trascorrono su Facebook il doppio del tempo che ci passo io. Il poco che faccio, lo faccio solo per non perdere il treno e cercare di non restare a piedi. Tuttavia, per qualche motivo misterioso, sembra sempre che sia io a divulgare più notizie degli altri e anche in redazione circolano leggende urbane sul mio presenzialismo in Rete e sulla mia ansia da scoop. Figuriamoci. Non vengo invitato a nessuna prima di film né ad Angouleme e mi compro da solo i libri che recensisco.

Non sono riuscito a immaginare altre obiezioni, e dunque per ora mi fermo qui. Che buon proposito posso fare, in conclusione, per portare avanti il blog e il “coso” cercando di vincere l’ansia da prestazione? Quello di continuare a fare esattamente ciò che ho fatto finora, scrivendo come se a leggermi ci fossero soltanto ventitré persone. O magari, neppure loro. Perché in fondo, chi scrive per passione, come so di fare io, scrive solo per se stesso. E per essere se stesso.


L'ARTE DI OTTENERE RAGIONE


La biblioteca di Babele - 4

Ci sono filosofi simpatici e filosofi antipatici. Socrate è simpatico. Platone, antipatico. Aristotele, simpatico. Plotino: antipatico. Sant’Agostino, antipatico. San Tommaso, simpatico. Hume: simpatico. Kant: antipatico. Hegel: antipatico. Schopenauer: simpatico. Ora, riuscire a spiegare perché quel vecchio misantropo di Arthur, peraltro tedesco e dunque con un pesante handicap di partenza in qualunque gara di simpatia, possa risultare anche solo moderatamente gradevole agli occhi di uno studente liceale, è difficile come cercare di leggere dall’inizio alla fine “Il mondo come volontà e rappresentazione”, la sua opera fondamentale datata 1819. Un’opera, va detto, che risultò così indigesta persino ai suoi contemporanei da far finire al macero quasi tutte le copie della prima edizione. Tuttavia, tra i pochi lettori di Schopenauer ci furono di sicuro Nietzche (antipatico) e Freud (simpatico) che rimasero fortemente influenzati dal pessimismo cosmico del filosofo di Danzica.

Ovviamente, de “Il mondo come volontà e rappresentazione” ricordo solo quello che diceva il Bignami su cui mi preparavo per le interrogazioni al liceo, ma rammento che il succo del discorso mi piaceva: lo scopo della vita è soltanto vivere e pretendere che esista un senso ultimo non è che un tentativo di nasconderci questa amara verità. Poi c’è il discorso della “rappresentazione”: ogni fenomeno è pura illusione, che nasconde la realtà della cosa in sé. In pratica, il mondo è il “velo di Maya” predicato dal buddismo. Oppure, come oggi sono arrivati a stabilire i fisici quantistici, noi vediamo ciò che vediamo soltanto perché non riusciamo a vedere altro, ma il principio di indeterminazione di Heisenberg sgombra il campo dalla possibilità di comprendere davvero quel che ci succede attorno nel tempo e nello spazio. La realtà è un’onda di particelle che vibrano nell’ immenso vuoto subatomico e siamo noi che ce la rappresentiamo un po’ come ci pare.

Ma il vero motivo per cui mi piace Schopenauer è per il suo strabiliante senso della logica, che sento vicino (pur nella pochezza dei miei mezzi intellettuali rispetto ai suoi) anche al mio modo di ragionare di fronte alle cose. Il suo approccio razionale ai problemi è ben evidenziato dai suoi saggi più brevi, come quelli raccolti in “Parerga e Paralipomena” (un titolo assurdo per testi invece brillanti), e soprattutto come “L’arte di essere felici” e “L’arte di ottenere ragione”, pubblicati in Italia da Adelphi in agili libretti molto divertenti da leggere, e che si trovano persino al supermercato.

Dell’ “Arte di essere felici” parlerò un’altra volta, adesso concentriamoci sull’ “Arte di ottenere ragione”, il cui titolo per esteso aggiunge: “esposta in 38 stratagemmi”. Va detto subito che per Schopenauer non si tratta di insegnare a imporre le proprie idee alla ricerca della verità assoluta, che non esiste, ma soltanto di suggerire come vincere nelle discussioni, confutando le affermazioni degli avversari, indipendentemente dal fatto che un argomento sia vero o falso. In pratica, la dialettica finisce per coincidere con l’eristica, ovvero, appunto, con l’arte di averla vinta. Leggendo, si capisce come molti politici che vanno a Ballarò facciano ricorso proprio alle tecniche schopenaueriane. I trentotto stratagemmi sono tutti intelligenti, a volte diabolici, e in crescendo. Fino al trentottesimo, che è il più bello di tutti: quando non si riesce a ottenere ragione con altri mezzi, si diventi violenti e giù botte. Non è proprio così ma quasi. Più o meno il senso dell’extrema ratio è questo: quando ci accorgiamo che l'avversario è superiore e finiremo per aver torto, si diventi offensivi, oltraggiosi, violenti. Si passi dall'oggetto della contesa agli attacchi alla persona stessa del nostro contendente. Questo stratagemma è molto popolare, e lo usano istintivamente coloro che non sono all'altezza di sostenere altrimenti le loro tesi. Per cui può capitare di doverlo subire: per proteggersi non c'è che un mezzo: non discutere con tutti, ma solo con chi sia alla nostra altezza. Fra cento persone, ce n'è forse una degna che si disputi con lei.

Il libretto di Schopenauer, il cui titolo originale è Eristische Dialektik - Die Kunst, Recht zu Behalten venne pubblicato postumo dopo la morte dell’autore, avvenuta a Francoforte nel 1861 (peraltro, era nato nel 1788 proprio il 22 febbraio, e dunque oggi è il suo 224° anniversario). Quando lo lessi, alcuni anni fa, mi parve talmente geniale che provai a farne un riassunto, un mio Bignami personale, da tenere a portata di mano quando ci fosse stata una discussione con qualcuno e ritenessi di dover avere ragione per forza. Ho ritrovato quel mio adattamento, e mi è parso abbastanza semplificato e predigerito da poter essere utile a tutti. Perciò, provo a sottoporvelo. Non ho idea se si tratti di una proposta gradita o no, ma immagino di essere l’unico dei miei colleghi che si mette a scrivere di queste cose nel proprio blog. Però, che ci volete fare? Io mi diverto così e ognuno ha le sue personali perversioni.



Arthur Schopenhauer
L'ARTE DI OTTENERE RAGIONE
ESPOSTA IN 38 STRATAGEMMI


Riduzione e adattamento di
Moreno Burattini


STRATAGEMMA N° 1:
L'AMPLIAMENTO

Portare l'affermazione dell'avversario oltre i suoi limiti, in modo da interpretarla nella maniera più generale possibile, esagerarla. Restringere invece la propria affermazione nel senso più circoscritto possibile. Infatti, più un'affermazione diventa generale, tanto più essa presta il fianco ad attacchi.
Esempio:
A - Gli inglesi sono la prima nazione nel genere drammatico.
B - In realtà nell'opera lirica non hanno saputo combinare nulla.
A - La musica non è compresa nel genere drammatico, che designa solo la tragedia e la commedia.

STRATAGEMMA 2:
OMONIMIA

Se l'affermazione dell'avversario contiene una omonimia (per cui due concetti sono indicati con la stessa parola) si può dare una confutazione di uno dei due sensi indicati da quel nome, fingendo di aver confutato anche l'altro. Esempio:
A - Vedo che lei non è iniziato ai misteri della filosofia kantiana.
B - Per principio, dove ci sono misteri, io non voglio saperne nulla.

STRATAGEMMA 3:
UNIVERSALIZZAZIONE

Prendere l'affermazione avversaria presentata in modo relativo come se fosse assoluta, e confutarla sotto questo aspetto. Esempio:
A - Ho una grande ammirazione per lo scrittore Burroughs.
B - Ammirazione per un drogato che assassinò sua moglie?
L'ammirazione di A era intesa per il talento artistico di Burroughs, non per la figura dello scrittore in assoluto.

STRATAGEMMA 4:
LENTA AMMISSIONE DELLE PREMESSE

Quando si vuole trarre una certa conclusione non la si lasci prevedere, ma si faccia in modo che l'avversario ammetta senza accorgersene le premesse in ordine sparso. Una volta che avrà ammesso gli elementi sparpagliati qua e là, si tirino le somme, inchiodandolo.

STRATAGEMMA 5:
PREMESSE FALSE PER CONCLUSIONE VERA

Per dimostrare le proprie tesi ci si può servire anche di premesse false, quando l'avversario non ammetterebbe quelle vere. Infatti, il vero può derivare da premesse false, come Aristotele insegna.

STRATAGEMMA 6:
POSTULAZIONE OCCULTA

Si fa accettare come basilare per la dimostrazione ciò che è oggetto della dimostrazione stessa, occultando la postulazione sotto falso nome o sotto giri di parole.
Esempio: si deve dimostrare che la medicina è scienza incerta, si fa concordare l'avversario sul fatto che ogni sapere umano è incerto.


STRATAGEMMA N° 7:
VELOCITA' DI ESPOSIZIONE

Esporre rapidamente la propria argomentazione in modo che coloro che sono lenti di comprendonio non riescano a seguire esattamente i passaggi e non si accorgano di eventuali errori o lacune nell'argomentazione.


STRATAGEMMA N° 8:
SUSCITARE L'IRA NELL'AVVERSARIO

Suscitare l'ira nell'avversario è vantaggioso perchè così costui potrà più facilmente cadere in errori grossolani.


STRATAGEMMA N° 9:
NON SEGUIRE UN ORDINE

Se si deve giungere a una verità ponendo domande all'avversario, non si pongano le domande secondo l'ordine più logico. L'altro potrebbe infatti capire dove andiamo a parare e rispondere in maniera da ostacolarci. Dunque cambiare spesso direzione e mascherare il proprio modo di procedere.


STRATAGEMMA N° 10 :
NON FAR CAPIRE SE SI VUOLE IL SI O IL NO

Se ci si accorge che l'avversario tende a rispondere "no" alle domande da noi poste, comprendendo che il "sì" porterebbe acqua al nostro mulino, occorre o impostare le domande in modo che il "no" ci sia favorevole, o porre le domande in maniera ambigua, non facendogli capire quale sia la risposta che ci avvantaggia (esempio, proponendo due tesi e chiedendo di scegliere).


STRATAGEMMA N° 11:
DARE PER SCONTATA UN'AMMISSIONE NON DATA

Se noi facciamo un'induzione e l'avversario ci concede i singoli casi, non dobbiamo chiedergli se concede anche la verità generale che risulta da essi. Dobbiamo invece introdurla in seguito come già stabilita e concessa, perchè può anche accadere che egli creda di averla concessa, e la stessa impressione avranno anche gli ascoltatori.


STRATAGEMMA N° 12:
SCELTA OCULATA DEI NOMI CON CUI DEFINIRE UN CONCETTO

Se l'avversario ha proposto un cambiamento, lo si chiami "innovazione", che suona in maniera più odiosa; se noi parliamo di un aspetto del culto, chiamiamolo "devozione", se ne parla l'avversario chiamiamolo "bigotteria" o "superstizione".


STRATAGEMMA N° 13:
FAR ACCETTARE QUALCOSA
PRESENTANDOLA IN MODO CHE L'OPPOSTO SUONI ASSURDO

Dovendo far ammettere all'avversario che i bambini devono sempre fare ciò che dicono i genitori, proporgli la questione in questi termini: "i bambini devono essere in ogni cosa obbedienti ai genitori, oppure disobbedienti?". Messa così la questione, l'avversario sembrerebbe pazzo se rispondesse nel modo opposto a ciò che noi vogliamo.

STRATAGEMMA N° 14:
UN TIRO MANCINO

Dopo che l'avversario ha risposto a molte domande senza favorire la conclusione che abbiamo in mente, si enuncia e si esclama trionfanti come se la conclusione che volevamo trarre fosse stata dimostrata, sebbene essa non conseguisse affatto dalle risposte. Se l'avversario è timido o sciocco,e se noi abbiamo una buona dose di impertinenza, il tiro mancino può riuscire.


STRATAGEMMA N° 15: TESI PARADOSSALE

Se abbiamo presentato una tesi paradossale e ci troviamo in imbarazzo nel dimostrarla, possiamo portare a suo sostegno una tesi giusta ma che, a ben guardare, non sostiene il nostro assunto. Se l'avversario, per scagliarsi contro il nostro paradosso iniziale, negherà la tesi giusta, avremo buon gioco nel dire che evidentemente non capisce niente. Se invece l'accetterà, intanto abbiamo detto qualcosa di ragionevole (suscitando buona impressione negli ascoltatori e nei giudici), poi si vedrà. Oppure si ricorre allo stratagemma precedente e si bluffa dicendo che il nostro paradosso è dimostrato (mentre non lo è).


STRATAGEMMA 16:
CERCARE CONTRADDIZIONI NELL' AVVERSARIO

Di fronte a un'affermazione dell'avversario dobbiamo cercare se per caso non sia in qualche modo in contraddizione con qualcosa che egli ha detto in precedenza, oppure con i canoni di una scuola da lui lodata, oppure contro il suo stesso comportamento. Se per esempio egli difende il suicidio, allora gli si replica "Allora perché non ti impicchi?".


STRATAGEMMA 17:
SOTTILE DISTINZIONE

Se l'avversario ci mette all'angolo incalzandoci con una controprova che smonta una nostra precedente affermazione, ci si può salvare escogitando una sottile distinzione che modifica il senso di quando avevamo detto quel tanto che basta per difenderci.


STRATAGEMMA 18:
CAMBIARE ROTTA

Se ci accorgiamo che l'avversario ha messo mano a una argomentazione con cui ci batterà, non dobbiamo consentire che arrivi a portarla a termine, ma dobbiamo interrompere, allontanare o sviare per tempo l'argomento della disputa e portarla su altre questioni.


STRATAGEMMA 19:
ILLUSORIETA' DEL SAPERE UMANO

Se l'avversario ci sollecita esplicitamente a esibire qualcosa contro un determinato punto della sua affermazione, e noi non abbiamo niente di adatto, allora dobbiamo svolgere la cosa in maniera assai generale e poi parlare contro tali generalità. Ci viene chiesto di dire perchè una ipotesi fisica non è credibile? Parliamo dell'illusorietà del sapere umano e ne diamo ogni sorta di esempi.


STRATAGEMMA 20:
TIRARE NOI LE CONCLUSIONI

Una volta richieste all'avversario le premesse e una volta che egli le abbia concesse, tiriamo noi stesse le conclusioni il più rapidamente possibile (non chiediamo all'avversario di tirare lui la conclusione, che sarebbe pericoloso per i nostri intenti).



STRATAGEMMA 21:
METTERE IN LUCE LA CAPZIOSITA' DEI SOFISMI AVVERSARI
E UTILIZZARE SOFISMA CONTRO SOFISMA

Se l'avversario fa uso di un argomento sofistico e capzioso, ne mettiamo subito in luce la capziosità di fronte agli ascoltatori, e lo umiliamo sostenendo che, stando così le cose, possiamo anche noi far ricorso a giochetti sofistici.


STRATAGEMMA 22:
RIGETTARE LE AFFERMAZIONI DA CUI LA TESI AVVERSARIA
TROVEREBBE IMMEDIATA CONSEGUENZA

Se l'avversario ci chiede di ammettere una cosa la cui affermazione porterebbe a ritenere valida, per conseguenza diretta, la tesi opposta alla nostra, dobbiamo negarla con la massima fermezza sostenendo che non si può dare per scontato qualcosa che è strettamente collegato al problema in discussione e che, appunto perchè è in discussione, è viceversa dubbio.


STRATAGEMMA 23:
SPINGERE L'AVVERSARIO A ESAGERARE LE PROPRIE AFFERMAZIONI

La contraddizione e la lite spingono a esagerare le affermazioni. Possiamo dunque stuzzicare l'avversario e indurlo a esagerare oltre il vero le proprie affermazioni. Una volta confutata l'esagerazione sarà come se avessimo confutato l'argomento. Per contro, dobbiamo stare attenti a non esagerare noi le nostre affermazioni.


STRATAGEMMA 24:
DALLE TESI DELL'AVVERSARIO
TRARRE CONSEGUENZE ASSURDE O PERICOLOSE

Anche a forza, e distorcendo volutamente il pensiero altrui, traiamo dalle tesi avversarie conseguenze assurde o pericolose agli occhi degli uditori. In tal modo, avremo confutato la validità delle tesi stesse.


STRATAGEMMA 25:
NON LASCIARSI INGANNARE DALLE "ISTANZE" DELL'AVVERSARIO.

Le "istanze" sono singoli casi di applicazione della verità generale. Per esempio, la proposizione: "Tutti i ruminanti sono cornuti" è invalidata dall'istanza del cammello. Se l'avversario usa appunto un'istanza per invalidare una nostra tesi generale, dobbiamo essere pronti a confutare la validità dell'istanza che potrebbe essere ingannevole, o noi dobbiamo farla ritenere tale. Infatti, talvolta gli esempi portati a obiezione semplicemente non sono veri (come nel caso di storie di spiriti) o sono stati addirittura inventati apposta; oppure le istanze non rientrano nella tesi generale se non apparentemente; oppure ancora, l'istanza non è affatto in reale contraddizione con la proposizione originaria, ma solo lo sembra.

STRATAGEMMA 26:
RITORCERE CONTRO L'AVVERSARIO LE SUE TESI

L'argomento usato da un avversario può essere usato contro di lui. Esempio: "E' un bambino, non bisogna castigarlo". Ritorsione: "Appunto perchè è un bambino, va castigato affinchè non prenda brutte abitudini".


STRATAGEMMA 27:
INCALZARE L'AVVERSARIO CHE SI ADIRA SU UN CERTO ARGOMENTO

Se di fronte a un certo argomento l'avversario si adira, allora bisogna incalzarlo senza tregua proprio da quel lato. Non solo perchè va bene per farlo montare in collera (cosa che gioca a nostro favore), ma perchè si deve supporre di aver toccato il lato debole del suo ragionamento e dunque, scavando, si può nuocergli più di quanto avessimo sospettato in partenza.


STRATAGEMMA 28:
FAR PASSARE L'AVVERSARIO PER IDIOTA AGLI OCCHI DEGLI UDITORI

Quando due persone colte disputano di fronte a persone incolte, si può usare una confutazione "ad uditores", cioè una obiezione non valida, magari in grado di mettere in ridicolo l'avversario, di cui però solo un esperto possa vedere l'inconsistenza. Mentre l'avversario può essere appunto un esperto, tali non sono gli uditori. Ai loro orecchi, l'avversario viene appunto battuto, tanto più se la nostra obiezione riesce a far ridere di lui chi sta ascoltando. A ridere la gente è sempre pronta (chi ride, è subito dalla nostra parte), e per dimostrare che la nostra obiezione è nulla, l'avversario dovrebbe inoltrarsi in una lunga discussione su cui non troverebbe facilmente ascolto.

STRATAGEMMA 29:
CAMBIARE ARGOMENTO IN CASO DI DIFFICOLTA'

Se ci si accorge di essere battuti su un argomento, allora occorre fare una diversione, affrontando qualcosa di più o meno diverso a seconda della circostanza. Ad esempio: se uno loda il fatto che nella Cina medievale le cariche pubbliche venivano assegnate per meriti e non per nobiltà, e se un altro volesse difendere i valori dell'ereditarietà nobiliare, può cominciare a parlar male della Cina evidenziando le leggi ingiuste che peraltro abbondano in quel Paese, come le severe punizioni corporali per minimi reati. Questo stratagemma è istintivo anche nelle discussioni fra popolani: quando uno avanza a un avversario dei rimproveri personali che questi non può confutare, la risposta è in genere il rinfacciamento al primo di altre sue pecche non meno gravi. Dunque l'accusato non replica alle accuse, ma trasferisce altrove il terreno di battaglia.

STRATAGEMMA 30:
RIFARSI A UN'AUTORITA' RICONOSCIUTA

Al posto di proprie motivazioni, si accampino massime e citazioni di filosofi, pensatori, autorità civili e/o spirituali. Anche se questo non convincerà l'avversario, farà presa sugli ascoltatori che, in linea di massima, hanno grande rispetto per gli esperti e i dotti in genere. E se l'avversario si ribellerà a quanto noi diciamo, sembrerà ribellarsi all'autorità di grandi pensatori del passato. All'occorrenza, le citazioni e le massime si possono anche distorcere, modificare e addirittura falsificare e inventare a nostro uso e consumo: raramente l'avversario si prenderà la briga di ricercare e controllare l'esattezza dei nostri rimandi.


STRATAGEMMA 31:
IRONIZZARE SULLE TEORIE DELL'AVVERSARIO,
RIFIUTANDOSI DI CONFUTARLE
PERCHE' COSI' CONTORTE DA RISULTARE INCOMPRENSIBILI

Qualora non si sappia opporre nulla alle ragioni esposte dall'avversario, ci si dichiari, con fine ironia, incompetenti: "Quello che lei dice supera la mia debole capacità di comprensione: non riesco a seguirla nei suoi mirabolanti ragionamenti e rinuncio a ogni giudizio". Questo stratagemma funziona solo se noi siamo tenuti in considerazione dall'uditorio, e non possa essere messa in dubbio la nostra capacità di comprensione.


STRATAGEMMA 32:
RELEGARE LA TESI AVVERSARIA
NELL'AMBITO DI SCUOLE DI PENSIERO ODIATE DALL' UDITORIO

Un modo spiccio per accantonare, o almeno rendere sospetta, un'affermazione avversaria, è quello di ricondurla a una categoria odiata dagli uditori, anche se la relazione è solo di vaga somiglianza o è tirata per i capelli: "Questo è manicheismo! questo è arianesimo! questo è misticismo! questo è ateismo!" e via dicendo. Essendo queste categorie date per già confutate a priori, la tesi avversaria non può contenere neppure una parola di vero.


STRATAGEMMA 33:
RITENERE LA TESI AVVERSARIA GIUSTA "IN TEORIA",
MA FALSA "IN PRATICA"

"Ciò sarà anche vero in teoria; in pratica però è falso". Con questo sofisma si ammettono le ragioni e tuttavia si negano le conseguenze. In realtà, così facendo, si nega anche la teoria, perchè ciò che è giusto sul piano della logica deve esserlo anche su quello della pratica, perchè se ciò non si verifica, allora c'è un errore nelle premesse teoriche, qualcosa che sfugge, o che non è stato sufficientemente calcolato.


STRATAGEMMA 34:
BATTERE LA LINGUA DOVE IL DENTE DUOLE

Se a una domanda o a un argomento l'avversario non dà una risposta diretta ma evade e cerca di andare a parare altrove, ciò è segno sicuro che abbiamo toccato un punto dolente su cui è necessario incalzare, senza mollare, anche quando non ci sia immediatamente chiaro in che cosa consistano i timori e la debolezza altrui.


STRATAGEMMA 35:
DIMOSTRARE CHE LA TESI AVVERSARIA E' NOCIVA
ALL'AVVERSARIO STESSO E/O ALLA CATEGORIA DEGLI UDITORI

Se si ha di fronte un religioso che sostiene un dogma filosofico (a noi nocivo), gli si faccia intendere che lo stesso dogma è in contrasto che la dottrina della Chiesa, e costui lo lascerà cadere come fosse un ferro rovente. In generale, si faccia credere all'avversario che la sua tesi, fosse anche giusta, renderebbe danno alla categoria di cui fa parte. Se di questa categoria fanno parte anche gli uditori, tutti troveranno deboli e miserabili gli argomenti del nostro avversario.
Per esempio, se costui loda il progresso tecnologico, gli faremo notare che i suoi allevamenti di cavalli andranno in rovina il giorno in cui delle macchine traineranno le carrozze.


STRATAGEMMA 36:
SCONCERTARE L'AVVERSARIO CON FRASI PRIVE DI SENSO
PRONUNCIATE PERO' COME SE FOSSERO SOMME VERITA'

Di fronte ad avversari consapevoli della propria debolezza, si può facilmente sconcertarli con sproloqui privi di senso propinati però con aria seria. Basterà dire una scemenza che suoni però dotta o profonda, e spacciarla come la prova più incontestabile del proprio pensiero. L'altro penserà di essere di fronte a qualcosa di così profondo da sfuggire alla sua stessa comprensione.


STRATAGEMMA 37:
CONFUTARE NON LA TESI DELL'AVVERSARIO,
MA LA PROVA O GLI ESEMPI PORTATI A SUO SOSTEGNO

Quando l'avversario, pur avendo nei fatti ragione, per nostra fortuna sceglie una cattiva prova, non avremo difficoltà a confutarla e poi spacceremo questa confutazione per la confutazione dell'intera sua tesi. Se al nostro avversario non viene in mente una prova migliore, abbiamo vinto noi.


STRATAGEMMA 38:
L'EXTREMA RATIO, L'OLTRAGGIO E LA VIOLENZA

Quando ci accorgiamo che l'avversario è superiore e finiremo per aver torto, si diventi offensivi, oltraggiosi, violenti. Si passi dall'oggetto della contesa agli attacchi alla persona stessa del nostro contendente. Questo stratagemma è molto popolare, e lo usano istintivamente coloro che non sono all'altezza di sostenere altrimenti le loro tesi. Per cui può capitare di doverlo subire: per proteggersi non c'è che un mezzo: non discutere con tutti, ma solo con chi sia alla nostra altezza. Fra cento persone, ce n'è forse una degna che si disputi con lei.


domenica 19 febbraio 2012

NUOVE DISGRAZIE


A giudicare dal numero di commenti e di reazioni, pubbliche e private, la “storia delle mie disgrazie” pubblicata qualche mese fa su questo blog ha divertito moltissimo i lettori. Si sa, infatti, che le sciagure altrui fanno sempre ridere – come dimostrano le comiche di Stanlio e Ollio o i film di Fantozzi. Proprio per questo, e dunque per poter seguitare a sghignazzare, in parecchi mi hanno pregato di continuare a raccontare le mie disavventure con gli strumenti hi-tech che, come mi pare di aver dimostrato, mi odiano e mi perseguitano. Gli unici contrari al proseguo del mio diario in pubblico sono i miei figli che, essendo invece perfettamente a loro agio con tutti gli apparecchi della più moderna tecnologia, pensano che io ci faccia la figura dell’idiota – e ovviamente hanno ragione.

Però, trovo catartico e liberatorio potermi sfogare da questa mia personalissima tribuna, e mi pare l’unico modo per sentirmi consolato dai tanti che mi dicono di trovarsi spesso nelle stesse situazioni.
Perciò, ecco gli ultimi aneddoti: sappiate che non mi sono inventato nulla. Chi non avesse letto la puntata precedente, potrebbe andare a farlo adesso. In seguito a quel racconto, in tanti si sono offerti di aiutarmi addirittura con lezioni personalizzate e interventi a domicilio. Ringrazio tutti di cuore, e approfitterò senz’altro della disponibilità di qualcuno, magari chiedendo consulti via mail.

Però, il punto è proprio questo: pare che per riuscire a usare un computer, navigare su Internet, maneggiare uno smartphone, uno debba avere delle amicizie. Bisogna raccomandarsi a quelli che possono aiutarci (perché da soli non gliela si fa), e dunque si finisce per rimanere in debito. Immagino che cosa saranno costrette a promettere le fanciulle più avvenenti in cambio di una sistematina al PC. Se uno è ammanicato con gli smanettoni giusti, amici o amici degli amici, riesce a risolvere tutto. Se uno non conosce nessuno, o non vuole infastidire il prossimo, non ne caverà le gambe. Ecco, secondo me i produttori di tecnologia dovrebbero invece consegnare nelle mani dell'acquirente (pagante, e di solito pagante profumatamente) un oggetto "friendly", facile da settare, funzionante già di per sé senza dover scaricare driver, codec e plugin misteriosi o imparare trucchi trasmessi per via orale dai già iniziati. A mio avviso siamo ancora molto lontano da questo risultato.



IL NAVIGATORE SATELLITARE (BIS)

Per Natale, un'anima buona ha pensato di regalarmi un nuovo navigatore satellitare, di marca diversa rispetto a quello precedente, che ha fatto la brutta fine descritta nell'articolo precedente. Sto sperimentando l'oggetto con cautela, circospezione e molta diffidenza. E in effetti, ecco subito una disgrazia. Per qualche oscuro motivo, l'apparecchio non riconosce nessuna via se non gli viene indicata per filo e per segno. Per esempio, se gli chiedo di portarmi in via Garibaldi dice che non sa dov'è. Se scrivo "via GIUSEPPE Garibaldi", allora sì, capisce di che cosa sto parlando. Dunque, avendo a che fare con un precisino del genere, vivo in clima di perpetuo quiz a premi: qual è il nome di Puccini? E di Leoncavallo? Giorni fa, dovevo raggiungere un indirizzo in via Pagliano a Milano. Panico: come si sarà chiamato questo Pagliano? Provo con tutti i nomi più facili: Francesco, Antonio, Paolo, Marco, Roberto, Andrea, Federico. Nulla. Provo con quelli più difficili: Ludovico, Sigismondo, Reginaldo, Agenore, Epaminonda. Niente da fare. Alla fine apro la cartina di Milano quella stampata su carta, cerco l'elenco delle vie, e lo trovo: Pagliano, Eleuterio. ELEUTERIO! Non ci sarei mai arrivato da solo. Scrivo "Via ELEUTERIO Pagliano" e il navigatore dice "sì, OK" e mi ci porta. Peraltro, ho scoperto che si tratta di un bravissimo pittore del Risorgimento, autore fra l'altro del quadro che vedete poco sopra. Adesso però dovrò vivere nel terrore di ricordarmi tutti i nomi propri dei personaggi famosi (e meno famosi) o non sarò in gradi di andare da nessuna parte. A proposito: quale sarà stato mai il nome di Zamenhof?




IL DIGITALE TERRESTRE

Milano, casa vecchia: ho un televisore (quello che si accende con sempre i sottotitoli che non si riescono a togliere) già predisposto per il digitale terrestre. Però, è praticamente impossibile che i principali canali si vedano tutti bene: almeno uno o due, se non sei o sette, si ricevono, a turno (a seconda di dove va in onda il programma preferito), tutti a scatti, segmentati, disturbati (il sonoro fa: prot, crack, grrr, burp e l'immagine si frammenta). Per ovviare all'inconveniente, ho scoperto (dopo lunghi studi) che ci sono, molto più avanti nella ricerca automatica, doppie copie degli stessi canali, su frequenze evidentemente diverse. Per esempio, Italia Uno si vede sul canale 6 e sul canale (faccio l'ipotesi più demoniaca) 666. Se il canale 6 non si prende bene, il 666 invece sì. Ma che succede? Mi trasferisco in una casa nuova. Attacco il televisore all'antenna. Faccio la ricerca automatica dei canali. Scopro che quelli doppi sono spariti. Ogni emittente la ricevo solo su una frequenza. E ovviamente la ricevo male: prot, crack, grrr, burp. Ora, il televisore è lo stesso e la distanza in linea d'aria dal vecchio appartamento sarà di un chilometro. Ho rinunciato a capire il perché dei prot e dei burp, ma vorrei tanto sapere come mai mille metri più in là spariscono i doppioni. Così, non soltanto non vedo i programmi via satellite in HD o in 3D (per i motivi già spiegati), ma è andata a finire che non vedo neppure Rai 3 e Rete 4. La cosa buffa è che con il vecchio segnale analogico si vedeva tutto bene, ora con il digitale terrestre, di cui non sentivo la mancanza e che in pratica mi è stato imposto, no.


L’ANTENNA PORTATILE

Nella casa nuova di Milano ho un’unica presa dell’antenna TV, e peraltro malfunzionante. La presa è collocata in camera da letto, mentre a me la TV servirebbe nella stanza da pranzo. Che fare? Un collega mi spiega come ha risolto lui il problema: “E’ semplicissimo: basta comprarsi una antenna portatile. La metti dove vuoi, l’accendi e l’attacchi al televisore senza bisogno di niente altro, e vedi di tutto e di più. Inoltre, queste antenne ormai costano una sciocchezza, nemmeno venti euro”. Mi pare un’idea geniale e mi fiondo nel più vicino negozio. Ce ne sono di vari prezzi. Io, per non correre rischi ed essere sicuro del risultato, compro senza esitazioni quella più costosa: quaranta euro. Torno a casa, piazzo l’antenna, l’accendo, la collego al televisore, provo a vedere il risultato. Il risultato è: niente. Che ci sia l’antenna portatile oppure no, per il televisore è lo stesso. Nessun segnale. Provo a fare un test attaccando il televisore alla presa fissa: funziona. Lo riattacco all’antenna portatile: non funziona. Porto l’antenna portatile a casa in Toscana, la provo: funziona. I televisori toscani, che non ne hanno bisogno avendo prese in ogni stanza, funzionano benissimo con il ricettore portatile. A Milano, là dove mi è indispensabile, l’aggeggio non sortisce nessun risultato, è come se non ci fosse. Si vede che il mio palazzo, pur centrale e residenziale, gode di pessima posizione rispetto alle onde del famigerato digitale terrestre. L’antenna finisce in fondo a un armadio, quaranta euro buttati via. Nessun programma da vedere, mentre il resto del mondo guarda i programmi in HD.


IL LETTORE DVD PORTATILE

Mi sono accorto di aver accumulato un bel po' di punti di una raccolta a premi. Vedo che posso avere un lettore DVD portatile e lo prendo. Penso che, così, potrò vedermi un film in treno. Una sera, su un convoglio in viaggio notturno tra Milano e Viareggio, decido di inaugurare l'oggetto appena ricevuto. Metto dentro un film e mi accorgo subito dell'inghippo. L'aggeggio funziona solo con la presa della corrente. Bisogna infilare la spina. Non va a batteria, non va a pile. Ora, dico io, ma se è un lettore PORTATILE, è chiaro che uno lo vorrà vedere durante un picnic. Se devo infilare la spina, devo essere in casa e in casa dove ho già un lettore DVD non portatile. Mi si dirà: in certi treni c'è la presa della corrente. Sì, ma non sulle caffettiere a scompartimenti come sulla linea Milano-Viareggio.

IL TOUCHPAD

Durante un viaggio in treno, il mio vicino di posto si gode un Ipad su cui legge il giornale. Non so come faccia, dato che tra Genova e La Spezia sono tutte gallerie e io non riesco neppure a telefonare a casa perché non c'è campo e cade la linea. Decido di tirar fuori il mio nuovo portatile e cercare di scrivere qualcosa. Accendo, e mi accorgo subito che il riquadro del mouse interno, quello che si comanda con le dita, è insensibile. La freccetta non si muove. E io non ho mouse esterni con me. Spengo e riaccendo dieci volte. Nulla. Giro e rigiro il portatile cercando un tasto o una levetta che magari servono a bloccare la tastiera, ma non trovo nulla che funzioni. Mi vengono i nervi, sono disperato. Poi, ho l'illuminazione. Il mio vicino di posto! Lo scuoto dalla sua serena lettura e gli chiedo se lui abbia una minima idea di come far ripartire il mio aggeggio, per quanto meno avanzato tecnologicamente del suo Ipad. L'uomo guarda perplesso il mio PC, fa anche lui delle prove, la freccina non si muove. Allora estrae dalla borsa un suo mouse esterno, lo attacca al mio portatile, la freccina si muove. Lui va nel pannello di controllo, entra nei settaggi del mouse, clicca non so che, e vediamo che il mouse digitale riprende a funzionare. Lo guardo come se fosse uno stregone, ringrazio quasi prostrandomi e gli chiedo perché mai fosse successo quel che era successo. Lui mi dice: "Eh, succede perché li sopra non c'è la mela". Da valente esperto di enigmistica qual sono, decifro così: quell'aggeggio non è un Mac. Il che mi fa sentire minus quam merdam. Però, ho speso mille euro per il portatile e la prima volta che cerco di usarlo in treno, non funziona.


FASTWEB

Tutti i giorni ho una conversazione di circa quindici minuti (sempre meno garbata ogni giorno che passa) con quelli di Fastweb. Ho mandato loro un fax (eseguendo le istruzioni che mi hanno dato) per traslocare il mio telefono e la mia connessione Internet da una casa di Milano a un'altra casa di Milano, circa un chilometro in linea d'aria. Poi, per oltre un mese, sono rimasto scollegato dal mondo. Non so se vi rendete conto di che cosa vuol dire per uno che fa il mio lavoro (e non è dunque un frate trappista) restare così a lungo senza connessione. Alla fine, dopo varie mie suppliche e telefonate, viene appurato che il trasloco è impossibile (non so perché: motivi tecnici). Devo disdettare il precedente contratto via raccomandata e quindi farne uno nuovo, che riceverò per posta e mi toccherà rispedire firmato. Quindi, buste indirizzi moduli e file alla posta. Solo dopo arriveranno (si spera) i tecnici a casa. Pronostico: quindici giorni di ulteriore attesa. Per la cronaca, si tratta di quelli che Valentino Rossi pubblicizza facendo il rumore della moto superveloce che sfreccia come un razzo: zoooommm. All'anima della velocità.


LA WEBCAM

Per postare sul “coso” su Facebook le foto del primo numero dello Zagor di Repubblica, mi sono fatto degli scatti con la webcam del Mac aziendale. Però, sono venute speculari, per cui la testata si legge "Rogaz". Ho così scoperto che il computer Apple, quello che la Bonelli ha gentilmente posto sulla mia scrivania, fa le foto alla rovescia. Il perché è un mistero, ma così è. Per fortuna, compare in redazione Diego Cajelli, superesperto di Mele: gli pongo subito il problema. E lui: "Eh sì, le webcam della Apple fanno così". Meno male, credevo di essere io a esercitare un influsso malefico sull'obiettivo. "Però si possono le immagini si possono rigirare con una facilissima funzione inserita nel programma Photo Boot", aggiunge. "Io non l'ho trovata", dico. "Adesso ti faccio vedere", dice lui. Apre il programma: cerca fra i settaggi. Intanto io gli spiego: "Sarebbe bello poter fare foto alla diritta e mostrare su Facebook una tavola appena arrivata o un albo appena uscito con l'immagine diritta". Certo, sarebbe bello, se Steve ce lo permettesse. Ma per quanti sforzi faccia, neppure Cajelli, apostolo di Jobs, trova il settaggio che raddrizza le immagini. Ci sono effetti di tutti i tipi, una immagine si può trasformare in bianco e nero, in seppia, in negativo, in pop art, si può deformare, ma non si può mettere alla diritta. Alla fine, ci rinunciamo. L'unica, è far venire un prete a benedire l'apparecchio, dice Cajelli. Per fortuna mi soccorre Roberto Banfi, il webmaster del mio blog che, confermando la mia teoria sulla tecnologia che funziona solo ricorrendo alle conoscenze e alle raccomandazioni, mi scrive: "Eccomi pronto con la soluzione. In Photo Booth, nel menù in alto, alla voce 'Composizione' clicca sull'opzione 'Capovolgi automaticamente le nuove foto'". In effetti, così funziona. Non è ben chiaro perché si debba cercare nel menù in alto e non in quello che si apre cliccando sull'icona, ma funziona. Resta il dubbio del perché le foto non vengano logicamente alla diritta fin da subito. Mah. Non so come possa essere venuto in mente a Steve Jobs di dire "installiamo una fotocamera che fa leggere le scritte al contrario". Immagino i suoi collaboratori: "Ma Maestro, perché non alla diritta?". E lui: "Così, per rompere le palle alla gente".


IL PC FISSO

Ho avuto quatto portatili nel corso della mia vita, e agli ultimi tre si sono rotti gli schermi durante il trasporto in treno. Al primo, cadendo dal letto. Poiché cambiare lo schermo costa in pratica come comprare il computer nuovo, ho rimediato con schermi esterni da collegare via cavo, il che ha reso i portatili dei fissi perché non è che uno si può portare in treno anche lo schermo. Per non parlare delle tastiere: le tastiere dei portatili (almeno le mie) si scoloriscono: le letterine scritte in bianco sbiadiscono sempre di più fino a scomparire e mi ritrovo con la tastiera tutta nera. Dicono perché ho il sudore delle dita particolarmente acido. Mah. Allora, attacco anche una tastiera esterna (che però non si scolorisce mai, segno che il mio sudore diventa acido solo quando scrivo al portatile). Fatto sta che, per evitare di rompere lo schermo e consumare la tastiera del portatile, ho deciso di installare a Milano un computer fisso. Lo compro a Viareggio, lo porto su con un viaggio in macchina, e lo tengo imballato finché non ho montato i mobili e trovato una sistemazione. Però, dato che dove abito adesso non c'è parcheggio, e dato che gasolio e autostrade sono aumentate in modo smisurato, comincio a salire a Milano in treno. Dopo un mese dall'acquisto, finalmente tolgo dall'imballo il tower e collego tutto quel che serve. Finalmente un computer che non devo portarmi dietro in valigia ad ogni viaggio! Temo molto di trovare qualche intoppo, visto il karma negativo che mi ritrovo, ma ho avuto il consiglio giusto: basta chiedere a Google. Qualunque sia il problema, su Google c'è la risposta. Mi rassicuro da solo con un training autogeno di autoconvincimento: ce la posso fare! Non succederà nulla! Accenderò il computer e tutto funzionerà. Bene. Respiro. Comincio a lavorarci e mi accorgo che dopo venti minuti di spegne da solo. Click. Mah, chissà che è successo. Riavvio. Attendo i soliti tempi biblici del caricamento di Windows, ricomincio là dove ero rimasto (salvo il testo perso per lo spegnimento improvviso) e dopo quindici minuti, click. Si spegne da solo un'altra volta! Riparto, riprovo: dieci minuti e click! Comincio a sudare freddo, sento prossimo un attacco di convulsioni, ma resisto. Forse c'è un programma che dà noia? Forse l'antivirus ha scoperto un attacco hacker? Forse l'attacco hacker è già in atto? Ho Assange nel computer? Calma, Moreno, calma: riprova e togli il collegamento Internet, togli l'antivirus, togli questo, togli quello... niente da fare! Cinque minuti e click! Computer spento. Di nuovo via: quattro minuti, click! Tre minuti, click! Due minuti, click! Un minuto, click! Ho cominciato a temere che alla fine del conto alla rovescia il tower sarebbe esploso. Invece, si arriva al punto che accendendo non arriva neppure a caricarsi, si spegne prima. Okay, è il momento di mettere in atto la soluzione che tutti mi hanno consigliato: chiedere a Google! Perfetto. Beh... ma come faccio a chiedere a Google se il computer manco si accende? Mi collego telepaticamente? Batto la testa nel muro finché la bisbetica vicina non minaccia al di là della parete di denunciarmi all'amministratore del condominio (lei che suona il pianoforte alle tre di notte) e mi risolvo nel telefonare, a casa, al tecnico che mi ha venduto l'apparecchio. Descrivo i sintomi e quello mi risponde: "Ah, sì! E' l'alimentatore! Non ci sono problemi, è in garanzia, me lo riporti che lo cambiamo gratis". C'è un solo problema: il tecnico è a Viareggio e io sono a Milano, e senza macchina. Così, mi faccio prestare da un amico (le solite raccomandazioni) un trolley abbastanza grande da poterci mettere dentro il computer fisso, che diventa portatile, e me lo scarrozzo fino alla stazione. Chissà su Google che meravigliosi consigli mi avrebbero dato, se avessi potuto andarci.