lunedì 28 novembre 2011

CHI HA INCASTRATO FRANKIE RABBIT?

Non che adesso io sia particolarmente famoso e goda di chissà quale considerazione, ma nel lontano 1990 ero proprio un signor Nessuno. Lavoravo già, è vero, sulla mia prima sceneggiatura di Zagor (il cui soggetto mi era stato approvato nell’ottobre dell’anno precedente), e avevo all’attivo una pluriennale militanza tra i fanzinarari d’assalto, ma niente di mio era apparso in edicola e, soprattutto, nemmeno una pagina mi era ancora stata pagata.

Pur essendo speranzoso per il tentativo in corso con lo Spirito con la Scure, ero tutt’altro che certo di riuscire a portare a termine l’impresa con un risultato soddisfacente e niente garantiva che dopo quel primo racconto avrei potuto scriverne altri. Però, sceneggiare fumetti era da sempre il mio sogno e a quel punto, incoraggiato dal riscontro positivo in casa Bonelli, decisi di tentare qualche altro colpo.

A uno come me, abituato a recarsi tutti i giorni in edicola e non uscire prima di aver passato ai raggi X tutti gli scaffali, non era certo sfuggita la nascita di una nuova casa editrice chiamata “Acme”, che aveva cominciato a mandare in edicola due testate horror in formato comic book, “Splatter” e “Mostri”, che non si limitavano a cavalcare l’onda del successo di Dylan Dog ma proponevano giovani autori di ottimo livello quali Stefano Andreucci, Bruno Brindisi, Roberto De Angelis, Luigi Siniscalchi e tanti altri. Perciò inviai all’indirizzo romano della redazione alcuni miei soggetti, incrociando le dita. Non passò una settimana che ricevetti una telefonata. “Sono Francesco Coniglio”, disse il mio interlocutore. Infatti, dietro l’Acme c’era proprio lui, che aveva fatto società con Guido Silvestri, in arte Silver. Non avevo mai visto Francesco di persona, ma il suo nome era una sorta di mito presso i fanzinari, dato che era stato, con Luca Raffaelli, uno degli artefici di una fanzine storica del comicdom italiano, “L’Urlo”, passata alla storia per le contestazioni che erano costate lo Yellow Kid all’Enciclopedia Mondiale del Fumetto a Lucca Comics edizione 1978 (una storia, questa, su cui potremmo un giorno ritornare). Che io conoscessi Coniglio di fama, dunque, era nell’ordine naturale delle cose. Che lui conoscesse me, invece, no. Eppure era così: Francesco disse di essere un fedele lettore di “Collezionare”, la rivista amatoriale che io dirigevo, e di essere sobbalzato nel leggere il mio nome quale autore delle proposte che gli avevo inviato, dato che apprezzava il mio lavoro ed era proprio in cerca di gente come me. Senza esitazione alcuna, mi invitò a raggiungerlo a Roma nel più breve tempo possibile.

Nel giro di pochi giorni, saltai sul treno e feci la sua conoscenza nella redazione dell’Acme. Mi trovai di fronte una persona straordinaria, sulla mia stessa lunghezza d’onda: grande appassionato di Zagor, pieno d’entusiasmo e di idee, rapidissimo nel prendere decisioni e nel mettere in campo progetti. Scoprii che non si era improvvisato editore con “Mostri” e “Splatter” ma che da tempo si occupava di fumetti erotici con la sigla EPP (naturalmente li conoscevo), curando comunque numerosissime altre iniziative editoriali. Andammo a pranzo insieme io, lui e Roberto Dal Prà, lo sceneggiatore de "L'uomo di Mosca", di Jan Karta e di Anastasia Brown, altra splendida persona, a quei tempi editor in casa Acme. Al termine della giornata, non soltanto un paio di soggetti mi erano stati approvati, ma ero stato invitato a scrivere anche sceneggiature per Cattivik. Accadde così che la mia prima storia a fumetti uscita in edicola sia apparsa su "Mostri", nel settembre 1990. Fu Coniglio, insomma, a tenermi a battesimo.

Tornai molte altre volte a Roma, incontrando personaggi incredibili come Greg (della coppia Greg & Lillo) che all’epoca lavorava come redattore della Acme e disegnava un esilarante fumetto dal titolo “I sottotitolati”. Ogni volta che vedevo Coniglio, tornavo a casa carico di cose su cui lavorare, avendo respirato l’aria effervescente di una redazione in cui si inventavano testate che erano proprio come quelle che io avrei voluto trovare in edicola: Torpedo, Cattivik, Lupo Alberto, Hard Comic Album, Animal Comic, Hey Rock, Ciacci, Zio Tibia. Alcuni progetti non arrivarono mai in porto, ma ci lavorammo. Qualche mese dopo, quando il nostro rapporto di collaborazione si fu consolidato, Francesco mi propose di trasferirmi a Roma a lavorare da lui. Lo ascoltai incredulo: si trattava di una vera e propria offerta di assunzione per fare il redattore della Acme. Fu in pratica il primo a convincersi che avevo la stoffa per essere utile in una Casa editrice. Era il lavoro che avevo sempre sognato. Chiesi quanto fosse lo stipendio. Era il normale stipendio per quel lavoro, né più né meno. Io però, a Firenze, avevo già un impiego e guadagnavo un po' meglio. Inoltre, trasferendomi a Roma avrei dovuto trovare un appartamento in affitto. Facendo due calcoli, capii che togliendo le spese per l’alloggio non mi sarebbe avanzato molto. Così rifiutai. Però sono sempre stato grato a Coniglio per quella dimostrazione di stima.

Purtroppo, troppo presto, l'Acme ha chiuso, come varie altre Case editrici fatte e disfatte dal loro inventore, in un incredibile ottovolante di successi e fallimenti. C'erano trionfi, come le 120.000 copie mensili di Lupo Alberto o le centomila dei Simpson, poi tracolli come quelli di Torpedo. Ai tempi di Macchia Nera, il marchio che sostituì quello dell'Acme, Coniglio mi chiedeva prefazioni per certe sue pubblicazioni, oppure di curarne alcune (come il volume della collana Acme Comics dedicato alle Sturmtruppen), ma anche semplici consigli (da cui nacquero, per esempio, un volume a fumetti sulla strage di San Valentino e la raccolta delle comiche di Cico & Trampy di Nolitta & Ferri). Fu lui a chiedermi di curare la Posta e le rubriche umoristiche di Cattivik, cosa che feci per lungo tempo con lo pseudonimo di Gustavo La Fogna.

Poi, però, io e Francesco abbiamo preso strade diverse, ma siamo sempre rimasti in contatto. Ho cominciato a incontrarlo a Milano, nella redazione Bonelli, dove lui capitava in visita a Sergio Bonelli, di cui era grande amico. A volte ci facevamo qualche telefonata che durava a lungo perché erano sempre tante le cose da dirci e alla fine concordavamo sul fatto di doverci sentire più spesso. Ho sempre seguito tutte le sue riviste, da “Blue” a “Scuola di Fumetto”, e ho acquistato una bella scelta di libri del suo catalogo, dei generi più diversi, sempre desideroso di comprarli tutti perché dietro a ognuno c’era, e si vedeva, un’idea geniale. A un certo punto, lui è tornato a essere il mio editore con i tre saggi scritti insieme a Graziano Romani, inseriti nella collana “Lezioni di Fumetto”.

Ricordo che quando uscì il primo, “Gallieno Ferri, una vita con Zagor”, capitò il caso di doverlo presentare un certo giorno a Godega, in provincia di Treviso, dove io sarei andato partendo in automobile da Viareggio. Per un ritardo di stampa, le copie richieste non poterono essere spedite in tempo e si prospettò l’eventualità di dover parlare in pubblico del volume senza averlo fra le mani. Non accadde, perché Francesco partì da Roma con la sua macchina e mi raggiunse in Versilia la sera prima del mio viaggio, portandomi personalmente due scatole di libri. Disse che gli faceva piacere rivedermi e cenare con me. In effetti fu una cena piacevolissima, durante la quale mi parlò delle sue riviste di musica, delle scoperte che aveva fatto rovistando nei vecchia archivi dell’RCA, dei suoi tanti progetti editoriali, uno più bello dell’altro. Io, da parte mia, gli accennai al disco di Graziano Romani dedicato a Zagor che era in fase di registrazione. Francesco parve molto interessato. Il giorno dopo, mentre ero in viaggio verso Godega, mi telefonò dicendomi: “Ho visto su YouTube tutto quello che c’era da vedere su Graziano: digli che quel disco su Zagor lo voglio pubblicare io!”. Francesco Coniglio è fatto così.

L’ultima volta che l’ho visto di persona è stato al funerale di Sergio Bonelli. L’ho abbracciato dicendogli: “Non c’è bisogno di dirci niente, vero?”. “No, niente”. Il dolore aveva ammutolito persino due chiacchieroni come noi. Sapevo delle sue difficoltà degli ultimi tempi, che sono quelle di tanti piccoli editori, ingigantite dalla bulimia di iniziative di Francesco, e sono rimasto in attesa che le cose si risolvessero come già in passato era accaduto. Negli ultimi mesi, i guai della Coniglio Editore hanno anche scatenato sulla Rete qualche polemica, come dà conto questo post di Roberto Recchioni. Non c'è nessuna polemica, però, che possa diminuire di un millimetro il chilometro di meriti di Francesco come creativo di genio.

Una intervista apparsa su Libero del 27 novembre 2011, a cura di Giampiero Mughini, fa capire che, purtroppo, la crisi ha costretto alla resa anche lui: Coniglio dice di stare per cambiare mestiere, non più editore ma editor. Cioè, consulente per altre case editrici. Se qualcuno riuscirà a imbrigliare il suo talento, mettendolo a frutto, si tratta di un capitale di conoscenze e intuizioni assolutamente da sfruttare. Nel pezzo si parla a lungo anche di Zagor, così come si approfondisce l’argomento dell’erotismo, di cui Coniglio è stato uno dei massimi editori e un sincero appassionato. Dopo aver letto la doppia pagina sul quotidiano, oggi rintracciabile anche in rete (e di cui qualcuno, come Luca Boschi e come Alessandro Bottero, ha già cominciato a discutere) mi è tornata in mente una intervista che io stesso ho fatto a Coniglio ai tempi della prima uscita di Blue, apparsa su “Exploit Comics”. La ripropongo qui sotto.



PROFONDO BLUE

INTERVISTA A FRANCESCO CONIGLIO
a cura di Moreno Burattini

(su Exploit Comics, 1992)

D) L'attuale situazione in cui versa l'editoria italiana del fumetto erotico, assai florida fino a pochi anni fa, non è delle più felici. Si parla di un grave crollo del mercato che avrebbe investito in modo particolare il settore dei pocket.

R) Sì. Si tratta comunque di un crollo che si riscontra anche nelle vendite delle riviste fotografiche, collegato senza dubbio alla messa in commercio nelle edicole delle video cassette hard. In seguito a questo nuovo fenomeno, già da tempo è iniziato una lenta discesa del venduto dei fumetti erotici formato tascabile, che andavano a gonfie vele fino a dieci/quindici anni fa.

D) E' possibile quantificare i dati della crisi? Quanto vendevano i pocket quindici anni fa, e quanto vendono adesso?

R) Quanto esattamente vendessero quindici anni fa bisognerebbe chiederlo agli editori che all'epoca operavano sul mercato, quando la Blue Press ancora non c'era. Di sicuro molto di più delle 10.000 copie che, al massimo, riusciamo a vendere adesso. Questo, almeno, è l'ordine di cifre su cui sono attestate le nostre collane tascabili, e credo che anche le altre navighino grossomodo in queste acque.


D) Meraviglia allora che la Blue Press abbia iniziato a produrre storie a fumetti erotiche in un contesto del genere.

R) Ogni casa editrice stabilisce in base ai propri costi un punto di rottura o di pareggio per le sue pubblicazioni. Editori che hanno alti costi generali hanno anche delle ripercussioni sul break-even delle singole testate, che diventa più alto. Noi che siamo piccoli e agili, con pochi dipendenti, che non dobbiamo mantenere elefantiaci sistemi di produzione, abbiamo dei break-even più bassi.

D) Sembra che responsabili della grave crisi del settore siano principalmente le videocassette hard. Film e fumetti sono però due prodotti molto diversi fra loro, sia per struttura intrinseca che per prezzi.

R) Il pubblico del fumetto erotico era in gran parte formato da utenti che ne fruivano non perché interessati in modo particolare ai disegni e alle sceneggiature, le componenti specifiche del "media" fumetto, ma solo come veicolo di facile eccitamento. Oggi è per tutti molto facile accedere alla visione di una videocassetta pornografica, che si può acquistare o noleggiare praticamente dovunque, e da un certo punto di vista il film è sicuramente preferibile potendo offrire immagini in movimento, molto dettagliate, fornite di sonoro eccetera. Una grossa fetta di pubblico, che io stimerei nell'80 per cento circa, ha pertanto abbandonato il fumetto in favore delle videocassette. E' rimasto soltanto il pubblico che ama il fumetto erotico in quanto tale: a cui piace un certo tipo di storie, che apprezza i bei disegni e così via. Si tratta di un target comunque molto limitato, non sufficiente per garantire la sopravvivenza dei tascabili, nati per una massiccia diffusione a basso prezzo.

D) Dunque la Blue Press ha optato per diversificare le proprie proposte, iniziando una ricca produzione di album.

R) E' un'operazione che da molti anni viene condotta all'estero con un certo successo e che noi abbiamo introdotto anche in Italia. Cambia il prezzo, cambia il formato, cambia la carta, cambia anche il pubblico. Cerchiamo di guadagnarci un pubblico affezionato, che ama questo tipo di edizione, che colleziona gli album. E dai primi risultati sembra che il nostro esperimento stia andando piuttosto bene. Il che mi dà speranza e rinfocola la mia voglia di fare in questo settore.

D) La prima cosa che balza agli occhi sfogliando gli album della Blue Press è la qualità dei disegni, solitamente di buon livello, a differenza degli ignobili scarabocchi che spesso altre case editrici hanno in passato propinato ai loro lettori.

R) E' chiaro che quando quello che si mette a fare l'editore di fumetti è un appassionato, cerca di produrre belle storie e bei disegni. Io sono un appassionato diventato editore, e oggi pubblico i fumetti che un tempo mi sarebbe piaciuto leggere. Quindi esigo dagli autori un prodotto dignitoso, e cerco di metterli in condizioni di fornirmelo, offrendo loro giusti compensi e giusti diritti. La soddisfazione finale, in questo settore come in tutti gli altri, è fare delle cose che piacciano soprattutto a noi stessi. Se poi piacciono anche al pubblico è un fatto imprenditorialmente pagante, e ben venga. Bisogna comunque togliersi dalla testa il credere che sia facile fare soldi facendo fumetti. Chi pensa una cosa del genere, va immediatamente rinchiuso in manicomio perché è pazzo. Ci sono mille altre cose molto più semplici e meno rischiose.

D) La Blue Press continua comunque a mantenere i piedi su due staffe: accanto agli album continua a pubblicare quattro collane di tascabili.

R) Le collane pocket non stanno andando bene. Si mantengono in precario equilibrio sul filo della rottura, che pure è basso. Continuiamo a farle uscire perché resta l'unico modo per poter far lavorare degli autori giovani che ancora non hanno la necessaria esperienza per approdare ad altre testate, nostre e anche di altri.

D) E infine c'è il fiore all'occhiello, che è Blue.

R) Esattamente. Blue pubblica i classici fumetti nel cassetto, realizzati da grandi autori ma con una forte componente di sesso o di drammaticità, per cui difficilmente troverebbero altrove la via della pubblicazione. Si può parlare di una rivista erotica perché, alla fine, la maggior parte delle storie "impubblicabili" sono proprio quelle che riguardano l'erotismo.

mercoledì 23 novembre 2011

INCONTRI RAVVICINATI

Qualche settimana fa ho ricevuto un plico da Ade Capone, lo sceneggiatore zagoriano con la maggior anzianità di servizio sulle spalle, essendo sulla breccia dal 1987 (ma già dal 1980 aveva iniziato a scrivere fumetti per Skorpio e Lanciostory). Il prossimo anno, dunque, festeggeremo i suoi venticinque anni con lo Spirito con la Scure, mentre i fratelli Cassaro stanno portando avanti una sua nuova storia dal titolo provvisorio di “Erie Canal”. Nel plico c’era una copia di un libro, con una dedica personale. Si tratta di “Contatto – Incontri ravvicinati con altri mondi” (Piemme), un saggio scritto dallo stesso Ade sulla scorta della sua esperienza ormai pluriennale come autore televisivo, quale colonna di programmi come “Il bivio” prima e “Mistero” dopo. I libri sono sempre regali graditissimi, ma questo lo avrei sicuramente comprato anche se non lo avessi ricevuto in dono. Non soltanto per il nome dell’autore e perché con lui ne avevamo parlato prima che uscisse, ma perché l’argomento è di quelli che mi intrigano.

Non si tratta semplicemente di UFO (un tema che comunque meriterebbe un approfondimento, e che già abbiamo sfiorato parlando di cerchi nel grano), ma di abductions. Ovvero, di rapimenti di esseri umani da parte di (pare) creature aliene. Quelli che si definiscono incontri ravvicinati del quarto tipo. Il primo tipo è l’avvistamento di un oggetto volante non identificato. Il secondo, l’evidenza fisica dell’atterraggio o del transito di un velivolo extraterrestre. Il terzo, l’incontro con uno o più alieni. Il quarto, il trasporto da parte dei medesimi di un soggetto all’interno di una loro base o di una loro astronave.

Ora, mi è già capitato in più occasioni di spiegare qual è il mio atteggiamento di fronte a casi che sfiorano i confini della realtà o, a volte, decisamente li superano. Non è che sono scettico o incredulo per partito preso: pongo delle domande e valuto le ragioni di chi cerca di rispondermi, disposto a dirmi possibilista o ragionevolmente persuaso qualora si tratti di argomentazioni convincenti. Il più delle volte, per non dire quasi sempre, i fenomeni paranormali e la magia, così come i miracoli o i misteri legati all’occulto e al trascendente, ma anche la dietrologia e il complottismo, l’astrologia e le medicine alternative, le pratiche pseudoreligiose e lo spiritismo non riescono scuotermi dalla mia perplessità che anzi, domanda dopo domanda, aumenta più che mai per mancanza di risposte fondate su qualcosa di sensato.

La possibilità che esistano civiltà al di fuori del Sistema Solare, tuttavia, non è un dogma di fede o una credenza magica. E’ realmente un’opzione più che plausibile, data la vastità dell’universo e l’incredibile numero di stelle e sistemi planetari. Fior di scienziati ne discutono da anni. Uno di essi, l’astronomo Carl Sagan è stato tra i più attivi fautori della nascita del SETI, vale a dire un programma scientifico di ricerca sistematica non della vita, ma dell’intelligenza extraterrestre (Search for Extra Terrestrial Intelligence), finanziato anche dalla NASA. Isaac Asimov ha dedicato all’argomento uno dei suoi saggi più interessanti, “Civiltà extraterrestri”, giungendo a conclusioni che mi hanno perfettamente convinto e di cui vi dirò più avanti. Questo, per differenziare l’argomento delle possibili forme di vita nello spazio da quelli delle sedute spiritiche, le madonnine che lacrimano sangue, gli oroscopi e le quartine di Nostradamus. Purtroppo, il principale ostacolo a un corretto dibattito sugli alieni sono gli ufologi, che raramente sono scienziati e spesso sembrano adepti di una setta (ce n’è anche uno con le stigmate, Giorgio Bongiovanni).

Quando mi è capitato di vedere qualche filmato o qualche fotografia di dischi volanti esibita da sedicenti esperti di UFO, sono rimasto sempre perplesso. Di solito, non si vede niente, se non macchie indistinte che potrebbero essere qualunque cosa. Nei filmati, spesso si vedono delle luci nel cielo. L’ufologo di turno, che da bambino deve aver visto troppi cartoni animati di Actarus, dice: “E’ un’astronave della flotta di Vega”. Io dico: è una luce nel cielo, un punto luminoso. Prima di dire che sono degli alieni, sarà meglio verificare che non possano essere realtà più terrene, a partire da scherzi, fotomontaggi più o meno abili, abbagli, fischi per fiaschi. In certe foto si scambiano per UFO delle cavallette che hanno avuto la ventura di saltare davanti all’obiettivo al momento dello scatto. Si sono viste anche persone convinte che stia per iniziare la guerra dei mondi dopo essere sbigottite di fronte al pianeta Giove nei momento del suo massimo splendore (è una bella palla di luce nel cielo notturno). Personalmente, sono ancora basito al ricordo del filmato di una presunta autopsia di un alieno che si diceva essere stato sottratto da una base segreta americana: mi misi a guardarlo credendo di vedere chissà che, ed era con tutta evidenza un video amatoriale fatto da un burlone con un pupazzo costruito da qualcuno che credeva di essere Carlo Rambaldi. Ecco, vorrei dire agli ufologi della domenica: l’argomento è serio, cercate di esserlo anche voi. Forse gli extraterrestri esistono davvero, ma si finisce per parlarne negli stessi ambiti in cui si racconta di apparizioni di fantasmi, guarigioni miracolose, profezie dei Maya, esorcismi e malocchi.

L’argomento, dicevo, è serio perché è molto probabile che forme di vita aliena esistano veramente (forse siamo noi stessi una forma di vita aliena piovuta dallo spazio insieme all’acqua delle comete o agli aminoacidi dei meteoriti), e c’è anche qualche esile probabilità che prima o poi avvenga un contatto. Per questo non mi fanno paura gli spettri (che non esistono), ma talvolta mi angoscia la prospettiva che il SETI o qualche altro gruppo davvero scopra una civiltà extraterrestre. Secondo me, se ciò accadesse, sarebbero più i rischi che le opportunità.

Il libro di Ade Capone, in qualche pagina, sostiene la stessa tesi. Leggendo le interviste a dieci “rapiti” dagli alieni, e le altre testimonianze contenute nel saggio, si ricava l’impressione che i “grigi”, o gli altri tipi extraterrestri responsabili delle abductions non siano animati dalle migliori intenzioni. Tuttavia, i racconti dei testimoni riportati in “Contatto” tutto sono, purtroppo, fuorché convincenti.

Ahimè, una di loro, Giovanna, una volta è anche andata in TV a far vedere le foto di un feto che lei sosteneva essere figlio suo e di un alieno, dato che, a suo dire, lei sarebbe stata più volte fecondata nel corso di esperimenti di ibridazione: secondo me, quello era un coniglio spellato o, nella peggiore delle ipotesi, un gatto. Ma, soprattutto, se fossi stato in Giovanna e avessi voluto convincere qualcuno della veridicità del mio racconto, invece di limitarmi a far le foto alla carcassa scuoiata l’avrei portata in un ospedale per farla esaminare. Cosa che, evidentemente, non è stata fatta.
Assai più interessante è invece tutta la seconda parte del saggio di Capone. Quella cioè, dove si intervistano non dei testimoni la cui buona fede non è corroborata da documenti credibili (anche chi ha le allucinazioni per febbre alta o schizofrenia è in buona fede raccontando ciò che crede di aver visto), ma si cerca di trarre dalle testimonianze una serie di punti fermi e teorie complessive della fenomenologia dell’adduzione. Del resto anche Carl Gustav Jung si occupò degli avvistamenti di UFO, traendo dalla casistica una sua teoria psicanalitica. Con l’aiuto di esperti un po’ più attendibili dei presunti addotti, Ade ci consegna un quadro affascinante e suggestivo del fenomeno, pur senza spiegarlo o arrivare a risposte certe alle tante domande che sorgono durante la lettura.

Assai più risposte vengono fornite invece in un altro libro a un’altra domanda più o meno sullo stesso tema. La domanda è quella del cosiddetto “paradosso Fermi”, e cioè: se l’universo brulica di vita, dove sono tutti quanti? Fu questo, infatti, il quesito che Enrico Fermi pose ai suoi colleghi di Los Alamos durante un pranzo di lavoro nell’estate del 1950. E nel 2002, Stephen Webb ha scritto un brillante saggio intitolato proprio così: “If the Universe is teeming with aliens, where is everybody?”. Il libro è stato pubblicato in Italia nel 2004 da Alpha Test e di recente inserito nella collana “I saggi di Focus”. Il punto di partenza del “Fermi’s paradox” è che tutte le evidenze sembrano dirci che ci siano nell’universo migliaia (se non milioni) di pianeti su cui sia possibile la vita e che questa, pertanto, dovrebbe essersi sviluppata, con estrema probabilità, in molti di essi. Dunque, perché non ne scorgiamo la minima traccia? Dove si nascondono gli alieni?

Webb fornisce non una, ma cinquanta possibili risposte, tutte perfettamente argomentate con i pro e i contro. Le spiegazioni si dividono in tre gruppi. Il primo, risolve il paradosso ipotizzando che in realtà non sussista, perché il contatto è già avvenuto anche se non è di dominio pubblico. Il secondo, parte dal presupposto che gli alieni esistano ma che sia impossibile comunicare con loro. Il terzo gruppo, contiene tutte le teorie che descrivono la vita come un evento molto raro, se non unico, e comunque tendente a estinguersi con grande velocità a causa dei fattori più diversi, compresi i lampi di raggi gamma che sterilizzano intere galassie (e potrebbero verificarsi in ogni momento anche nella nostra). Insomma, gli alieni o sono già qui, o esistono ma non possiamo contattarli, o non esistono. La teoria finale di Webb è che non esistono: la vita potrebbe essere una singolarità irripetibile. Isaac Asimov la pensava diversamente: secondo lui gli extraterrestri esistono, ma le distanze interstellari sono impossibili da superare anche per loro, come per noi, e dunque siamo destinati non incontrarci. Personalmente, preferirei che non ci trovassero. Non si sa mai.

lunedì 21 novembre 2011

C’E’ POSTO PER TE

Niente di ciò che vediamo è davvero come ci appare. Voi forse credete di avere davanti una parete di mattoni, ma se poteste davvero guardare le cose per come sono vedreste grandi spazi vuoti in cui, a grandi distanze le une dalle altre, si muovono particelle subatomiche. In particolare, fra la nuvola indefinita degli elettroni e il nucleo in cui sono concentrati protoni e neutroni (a loro volta formati da puntini infinitesimali di materia o di stringhe di energia che vibrano) ci sono lontananze planetarie. Ovviamente, in scala. L’infinita varietà del creato, a ben guardare, è tutt’altro che varia: si tratta di poche particelle create dal big bang che poi le interazioni elementari e successivamente le fucine stellari hanno addensato in qualche decina di tipi diversi di atomi. Un po’ come i colori fondamentali mescolati dal pittore sulla tavolozza prima di venire disposti sulla tela. Ma l’universo è sostanzialmente vuoto.

Eppure, uno dei problemi principali dei lettori di fumetti è dove diavolo mettere gli albi e i cartonati via via che si accumulano. Inutile convincersi che il vuoto di cui è in massima parte costituita la carta possa permettere la compenetrazione dei volumi. Purtroppo, a livello macroscopico bisogna fare i conti con le tensioni superficiali e con le banali leggi della fisica newtoniana. E così, ecco stuoli di collezionisti disperati alla notizia dei ripetuti proseguimenti di collane come Alan Ford Story o del Tex Collezione Storica. Più disperate ancora le loro mogli e fidanzate, che si vedono insidiare lo spazio per i loro soprammobili. Un problema, quello delle mogli e delle fidanzate, di cui abbiamo già parlato.

Ovviamente, i guai creati dal progressivo aumento di massa e di peso delle collezioni cartacee sono fonte di gioia per i fautori della digitalizzazione della lettura: costoro, sbeffeggiano gli accumulatori di carta stampata agitando i loro ridicoli reader dove conservano le copie digitali di migliaia di fumetti nello spazio di un telefonino. Da inguaribile maniaco della carta, sogno di prendermi la rivincita quando i lettori e-comics ed e-book lasceranno tutte le loro collezioni sul sedile di un treno o si accorgeranno che, per incompatibilità di formato, tutti i fumetti che leggevano con il sistema operativo Pinco non sono più leggibili ora che sono passati a quello Pallino. Ancora di più godrò quando, durante una gita in una baita di montagna, a qualcuno si scaricheranno le batterie del tablet e si accorgerà di aver lasciato a casa il caricatore. Al che mi se ho un giornalino da leggere e io risponderò, con tono sadico, “no”. Ma non importa aspettare troppe rivalse: personalmente, mi gongolo di soddisfazione tutte le volte che mi miro e mi rimiro le mie scaffalature piene di libri, volumi, albi e fascicoli, perfettamente disposti per serie, per argomento, per tipologia, per colore delle costoline. Non c’è nessuna comodità da digitalizzazione che possa ripagare la soddisfazione di vedere delle librerie colme di carta.

Stante questa sacrosanta verità, resta da capire come accidenti fare quando le librerie sono fin troppo colme e non c’è più spazio per infilare tra un volume e l’altro neppure una cartolina. Nella mia pluridecennale esperienza di stivaggio (arte in cui mi considero ormai un genio – riconosciuto peraltro da tutto il parentado), la prima cosa che mio viene da dire è questa: non è vero. Segnatevi questa verità fondamentale: quando le apparenze vi fanno credere che lo spazio sia esaurito, le apparenze ingannano. Si tratta soltanto di disporre meglio gli albi. Magari invece che in un’unica fila orizzontale si possono fare tante pile verticali, una affiancata all’altra. C’è sempre dello spazio in più, se ci si pensa bene e si studia il problema con attenzione.

Ma procediamo con ordine. Innanzitutto, regola numero uno: mai rinunciare all’acquisto di un libro o di un fumetto “perché in casa non c’è più posto”. Si deve sempre partire dal presupposto che il posto c’è. Se non c’è, si trova. Per esempio, si compra una casa nuova. Sembra una battuta ma è un’affermazione seria. Se in una famiglia i figli crescono di numero e in età, non si pensa forse a un trasloco in una dimora più larga e accogliente? Non c’è niente di scandaloso nel fatto che un collezionista possa scegliere un appartamento con una stanza in più pensando a un luogo dove conservare le sue collezioni. Chi ha la moto non si compra forse una casa con un garage o uno scantinato? Chi ha il pollice verde non la sceglie con un giardino o con una ampia terrazza? Bene, chi legge fumetti si fa mettere in progetto un salottino da lettura.

Se proprio una casa nuova è fuori discussione, restano comunque delle alternative. Il garage e la soffitta, per esempio. Che ci fanno tutte quelle cianfrusaglie inutili in solaio? Fuori! Una bella scaffalatura e il sottotetto diventa una biblioteca. E la casa dei genitori, dove la mettiamo? Quando qualcuno si sposa o va a vivere da solo, di solito lascia libera la propria cameretta. Quella ci appartiene di diritto. E’ nostra. Ci siamo cresciuti. E adesso la riempiamo con i nostri albi. Le mamme non possono che essere contente. I figli tornano a salutarle con frequenza settimanale o bisettimanale. Le salutano di passaggio, ovviamente, andando a posare o riprendere i loro fumetti, ma intanto le salutano. Esiste anche la possibilità di prendere in affitto una piccola stanza da un vicino, o un monolocale. Ricordo che, in gioventù, io e i miei amici del Club del Collezionista avevamo presto in affitto una mansarda. Pagavamo la pigione in sei, c’erano sei chiavi, e tutti avevamo portato degli armadi e degli scaffali dove depositare ciascuno la nostra roba. Avevamo portato anche un letto e c’era chi ci depositava la fidanzata, ma questo è un altro discorso.

Ma facciamo l’ipotesi peggiore: c’è soltanto una casa. La prima cosa da fare è razionalizzare lo spazio. Il motivo per cui di solito si dice che non c’è più posto è che si sono riempiti tutti gli scaffali della libreria del salotto o dello studio. Al che, la prima considerazione da fare è la seguente: quanta parete libera si vede, in giro per la casa?
C’è da scommettere che l’arredamento della prima ora abbia lasciato muri bianchi grandi come schermi cinematografici, con al centro magari un paio di quadretti di pessimo gusto comprati durante le vacanze a Maiorca perché li faceva un artista di strada. La regola numero due è: non ci devono essere pareti libere. Dove c’è una parete libera, ci si mette davanti una libreria. Tanto i muri bianchi ingialliscono, i bambini li scarabocchiano, ci vengono spiaccicate le zanzare, ci vanno gli schizzi di olio e di vino, ci fanno la cacca le mosche. Una bella libreria invece arreda in modo leggiadro e isola anche acusticamente e termicamente.

Mogli e concubine tenteranno in tutti i modi di riempire gli scaffali di soprammobili. Deve essere loro impedito a costo di ricorrere allo scudiscio. Regola numero tre: i soprammobili sono vietati. Che poi non è il soprammobile in sé che dà noia, è il fatto che si pretenda che attorno al soprammobile ci sia il vuoto. Date una bomboniera a una donna e quella la piazzerà nel centro geografico di un ripiano di due metri per trenta pretendendo che non vi si accosti nient’altro. Un punto di incontro fra le sacrosante richieste del collezionista e le ridicole pretese della sua compagna è quello di tollerare (a dimostrazione del nostro affetto e della nostra ragionevolezza) che dei piccoli soprammobili vengano messi sui ripiani davanti alle costoline dei libri, nel breve spazio che rimane tra la fila dei volumi e il bordo dell’asse.

Ma il punto fondamentale che distingue il collezionista di genio dal dilettante allo sbaraglio è la misura dello spazio vuoto tra un ripiano e l’altro. Gli sciocchi di solito comprano una libreria così com’è: ammettiamo che la vendano con tre ripiani distanti fra loro trenta centimetri (che creano quattro diversi spazi). Ergo, se io dentro ci metto una fila di fumetti alti venti centimetri, avanzano dieci centimetri. Moltiplicati per quattro spazi, sono quaranta centimetri! In pratica, nello stesso scaffale ci starebbero altre due file degli stessi fumetti. Basterebbe mettere due ripiani in più, calcolati sulla base delle altezze degli albi. E vogliamo parlare di quanto spazio libero c’è fra la fine della libreria e il soffitto? Di solito, almeno un metro! Quanta carta stampata ci potrebbe stare in quel vuoto assurdo! Perciò, regola numero quattro: farsi fare delle librerie su misura, che occupino tutto lo spazio sfruttabile, con i ripiani calcolati alla giusta distanza fra loro sulla base del materiale collezionato.

Ma non è finita. Ammettiamo che delle scaffalature perfette riempiano lo spazio domestico in modo impeccabile. Volete raddoppiare la disponibilità con uno schioccar delle dita? Basterà accertarsi che la larghezza degli scaffali consenta di poter mettere gli albi in doppia fila. Perciò, niente Billy per i fumetti Bonelli! Ci sta una fila sola. Bisogna comprare modelli più larghi, capaci di ospitare una fila davanti e una fila dietro. In certi casi le file possono perfino essere tre. Il mio sogno, quello di cui parlo sempre con la persona amata quando ci sdraiamo insieme sull’erba del prato a guardare le stelle, è non solo di avere una sola grande stanza in un’unica casa in cui conservare tutti i miei libri e i miei fumetti divisi in almeno quattro case diverse, ma (ed ecco la vera libidine) con tutte le costoline disposte in singola fila. E’, naturalmente, un sogno irrealizzabile. Appunto per questo, in mancanza di meglio, vada per la doppia fila.

venerdì 18 novembre 2011

L’ANNO DELL’APOCALISSE

Sono ragionevolmente sicuro che nel prossimo 2012 non ci siamo più probabilità di essere colpiti da un asteroide gigantesco di quante non ce ne siano state nel 2011 e di quante non ce ne saranno nel 2013. E’ anche abbastanza probabile che non si verificherà in tempi brevi alcuno scivolamento della crosta terrestre e nessun bombardamento di raggi cosmici, o di altri eventi del genere in grado di distruggere la vita sulla Terra o sterminare la razza umana. Sono piuttosto certo del fatto che se anche prima o poi qualcosa di simile accadrà, i Maya non avrebbero potuto prevederlo stabilendo con esattezza l’anno, il mese, il giorno e magari anche l’ora sul meridiano di Greenwich.

In ogni caso, i Maya sembrano aver indicato il 21 dicembre 2012 come il giorno fatale: questo vuol dire che, anche nella peggiore delle ipotesi, tutti i numeri di Zagor del prossimo anno sono destinati a uscire comunque, fine del mondo o non fine del mondo. Il dubbio si pone soltanto per l’albo del gennaio 2013, perciò farò in modo che la storia in corso finisca proprio in dicembre, così che nessuno resti con il racconto a metà e me lo rinfacci mentre saremo in attesa del Giudizio Universale. La programmazione zagoriana del prossimo anno è già pronta e, come di consueto, mi accingo a dare qualche anticipazione. Valgono tutte le annotazioni metodologiche di dodici mesi fa, a partire dall’invito a non proseguire nella lettura se non volete sapere niente, ma proprio niente, di ciò che accadrà (anche se sarò parco di notizie e non rivelerò nulla che tolga il gusto della lettura).

Come già lo scorso anno preferisco non rivelare i titoli, se non i primi due: a gennaio avremo “Notte senza fine” e a febbraio “Rotta verso Panama”. Il titolo di febbraio fa subito capire che l’evento più importante del 2012 zagoriano sarà l’inizio della trasferta in Sud America. Questa trasferta, a cui Sergio Bonelli in persona aveva dato l’assenso dopo la chiusura di Mister No (prima, riteneva lo “spazio” già occupato), rientra in una tradizione inaugurata da Nolitta con la storia della “Strega Rossa”, quella in pratica del “Mostro della laguna”, la prima avventura fuori da Darkwood e addirittura per mare, prologo di un viaggio dipanatosi in un ciclo di racconti collegati fra di loro. Successivamente c’era stata l’ancora più lunga “Odissea Americana”, che aveva portato Zagor nei Caraibi, in Messico e quindi in Texas e in Louisiana prima di far ritorno alla capanna nella palude dopo molti mesi di viaggio. Le successive trasferte avevano soltanto inteso proseguire sulla falsariga dell’esempio nolittiano, movimentando la serie, di tanto in tanto, con escursioni al di fuori degli scenari darkwoodiani. Così ci sono stati viaggi, raccontati dal sottoscritto e (soprattutto) da Mauro Boselli, in Alaska e nel Sud Ovest, poi in Africa, Groenlandia, Islanda, Scozia. Adesso la meta è il Sud America, una terra ricca di suggestioni, di storia, di misteri. Però, tutti i maxi, gli speciali, i volumi giganti, gli almanacchi che usciranno nel corso della trasferta continueranno a essere ambientati a Darkwood: così, non si dovrebbe scontentare nessuno.

A febbraio, dunque, Zagor e Cico lasciano gli Stati Uniti dal porto di New Orleans, diretti verso l’istmo di Panama. Il motivo che li muove dovreste già averlo scoperto se siete lettori abituali dello Spirito con la Scure, in ogni caso non lo riassumo. La prima avventura del viaggio sarà raccontata da Jacopo Rauch e dai fratelli Di Vitto, alla loro esordio sulla serie regolare dopo il maxi “La banda aerea”. Il racconto paleserà subito una delle caratteristiche della “miniserie” sudamericana: la documentazione storica, geografica e antropologica. E’ come se, uscendo da Darkwood, regno della fantasia, Zagor si confrontasse con la realtà dei suoi tempi (anche se non mancheranno excursus fantastici e orrorifici: saranno però in linea con le tradizioni magiche delle terre che andrà visitando). Un’altra caratteristica che si potrà già notare fin dalla prima storia è la serrata continuity della narrazione, messa in evidenza anche dal fatto che il passaggio di testimone fra un racconto e l’altro avverrà quasi sempre a metà albo, come ai vecchi tempi.

Dopo l’avventura a Panama, saremo io e Giuseppe Prisco a prendere in consegna Zagor e Cico e condirli fino in Perù, con una storia provvisoriamente intitolata “Il mistero della cordigliera”. Prisco, da me giudicato bravissimo fin dal suo esordio, a mio parere si è superato nel portare a termine questo suo terzo lavoro. E pensare che era titubante al pensiero di doversi confrontare con costumi, scenari, tipi somatici tutti da ricavare da foto e illustrazioni senza l’appoggio di storie classiche di Ferri o Donatelli a cui far riferimento.

A seguire, sarà proprio Gallieno Ferri a tornare sulla scena con una storia amazzonica scritta per lui da Luigi Mignacco. Perché questa accoppiata? Perché ho pensato di chiedere a Luigi un omaggio a Mister No, il personaggio che lui ha scritto per tanti anni, e di cui Ferri ha illustrato 115 copertine, oltre che il primo episodio. In che modo i due autori hanno fatto incontrare Zagor con il pilota di Manaus? Lo scoprirete solo leggendo.

Per finire, dato l’Amazzonia prende il nome dalle Amazzoni, qual è il disegnatore zagoriano più adatto a disegnare delle donne guerriere? Naturalmente Mauro Laurenti. E’ proprio a Mauro che ho affidato una mia sceneggiatura in cui lo Spirito con la Scure si imbatte nelle leggendarie figure femminili viste dai conquistador sulle rive del Rio da allora in poi definito “delle Amazzoni”. E qui finisce l’anno. Se ci sarà un seguito, lo vedremo. Ma intanto, almeno qualche bella ragazza Laurenti si è divertito a disegnarla.

Che dire invece degli albi extra serie regolare? Dei due maxi lasciatemi anticipare qualcosa soltanto sul primo, “Il mistero dell’isola”, della coppia Burattini/Chiarolla. Circa la trama, potrei cavarmela dicendo che lo spunto mi è venuto sentendo parlare della serie televisiva “Lost” (di cui però io non ho mai visto neppure una puntata, così che ho evitato il rischio di plagio). Ad aprile ci sarà uno Speciale scritto anche quest’anno da Mirko Perniola: visti i lusinghieri giudizi che gli sono stati tributati per lo Speciale precedente, mi attendo un buon gradimento anche per questa sua nuova prova, dato che anche in questo caso ci troveremo di fronte a un dramma umano e a un personaggio problematico com’era la Molly Grow de “La danza degli spiriti”.

A maggio, ecco il secondo Zagorone: se il primo Albo Gigante era caratterizzato da un omaggio al versante fantastico della saga zagoriana (di cui il fantasy fa parte a pieno titolo), oltre che alla figura di chi racconta storie e crea universi narrativi con la propria penna, dando vita a mostri ed eroi (e di questa schiera è stato un formidabile rappresentante Guido Nolitta), il secondo presenterà una storia priva di eventi magici, del tutto realistica, ma sconvolgente quanto a tematiche affrontate. Ciò che accade nelle prime tavole sarà a dir poco sconvolgente e tutto il resto del racconto ne sarà poi la conseguenza. A illustrare i miei testi, il sempre più bravo Marco Verni. Ma quanto a bravura, nel corso del 2012 sarà difficile battere Massimo Pesce, ispirato autore (con Jacopo Rauch) del racconto che troverete a settembre nell’Almanacco dell’Avventura. Si ritiene (secondo me, a torto) che le storie dell’Almanacco, forse perché brevi, siano più scadenti rispetto a tutte le altre. Ecco: quest’anno qualcuno potrebbe ritenere di non esserne più tanto convinto. Ne riparleremo.



martedì 15 novembre 2011

IL VEDOVO ALLEGRO

In tutte le mie biografie sparse in giro per la Rete o stampate su carta si legge che, oltre a potermi definire “scrittore” o “sceneggiatore di fumetti”, sono anche “autore teatrale”. Il che è vero, avendo scritto due commedie e alcuni monologhi registrati alla SIAE, più numerose altre cosette che non ho ritenuto di voler tutelare. Questa mia produzione per il palcoscenico risale ormai a diversi anni fa, dato che praticamente ho smesso di occuparmi di teatro poco dopo aver cominciato a lavorare a tempo pieno per i fumetti.

C’è chi lo ritiene un peccato, visto che quando una compagnia mette in scena uno dei miei testi, subito mi chiede se ne ho altri o se sono interessato a scrivere per loro. Al che io spiego che sono spiacente, ma proprio non ho il tempo. Tuttavia continuo a prendere appunti per una terza commedia che forse butterò giù quando andrò in pensione (e dunque, visto l’andazzo, fra una ventina d’anni). Ho già scelto il titolo: “Fresche frasche”. Ambientazione: Firenze, 1912. Anche la più rappresentata fra le mie commedie, “Il vedovo allegro” è ambientata a Firenze, ma nel 1920. Non posso davvero lamentarmi, quanto a rappresentazioni. Dal 1985, anno in cui l’ho scritta, è sempre stata ininterrottamente in scena, da qualche parte, fino a oggi. Per “ininterrottamente” intendo che c’è stato almeno un allestimento tutti gli anni. Non posso fare previsioni per il futuro, però una compagnia di Prato sta di nuovo per debuttare con il mio titolo nei prossimi giorni.

Ogni tre mesi, la SIAE mi fa arrivare un resoconto dei diritti d’autore: non saranno grandi cifre, ma sempre meglio di un calcio nei denti (diciamo fra i 50 e i 100 euro sugli incassi dichiarati per ogni spettacolo). Ovviamente non so nulla delle recite fatte senza denuncia, che sospetto essere altrettanto numerose di quelle regolari. Considerando che io ho fatto la fatica di scrivere il testo venticinque anni fa e da allora il mulino continua a macinare senza spinta, mi pare una gran bella cosa. Mi chiedo che razza di incassi facciano gli eredi di Pirandello o di Eduardo, che hanno decine di opere teatrali messe in scena contemporaneamente, opere che probabilmente riempiono teatri ben più grandi di quelli dove vengo rappresentato io. Non è del tutto vero che il mulino de “Il vedovo allegro” non ha bisogno di nessuna spinta: in realtà, di tanto in tanto spedisco qualche copione per posta o via mail all’indirizzo di compagnie teatrali che scopro su Internet o che mi vengono segnalate da amici e conoscenti. Se avessi un agente che mi rappresenta magari potrei fare di più, ma non ho la minima idea di come fare a procurarmene uno. Se ce ne fossero in ascolto, sarà meglio che spieghi però come stanno le cose.

Cominciamo dal principio. Sono sempre stato attratto dalle commedie tanto quanto non ho mai sopportato il teatro drammatico. Per me (per i miei gusti, intendo), il palcoscenico corrisponde al mascherone che ride, non quello (di solito affiancato) con la bocca all’ingiù. L’attore che piange o muore sulla scena non è credibile: mi commuovo leggendo un libro, vedendo un film, ascoltando una canzone, ma se vado a teatro a veder tragedie, mi addormento. Invece, di fronte a un attore brillante e a una commedia scoppiettante di invenzioni, di battute, di colpi di scena, di equivoci, mi diverto e mi raggomitolo dalle risate. Credo che il talento di saper divertire sia qualcosa di grande, che rende il mondo un posto più felice e più bello da abitare. Del resto, siamo al mondo per ridere: all’inferno e in purgatorio c’è poco da stare allegri, e ridere in Paradiso non sarebbe buona educazione.

Dunque, sono sempre stato un frequentatore di quei teatrini parrocchiali o di provincia dove compagnie di attori improvvisati (a volte però anche molto bravi) mettevano in scena delle commedie in vernacolo, o dei teatri fiorentino dove mostri sacri della comicità toscana come Ghigo Masino o Giovanni Nannini riempivano le sale per mesi e mesi con i loro titoli. Non so se avete mai visto Ghigo Masino, alias Arrigo Masi, al teatro dell’Affrico, proprio nei pressi dello stadio di Firenze. Era una forza della natura. Bastava guardarlo per mettersi a ridere e non c’era una rappresentazione uguale all’altra perché improvvisava di continuo mettendo a volte anche nei guai la sua stessa compagnia, costretta a seguirlo in impreviste variazioni del copione. Immagino che a Genova accadesse lo stesso con Gilberto Govi. Ogni città ha avuto i suoi protagonisti della ribalta. La mia passione per il teatro vernacolare (nobilitato peraltro da titoli noti anche fuori della Toscana, come “L’acqua cheta”) mi portava anche a cercare di non perdermi le operette date in TV, o le antologie dell’avanspettacolo. Però non disdegnavo di girare per i teatri dove andava in scena Mariveaux o Feydeau, o si rappresentava la "Mandragora" di Machiavelli piuttosto che “Rumori fuori scena” di Frayn.

Quando seppi, più o meno all’età di diciotto anni, che una compagnia amatoriale di Campi Bisenzio cercava un “attor giovane”, mi presentai baldanzoso al regista e fui immediatamente ingaggiato. Cominciò un periodo di gran divertimento, perché mettevamo continuamente in scena nuove commedie, alcune attinte dal repertorio della tradizione, come “Le forche caudine” o “Il gatto in cantina”, altre scritte dal regista stesso, che aveva un notevole talento comico. Ho persino cantato in una operetta, “Giocondo Zappaterra”, dove interpretavo la parte del contadino Tonghe. Credo che la facilità con cui ancora oggi parlo in pubblico con il microfono in mano (non soltanto in ambito fumettistico, ma per esempio anche facendo lo speaker in manifestazioni di piazza) derivi da quell’esperienza.

A un certo punto, però, mi venne voglia di cimentarmi come autore. Le idee comiche non mi mancavano, si trattava soltanto di imbrigliarle e disciplinarle in una trama. Vista la compagnia da cui provenivo, però, mi parve inevitabile pensare a un testo in vernacolo fiorentino che si inserisse in quel tipo di tradizione che conoscevo così bene. Intitolai la mia commedia "Il vedovo allegro", senza sapere che già esisteva un film con quel titolo risalente agli anni Cinquanta. Per qualche tempo ebbi anche la segreta speranza che il mio copione potesse venire messo in scena proprio dal regista per cui recitavo. Non fu possibile: i programmi erano diversi e io ero un autore alla prima esperienza. Tanta però era la mia voglia di veder rappresentato “Il vedovo allegro” che decisi di mettermi in proprio e creare una compagnia amatoriale tutta mia. Convinsi un gruppo di amici (di varie età ma tutti più anziani di me: padri e madri di famiglia che frequentavano un circolo dove anch’io bazzicavo) a imbarcarsi nell’impresa e nacque la Compagnia del Teatro Poco Stabile dei Colli Alti di Signa, che aveva nello strepitoso Mario Baldinotti il suo mattatore. Nel giro di alcuni mesi, mettemmo in scena la mia commedia, che fu rappresentata per la prima volta, con la mia regia, nel febbraio del 1986. Fu un successo: andammo avanti con le repliche fino all’estate, girando per i teatrini parrocchiali della provincia di Firenze. Negli anni successivi, allestimmo vari altri spettacoli, dalla raccolta di scenette “Le magnifiche sette” a un’altra mia commedia “Da domani si fa i conti”.

Poi, come spesso succede, la vita mi portò altrove dato che aveva altri programmi per me. Furono però anni di grande divertimento, che tutti i miei attori ricordano con rimpianto viste le risate che ci facevamo sera dopo sera ritrovandoci per le prove, o andando in giro con il furgone carico di mobili di scena per raggiungere le località più improbabili. Se mancava un attore, io prendevo il posto dell’assente e recitavo la sua parte, anche se era una donna: mi truccavo con tacchi e parrucca e il risultato di solito era esilarante. Esilarante fu anche quando andai a iscrivermi alla SIAE. Mi volevano far pagare la sovrattassa per lo pseudonimo. “Ma io non uso uno pseudonimo”, dissi. “Come? Lei si firma Burattini”. “Eh, appunto”. “Non vorrà mica farmi credere che scrive teatro e si chiama DAVVERO Burattini!”.

Una volta, non so come andò, un regista trapanese mi chiese se poteva “tradurre” in siciliano “Il vedovo allegro”. Accettai, e lui mi mandò una copia del testo tradotto. L’unica cosa che ricordo è questa: l’esclamazione ricorrente del protagonista, “Mondo assassino!”, in siciliano diventava semplicemente “Minchia!”. Ben presto, dopo la fine dell’esperienza del “Teatro Poco Stabile”, altre compagnie vernacolari cominciarono a mettere in scena in copione, talvolta con risultati entusiasmanti. Ricordo un bellissimo allestimento in un teatro proprio di Firenze città, quando “Il vedovo” rimase in cartellone per tre mesi e proprio nel periodo delle Feste. Oppure quando fu messo in scena in piazza a San Gimignano, sullo stesso palcoscenico che aveva visto la sera prima recitare Nando Gazzolo.

A forza di veder rappresentata la commedia, e aver sempre visto il pubblico ridere e applaudire, ho finito per convincermi che forse il testo era davvero spiritoso. Era perciò un peccato farlo girare soltanto in Toscana. Forse sarebbe piaciuto anche nel resto d’Italia, se fosse stato rappresentato in italiano, anziché in vernacolo fiorentino. Mi sono così cimentato nell’improba impresa della traduzione. Una vera sofferenza. Non c’era battuta che nella versione originale non mi sembrasse più divertente. Tuttavia, prova e riprova, nel 2005, in occasione del ventennale dalla prima scrittura, ci sono riuscito. Ho persino cambiato qualche scena e aggiunto diverse battute. Grazie a Internet, ho potuto far girare qua e là il nuovo copione e infine “Il vedovo allegro” ha avuto il suo battesimo anche nella lingua del sì, sia pur risciacquata in Arno, grazie alla compagnia milanese “Scaenici 74”, che l’ha portata in scena per mesi interi approdando perfino su una TV locale. Un tour altrettanto lungo è stato quello della compagnia “Recremisi” di Ancona.

Adesso, ci risiamo. La compagnia teatrale "Gli AttoRicci" di Prato mi informa che sono pronti per il debutto. Stanno per mettere in scena un nuovo allestimento della mia commedia. Le prime due date sono venerdì 18 e sabato 19 Novembre 2011 alle ore 21,00 presso il teatro Kolosseum, in Via delle Gardenie (zona S.Giusto). Al primo dei due spettacoli assisterò anch'io. A questo punto, dato che “Il vedovo allegro” è stato scritto per i teatri di provincia e per le compagnia amatoriali, se ne conoscete qualcuna interessata al copione, non avete che da scrivermi. A patto che sia gente seria che denuncia gli incassi alla SIAE.


“IL VEDOVO ALLEGRO”:
alcune domande a Moreno Burattini
a cura del "Gruppo Teatrale Recremisi" (Ancona)

Caro Burattini, mi chiamo Camilla e faccio parte dell'associazione "gruppo Teatrale Recremisi". Le scrivo perché qualche mese fa lei aveva inviato ad uno dei nostri associati il copione de "Il vedovo allegro". Dopo esserci tutti "spanzati" dalle risate abbiamo pensato che sarebbe stato fantastico metterla in scena. La disturbo perché ho avuto il compito di scrivere le cosiddette "note di regia"... e sarebbe molto gentile da parte sua se potesse scriverci due righe in merito a questa esilarante commedia.

D) Questa commedia unisce elementi decisamente seriosi (l’azienda di pompe funebri, la religiosità della zia Rebecca) a situazioni davvero esilaranti (la scoperta da parte della zia dei vizi del nipote, lo scambio di identità davanti al direttore dell’ospizio). Secondo lei, è proprio l’unione di questi elementi tanto contrastanti che rende la vicenda così esilarante?

R) L’umorismo nasce sempre dai contrasti. Non ci sarebbe niente di divertente nell’interazione fra personaggi tutti uguali, che reagiscono alla stessa, prevedibile maniera. Viceversa, è divertente mettere a confronto diverse tipologie di varia umanità. Lo possiamo constatare nella vita di tutti i giorni, anche soltanto pensando al gruppo dei nostri amici o ai colleghi d’ufficio. Nella vis comica del “Vedovo Allegro”, poi, c’è anche una componente che definirei “catartica”: tutti noi abbiamo i nostri piccoli “vizi segreti” che cerchiamo di nascondere alla “zia” di turno, sia essa la maestra a cui non vogliamo scoprire di non aver fatto i compiti, o la mamma a cui nascondere che abbiamo marinato la scuola, o il datore di lavoro che non deve scoprire il puntuale ritardo di tutti i giorni nel presentarci in ufficio. Tutti tifiamo dunque istintivamente per Aldobrando, impegnatissimo nel mettere in atto i suoi buffi stratagemmi per non farsi scoprire gli altarini. Catartica è poi, senza dubbio, la scelta di ambientare la scena in un’impresa di pompe funebri: il collocare proprio lì vicende ilari, e scherzare sulle casse da morto sbilenche piuttosto che sull’urna cineraria scambiata per un posacenere, è una forma di “trasgressione”: ridere di ciò di cui non si dovrebbe, serve a scaricare le pulsioni che ci spingono a fare ciò che è vietato, come i bambini che invitati a stare seri e fermi in certe circostanze che impongono un contegno, si guardano fra loro e non riescono a trattenere gli sghignazzi. L’umorismo smaschera l’assurdità e l’ipocrisia delle convenzioni sociali, in cui conta l’apparire più che l’essere.


D) Ma come ha avuto l’idea? (so che è una domanda banale…)

R) Le domande non sono mai banali, casomai possono esserlo le risposte. Cercherò di non far sembrare tale la mia! Scrivo storie da quando ho imparato a tracciare le lettere dell’alfabeto sul quaderno della prima elementare, e professionalmente da oltre venti (cioè, mi ci guadagno da vivere): non ho mai saputo da dove mi arrivano le idee. Ancora oggi mi sorprendo nell’andare a letto con mille dubbi su come risolvere un problema in una sceneggiatura e il mattino dopo mi sveglio con in mente chiarissima la soluzione. Raramente, tuttavia, un’idea nasce già matura, perfetta e ineccepibile, soprattutto se si tratta di una trama complessa. In genere si tratta di uno spunto che assomiglia al galleggiante di un amo: ti accorgi che qualcosa ha abboccato, provi a tirare su e solo allora vedi che cosa hai preso: a volte è un pesciolino che catturi con un solo strattone, altre volte è un pesce enorme con cui devi lottare. Altre volte il pesce ti sfugge o lo ributti in acqua perché non ti piace. Nel caso del “Vedovo Allegro”, mi proposi di scrivere un testo nel solco della più classica tradizione della commedia in vernacolo fiorentino (quella dei Novelli e dei Palmerini, tanto per citare due nomi), dunque l’ambientazione fu pensata in costume (anni Venti), un po’ come nella celebre operetta “L’Acqua Cheta”. Agli inizi degli anni Ottanta, infatti, recitavo come “attor giovane” in una compagnia amatoriale che metteva in scena testi vernacolari come “Giocondo Zappaterra” o “Le forche caudine”. Dato che mi sarebbe piaciuto comporre una commedia per il gruppo in cui militavo, ricordo di aver pensato che, per scrivere qualcosa di originale che non assomigliasse a quelle che già esistevano (i cui intrecci erano, alla fine, sempre un po’ gli stessi e quindi prevedibili), dovevo evitare di rappresentare le solite tresche famigliari, con le figlie da maritare, i bisticci fra marito e moglie o le scappatelle dell’uno o dell’altra. Dunque eliminai l’ambientazione nel classico salotto di casa, e mi proposi di non usare interazioni famigliari. Questo fu lo spunto da cui partii. Mi venne in mente che avrebbe potuto trattarsi di un posto di lavoro, con il titolare di un’azienda e i suoi dipendenti. Partendo da questi presupposti, cominciai ad mettere in moto gli ingranaggi del cervello. Ricordo che ridevo fra me ogni volta che, passeggiando in montagna o guardando fuori dal finestrino del treno, mi venivano in mente i tipi umani dei miei personaggi e le situazioni con cui avrei potuto complicare loro la vita. Avevo anche ben chiara l’esigenza di dotare ogni personaggio di un ruolo interessante: avevo recitato tante volte in commedie in cui c’erano delle comparse a cui toccavano solo poche battute, e volevo evitare l’uggia di dover trovare attori da chiamare in ballo per così poco. Ognuno dei miei personaggi avrebbe avuto una “parte” di tutto rispetto! Aggiungo che, negli anni immediatamente precedenti alla scrittura della commedia, avevo fatto due esperienze che si rivelarono fondamentali nella mia crescita come autore. La prima è questa: all’università, avevo affrontato un seminario sulle opere teatrali di Niccolò Machiavelli e ad avevo approfondito in particolare “La Mandragora”. Ero rimasto affascinato dal micidiale meccanismo ad orologeria di quel testo, ancora divertentissimo a distanza di cinquecento anni, e chi volesse approfondire troverebbe certamente nel “Vedovo Allegro” qualche citazione machiavelliana. La seconda esperienza fu la mia frequentazione, in quel periodo, di un piccolo teatro fiorentino, chiamato “Il Punto”, dove venivano rappresentate le commedie di autori come Marivaux e Feydeau. Le opere di questi autori mi sembravano, e in effetti lo sono, dei capolavori non solo di umorismo ma anche di intreccio e di perfetto funzionamento delle trame: inevitabilmente decisi di provare a imitarne il metodo. Ecco perché la trama del “Vedovo Allegro” funziona come un ingranaggio in cui una ruota dentata ne mette in moto altre.


D) Leggendo la commedia (ancor prima di sapere che lei fosse sceneggiatore di fumetti) ci è sembrato proprio di essere di fronte a personaggi che sembravano usciti da una strip (in particolar modo la marxista donna delle pulizie Cesira, che ci ricorda tanto la moglie di Enrico La Talpa). E anche l’avvicendarsi delle situazioni che sono così fluide, proprio come se si stesse leggendo un fumetto. E’ un caso, o c’è un’interconnessione?

R) La commedia risale al 1985, e la mia prima storia a fumetti apparve in edicola solo nel 1990. Quindi la mia attività di commediografo (peraltro brevissima) precede quella di sceneggiatore di fumetti (viceversa, ormai ventennale). Dunque, scrivendo “Il vedovo allegro” non avevo ancora fatto esperienza come fumettista e se c’è una relazione è in senso inverso. Diciamo però che l’interconnessione fra le due attività è evidentemente collegata con una mia certa forma mentis che mi rende istintivamente capace di affabulare attraverso scene e immagini. Questo deriva sia dalle mie tante letture fumettistiche sia dalla mia frequentazione con ambienti teatrali, sia pure amatoriali: leggendo molti fumetti e recitando molti copioni ho finito per fare mie, a livello istintivo, certe tecniche. E’ un po’ come chi impara a suonare a orecchio. Va detto inoltre che se nei miei fumetti come nel “Vedovo allegro” tutto scorre in modo fluido e il meccanismo funziona senza intoppi, ciò non significa che all’autore la scrittura sia venuta facile e spontanea. Al contrario, mi sobbarco di una fatica preventiva per smussare i punti di attrito e facilitare la fruizione del lettore o dello spettatore, al quale tutto, poi, dovrà sembrare immediatamente convincente, come se gli eventi scorressero e si concatenassero da soli in modo naturale, mentre dietro c’è un gran lavoro di architettura (che non si deve vedere): il motore si mette in moto e la macchina parte, ma gli ingranaggi girano silenziosi sotto il cofano chiuso. Il fumetto e la commedia non sono forme espressive semplici o banali: vengono fruite, è vero, molto spesso solo per divertimento, ma hanno strutture complesse e richiedono molto lavoro da parte di chi le confeziona. Gli autori colpiscono nel segno se il pubblico si diverte senza percepire il peso della complessità. Riguardo a Cesira, poiché leggevo Lupo Alberto (di cui alcuni anni dopo sono diventato sceneggiatore, realizzando peraltro molte storie con Enrico La Talpa protagonista), può darsi che il nome mi sia stato suggerito proprio dal character di Silver, e l’ho utilizzato dato che è un nome buffo e plebeo (lo stesso motivo, immagino, per cui l’ha scelto Silver). Tuttavia, al di là della capacità di battibeccare che contraddistingue i due personaggi, non ci sono altri punti di contatto, credo. Cesira è nata dalla necessità di aumentare il grado di difficoltà degli ostacoli posti davanti ad Aldobrando: dopo il problema di evitare il nuovo matrimonio, quello di non farsi riconoscere da Arduino Bigotti come autore degli scherzi al cardinale, quello di continuare a giocare ai cavalli e a bisbocciare con gli amici, quello di non farsi scoprire le letture licenziose, la trovata della donna delle pulizie socialista mi parve una buona idea. Conoscevo poi persone reali pronte a dire, nella vita di tutti i giorni, le stesse battute di Cesira. La Toscana, si sa, è terra di bandiere rosse e il Partito Comunista Italiano nacque a Livorno. Lungi da me, tuttavia, l’intento di fare politica in una qualunque delle mie opere: me ne guardo da sempre. Tant’è vero che Cesira si dichiara “socialista”, alla vecchia maniera, e la sua fede marxista mi interessa solo come dato caratteriale o, se vogliamo, antropologico, al pari della “cattolicità” di Rebecca.

D) Per quanto riguarda la drammatica scoperta del figlio della ballerina, ci chiediamo un po’ tutti se questo evento vada inscenato con estrema serietà o se si gli si debba dare una connotazione comica. All’inizio la ballerina ci è sembrata un po’ “svampita”, insomma la classica ragazza che va avanti nella vita con l’aspetto, non certo col cervello… eppure sta vivendo una situazione proprio triste.

R) Ogni regista, ovviamente, è libero di interpretare il testo alla propria maniera, così come ogni attore è chiamato a metterci del suo. Ricordo di aver visto un allestimento in cui quando Milly racconta di essere stata sedotta e abbandonata e di aver subito lo strazio di un figlio strappatole e messo in collegio, si faceva buio sul palco e un faretto illuminava solo l’attrice, dando così una interpretazione drammatica della scena. Se però devo esprimere una preferenza basandomi sui miei intenti di autore, direi che nel copione esistono già dei precisi suggerimenti per impostare la scena in modo ilare e non cupo. La faccenda non è semplicissima ed è richiesto un certo talento da parte degli attori che interpretano sia Milly che Aldobrando. Provo a spiegarmi: da una parte Milly carica un po’ di toni melodrammatici le sue parole, facendo anche gesti da attrice del cinema muto (appunto degli anni Venti): mano con il dorso sulla fronte, gesto con il braccio languido davanti a sè, sguardo al cielo. Però tutto ciò sembra (ed è) vagamente caricaturale. Tuttavia l’intento parodistico non è così marcato da sconfinare nel grottesco, ci si tiene sul filo del rasoio, e nello spettatore si instilla persino il dubbio che, tutto sommato, Milly sia sincera e soffra realmente. Se Milly fosse troppo “buffa” nell’esagerare la melodrammaticità, finirebbe per sembrare semplicemente una macchietta. Invece, se fa la melodrammatica ma in modo ironico, lieve, il suo personaggio ne guadagna spessore. Aldobrando, invece, soffiandosi il naso, e commentando con voce piagnucolosa i vari passaggi della rivelazione, da lui paragonati alla vicenda di Oliver Twist, serve a tenere agganciata la scena all’impianto comico della commedia e a non farla sembrare avulsa dal contesto. Riguardo a Milly, io non ho mai pensato a lei come a una svampita, ma come a una ragazza che gioca con il suo aspetto e se ne serve come se fosse un talento ricevuto in sorte dal destino per vivere la propria vita; le carte che ha in mano sono quelle, e lei cerca di sfruttarle e si arrangia come può, anche se poi vive i suoi drammi che certo la segnano. Credo di aver pensato a Marilyn Monroe, che era svampita sexy sullo schermo, e poi la sensibile e bisognosa d’affetto Norma Jean Baker nella vita reale (autrice peraltro di toccanti poesie).


D) Infine: ha qualche suggerimento, relativo ai personaggi? Magari di tipo descrittivo, come li ha immaginati quando scriveva il testo… noi ci stiamo muovendo in tal senso e qualcuno è venuto fuori davvero simpatico, ma chi meglio dell’autore potrebbe descriverceli.


Inutile il dire che è l’interprete di Aldobrando degli Aldobrandi l’attore a cui è richiesto il maggior sforzo nel dare il ritmo alla commedia. La sua parte non è facile ed è anche pesante per il gran numero di scene che lo vedono alla ribalta. Confido molto sul fatto che il prescelto abbia il phisique du role e il talento istrionico per sostenere la parte. Riguardo a Gustavo, ho pensato molte volte di togliergli la balbuzie perché, con il tempo, mi è parso un po’ di cattivo gusto scherzare su un handicap che certo provoca molte sofferenze a chi ne è affetto. Però è vero anche che, tutto sommato, non c’è niente di “cattivo” nel limitarsi a caratterizzare un personaggio come uno un po’ imbranato e “sfigato” con le donne, e la balbuzie è un po’ il “segno” di questa sua “esitazione” nell’affrontare la vita. Basta dunque trattarla come un tic e non sottolinearla troppo. Arturo deve essere uno con l’aria dell’assoluto fannullone e perditempo, ma di quelli che vivono di rendita e si permettono di passare le giornate al bar o a giocare ai cavalli, con il cappello di paglia e il farfallino, mi piacerebbe se l’interprete ripetesse spesso, come un tormentone, il gesto di spolverare con il giornale (rigorosamente di ippica) le sedie o le poltrone su cui sta per sedersi. Il consiglio principale che, però, mi sento di dare è questo: è essenziale il ritmo! Le porte di chi esce e di chi entra devono aprirsi e chiudersi all’unisono, niente tempi morti, i personaggi si dovrebbero muovere come in una coreografia in cui ognuno va al suo posto e si incrociano senza esitazioni nel momento giusto. Chi ha visto “Rumori fuori scena” di Michael Frayn capisce che cosa intendo richiamando la necessità di questa puntualità nelle entrate e nelle uscite e nel porgere la giusta battuta alla giusta risposta.


domenica 13 novembre 2011

IL GRANDE ASSENTE

Ho appena acquistato in edicola il “Corriere della Sera” di oggi, 13 novembre 2011. L’investimento valeva la pena perché in cambio di un euro e venti mi hanno dato 64 pagine di quotidiano (sfogliate distrattamente e subito messe via) e 48 pagine del nuovo supplemento domenicale intitolato “La lettura”, che era il vero oggetto del mio interesse.

In copertina, trovo un autoritratto fotografico dell’artista e dissidente politico cinese Ai Weiwei. Capisco le buone intenzioni, ma la foto, volutamente sgranata, sembra stampata male e non è proprio quel che ci vuole per attirare l’acquirente. La scritta in mandarino, poi, pare anzi messa lì per scoraggiarlo. Uno che si accinge ad accostarsi al primo numero di una rivista e dunque non ha la minima idea dei contenuti, forse preferirebbe trovare un copertina qualcosa che gli faccia capire quel che sta comprando: invece, la prima cosa che legge è una frase in cinese su una foto sfuocata di un orientale sovrappeso all'apparenza seduto sulla tazza. Misteri del marketing.

Il titolo del supplemento è lo stesso di una storica rivista letteraria, che aveva cadenza mensile ed era collegata proprio al “Corriere”, pubblicata tra il 1901 e il 1945. Si tratta però di una scelta di terza mano, dato che negli anni Settanta la Rizzoli tentò per qualche tempo di riproporre la testata come “La lettura – La rivista dei Best Seller”. Ricordo di averne preso qualche numero senza restarne troppo entusiasta (ho preferito indubbiamente “Millelibri” di Giorgio Mondadori).

Comunque porto il supplemento a casa e comincio a leggerlo, speranzoso. Le pagine due e tre sono occupate da un articolo che non riguarda i libri, ma la politica: si sostiene che il voto di giovani e di chi ha figli dovrebbe contare più del voto degli anziani, in funzione antigerontocratica. Interessante, ma perché non mettere il pezzo sul “Corriere” e qui presentare “La lettura” agli “acquirenti esitanti”, come fece Robert Louis Stevenson prima de “L’Isola del tesoro”? In realtà, non c’è nessuna dichiarazione di intenti del direttore e, anzi, per capire chi sia il direttore bisogna andare a pagina 47, là dove un tamburino avverte che il supplemento è a cura della Redazione Cultura, capitanata da Antonio Troiano.

Per fortuna, le cose migliorano a pagina quattro e cinque. Finalmente la parola passa a degli scrittori. Alessandro Piperno e soprattutto Giulio Giorello che si scaglia contro il politicamente corretto: “Pippi Calzelunghe e Tintin razzisti? Allora vietiamo anche Moby Dick: offende le balene”. C’è infatti in giro una pericolosa tendenza alla censura dei nuovi pedagoghi che "pensano che per cancellare il male sia sufficiente eliminarlo dalla pagina o dallo schermo”. E’ esattamente la deriva ipocrita e moralista contro cui più volte anch’io, nel mio piccolo, da buona formica, mi sono incazzato. Poiché uno dei sottotitoli (anzi, dei sopratitoli nella grafica di copertina) de “La lettura” è “nuovi linguaggi”, ecco a pagina sette partire un dossier di tre pagine su Twitter e Facebook. Non se ne sentiva la mancanza. Interessante invece la sezione intitolata “Scienze e filosofie” dove un articolo sottolinea come le più recenti teorie cosmologiche finiscano per non essere quasi più distinguibili dai miti e invadano il terreno della religione.

A seguire, si parla delle numerose ristampe di Philip Roth e quindi (finalmente!) a pagina 16 si cominciano a segnalare titoli di narrativa italiana e straniera di recente pubblicazione. Quali? Nessuno fra quelli su cui mi sia caduto l'occhio durante la mia più recente visita in libreria: è come, anzi, se i titoli di maggior richiamo fossero stati volutamente trascurati. Si parla di “Altare della Patria” di Ferruccio Parazzoli, “Corpi estranei” di Cynthia Ozick, “Alex” di Pierre Lemaitre. A pagina 19, una interessante (ma purtroppo breve) intervista a Cristopher Paolini, l’autore della saga fantasy “Eragon”, che si dice prossimo a cambiare genere passando alla fantascienza. A pagina 21 si parla di poesia. A pagina 26 e 27 ecco la classifica dei libri più venduti: in testa c’è Fabio Volo con “Le prime luci del mattino”.

Trovo anche una mini recensione del nuovo romanzo di Stephen King: il voto è dieci, si dice che è un capolavoro all’altezza delle sue prime opere e che riscatta anni di appannamento. Non si aggiunge altro, ma per più di metà del suo pezzullo Antonio D’Orrico si dilunga nel parlar male di Tabitha King, la moglie di Stephen, a cui si attribuisce (forse scherzosamente) la causa delle precedenti defaillance. Il titolo è “King ‘divorzia’ e torna il Re”. Non ho capito se davvero King abbia divorziato dalla moglie (non ne so niente) e sia per questo rinato a nuova vita, o se il “divorzia” fra virgolette sottintende una battuta. A D’Orrico vorrei dire: Antonio, ma se ti hanno dato soltanto una cartella per parlare di un tomo di mille pagine che a te è pure piaciuto, che fai, la sprechi a parlarci di Tabitha? E a Troiano, un altro Antonio, il capo della banda, aggiungo: tu che sei il direttore, ma se esce un nuovo romanzo di King di mille pagine che è un capolavoro, devi dare a D’Orrico soltanto una cartella?

A compensare la colonnina su King, seguono paginate intere sull’arte contemporanea e la danza, che con “La Lettura” ci stanno come il cavolo a merenda. A pagina 38 si parla del discorso di Lincon a Gettysburg, a pagina 39 di Hugo Sonnenscheim (scrittore ebreo sfuggito ad Auschwitz e morto in un carcere comunista: non ne sapevo nulla, mi è piaciuto saperlo), a pagina 40 trovo un racconto di William Trevor. A seguire, un testo autobiografico di Silvia Avallone, l’autrice di “Acciaio”, e per finire alcune pagine dedicate ai viaggi (Zanzibar e il litorale Domizio), con reportage affidati alle firme illustri di Erri De Luca e Gian Antonio Stella. In giro per il fascicolo ho trovato anche quella di Aldo Busi. Fine de “La Lettura”.

Notate niente? Ahimé, c’è un grande assente. Si parla perfino di balletto, ma non si parla di fumetto. Sembra che per il “Corriere”, quando uno si dedica alla “lettura”, possa leggere di tutto, persino l’Oroscopo 2012 di Paolo Fox (citato a pagina 27), tranne i fumetti. In realtà, a ben guardare, ai fumetti ci sono tre rimandi. Il primo, nell’articolo “L’illusione della censura progressista” di Giulio Giorello, dove appunto si deride chi accusa Tintin, come Pippi Calzelunghe, di razzismo (ma non è esattamente un articolo sulla BD). Il secondo, nella pagina dedicata alla letteratura per ragazzi, dove c’è un trafiletto affidato ad Alessandro Trevisani in cui in dieci righe (di numero) si segnala la biografia a fumetti di Adriano Olivetti edita da Beccogiallo: ora, già il fatto di ritenere che il fumetto sia roba per bambini è offensivo, che poi il fatto di essere a fumetti marchi persino i volumi Beccogiallo come pubblicazioni per l’infanzia è ridicolo. Il particolare che comunque non si ritenga di offrire al fumetto più di un trafiletto su cinquanta pagine formato quotidiano, è un insulto.

In realtà, a pagina 36 e 37 vengono pubblicate due tavole di Igort, illustratore, come si spiega in un trafiletto, di “romanzi a fumetti” pubblicati in 15 Paesi. Si tratta in effetti di illustrazioni intervallate da lunghe didascalie e da grafismi, presentate in una rubrica chiamata “Percorsi: storie, racconti, biografie, inchieste” (nel titolo, niente a che vedere con i fumetti). Resta da capire perché quei disegni siano lì. Non pare che ci siano per rappresentare il fumetto e impedire che se ne noti l’assenza. Piuttosto, sembrano voler significare la volontà di dare spazio a un illustratore. Forse a un cronista. Magari a un compilatore di un diario di viaggio. Una nota biografica sull’autore ci informa che Igor Tuveri ha di recente pubblicato con Mondadori un “reportage disegnato” intitolato “Quaderni russi. La guerra dimenticata del Caucaso”. Per conto mio, so di alcuni "Quaderni Ucrani", risultato di un viaggio lungo quasi due anni che Igort ha effettuato nel 2009 nei paesi dell'ex Unione Sovietica e dal quale ha riportato impressioni, ricordi e racconti disegnati. Però, né l'autore viene intervistato, né un articolo lo spiega, né chiarisce quali sono il senso e il valore dell'opera.

Al lettore vengono soltanto spiattellate due pagine di Igort che descrivono, con brillante sintesi artistica, i problemi sanitari dell’Ucraina. Ma di che si sta parlando? Perché di punto in bianco mi si racconta di una certa Elena che vive nella steppa e ha un fibroma all’utero? Ah, saperlo. Mi rendo conto che è un problema mio: forse c’è modo di intuirlo anche senza spiegazioni, ma io non ne sono capace per limitatezza di orizzonti. Fatto sta che per qualcuno potrebbe essere difficile definire “fumetto” il pur bel reportage igortiano, se appunto non gli si spiega il perché e il percome. Intendiamoci, non sono uno che ritiene “fumetto” soltanto le storie di Tex o di Topolino. Al contrario. Tuttavia, non è citando Mattotti, per quanto immenso, che si fa una sintesi della produzione fumettistica da Yellow Kid ai giorni nostri (so anche che non è davvero Yellow Kid il primo eroe di carta: appunto, parliamo anche di questo, del resto gli argomenti potrebbero tanti). Il fumetto ha tante facce. Io sono contento dello spazio dedicato ai "Quaderni russi", o ucraini che siano, e se ci fossero stati anche dei quaderni siberiani o della Kamchatka sarei stato ancora più felice. Ma non è che si possa dire, per quelle due pagine fatte piovere lì dal cielo, che "La Lettura" si occupi di fumetto. L'impressione, anzi, è proprio il contrario: il fatto che non ci sia un approfondimento dimostra che non se ne occupa.

Il punto, comunque, non è tanto il fatto che due pagine de “La lettura” contengano (senza spiegazioni) altrettante tavole (estrapolate da ogni contesto) di Igort, quanto il fatto che non ci sia una rubrica destinata al fumetto, che nessun articolo parli di pubblicazioni a fumetti in modo diffuso, che a nessun esperto di fumetto siano state commissionate interviste agli autori o recensioni degne di questo nome, che non si accenni alla Lucca Comics & Games edizione 2011 che si è appena conclusa con 155.000 visitatori. Ora, se io sono il direttore di una rivista chiamata “La Lettura”, che di occupa dunque di carta stampata, possibile che non mio accorga di un evento come quello lucchese? E il dopo-Sergio Bonelli, per esempio, non avrebbe potuto essere un argomento interessante da trattare? E perché Tiziano Scavi, in occasione dei venticinque anni di Dylan Dog, viene intervistato da Loris Cantarelli per Fumo di China e non per il supplemento letterario del Corriere? Vogliamo vedere quante copie dei suoi fumetti ha venduto Sclavi e quante ne venderà Irene di Caccamo con “L’amore imperfetto” recensito da Ermanno Paccagnini a pagina 14? E se proprio si vuol parlare di Igort (argomento che mi trova interessatissimo), perché non dedicargli un articolo e una intervista o si confronti il suo modo di fare fumetto con quello di altre scuole o tendenze?

Insomma, l’impressione che si ricava (nonostante Tuveri) è che, come al solito, chi si occupa di libri e di cultura in Italia non sa niente (e non gli importa di sapere niente) della narrativa disegnata. Salvo, forse, di tanto in tanto, citare Manara o Hugo Pratt oppure quei pochi autori avvicinabili alla grafica o alla pittura con cui si ritiene di poter “nobilitare” l’argomento e giustificare il fatto che se ne sia parlato agli occhi del direttore snob (e prevenuto) di turno. In generale, di quel che davvero legge la gente, ai redattori “culturali” gliene importa proprio poco. Quasi tutti hanno la puzza sotto il naso, e se per sbaglio parlano di narrativa di genere in una colonnina, poi sentono il bisogno di espiare con dieci paginate di elzeviri sociopolitici. Se non fosse così, in copertina avrebbe dovuto esserci Fabio Volo, a cui io, se fossi stato il direttore de “La lettura”, avrei dedicato due pagine di intervista sul numero di esordio.