venerdì 10 febbraio 2012

WHAT IF

Elenco dei dieci motivi per cui non mi perderò un solo numero della ristampa del Piccolo Ranger delle Edizioni If da oggi in edicola.

1) Perché è una collana storica del fumetto italiano e ricorda i tempi, prima dell’avvento dei fumetti neri, in cui gli eroi di carta erano tutti un po’ “piccoli”.

2) Perché è la ristampa di una testata bonelliana di cui non ho la raccolta completa ed è difficile e costoso reperire gli originali, e il n°32 è uno dei più rari in assoluto, croce e delizia dei collezionisti dello Stivale.

3) Perché leggevo il Piccolo Ranger da ragazzo ed ero l’unico a farlo fra i miei compagni, il che mi ha sempre fatto sentire “speciale” questo personaggio.

4) Perché sono un ammiratore di Francesco Gamba, uomo di una straordinaria umanità con cui ho lavorato per quasi vent’anni agli Speciali Cico.

5) Perché oltre a Gamba ci hanno lavorato anche altri disegnatori a me cari, miei collaboratori anch’essi: Birago Balzano e Lina Buffolente.

6) Per le meravigliose copertine pittoriche di Franco Donatelli che le edizioni If ripropongono, a colori, sul retro.

7) Per le meravigliose nuove copertine di Massimo Rotundo.

8) Perché mi fanno ridere Frankie Bellevan e Annie Quattropistole.

9) Perché alcune storie sono state scritte anche da Guido Nolitta.

10) Perché molte storie sono state scritte da Decio Canzio.

11) Perché ci sono più di dieci motivi per iniziare la collana.

Eccone alcuni: per poter rileggere le storie senza timore che si scollino le copertine o si sbriciolino le pagine degli originali; per le copertine pittoriche di Luigi Corteggi che sostituirono a un certo punto quelle di Donatelli; per i redazionali di Gabriele Ferrero; per arrivare al punto in cui certe avventure furono scritte da Giancarlo Berardi e da Marcello Toninelli che fecero lì le prove generali per Ken Parker e per Zagor; per vedere gli esordi di Montanari & Grassani (che a me piacevano più lì che su Dylan Dog); per vedere come cambiano i gusti e i modi di raccontare; per non farsi mancare nulla; per riscoprire racconti che si erano dimenticati; per tornare bambini addormentandosi con quel giornalino in mano; per far vedere ai figli un fumetto che leggevano i loro nonni; per scuotere la testa di fronte all’ingenuità dell’amore fra Kit e Claretta; per meravigliarsi di fronte al cambiamento apportato da Canzio; per trovare le differenze tra il Piccolo Ranger e Capitan Miki; per valutare l’opera di uno sceneggiatore molto famoso dei tempi che furono, Andrea Lavezzolo; perché sei euro per 272 pagine sono un prezzo concorrenziale in confronto a qualunque aperitivo; per sostenere in edicola la testata; perché ho curato un corposo dossier sul numero 18 di Dime Press (febbraio 1998) grazie ai contributi critici di Angelo Palumbo, Giuseppe Pollicelli e Giuliano Terzuoli.

Infine, perché ho scritto io stesso un articolo su Kit Teller apparso chissà dove ma che ho ritrovato nel computer e che, a beneficio degli interessati, compare qui sotto.


IL PICCOLO RANGER
di Moreno Burattini

Si era infatti nel febbraio 1985, quando Sergio Bonelli mise la parola fine all'avventura editoriale de Il Piccolo Ranger con il n° 255 della serie gigante mensile, con un albo da lui sceneggiato, intitolato "Rangers, addio!". Nel 1992 il personaggio venne riproposto con tiepido successo in un speciale estivo dal titolo "Il ritorno dei Rangers" scritto da Mauro Boselli. Purtroppo, l'iniziativa non segnò l'inizio di una nuova vita: lo stereotipo da cui il character aveva tratto origine appariva ormai datato. Lo confessa lo stesso editore, nella sua lettera di commiato: "Il personaggio ha perso il passo con i tempi, e può apparire troppo ingenuo per lo smaliziato lettore dei giorni nostri".

Il Piccolo Ranger appartiene a una schiera di eroi adolescenti (come Capitan Miki, il Piccolo Sceriffo e tanti altri) voluti così giovani da autori ed editori proprio per favorire la loro identificazione con i potenziali acquirenti (ragazzi, appunto), che grazie alla vicinanza d'età potevano rispecchiarsi nei protagonisti delle avventure a fumetti. Sennonché i gusti del pubblico sono radicalmente cambiati, e la giovane età apparente dei personaggi ha finito per essere un ostacolo al successo, anziché favorirlo. Infatti, i fruitori di comics sono andati sempre più invecchiando, nel senso che è notevolmente aumentato l'arco anagrafico del target dei lettori di fumetti: se trenta o quaranta anni fa a leggere gli albetti a striscia erano soprattutto i giovanissimi, oggi troviamo acquirenti quarantenni anche fra il pubblico di "Topolino".

Inoltre, giovani o adulti che siano, i lettori si sono notevolmente smaliziati e non esitano a ritenere poco credibile ciò che qualche decennio fa veniva accettato senza battito di ciglia, compreso che un ragazzino venisse arruolato fra i Ranger del Nevada e ne diventasse in breve tempo un capitano. Come se non bastasse, la giovinezza degli eroi appartenenti alla schiera di personaggi di cui stiamo parlando comportava anche un inevitabile taglio naif di tutte le storie, che finivano per risultare ingenue proprio perché il protagonista non poteva essere duro, violento, smaliziato, disperato. Né poteva andare a donne. Il lettore moderno, pur anche quindicenne, potrebbe immedesimarsi solo in un eroe un po' più completo e caratterizzato, sia per complessità psicologica sia per vita sessuale o comunque sentimentale. Le cose sarebbero cambiate, decisamente in meglio, con l'avvento di Decio Canzio. Aggiunge Sergio Bonelli, nel suo commiato dai lettori: "Tengo però a sottolineare che in questa chiusura non si registra aria di sconfitta. 255 numeri rappresentano quasi un primato, e ventuno anni e tre mesi di lavoro significano che il personaggio ha avuto un arco di vita più che ragguardevole".

Se la serie gigante mensile era apparsa in edicola 21 anni e 3 mesi prima della chiusura, come afferma Bonelli (aveva infatti iniziato le pubblicazioni nel novembre 1963), in realtà il character è ancora più vecchio. Il Piccolo Ranger aveva infatti esordito nelle rivendite fin dal 15 giugno 1958, con un albo a striscia. Cominciando a contare da quella data, arriviamo complessivamente a 27 anni di permanenza nelle edicole: un risultato davvero notevole che merita di essere analizzato.

Andrea Lavezzolo, il soggettista (scomparso nel 1981) a cui il mondo dei comics deve la creazione del Piccolo Ranger, era nato nel 1905. Di famiglia poverissima, ma ricchissimo di fantasia, Lavezzolo iniziò assai presto a scrivere su ogni genere di riviste, dando alle stampe anche numerosi romanzi d'avventura. Nei primi Anni Quaranta cominciò a interessarsi di fumetti, creando personaggi come Gim Toro, Tony Falco, Kinowa. Infine, chiamato dai Bonelli a collaborare con la loro casa editrice, ecco nascere il Piccolo Ranger.

La saga delle avventure di Kit Teller (questo il nome del protagonista) inizia con l'adozione del ragazzino da parte del comandante O'Hara e di tutti gli altri ranger del Forte presso il quale presta servizio anche Moses Teller, il padre di Kit. Moses è infatti misteriosamente scomparso nel corso di una missione, abbandonando il figlio: su di lui grava il sospetto di tradimento. Ma il piccolo Kit, certo dell' innocenza del padre, si mette alla sua ricerca e riesce a trovarlo, dimostrando l'infondatezza delle accuse.

A differenza di un altro celebre Kit (Willer), il nostro giovane eroe si presenta subito come protagonista e rifiuta il ruolo di pallida ombra del genitore, il quale, anzi, viene ben presto relegato nel limbo delle figure assenti. Intorno al Piccolo Ranger, Lavezzolo cominciò a disegnare tutto un mondo di personaggi e di caratteristi.
Innanzitutto i Ranger del Forte, ciascuno con una propria spiccata personalità: dal comandante O'Hara al negro Ibrahim, dall' ubriacone Brandy Gim all' imbranatissimo Denti Bill; poi la fidanzatina Claretta e sua madre Rosa Morning;, vedova che Brandy Gim corteggia senza fortuna; e ancora il cuoco cinese Cin-Lao, con la sua spiccata predilezione per i proverbi e i fuochi d'artificio; infine, la divertente parodia di Calamity Jane impersonata da Annie Quattropistole, ripetutamente vedova e sempre alla ricerca di un nuovo marito.Più tardi, ma non troppo, ecco comparire un simpatico vagabondo chiamato Frankie Bellevan che, avendo perso al gioco tutti i suoi averi, decide di arruolarsi nel corpo dei ranger e diviene la spalla fissa del protagonista.

Nelle prime avventure Kit ci viene mostrato proprio come un ragazzino, sia pure eccezionalmente abile; in seguito, però, Lavezzolo comincia a farlo crescere un po' alla volta, caso davvero insolito nel mondo dei fumetti, in cui i personaggi non invecchiano mai. Il Piccolo Ranger raggiunge così l'adolescenza e poi i vent'anni, e la qualifica di "piccolo" si fa sempre più inappropriata.

Il modello da cui il character lavezzoliano trae ispirazione è senza ombra di dubbio Capitan Miki. Apparso in edicola il primo luglio 1951, Miki ottenne subito un enorme successo, grazie al quale i tre autori torinesi che ne disegnavano le avventure (Sinchetto, Guzzon e Sartoris, ovverosia la EsseGesse) acquistarono fama e popolarità sul mercato italiano ed europeo. Proseguite fino al 1963, le storie del giovane Capitano sono state ristampate decine di volte. Le analogie tra Miki e il Piccolo Ranger sono evidenti quasi al punto da risultare clamorose. Si può affermare senza timori di smentite che Lavezzolo ha attinto a piene mani dall'eroe della EsseGesse: identica l'età dei due personaggi, identica la loro collocazione all'interno di un Forte dei Ranger, identiche perfino alcune figure di contorno quali le due fidanzatine Susy e Claretta o le spalle Doppio Rhum e Frankie Bellevan, identici addirittura (o quasi) gli aspetti fisici di Kit e di Miki.

Pasquale Iozzino, attento studioso del fumetto e grande esperto della produzione targata EsseGesse, ha ipotizzato che potesse esserci Lavezzolo alla base della creazione di entrambi i personaggi. Infatti, se si può pensare che lo sceneggiatore abbia ideato il Piccolo Ranger semplicemente cercando di sfruttare il successo di Miki, è anche vero che Lavezzolo e la EsseGesse avevano lavorato a lungo insieme, in precedenza (con i personaggi di Fulmine Mascherato e di Kinowa). Dunque può anche darsi che l'idea di un ragazzino arruolato fra i ranger fosse stata fra i progetti comuni sia del soggettista che dei tre disegnatori, e che sia l'uno che gli altri l'abbiano poi sviluppata per proprio conto una volta separatisi professionalmente. Sergio Bonelli scuote la testa, e sulla rivista Dime Press risponde: "La vicenda riguardante la creazione del Piccolo Ranger e di Capitan Miki può prestarsi ovviamente a mille interpretazioni, anche alle più fantasiose. Questa mi pare abbastanza fantascientifica. Da parte mia, e senza spingermi in sottigliezze psicologiche, posso immaginare che Lavezzolo abbia semplicemente deciso di inserirsi nella corrente del momento, secondo la quale i personaggi dovevano essere molto giovani. Personalmente, dunque, sono favorevole a questa versione dei fatti, ovvero che la EsseGesse abbia creato per prima il famoso Capitan Miki".

mercoledì 8 febbraio 2012

MONDI PARALLELI


Una conversazione al telefono con Saverio Ceri mi ha ricordato che fu proprio durante il mese di febbraio del lontano 1995 che io, lui e Francesco Manetti inaugurammo la nostra fumetteria nel centro storico di Prato. Per la precisione, a tutti e due pare di ricordare che fosse il giorno 16, quello che quest’anno coinciderà con il varo di Zagor Collezione Storica, il che è di buon auspicio. Se, di certo, non è il caso di festeggiare i diciassette anni da quell’evento, probabilmente non ci sono controindicazioni al fatto che io ve ne parli qui, in breve, sull’onda dei ricordi. Del resto, vi ho già raccontato dei miei dieci anni in Autostrada, di quando ho fatto il detective privato e persino l’attore teatrale, perciò aggiungiamoci pure la mia esperienza come libraio e dunque come imprenditore.

Con i miei due amici avevo in comune la passione per i fumetti, e disponevamo di una gran massa di albi. Come tutti i collezionisti, scambiavamo i doppioni, acquistavamo scatoloni di giornalini da gente che voleva liberare la cantina, battevamo a tappeto i robivecchi per vedere se ci riusciva qualche colpo gobbo tipo trovare uno Zenith 52 originale semisepolto nel ciarpame. Sostituendo i pezzi così così con quelli nuovi da edicola o smettendo di fare una collezione per far posto a un’altra, ognuno aveva accumulato qualche scatolone di roba che cercava di vendere o di barattare. Insomma, mettendo insieme le nostre “liste del cedibile”, c’era da riempire, se non un TIR, almeno un Ducato. Tutto nacque dal Club del Collezionista, che mi mise in contatto con un gruppo di amici con i quali ho condiviso momenti davvero belli, talvolta esaltanti, anche quando tornavamo a casa stanchi per le trasferte alle mostre mercato, o sporchi di inchiostro perché stampavamo la nostra fanzine, “Collezionare”, con un vecchio ciclostile. Ma ci facevamo tante di quelle risate che soltanto al ricordo ancora oggi mi si allarga il sorriso da orecchio a orecchio e sghignazzo fra me.

Eravamo io, Saverio e Francesco, ma c’erano anche Alessandro Monti (oggi storico e filologo di professione) e Simone Biagiotti (esperto di arti marziali e di prove fisiche al limite dell’incoscienza). C’era poi Enrico Cecchi, una delle persone più divertenti che io abbia mai conosciuto, una vera macchina dell’umorismo che soltanto una malattia incurabile è riuscita a far smettere di produrre ilarità in chi lo stava ad ascoltare. Mi manchi tanto, Enrico, e siamo stati accanto per così poco tempo. C’erano anche altre persone, che frequentavano il Club, ma diciamo che questi erano i pezzi da novanta, i maggiorenti. Nella foto qua sopra, vedete la sede del Club: da sinistra a destra ci sono Alessandro, Enrico e Simone. Si può vedere chiaramente come il mio personaggio Battista il Collezionista abbia preso il volto proprio dal Cecchi.

Tutti noi frequentavamo anche le fiere del fumetto di mezza Italia, e dunque vedevamo gli standisti con i banchi carichi di albi e riviste, quelli con cui contrattavamo i prezzi e che arricchivamo trasferendo nelle loro tasche i nostri sudati risparmi. A un certo punto, capimmo che potevamo riempire anche noi un banco tutto nostro. C’era da capire come, praticamente, bisognava fare. Mi incaricai di indagare presso il gestore di un negozio dell’usato che andava ogni anno alla Mostra di Prato, quale fosse la procedura per ottenere uno spazio.

Mi fu dato un numero di telefono di un organizzatore, Stefano Bartolomei, anch'oggi sulla breccia. Mai avrei creduto che, chiamandolo, di lì a poco avrei finito per far parte anch’io del gruppo degli organizzatori degli anni a venire e sarei persino diventato giurato del Premio Pierlambicchi, un concorso per giovani autori che avrebbe laureato, anche per (piccolissimo) merito mio, alcuni importanti nomi del futuro. La cosa si dimostrò più facile del previsto: bastava prenotare e pagare, e il banco era assicurato. La mostra si teneva ogni febbraio in un centro commerciale, oggi in rovina, chiamato Pratilia.

Ecco, la nostra prima Pratilia (mia e degli amici del Club, intendo) fu un evento che ha segnato le nostre vite. Il passaggio dall’altra parte della barricata. Il salto della quaglia. Su uno dei primi numeri di Collezionare io ed Enrico Cecchi scrivemmo una cronaca semiseria che troverete in fondo a questo articolo. Leggetela, se avete tempo e voglia, e forse vi divertirete, ma di sicuro respirerete un po’ del clima degli anni irripetibili che stavamo vivendo.

Cominciò così l’avventura delle nostre “Pratilie”. Fu un percorso esaltante che durò una decina di anni: non ne saltammo uno. Ogni volta aumentavano i metri di banco che avevamo a disposizione. Imparammo a conoscere gli altri standisti, a orizzontarci nell’ ambiente. Arrivammo ad allargarci fino a Lucca e a Firenze, forse una volta mettemmo il banco a Bologna o a Reggio Emilia, ma insomma non è che diventammo dei professionisti del commercio dell’usato, come tanti che ogni weekend sono da qualche parte. Ma, parla con uno oggi, parla con un altro domani, ci convincemmo che avevamo maturato l’esperienza per tentare il grande salto: aprire un negozio, una fumetteria!

Materiale per riempire il reparto dell’usato ne avevamo a iosa, dato che da tempo compravamo fumetti da chi veniva a proporci stock d’occasione. Però, ci mancava il know-how tecnico su come si fa ad aprire un’attività. Purtroppo, a scuola, nessuno (almeno a noi) aveva mai insegnato niente sullo spirito d’impresa e sulle logiche dei meccanismi che permettono a un aspirante imprenditore di iniziare a intraprendere. Fosse per me, la materia “come gestire i propri soldi” dovrebbe essere obbligatoria fin dalle elementari e si risolverebbero un bel po’ di guai all’intero Paese.

Comunque, essendo tutti ragazzi intelligenti, ci applicammo e cominciammo a imparare. Alla fine, fatti i conti sui costi dell’operazione e valutati i ricavi previsti, finì che i soci a firmare il contratto dal notaio fummo soltanto io, Francesco e Saverio. Cercammo fidi in banca, Saverio frequentò un corso apposito necessario per aprire un esercizio, facemmo documenti, timbri, firme. Affittammo un negozio, lo arredammo, lo riempimmo con i nostri fumetti e ci accordammo con i distributori. Alla fine, inaugurammo Mondi Paralleli. La foto qui accanto ci mostra nel pomeriggio del giorno fatidico. Lo facemmo subito dopo l’ennesima Pratilia, avendo distribuito a tutti i visitatori volantini e depliant che annunciavano l’evento. Fu davvero una grande festa e venne moltissima gente.

A tutti dovette essere subito chiara qual era la nostra idea di fumetteria: non un posto dove si vendono solo manga o supereroi (come, purtroppo, se ne vedono tanti), ma un luogo in cui chiunque avrebbe potuto trovare rappresentato tutto il mondo delle nuvole. Quindi mettevamo Magnus o Ken Parker accanto a Dragon Ball, Jacovitti vicino agli X-Men, albi Disney a confronto con gli Underground. E c’era anche l’angolo dell’antiquariato, con i fumetti degli anni Trenta, la parete delle tavole originali, le videocassette dei film di animazione, persino i cels dei cartoni animati. Ci scontrammo anche con l’assurdità della distribuzione senza rese, per cui bisognava comprare ciò che volevamo mettere sui nostri scaffali e poi, se non avessimo venduto niente, peggio per noi. Ovvio che con questa logica i gestori delle fumetterie tendono a correre il minor rischio possibile e certe pubblicazioni che non hanno un pubblico sicuro finiscono per essere penalizzate, perché nessuno le espone anche se sono bellissime.

Inoltre, un nostro punto di forza fu quello di organizzare gli incontri con gli autori, di cui mi occupavo io in modo particolare. I nomi dei disegnatori e degli sceneggiatori che abbiamo avuto a Mondi Paralleli formano un elenco impressionante: Max Bunker, Alfredo Castelli, Silver, Gallieno Ferri, Roberto Diso, Claudio Villa, Fabio Civitelli, Claudio Castellini, Massimo Bonfatti (con me e Saverio nella foto), Giorgio Cavazzano, Giancarlo Berardi, Mauro Boselli, e li sto citando nell’ordine con cui mi vengono in mente tralasciandone cento altri.

Devo, ovviamente, dare a Cesare quel che è di Cesare: io sono stato il meno presente dei tre soci dietro il bancone o alla cassa. In pratica, ero in negozio soltanto il sabato, talvolta un pomeriggio infrasettimanale. Però lavoravo per Zagor. Anche Francesco e Saverio avevano altre attività, e cercavano di darsi il cambio per alternarsi. Dopo alcuni anni, aumentando il numero dei clienti, e la mole delle cose da fare, delle complicazioni, delle pratiche, decidemmo di cedere l’attività, partita da zero ma ormai lanciata.

L’incauto acquirente fu Roberto Mannelli (il tipo nella foto accanto e in quella di apertura accanto al titolo), che da nostro cliente del negozio finì per diventarne il proprietario. E ancora oggi lo è, dato che Mondi Paralleli continua a essere aperto a pochi passi dalla Piazza del Comune di Prato ed è, ovviamente, la mia fumetteria di fiducia. Non è più mia, ma c’è senz’altro un po’ di me, là dentro. Roberto ha mantenuto in gran parte il vecchio arredamento, che evidentemente non era poi così male, e continua a fare incontri con gli autori, privilegiando i giovani delle produzioni indipendenti e dei piccoli editori, il che gli fa onore. Fra questi giovani c’è uno che io ho conosciuto giovanissimo, quando veniva a passare i pomeriggi da noi e mi chiedeva consigli su come si diventa disegnatore di fumetti: Niccolò Storai, oggi autore affermato e osannato dalla critica. Nella foto sotto, Roberto Mannelli è con Tiziano Angri. Dall'aprile 2011, Rob (che da solo non poteva farcela) ha un nuovo socio, Luca Squillante.

Sono stato a Prato pochi giorni fa e ho chiesto se Francesco Manetti e Saverio Ceri passano spesso. Un po’ più di me, di sicuro: io riesco ad andarci soltanto una volta ogni due mesi, e ritiro talmente tanti sacchetti di roba in abbonamento che mi ci vuole qualcuno che mi aiuti a portarli alla macchina. “Ma siete rimasti nel cuore di tutti”, mi ha rassicurato Roberto.
In occasione dei primi quindici anni del negozio, nel 2010, Luca Boschi ha perfino scritto un articolo sul suo blog: eccolo. E, a seguire, il pezzo promesso tratto da Collezionare.


Da Collezionare n° 7
Marzo 1986

PRATO TROPHY '86
DIARIO DEI SOPRAVVISSUTI


di Moreno Burattini ed Enrico Cecchi



Venerdì 31 Gennaio 1986

L’emozione è viva in tutti i partecipanti: oddio, stiamo per esporre i nostri fumetti alla Mostra di Pratilia! Oh che bellezza, oh che felicità... ma l’entusiasmo si placa subito allorché ci accorgiamo di quanti scatoloni di materiale ci dobbiamo sgabellare sulle spalle. Anche le sospensioni delle automobili, preparate da esperti meccanici di rally, non reggono il peso e vengono seriamente danneggiate. Arrivati non si sa come a destinazione, tiriamo un sospiro di sollievo. Ma è un sollievo di breve durata: la mostra- ci dicono- è al secondo piano: gli scatoloni ce li risgabelliamo sulle spalle fino al lassù. Giunti alla nostra postazione, le fatiche non sono ancora finite: bisogna sistemare tutto in bell’ordine e decidere l’assetto di gara. I matematici e gli esperti in computer del Club devono inoltre risolvere un piccolo problema di spazi e di volume: come collocare in un rettangolo di m. 1,90 per m. 0,80 i 350 metri cubi di fumetti che ci siamo portati dietro? Alla fine ci si ritrova circondati da un enorme castello di carta, che una minima vibrazione potrebbe rovesciare su di noi. Si decide all’unanimità di apporre davanti al nostro banco un cartello che dice: “Si prega di non starnutire”.

Sabato 1° Febbraio

La gara comincia e si studiano gli avversari (soprattutto i loro pezzi) preparandoci per la pugna. I commercialisti e gli economisti del Club analizzano i dati cercando di rendere competitiva la merce perché se ne possa vendere la maggior quantità possibile: non per i guadagni ma perché tremiamo al pensiero di dovercela risgabellare sulla schiena! Nel pomeriggio, dopo una blanda mattinata, ecco l’invasione dei potenziali acquirenti: la gente compra di tutto tranne quello che noi si pensava andasse a ruba. I pezzi a noi più cari e per i quali avremmo fatto pazzie non li compra nessuno: quelli che c’eravamo portati dietro con sufficienza vengono contesi anche con duelli di artiglieria. I clienti più tartari pretendono addirittura sconti non inferiori al 98 per cento, minacciando in caso di diniego di incendiare la nostra postazione. Altri girano tra i banchi portandosi dietro l’avvocato o il commercialista per ottenere preziosi consigli. Non mancano quelli che tentano di cambiare il materiale anziché acquistarlo: “Ti do dieci Geppo in cambio del numero uno di Topolino!”.

Domenica 2 Febbraio

I frequentatori della Mostra la domenica mattina di solito sono psicotici con crisi esistenziali e dalle reazioni incontrollate. Per fortuna evitano la nostra zona perché vedono che noi si sta peggio di loro. Nel pomeriggio, la seconda invasione, di fronte alla quale rischiamo di sprofondare nel baratro della follia. Si arriva all’ora di chiusura. Qualche soldo in cassa c’è: segno che s’è venduto roba. Allora perché i fumetti, invece di diminuire, sono cresciuti? Eravamo venuti con 325 casse, ed ora ciò che resta della mostra ne occupa 440. Ci risgabelliamo il tutto fino alle vetture, ed effettuiamo viaggi pieni come otri (non noi, che abbiamo perso quindici chili per uno, ma le macchine). Finalmente l’avventura è terminata: i lauti guadagni permettono a noi (Moreno, Enrico, Simone e Alessandro) di ricoverarci in una clinica psichiatrica dove rimettere in sesto il nostro cervello (se mai ne abbiamo uno). Fino alla prossima mostra-mercato, naturalmente.










domenica 5 febbraio 2012

IL PRIMO COSO DELL'ANNO

Le regole del gioco sono queste: più o meno una volta al mese, raduno in un unico articolo i brevi testi da me pubblicati sul mio “coso” su Facebook. Il "coso" non è un profilo vero e proprio ma uno spazio ricco di appunti, notizie, commenti, immagini, facezie, segnalazioni, recensioni che, pur non seguendo un preciso filo conduttore, trattano un po’ tutti i temi che sono solito affrontare su questo blog, più altri maggiormente insoliti. Confido che si tratti comunque di una lettura interessante e magari, a tratti, persino divertente. I testi che seguono hanno il pregio di essere brevi e indipendenti, e dunque si possono leggere solo i pezzi che hanno il titolo più divertente o l'illustrazione più accattivante.






LA SIGNORA PINA
30 dicembre. Dopo i novantadue minuti di applausi per "la Corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca", almeno novantuno io li ho sempre tributati alla risposta di Ugo Fantozzi alla domanda della figlia Mariangela su chi fosse Cita, a cui i dirigenti della megaditta l'avevano paragonata. "Cita era una bellissima attrice americana, Cita Hayworth". La notizia (falsa o autentica che sia) della morte della vera Cita ha portato "Il Giornale" ha dedicare un articolo a Plinio Fernando, l'attore che interpreta appunto la babbuin... cioè, la bambina di casa Fantozzi (e poi, in seguito, la figlia grande, sposata con Bongo e la nipotina Uga). Da assoluto fantozzologo e fantozzomane, vi consiglio la lettura del link e ne approfitto per dire la mia anche sulla signora Pina: l'unica interprete credibile e perfetta per quel ruolo è sempre stata soltanto Liù Bosisio. La bella Milena Vukotic era una cagata pazzesca.



IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE
30 dicembre. Ieri sera ho visto in TV, senza riuscire a staccare gli occhi dallo schermo, il film "Il bambino con il pigiama a righe". E mi sono pentito amaramente di non aver ancora letto il libro, che pure ho in casa. Chissà perché, l'impressione che si ha di solito è che i libri siano sempre migliori dei film che ne vengono tratti.



IL FILM PIU' BELLO DELL'ANNO
31 dicembre. Ieri sera sono andato in una sala milanese a vedere quello che si merita, secondo me, la palma di miglior film dell'anno (il secondo è "Che bella giornata", di Checco Zalone). Giuro che ho riso e ho pianto. Pianto, proprio con il groppo in gola e le lacrime calde sulle guance, come non è facile che mi capiti. E riso con uguale sincerità. Il film è "Almanya - La mia famiglia va in Germania", di Yasemin Samdereli, con un cast di attori turchi a me del tutto sconosciuti ma assolutamente strepitosi, adulti e bambini. Lo consiglio appassionatamente. E' la storia (assolutamente minimale) di una famiglia di immigrati che da un paesino dell'Anatolia viene a vivere in Europa. Il racconto alterna il presente con il passato, mette a confronto le generazioni, e alla fine chiude il cerchio facendo coincidere il nonno Hüseyin con il nipotino Cenk, che parla solo tedesco e che a scuola, sulla carta geografica dell'Europa, non sa neppure indicare (perché fuori dal margine) il luogo d'origine della sua famiglia. Fantastico vedere come certe cose per noi comunissime (la tazza del water, l'albero di Natale e il crocifisso) possano spaventare chi non le conosce, così come noi siamo istintivamente spaventati da quello che degli "altri" non conosciamo.



IL PRIMO MESSAGGIO
1 gennaio. Testo del primo SMS ricevuto dopo la fatidica mezzanotte: "E basta con 'sta pace e serenità! Ti auguro di non fare un cazzo e guadagnare tanto. Di fare sesso tutte le volte che vuoi e con chi vuoi. Di vincere la lotteria con un biglietto che hai fregato. Che le cose peggiori che hai pensato per chi ti sta sulle palle si avverino. E se mandi questo messaggio a dieci amici, non succederà un cazzo come al solito ma almeno qualcuno sorriderà. Buon 2012".



PREGHIERA PER LA MUSICA
1 gennaio. Il musical "Sister Act" mi ha lasciato felicemente attonito per la perfezione della messa in scena, delle recitazioni, del canto e delle coreografie. Sembrava tutto troppo perfetto per essere fatto dal vivo, eppure era live anche l'orchestra. Immaginando poi tutto il pianeta Terra impegnato a festeggiare il nuovo anno con la musica, ho pensato che davvero la storia dell'umanità è stata cantata prima ancora che scritta e tutti gli uomini, in fondo, non hanno fatto altro che aggiungere la loro voce a un unico grande coro, adagiando il loro canto sulle note ora allegre, ora tristi, ora trionfali, ora disperate che ciascuno ha inventato o fatte proprie. Mi è venuta perciò in mente una bellissima canzone, "Preghiera per la musica" (testo di Sandro Bardotti, spartito di Dario Baldan Bembo), concepita come una invocazione a Dio perché benedica i musicisti e coloro che cantano. I versi finali dicono così:

Benedici il grande coro dell'umanità che canta
perché ogni canzone si compone in te,
e se ti resta un po' di tempo, se lo vuoi,
Tu canta insieme a noi.



UN LUNGO ADDIO
1 gennaio. Nel libretto dei testi del nuovo CD doppio di Roberto Vecchioni, "I colori del buio", c'è una doppia pagina (quella centrale) in cui sono raccolti foto e libri che lo hanno ispirato o emozionato nel corso della vita. Nelle foto si riconoscono Enrico Berlinguer e Papa Giovanni XXIII, JFK e Giacinto Facchetti, un fotogramma de "La dolce vita" e un ritratto di Pessoa, un libro di Calvino ("I sentieri dei nidi di ragno") e una istantanea della figlia, uno scatto d'epoca della Liberazione e uno con un fantino a San Siro. Ma, in bella vista, c'è anche un albo di Tex ("Un nido di serpenti"). Inoltre, nel brano inedito "Un lungo addio" si cita Dylan Dog (non solo nel titolo, anche nel testo).




NOME O DEFINIZIONE?
1 gennaio. Veterinario: dottore Delle Donne. (Foto di Moreno Burattini).




NEL WALHALLA
3 gennaio. E' uscito il n° 11 della rivista Walhalla, datato dicembre 20211. 60 pagine formato A4 quasi tutte a colori, con una copertina del dampyriano-alanfordiano Giuliano Piccininno (di cui sono amico e ammiratore). A Walhalla sono affezionato, oltre per il fatto che è una gran bella rivista confezionata da gente in gamba, per aver pubblicato la prima storiella zagoriana mia e di Sedioli/Verni in cui lo Spirito con la Scure incontra i suoi autori (attualmente la serie è arrivata a tre episodi, l'ultimo comparso sull'albetto "Anubi Voodoo" della Cartoon CLub). Oltre a presentare articoli e interviste, Walhalla n° 11 pubblica anche fumetti di giovani autori, tutti di livello professionale e molto ma molto interessanti: il tipo di storie che scriverei io se collaborassi con una rivista a fumetti. Per maggiori informazioni scrivete a info@comixcomunity.com.



CD DI FERRO
3 gennaio. Guardo in TV Tiziano Ferro parlare del suo ultimo disco (che ovviamente ho) e della differenza fra i brani all'inizio e quelli della parte finale. Insomma, ragiona ancora (come me) in termini di album e di disposizione dei pezzi nel CD. Mi piace e mi ci riconosco. Ma chissà che ne pensano quelli che si scaricano i singoli pezzi uno per uno e non sanno neppure distinguere fra i brani di un CD da quelli di un altro.



FANZINARI DIABOLICI
6 gennaio. Mi è giunto fra le mani, con un po' di ritardo, il numero speciale della fanzine "La gazzetta di Clerville" che celebra il 15° anniversario del Diabolik Club (novembre 2011). In copertina un bellissimo disegno di Giuseppe Di Bernardo e Jacopo Brandi, due che se potessi strapperei volentieri a Mario Gomboli, non solo perché sono degli amici e arricchirebbero la falange toscana nello staff di Zagor (già composta da me, Rauch e Mangiantini) ma perché sono molto ma molto bravi. Un "diaboliko", del resto, sta già lavorando allo Spirito con la Scure, Emanuele Barison; e in passato abbiamo goduto della collaborazione anche degli sceneggiatori Diego Cajelli e Tito Faraci, attivissimi sulle avventure del Re del Terrore. Più di una volta, "La Gazzetta di Clerville" su è occupata di Zagor quando ci sono state le avventure contro Mortimer, che in qualche modo assomiglia a Diabolik. E Marco Verni ha realizzato, appunto per questo, più di una illustrazione per loro. Conosco Lorenzo Altariva, uno dei fondatori del Diabolik Club, da circa trent'anni. Ai tempi di "Collezionare" abbiamo collaborato per un numero speciale dedicato agli X-Men, uno fra i primissimi esempi (se non proprio il primo) di joint venture editoriale tra due fanzine, appunto "Collezionare" e "Marvel Story", che Lorenzo curava all'epoca. Ripercorrere su "La Gazzetta di Clerville" dello scorso novembre tutta la storia del Club e delle sue iniziative mi ha fatto riflettere su come l'Astorina abbia sempre favorito in ogni modo la vita dell'associazione e promosso le pubblicazioni di Altariva e dei suoi amici senza mai tacciarli di essere "fanzinari" o usare il termine "amatoriale" in senso dispregiativo, come invece sento fare, troppo spesso, altrove. Certe cose, come appunto i Club, i Forum, le fanzine, dovrebbero essere sempre valorizzate: è ciò che io, nel mio piccolo (molto piccolo), cerco di fare, di solito su base assolutamente volontaria.



STORIE STUPEFACENTI
6 gennaio. Ho letto, dopo averlo recuperato su una bancarella, un Oscar Mondadori del 1989 curato da Giuseppe Lippi, intitolato "Il meglio di Amazing Stories". All'interno, una antologia di alcuni tra i più significativi racconti pubblicati sulla rivista che in pratica diede origine alla fantascienza americana, fondata da Hugo Gernsback nel 1926. Ancora oggi vengono assegnati i "Premi Hugo" ai migliori autori del genere, il massimo riconoscimento in ambito fantascientifico. Oltre ai racconti, il migliore dei quali mi è parso "Il colore venuto dalla spazio" di H.P.Lovecraft (1927), Lippi ha selezionati anche alcuni dei redazionali che comparivano a commento o a introduzione dei medesimi. Ho potuto leggere, così, un testo scritto nel 1929 da T. O'Conor Sloane, un redattore chiamato a fare da editor anche dal punto di vista scientifico alle opere pubblicate. In pratica, un mio collega, dato che era un curatore o un supervisore che si occupava di aggiustare, quando serviva, i lavori altrui. Del resto, ha un editor persino Stephen King. Diceva O'Conor Sloane: "E' indispensabile esaminare con cura ogni racconto di 'Amazing' prima di mandarlo in tipografia, verificare l'esattezza del suo contenuto e a volte correggerlo e modificarlo un po' per non contravvenire alle esigenze della grammatica e della composizione. Proprio qui il redattore incontra il terreno più scivoloso su cui deve inoltrarsi. La maggior parte degli autori sono ingiustificatamente suscettibili, si risente anche dei minimi cambiamenti e sottovaluta il fatto che, spesso, due teste lavorano meglio di una. L'autore di un lungo racconto protestò vivacemente perché nel testo erano state cambiate quattro parole. A volte l'autore dovrebbe essere grato per le critiche appropriate che vengono rivolte al suo manoscritto: per il redattore non è affatto piacevole sottoporsi a questa fatica, tanto più che sa di non venire apprezzato". Parole sante.





VEDO PREVEDO STRAVEDO
8 gennaio. Prima premessa: in dieci anni di lavoro in redazione non sono mai mancato al lavoro per malattia se non quando mi hanno tolto la cistifellea. Credo di essere il dipendente Bonelli con meno certificati medici all'attivo della storia. Mi sono presentato al lavoro anche dopo essere stato quasi scalpato dalla pala di un ventilatore da soffitto, con la testa fasciata e nove punti sulla zucca. Pur di non rischiare di saltare qualche giorno, mi vaccino regolarmente contro l'influenza ogni novembre. Seconda premessa: ho letto il mio oroscopo (quello dal 7 al 13 gennaio) su TV Sorrisi e Canzoni, e dice: "Finalmente una settimana bella, produttiva, serena, piena di novità e, allo stesso tempo, capace di garantire conferme e rassicurazioni (e quanto bisogno avete, ora, di certezze!). Bene i viaggi". Dopodiché l'amore ha come voto 10, il lavoro 10, la salute 9. Il giorno super, lunedì (domani). Ecco: sto scrivendo queste righe dopo essermi imbottito di Zerinol e aver passato una domenica a letto con una qualche sindrome influenzale che mi ha steso, e non so se domani mattina riuscirò a partire per Milano. Forse manderò il certificato. Non solo alla Bonelli, anche a TV Sorrisi e Canzoni.



INCIDENTI DOMESTICI
9 gennaio. A grande richiesta, l'aneddoto del ventilatore. Estate a Milano, mattina, solo in casa. Ventilatore del soffitto acceso contro il gran caldo. Tende appena lavate da rimettere al loro posto alla finestra. Salgo sulla scala e provo a sistemarle. Mi sporgo un po' troppo all'indietro e tump! Una delle pale del ventilatore mi colpisce a tradimento alla nuca. Per fortuna non cado, mi porto la mano sul punto colpito e la ritraggo sporca di sangue. Un bel po' sangue. Si sa che la testa è una delle zone più irrorate del corpo e un minimo taglietto sanguina parecchio. Non ho modo di vedere la gravità della ferita e non sono sicuro di volerla vedere. Scendo dalla scala, bagno un asciugamano, me lo metto in testa come un turbante e chiamo l'ambulanza, mentre continuo a sanguinare, con tutta la camicia intrisa. Decido di aspettare i soccorsi sulla strada. Lascio una scia rossa dal quinto piano fino al marciapiede davanti al portone ed ecco l'ambulanza. Sirene spiegate fino all'ospedale. Codice di massima emergenza. Mi mettono a pancia in giù su una barella del pronto soccorso, mi sento radere i capelli attorno alla ferita e ascolto le voci dei medici: "Ci vorranno cinque punti". "Facciamo sei". "Facciamo otto". Alla fine si mettono d'accordo per nove. Mi fasciano la testa e visto che sono lucido e cosciente mi dimettono lasciandomi andare con le mie gambe. Io esco e chiamo un taxi, senza accorgermi del fatto che tutti si spostano al mio passaggio guardandomi come se fossi uno zombi. Capisco la situazione solo dopo che il taxi è arrivato. Il taxista sgrana gli occhi e dice: "Ma lei... che ha fatto?". Confuso e distratto, non ero passato in bagno per ripulirmi e sembravo il Cristo di Mel Gibson. Stavo andando in giro per la strada con la camicia insanguinata e la faccia lorda come se avessi appena sterminato la famiglia. Nonostante tutto, dopo essermi cambiato d'abito e messo un berrettino da baseball in testa, alle due del pomeriggio ero puntuale in ufficio come se nulla fosse successo.



PARVA SED APTA MIHI
11 gennaio. Ho trascorso la prima notte nella nuova casa milanese dove da tempo ho cominciato a traslocare le mie cose. Parva sed apta mihi. Prima annotazione. Stamattina ho potuto, cosa nuova per me in dieci anni di milanesità, andare in ufficio a piedi. Seconda annotazione: il prezzo della colazione al bar è salito da un euro e sessanta dalla periferia dove abitavo prima ai due della zona Fieramilanocitydove abito adesso. Terza annotazione: è la sesta casa che cambio in un decennio (e non perché non pago l'affitto) e ogni volta fare il trasloco mi sembra più faticoso. Quarta annotazione: in effetti gli e-book da me tanto vituperati hanno un pregio, non pesano. Perché poche cose pesano quanto i libri, e l'ottanta per cento del mio trasloco è stato di scatole che ne erano piene.



BARBA E CAPELLI
13 gennaio. Vado dal barbiere e, mentre mi taglia i capelli, facciamo quattro chiacchiere com'è usanza. La crisi, le tasse, i tagli, gli sprechi. A un certo punto gli dico: "Certo che per te dev'essere un supplizio sorbirti sempre gli stessi discorsi da quelli che si siedono qui. Scommetto che tutti ti parliamo delle medesime cose". E lui: "Quel che più colpisce non è che gli argomenti sono sempre i soliti, è che tutti siamo d'accordo: che si parli di lotta alla criminalità, di evasione fiscale, di economia, di opere pubbliche, alla fine mi accorgo di sentir girare tante idee condivise. Invece, i politici, si scannano su tutto e non fanno le scelte dettate dal comune buon senso". Il che conferma la mia vecchia idea che se non ci fossero i partiti ma fossimo amministrati da gente senza paraocchi ideologici, tutto sarebbe più facile. Basterebbe sostituire il Parlamento con la bottega di un barbiere.


IO CASCAI TU CASCASTI EGLI CASCO'
14 gennaio. Qualche tempo addietro ho ironizzato sul nome "Opel Astra" dato all'automobile che avevo fino a tre anni fa. "Opelastra" sembra infatti un dispregiativo, come dire "Fiattaccia". Ma non è che con la macchina nuova sono cascato molto meglio. Cascato è proprio il verbo adatto, dato che è una Qashqai, ovviamente da tutti detta "Cascài". Sembra appunto una voce verbale: io cascai, tu cascasti, egli cascò. Il buffo è che c'è anche un mezzo della Volkswagen chiamato Caddy. Insomma, anche qui: io caddi, tu cadesti, egli cadde. Per essere nomi dati a veicoli che passano sopra ponti, scarpate e cavalcavia non è proprio il massimo e ai superstizioni potrebbero sembrare di malaugurio.



COSTA IN VISTA
17 gennaio. Naufragio della Costa Concordia. Non sarà sfuggito agli enigmisti come le indagini cerchino di appurare se il comandante Schettino, accusato di aver abbandonato il relitto anzitempo, a mezzanotte fosse sulla Costa o sulla costa.



LA PALLATA
18 gennaio. Sono stato al cinema e, per motivi di orario, di vicinanza della sala e comodità di parcheggio, la scelta che mi si proponeva era fra "La talpa" e "Immaturi - Il viaggio" (va detto che "Immaturi" parte prima mi era piaciuto molto). Le recensioni dei critici davano millecinquecento stelle a "La talpa" e una virgola due a "Immaturi - Il viaggio". In più, non avevo mai letto il romanzo di Le Carré e dunque ho scelto "La talpa". Due palle! O meglio, una pallata, dato che "pallata" è proprio l'anagramma del titolo. Il film consiste in pratica nel vedere per due ore gente che fuma mentre medita in silenzio o partecipa a grigissime riunioni di burocrati e funzionari. Dopo cinque minuti di sigarette sullo schermo veniva da tossire anche a me in sala. Per gli scenari del set sono stati scelti (credo volutamente) gli scorci più grigi, più brutti, più deprimenti delle due o tre città in cui si svolge il racconto, e lo stesso vale per gli interni, selezionati per essere squallidi e sconfortanti. Ma la cosa peggiore è che della sorte del protagonista e dell'identità della "talpa" allo spettatore non gliene può fregare di meno. Nessuna empatia fra personaggi e pubblico. Nessun coinvolgimento emotivo. Anche la soluzione del mistero è fornita senza nessun climax, come se fosse una nuova scena di una sigaretta accesa. La guerra di spie fra Occidente e blocco sovietico sembra lontana mille anni e si fa quasi fatica a credere che possa essere ancora interessante. Mah. Il bello è che prima del film ci hanno fatto vedere il trailer del nuovo "Mission Impossible". Per quanto mi riguarda, non mi interesserò più di spionaggio a meno che non sia per James Bond.
Andrea Carlo Cappi (scrittore e co-autore, insieme ad Andrea Pasini, di alcune storie di Martin Mystére) la pensa diversamente: "E' un film che molta gente dovrebbe andare a vedere, poi essere costretta a farne un riassunto per iscritto e se non l'ha capito lo rivede, e così via, fino a quando impara ad andare al cinema (o in libreria) con il cervello acceso". Evidentemente Cappi è uno di quei critici che ha dato millecinquecento stelle (ci sarà pure un motivo) e che vanno al cinema con il cervello acceso soltanto loro. Il problema di certi film non è di andare a vederli accesi, è di riuscire ad arrivare fino in fondo senza spegnersi. Comunque, tutte le opinioni sono legittime e sono contento che ci sia anche chi si esalta con film come questo di Thomas Alfredson. Se fossimo tutti uguali, sai la talpa. Cioè, pardon, sai la noia.



LA CALCA PER I CALCARELLI
18 gennaio. Su un sito Internet vengono messi in vendita alcuni tra i gadget più rari e ricercati dai collezionisti zagoriani: "i calcarelli", ovvero i trasferelli con Zagor come soggetto. Qualcuno ne mette in vendita tre, assicurando che sono come nuovi. Fin qui, tutto bene. Quel che lascia di stucco, sono i prezzi. Per il pezzo più raro, quello con Titan, si chiedono quindicimila euro.



MATERIA DAL NULLA
21 gennaio. Una teoria cosmologica (che non gode di particolare successo) sostiene che ci sia un punto dell'universo in cui si crea continuamente nuova materia. Negli ultimi tre o quattro anni avevo cominciato a pensare che quel punto potessi essere io. Infatti, non bevo superalcolici, non faccio l'happy hour, non mangio cioccolata, se prendo il primo non prendo il secondo (o viceversa), mi concedo il vino solo nei weekend e mi limito a due caffè al giorno. Eppure, sono passato dalla taglia 48 alla 54. Oggi, è stato stabilito che effettivamente non sono un mangione. Ho un problema di iperproduzione di insulina, dimostrato dalla curva glicemica fatta con sei prelievi di sangue in tre ore, dopo aver bevuto a digiuno un bicchierone di intollerabile glucosio liquido, per un totale di 300 cl di sangue (che avrebbero fatto la gioia di Tesla). Quindi, mi attende un periodo di cura dopo il quale rientrerò nei vecchi pantaloni e tornerò il bel ragazzo di un tempo. La cosa buffa è che tutto questo è stato appurato in un centro del CNR di Pisa, dove oltre a fare ricerche mediche si studia anche la fisica delle particelle: andando verso l'ambulatorio del mio dottor House personale ho visto cartelli che indicavano il laboratorio con un ciclotrone e un bunker del tritio. Per un attimo ho pensato che forse la risposta al mio aumento di peso potesse essere davvero che sono io a creare la nuova materia dell'universo e che lì l'avrebbero scoperto.




BUONA LA QUINTA
22 gennaio. Ho appena scritto (e poi per oggi basta) la tavola n° 138 della storia "La donna venuta dall'Irlanda", che sta venendo disegnata da Gallieno Ferri: c'è, in questa pagina, una rivelazione che sorprende i personaggi della vicenda. Il mio metodo di lavoro prevede che io scriva cinque tavole per volta e poi cambi sceneggiatura, per portarne avanti un'altra. In questo modo, passo da un racconto all'altro di continuo. A me piace, fare così. E penso sempre: "non so come verrà fuori questa storia, ma queste cinque tavole sono buone". Se ogni volta le cinque pagine sono davvero buone, a forza di cinque sarà buona anche la storia.



L'ULTIMA CANZONE
22 gennaio. Nel mio articolo dedicato alla scomparsa di Giancarlo Bigazzi, ho concluso citando i versi finali di una delle sue canzoni, "Tu (domani)", che è in pratica una preghiera. I versi dicono: "e quando sarò vecchio e triste, Dio / fammi ascoltare ancora 'Yesterday' / e poi fammi morire accanto a lei". Una testimonianza letta sul portale "Attimi"mi ha colpito e commosso. Quando è morto, c'era anche un artista del suo clan, Antonio Di Gennaro che aveva il telefonino acceso. La suoneria era la musica di “Gloria”. “Quando il cellulare è squillato Giancarlo ha avuto un sussulto e poi è sgorgata una lacrima” racconta la moglie.



DONNE DU DU DU
23 gennaio. Questa mattina ho viaggiato in treno. Il vagone va e i pensieri lo seguono, fra una canzone dell'Ipod e la lettura di un libro. Le associazioni di idee mi portano a riflettere sulle differenze di genere. Arrivo a una conclusione, che è questa: le donne andrebbero a ballare anche se sapessero che nella discoteca o nella balera (o quel che è) non ci sono uomini; gli uomini, se sapessero che non ci sono donne, non ci andrebbero. Sarà vero?


IL DOCENTE E I DISCENTI
23 gennaio. Domani mattina, dalle nove alle tredici, terrò due lezioni di due ore a due diversi gruppi di ragazzi della Scuola Media di Via Piave a Vimodrone (MIlano). Userò un proiettore per far vedere delle immagini e cercherò di spiegare ai pargoli cos'è e come nasce un fumetto. Sono fiducioso di saper tenere desta l'attenzione dell'assemblea (previo sequestro delle PSP) perché l'ho fatto tante volte, di fronte a studenti di tutte le età e perfino per i detenuti di San Vittore (che sono stati il pubblico più attento e disciplinato che ho avuto). Mi preme segnalare lo spirito di iniziativa degli insegnanti che invitano gli autori di fumetti a questo tipo di incontri: bene, bravi, bis. Ovviamente l'iniziativa è gratuita: ai ragazzi non viene chiesto niente, e la scuola non mi dà niente. Non metterò neppure il cappello vicino al microfono.




IL TERREMOTATO
25 gennaio. Dopo aver finito la storia "Il mistero dell'isola", con il naufragio di una nave anticipatore della tragedia del Concordia, ieri sera ho ricominciato a scrivere una sceneggiatura momentaneamente interrotta, che fa parte del viaggio di Zagor in Sudamerica, ambientata in Cile e intitolata "Terremoto". Questa notte e stamattina, in tutta Milano si sono sentite le scosse di uno sciame sismico. Mi chiedo che succederebbe se scrivessi fumetti erotici.
Il terremoto più forte della mia vita l'ho sentito sulle montagne pistoiesi, un'estate che ero lassù in vacanza, durante gli anni della mia adolescenza. Fu davvero una bella botta, ma con un aspetto buffo. Quando è successo, ero al bar del paese, là dove più o meno si radunavano tutti i miei amici di allora. Decido di giocare a flipper (ai quei tempi, esistevano ancora). Sennonché il flipper è spento. Guardo e vedo che c'è la presa di corrente staccata, un grosso spinotto industriale di quelli da mezzo chilo. Decido di attaccarla per accenderlo da solo, senza chiedere al barista, indaffarato a servire caffè. Mi chino sotto il flipper, e attacco la spina con un gesto deciso. Zac! Immediatamente, un boato. Bottiglie e bicchieri del bar cadono a terra, il pavimento e le pareti tremano. E io mi dico: "Cavolo! E che ho fatto?". Anzi, a pensarci bene non ho detto proprio "cavolo".



DUECENTO MESI DI FUMO
26 gennaio. E' uscito il numero DUECENTO di Fumo di China! E' un traguardo di tutto rispetto, dato che neppure il Comics Journal è ancora riuscito a tagliarlo. E poi, la cifra tonda riguarda soltanto le uscite come rivista da edicola: se si sommano i numeri pubblicati durante il glorioso periodo in cui la testata era ancora una fanzine, si arriva a 236. Più ci sono i supplementi, i numeri speciali, gli allegati e quant'altro. Insomma, è il caso di festeggiare. AUGURI, FDC! A questa lunga storia, anch'io ho dato il mio contributo con alcune decine di articoli. Addirittura, una volta mi fu proposto di diventare il direttore. Come andò, l'ha raccontato nell'articolo "Psicopatologia muliebre" (che forse vi divertirà leggere anche per il ritratto che vi si fa delle mogli e delle fidanzate dei fumettomani).



LADRI DI BICICLETTE
27 gennaio. Dopo che ho cambiato casa, andando ad abitare più vicino alla redazione di Via Buonarroti rispetto a prima, mi sono trovato nella condizione di poter andare al lavoro in bicicletta. Così, ne ho comprata una. Dignitosa, con tutti gli accessori del caso, di colore nero. Ieri, quando un mio collega l'ha vista, ha detto: "E' troppo bella: te la ruberanno subito. Avresti dovuto comprarne una usata, un po' sgangherata". Magari, rubata a un altro. Non so quanto la bici resisterà: vi terrò informati. Però, è terribile l'idea che uno debba rinunciare alla bicicletta nuova perché se no tanto gliela rubano.



ODI BARBARA
29 gennaio. Pare che don Bosco abbia detto una volta che "un oratorio senza musica è come un corpo senz'anima". Il che,a parer mio, vale per ogni luogo della nostra vita. La mia formidabile insegnante di pianoforte, Barbara Salani (vedere il video per credere), di cui io temo di essere l'allievo meno talentuoso, dirige anche il coro della sua parrocchia, appunto intitolata a don Bosco. Non contenta di far cantare il suo gruppo, lo ha allargato a una mini orchestra fatta dai bambini che suonano il flauto dolce e dai loro genitori che sanno suonare un qualunque strumento, dalla batteria al sax. Ieri sera, mi ha invitato ad andare a sentire un concerto di questi musicisti e cantori amatoriali. Il programma prevedeva sia canzoni pop che brani classici, per cui si è passati da "Azzurro" di Celentano al "Rondò alla Turca" di Mozart, attraverso "Image" di John Lennon (che non è propriamente una canzone adatta a venire suonata in una chiesa, dato che comincia immaginando "no heaven") e un brano di Giovanni Allevi. Barbara dice: io riunisco il gruppo un giorno alle settimane, per le prove, ed è anche un modo per togliere i ragazzi una sera dalle chat su computer o dai videogiochi, e i genitori dalla TV. Mi pare una bella cosa, questa voglia della gente comune di fare musica e sono rimasto sorpreso dal vedere che, insomma, padri di famiglia che sanno suonare il flauto traverso o la chitarra ancora ce ne sono. Strano, ma vero.



LA DECISIONE
29 gennaio. Leggo, sul supplemento "Io Donna" allegato al Corriere della Sera di ieri, una intervista all'attrice Tilda Swinton (che mi attira come tutte le rosse). Dice: "Quel che cerco di insegnare ai miei figli è l'esercizio della felicità. Più vado avanti con gli anni, più mi rendo conto che la felicità è una decisione". Sarebbe bello se fosse davvero così.



ALLA RICERCA DELLA FELICITA'
29 gennaio. Leggo su "La lettura" (scusate la tautologia) che la scrittrice britannica Jeanette Winterson ha raccontato, in un suo libro, la scoperta della sua omosessualità durante l'adolescenza. Dopo aver iniziato una relazione con una sua amica, confessò alla madre di essere lesbica e voler andare a vivere con la compagna. Le spiegò che solo con lei era davvero felice. La mamma le rispose: "Perché vuoi essere felice, quando potresti essere normale?". Dal che si deduce che, nella nostra società, la scelta è fra la normalità e la felicità.


MISSION IMPOSSIBLE
30 gennaio. Ieri sono andato a vedete "Mission Impossible: Protocollo fantasma". A parte la conferma di come Tom Cruise sia davvero bravissimo (e di quanto sia assurdo metterlo in discussione come pare fosse diventato lo sport nazionale negli USA), il film mi ha riappacificato con le pellicole di spionaggio dopo la mattonata depositatami sui santissimi da "La talpa". Uno spettacolo travolgente dall'inizio alla fine. Ma, spettacolo nello spettacolo, ci sono le due fanciulle che vedete nella fotina. Quasi una missione impossibile scegliere ma, dovendolo fare, con tutto il rispetto per la mora, io ho preferito la bionda fin dal primo sguardo, all'inizio del film. Diciamo che la vittoria è di misura (l'unica misura che di solito conta in questi casi).



LA GRANDE FESTA
30 gennaio. Dalla Zagor TV, Sergio Bonelli con gli autori dello Spirito con la Scure nella festa del Cinquantennale a Riminicomix (luglio 2011).



IL MAESTRO
30 gennaio. Marco Torricelli durante un incontro con i ragazzi di una scuola media, a Masone (Genova).



L'ARTISTA
30 gennaio. Locandina della mostra che Mauro Laurenti terrà dal 10 al 12 febbraio a Lanciano (Chieti), in una galleria d'arte.



QUALCOSA DI DOLCE IN BOCCA
31 gennaio. Sono stato messo a dieta dal dottore (per motivi medici e non estetici, niente comunque a cui non si possa rimediare) e per un mese niente zuccheri né carboidrati di nessun tipo. Per cui sono esclusi come se fossero veleno: pane, pasta, riso, dolci, frutta, legumi, cereali, vino, patate, caffé. Unici cibi permessi: carne, pesce, uova, formaggio e insalata (senz'olio). Dopo cinque giorni il mondo mi sembra un carboidrato e sono arrivato la lavarmi i denti cinque volte a giorno (invece delle tre solite) pur di sentire qualcosa di dolce in bocca. In fondo, il Mentadent non è stato bannato dalla dieta.



IL MESTIERE PIU' VECCHIO DEL MONDO
31 gennaio. Scusatemi se, per fare la considerazione a cui arriverò, dovrò passare attraverso un argomento apparentemente triviale, quello del mestiere più antico del mondo. In realtà, si tratta di letteratura: sto infatti leggendo, fra le altre cose, "Dubai Confidential" di Sergio Nazzaro (Edizioni Elliot, 2009). Questo il testo nei risvolti di copertina: "Dubai: la capitale degli investimenti immobiliari, dei grattacieli più alti, del lusso più sfrenato, la città con più gru e più puttane al mondo. O l'hai vissuta o non la conosci: non puoi inventarla". Concentriamoci dunque sull'ultimo elemento, le puttane. Nazzaro fornisce le quotazioni. Cento euro per una intera notte con una nera, che non sono però in cima al prezziario. "In alto ci sono le russe, le inglesi, le americane. In basso, le cinesi. Due te le porti per cento euro e, se mercanteggi, anche per qualcosa di meno. Poi ci sono le uzbeche e le iraniane: queste costano almeno trecento euro. Qualche cosa in più le libanesi". Ma, a un certo punto, al protagonista propongono una emiratina, che ha quotazioni stratosferiche. Ecco, il punto è proprio questo, soltanto pourparler, naturalmente: le russe, le americane, le cinesi, ancora me le figuro. Per le iraniane e le libanesi posso fare uno sforzo di immaginazione. Per le uzbeche confesso qualche difficoltà. Ma come saranno mai, le emiratine?


L'ALBO GIGANTE
31 gennaio. Il titolo del secondo Zagorone sarà: "L'uomo che sconfisse la morte (Burattini/Verni). Qui sopra, una vignetta in anteprima.