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mercoledì 29 agosto 2018

ANTONIO



Il 25 agosto 2018 è morto Antonio Vianovi. Era nato il 6 febbraio 1949.  La notizia mi ha colto di sorpresa, a tradimento, mentre ero impegnato in una manifestazione fumettistica in Puglia, una come tante fra quelle a cui io e lui avevamo partecipato insieme, in anni passati, frequentatori entrambi di stand pieni di libri e giornali. A comunicarmela, Francesco Manetti, un amico del gruppo di "Dime Press", rivista di cui Antonio era stato editore con il marchio Glamour International Production, dopo aver dato fiducia  a quattro giovani sconosciuti quali eravamo noi che gliela proponemmo. A Vianovi devo moltissimo. Mi ha coinvolto, negli anni Novanta, in decine e decine di eventi del cui staff faceva parte, compresa l'organizzazione di alcune mostre allestite a Lucca Comics o quelle dedicate ai personaggi Bonelli (Zagor, Nick Raider, Nathan Never, Martin Mystére) di cui curava i cataloghi, affidandone a me, in certi casi, la scrittura dei testi per i cataloghi. Non aveva la macchina per cui mi telefonava nei momenti più inaspettati per farsi scarrozzare tra le tipografie e il suo ufficio-magazzino stravolto di incedibili collezioni di riviste di tutti i tipi, una vera miniera di rarità che ai miei occhi era la caverna di Alì Babà. Seguendolo, finivo per andare a cena con autori di fumetti di tutto il mondo che mai avrei sognato di poter avvicinare. Peraltro, negli anni Ottanta, prima che potessi dargli del tu, aveva dato vita a una Casa editrice che a Lucca aveva lo stand più grande di tutte, potendo avere dietro il banco autori come Manara, Milazzo, Giardino, Pazienza, Liberatore, a cui dedicava i suoi "Glamour Book", esempi di eleganza grafica. Grafico geniale, aveva dato vita a una rivista di fondamentale importanza per lo sdoganamento culturale del fumetto, "Glamour", appunto, pubblicata in tre lingue. Era simpaticissimo, con un humor da autentico toscanaccio qual era (e si sa che per un toscano, "toscanaccio" è un bellissimo complimento), riusciva a infilarsi dovunque e a entrare nelle grazie di tutti. Credo che mi volesse bene. Come io gliene ho sempre voluto. Ciao, Antonio. Ti piango.


Antonio Vianovi nel 1992 (in evidenza a sinistra) con Paolo Ferrari della Bonelli, il giovane sottoscritto, due giornalisti de "La Nazione" e Gallieno Ferri.


Vianovi al centro tra Luca Boschi e Gallieno Ferri, con a destra Luca Raffaelli.





Due amici che non ci sono più: Franco Fossati e Antonio Vianovi


L'articolo dedicato alla scomparsa di Antonio Vianovi dal sito della Bonelli:
http://www.sergiobonelli.it/notizie-flash/2018/08/27/news/addio-ad-antonio-vianovi-1003342/

sabato 2 luglio 2016

TESTI E NOTE


Cominciano ad arrivare i primi feedback da parte di chi ha letto (tutti o alcuni) i racconti della mia antologia "Dall'altra Parte" (Cut Up Publishing). Fra questi, anche quello (affettuoso) di Max Bunker, che a suo tempo (più di quaranta anni fa) pubblicò una raccolta che a me piacque moltissimo, intitolata "Il virus". In generale, mi pare di poter dire che tutte le 26 storie inquiete sono ipnotiche: chi ne comincia una di solito vuol vedere che vada a finire perché finisce invischiato nel meccanismo, e non di rado (mi di dice) vien voglia di passare subito alla successiva, dato che si tratta di racconti piuttosto brevi.

Tutti rimangono colpiti, per lo più angosciati, da "L'arcobaleno alla fine del mondo" (parla di un viaggiatore che si reca in Patagonia per uno scopo misterioso su cui ci si interroga fino alla soluzione nell'ultima riga). Tra gli altri, però, i più gettonati sono "Il giudizio di Dio" e il primo, che parla dello stesso argomento, "La signora Miller e Dio". Antonio Zamberletti (scrittore più quotato di me in campo narrativo) è rimasto favorevolmente impressionato dall'avventura inedita di Zagor, illustrata da Marco Verni. Ringrazio per gli apprezzamenti ma non mi adonterò per le critiche che dovessero arrivare.  

Se vorrete, ne parlaremo ancora tra un po' visto che il libro verrà presentato in varie occasioni lungo un percorso che andrà dal qui fino a Lucca Comics (abbiamo cominciato con una anteprima al ricetto di Candelo domenica 26 giugno 2016). Intanto, qui di seguito pubblico la mia postfazione che ricostruisce la genesi dei singoli racconti. Vi ricordo che "Dall'altra parte"  è già disponibile sullo store on line di Cut Up, scontato di 1,00 euro e con spedizione gratuita.


Si può però già trovare anche in libreria, fumetteria, su altre piattaforme di vendita on line, alle mostre mercato.

La presentazione al ricetto di Candelo.



TESTI E NOTE
di Moreno Burattini

Ho sempre desiderato rubare il titolo italiano dell’antologia “Buy Jupiter and other stories” di Isaac Asimov, appunto “Testi e note” – dove le note dell’autore erano divertenti tanto quanto i suoi pur formidabili racconti. Non riuscirò mai a essere altrettanto brillante e interessante quanto il Good Doctor, tuttavia mi preme aggiungere qualche annotazione a proposito dei ventisei racconti che avete appena letto. 

Fumetti in prosa

Non è un caso che alcuni dei testi sembrino pronti per essere trasformati in storie a fumetti, perché in effetti sono la novelization (o adattamento letterario, se preferite) di mie sceneggiature. Ovviamente, la trasposizione è stata effettuata cambiando molti particolari, arricchendo dove necessario, tagliando qualcosa altrove, dando comunque forma diversa secondo il mio gusto attuale e le mie attuali capacità. 
Elencando i testi nell’ordine di apparizione, “La signora Miller e Dio” è tratto da “Il primo assassino”, pubblicata sul n° 334, datato agosto 1999, del “Giornale dei Misteri” (Corrado Tedeschi editore), illustrata da James Hogg. Il racconto attuale, nella forma in cui compare su questo volume, è stato invece inserito da Sebastiano Mondadori nell’antologia da lui curata “Morte per acqua” (Tra le Righe, 2014).
“La testa del drago” è ispirata all’omonimo racconto scritto da me e disegnato a Stefano Andreucci, apparso sul n° 10 della rivista “Mostri” (edizioni Acme) del dicembre 1990.
“La bella e la bestia”, sempre con i disegni di Andreucci, è nel sommario del successivo n° 11 (gennaio 1991), dove risulta con il titolo di “La belva”.
“Cuore di figlio” è di poco precedente: stessa rivista, stesso disegnatore, ma risale al settembre 1990 (n° 7): aveva il titolo di “Amore filiale” ed è il mio primo fumetto apparso in edicola. Ci sono perciò particolarmente affezionato.
“Il pifferaio magico”, ugualmente, appartiene allo stesso filone medievaleggiante: io e Andreucci abbiamo sempre desiderato poter raccogliere il nostro materiale in un volume antologico che non è stato, per ora, possibile realizzare. Questo racconto comparve nel novembre 1990 sul n° 9 di “Mostri”.

Gianni Sedioli, illustratore di uno dei acconti di "Dall'altra parte"
Deja vu

In altri casi, alcuni dei testi qui raccolti sono già stati pubblicati altrove, in forma diversa, e compaiono di nuovo in queste pagine rivisti e corretti se non del tutto riscritti.
“Ombra nella nebbia” è il racconto più vecchio: comparve, con il titolo di “Eterno Ulisse”, sul numero della rivista “La Cicogna” del marzo 1981. Si trattava di un giornale scolastico pubblicato nel Liceo Classico “Cicognini” di Prato che all’epoca frequentavo. Già a quei tempi, come si vede, avevo ambizioni letterarie. Lo firmai con lo pseudonimo  di Umberto Isacchi (non è casuale il riferimento, nel falso cognome, a Isaac Asimov), perché su quella rivista c’erano già altri testi miei e non volevo si credesse che peccavo di protagonismo (realizzavo anche delle vignette come “Buracchio” e una rubrica umoristica come “Il vipera”).
Anche “Controstoria del latino” fu un mio esercizio da liceale, che però pensai di inviare alla rivista “Eureka” (Editoriale Corno) avendo la buona sorte di vederlo pubblicato su un numero del 1981.
“Partenogenesi” è apparso sul n° 0, datato novembre 1999, della rivista “Fresco”, diretta da Diego Cajelli (Edizioni Terra Bruciata).
“L’ultimo grido del cacciatore” è apparso per la prima volta nel 1985, in una forma molto diversa, sulla rivista “Dimensione Cosmica” (Marino Solfanelli Editore). Comparve poi in una traduzione in lingua ungherese su una antologia magiara. Più di recente è servito da spunto per una storia di Zagor, “Il varco tra i millenni” (Sergio Bonelli Editore, 2014), in una versione del tutto modificata.
“Insaccato di cuoco” è invece un testo molto più recente: è apparso in appendice al romanzo horror “The italian way of cooking” di Marco Cardone, edito da Acheron nel 2016. Dopo una storia in cui un cuoco serve nel suo ristorante mostri cucinati ai propri clienti, è stato aggiunto un divertente ricettario (dieci ricette in tutto, di altrettanti diversi autori) in cui si suggeriscono piatti mostruosi.


Per la prima volta sullo schermo

Ed eccoci invece ai racconti inediti, vale a dire i restanti sedici presenti nella raccolta. Alcuni di questi giacevano da tempo nei miei cassetti, insieme ad altri sogni. E’ il caso di “Cibo per cani”, “L’alchimista”, “La macchina del tempo”, e “Mutazioni”, divertissement giovanili che trovano finalmente il modo di mostrarsi in pubblico dopo tanti anni di pudica reclusione e avendo subito un minimo di restyling. 
“Il monte di Venere” è ambientato nel 1982 e comincia nella biblioteca della Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze proprio perché fu scritto lì, a mano su un bloc notes, in funzione di rilassamento fra una lezione e l’altra (o forse, più probabilmente, per perdere tempo invece di studiare). Tutta la descrizione degli ambienti, dei percorsi in città e fuori città, dei mezzi pubblici come della mia Fiat Uno dell’epoca è reale e ispirata a luoghi esistenti così com’erano a quei tempi.
“La sparizione della Madonna”, titolo che sono orgoglioso di aver ideato giocando sul fatto che la Madonna di solito appare e non sparisce, è stato scritto nel 2008 a quattro mano (con equa ripartizione dei compiti) con Susanna Daniele, giallista pistoiese, allo scopo di partecipare insieme a un concorso per racconti polizieschi. Ci provammo, non venimmo premiati, ma fummo contenti di aver partecipato e lavorato insieme. Nel complesso mi pare di poter dire che è mio il meccanismo giallo della trama e sua la capacità di rendere le atmosfere e i personaggi della montagna sopra Pistoia degli anni che furono.
I restanti dieci titoli sono stati scritti appositamente per questa antologia. Vorrei soffermarmi soltanto su uno, “L’arcobaleno alla fine del mondo”, che nasce da un viaggio in solitaria in Terra del Fuoco e in Patagonia che ho realmente compiuto nel gennaio 2014. Quasi tutto quello che si racconta è vero, tranne (ovviamente) il finale. E’ lo scritto più autobiografico dell’antologia, e mi è costato un po’ di dolore tirarlo fuori. Grazie per avermi consolato leggendolo.

venerdì 8 aprile 2016

L'ULTIMO SALUTO


Mercoledì 6 aprile 2016 si sono svolte a Recco le esequie di Gallieno Ferri. Il funerale ha avuto luogo nella chiesa di Megli, sulla collina che domina l'abitato, con una bellissima vista sul Golfo Paradiso, le cui acque Gallieno ha solcato per tutta la vita in barca a vela o in windsurf. Numerosissime le persone che si sono strette attorno alla famiglia, molte con la casacca di Zagor addosso. Sul feretro è stata posata una scure. Accanto alla bara c'erano i gonfaloni del Comune di Recco e del Comune di Rocchetta Vara (La Spezia), di cui Ferri era cittadino onorario per la sua lunga frequentazione del fiume Vara a bordo della sua canoa. Dopo la disastrosa alluvione del 2011, Gallieno aveva realizzato una stampa numerata e firmata da vendere per una raccolta fondi, che ebbe un notevole successo (questo a ulteriore testimonianza della sua sensibilità verso gli altri). La cerimonia è stata commossa ma serena, come serena è trascorsa la vita del Maestro. Graziano Romani ha intonato la sua canzone "Darkwood" e un lungo applauso ha salutato il feretro mentre usciva per la sepoltura nel piccolo cimitero di Polanesi. Tra i presenti anche molti autori di fumetti, zagoriani e no. A Gallieno è piaciuto il modo in cui lo abbiamo salutato, ne sono sicuro.










Al centro, Alessandro Chiarolla
Berardi, Mantero e Calza

Il figlio Gualtiero


domenica 3 aprile 2016

CARO GALLIENO



Caro Gallieno,
lo so che cosa mi vorresti dire, in questo primo giorno senza di te.
Lo so, perché ti conosco. 
E in effetti è come se le cose che sto per scrivere tu me le dettassi da chissà dove (ma sicuramente da un luogo incantato).
Ti conosco non soltanto da 26 anni (a tanto indietro nel tempo risale il nostro primo incontro), ma da una vita. Quando sono nato, Zagor già esisteva, e sono cresciuto avendolo accanto come un fratello maggiore, che mi temeva per mano difendendomi dai prepotenti e raccontandomi storie meravigliose per farmi fare bei sogni quando andavo a dormire. 
Perciò ti conosco da quando ho cominciato a perdermi nella foresta di Darkwood, che avrò avuto quattro anni e già sfogliavo i fumetti senza saperli leggere. Poi, c’è sempre stata una tua copertina in ogni momento della mia esistenza: quando ho cambiato casa che ero alle elementari, quando ho fatto la prima comunione, l’esame di terza media o la maturità, quando ho dato il primo bacio a una ragazza, quando fatto il mio primo viaggio all’estero o sono partito militare. Il fatto che poi siamo diventati collaboratori e addirittura amici (amici di quelli che si vogliono bene per davvero) è uno dei più bei regali che mi abbia fatto la vita. 
Si dice sempre che non bisognerebbe conoscere i propri miti, perché si rischia di restarne delusi: tu invece eri ancora migliore della pur bella immagine che di te avevano i tuoi lettori. Chiunque ti abbia conosciuto lo può testimoniare. Per me eri diventato un secondo padre. Quante lezioni di umanità, di ottimismo, di generosità, di serenità, di semplicità, di dedizione agli affetti e al lavoro ho imparato da te! E quante cose mi hai insegnato su quelle che erano le tue passioni: il mare, le barche, i fiumi, la natura, la montagna, i viaggi, l’arte, la storia. Sono diventato il tuo biografo (con due libri e tanti articoli a te dedicati) soprattutto per pagare il mio debito di riconoscenza verso i sogni che mi hai regalato e l’esempio che mi hai dato.
E adesso eccomi a piangere il fatto che non tu non ci sia più, anche se tutto qua attorno mi parla di te come se ci fossi: perché non sarei io, senza di te.
Ma, ripeto, lo so che cosa mi diresti se fossi qui (e lo so che ci sei). 
Mi diresti che in realtà non mi hai lasciato da solo perché sono in mezzo a migliaia e migliaia di abitanti di Darkwood (tutti i tuoi lettori) con i quali andremo avanti facendo tesoro dei tuoi insegnamenti. E Zagor resta con noi, a farci da fratello maggiore. 
Ma mi diresti anche che non c’è motivo di piangere, perché hai avuto una vita meravigliosa: te ne sei andato sorridendo (mai una volta che ti abbia sentito lamentarti per la tua malattia), lavorando fino all’ultimo giorno alla nuova copertina che ti avevo affidato, alla bella età di ottantasette anni vissuti come tutti vorremmo vivere, guardando il mare dalle tue finestre e dalla tua terrazza, con le montagne alle spalle. 
Hai visto la guerra e poi la pace, hai svolto bene il tuo lavoro (diventando un maestro riconosciuto da tutti nella tua arte), hai avuto quattro figli magnifici e uno stuolo di nipoti, e hai lasciato un segno nell’esistenza di milioni di persone in tutto il mondo, tutte innamorate dei tuoi racconti. Hai viaggiato e navigato, hai aiutato chi si rivolgeva a te, hai lavorato nel modo che volevi, disegnando ciò che ti piaceva disegnare e immedesimandoti nei tuoi disegni, con vera passione. Non hai mai smesso di lavorare anche quando avresti potuto, perché il lavoro era parte integrante della tua vita, e sei riuscito a farlo ai massimi livelli fino a quando ci hai lasciato. E sei stato amato come pochi altri fabbricanti di sogni al mondo. Sei stato Gallieno Ferri, insomma. Perciò perché piangere? Si può solo essere felici per te, per quello che sei stato, per quello che sei.

Hai reso il mondo un posto migliore, ed è questo l’unico vero compito di ogni uomo. Quindi, non ci resta che piangere per noi, se non sapremo fare altrettanto.

giovedì 13 agosto 2015

POESIE RITROVATE



Giovedì 6 agosto, a Gavinana (PT), ho presentato, in una affollata piazzetta sotto il campanile delle pieve,  un mio nuovo libro: la raccolta commentata di oltre cento “poesie ritrovate” del poeta Giuseppe Geri. A questo autore, che si firmava “Geri di Gavinana”, avevo già dedicato un altro lavoro, "Il poeta delle piccole cose"). Le liriche sono state lette dall’attore Bruno Santini, applauditissimo dal pubblico. Della serata, Marco Ferrari ha fatto un esaustivo resoconto sulla rivista on line “Linee Future”, e ovviamente ne hanno parlato i giornali e le TV locali.

Il titolo “Poesie Ritrovate” fa riferimento al fortunato caso che ha messo a mia disposizione, e a disposizione di tutti, tre grossi quaderni contenenti alcune centinaia di composizioni inedite del cantore montanino. Si tratta di un tesoro di poesia ma anche e soprattutto di umanità, di sentimenti, di emozioni e di memorie. Memorie di un uomo ma anche di un territorio, di un’epoca, di una identità culturale. Per quanto le opere del Geri siano note soprattutto in ambito locale, non soltanto sulla montagna pistoiese ma anche in Garfagnana dove visse a lungo, lo spessore letterario e artistico della sua produzione trascende di gran lunga i limiti in cui si è diffusa e raggiunge valore universale. 

Giuseppe Geri nacque a Gavinana (nel come di San Marcello, in provincia di Pistoia) il giorno di Ognissanti del 1889. Frequentò soltanto la terza elementare, per il resto fu completamente autodidatta. Fu un “poeta operaio” e poi un “poeta pensionato”. Lavorò nelle officine di Limestre fino agli anni Trenta, poi per motivi aziendali fu costretto a trasferirsi a Fornaci di Barga, in provincia di Lucca. Fece spesso ritorno a Gavinana, quando il lavoro glielo permetteva, e anche a Fornaci non mancò di conquistare la simpatia degli abitanti del luogo, continuando a poetare nella sua nuova casa. Nel suo paese d’adozione fu così stimato e considerato che gli è stata dedicata persino una via.

Geri non si sposò mai, e scrisse di considerare la “musa” come una moglie e i suoi sonetti come dei figli. Morì nel 1975, e come aveva chiesto tornò a Gavinana per esservi sepolto.  Dotato di un innato senso metrico e di fresca inventiva poetica, durante tutta la vita scrisse poesie, rispondendo a un bisogno insopprimibile del suo animo. In una composizione dedicata al romano Trilussa, il pistoiese scrive: 

E pure sento anch’io, signor Trilussa,
quest’arte come un impeto divino
che tante volte all’anima mi bussa.


Luigi Russo

Alcune di queste composizioni vennero fatte leggere, all’inizio degli anni Venti, al critico letterario siciliano Luigi Russo (1892-1961), noto per i suoi studi sul Metastasio, professore universitario a Firenze e poi direttore della Scuola Normale di Pisa. Al Russo, che trascorreva sulla montagna pistoiese molti dei suoi momenti di vacanza, non sfuggirono del doti del poeta illetterato e si impegnò per promuovere la pubblicazione delle sue composizioni in una silloge intitolata “Fiori di bosco”, edita da Vallecchi nel 1929. In seguito, quando il professore compilò alcune sue antologie di poeti italiani a uso degli studenti delle scuole medie e superiori, non mancò di inserire qualche lirica del gavinanese. Commentando la propria presenza accanto a quella di figure quali Pascoli o D’Annunzio nel florilegio intitolato “L’ora mattutina”, Giuseppe Geri scrive:

Fra tutti quei colossi
io qui ci rappresento
come se non ci fossi
o edera aggrappata a un monumento.


Dopo “Fiori di bosco”, le poesie del cantore montanino comparvero su varie riviste e furono anche diffuse attraverso un intenso carteggio con letterati di tutta Italia. Sarebbero auspicabili studi accademici che approfondissero questi aspetti. Instancabile, comunque e soprattutto, fino al giorno della morte del poeta, la sua distribuzione di testi consegnati a mano a tutti quanti lo circondavano, a Gavinana come in Garfagnana. Una caratteristica del tutto singolare del modus operandi del Geri era, appunto, quello di scarabocchiare poesie improvvisate su foglietti di carta volanti, che poi il poeta regalava agli amici e, talvolta, anche agli sconosciuti. Alcuni venivano recuperati, e ci fu chi cominciò a raccoglierli e a batterli a macchina. Laura Tonietti, a cui si deve rendere merito per aver svolto questa attività, mise insieme circa 150 manoscritti. Proprio grazie alla raccolta dei foglietti affidati “al vento”, nel 1994 è uscito un libro postumo, a cura del Moto Club di Fornaci di Barga e di Milvio Sainati in particolare. “80 anni di poesia”, questo il titolo, si fregia anche di una prefazione di Gian Luigi Ruggio, all’epoca conservatore di Casa Pascoli a Castelnuovo. Nel 2012 è toccato al sottoscritto l’onore e l’onere di raccogliere una selezione delle cose migliori (almeno a mio giudizio) pubblicate nei due libri precedenti, in una antologia edita dall’Associazione Achilli di Gavinana e intitolata “Il poeta delle piccole cose”, corredato da un saggio critico a mia firma. Adesso, giunge il nuovo volumetto e che si deve, appunto, al ritrovamento di numerose altre composizioni inedite. 

Così riferisce l’accaduto Marco Ferrari, autore di un articolo uscito nel luglio 2015 sulla già citata rivista online “Linee Future”, che si occupa di cronaca pistoiese: “Sono emersi dal passato e si sono materializzati quasi per magia fra le mani di Roberto Geri, nipote di quel Geri di Gavinana conosciuto e ricordato da tutti in paese come il Poeta. Si tratta di tre manoscritti contenenti poesie per lo più inedite. Quaderni vergati a mano di cui si era persa la memoria e si ignorava l’esistenza. Grande è stata quindi l’emozione provata dal nipote Roberto nello sfogliare e leggere, non senza incredulità e commozione, le poesie dello zio risalenti a più di ottanta anni fa, e nel realizzare l’importanza del ritrovamento fatto”. 

Roberto Geri, dal canto suo, racconta: “Nell’aprile dello scorso anno, nel corso di lavori fatti nella casa di Gavinana, mi sono trovato nella necessità di spostare il baule dei ricordi dello zio, in cui tuttora sono custoditi gelosamente i libri a lui appartenuti. Un baule pesante. Per spostarlo si è reso necessario aprirlo e svuotarlo. Un’operazione fatta altre volte nel passato, ma questa volta è stato diverso. Il caso, il destino, o forse lo zio, di cui ricorrono i quaranta anni della dipartita, ha voluto che il mio sguardo si posasse, prima su uno, poi sul secondo e infine sul terzo, di quelli che a prima vista sembravano degli anonimi registri contabili, adagiati sul fondo del baule. Li ho tolti, impilati uno sopra l’altro, e posati sulla pila di libri che nel frattempo si era formata sul pavimento. Uno di questi, inavvertitamente è caduto e aprendosi, ha mostrato il suo contenuto. Se non mi fosse scivolato dalle mani, sicuramente non sarebbe mai stato aperto. Nell’atto di raccoglierlo e di chiuderlo, l’occhio si è posato sulla pagina aperta. Ho indugiato, la vista a quest’età è quella che è. Ho cercato di mettere a fuoco la scritta e ho letto, cosa strana, e forse non del tutto casuale, il titolo di una poesia: Il destino. Ho iniziato, distrattamente a sfogliare il libro dei conti, ma non c’erano numeri, né somme o sottrazioni, ma parole, versi, rime e poesie. Una dopo l’altra, pagina dopo pagina. La voce mi si è increspata e la vista mi si è fatta ancora più annebbiata. Ho chiamato mia moglie perché mi portasse gli occhiali da lettura”.

Roberto Geri
A questo punto Roberto Geri si rende conto che i tre quaderni sono pieni di poesie scritte a mano dallo zio Giuseppe, in gran parte materiale inedito. Si tratta di tre grossi manoscritti rilegati, grossomodo formato protocollo, ciascuno contenente circa cento composizioni. Sulla copertina dei primi si legge, scritto a mano:

Poesie di Giuseppe Geri
Gavinana
1925 (1)

Geri di Gavinana
Malinconie
1932 (2)

Sulla copertina del terzo non c’è alcuna scritta, ma subito all’interno leggiamo:

1943 (4)
e nella pagina successiva:
Geri di Gavinana
I canti di un montanino (titolo cancellato)
Sulle rive del Serchio (titolo definitivo)

Sembra evidente che manchi un volume (3). Non resta che sperare in un successivo ritrovamento.

L'annotazione con il numero (4) sul terzo volume



Alcuni mesi di lavoro hanno permesso a chi scrive (a cui sono stati affidati in prestito i quaderni) di selezionare le composizioni contenute in questa antologia, essendo necessaria una scelta per motivi di spazio. Il criterio seguito è stato quello di non pubblicare le composizioni già note, anche quando se ne riscontrano versioni alternative con varianti più o meno notevoli (soprattutto nel primo quaderno ci sono molte poesie finite poi in “Fiori di bosco”, ma con versi diversi rispetto a quelli conosciuti). Tolto il materiale già edito, si sono scartate le poesie con riferimenti a persone e a fatti contingenti della vita privata del Geri, non immediatamente comprensibili, così come le tante “lettere in rima” con cui il gavinanese era uso scrivere ai suoi amici o corrispondenti, contenenti spesso ringraziamenti per favori o regali ricevuti o inviti a incontri conviviali. In presenza di opere di argomento molto simile (come l’alternarsi delle stagioni o il rimpianto della gioventù perduta) ho scelto di selezionare il componimento più rappresentativo. Sono stati privilegiati i testi più attuali e universali, quelli che possono parlare ancora oggi a tutti noi (il Geri, comunque, non ha perso niente della sua freschezza). Qualora l’interesse dei lettori lo richiedesse, esiste materiale sufficiente per riempire sicuramente altri libri come questo. 

Mi sento in dovere di segnalare che, trattandosi di testi manoscritti compilati in modo evidentemente frettoloso, pieni anche di cancellature e correzioni, ho ritenuto di dover intervenire qua e là per restituire ai versi la punteggiatura mancante o la sillaba sfuggita. Del resto, la presenza di versioni alternative (presumibilmente precedenti) di testi già noti fa ipotizzare che prima della pubblicazione a stampa di “Fiori di bosco” il poeta abbia rivisto e perfezionato i suoi lavori, forse indirizzato dallo stesso Luigi Russo. Dunque lo stesso tipo di ripulitura e di aggiustamento si è reso necessario anche per la raccolta che state per leggere. I quaderni del Geri restano comunque a disposizione, custoditi da Roberto Geri, per chiunque voglia studiarli o curarne una migliore e più completa edizione.


L’esame dei manoscritti permette di ricostruire un quadro più vivido e completo della vita del poeta, rispetto alle informazioni già note. Ci sono per esempio annotazioni dell’autore riguardo a certe composizioni da lui lette personalmente in alcune circostanze pubbliche (per esempio è rintracciabile una poesia dedicata alla località di Maresca, recitata dallo stesso autore nel teatro di quel paese), oppure relative alla pubblicazione di alcuni versi su quella o quell’altra rivista. Interessanti i testi che testimoniano avvenimenti storici o fatti di cronaca, come l’imperversare della “spagnola”, gli scontri fra “rossi e fascisti” o il primo avvento della radio.

"Una riconciliazione tra rossi e fascisti"
Le opere radunare in questo volume confermano quel che sappiamo su un aspetto importante della personalità dell’autore: il doppio registro della sua produzione, basata sull’alternarsi del comico e del malinconico. L’arguzia e l’umorismo di molte composizioni non devono far pensare al Geri come a un personaggio ilare, ma mascherano in realtà il suo eterno male di vivere (il che lo rende ancora più attuale e contemporaneo). Tuttavia il suo naturale sense of humor stempera l’amarezza della sua inquietudine.

In alcune poesie il poeta fa riferimento ai libri contenuti nella sua biblioteca e di cui lui amava leggere qualche pagina ogni sera, almeno finché gli occhi gli restavano aperti. Nonostante non mancasse mai di sottolineare il fatto di essere “senza scuola” e di non poter competere con i più colti di lui, tuttavia elenca gli autori di cui conosce le opere, come il Pascoli (ammette in un verso di sentirsi “pascoliano”), il Prati, il Tasso, Trilussa, il Fusinato.

Testimonia il Russo: «Ebbe amicizie con villeggianti di un qualche nome o fama, Cadorna, Michelangelo Billia, Carlo Delcroix, a cui prestò devozione di compagnia». Scrive ancora il critico: «L’autore è un operaio di Gavinana, che lavora nelle officine di Limestre, laggiù vicino a San Marcello Pistoiese. Se andate a Gavinana, insieme col Crocicchio, Pian de’ Termini, Rio Apiciano, Ferruccio, il Monumento, dopo i primi giorni che siete arrivato lassù, sentirete discorrere del Poeta. “Quello è il Poeta!” vi diranno premurosi i paesani, a stuzzicare e come a secondare la vostra curiosità di uomini libreschi. E vi indicano un giovane, che sale verso la quarantina, asciutto, con le mascelle serrate, con la fronte stempiata e lucida e bruna di sole, e con l’aria un po’ raccolta e un po’ trasognata, propria ai taciturni camminatori di questi monti. Vi provate a discorrerci: grande timidezza, brevità e imbarazzo di parole, che pure escono all’aria, sfiorate da un lieve palpito di arguzia. Si avverte subito la spiritualità e sincerità dell’uomo».



Se volete procurarvi il libro (costa 10 euro), scrivete o telefonate all'Associazione Musicale e Culturale Domenico Achilli – Piazzetta Aiale, 24 – 51028 Gavinana (PT) – Tel: 0573 66057 – Email: associazione.achilli@gmail.com

Quella che segue è un una brevissima scelta di alcune delle opere ritrovate del Geri.


Geri di Gavinana
POESIE RITROVATE

A una nuvola

Nuvola pellegrina
che vai raminga nell’oscurità,
dimmi: che porti? Quale novità?
Porti tempesta, grandine o la brina?
Dimmi, vieni dal mare?
Porti la pioggia o vento?
O nuvoletta, tu mi fai spavento,
cammina su nel ciel non ti fermare.
O forse cerchi l’altre tue sorelle?
Volete far vendetta?
O nuvoletta, vai, cammina in fretta,
cammina su nel ciel che c’è le stelle.



Un lutto

Vidi mia madre in lutto,
vidi mia madre in pianto,
ed io compresi tutto
del suo dolor, del pianto.

Mandò l’ultimo canto
la rondinella a sera,
vidi mia madre in pianto,
vidi una bara nera.



Le due sorelle

Io avevo due sorelle,
una bionda e l’altra mora,
tutte e due leggiadre e belle
e gentil come l’aurora.
Ma la bionda mi è sparita,
se ne è andata all’altra vita.
Mi hanno detto che lassù
più risplende il suo bel viso
dove è gioia ed è sorriso
ma non tornerà mai più.
E la mora sta lontana,
nella terra pascoliana.
Colgo e bacio il primo fiore:
il pensier quel bacio porta
su la viva e su la morta,
tutte e due lo stesso amore.

Giuseppe Geri di fronte alla sua casa

Nell’orto

Un noce, dei peri, un fiore appassito,
patate, fagioli adornano l’orto.
Non sono felice, ma pur mi conforto
all’ombra silente d’un pesco fiorito.
Mia madre mi guarda, sorride, ma mesta,
nel verde profondo del monte rimira,
mi chiama per nome, solleva la testa,
poi guarda nel cielo e sospira sospira…


Giuseppe Geri con i fratello Guido nel 1916


Il mio nome

Mi sento dir che son ricco d’ingegno,
che presto il nome mio verrà immortale:
non ci trovo fin qui nulla di male,
ma chi lo dice non darà nel segno!

Mi avessero provato nel disegno,
qualcosa avessi fatto di speciale…
per salir in alto, ci vorrebbe l’ale
e non la testa come me, di legno.

Forse perché dirò qualche strambotto
e scrivo qualche volta in poesia,
m’avranno preso per un uomo dotto.

Ma vi assicuro sulla fede mia
Appena so contar quattr’e quattr’otto.
Se questo basta, allora così sia…



Birichinate

Ero un ragazzo come tutti gli altri,
pieno di vita e pieno di clamore,
facevo per le strade anch'io rumore
come fan tutti i ragazzotti scaltri.

Tiravo sassi sulla banderuola,
azzoppavo ogni tanto una gallina,
saltavo volentieri la dottrina
e tante volte non andavo a scuola.

Andavo a nidi o pure a chiappar grilli,
(eran le cose a me più preferite),
mi arrampicavo sulla vecchia vite,
mandavo in casa dei sonori strilli.

Rompevo qualche pentola in cucina,
tribbiavo scarpe e non lavavo piatti,
mi divertivo a strapazzare i gatti
con tutta l'aria mia più birichina.

Poi mi ricordo quando la mia nonna
restava tutto il giorno a gola aperta
a chiamar “Peppe!” ed era cosa certa:
la facevo dannar, povera donna.





La radio

Si sente proprio gli uomini cantare,
tossire, bisbigliar, ripigliar fiato,
che vien per forza voglia di guardare
se dentro c’è qualcuno rimpiattato.
Chi parla dista più di mille miglia,
è cosa da destare meraviglia.

Pensar che con due fili e una cassetta
si sente quel che dicono a Milano:
se c'è al Teatro il ballo o l'operetta,
se parla in piazza qualche ciarlatano;
non da Milano sol, da mezzo mondo
si sente uno quando gira al tondo.

Io tante volte mi sbattezzerei
e dico: se si va di questo passo
un giorno o l’altro, ci scommetterei,
persino i morti si rivede a spasso.
Beati quelli che morranno allora,
che lo faranno sol per qualche ora.



Nostalgie paesane

Penso sovente alla mia casetta,
ai miei morti, lassù nel cimitero;
penso al crocicchio dall'aguzza vetta
dove salivo un dì gagliardo e fiero.
Penso agli amici con malinconia,
sento di Gavinana nostalgia.

È vero che non son tanto lontano,
ma non so quando potrò tornare.
Maturerà nei campi il biondo grano,
quant'acqua ancora scenderà nel mare!
Ritornerà la rondine alla gronda,
quando sarà per me l'ora gioconda?

Vorrei sentir cantare l'usignolo
nei boschi silenziosi di Batoni;
dove la sera tante volte solo
meditai versi per le mie canzoni;
vorrei vedere nella bella valle
ancora svolazzare le farfalle.

E queste grandi e piccole cosette
che per altri non hanno alcun valore,
io le conservo fra le mie dilette,
fra le memorie care del mio cuore;
mi lasciano nell'animo un rimpianto
e sgorga questo mio povero canto.




La bilancia

Perché venire al mondo,
perché restar tanti anni?
Chi mai chiese di nascere,
se non ci son che inganni?
Capisco che la vita
non è che una missione,
ma la bilancia pende
e senza paragone.

L'autografo de "Il gatto ne cassettone"


Il gatto nel cassettone

L'altra notte mi successe un fatto
che voglio raccontar, care persone.
Tutte le notti il mio signore gatto
se ne andava a dormir nel cassettone.

E io poggiai la sveglia sopra un piatto
ci misi un soldo per precauzione,
ché quando fosse l'ora dello scatto
facesse più solenne confusione.

Difatti all'ora che suonò la sveglia
il piatto, il soldo... fu un acciottolìo,
che il gatto, che dormiva, mi si sveglia

con la paura e fece un tal fottìo
per scappar fuori, che nel dormiveglia
ebbi paura più del gatto anch'io.

Fornaci di Barga


Novità?

Nulla di nuovo c'è qui nel paese,
se piove un giorno quasi sembra un mese,
se un giorno è bello poi quell'altro piove
quaggiù a Fornaci non ci son nuove.

La settimana dura quanto un anno,
ma gli anni son veloci e se ne vanno,
l'ore son lunghe e non passan mai
ma i giorni volan e questi son guai.

Così pian, piano, via di questo passo,
senza profitto, senza fare chiasso,
ti annoi, sbadigli, fai la tua partita
e come un lampo passa anche la vita.

Mi pare un sogno, e mi sembra ieri,
che aveo vent'anni ed eran giorni fieri,
ma già di tempo ne è passato tanto;
e sempre avanti, via, con questo canto,
si arriva al giorno della dipartenza:
per tutti passerà la diligenza.

Sei giovani gavinanesi negli anni Venti. Giuseppe Geri è in alto al centro con i baffi.


Il destino

Ognuno segue del proprio destino
tutta la strada che in terra ci addita,
così trascorre tutta questa vita,
sino a quel giorno che viene il becchino

Non si sa se sia lontano o sia vicino
e quando è l'ora di farla finita,
ma per giocare l'estrema partita
ci vorrebbe di fare l'indovino.

C'è chi cammina, chi sempre in vettura,
c'è chi va a piedi per pestarsi i calli,
chi ha la testa grossa e chi l'ha dura.

Ma viaggiare a piedi e sui cavalli
quando vien quella che ci fa paura
finiscono poi tutti i suoni e i balli.



Perché?

Perché la notte nel buio profondo
sono le stelle chiare e lucenti?
E l'usignolo canta giocondo
nei più soavi, gentili accenti?

Perché del pero, fra il verde e il biondo,
lenti i suoi rami muovono lenti?
E sul cipresso dal ciuffo tondo
tanti uccelletti stanno contenti?

E perché il cane dorme tranquillo,
guardia fedele vicino all'aia,
e perché l'eco senti di squillo?

Perché il gallo canta e il cane abbaia,
se stride forte nel prato il grillo
o suona il passo della massaia?

Giuseppe Geri negli ultimi anni della sua vita


Acqua passata

Or della gioventù perdo l' impronte
e crescono gli affanni coi pensieri,
ma quattro rime sono sempre pronte,
o bene o male spesso e volentieri.

Prima mi alzavo al limpido orizzonte
e camminavo i taciti sentieri
quando trovavo qualche fresca fonte
bevevo sempre senza usar bicchieri.

Ora per quelle vie più non cammino
mi sento stanco e poi ci vedo poco
e foro ogni momento e vo pianino.

Ma un giorno o l'altro cambierò loco,
farò amicizia stretta col becchino,
e finirà per sempre questo gioco.

Pasqua 30 marzo 1975
(ultima poesia nota)