venerdì 10 maggio 2019

DUECENTO DOMANDE




Da più di un anno, avendo accettato la proposta fattami da Marco Corbetta (con me nella foto qui sopra), dò risposta pubblica alle domande dei lettori in una apposita rubrica sul blog "Zagor e altro". La rubrica si intitola "A domanda, Moreno risponde" e ha la caratteristica di raccogliere venti interrogativi per ogni puntata. Proprio in questi giorni il blog ha ospitato la decima, quindi festeggiamo le duecento domande.
Per leggere la duecentesima risposta e le nove precedenti, potete cliccare qui.

https://zagorealtro.blogspot.com/2019/05/a-domanda-moreno-risponde-10_9.html


Magari però siete curiosi di leggere altre risposte che vi sono sfuggite, o andare a rinfrescarvi la memoria se già le avevate lette a suo tempo. Qui di seguito perciò trovare i link a tutte le puntate dalla 1 alla 9. Per ogni puntata ho selezionato una domanda interessante.
Grazie ai lettori che hanno partecipato e grazie a Marco, infaticabile curatore del blog e artefice di me,arabili reportage fotografici.

PRIMA PUNTATA


D) E' vera la voce che nel prossimo maxi storie-brevi ci sarà una storia disegnata da Piccinelli? Io mi auguro di vederlo all' opera in uno speciale, ma anche così andrebbe bene!

R) Se dipendesse da me non chiederei di meglio -  ma anche se dipendesse da lui credo che Alessandro disegnerebbe più che volentieri una storia di Zagor, breve o meno breve. Il problema è che di Piccinelli lo staff di Tex ha estremo bisogno e Boselli per il momento non è disposto a prestarcelo (ci sono storie importanti a cui il nostro copertinista deve lavorare e già le copertine lo rallentano).


SECONDA PUNTATA


D) Che fine ha fatto l’alieno buono che abbiamo conosciuto nell’avventura "Gli assassini venuti dallo spazio"? Sappiamo che si è insediato a Darkwood, ma ritornerà, a breve, in una nuova avventura? Sono proprio curioso di sapere come Burattini intende utilizzarlo.

R) Ah, dunque c’è chi ha apprezzato “Gli assassini venuti dallo spazio”! Scherzo, ho ricevuto tanti complimenti quante critiche, entrambi in misura inaspettata. Quel personaggio, Change, secondo me è riuscito molto bene e ha grandi potenzialità. Se non temessi di suscitare le ire dei detrattori sarebbe già tornato. Prima o poi lo farà.

TERZA PUNTATA


D) Nella trasferta (vedrei bene in Asia) ci sarà una capatina in uno spazio-tempo fuori dal tempo-spazio (con creature fantasiose stile mondo perduto o palude degli orrori)?

R) Le trasferte tendono a essere collocate nel tempo e nello spazio. Cioè, andando in Sud America lo Spirito con la Scure ha visitato regioni realmente esistenti così com’erano nel suo periodo storico (almeno quello che per convenzione gli si attribuisce). Ciò non esclude aspetti fantastici (tant’è vero che Boselli ha ricreato in Mato Grosso il “mondo perduto” di Arthur Conan Doyle), però le creature fantasiose devono essere collegate alla realtà antropologica e folkloristica dei luoghi visitati. Andando in Transilvania Zagor avrà a che fare con i vampiri e altri elementi leggendari caratteristici di quella terra. Uscire dallo spazio-tempo o dal tempo-spazio lo si può fare anche a Darkwood (che di per sé è già, direi, abbastanza “fuori”). La capatina in Asia ci sarà ma sarà brevissima e senza mostri fantastici.

QUARTA PUNTATA


D) Uno degli elementi della collana che mi è sempre piaciuto è legato all’immagine misteriosa e semidivina che il creatore della serie, ispirandosi come è noto, all’universo dell’Uomo Mascherato, ha voluto conferire al nostro; da un po’ di tempo tuttavia, non compaiono nella serie regolare le spettacolari entrate in scena, le mirabolanti magie volte a corroborare l’ascendente mistico dell’eroe sulle popolazioni native di Darkwood. Le vedremo ancora?

R) In una intervista del 1989 pubblicata sullo “Speciale Zagor” di “Collezionare”, Sergio Bonelli rilasciò questa dichiarazione: “Zagor originariamente era un sensitivo, anche se non proprio come Mandrake. Intuiva il pericolo, percepiva particolari vibrazioni nell’aria. Gli sceneggiatori di oggi non si ricordano quasi mai di questa caratteristica”. Avendo personalmente raccolto queste parole essendo stato uno degli intervistatori in quell’occasione, mi sono proposto, in qualità di nuovo sceneggiatore, di ricordarmene. Così, a ogni piè sospinto, da quasi trent’anni a questa parte, faccio dire allo Spirito con la Scure frasi di questo tipo: “Ho la strana sensazione di un pericolo incombente, e in questi casi raramente mi sbaglio”. Noto che Jacopo Rauch usa formule del genere ancora più spesso di me. Insomma, Zagor percepisce le minacce come se avesse il “senso di ragno” che pizzica a Peter Parker. Ciò nonostante, avendo letto l’intervista di Nolitta, ci sono ancora dei lettori che a ogni piè sospinto chiedono: “Perché voi sceneggiatori di oggi non vi ricordate quasi mai della caratteristica di Zagor di essere un sensitivo?”. Io e Rauch ci guardiamo sgomenti perché ci sembra di ricordarcene anche troppo. Lo stesso pare capitare anche per le “apparizioni” del Re di Darkwood agli indiani. I lettori più affezionati alla tradizione percepiscono uno scollamento dalle consuetudini e temono che certe tradizioni si vadano perdendo anche se non è così. Basti pensare che c’è stata una “apparizione” dello Spirito con la Scure anche nell’albo con Jovanotti di pochi mesi fa, ma a guardar bene se ne possono rintracciare alcune anche in tempi recenti. Ne “L’uomo che sconfisse la morte” (il secondo Zagorone) di “apparizioni” ce ne sono addirittura due. Ce n’è una nello Speciale, di non troppo tempo fa, “La danza degli spiriti”. Una che mi è piaciuta particolarmente immaginare è in “Magia indiana”. Tuttavia è vero che questo tipo di “show”  non è troppo frequente, però neppure Nolitta lo metteva in scena in ogni numero. Del resto, se ci fosse di continuo non sarebbe più d’effetto (anzi, sarebbe ripetitivo, prevedibile). Va aggiunto un particolare. La sensibilità dei nostri giorni potrebbe percepire come offensivo per i nativi americani il fatto che li facciamo passare per dei creduloni, gente disposta a farsi abbindolare da trucchi da avanspettacolo. Perciò, bisogna stare attenti a non esagerare.


QUINTA PUNTATA



D) Negli ultimi tempi si è visto il ritorno di molti personaggi del passato e altri sono in programma come il mio amato Supermike. Vorrei sapere se ci sarà in futuro la nascita di qualche personaggio nuovo: è dai tempi di Mortimer che non c’è un supernemico all’altezza di Zagor!

R) I supernemici non so creano a tavolino. Nascono da soli. Uno sceneggiatore scrive una storia e poi ci si accorge che contiene un cattivo davvero tosto che potrebbe anche tornare. Con Mortimer è andata così: non pensavo a un ritorno, Zagor avrebbe dovuto far arrestare il criminale al termine della prima avventura. Fu Boselli a dire: fallo tornare immediatamente! In ogni racconto gli sceneggiatori cercano di far affrontare a Zagor avversari che lo mettano in difficoltà. Un giorno uno di questi si rivelerà essere assolutamente micidiale e diventerà il nuovo Mortimer.

SESTA PUNTATA


D) Ritengo la saga atlantidea di Zagor molto bella e avvincente. Sarà possibile leggere in futuro altre avventure con tematiche riguardanti Atlantide e Mu?

R) Nel mio libro “Discorsi sulle nuvole”, da poco uscito grazie a Cut Up, è contenuto un capitolo appena un po’ polemico contro chi ha protestato con marce e manifestazioni al grido di “Basta Atlantide!”. Mi sono chiesto come mai Atlantide sia un argomento che hanno trattato e trattano tutti (c’è persino su Tex, in una storia di Nolitta) ma allo stesso tempo sia incredibilmente risultato indigesto a una parte dei lettori, nonostante Zagor sia una testata che, per le sue caratteristiche avventurose e fantastiche, si presta straordinariamente alla trattazione del tema. Non a caso Davide Morosinotto l’ha utilizzato nel suo romanzo “Zagor” senza che io gli abbia detto niente (da esperto scrittore ha colto da solo l’opportunità). Tuttavia, esaurito il ciclo con il viaggio in Antartide, per non far venire travasi di bile agli atlantidofobi mi sono riproposto di non entrare più nell’argomento.

SETTIMA PUNTATA


D) Gli Zagoriani appassionati come me apprezzano molto i ritorni di buoni e cattivi della saga del nostro, molti sono tornati e molti, a quanto leggo, fortunatamente torneranno. Uno, però, è morto per sempre: Mortimer. Eppure, se non ricordo male, rispondendo a domanda in non so quale fiera fumettistica (ne ho visto il video sul web), Moreno si presentava possibilista sul ritorno poiché diceva (sempre se non ricordo male e nel caso me ne scuso) qualcosa tipo "abbiamo visto solo il corpo", mi permetto allora di chiedere: ma davvero Moreno pensi che Mortimer, morto e sepolto, possa tornare? Da parte mia, per quello che può valere il mio parere, preferirei di no, un conto è il ritorno di arcinemici "superumani" come Hellingen, Rakosi, Kandrax, un conto resuscitare un uomo morto. A questo punto meglio nuovi antagonisti per il nostro immarcescibile Zagor.

R) Qualunque cosa si proponga, ci saranno i favorevoli e i contrari con reazioni di uguale forza ma di segno opposto, come per i corpi immersi nei liquidi del principio di Archimede. Impossibile mettere d’accordo tutti. Zagor, poi, si presta a questo tipo di dibattito, perché essendo sfaccettato ognuno se lo immagina fatto su misura per lui e contesta la sfaccettatura che invece piace al proprio compagno di banco. “Zagor è un western e deve proporre avventure con i trappers e gli indiani”, “No! Zagor deve affrontare i mostri!”, e via dicendo. Riguardo a Mortimer, ci saranno stati quelli contenti della sua (presunta) morte, e quelli desiderosi invece di un suo (possibile) ritorno. Il mio proposito è di far trascorrere un po’ di tempo per pensarci, tanto abbiamo (per fortuna) tante altre cose da raccontare. Niente è stato deciso. Però, se l’obiezione è: “non può tornare perché è morto”, mi permetto di sorridere. Persino Zagor, nel secondo Zagorone, muore a pagina trenta. Il suo corpo viene cremato e le sue ceneri disperse al vento. Questo almeno è quello che si vede (lo vedono anche Cico e Tonka, che piangono la scomparsa dell’amico). Poi la realtà risulta diversa dall’apparenza. I giochi di prestigio si basano su ciò che si crede di vedere. Una donna viene segata a metà ma resta in vita, il mago Copperfield vola. Siamo tutti convinti di aver visto Mortimer morire, Zagor ne recupera il corpo e lo seppellisce. Anche il Conte di Montecristo, però, viene creduto morto e gettato in mare in un sacco. Per inciso, anche Sandokan, in un passaggio delle sue mille avventure. Ma quello che si è visto è davvero quello che è accaduto? Quindi: lasciamo allo sceneggiatore i suoi trucchi. Resta il fatto che per il momento Mortimer rimane sepolto.

OTTAVA PUNTATA


D) La collana sta vivendo un lungo periodo di ritorni, tra vecchi personaggi secondari e nemici del passato. Secondo me Zagor ha ancora molto potenziale, e mi chiedo se prossimamente è in progetto una nuova fase della saga, un po’ come è avvenuto per la famosa seconda Odissea Americana. Sarebbe bello leggere nuove storie con personaggi, nemici inediti, non legati necessariamente al passato. Insomma, non solo io, ma a molti lettori piacerebbe una nuova Odissea Americana, come quella iniziata con l'episodio de "L’esploratore scomparso".

R) Nemici nuovi e vecchi si alterneranno come abbiamo sempre fatto. Non c’è nessun piano preciso per favorire le vecchie glorie a discapito delle nuove. Dal mio punto di vista contano le storie: se c’è una buona proposta per una bella storia, la facciamo indipendentemente dal fatto che riguardi un vecchio nemico piuttosto che uno di nuova ideazione. Va tenuto conto però che i villains del passato sono tanti e quelli nuovi sono difficili da creare. In realtà in ogni storia ci sono nuovi personaggi, e nelle intenzioni degli sceneggiatori ogni cattivo dovrebbe essere memorabile. Poi, nei fatti, sono pochi quelli che lasciano il segno. Accadeva anche ai tempi di Nolitta o di Toninelli (in anni in cui c’erano comunque tanti ritorni).


NONA PUNTATA


D) A molti piacerebbe il ripristino della cover dell’albo successivo, in quarta di copertina e a colori, come accadeva parecchio tempo fa. Cosa ne pensi di questo, Moreno, sarebbe fattibile?

R) Tutto è fattibile, ma la grafica della copertina (interni ed esterni) non dipende da me. Cristina Pajalunga fa lunghe riunioni con Michele Masiero per decidere cosa mettere in evidenza, cosa pubblicizzare, con quali immagini e quali colori. Io poi, informato delle decisioni prese, scrivo le frasi che presentano gli albi. Mi pare di capire che pubblicizzare l’albo successivo in quarta di copertina sarebbe controproducente perché si toglie spazio alle notizie riguardo ad altre iniziative (volumi, ristampe, speciali, Maxi) che hanno bisogno di maggior visibilità. La cover del numero dopo, in fondo, si può guardare anche in seconda di copertina: si dà per scontato che il lettore abituale la vada a cercare incuriosito là dov’è e acquisti l’albo per fedeltà. Ma se ci sono novità di altro tipo è meglio metterle in evidenza.


venerdì 3 maggio 2019

DETESTO I MEME




Detesto i meme. Lessi per la prima volta questa parola in un libro di Richard Dawkins, “Il gene egoista”. Dawkins è  il biologo evoluzionista reso celebre dal suo saggio “L’illusione di Dio”, ma lo si deve ritenere (e io lo ritengo) un divulgatore affascinante soprattutto quando parla di genetica. Dawkins coniò il termine cercando di descrivere come le convinzioni generate dallo scambio di comunicazioni in ambito culturale (inteso in senso lato, quindi in tutti quei fenomeni di condivisione di informazioni tra membri di gruppi sociali, vere o false che siano) si trasmettano e si modifichino nei vari passaggi, “evolvendosi” come organismi viventi. O almeno, io l’avevo capita (e la ricordo) così. Da qualche tempo ho scoperto che l’accezione stessa del termine si è modificata, al punto che ha finito prima per riguardare i contenuti condivisi tra utenti di Internet (di cui Dawkins non poteva tener conto nel 1976, all’epoca del suo conio del vocabolo), poi per definire specificamente quelle immagini di cui qualcuno si impadronisce piratescamente e fa girare con il commento di una frase spiritosa. Dico “piratescamente” immaginando che nella maggior parte dei casi foto e disegni non siano state realizzate dall’autore del commento umoristico, ma costui le abbia trovate in Rete. Non posso escludere però che qualcuno aggiunga la battuta a immagini di sua proprietà, e in tal caso il “piratescamente” non vale.

Il fenomeno dei meme imperversa. A me ne mandano a tradimento quattro o cinque tutti i giorni sul telefonino. Su Twitter non puoi scansarli. Su Instagram mi premuro di non seguire chi li posta. Per mia fortuna io li evito su Facebook perché su questo deleterio social io gestisco solo una pagina (Moreno “Zagor” Burattini) in cui nessuno può pubblicare niente se non io, e non sono titolare di un profilo come tutti gli altri (alla mia pagina si può mettere un “mi piace” ma non potete chiedermi la famigerata “amicizia”, del resto: chi vi conosce?). Di Facebook continuo a pensare quel che pensavo quando, anni fa (nel 2011), scrissi un post su questo blog spiegando perché non fossi su Facebook. Comunque, a parte me, i meme sembrano piacere a tutti. Persino a “Striscia la Notizia” ne fanno vedere alcuni tutte le sere, e io mi sgomento: ma come, sei il programma più visto, hai autori stellari come Max Greggio e Lorenzo Beccati, e invece di proporre contenuti televisivi inediti vai a rubare meme granati presi da Facebook? Mah. Per forza poi la gente guarda Facebook e non guarda più la TV.

Vengo però a spiegare perché detesto i meme. Perché, anche quando la battuta fosse divertente (qualcuna a volte lo è) se la stessa battuta la disegna un vignettista puoi ammirare il suo stile. Con i meme invece son tutti buoni, anche con foto ignobili, di livello bassissimo, di nessun gusto grafico, con il risultato di togliere visibilità a chi invece talento per disegnare. Io pubblico vignette sul “Vernacoliere”. Scrivo dei testi che il mio sodale James Hogg disegna. James ha il suo stile, che qualcuno apprezza. In ogni caso lo si può confrontare con quello di altri autori, e ce ne sono di strepitosi, da Federico Sardelli ad Andrea Camerini. Per pubblicare le nostre vignette io e James passiamo il vaglio di un direttore, il mitico Mario Cardinali, che a volte ce le boccia o chiede correzioni, in ogni caso filtra e garantisce ai suoi lettori un certo standard e una certa qualità. Ogni vignetta è frutto di lavoro, di ripensamenti, di fatica. Su Internet invece può arrivare chiunque, ruba una foto sgranata (a volte volgare, malfatta, inguardabile), ci mette una battuta e pubblica. Ottiene milioni di visualizzazioni. Oltre la metà propongono battute a corredo di immagini di culi e tette (non ho niente contro i culi e le tette). Mi direte: che te ne frega? Lascia fare agli altri quel che vogliono. Certo che sì. Potrò però dire il mio parere sulla qualità del risultato? E soprattutto, potrò lagnarmi (per sfogo personale, senza alcuna pretesa di cambiare il mondo) del fatto che voi tutti passiate le ore a scorrere su Facebook i meme e non vi comprate più il “Vernacoliere”? Come non vi comprate più "Linus" o qualsivoglia fumetto umoristico. O anche non umoristico.

Peraltro, le vignette frutto del talento dei disegnatori vengono (o possono venire) raccolte in libri e restano nelle nostre biblioteche: libri di Altan, di Bucchi, di Giannelli, di Mannelli, di Forattini, di mille altri maestri, fanno bella mostra sui miei scaffali e posso recuperare e ammirare l’arte di questi vignettisti. I meme spariscono nel nulla. Però i meme ve li guardate tutti e Lupo Alberto non sapete più nemmeno cos’è.

Vogliamo parlare poi delle vignette di fumettisti rubate e trasformate contro ogni legge sul copyright? Circolano immagini dei Peanuts di Schulz con battute modificate che Schulz non ha mai scritto, e lo stesso vale per Mafalda di Quino e per vari altri. Se qualcuno mettesse in bocca a me una frase che non ho mai detto, e questa frase circolasse in stramilioni di visualizzazioni attribuita a me, mi incazzerei come una bestia. Certo, non potrei farci nulla. Come nulla poso fare contro i meme, se non detestarli.

mercoledì 24 aprile 2019

LA SVOLTA




Qualche giorno fa  ha annotato sulla mia pagina Facebook il breve testo, quasi da “diario in pubblico”, che potete leggere anche qui sotto.

A tavola 251 della storia con il ritorno di Hellingen (che sto scrivendo per i disegni di Sedioli/Verni) ho deciso di smettere di pensare a come giudicheranno i lettori le trovate che mi sono venute in mente: spettacolari o disturbanti? Avvincenti o ridicole? Di sicuro cambierà qualcosa nel microcosmo zagoriano, e ci sarà una morte inaspettata.

Un lettore, che ringrazio per l' attestazione di stima e le parole di apprezzamento,  ha commentato  come segue:

Sono BRAMOSO di leggerla... io AMO il personaggio di Hellingen in TUTTE LE SUE FORME, e, a differenza di tanti, ho apprezzato MOLTISSIMO la svolta che gli hai dato, immaginandolo razzista ed ex collaboratore di Altrove... e ho adorato la storia con Dylan Dog e Martin Mystere, dove, sono sicuro, c'è molta farina del tuo sacco.


Ciò che mi colpisce, in queste frasi, sono due espressioni: “a differenza di tanti” e “la svolta che gli hai dato”. Permettetemi di almanaccarci su. Pare che io abbia dato una “svolta” al personaggio di Hellingen nella storia che è stata pubblicata nel 2015 a partire dall’albo “Resurrezione” (Zagor n° 602) fino a “Finale di partita” (Zagor n° 605). Questa “svolta” non sarebbe stata apprezzata da “tanti”. Ora, io non so chi siano e quanti siano questi “tanti”, ma soprattutto non riesco a capire in che cosa consista la “svolta”.

Mi spiego meglio. Secondo il commentatore, il cambiamento epocale consisterebbe nel fatto che ho immaginato Hellingen “razzista”. Ecco, io non ho immaginato proprio nulla. Mi sono limitato a trarre le logiche conseguenze da quanto detto da Guido Nolitta in “Sulle orme di Titan”. Infatti, quando il mad doctor parla per la prima volta con Zagor legato per i polsi alla parete del suo laboratorio, non si scaglia contro di lui promettendogli una morte fra mille tormenti ma, al contrario, apprezzandone le doti fisiche e di combattente, gli propone di arruolarsi fra i suoi uomini! E gli dice così: “Ho bisogno di uomini che sappiano imporsi, che sappiano comandare e farsi rispettare… uomini come voi! In poche parole vi sto chiedendo di unirvi a noi. Avrete il privilegio di essere uno dei miei uomini di fiducia e di marciare alla testa del mio esercito di automi che, da questa piccola isola, si propagheranno per tutta la nazione e poi per tutto il continente!”. Poco prima, riferendosi alla tribù degli Ottawa, aveva definito i pellerossa “quel branco di selvaggi che vive sulla riva del lago”. 


Mi sembrano discorsi assolutamente da razzista, anzi da propugnatore di un regime gestito da chi si sa imporre e comandare, dai “migliori”. Viene da pensare alla razza ariana e ai discorsi di Hitler. Se ci si aggiunge il fatto che, come lo stesso Hellingen rivela, lui era stato emarginato per le sue idee dai suoi stessi colleghi scienziati, non si può fare a meno di immaginare un collegamento con  le teorie di Frederick Henry Osborne che nel 1837 (epoca zagoriana) pubblicò il suo saggio “Development of a Eugenic Philosophy” su cui si basa la follia dell’eugenetica, che propone, fra le altre cose, la sterilizzazione o la soppressione degli individui più deboli per “migliorare” la razza e giungere a una società di individui quanto più perfetti possibili. Dunque, mostrando nella mia storia del 2015 un giovane Hellingen che a un congresso di scienziati propone le stesse idee di Osborne e fa riferimento alle pratiche eugenetiche delle antiche società (Sparta con il monte Taigete, e Roma, con la rupe Tarpea), non mi sembra di aver snaturato in alcun modo il personaggio. Era già tutto scritto fin dalla sua prima apparizione, bastava leggere con attenzione i dialoghi nolittiani. Attenzione che, evidentemente, non hanno avuto i “tanti” detrattori che invece hanno ritenuto di vederlo tradito. Come al solito, parlando a vanvera.

Ma c’è dell’altro. Nella storia “Resurrezione” io ho immaginato la clonazione di un Hellingen riportato esattamente nella condizione in cui Nolitta l’aveva lasciato, in “Magia senza tempo” (Zagor 182, 1980).  Infatti il professore che viene ricreato ha i ricordi dell’originale disintegrato dalla cabina degli Akkroniani. Tutto ciò, dopo che due altri miei illustri colleghi, Tiziano Sclavi e Mauro Boselli, avevano trasformato Hellingen in un personaggio molto diverso da quello nolittiano, con avventure del tutto fuori dai canoni, visionarie, trascendentali, magiche, al punto che alla fine era stato spedito persino nel Mondo del Caos del demone Wendigo, dunque in un’altra dimensione. Però, io che riporto Hellingen a com’era all’epoca di Nolitta, avrei operato una “svolta” che “tanti” non hanno apprezzato; Sclavi e Boselli invece sarebbero rimasti nel solco della tradizione. Mah. In teoria, i cultori della nolittianità dovrebbero ringraziarmi per la restaurazione dello status quo. Invece vengo accusato (io, non Sclavi e non Boselli) di aver “svoltato” troppo. Davvero non si finisce mai di imparare.

sabato 20 aprile 2019

IL FETICCIO DI FUOCO



Il n°  645 di Zagor (Zenith 696), datato aprile 2019 e intitolato "Il feticcio di fuoco" propone, nelle prime trentadue pagine, il finale della storia  iniziata in gennaio e ambientata nei deserti del Sud Ovest: i testi sono miei, i disegni di Bane Kerac. Nella restante parte dell'albo comincia invece una nuova avventura, scritta da me e illustrata da Nando e Denisio Esposito. Di questa, parleremo il prossimo mese. 

Qualche parola invece sulla conclusione della vicenda imperniata sulla controversa figura di Julia Schulz, studiosa dell'Università di Harvard, artefice di un piano criminale e responsabile della strage dei componenti della spedizione archeologica di cui faceva parte. C'è stato persino un recensore che l'ha ritenuta dalla parte della ragione, mossa da principi condivisibili, e dunque non riusciva a considerarla una "cattiva". In effetti alla base delle azioni di miss Schulz c'è il senso di rivalsa di una donna che sente di non poter avere, proprio per la differenza di genere, le stesse possibilità di carriera dei colleghi uomini, si sente emarginata o poco tenuta in considerazione, nonostante la sua preparazione e suoi meriti, in un ambiente quasi del tutto maschile. Proprio per questo crede di poter ottenere i riconoscimenti desiderati facendo del tutto propria l'incredibile scoperta dello staff del professor Stone, di cui entra a far parte. La scoperta in questione consiste in un carico di papiri della Biblioteca di Alessandria giunto in modo fortunoso, nell'antichità (nel V secolo dopo Cristo), sul continente americano. 

Per quanto la battaglia per i pari diritti delle donne (cominciata da Olympe De Gouges durante la Rivoluzione Francese, e approdata negli Stati uniti negli anni Quaranta del XIX secolo, dunque in epoca zagoriana, con Elizabeth Cady Stanton) sia sacrosanta, Julia Schulz però la conduce per il proprio personale tornaconto e non facendosi scrupolo di uccidere. Inevitabilmente deve considerarsi una "cattiva". Peraltro, a giudicare dai commenti letti, una "cattiva" che ha particolarmente colpito i lettori, per merito anche della efficace caratterizzazione di Bane Kerac.



Il rischio, su cui ho riflettuto a lungo mentre pensavo e scrivevo la storia, era quello di sembrare sessista senza volerlo essere. Cioè, mi dicevo, non parrà mica che raccontano di una criminale "femminista" (anche se sono l'ambizione e il desiderio di successo a muoverla,  più che le istanze ideologiche) possa essere accusato di dipingere come "cattive" le donne che rivendicano le stesse opportunità degli uomini? 

La soluzione a questo dubbio mi è parsa evidente allorché ho contrapposto a Julia un'altra, potente, figura femminile: la filosofa Ipazia. Ipazia è il contraltare di miss Schulz. Della filosofa abbiamo parlato nei precedenti articoli dedicati su questo blog alle scorse puntate della storia, e il personaggio compare in varie scene ambientate ad Alessandria d'Egitto, là dove Ipazia visse tra il 350 e il 415 dopo Cristo (a cui è stato dedicato il bel film "Agora"). Chi ha constato il presunto didascalismo del racconto della vita e della morte della filosofa non ha evidentemente capito che era fondamentale spiegare chi fosse stata Ipazia per dimostrare l'errore di Julia Schulz: la studiosa greco-alessandrina si può davvero considerare una paladina dell'emancipazione femminile, avendo dimostrato come una donna possa dimostrarsi valente al pari e di più degli uomini; Julia cerca invece la sua emancipazione comportandosi da uomo, cioè con l'arroganza e la violenza. Dal confronto fra queste due figure femminili scaturisce la "morale" della storia, se una morale proprio ci deve essere. Il destino di Julia si compie quando anche lei lo capisce.




venerdì 5 aprile 2019

IL GHOST WRITER



La vignetta che vedete qui sopra, opera di Alessandro Piccinelli, illustra uno dei miei aforismi contenuti in "Utili sputi di riflessione" (una raccolta edita da Allagalla), e serve perfettamente a illustrare l'aneddoto che sto per raccontarvi. Mauro Boselli, mio mentore prima che mio collega, viene da me e mi dice (più o meno, cito per sommi capi): "Ieri mi sono messo a leggere i commenti sui forum di Zagor e ho trovato uno che ce l'ha con te, il quale contestava non so quale scelta narrativa in una delle tue ultime storie. Il detrattore con il dente avvelenato sosteneva che se le tue sceneggiature del passato sembravano migliori, era perché te le riscrivevo io. Incredibile! La gente parla a vanvera: tu sei uno dei pochissimi a cui non ho corretto quasi niente, se non ritoccare un toscanismo!". In pratica, qualcuno ipotizza (senza prove e solo per malevolenza) che Boselli sia stato un mio ghost writer. Questa la dice lunga sulla pretesa di taluni di sproloquiare senza conoscere le cose. 

Ora, siccome sto riferendo un discorso fatto a voce e non pretendo perciò di essere creduto (men che mai dai detrattori per partito preso che hanno le loro crociate da portare avanti), citerò un passo della mia prefazione al libro "Il boss del fumetto", di Francesco Manetti e Nicola Magnolia (Youcanprint). In quel testo (stampato, letto da Boselli e mai contraddetto) si legge: 

In una intervista, che mi sono appuntato per potermene un giorno vantare (cosa che finalmente avviene adesso), Boselli dichiara: “Pur leggendo a quei tempi ogni singola pagina che mi mandava Moreno, mi sembra di ricordare che i miei interventi fossero davvero molto limitati (al massimo gli correggevo qualche toscanismo!). Credo anche (e anche questo è un record per chi mi conosce e sa quanto sono interventista) di avergli chiesto, in dieci anni, solo la riscrittura di un paio di sequenze”. 

L'intervista in questione venne pubblicata proprio su un forum. Dunque tutte le storie di Zagor che ho scritto sono farina del mio sacco, belle o brutte che siano. Si può chiedere a Bonelli stesso se sia vero: prego, accomodatevi. L'espressione che mi verrebbe fatto di usare  sarebbe "prima di dare aria alla bocca" sarebbe meglio contare fino a dieci, sennonché (udite udite) è la stesso consiglio che viene dato a me da un augusto lettore dopo aver letto sul blog di Marco Corbetta una mia risposta riguardante la storia "Non umani" (nella rubrica che tengo da tempo lì sopra, in cui rispondo appunto alle domande degli zagoriani). 

La domanda, fatta evidentemente da un lettore a cui quel racconto era piaciuto, chiedeva se mai ci sarebbe stato un seguito. Rispondevo così:

Nelle mie intenzioni, sì. Mi trattiene solo l’odio viscerale che ha per quella storia la componente antifantascentifica e antiorrorifica dei lettori zagoriani, quelli che vogliono soltanto indiani, trapper, soldati, mercanti di whisky e trafficanti d’armi. Va detto che l’alieno mutaforma che è rimasto a Darkwood ha assunto l’aspetto di un normale trapper, chissà che mostrarlo sempre con quelle sembianze potrebbe andar bene ai più bizzarri tra il pubblico che pur leggendo Zagor da una vita non si sono mai accorti che proprio per volere di Nolitta (il quale non voleva far concorrenza sul piano del western a Tex) lo Spirito con la Scure è nato per essere luogo di incontro e contaminazione fra tutti i generi.

Dunque ritenevo "bizzarri" coloro i quali non si sono accorti che le storie di fantascienza ci sono sempre state su Zagor per preciso volere di Nolitta (basti pensare a "Sulle orme di Titan"). Esiste persino un video su YouTube, che vedete qui sotto, in cui Sergio (intervistato da Vincenzo Mollica) dice chiaramente che lo Spirito con a Scure è "falsamente" indicato come appartenente al genere western, mentre è più legato al fantasy. Vedere (e ascoltare) per credere.


Perciò, chi ritiene che non ci debba essere l'elemento fantastico in Zagor esprime sicuramente una opinione bizzarra. Peraltro è lecito essere anche bizzarri (io lo sono). Si è liberi di dire quel che si vuole e si può senza dubbio manifestare il proprio non apprezzamento per una storia, figuriamoci. Ma  se si argomenta "non mi è piaciuta", si entra nel campo dei gusti personali e va tutto bene, se si argomenta "su Zagor non ci devono essere gli alieni", questa affermazione lascia perplessi.  Ecco però che, travisando il senso della mia pur semplice e inoffensiva affermazione, un tale commenta cos':

"Caro Burattini, a me non piace Non umani. Quindi sarei una persona bizzarra, secondo tigo?!? O forse son contrario a storie di horror o fantascientifiche?!? Oppure a tuo avviso sono un detrattore di Sergio Bonelli?!? Caro Burattini, lo sai vero che prima che tu nascessi io gia' leggevo Zagor e Tex?!? Beh, questo cosa vuol dire...vuol dire che prima di dare aria alla bocca conta almeno fino ad un miliardo di miliardi e poi forse, dico forse, forse avrai da dire qualcosa di sensato..."

E' chiaro che di fronte a tanta autorevolezza (testimoniata dal tono garbato e signorile) non mi resta che chinare il capo e cospargermela di cenere, tuttavia non posso fare a meno di notare che un lettore, per il solo fatto di leggere Tex e Zagor da prima di me, ritiene che il sottoscritto, sceneggiatore di Zagor da trent'anni, debba tacere di fronte a lui e non esprimere un parere. Se mi è stato permesso (da Sergio Bonelli in primis) di scrivere più pagine di Zagor dello stesso Nolitta e di occupare un ruolo di responsabilità (curatore della serie) evidentemente è perché cose del tutto insensate non scrivo e non dico. Del resto, allo Spirito con la Scure ho dedicato saggi, libri, articoli e tutti sanno il da fare che mi do per promuovere il personaggio. Personaggio che gode per fortuna di ottima salute ed è circondato da tanto entusiasmo. Però, devo tacere. Sciacquarmi la bocca. Questo il livello della detrazione. Me ne faccio una ragione.





giovedì 21 marzo 2019

MAX BUNKER: UNA VITA DA NUMERO UNO



Max Bunker, una vita da Numero Uno” è il titolo della biografia professionale che ho dedicato a  Luciano Secchi, in arte appunto Max Bunker, pubblicata da Cut-Up e presentata nel corso dell'edizione 2019 di Cartoomics, a Milano, alla presenza dell'interessato. 

L’occasione è stata offerta non soltanto dal cinquentennale di Alan Ford (in edicola dal 1969) ma anche dal fatto che l’autore, classe 1939, è attivo in campo fumettistico fin dal 1959, e quindi festeggia ottanta anni di vita e sessanta di carriera. C'erano dunque tante cose da dire, su un personaggio poliedrico, vulcanico e prolifico quant'altri mai: nessuna meraviglia che ne sia venuta fuori un'opera  di ben 400 pagine: un libro pieno di storie e di personaggi,  compilate scartabellando  tonnellate di fumetti, citando testimonianze, riportando dichiarazioni dell’autore e raccontato cinquant’anni di storia, di politica, di cambiamenti sociali nel nostro Paese e nel mondo, che le sceneggiature bunkeriane hanno fedelmente registrato facendone satira e denuncia. 

Il fumetto italiano non sarebbe stato lo stesso senza la rivoluzione operata da Luciano Secchi attraverso la sua attività di sceneggiatore. Un merito che non riguarda soltanto la sua opera, notevole di per sé per qualità e quantità, ma anche l’impulso dato alla maturazione dell’intero settore, grazie alla lezione tratta dal suo esempio da molti altri autori. Con l’avvento di Kriminal e Satanik (1964), irrompono sulla scena storie che parlano di sesso, di corruzione, di droga, di politica internazionale, di attualità, di fenomeni di costume. Il fumetto descrive per la prima volta la realtà così com’è e non cerca di darne una versione edulcorata. Anche Alan Ford (1969) scandaglia la nostra società ma con gli strumenti della satira e dell’umorismo, riuscendo a far ridere delle miserie di una umanità senza speranza di redenzione. L’innovazione bunkeriana non si manifesta soltanto a livello di contenuti e di problematicità dei personaggi, ma anche nell’uso dei dialoghi e nella scansione di sceneggiatura, che abolisce la ridondanza delle didascalie e procede per ellissi narrative molto sintetiche. Uno stile che continua a manifestarsi anche nelle serie dei personaggi più recenti come quella dedicata alla detective privata Kerry Kross (1994).

Bunker è uno sceneggiatore autore che ho ammirato fin da ragazzi, da quando, nei primissimi anni Settanta, mi sono imbattuto in Alan Ford. Quando ho letto le sue prime storie si firmava in coppia con un altro mio mito, il disegnatore Magnus. Trovavo il loro marchietto con la scritta “Magnus & Bunker” sui fumetti che realizzavano insieme. Poi il sodalizio si ruppe (nel 1975) e io continuai a seguirli separatamente. Scoprii presto i tanti altri fumetti creati da Bunker negli anni Sessanta, da Kriminal a Satanik, da Gesebel a Maxmagnus, da Maschera Nera a El Gringo, ma mi innamorai anche di “Eureka”, la rivista che Secchi dirigeva. Rimasi folgorato da Daniel, un altro personaggio che ha lasciato il segno nei miei ricordi. La persona che io sono diventato crescendo (bella o brutta che sia) è stata forgiata anche dalle letture bunkeriane. Ho avuto altri maestri, altri punti di riferimento, certamente (Guido Nolitta, Giancarlo Berardi, Alfredo Castelli, solo per fare alcuni nomi), ma senza dubbio Max Bunker ha sempre fatto parte del mio Olimpo personale.


Il mio primo incontro di persona avvenne in un giorno d’estate del 1989, quando ottenni un appuntamento presso la MBP, che aveva sede in Via Fatebenefratelli a Milano. Mi accompagnavano alcuni amici che realizzavano con me “Collezionare”, fummo ben accolti e scattammo la foto qua sopra.  Lo scopo della visita era realizzare una intervista che poi sarebbe stata pubblicata sul n° 21 della rivista “Il Fumetto” (dicembre 1989). La intitolai “Il Bunker dei fumetti”. Qualche anno dopo, nel 1994, entrato a far parte dello staff organizzativo del Salone del Fumetto e del Fantastico di Prato (una manifestazione di grande successo che oggi non c’è più), mi trovai ad allestire, con Francesco Manetti e Saverio Ceri, la mostra “Alan Ford Venticinque”. Riuscimmo a ricostruire il set del Negozio di Fiori, e proprio in quella scenografia esponemmo delle vivaci sagome degli agenti del Gruppo TNT e tavole delle storie più importanti. Max Bunker fu ospite della kermesse insieme a Paolo Piffarerio (di spalle nella foto sotto). Da quel momento in poi sono sempre rimasto in contatto con lui, che mi ha voluto affidare le prime cento introduzioni ai volumi della collana “Alan Ford Index” della Mondadori.  




venerdì 8 marzo 2019

IL PUEBLO MISTERIOSO




E' in edicola da alcuni giorni lo Zagor n° 644 (Zenith 695), datato marzo 2019 e intitolato "Il pueblo misterioso". I testi sono miei, i disegni di Bane Kerac, la copertina di Alessandro Piccinelli. Si tratta della terza parte di una lunga storia (314 pagine) iniziata con il numero di gennaio e destinata a concludersi  sull'albo di aprile. 

Delle precedenti due puntate abbiamo parlato negli scorsi mesi su questo blog. Come già detto, proverò a tirare le somme (dal mio punto di vista) alla conclusione dell'avventura. La vicenda è sostanzialmente western, ma contaminata da spunti mysteriosi (alla maniera cioè di Martin Mystère) dato che ruota attorno a una scoperta archeologica legata al viaggio di antichi navigatori che nel V secolo dopo Cristo avrebbero nascosto in America un carico di papiri della Biblioteca di Alessandria. Numerosi sono i riferimenti alla filosofa greco-alessandrina Ipazia, ispiratrice del viaggio. In questa terza puntata, alle varie cose che su di lei sono state dette, si aggiunge l'annotazione del perfezionamento dell'astrolabio (ideato da Ipparco di Nicea seicento anni prima) da parte appunto di Ipazia e di suo padre Teone, valente matematico. Il nome del pueblo al centro del racconto, Teon, parrebbe (questa l'ipotesi di Julia Schulz e di Angus McFly, due studiosi dell'università di Harvard) derivare proprio da quest'ultimo. Ma al di là dei riferimenti storici, e dell'enigma con cui si chiude l'albo, direi che l'azione proprio non manchi e mi sembra di aver scongiurato il rischio delle sequenze didascaliche. Ai posteri, in ogni caso, l'ardua sentenza: giudicherete voi. 

A proposito di Julia Schulz, racconto un aneddoto. Bane Kerac, a cui rivolgo di nuovo apprezzamenti e complimenti per i suoi disegni (bene, Bane!), si è offerto di regalarmi una tavola originale e mi ha chiesto di sceglierne una. Dopo averlo ringraziato, non ho avuto dubbi. E' quella che vedete qui sotto.





mercoledì 6 marzo 2019

ZAGOR CLASSIC





Finalmente!  Le storie che hanno fondato la saga e creato la leggenda di Zagor tornano in edicola a partire dal 13 marzo in una collana di ristampe, da tempo richiesta sia dagli appassionati di vecchia data che dai lettori più giovani: “Zagor Classic” metterà infatti di nuovo a disposizione di tutti storie da tempo esaurite presso il servizio arretrati Bonelli. 

L'ultima ristampa bonelliana risale infatti al giugno del 1986. Si chiamava "TuttoZagor" e festeggiava  il venticinquennale del personaggio. La serie uscì fino al 1998 e  contò in tutto 235 numeri. La collana "Collezione Storica a Colori", iniziata nel febbraio del 2012 e durata per 225 volumi, non è stata una iniziativa di Via Buonarroti ma di Repubblica e de L'Espresso: si trattava di pubblicazioni  del tutto diverse dallo standard della tradizione e con caratteristiche editoriali proprie. In ogni caso il nostro servizio arretrati non ha disponibilità neppure di quelle. Quindi, se si parla di una serie da edicola nel formato Bonelli, "Zagor Classic" giunge a colmare un vuoto. Peraltro, asseconda anche la richiesta di albi più agili, in linea con i nostri tempi in cui si preferiscono le letture veloci a cui ci hanno abituato i social e i siti Internet.

Se è vero che questa nuova serie segue la scia del successo di “Tex Classic”, un’altra collana di ristampe che ha inaugurato un format diverso da quelli del passato, è vero anche che la riedizione zagoriana presenterà caratteristiche ancora differenti. Sarà anch’essa a colori e delle stesse dimensioni, ma conterà 80 pagine, avrà cadenza mensile, e regalerà ai lettori un omaggio a ogni uscita. Il primo numero avrà infatti in allegato un poster, e dal secondo in poi ci saranno delle cartoline in cartoncino riproducenti le più belle copertine  realizzate da Gallieno Ferri per la Collana Zenith. 

A proposito di Ferri, le cover di “Zagor Classic” rappresenteranno un richiamo irresistibile perché proporranno una selezione di quelle della “Collana Lampo”, ovvero delle quattro serie a striscia uscite tra il 1961 e il 1970, oggetto di caccia accanita da parte dei collezionisti: illustrazioni affascinanti che non tutti conoscono, vere e proprie “opere perdute” che vengono finalmente recuperate e riproposte in una grafica accattivante in grado di valorizzarle. 

Caccia aperta poi sul sito Bonelli e in fumetteria al “Darkwood Box”, con cofanetto in legno contenente una incredibile serie di chicche (due variant cover, una stampa esclusiva, l’edizione anastatica del primo albetto a striscia, un diorama da montare, in cartone fustellato, riproducente la capanna nella palude e i suoi abitanti). Tutto ciò viene mostrato nel video realizzato dal sito Bonelli, in cui il sottoscritto si esibisce in una performance da YouTuber: l'unboxing. Lo vedete qui sotto. 

















venerdì 1 marzo 2019

NUMERO UNO E NUMERO DUE






Si terrà a Milano all'8 al 10 marzo 2019, nei padiglioni della Fiera a Rho, la consueta e sempre più effervescente kermesse fumettistica (ma anche pop, tech & fun) denominata Cartoomics. Tra le novità di quest'anno, alcune riguardano me. Quelle legate al marchio Bonelli sono state rese note dal battage pubblicitario della Casa Editrice e già le conoscete (presenterò Zagor Classic, Darkwood Box, Zagor Le Origini). Vi anticiperò qualcosa, invece, che forse non è ancora giunto alle orecchie di tutti e che riguarda la produzione della Cut-Up Publishing, con la quale ho ormai diversi libri all'attivo. Ebbene, presso lo stand Cut-Up (padiglione 16, stand G-16) mi troverete a firmare (se vi farà piacere) le copie di due nuove pubblicazioni.




La prima è un ponderoso  saggio, intitolato "Max Bunker, una vita da Numero Uno". Ne vedete in apertura la copertina.  L’occasione non è offerta solo dal cinquentennale di Alan Ford ma anche dal fatto che l’autore, classe 1939, è attivo in campo fumettistico fin dal 1959, e quindi festeggia ottanta anni di vita e sessanta di carriera. Raccontando la vita professionale di Luciano Secchi (questo il vero nome dell'autore) è venuto fuori un libro pieno di storie e di personaggi,  compilato scartabellando pagina per pagine tonnellate di fumetti, citando testimonianze, riportando dichiarazioni dell’autore e narrando cinquant’anni di storia, di politica, di cambiamenti sociali nel nostro Paese e nel mondo, che le sceneggiature bunkeriane hanno fedelmente registrato facendone satira e denuncia. Si tratta di un autore che ha lasciato il segno nell'immaginario collettivo.

Ho scritto questo libro per pagare un grosso debito. Non si tratta di denaro, ovviamente. Non si guadagna denaro, o almeno abbastanza denaro da pagare dei grossi debiti, scrivendo libri. Era un debito, contratto durante la mia adolescenza, nei confronti di un autore che ho ammirato fin da quando, neri primissimi anni Settanta, mi sono imbattuto in Alan Ford.  Quando ho letto le sue prime storie si firmava in coppia con un altro mio mito, il disegnatore Magnus. Trovavo il loro marchietto con la scritta “Magnus & Bunker” sui fumetti che realizzavano insieme. Poi il sodalizio si ruppe (nel 1975) e io continuai a seguirli separatamente. Scoprii presto i tanti altri fumetti creati da Bunker negli anni Sessanta, da Kriminal a Satanik, da Gesebel a Maxmagnus, da Maschera Nera a El Gringo, ma mi innamorai anche di “Eureka”, la rivista che Secchi dirigeva. Rimasi folgorato da Daniel, un altro personaggio che ha lasciato il segno nei miei ricordi. La persona che io sono diventato crescendo (bella o brutta che sia) è stata forgiata anche dalle letture bunkeriane.  Ho avuto anche la fortuna di conoscerlo da vicino, di collaborare perfino con lui con la rivista “Bhang!” della MBP e con “Alan Ford Story”, una collana della Mondadori per la quale ho scritto le prime cento prefazioni e postfazioni. Il volume verrà presentato anche a Lucca Collezionando.




Occhi di cielo” è invece un elegante spillato in tiratura limitata, che riporta sulla scena il fumetto sexy-western ritenuto perduto di Moreno Burattini e Lola Airaghi. Se ne erano perse le tracce da anni, dopo le prime tre puntate apparse nel 2004 e nel 2005 su “Dime Press”. Ma chi aveva letto l’inizio di quella storia non l’ha mai dimenticata. Occhi di cielo è stata oggetto di una mostra di originali  e di un portfolio. La chiusura della rivista  che la ospitava interrotto bruscamente la narrazione, ma dai cassetti dello sceneggiatore e della disegnatrice sono riemerse le tavole già pubblicate, altre inedite o in via di realizzazione, e abbozzi di testi scritti ancora da illustrare. Ma chi è Occhi Cielo? Chi è Elias? Chi  sono Artiglio d’orso e Sarah? E chi Salomon Saint, il predicatore, e Misery, la sua serva? Personaggi che meritano un recupero. Questo spillato è il primo passo verso il completamento di una storia insolita e affascinante, maliziosa e romantica, drammatica e umoristica al tempo stesso.

La casa editrice Cut-Up Publishing ha fortemente voluto dare una nuova vita all’affascinante squaw dagli occhi azzurri (non hanno dovuto insistere molto per convincere me e la Airaghi). Questo primo albo, oltre a raccogliere tutto il materiale edito e inedito che era stato già realizzato, comprende anche alcune bozze che Lola conservava gelosamente nel cassetto. Per il futuro è prevista l’uscita di un volume di più ampio respiro, che è già in lavorazione e in cui potrete continuare a scoprire Occhi di Cielo e le sue avventure. E dopo, chissà…

mercoledì 20 febbraio 2019

PIACERE ANALOGICO




Nella rubrica "Terre di nessuno", sull'albo n° 442 di Tex Nuova Ristampa (febbraio 2019) Graziano Frediani recensisce il mio saggio "Discorsi sulle nuvole" (Cut-Up). Ne copio qui sotto un estratto e vi propongo comunque la schermata. Mi è piaciuta molto l'espressione usata da Graziano "piacere analogico" per definire la sensazione tattile dello sfogliare la carta dei fumetti, e la prendo in prestito per dare il titolo a questo post.

"Un'antologia di testi realizzati nell'arco degli ultimi trent'anni, scelti riveduti e corretti da Burattini (ma ce ne sono anche di inediti), una sorta di 'best of' personale che, in ognuna della sue 300 pagine, rievoca un passaggio fondamentale della sua crescita di lettore diventato autore, sino a tracciare il ritratto collettivo di una intera generazione. Una generazione che oggi potremmo definire 'poeticamente perduta', quella per la quale immergersi fra le vignette e i ballon di una striscia, di un albo tascabile, di una rivista era un piacere semplice, tattile, cartaceo e dunque 'analogico', eppure capace di sommuovere sconfina potenzialità percettive, sociologiche, comunicative. Burattini ce le svela e ce le rivela (casomai ce ne fossimo dimenticati) una per una, snodando le fila di una trama che passa per Tex, Zagor, Martin Mystère e altri classici bonelliani, rende onore alla scandalosa disinibizione di Kriminal e Satanik, alla crepuscolare sensibilità di un anti-eroe come Ken Parker, alla genialità autodistruttiva e provocatoria di Zanardi e del suo creatore, l'indimenticabile Andrea Pazienza... Tappe nodali di una parabola editoriale e culturale che - per fortuna - non ha ancora smesso di evolversi, nonostante la presenza di benpensanti, moralisti, censori, denigratori, ostruzionisti (più o meno in buona fede) che, periodicamente, irrompono sulla scena a sollevare polemiche, a invocare punizioni, a bandire crociate contro questo o quel fumetto. Outsiders del calibro del Signor Ilario o il Signor Emilio... chi erano? Leggete 'Discorsi sulle nuvole' e potrete scoprirlo da soli!"

Un'altra (bella) recensione è quella dedicata a "Discorsi sulle nuvole" da David Padovani sul  sito "Lo spazio bianco". Si intitola (e la cosa mi commuove): "Un amore così grande". 
La trovate al seguente link. 



domenica 10 febbraio 2019

NON SI PUO' SENTIRE




Ho ricevuto via mail questa domanda.

Molti lettori di Zagor si lamentano che oggi si fa un minor uso delle didascalie se non per i cambi di scena, mentre una volta venivano usate anche per descrivere le scene prive di dialoghi in modo da conferire loro un maggiore effetto non soltanto visivo. Tu che ne pensi?  Mauro.

Ho risposto così.

Caro Mauro,
i lettori di Zagor si lamentano sempre e comunque. Se mettiamo le didascalie siamo spiegazionisti, se non le mettiamo era meglio quando le mettevamo. “Molti lettori si lamentano che” è una frase utilizzabile riguardo a qualsiasi scelta venga fatta. Ci sarebbe poi da chiedersi quanti siano questi “molti”, perché per quanti “molti” contestino qualcosa, ci saranno altrettanti “molti” che contestano la cosa opposta.
Le didascalie sono un artificio “vecchio” (ridondavano sul Flash Gordon, per esempio). Il linguaggio del fumetto si è evoluto sempre di più verso un uso della didascalia limitato e di sicuro non destinato a raccontare ciò che si vede nelle immagini. Inutile dire “Zagor con la scure disarma il suo avversario” se è esattamente quello che mostra la vignetta. Ken Parker, che ha fatto scuola in questo senso, è andato progressivamente quasi abolendo del tutto le didascalie (e persino le nuvolette dei pensieri). 
Ci sono fumetti, soprattutto di scuola americana, in cui le didascalie ci sono e sono lunghe, ma fungono da “voce fuori campo” di un io narrante, oppure sostituiscono il balloon dei pensieri: il personaggio cammina e accanto a lui varie dida mostrano che cosa sta pensando. Diverse grafie del letture nelle didascalie spiegano se ci sono più personaggi che pensano in quella vignetta (una grafia corrisponde a un diverso personaggio), anche da fuori campo. Questo artificio su Zagor non è mai stato usato, quindi continueremo a non usarlo. Se lo usassimo, “molti lettori” se ne lamenterebbero. 
E’ stata stabilita una consuetudine (che io cerco di usare il meno possibile e scoraggio negli altri sceneggiatori) per cui una frase di un personaggio che spiega quale sia il suo proposito prosegue dal balloon e finisce, virgolettata, a fare da didascalia nella vignetta successiva, in cui si mostravento la messa in atto del proposito. Ebbene: Sergio se ne lamentava. Immagino che “molti lettori” ugualmente si lamentino anche loro. 
Come considerazione finale ricordo che i social ci hanno resi infastiditi di fronte alle troppe parole da leggere. Pagine piene di balloon e di didascalie scritte fitte fitte scoraggiano la lettura, che dovrebbe essere quanto più agile possibile. 
Nella serie a striscia uscita nel 2018, volendo “fare il verso” al vecchio modo di sceneggiare ho usato didascalie più lunghe, ma appunto si è trattato di un “ritorno al passato”. Io delle didascalie lunghe non ho nessuna nostalgia. Poi ci saranno sempre i nostalgici di qualche cosa. Mi piacerebbe che i lettori leggessero più serenamente le nostre spensierate avventure e valutassero di più i meriti delle storie, se ce ne sono, invece di andare alla ricerca dei motivi di contestazione e di attaccarsi alle virgole contestando agli autori qualunque scelta venga fatta. Stiamo portando il sogno di Zagor verso il sessantennale, abbiamo attraversato i tempi e le mode, lo Spirito con la Scure continua  a inanellare avventure e successi, siamo leggenda, e c’è chi si lamenta delle didascalie.





Dopo aver riportato sulla mia pagina FB questa risposta, a mio parere esaustiva ed educata, si è inalberato un lettore (evidentemente uno di quelli che si lamentano): secondo lui, la mia frase “i lettori si lamentano comunque” sarebbe qualcosa che "non si può sentire". Cioè, una affermazione intollerabile.  Poi, l’inalberato ha aggiunto qualcosa del tipo “se voi sceneggiatori non volete lamentele, scrivete per voi stessi e basta”.  

Ora, vorrei far notare al non gentile detrattore che il fatto di ricevere lamentele sempre e comunque, di segno opposto, qualunque cosa si faccia, non è una mia opinione. E’ la realtà dei fatti. Qualunque mio collega potrebbe confermarlo. Arrivano critiche contraddittorie su tutto: chi la vuole nera, chi la vuole bianca. Si resta di stucco per la diversità dei pareri, o per l'irragionevolezza di alcuni. Ma, del resto, credo che nella vita di ognuno di noi capiti la stessa cosa: davvero a voi succede di accontentare tutti? Sui social non si leggono forse polemiche ferocissime su qualunque questione? Quindi perché meravigliarsi se porto la mia testimonianza su una realtà di fatto? Ho semplicemente detto che qualunque cosa si faccia, si viene criticati. E' una ovvietà. E' inevitabile dato che le opinioni sono tante e contrastanti, ma oltre a quelle espresse in modo ragionevole ci sono quelle distruttive e cariche d'odio. I detrattori e gli haters sono ovunque. Dunque, caro inalberato, se credi che la frase “i lettori si lamentano comunque” non si possa sentire, non vuoi sentire una banalissima verità. Vuoi negare la realtà dei fatti. Okay. Io, invece, la realtà dei fatti la racconto per com’è. Non è una cosa su cui si può discutere: è così. I lettori si lamentano sempre e comunque: punto.


Tuttavia, è la frase successiva che rivela ciò che davvero ha fatto inalberare l’inalberato. “Se voi sceneggiatori non volete lamentele, scrivete per voi stessi e basta” (sto citando a memoria lo sfogo del lettore, quelle fra virgolette sono parole mie che ne riassumono però il senso). Dunque l’inalberatura deriva dal sentir leso il diritto alla lamentela. Nessuno lo ha mai messo in dubbio: tant’è vero che si lamentano tutti.  C'è gente che pare vivere per lamentarsi. Nessuno glielo vieta, peraltro non vedo come si potrebbe. Il punto è un altro: io non scrivo per me stesso, come non scrivono per loro stessi gli altri sceneggiatori, ma neppure scrivo sotto dettatura. Non è che arriva Tizio a dirmi: “voglio le didascalie com’erano su Tex nel 1948”, io il giorno dopo lo accontento. Anche perché scriverà Caio dicendo. “voglio le didascalie come sull’Uomo Ragno”, e Sempronio aggiungerà: “io le didascalie non le voglio”. A chi dar retta? Mi dispiace, do retta al mio cuore e cerco di fare del mio meglio, come pare a me, ragionandoci sopra, sperando di indovinarci. Lo faccio da trent'anni. C’è questa pretesa del lettore a vedersi confezionare il fumetto su misura. L’autore non deve scrivere per sé stesso, e va bene, ma per lui, per il singolo. Non funziona così. L’autore propone la sua scelta stilistica, il lettore decide se apprezzarla o meno. Poi si lamenti pure, ma non pretenda di essere il punto di riferimento e di aver ragione per forza. Ripeto: io non scrivo sotto dettatura. Ciò non significa che le critiche giuste non vadano accettate. Anzi: ben vengano le segnalazioni che riportano sulla giusta strada o servono a correggere gli errori. Però ci vuole una scrematura. E sicuramente le critiche ingiuste vanno ignorate. 

Ho trovato una citazione di Eleanor Roosevelt, la sorella di Teddy Roosevelt, che dice così: “Fate quello che il cuore vi dice che è giusto, perché sarete criticati comunque”. E Lincoln scrisse: “Se dovessi leggere, non dico rispondere, tutti gli attacchi diretti contro di me, dovrei chiudere bottega e occuparmi solo di questo. Faccio quello che posso, e intendo continuare a fare così fino in fondo”. E Lincoln non era sui social.



venerdì 8 febbraio 2019

SPEDIZIONE NEL DESERTO



"Spedizione nel deserto" è il titolo dell'albo di Zagor n° 643 (Zenith 694), del febbraio 2019. I testi sono miei, i disegni sono di Bane Kerac e la copertina è di Alessandro Piccinelli. Si tratta della seconda parte di una storia iniziata con il numero precedente, "Monument Valley" e destinata a durare ancora un po'. Mi sono giunti solo echi positivi da parte di chi ha letto l'avventura finora, il che mi fa piacere. 

Siccome a pagina 30 assistiamo a quel che si potrebbe definire un "colpo di scena", preferisco non fare spoiler, rimando l'approfondimento a quanto parleremo del prossimo albo. Dico solo che la persona a capo del numeroso gruppo di banditi e di pellerossa contro cui lo Spirito si trova a combattere è alquanto insolito, per la sua figura e le sue motivazioni. Rinnovo invece volentieri i complimenti, anche per questa seconda puntata, al mio sodale Bane Kerac, autore serbo su cui mi solo dilungato su questo blog presentando "Monument Valley". L'avventura nel Sud Ovest è nata proprio da una risposta che lui mi diede quando, dopo la pubblicazione del Color dedicato a "Guitar" Jim, da lui illustrato, gli chiesi che scenario o argomento avrebbe preferito per una successiva soria. Bane disse: "basta che ci sia un pueblo".  Detto fatto, la terza puntatasi chiamerà "Il pueblo misterioso" e già qualche scorcio di una cittadella di pietra (chiamata Teon) si vede in questa seconda.



Temo però di aver giocato un tiro mancino al nostro Kerac, giacché per assecondarlo sul pueblo gli ho chiesto di assecondarmi nel tirare in ballo anche la Biblioteca di Alessandria e la matematica e astronoma Ipazia, esponente della filosofia neoplatonica, nata tra il 350 e il 370 dopo Cristo e morta nel marzo del 415 (uccisa durante un tumulto di cristiani nemici della cultura "pagana" che lei rappresentava). Fu una donna illuminata che riuscì a ottenere rispetto e ammirazione in un contesto che certo non prevedeva "quote rose" e la si può indubbiamente considerare una martire del libero pensiero. Nel 2009 il regista Alejandro Amenábar ha girato il film "Agora" in cui Ipazia è interpretata da  Rachel Weisz. Questa pellicola mi ha fatto scaturire l'idea da cui poi è nata la storia illustrata da Bane Kerac. Quale possa essere il collegamento fra Ipazia e Zagor lo scoprirete solo leggendo, credo di aver giocato con l'impossibile e aver trovato una quadra convincente (almeno secondo il limite della "sospensione di incredulità" stabilita dallo strada zagoriano). Secondo me, Bane se l'è cavata egregiamente anche nella realizzazione delle scene ambientante nel V secolo ad Alessandria dìEgitto. A voi, ovviamente, il giudizio.