giovedì 21 marzo 2019

MAX BUNKER: UNA VITA DA NUMERO UNO



Max Bunker, una vita da Numero Uno” è il titolo della biografia professionale che ho dedicato a  Luciano Secchi, in arte appunto Max Bunker, pubblicata da Cut-Up e presentata nel corso dell'edizione 2019 di Cartoomics, a Milano, alla presenza dell'interessato. 

L’occasione è stata offerta non soltanto dal cinquentennale di Alan Ford (in edicola dal 1969) ma anche dal fatto che l’autore, classe 1939, è attivo in campo fumettistico fin dal 1959, e quindi festeggia ottanta anni di vita e sessanta di carriera. C'erano dunque tante cose da dire, su un personaggio poliedrico, vulcanico e prolifico quant'altri mai: nessuna meraviglia che ne sia venuta fuori un'opera  di ben 400 pagine: un libro pieno di storie e di personaggi,  compilate scartabellando  tonnellate di fumetti, citando testimonianze, riportando dichiarazioni dell’autore e raccontato cinquant’anni di storia, di politica, di cambiamenti sociali nel nostro Paese e nel mondo, che le sceneggiature bunkeriane hanno fedelmente registrato facendone satira e denuncia. 

Il fumetto italiano non sarebbe stato lo stesso senza la rivoluzione operata da Luciano Secchi attraverso la sua attività di sceneggiatore. Un merito che non riguarda soltanto la sua opera, notevole di per sé per qualità e quantità, ma anche l’impulso dato alla maturazione dell’intero settore, grazie alla lezione tratta dal suo esempio da molti altri autori. Con l’avvento di Kriminal e Satanik (1964), irrompono sulla scena storie che parlano di sesso, di corruzione, di droga, di politica internazionale, di attualità, di fenomeni di costume. Il fumetto descrive per la prima volta la realtà così com’è e non cerca di darne una versione edulcorata. Anche Alan Ford (1969) scandaglia la nostra società ma con gli strumenti della satira e dell’umorismo, riuscendo a far ridere delle miserie di una umanità senza speranza di redenzione. L’innovazione bunkeriana non si manifesta soltanto a livello di contenuti e di problematicità dei personaggi, ma anche nell’uso dei dialoghi e nella scansione di sceneggiatura, che abolisce la ridondanza delle didascalie e procede per ellissi narrative molto sintetiche. Uno stile che continua a manifestarsi anche nelle serie dei personaggi più recenti come quella dedicata alla detective privata Kerry Kross (1994).

Bunker è uno sceneggiatore autore che ho ammirato fin da ragazzi, da quando, nei primissimi anni Settanta, mi sono imbattuto in Alan Ford. Quando ho letto le sue prime storie si firmava in coppia con un altro mio mito, il disegnatore Magnus. Trovavo il loro marchietto con la scritta “Magnus & Bunker” sui fumetti che realizzavano insieme. Poi il sodalizio si ruppe (nel 1975) e io continuai a seguirli separatamente. Scoprii presto i tanti altri fumetti creati da Bunker negli anni Sessanta, da Kriminal a Satanik, da Gesebel a Maxmagnus, da Maschera Nera a El Gringo, ma mi innamorai anche di “Eureka”, la rivista che Secchi dirigeva. Rimasi folgorato da Daniel, un altro personaggio che ha lasciato il segno nei miei ricordi. La persona che io sono diventato crescendo (bella o brutta che sia) è stata forgiata anche dalle letture bunkeriane. Ho avuto altri maestri, altri punti di riferimento, certamente (Guido Nolitta, Giancarlo Berardi, Alfredo Castelli, solo per fare alcuni nomi), ma senza dubbio Max Bunker ha sempre fatto parte del mio Olimpo personale.


Il mio primo incontro di persona avvenne in un giorno d’estate del 1989, quando ottenni un appuntamento presso la MBP, che aveva sede in Via Fatebenefratelli a Milano. Mi accompagnavano alcuni amici che realizzavano con me “Collezionare”, fummo ben accolti e scattammo la foto qua sopra.  Lo scopo della visita era realizzare una intervista che poi sarebbe stata pubblicata sul n° 21 della rivista “Il Fumetto” (dicembre 1989). La intitolai “Il Bunker dei fumetti”. Qualche anno dopo, nel 1994, entrato a far parte dello staff organizzativo del Salone del Fumetto e del Fantastico di Prato (una manifestazione di grande successo che oggi non c’è più), mi trovai ad allestire, con Francesco Manetti e Saverio Ceri, la mostra “Alan Ford Venticinque”. Riuscimmo a ricostruire il set del Negozio di Fiori, e proprio in quella scenografia esponemmo delle vivaci sagome degli agenti del Gruppo TNT e tavole delle storie più importanti. Max Bunker fu ospite della kermesse insieme a Paolo Piffarerio (di spalle nella foto sotto). Da quel momento in poi sono sempre rimasto in contatto con lui, che mi ha voluto affidare le prime cento introduzioni ai volumi della collana “Alan Ford Index” della Mondadori.  




venerdì 8 marzo 2019

IL PUEBLO MISTERIOSO




E' in edicola da alcuni giorni lo Zagor n° 644 (Zenith 695), datato marzo 2019 e intitolato "Il pueblo misterioso". I testi sono miei, i disegni di Bane Kerac, la copertina di Alessandro Piccinelli. Si tratta della terza parte di una lunga storia (314 pagine) iniziata con il numero di gennaio e destinata a concludersi  sull'albo di aprile. 

Delle precedenti due puntate abbiamo parlato negli scorsi mesi su questo blog. Come già detto, proverò a tirare le somme (dal mio punto di vista) alla conclusione dell'avventura. La vicenda è sostanzialmente western, ma contaminata da spunti mysteriosi (alla maniera cioè di Martin Mystère) dato che ruota attorno a una scoperta archeologica legata al viaggio di antichi navigatori che nel V secolo dopo Cristo avrebbero nascosto in America un carico di papiri della Biblioteca di Alessandria. Numerosi sono i riferimenti alla filosofa greco-alessandrina Ipazia, ispiratrice del viaggio. In questa terza puntata, alle varie cose che su di lei sono state dette, si aggiunge l'annotazione del perfezionamento dell'astrolabio (ideato da Ipparco di Nicea seicento anni prima) da parte appunto di Ipazia e di suo padre Teone, valente matematico. Il nome del pueblo al centro del racconto, Teon, parrebbe (questa l'ipotesi di Julia Schulz e di Angus McFly, due studiosi dell'università di Harvard) derivare proprio da quest'ultimo. Ma al di là dei riferimenti storici, e dell'enigma con cui si chiude l'albo, direi che l'azione proprio non manchi e mi sembra di aver scongiurato il rischio delle sequenze didascaliche. Ai posteri, in ogni caso, l'ardua sentenza: giudicherete voi. 

A proposito di Julia Schulz, racconto un aneddoto. Bane Kerac, a cui rivolgo di nuovo apprezzamenti e complimenti per i suoi disegni (bene, Bane!), si è offerto di regalarmi una tavola originale e mi ha chiesto di sceglierne una. Dopo averlo ringraziato, non ho avuto dubbi. E' quella che vedete qui sotto.





mercoledì 6 marzo 2019

ZAGOR CLASSIC





Finalmente!  Le storie che hanno fondato la saga e creato la leggenda di Zagor tornano in edicola a partire dal 13 marzo in una collana di ristampe, da tempo richiesta sia dagli appassionati di vecchia data che dai lettori più giovani: “Zagor Classic” metterà infatti di nuovo a disposizione di tutti storie da tempo esaurite presso il servizio arretrati Bonelli. 

L'ultima ristampa bonelliana risale infatti al giugno del 1986. Si chiamava "TuttoZagor" e festeggiava  il venticinquennale del personaggio. La serie uscì fino al 1998 e  contò in tutto 235 numeri. La collana "Collezione Storica a Colori", iniziata nel febbraio del 2012 e durata per 225 volumi, non è stata una iniziativa di Via Buonarroti ma di Repubblica e de L'Espresso: si trattava di pubblicazioni  del tutto diverse dallo standard della tradizione e con caratteristiche editoriali proprie. In ogni caso il nostro servizio arretrati non ha disponibilità neppure di quelle. Quindi, se si parla di una serie da edicola nel formato Bonelli, "Zagor Classic" giunge a colmare un vuoto. Peraltro, asseconda anche la richiesta di albi più agili, in linea con i nostri tempi in cui si preferiscono le letture veloci a cui ci hanno abituato i social e i siti Internet.

Se è vero che questa nuova serie segue la scia del successo di “Tex Classic”, un’altra collana di ristampe che ha inaugurato un format diverso da quelli del passato, è vero anche che la riedizione zagoriana presenterà caratteristiche ancora differenti. Sarà anch’essa a colori e delle stesse dimensioni, ma conterà 80 pagine, avrà cadenza mensile, e regalerà ai lettori un omaggio a ogni uscita. Il primo numero avrà infatti in allegato un poster, e dal secondo in poi ci saranno delle cartoline in cartoncino riproducenti le più belle copertine  realizzate da Gallieno Ferri per la Collana Zenith. 

A proposito di Ferri, le cover di “Zagor Classic” rappresenteranno un richiamo irresistibile perché proporranno una selezione di quelle della “Collana Lampo”, ovvero delle quattro serie a striscia uscite tra il 1961 e il 1970, oggetto di caccia accanita da parte dei collezionisti: illustrazioni affascinanti che non tutti conoscono, vere e proprie “opere perdute” che vengono finalmente recuperate e riproposte in una grafica accattivante in grado di valorizzarle. 

Caccia aperta poi sul sito Bonelli e in fumetteria al “Darkwood Box”, con cofanetto in legno contenente una incredibile serie di chicche (due variant cover, una stampa esclusiva, l’edizione anastatica del primo albetto a striscia, un diorama da montare, in cartone fustellato, riproducente la capanna nella palude e i suoi abitanti). Tutto ciò viene mostrato nel video realizzato dal sito Bonelli, in cui il sottoscritto si esibisce in una performance da YouTuber: l'unboxing. Lo vedete qui sotto. 

















venerdì 1 marzo 2019

NUMERO UNO E NUMERO DUE






Si terrà a Milano all'8 al 10 marzo 2019, nei padiglioni della Fiera a Rho, la consueta e sempre più effervescente kermesse fumettistica (ma anche pop, tech & fun) denominata Cartoomics. Tra le novità di quest'anno, alcune riguardano me. Quelle legate al marchio Bonelli sono state rese note dal battage pubblicitario della Casa Editrice e già le conoscete (presenterò Zagor Classic, Darkwood Box, Zagor Le Origini). Vi anticiperò qualcosa, invece, che forse non è ancora giunto alle orecchie di tutti e che riguarda la produzione della Cut-Up Publishing, con la quale ho ormai diversi libri all'attivo. Ebbene, presso lo stand Cut-Up (padiglione 16, stand G-16) mi troverete a firmare (se vi farà piacere) le copie di due nuove pubblicazioni.




La prima è un ponderoso  saggio, intitolato "Max Bunker, una vita da Numero Uno". Ne vedete in apertura la copertina.  L’occasione non è offerta solo dal cinquentennale di Alan Ford ma anche dal fatto che l’autore, classe 1939, è attivo in campo fumettistico fin dal 1959, e quindi festeggia ottanta anni di vita e sessanta di carriera. Raccontando la vita professionale di Luciano Secchi (questo il vero nome dell'autore) è venuto fuori un libro pieno di storie e di personaggi,  compilato scartabellando pagina per pagine tonnellate di fumetti, citando testimonianze, riportando dichiarazioni dell’autore e narrando cinquant’anni di storia, di politica, di cambiamenti sociali nel nostro Paese e nel mondo, che le sceneggiature bunkeriane hanno fedelmente registrato facendone satira e denuncia. Si tratta di un autore che ha lasciato il segno nell'immaginario collettivo.

Ho scritto questo libro per pagare un grosso debito. Non si tratta di denaro, ovviamente. Non si guadagna denaro, o almeno abbastanza denaro da pagare dei grossi debiti, scrivendo libri. Era un debito, contratto durante la mia adolescenza, nei confronti di un autore che ho ammirato fin da quando, neri primissimi anni Settanta, mi sono imbattuto in Alan Ford.  Quando ho letto le sue prime storie si firmava in coppia con un altro mio mito, il disegnatore Magnus. Trovavo il loro marchietto con la scritta “Magnus & Bunker” sui fumetti che realizzavano insieme. Poi il sodalizio si ruppe (nel 1975) e io continuai a seguirli separatamente. Scoprii presto i tanti altri fumetti creati da Bunker negli anni Sessanta, da Kriminal a Satanik, da Gesebel a Maxmagnus, da Maschera Nera a El Gringo, ma mi innamorai anche di “Eureka”, la rivista che Secchi dirigeva. Rimasi folgorato da Daniel, un altro personaggio che ha lasciato il segno nei miei ricordi. La persona che io sono diventato crescendo (bella o brutta che sia) è stata forgiata anche dalle letture bunkeriane.  Ho avuto anche la fortuna di conoscerlo da vicino, di collaborare perfino con lui con la rivista “Bhang!” della MBP e con “Alan Ford Story”, una collana della Mondadori per la quale ho scritto le prime cento prefazioni e postfazioni. Il volume verrà presentato anche a Lucca Collezionando.




Occhi di cielo” è invece un elegante spillato in tiratura limitata, che riporta sulla scena il fumetto sexy-western ritenuto perduto di Moreno Burattini e Lola Airaghi. Se ne erano perse le tracce da anni, dopo le prime tre puntate apparse nel 2004 e nel 2005 su “Dime Press”. Ma chi aveva letto l’inizio di quella storia non l’ha mai dimenticata. Occhi di cielo è stata oggetto di una mostra di originali  e di un portfolio. La chiusura della rivista  che la ospitava interrotto bruscamente la narrazione, ma dai cassetti dello sceneggiatore e della disegnatrice sono riemerse le tavole già pubblicate, altre inedite o in via di realizzazione, e abbozzi di testi scritti ancora da illustrare. Ma chi è Occhi Cielo? Chi è Elias? Chi  sono Artiglio d’orso e Sarah? E chi Salomon Saint, il predicatore, e Misery, la sua serva? Personaggi che meritano un recupero. Questo spillato è il primo passo verso il completamento di una storia insolita e affascinante, maliziosa e romantica, drammatica e umoristica al tempo stesso.

La casa editrice Cut-Up Publishing ha fortemente voluto dare una nuova vita all’affascinante squaw dagli occhi azzurri (non hanno dovuto insistere molto per convincere me e la Airaghi). Questo primo albo, oltre a raccogliere tutto il materiale edito e inedito che era stato già realizzato, comprende anche alcune bozze che Lola conservava gelosamente nel cassetto. Per il futuro è prevista l’uscita di un volume di più ampio respiro, che è già in lavorazione e in cui potrete continuare a scoprire Occhi di Cielo e le sue avventure. E dopo, chissà…

mercoledì 20 febbraio 2019

PIACERE ANALOGICO




Nella rubrica "Terre di nessuno", sull'albo n° 442 di Tex Nuova Ristampa (febbraio 2019) Graziano Frediani recensisce il mio saggio "Discorsi sulle nuvole" (Cut-Up). Ne copio qui sotto un estratto e vi propongo comunque la schermata. Mi è piaciuta molto l'espressione usata da Graziano "piacere analogico" per definire la sensazione tattile dello sfogliare la carta dei fumetti, e la prendo in prestito per dare il titolo a questo post.

"Un'antologia di testi realizzati nell'arco degli ultimi trent'anni, scelti riveduti e corretti da Burattini (ma ce ne sono anche di inediti), una sorta di 'best of' personale che, in ognuna della sue 300 pagine, rievoca un passaggio fondamentale della sua crescita di lettore diventato autore, sino a tracciare il ritratto collettivo di una intera generazione. Una generazione che oggi potremmo definire 'poeticamente perduta', quella per la quale immergersi fra le vignette e i ballon di una striscia, di un albo tascabile, di una rivista era un piacere semplice, tattile, cartaceo e dunque 'analogico', eppure capace di sommuovere sconfina potenzialità percettive, sociologiche, comunicative. Burattini ce le svela e ce le rivela (casomai ce ne fossimo dimenticati) una per una, snodando le fila di una trama che passa per Tex, Zagor, Martin Mystère e altri classici bonelliani, rende onore alla scandalosa disinibizione di Kriminal e Satanik, alla crepuscolare sensibilità di un anti-eroe come Ken Parker, alla genialità autodistruttiva e provocatoria di Zanardi e del suo creatore, l'indimenticabile Andrea Pazienza... Tappe nodali di una parabola editoriale e culturale che - per fortuna - non ha ancora smesso di evolversi, nonostante la presenza di benpensanti, moralisti, censori, denigratori, ostruzionisti (più o meno in buona fede) che, periodicamente, irrompono sulla scena a sollevare polemiche, a invocare punizioni, a bandire crociate contro questo o quel fumetto. Outsiders del calibro del Signor Ilario o il Signor Emilio... chi erano? Leggete 'Discorsi sulle nuvole' e potrete scoprirlo da soli!"

Un'altra (bella) recensione è quella dedicata a "Discorsi sulle nuvole" da David Padovani sul  sito "Lo spazio bianco". Si intitola (e la cosa mi commuove): "Un amore così grande". 
La trovate al seguente link. 



domenica 10 febbraio 2019

NON SI PUO' SENTIRE




Ho ricevuto via mail questa domanda.

Molti lettori di Zagor si lamentano che oggi si fa un minor uso delle didascalie se non per i cambi di scena, mentre una volta venivano usate anche per descrivere le scene prive di dialoghi in modo da conferire loro un maggiore effetto non soltanto visivo. Tu che ne pensi?  Mauro.

Ho risposto così.

Caro Mauro,
i lettori di Zagor si lamentano sempre e comunque. Se mettiamo le didascalie siamo spiegazionisti, se non le mettiamo era meglio quando le mettevamo. “Molti lettori si lamentano che” è una frase utilizzabile riguardo a qualsiasi scelta venga fatta. Ci sarebbe poi da chiedersi quanti siano questi “molti”, perché per quanti “molti” contestino qualcosa, ci saranno altrettanti “molti” che contestano la cosa opposta.
Le didascalie sono un artificio “vecchio” (ridondavano sul Flash Gordon, per esempio). Il linguaggio del fumetto si è evoluto sempre di più verso un uso della didascalia limitato e di sicuro non destinato a raccontare ciò che si vede nelle immagini. Inutile dire “Zagor con la scure disarma il suo avversario” se è esattamente quello che mostra la vignetta. Ken Parker, che ha fatto scuola in questo senso, è andato progressivamente quasi abolendo del tutto le didascalie (e persino le nuvolette dei pensieri). 
Ci sono fumetti, soprattutto di scuola americana, in cui le didascalie ci sono e sono lunghe, ma fungono da “voce fuori campo” di un io narrante, oppure sostituiscono il balloon dei pensieri: il personaggio cammina e accanto a lui varie dida mostrano che cosa sta pensando. Diverse grafie del letture nelle didascalie spiegano se ci sono più personaggi che pensano in quella vignetta (una grafia corrisponde a un diverso personaggio), anche da fuori campo. Questo artificio su Zagor non è mai stato usato, quindi continueremo a non usarlo. Se lo usassimo, “molti lettori” se ne lamenterebbero. 
E’ stata stabilita una consuetudine (che io cerco di usare il meno possibile e scoraggio negli altri sceneggiatori) per cui una frase di un personaggio che spiega quale sia il suo proposito prosegue dal balloon e finisce, virgolettata, a fare da didascalia nella vignetta successiva, in cui si mostravento la messa in atto del proposito. Ebbene: Sergio se ne lamentava. Immagino che “molti lettori” ugualmente si lamentino anche loro. 
Come considerazione finale ricordo che i social ci hanno resi infastiditi di fronte alle troppe parole da leggere. Pagine piene di balloon e di didascalie scritte fitte fitte scoraggiano la lettura, che dovrebbe essere quanto più agile possibile. 
Nella serie a striscia uscita nel 2018, volendo “fare il verso” al vecchio modo di sceneggiare ho usato didascalie più lunghe, ma appunto si è trattato di un “ritorno al passato”. Io delle didascalie lunghe non ho nessuna nostalgia. Poi ci saranno sempre i nostalgici di qualche cosa. Mi piacerebbe che i lettori leggessero più serenamente le nostre spensierate avventure e valutassero di più i meriti delle storie, se ce ne sono, invece di andare alla ricerca dei motivi di contestazione e di attaccarsi alle virgole contestando agli autori qualunque scelta venga fatta. Stiamo portando il sogno di Zagor verso il sessantennale, abbiamo attraversato i tempi e le mode, lo Spirito con la Scure continua  a inanellare avventure e successi, siamo leggenda, e c’è chi si lamenta delle didascalie.





Dopo aver riportato sulla mia pagina FB questa risposta, a mio parere esaustiva ed educata, si è inalberato un lettore (evidentemente uno di quelli che si lamentano): secondo lui, la mia frase “i lettori si lamentano comunque” sarebbe qualcosa che "non si può sentire". Cioè, una affermazione intollerabile.  Poi, l’inalberato ha aggiunto qualcosa del tipo “se voi sceneggiatori non volete lamentele, scrivete per voi stessi e basta”.  

Ora, vorrei far notare al non gentile detrattore che il fatto di ricevere lamentele sempre e comunque, di segno opposto, qualunque cosa si faccia, non è una mia opinione. E’ la realtà dei fatti. Qualunque mio collega potrebbe confermarlo. Arrivano critiche contraddittorie su tutto: chi la vuole nera, chi la vuole bianca. Si resta di stucco per la diversità dei pareri, o per l'irragionevolezza di alcuni. Ma, del resto, credo che nella vita di ognuno di noi capiti la stessa cosa: davvero a voi succede di accontentare tutti? Sui social non si leggono forse polemiche ferocissime su qualunque questione? Quindi perché meravigliarsi se porto la mia testimonianza su una realtà di fatto? Ho semplicemente detto che qualunque cosa si faccia, si viene criticati. E' una ovvietà. E' inevitabile dato che le opinioni sono tante e contrastanti, ma oltre a quelle espresse in modo ragionevole ci sono quelle distruttive e cariche d'odio. I detrattori e gli haters sono ovunque. Dunque, caro inalberato, se credi che la frase “i lettori si lamentano comunque” non si possa sentire, non vuoi sentire una banalissima verità. Vuoi negare la realtà dei fatti. Okay. Io, invece, la realtà dei fatti la racconto per com’è. Non è una cosa su cui si può discutere: è così. I lettori si lamentano sempre e comunque: punto.


Tuttavia, è la frase successiva che rivela ciò che davvero ha fatto inalberare l’inalberato. “Se voi sceneggiatori non volete lamentele, scrivete per voi stessi e basta” (sto citando a memoria lo sfogo del lettore, quelle fra virgolette sono parole mie che ne riassumono però il senso). Dunque l’inalberatura deriva dal sentir leso il diritto alla lamentela. Nessuno lo ha mai messo in dubbio: tant’è vero che si lamentano tutti.  C'è gente che pare vivere per lamentarsi. Nessuno glielo vieta, peraltro non vedo come si potrebbe. Il punto è un altro: io non scrivo per me stesso, come non scrivono per loro stessi gli altri sceneggiatori, ma neppure scrivo sotto dettatura. Non è che arriva Tizio a dirmi: “voglio le didascalie com’erano su Tex nel 1948”, io il giorno dopo lo accontento. Anche perché scriverà Caio dicendo. “voglio le didascalie come sull’Uomo Ragno”, e Sempronio aggiungerà: “io le didascalie non le voglio”. A chi dar retta? Mi dispiace, do retta al mio cuore e cerco di fare del mio meglio, come pare a me, ragionandoci sopra, sperando di indovinarci. Lo faccio da trent'anni. C’è questa pretesa del lettore a vedersi confezionare il fumetto su misura. L’autore non deve scrivere per sé stesso, e va bene, ma per lui, per il singolo. Non funziona così. L’autore propone la sua scelta stilistica, il lettore decide se apprezzarla o meno. Poi si lamenti pure, ma non pretenda di essere il punto di riferimento e di aver ragione per forza. Ripeto: io non scrivo sotto dettatura. Ciò non significa che le critiche giuste non vadano accettate. Anzi: ben vengano le segnalazioni che riportano sulla giusta strada o servono a correggere gli errori. Però ci vuole una scrematura. E sicuramente le critiche ingiuste vanno ignorate. 

Ho trovato una citazione di Eleanor Roosevelt, la sorella di Teddy Roosevelt, che dice così: “Fate quello che il cuore vi dice che è giusto, perché sarete criticati comunque”. E Lincoln scrisse: “Se dovessi leggere, non dico rispondere, tutti gli attacchi diretti contro di me, dovrei chiudere bottega e occuparmi solo di questo. Faccio quello che posso, e intendo continuare a fare così fino in fondo”. E Lincoln non era sui social.



venerdì 8 febbraio 2019

SPEDIZIONE NEL DESERTO



"Spedizione nel deserto" è il titolo dell'albo di Zagor n° 643 (Zenith 694), del febbraio 2019. I testi sono miei, i disegni sono di Bane Kerac e la copertina è di Alessandro Piccinelli. Si tratta della seconda parte di una storia iniziata con il numero precedente, "Monument Valley" e destinata a durare ancora un po'. Mi sono giunti solo echi positivi da parte di chi ha letto l'avventura finora, il che mi fa piacere. 

Siccome a pagina 30 assistiamo a quel che si potrebbe definire un "colpo di scena", preferisco non fare spoiler, rimando l'approfondimento a quanto parleremo del prossimo albo. Dico solo che la persona a capo del numeroso gruppo di banditi e di pellerossa contro cui lo Spirito si trova a combattere è alquanto insolito, per la sua figura e le sue motivazioni. Rinnovo invece volentieri i complimenti, anche per questa seconda puntata, al mio sodale Bane Kerac, autore serbo su cui mi solo dilungato su questo blog presentando "Monument Valley". L'avventura nel Sud Ovest è nata proprio da una risposta che lui mi diede quando, dopo la pubblicazione del Color dedicato a "Guitar" Jim, da lui illustrato, gli chiesi che scenario o argomento avrebbe preferito per una successiva soria. Bane disse: "basta che ci sia un pueblo".  Detto fatto, la terza puntatasi chiamerà "Il pueblo misterioso" e già qualche scorcio di una cittadella di pietra (chiamata Teon) si vede in questa seconda.



Temo però di aver giocato un tiro mancino al nostro Kerac, giacché per assecondarlo sul pueblo gli ho chiesto di assecondarmi nel tirare in ballo anche la Biblioteca di Alessandria e la matematica e astronoma Ipazia, esponente della filosofia neoplatonica, nata tra il 350 e il 370 dopo Cristo e morta nel marzo del 415 (uccisa durante un tumulto di cristiani nemici della cultura "pagana" che lei rappresentava). Fu una donna illuminata che riuscì a ottenere rispetto e ammirazione in un contesto che certo non prevedeva "quote rose" e la si può indubbiamente considerare una martire del libero pensiero. Nel 2009 il regista Alejandro Amenábar ha girato il film "Agora" in cui Ipazia è interpretata da  Rachel Weisz. Questa pellicola mi ha fatto scaturire l'idea da cui poi è nata la storia illustrata da Bane Kerac. Quale possa essere il collegamento fra Ipazia e Zagor lo scoprirete solo leggendo, credo di aver giocato con l'impossibile e aver trovato una quadra convincente (almeno secondo il limite della "sospensione di incredulità" stabilita dallo strada zagoriano). Secondo me, Bane se l'è cavata egregiamente anche nella realizzazione delle scene ambientante nel V secolo ad Alessandria dìEgitto. A voi, ovviamente, il giudizio.





sabato 2 febbraio 2019

BRIVIDI DA ALTROVE




E’ in edicola dal 22 gennaio il secondo Maxi Zagor della serie “I racconti di Darkwood”, intitolato “Brividi da Altrove”. Dico “secondo” perché giunge appunto a proseguire l’esperimento, risalente al settembre 2017, con cui era stato proposto un “balenottero” non contenente un’unica storia zagoriana ma una antologia di racconti brevi (quaranta pagine ciascuno). Di quella prima antologia vi ho parlato a suo tempo su questo blog, e potete ritrovare l’articolo cliccando qui. Tra i tanti autori proposti la volta scorsa ci fu anche Lola Airaghi, autrice (su testi miei) di un episodio intitolato “Brezza di Luna” che è stato molto apprezzato dai lettori al punto da meritarle il “Premio Gallieno Ferri” attribuito dal Comune di Varazze. 

Tanti diversi autori sono anche quelli nel Maxi “Brividi da Altrove”, che raccoglie sei storie collegate fra loro da una "cornice" avventurosa. La formula già sperimentata prevede che la "cornice" sia tradizionale e rassicurante, mentre gli episodi che va a unire si prendono qualche libertà nelle scelte grafiche e narrative dei singoli autori, alcuni dei quali figurano come ospiti chiamati a dare la loro interpretazione del personaggio e, nello stesso tempo, a rendergli omaggio. Questa volta le storie brevi sono sei immaginate come presentate da un narratore d'eccezione: Edgar Allan Poe, l'agente Raven della base di Altrove. Da qui il titolo.

Ad alternarsi sono sia autori che già fanno o hanno fatto parte dello staff (Emanuele Barison, Paolo Bisi e Marcello Mangiantini per i disegni; Diego Paolucci e Francesco Testi per le sceneggiature) sia altri che per la prima volta si confrontano con l'eroe di Darkwood. È il caso di Stefano Voltolini, disegnatore che giunge sulle nostre pagine dopo essere stato per anni una delle colonne di "Il Giornalino" con la sua serie "Leo e Aliseo". Dal mondo dei giochi fantasy e dei graphic novel a colori alla francese viene invece Enzo Troiano, il cui tratto "weird", a tratti grottesco ma sicuramente energico e barbaramente intrigante, è quanto di più insolito sia stato messo al servizio di Zagor per una "ospitata" fuori dagli schemi. Ritroviamo anche, ancora una volta in prestito, Luigi Piccatto: uno dei grandi del fumetto italiano e storico disegnatore di Dylan Dog, già visto all'opera sulla serie regolare con "Zenith 666" e qui coadiuvato dal fido Renato Riccio. Tra gli autori di testi messi alla prova per la prima volta ecco Andrea Cavaletto (sceneggiatore di varie storie dell'Indagatore dell'Incubo), Luca Barbieri (Dragonero, Tex) e Adriano Barone (attivo su Nathan Never). Insomma, tanta gente: tutta entusiasta di confrontarsi, anche soltanto per una volta, con la leggenda dello Spirito con la Scure.

Una tavola degli Esposito Bros

Io personalmente ho scritto la storia della “cornice”, con Edgar Allan Poe protagonista, in cui credo di aver infilato alcune interessanti (condivisibili o meno che siano) sull’arte dell’affabulazione, e anche uno dei racconti, “Sacrificio umano”.

Tra i commenti positivi che mi sono giunti, c’è quello del giornalista Francesco Ghidetti, che riporto in fondo lasciando così a lui il compito di approfondire l’argomento. Tra le note negative, ho letto quella di un recensore maldisposto verso una “cornice” che, diversamente dal volume precedente, non narra una avventura d’azione ma è imperniata sul duello combattuto a parole fra Poe e un misterioso funzionario governativo. Ora, ognuno può essere maldisposto verso quello che vuole, ma chi l’ha detto che se nel primo Maxi la “cornice” era avventurosa, debbano esserlo anche tutte quelle dei volumi a seguire? Non è meglio variare e lasciare che il lettore non sappia che cosa l’aspetta? Non si sarebbe ugualmente criticati se ogni volta si ripetesse lo stesso clichè? In ogni caso, il terzo volume (già in preparazione) riproporrà una “cornice” avventurosa. Suggerisco al recensore di riflettere anche su questi elementi (che non dovrebbero sfuggire a chi voglia gestire,  con lodevole spirito di iniziativa, un blog di commenti): la storia con Poe è comunque una storia con la sua tensione narrativa, con dei personaggi caratterizzati, con delle idee a supporto, con agganci letterari (suggerisco la lettura  del colto commento di Ghidetti riportato in calce) e con un finale a sorpresa; il fatto che sia breve permette di inserire sei altri racconti e non solo cinque come nel caso del primo Maxi.

Tavola di Stefano Voltolini

Un altro commento negativo che mi è stato riferito riguarda il genere horror che accomunerebbe tutti i racconti. Qualcuno che evidentemente l’horror non lo sopporta avrebbe preferito una alternanza fra i generi. E’ chiaro che ogni lettore potrebbe “preferire” una albo  confezionato su misura per lui, ma è altrettanto chiaro che nessuno può pretendere di essere il metro di misura dell’universo. Tuttavia, dopo aver fatto notare come i due racconti scritti da me, la “cornice”  e “Sacrificio umano” non siano per niente horror, mi chiedo come la si metta di fronte alle storie di Zagor (anche scritte da Nolitta) che sono costituite da tre o quattro albi horror. “Brividi da Altrove” propone 286 tavole di cui, come abbiamo detto, 86 non horror. Ne restano 200 horror. Zagor propone da sempre storie piuttosto lunghe, tra le 200 e le 400 pagine (diciamo): se una storia è horror, come tante lo sono, non avremo lo stesso numero di pagine horror del Maxi “Brividi da Altrove”? “Zagor contro il vampiro” non conta forse ancora più pagine? Dunque, dov’è il problema se una pubblicazione dello Spirito con la Scure popone 200 pagine horror?  Solo nella mente di chi critica, evidentemente. Ma a ognuno le sue opinioni, me compreso. In ogni caso, il prossimo Maxi della serie “I racconti di Darkwood”, previsto per settembre, sarà prevalentemente western-avventuroso. Basta aspettare. 


Tavola di Paolo Bisi
Ultima replica: i disegnatori sono stati nove. A qualcuno non è piaciuto tizio, a qualcuno non è piaciuto caio. Tuttavia lo spirito dell’esperimento è appunto quello di fare degli esperimenti. Era forse in linea con lo standard grafico della serie (legata al tratto di Gallieno Ferri) la storia di Lola Airaghi? No, eppure il suo segno innovativo è piaciuto a tanti anche fra quelli che di solito non leggono Zagor. Il fatto di poter presentare, per esempio, tavole di un importante disegnatore come Luigi Piccatto permette di incuriosire i lettori di Dylan Dog che magari non leggerebbero storie dello Spirito con la Scure. Gli autori “ospiti” hanno un loro pubblico che speriamo di poter avvicinare al nostro. Il fatto di avere sette storie diverse dovrebbe permettere anche ai più intolleranti di tollerare un disegnatore sgradito: lo si sopporta per quaranta pagine e poi ne arriva un altro che magari ci piace di più. E vi assicuro che quel disegnatore che piace a voi avrò invece dei detrattori che non lo apprezzano mentre apprezzano quello di cui siete detrattori voi. Non se ne esce: io consiglio sempre di aprire la mente ed essere ben disposti verso le novità, gli esperimenti, le proposte fuori dal coro. Se poi vogliamo stare a guardarci l’ombelico e ignorare l’universo intorno, facciamolo pure. In ogni caso, a parte i disegnatori che fanno abitualmente parte dello staff, stiamo parlando di ospiti che, tributato il loro omaggio alle leggenda di Zagor, torneranno alle loro abituali occupazioni. 

Per concludere, troverete un video amatoriale fatto da un giocane lettore, che evidentemente ha apprezzato il nostro esperimento. Sul sito Bonelli e su YouTube c’è invece il video della presentazione del Maxi fatta presso il Bonelli Point di Milano. Il link è quello qui sotto.

https://youtu.be/ydUm6PTrfY8


Dal sito di Quotidiano.net, il commento di Francesco Ghidetti.



Io leggo fumetti. Va bene, non è un notizione. Però mi permetto, nel mio girovagare negli universi letterari, di consigliarvi l’ultimo Maxi Zagor. Chi non conosce le avventure dello Spirito con la Scure, specie se diversamente giovane? Chi non conosce le avventure di un eroe ‘positivo’ sotto tutti i punti di vista, la sua ansia di giustizia, il suo chiaro messaggio antirazzista, il suo credo libertario, il suo mondo fatto di misteri da risolvere? Ma questo nuovo albo (in edicola a 6,90 euro per 288 – densissime – pagine) mi pare superi, in qualità, molte chicche precedenti. Insomma, Moreno Burattini e la Bonelli-band hanno ben lavorato. Molti i motivi del mio elogio (sincero: ripeto, non sono un esperto, ma solo un lettore appassionato).
In primo luogo la trovata letteraria. Protagonista dei «Racconti di Darkwood» non sono solo Zagor e Cico, ma l’inventore del poliziesco. Nientepopodimeno che Edgar Allan Poe (già attore protagonista in altre avventure zagoriane). E quella che chiamo ‘trovata’ – forse sarebbe meglio classificarla come ‘intuizione narrativa’ – è bellissima nella sua semplicità. Poe fa parte di Altrove, servizio segretissimo che protegge gli Stati Uniti e di mestiere è scrittore. Uno scrittore sublime, inutile che lo ricordi ai lettori. Bene, in questa raccolta (sei racconti con una ‘cornice’ che introduce ognuno di essi) la penna immortale di Edgar racconta avventure (terrificanti, ovvio) con protagonista Zagor. Mai un attimo di pausa – io l’ho divorato in treno da Bologna a Livorno e già a Signa lo avevo finito… –, colpi di scena e, ecco l’altro aspetto che mi preme sottolineare, una filologica precisione storico-letteraria. C’è un presidente degli Stati Uniti (cui Zagor ha salvato la vita, ma che con i ‘pellerossa’ mal si muove) e uno scrittore alcolista eppure lucido indagatore dell’incubo. Non si va avanti con luoghi comuni, insomma, ma si definisce una cornice di sicuro valore e, diciamo così, verosimiglianza.
Terzo elemento da non sottovalutare la capacità di delineare i personaggi ‘non protagonisti’. Dal francamente antipatico capo di Altrove ai più accettabili agenti segreti. Molto buona l’idea di far leggere a Poe stesso i suoi manoscritti. Fantastico il finale. State tranquilli: non sono così crudele da rivelarlo. Di sicuro, posso dirvi che le matite e gli inchiostri sono di altissimo livello pur nelle loro diversità. E se questo mio parere è dettato da pura passione, su un punto sono certo di poter dire la mia con ragionevole certezza: i dialoghi. Vero, per Zagor sono sempre stati un punto di forza, eppur in queste 288 pagine raggiungono vette di assoluta bellezza.
In parole semplici, dunque, non mi resta che congedarmi conscio di aver fatto il mio dovere. Anche perché unire il divertimento all’apprendimento è pratica che dovrebbe guidare le nostre azioni quotidiane. Concetto spicciolo di assoluta verità.

Francesco Ghidetti





sabato 26 gennaio 2019

ZAGOR: LE ORIGINI




Il volume “Zagor: le origini” è stato presentato in anteprima a Lucca Comics 2018, e da pochi giorni è finalmente arrivato in libreria in questo gennaio 2019. Costa sedici euro. Si tratta di una storia a fumetti di 60 tavole, sceneggiata da me e disegnata da Valerio Piccioni (matite) e da Maurizio Di Vincenzo (chine), colorata da Andres Mossa, presentata da una copertina di Michele Rubini e corredata da un ricco apparato critico. Costituisce il primo capitolo di una miniserie di sei albi. Questa miniserie arriverà in edicola in primavera  sottoforma di albi simili a quelli di Morgan Lost ma a colori (come quelli di Cico a Spasso nel Tempo). 

Proprio come accadde per Batman, di cui inizialmente non vennero svelate le origini, destinate a essere narrate soltanto in seguito, i lettori dello Spirito con la Scure hanno scoperto il passato del personaggio attraverso successive rivelazioni centellinate nel corso degli anni. Guido Nolitta (alias Sergio Bonelli) e Gallieno Ferri, dopo che l’eroe dalla casacca rossa aveva iniziato le sue pubblicazioni nel 1961 hanno atteso otto anni prima di realizzare “Zagor Racconta…”, una storia memorabile uscita per la prima volta nel 1969 (esattamente cinquant'anni fa)  nella quarta serie di albetti a striscia. Vi si narra di come il figlio di Mike Wilding e di sua moglie Betty sia sfuggito all’uccisione dei genitori da parte di una banda di indiani Abenaki guidati da un misterioso predicatore chiamato Salomon Kinsky, contro cui il ragazzo giura una vendetta che in effetti compie, in modo efferato, una decina di anni più tardi.  “Zagor racconta…” è una delle storie più amate di sempre nell’ambito della serie, ma anche al di fuori, e divenuto un classico. Si tratta di un racconto “di formazione” commovente e drammatico, il cui impatto, su generazioni di lettori in Italia e all’estero, è stato potentissimo. 

In seguito, altri autori hanno approfondito e arricchito le vicende dei trascorsi del Re di Darkwood.  Ne “La congiura degli dei” (1993) assistiamo, in flashback, all’inizio dell’amicizia fra Zagor, da poco insediatosi nella capanna costruita su un isolotto della palude di Mo-hi-la, e il mohawk Tonka. Ne “La leggenda di Wandering Fitzy”  (1995) scopriamo innanzitutto il nome del giovane Wilding, Patrick, e poi un tragico segreto nascosto da Nathaniel Fitzgeraldson, il mentore del ragazzo. Ne “Il ponte dell’arcobaleno”  (1998) lo Spirito con la Scure supera, grazie a una sorta di incantesimo che gli permette di scavare dentro di se in cerca di risposte, il confine tra il mondo dei vivi e il regno dei morti e incontra suo padre. In “Darkwood Anno Zero” (2001) viene svelata l’origine del simbolo che l’eroe ha sul petto. In “La storia di Betty Wilding” (2013) ricostruiamo il passato della mamma di Zagor. Infine, in “La giustizia di Wandering Fitzy” (2018) apprendiamo come Pat abbia adottato la sua inconfondibile scure al posto di quelle di foggia più tradizionali usate dal proprio padre adottivo.

Tutte le ricostruzioni del passato di Patrick Wilding proposte dopo “Zagor racconta…” sono state rispettose di quanto immaginato da Guido Nolitta, e si sono basate sia su quel che Bonelli ha detto, sia su quanto non ha detto. Il racconto nolittiano, infatti, presenta non pochi lati oscuri, a partire dal nome del ragazzino che “Wandering” Fitzy salva dalle acque del Clear River. Resta poi da chiarire, per esempio, come mai Fitzy non abbia denunciato alle autorità il duplice omicidio di Salomon Kinsky, pur conoscendone le generalità. Oppure, chi abbia insegnato allo stesso Fitzy la tecnica del tiro con l’ascia, arte in cui è maestro pur venendo, come egli dice, dalla città. E chi ha addestrato Pat a volare con le liane fra gli alberi o a saltare di ramo in ramo? Com’è possibile, inoltre, che senza alcun battesimo del fuoco, il giovane Wilding abbia potuto compiere la sua vendetta contro un avversario protetto da intera tribù, sgominando decine e decine di guerrieri indiani? E per finire: per quale motivo il padre di Zagor avrebbe commesso ciò di cui Kinsky lo ritiene responsabile, pur apparendo nella storia nolittiana come un uomo mite che educa il figlio alla pacifica convivenza con i pellerossa? 



Attenzione: non si tratta di incongruenze, ma di questioni da approfondire. In effetti “Zagor racconta…” non è la narrazione dei fatti così come sono andati. E’ la ricostruzione di alcuni avvenimenti che lo Spirito con la Scure ritiene di dover fare a beneficio di Cico, che ha sollecitato l’amico affinché sveli il suo passato. Tutto viene narrato dal punto di vista di Pat Wilding, il quale può riferire solo ciò che conosce. Ci potrebbero essere stati, però, particolari di cui è all’oscuro. Dei retroscena insospettabili. Oppure, accadimenti su cui l’eroe ha preferito, per brevità o per altri suoi imperscrutabili motivi, sorvolare in quel primo rendiconto.  Cico può essere stato informato, dunque, soltanto dell’essenziale. E con lui, tutti i lettori.

Tutto ciò che sappiamo grazie a “Zagor racconta…”, unito a quanto abbiamo scoperto in altre storie sparse realizzate da altri autori, è confluito in “Zagor: le Origini”. Alle informazioni di cui eravamo già al corrente, inquadrate in un conteso più organico, si sono aggiunte numerose integrazioni che svelano fatti non ancora noti e presentano personaggi che non conoscevamo. Non stiamo riscrivendo Nolitta, che non ha bisogno di essere riscritto, ma abbiamo provato a dare la nostra versione, diversa ma non alternativa, delle stesse vicende e degli stessi personaggi da lui immaginati, e che Gallieno Ferri (un altro maestro in grado di attraversare il tempo) ha visualizzato in maniera indimenticabile. 



venerdì 25 gennaio 2019

MONUMENT VALLEY






Il primo albo Bonelli del 2019,  in edicola già il 2 gennaio, è stato  "Monument Valley", Zenith n° 693 (corrispondente a Zagor n° 642). I testi sono miei, la copertina del sempre più bravo Alessandro Piccinelli.  Si tratta della prima puntata di una lunga storia ambientata nel Sud Ovest degli Stati Uniti. Che ci fa Zagor così lontano da casa? Se avete seguito i tre Maxi pubblicati nel corso del 2018, già lo sapete. Lo Spirito con la Scure e il fido Cico hanno, infatti, compiuto un viaggio fino alla costa del Pacifico, dove hanno vissuto un trittico di avventure che li ha portati a incontrare vecchi amici e a scontrarsi con antichi nemici. Lungo la strada del ritorno, eccoli dunque attraversare la Monument Valley. 

A illustrare questa storia è Bane Kerac, un autore di livello internazionale attivo da decenni sia con personaggi di sua creazione, come Cat Claw, sia collaborando a quelli di altri, come Blek e Tarzan. Si tratta della sua seconda fatica zagoriana, dato che già lo avevamo apprezzato nel 2015 quale disegnatore del Color n°3, dedicato al passato di "Guitar" Jim.

Bane Kerac e Moreno Burattini in una caricatura dello stesso Bane


Nella rubrica "I colori di Darkwood" di quel Color, presentando il disegnatore, scrivevo così: "Il Color Zagor che avete tra le mani presenta la prima avventura dello Spirito con la Scure disegnata da un illustratore straniero: Branislav Kerac, per tutti Bane, nato a Novi Dad, in Serbia, nel 1952. Si tratta di un autore molto noto non soltanto nel suo Paese ma anche in Francia e negli Stati Uniti, dove pubblica una serie tutta sua, “Cat Claw”. La sua vasta produzione contiene anche numerosi racconti (molti con testi suoi) di Tarzan e del Grande Blek, il che lo rende particolarmente adatto a confrontarsi con il Re di Darkwood. Ho incontrato per la prima volta Bane Kerac nella città di Kraguievac, in Serbia, nel luglio del 2011, dove ero stato invitato per festeggiare il cinquantennale dello Spirito con la Scure, popolarissimo nei Balcani. Bane mi spiegò che gli sarebbe piaciuto disegnare una storia di Zagor e mi mostrò alcuni suoi lavori western: ne rimasi molto colpito e promisi che ne avrei parlato con Sergio Bonelli. Però poi, come si sa, nel settembre di quell’anno Sergio partì per un lungo viaggio, lasciandoci soli. La seconda volta che ho visto Kerac mi trovavo, invece, in Croazia. Per la precisione, nella località di Makarska, vicino a Spalato, nel maggio del 2012, sempre impegnato per una kermesse dedicata agli eroi di carta. Il rivederlo è servito a concretizzare la proposta: poiché in Italia stava prendendo forma l’idea di una nuova collana di storie autoconclusive tutte a colori, il Color Zagor, era appunto una di queste che Bane avrebbe potuto illustrare, se le sue prove fossero andate bene. Non avevo dubbi, avendo avuto modo, nel frattempo, di vedere quel che Kerac aveva disegnato nella sua carriera ed essermi convinto del suo grande talento: la Casa editrice si è detta d’accordo con me. Così ho proposto a Bane di raccontare il passato di “Guitar” Jim, uno dei personaggi a cui lo stesso Sergio era più affezionato".

Bae Kerac e Moreno Burattini a Mostar (Bosnia Herzegovina)

Della storia che è andata a cominciare, western e avventurosa ma anche "mysteriosa" come sa chi l'ha già letta, parleremo nei prossimi due mesi. Per il momento, se volete, potete leggere il parere di David Padovani che l'ha recensita su "Lo spazio bianco", in un post di cui ho fatto il copia e incolla ma che è rintracciabile qui:


"Il 2019 zagoriano si apre con la prima parte di una lunga avventura con cui Moreno Burattini ricongiunge nella testata mensile la linea narrativa portata avanti nei tre albi Maxi del 2018. In questi, Zagor e Cico avevano compiuto un viaggio fino alla costa del Pacifico e, in questo albo, sulla via del ritorno a Darkwood, devono attraversare la Monument Valley.
Burattini, da esperto continuatore della tradizione nolittiana, applica alla perfezione l’arte della contaminazione dell’avventura zagoriana, creando una storia dai toni mysteriosi, narrativamente tripartita in un bilanciamento efficace della sceneggiatura.
Tra un inizio e una chiusura dell’albo ricchi di azione, ritmo e scontri, si inserisce una parte centrale più calma e riflessiva di digressione storica, come nelle più tipiche storie di Martin Mystere, a dimostrazione di quanto eclettismo sia dotata, da sempre, la figura dello Spirito con la scure.
Burattini, inoltre, inserisce con naturalezza nella trama elementi come la base di Altrove e uno dei suoi agenti, Raven, al secolo Edgar Allan Poe che sarà protagonista anche del Maxi in uscita a fine gennaio.
Il serbo Bane Kerac, alla seconda prova sul personaggio, ne offre un’interpretazione contemporanea, donando a Zagor una fisicità che nei movimenti e nelle battaglie mostra ottimamente la sua potenza, agilità e destrezza. La linea chiara del disegnatore, ricca di dettagli negli ambienti, nei volti e negli abbigliamenti, si rivela efficace tanto nelle sequenze dinamiche che in quelle più dialogate".

Bane Kerac ospite a Riminicomix

Moreno Burarttini e Bane Kerac a Makarska (Croazia)


sabato 12 gennaio 2019

IO SONO ZAGOR





Durante i mesi di novembre e di dicembre 2018 sono stato convocato in più occasioni dal Bonelli Point di Via Marghera a Milano per autografare decine e decine di esemplari del volume che mi vedete stringere in mano nella foto qua sopra. Pare che gli acquirenti apprezzino le copie firmate e dunque ben volentieri mi presto a firmarle. Del resto, nei primi giorni di novembre "Io sono Zagor" è stato presentato con successo presso il Megastore Mondadori di Via Marghera a Milano (sede del Bonelli Point) in occasione del raduno del forum SCLS: anche in quell'occasione, dediche per tutti. Cliccando qui troverete la cronaca e le foto di quell'evento, così com'è stato raccontato dal blog "Zagor e altro". Ancor prima, ovviamente, c'era stata la presentazione nel corso di Lucca Comics: allo stand Bonelli il librone si è venduto molto bene. Insomma, l'impressione (per il poco che posso valutare io) è che l'iniziativa editoriale sia stata premiata dai lettori.

Ma di che cosa si tratta? Si tratta di un tomo cartonato di oltre 400 pagine, che la Bonelli mi ha chiesto di progettare, scrivere, curare e allestire anche per fare apripista ad altri volumi del genere dedicati a ulteriori personaggi. Ancora una volta Zagor parte per primo. Non esistevano modelli di riferimento, se non volumi Marvel tipo "Io sono Thor" o altri del genere: però  è facile radunare in una antologia le migliori storie di un supereroe che vive avventure lunghe 24 tavole ciascuna (per usare una lunghezza standard da comic-book), più difficile è selezionare "il meglio" traendolo da avventure lunghe cento, duecento, trecento pagine, come nel caso di Zagor, e farlo stare in quattrocento in totale. C'era poi il problema del target: a chi ci si sarebbe rivolti? Alla fine, dopo essermi scervellato per un paio di mesi durante l'estate, ho presentato il mio progetto che è stato approvato.

Volendo offrire un volo sulle ali di un’aquila a chi non conosce il personaggio, o a chi vuole ripescare nella memoria emozioni che hanno lasciato il segno, come sfogliando un album di ricordi, ma anche a chi desidera condividere con figli o nipoti il fascino di avventure che hanno fatto la storia del fumetto italiano, ho concepito “Io sono Zagor” come un libro in cui l’eroe di Darkwood si presenta in prima persona e propone una sorta di propria autobiografia  (scritta in prosa). Il racconto autobiografico però si interrompe per dieci volte e lascia spazio  alle pagine a fumetti più significative di alcune delle sue avventure dei primi dieci anni della sua vita editoriale. Quelli, cioè, del periodo delle serie a striscia (1961-1970), in seguito riproposte nella collana Zenith e in varie ristampe. 

Selezionare quali sequenze enucleare non è stato facile. In alcuni casi la scelta si è rivelata inevitabile (il primo scontro con Hellingen non poteva mancare), in altri si è cercato di non sovrapporsi a riedizioni integrali in volume già presenti in libreria e dunque storie di recente ristampate sono state escluse in favore di altre ugualmente interessanti. Le sezioni del libro con la voce dello Spirito con la Scure a fare da io narrante completano il quadro e possono offrire spunti per nuove letture, andando a ricercare altre storie negli scaffali della propria collezione, in libreria, tra gli arretrati disponibili o sulle bancarelle dell’usato.  Anche dare la caccia alle puntate di una saga a fumetti è, in fondo, un’Avventura.

Forse faremo un secondo volume dedicato alle avventure non citate o a quelle del periodo successivo al 1970. Nel racconto in prosa ci sono alcune novità riguardanti cose che non sapevamo del personaggio, e ho cercato di immaginarmi come Patrick Wilding commenterebbe o giudicherebbe certi avvenimenti, per trarne una conclusione, una lezione di vita (non una morale). Se siete curiosi dello "stile" con cui Zagor racconta la propria vita, qui di seguito trovare il mio incipit.


Un uomo, una donna e un bambino

Il mio nome è Patrick Wilding. Tutti mi conoscono però come Zagor, abbreviazione di Za-Gor-Te-Nay, che in lingua algonchina significa Spirito con la Scure. Quanto sto per raccontarvi chiarirà come sia accaduto che abbia cominciato a farmi chiamare così. Sono nato nei primi anni del Diciannovesimo secolo, è difficile anche per me dire esattamente quale (ma potrebbe essere lo stesso in cui Lewis e Clark iniziarono la loro esplorazione del Missouri), in una zona ancora selvaggia della Virginia occidentale, dalle parti di Wheeling, in quella che dal 1776 era stata chiamata Ohio County. In realtà non ho mai visto Wheeling né alcuna altra città fino all’età di quasi quindici o sedici anni, per dire come fossero lontani dalla civiltà i luoghi in cui ho vissuto per tutta la mia infanzia e la prima adolescenza. Là dove sono venuto al mondo sorgeva la capanna di tronchi che mio padre aveva costruito con le sue mani, lontana parecchie miglia da ogni altro luogo abitato, in una radura in mezzo alla foresta, sulla riva di un piccolo fiume chiamato Clear Water, poco più di un torrente che poi si getta nell’Ohio. Mia madre si chiamava Elizabeth Burton, era una immigrata irlandese di umili origini, salita da sola su una nave e sbarcata al porto di Boston, in cerca di fortuna e di lavoro, all’età di quindici anni. Proprio in quella città aveva conosciuto, alcuni anni dopo, un giovane trapper giunto dalle montagne dell’entroterra per stringere accordi d’affare con un mercante di pellicce. Quell’uomo si chiamava Mike Wilding, e sarebbe diventato mio padre. I due si innamorarono e si sposarono. Mike condusse Betty con sé e, dopo alcuni spostamenti, si stabilirono là dove vi ho detto. Non trascorse troppo tempo prima che io nascessi. 

giovedì 3 gennaio 2019

NEL PROFONDO DELL'INFERNO





Qualche volta, capita di ricevere anche recensioni positive. Anzi, di più: di veder dedicare a un proprio lavoro un saggio critico di livello universitario, pubblicato su una rivista accademica. E' il caso dello Speciale Dampyr n°12, del novembre 216, intitolato "La porta dell'inferno" e da me scritto per i disegni del bravo Fabrizio Longo. Si tratta della mia prima (e per il momento unica) sceneggiatura con protagonista Harlan Draka, che viene precipitato nell'Inferno di Dante. Già al momento della prima uscita questa storia riscosse lusinghieri consensi (ricordo anche la presentazione che facemmo proprio a Firenze, in una serata memorabile). Per saperne di più, potete leggere l'illustrassimo articolo (rintracciabile in questo stesso blog) cliccando su questo link:






Fin dai primi mesi dalla pubblicazione dello Speciale cominciarono a giungere in redazione testimonianze di insegnanti che avevano usato il racconto di Dampyr per approfondire lo studio della Divina Commedia. Le foto che vedete qui sotto si riferiscono a una di queste iniziative, che ha visto protagonista la classe 3^E del Liceo Scientifico “Anna Maria Enriques Agnoletti” di Sesto Fiorentino, in provincia di Firenze, all’interno di un percorso interdisciplinare tra gli insegnamenti di Storia, Filosofia e Italiano.






Adesso è uscito, pubblicato online sul  sito web della rivista DANTE E L'ARTE, il numero speciale dedicato a DANTE E IL FUMETTO, all'interno del quale trovate il saggio del professor Gino Frezza dell'Università di Salerno, intitolato "Dampyr all'Inferno": 


La rivista online è open access. Si può scaricare facilmente il .pdf (o leggerlo in rete) e seguire l'analisi dell'illustre commentatore. Non capita spesso di leggere studi accademici sul fumetto: ne vale la pena.

Mi fa piacere ricordare anche come io sia stato l'autore, insieme a Giorgio Sommacal, di una parodia della Divina Commedia in tre parti (Inferno, Purgatorio e Paradiso) con protagonista Cattivik, e di come questa messa in burla sia stata fatta oggetto della dotta disamina del giornalista Renato Pallavicini. Potete leggerne qui.