lunedì 16 gennaio 2023

BLACK LEGION

 


"Black Legion" è il  titolo dello Zagor n° 690 (Zenith 741) datato gennaio 2023. La sceneggiatura è opera mia, i disegni sono di Oliviero Gramaccioni, la copertina è stata realizzata da Alessandro Piccinelli e colorata da Roberto Piere. Si tratta della seconda puntata di una storia divisa in tre albi. Del primo, "Il passato di Rochas", vi ho già parlato in un post precedente (lo potete leggere cliccando sul titolo). Naturalmente, dato che l'avventura non è ancora conclusa, la commenterò nel suo insieme allorché, il prossimo mese, sarà terminata (e sarebbe auspicabile che i commentatori più assennati facessero, a loro volta, le loro valutazioni a racconto finito - poi ognuno si regoli come crede, naturalmente).

Una cosa, però, si può dire fin da adesso. Come chi ha già letto l'albo avrà avuto modo di notare, in "Black Legion" lo Spirito con la Scure si vede soltanto in una ventina di tavole. Gran parte di ciò che viene narrato riguarda il passato di Pablo Rochas, il trapper grande amico di Zagor - oggetto della caccia all'uomo da parte di spietati miliziani di un corpo paramilitare. Tuttavia gli avvenimenti rievocati in flashback sono (o dovrebbero essere) sufficientemente drammatici da rendere il racconto serrato e coinvolgente comr se il nostro eroe dalla casacca rossa fosse sulla scena e non si limitasse ad ascoltare (del resto Rochas è uno di famiglia e di lui ci importa). I lettori che mi hanno fatto giungere le loro impressioni su questo punto sono stati tutti rassicuranti (poi non ho dubbi che ce ne siano altri di parere opposto, magari anche molto inferociti, chissà). 
 
La particolarità dell'albo ha una sua spiegazione. "Il passato di Rochas" è una storia pensata per essere pubblicata in un Maxi Zagor del vecchio formato, quelli da 286 pagine. Se il racconto fosse uscito in un unico balenottero, come previsto, il flashback con la storia di Pablo sarebbe stato contenuto nella parte centrale del volume, preceduto da una prima sezione con Zagor molto presente e da una terza frazione assolutamente d'azione, in cui lo Spirito con la Scure è protagonista in gran spolvero. Quindi l'assenza del Re di Darkwood dalla narrazione riguardante i trascorsi di Rochas non si sarebbe notata, la storia sarebbe stata perfettamente bilanciata. 
 
Tuttavia, la Casa editrice ha da poco trasformato i Maxi Zagor in Zagor Più, pubbicazioni, sempre autoconclusive ma di 190 pagine. Quindi, tutte le storie con un maggior numero di tavole hanno come unico possibile sbocco in edicola la Collana Zenith, che consente la suddivisione in puntate. Perciò, le 282 tavole del "Passato di Rochas" sono state spezzate in tre tranche da 94 ciascuna. E il flashback centrale ha finito per occupare quasi per intero la seconda, com'è logico. Alla fine, però, l'importante è che la storia sia emozionante e, secondo me, chiusa l'ultima pagina che si potrà leggere il prossimo mese, la maggior parte di voi resterà soddisfatta - o almeno lo spero.
 





mercoledì 4 gennaio 2023

L'ANNO CHE E' VENUTO

 

Non so se l'annata 2022, per quanto riguarda le cose che ho fatto e che ho scritto, possa considerarsi buona come il vino della botte nella foto, ma eccomi qua a rendervene conto (e a renderne conto anche a me stesso, dato che questo blog serve anche come cronistoria della mia vita, una sorta di diario in pubblico, chiedendo scusa a Elio Vittorini). Del resto tutti gli anni, a cavallo tra Natale e la Befana, traccio un bilancio dei dodici mesi appena trascorsi e quindi non posso deludere quei venticinque lettori che se lo aspettano (stavolta, chiedendo scusa al Manzoni).
 
Tanto per cominciare, il 7 settembre 2022 ho compiuto sessanta anni. Ne ho già parlato in un articolo apposito, che potete leggere o rileggere cliccando qui:
 
 
Quindi, si avvicina il giorno della pensione (se sopravviverò fino ad arrivarci). Un altro anniversario importante, secondo me, è quello dei quindici anni come curatore di tutte le testate che pubblicano le avventure di Zagor, incarico che mi è stato affidato appunto a inizio 2007.  Sono stati lustri difficili dato che abbiamo perso prima Sergio Bonelli, poi Gallieno Ferri, poi il cinquanta per cento delle edicole. Abbiano però potuto festeggiare il cinquantennale e il sessantennale del Re di Darkwood, e stiamo proseguendo il percorso tenendo botta ai tempi che cambiano, potendo contare sull'affetto e sull'entusiasmo di uno zoccolo duro di appassionati che non viene mai meno, e anche su lettori più giovani e perfino su una fetta di pubblico femminile, cone ci hanno dimostrato le reazioni alla morta di Jenny (già, la morte di Jenny: una storia che ha commosso noi autori, io e Anna Lazzarini, prima di quanti l'hanno letta dopo l'uscita in edicola, e che va sicuramente messa tra gli eventi più significativi del 2022). 
 
Un tweet pubblicato su Twitter il 29 dicembre 2022


 
In ogni caso, poco prima della fine dell'anno c'è stata una delle periodiche riunioni in redazione per fare il punto della situazione, e come ogni volta io mi sono presentato dimissionario: "se c'è qualcuno più giovane in grado di capire meglio i gusti del pubblico, più abile a gestire i social, con maggior entusiasmo nel battere strade nuove, con idee innovative e brillanti, io mi faccio volentieri da parte, ritirandoni a dare una mano nel lavoro di redazione o a fare da assistente al nuovo curatore". Come ogni volta, il direttore ha risposto: "Dimissioni respinte, andiano avanti". Quindi, per almeno un altro po' di tempo, dovrò continuare a fare l'editor, giurerei peraltro con il supporto di disegnatori e sceneggiatori che, dicono, si trovano bene a lavorare con me.
 
Ogni anno vi segnalo le classifiche stilate da Saverio Ceri nella sua rubrica "Diamo i numeri" pubblicata in dicembre sul blog "Dime Web". Vediamo dunque i dati riguardati il sottoscritto e la produzione zagoriana affidata alla mia tutela. Ecco la tabella degli sceneggiatori più pubblicati dalla Bonelli nel 2022, limitatamente ai primi dieci (su 72 complessivi). Come si vede, sono in ottava posizione con 660 tavole pubblicate su due testate, Tex e Zagor. Lo scorso anno ero quinto, con 838 pagine.
 
I primi dieci sceneggiatori bonelliani del 2922

Si potrebbe pensare che le 178 tavole di differenza siano dovute a una mia minor voglia di lavorare. In realtà, come ho spiegato spesso, più o meno viaggio su una media di 800/900 tavole ogni anno (niente, in confronto a Mauro Boselli), solo che la programmazione delle uscite fa sì che un anno ne vengano pubblicate mille, un altro anno seicento. Comunque, meno tavole pubblicate vuol dire anche meno critiche, sicché ci si può stare. In ogni caso, Saverio Ceri pubblica anche la tabella degli sceneggiatori più pubblicati del decennio (quello degli anni Venti) e lì recupero il quinto posto (con 2457 tavole in tre anni, che fanno appunto 819 ogni dodici mesi - come volevasi dimostrare).



Passiamo alla produzione zagoriana del 2022 nel suo complesso. Ecco la tabella della produzione bonelliana del 2022 (che trovate esaminata in dettaglio cliccando qui).
 
La produzione Bonelli del 2022

Come si vede, Zagor è la terza testata della Sergio Bonelli editore del 2022 con 2514 tavole inedite pubblicate su 21 uscite (il che ci rende più che quindicinali: sono 210 tavole al mese, fate un po' il conto voi). Meglio di noi hanno fatto soltanto Tex e Dylan Dog.  Mi pare un risultato di tutto rispetto, considerando che ognuna delle 2514 pagine è lavoro costato fatica, impegno e dedizione (a me e ai miei collaboratotori)  e che la posizione in classifica testimonia la vitalità del personaggio 61 anni dopo la sua prima apparizione e 31 anni dopo l'inizio della mia collaborazione come sceneggiatore.
 
Non di sola Bonelli vive il Burattini, e ci sono altri fumetti che ho sceneggiato al di fuori della (pur amatissima) Casa editrice di Via Buonarroti. Per esempio, per tutto il 2022 ho continuato a portare avanti, con il fido James Hogg (disegnatore fiorentinissino a dispetto del nome), due serie a strisce. La prima è "La Bibbia secondo Burattini & Hogg" che compare su "Il Vernacoliere" (storica testata di satira, pubblicata a Livorno ma reperibile in mezza Italia). Ecco una delle vignette.


La seconda serie è "Stelle a strisce", che si può trovare ogni mese sulla rivista di enigmistica "Crucintarsi & Co." Ecco una delle tavole (la gag è dustruita su tre strisce).

 
 


Su varie testate enigmistiche io e James pubblichiamo vignette sparse, tra cui alcune che vanno sotto il titolo di  "Le grandi domande", ma non hanno una continuità precisa e personaggi fissi. 
 
Motivo di grande soddidsfazione è stato l'inserimento di un mio tweet sulla prestigiosa Agenda Comix 2023, dopo essere stato selezionato dalla redazione della Franco Cosimo Panini nel mare magnum di Twitter (il mio social preferito). Lo trovate al giorno 10 dicembre (o lo potete leggere qui sotto).

 

 
 
 
A Lucca  Comics &Games edizione 2022 è poi uscito il volume "13", di Nik Guerra (Edizioni Di) in cui il disegnatore ha inserito tredici (appunto) storie a fumetti sceneggiate da altrettanti illustri sceneggiatori (il meno illustre sono io). Si tratta di episodi di genere erotico lunghi quattro tavole. Il mio si intitola "Nato con la camicia".



Ci sono poi i libri che sono usciti a mia firma. Comincio con due bonelliani: i voluni 6 e 7 della collana "Zagor contro Hellingen", intitolati rispettivamente "Il giorno dell'invasione" e "Il destino di Hellingen" (disegni di Gallieno Ferri, Gianni Sedioli, Marco Verni). Qui sotto mi vedete con in mano una copia del settimo. Di tutti e sette i tomi ho scritto le (spero esaustive) prefazioni. Qui una recensione non mia:




 
Ci sono però ben tre titoli targati Cut-Up Publishing. Il primo e più importante è sicuramente"Versacci": 365 epigrammi brevissimi e fulminati, che riscuotono sempre un certo successo quando li leggo in pubblico, e ne vado orgoglioso.  Ne ho scritto qui, se volete saperne di più.

 
 
Gli altri due titoli usciti nel 2022 presso Cut-Up sono antologie da me curate riguardanti l'opera del poeta illetterato Geri di Gavinana: "Il poeta delle piccole cose" e "Poesie ritrovate". Oltre a selezionare ed editare i componimernti del Geri ho anche scritto due lunghe intrduzioni, veri e propri saggi sulla vita e sull'opera di questo incredibile cantore. I due titoli erano già stati pubblicati a livello locale, in anni passati, dall'Associazione Domenico Achilli di Gavinana, in una tiratura limitata da tempo esaurita e comunque non distribuita al di fuori del piccolo paese della montagna pistoiese. Adesso si possono ordinare on line sul sito della Casa editrice.



Per chi volesse approfondire, ecco due articoli tratti da questo blog.

 
 
A proposito di "Freddo Cane In Questa Palude", spazio on line aperto fin dal 2010, negli ultimi dodici mesi ho pubblicato 25 articoli (erano stati 34 nel 2021). Però ci sono da aggiungere gli articoli apparsi sul secondo blog che gestisco, "Utili sputi di riflessione", che sono stati 78 (erano stati 112 lo scorso anno). In tutto 103 mini-saggi, corrispondenti a 8,5 al mese, praticamente due a settimana. Senza contare i post sulla mia pagina Facebook Moreno "Zagor" Burattini, dove ho cercato di allietare chi mi segue con vari interventi ogni giorno (tutto lavoro non pagato, con cui spero di guadagarmi il Paradiso).
 
Moreno Burattini visto da Nik Guerra
 

Quello che davvero ho smesso di fare è lo youtuber. Credo di aver pubblicato soltanto uno o due video sul mio canale Youtube a inizio 2022, e poi basta. In tanti mi chiedono perché, dato che avevo raggranellato in poco tempo un discreto numero di iscritti e visti gli apprezzamenti dei più. Il fatto è che non mi va  più di autodefinirmi "youtuber", come scherzosamente facevo in ogni video, perché, l'ho capito troppo tardi, gli youtuber sono un'altra cosa e non è giusto che io mi finga ciò che non sono. Credo che ad aprirmi gli occhi sia stata la scomparsa di Luca Boschi: ecco, quando leggevo qualunque cosa scritta da Luca (dagli articoli sul suo blog alle intriduzioni agli albi Disney o di Braccio di Ferro, ai suoi libri) restavo a bocca aperta ammirando la sua straordinaria competenza riguardo a tutto ciò di cui parlava. Lo stesso potrei dire di altri saggisti e critici come Gianni Brunoro, Giulio Cesare Cuccolini, Luciano Tamagnini e cento altri. Sono cresciuto, mi sono formato, ascoltando chi ne sapeva di più (sempre convinto di saperne di meno). Ecco, tornerò a pubblicare video soltanto se mi renderò conto di poter parlare di fumetti su quel piano lì. Non Moreno Youtuber, per gioco, fra altri che giocano sentendosi liberi perfino di strappare un fumetto davanti alla cam, ma Moreno Autore, Moreno Fumettista, Moreno Saggista, Moreno Che Ne Sa, qualcosa del genere. In ogni caso, sono un boomer, perdonatemi e portate pazienza, non riesco a fingermi un nativo digitale.
 

venerdì 30 dicembre 2022

DIECI ANNI DI COMMENTI

 
 

Nel marzo del 2013 pubblicai su "Freddo cane in questa palude" un articolo intitolato "Vent'anni di storie". Lo potete leggere(o rileggere) cliccando su questo link.
 
 
Quel post cominciava con queste parole: " Massimo Manfredi è sicuramente il lettore che ogni autore desidererebbe avere. Non solo perché è fedele e ben disposto ad ascoltare, ma anche perché è acuto, intelligente, e non accondiscendente. Però, anche quando il suo giudizio è critico, il suo parere è argomentato e senza acrimonia. E soprattutto, non serba rancore: dalla storia successiva è pronto a valutare ciò che gli viene proposto, senza pregiudizi. Se individua delle falle, conserva memoria dei meriti. Inoltre, è informato, poliedrico, non è un monomaniaco nelle sue letture ma spazia. Nel gennaio 2013 abbiamo idealmente festeggiato insieme i primi venti anni di una consuetudine: l'arrivo in redazione di una lunga lettera in cui, con certosina pignoleria, Massimo esamina uno per uno tutti gli albi zagoriani dell'annata precedente appena conclusasi."
 

 

 "Vent'anni di storie" festeggiava dunque il ventennale dei commenti (del tutto privati e personali) fatti giungere su carta alla Sergio Bonelli Editore da un nostro lettore, e pubblicava (con il pemesso dell'autore) quelli dal 2003 al 2012 (dieci anni), gli unici di cui Massimo aveva conservato i file nel proprio computer. Arrivati alla fine del 2022, ho chiesto a Manfredi se potevo pubblicare un altro decennio delle sue disamine, così da dare un seguito all'articolo del 2013. Ecco perciò, qui di seguito, i commenti dal 2013 a tutto il 2022, una carrellata completa sull'intera produzione zagoriana a cui io, la redazione e tutta la squadra di disegnatori e sceneggiatori abbiano lavorato (faticosamente) negli ultimi dieci anni. A ripercorrere tutta la strada fatta, mi meraviglio io stesso della quantità di idee e di storie che siamo riusciti a sfornare.

Ovviamente, non sempre sono d'accordo con i giudizi di Massimo, e talora mi verrebbe voglia di rispondere, argomentando; altre volte condivido. Il bello è che essendo Manfredi abbastanza severo nei suoi giudizi, quando sono positivi si hanno delle belle soddisfazioni. Altrettanto ovviamente, Massimo rappresenta soltanto se stesso, e giungono in redazione o si leggono in Rete commenti di taglio diametralmente opposto ai suoi, che potrebbero essergli contrapposti.  Come tutti, Manfredi ha i suoi gusti, le sue fisime e le sue idiosincrasie (che sono diverse da quelle di altri).  Tuttavia è intetessante leggere i suoi commenti anche per poterli discutere, approvare o disapprovare. Gli ho chiesto di presentarsi ai lettori di questo blog e lui lo ha fatto con il testo che segue. Di seguito, le sue disamine. Naturalmente, non ho censurato o modificato nulla. Grazie Massimo!
 
MI CHIAMO MASSIMO
 
Ciao a tutti, su richiesta di Moreno mi presento. Mi chiamo Massimo, ho quasi 53 anni e sono di Marina di Massa, ma trapiantato a Milano da 20 anni.
Ho cominciato a leggere Zagor da bambino insieme agli altri fumetti, non ricordo bene quando, ma sono sicurissimo che il primo albo che ho comprato in edicola era "Pugni e pepite", e avevo 7 anni. A causa anche delle scarse paghette degli anni '70, non ero un acquirente puntuale, ma un po' in edicola, un po' all'usato, un po' tramite scambi con amici, avevo la mia orgogliosa piccola collezione. Poi nel 1984, con "Le cinque piume", presi la decisione di comprarlo ogni mese, e da allora non ho mai più smesso.
Nel luglio del 1992 mandai la mia prima lettera in redazione. In quegli ultimi anni, Zagor se la stava passando male (eufemismo), se ne paventava la chiusura e... non so, volevo dare il mio contributo di lettore analizzando l'ultimo anno e mezzo di uscite, per fornire un parere diretto e un minimo approfondito su cosa non andava e cosa aveva invece funzionato. Ma ehm... forse esagerai un po' e scrissi un papiro, tanto che Sergio Bonelli si autoritrasse nella lettera di risposta mentre mi rimproverava simpaticamente di avergli fatto perdere la vista!
Però mi incoraggiava a continuare e da allora, prima semestralmente e poi annualmente, ho continuato a mandare lettere in cui analizzavo tutto ciò che di inedito veniva pubblicato. Prima a Sergio Bonelli, poi a Mauro Boselli, infine a Moreno Burattini. Tutti e tre sono sempre stati gentilissimi e mi hanno sempre risposto ogni volta, commentando a loro volta i miei pareri.
Quando scrivo queste recensioni mi sono imposto due regole: la prima è di leggere non mese per mese ma di aspettare la conclusione della run per dare una valutazione più organica, e anche perché mi piace di più; la seconda è di non leggere mai social prima di avere scritto il mio parere, per non farmi influenzare.
E quindi niente, anno dopo anno, anzi decennio dopo decennio, eccomi qua. In occasione del ventennale delle mie missive, a Moreno venne l'idea di pubblicare sul suo blog gli ultimi dieci anni (quelli di cui avevo i file, dato che prima scrivevo direttamente su carta) e ora che siamo arrivati a trenta ha deciso di festeggiare il nuovo traguardo raggiunto. In quell'occasione mi definì "il lettore che ogni autore desidererebbe avere", che ritengo la cosa più bella che mi sia mai stata detta come appassionato di fumetti.
Vorrei sottolineare che, nonostante tutti noi ovviamente utilizziamo ogni giorno i pratici strumenti on line per comunicare, io e Moreno ci siamo trovati immediatamente concordi nel continuare a usare la nostra amata carta per questi commenti zagoriani. Pertanto una volta l'anno torno a fare gesti perduti come comprare busta e francobollo e imbucarla, e devo dire che è un momento che mi piace tantissimo.
Che altro aggiungere sul tema? Complice anche il mio passato giovanile da fanzinaro, collaboro alla rivista "SCLS Magazine" curando la rubrica "Il prisma dell'autore" e scrivendo articoli vari. Così come scrivo un sacco sul forum "spiritoconlascure.it", di cui la rivista è emanazione, e a cui sono iscritto dagli esordi col nick di Walter Maddenbrook. Sempre in ambito zagoriano, mi ha fatto molto piacere scrivere, sulla prestigiosa rivista dell'ANAFI "Fumetto", l'articolo che celebrava il sessantennale dello Spirito con la Scure.
E con ciò vi saluto e... acc... dannaz... malediz... mi sa che ho fatto un papiro anche questa volta!!!



ANNATA 2013

LE DONNE GUERRIERE
(Nn. 567/570)
Burattini - Laurenti

Testi: 7. Nella stesura del giudizio distinguerei due componenti.
Quella d’azione è abbastanza scontata: inseguimenti e contro inseguimenti, rapimenti e un po’ di morti, con solo qualche granello di spezia esotica portata dagli ostacoli naturali quasi inediti come piranahs e boa.
Quella verbosa è normalmente quella da me più apprezzata, ma per quanto decisamente distribuita, risulta quasi inutile, visto che le discendenti di Atlantide non rivelano niente di particolare, raccontando genesi e prospettive che per la quasi totalità erano già rese note nelle parti precedenti della trasferta.
Le parti scientifiche e storiche (come l’ottimo incipit di Orellana) sono comunque tra le cose migliori; la scarsa incisività dei personaggi di contorno la peggiore. Cico viene di fatto dimenticato, Spruce è praticamente inutile nella trama, nessuna delle amazzoni spicca per qualcosa che non sia in senso estetico e anche Barranco è meno bastardo dell’altra volta.
Certo, la lettura fila bene ed è coerente, ma il colpo atteso rimane quasi tutto in canna.

Disegni: 8,5. A parte la solita e fastidiosa chioma svolazzante di Zagor, mi par di cogliere (e accogliere, con gioia) una minor stilizzazione rispetto alle ultime prove, che lo riportano ai miei occhi più vicino ai fasti del passato. Magari anche il “cosa” deve disegnare lo ha aiutato, e ben venga.  Inutile infatti dire che se Laurenti ha l’opportunità di cimentarsi con una pletora di modelle di Playboy, tra le quali splende la stra-fascinosa Marie, lo si invita a nozze.
Ma lungi da me voler limitare le sinuosità del suo magico pennello alle grazie femminili. Tra le tante cose per cui complimentarsi, sottolineo la resa della vegetazione della foresta, così particolareggiata e variegata.

I SABOTATORI
(Maxi n. 19)
Capone - Cassaro

Testi: 5,5. Storia moscia, perché mosci sono i personaggi. Nessuno viene innalzato mai oltre il ruolo minimo che deve avere nel narrato, e quindi nessuno incide né appassiona.
Lo stesso Zagor si prende (e poco) il centro della scena solo per tirare cazzotti e mai per personalità. Evita, anzi, più volte lo scontro verbale con Follock: sembra un “qualunque” cittadino che tende a farsi gli affari suoi, quando Zagor i suoi affari non se li è fatti mai, anche e soprattutto verbalmente, ed è una delle sue componenti “classiche” più luminose.
Cico, poi, come quasi sempre accade, praticamente non esiste.
Apprezzabili solo le nozioni storiche e tecniche, ma poca roba. Il resto è tutto assai scontato.

Disegni: 4,5. Mi dispiace, ma ormai e da troppo tempo i Cassaro sono molto sotto lo standard minimo. A parte qualche primo piano decente, poi per il resto scadono quasi nel dilettantesco, specie nelle anatomie dalla media distanza in avanti.
Si aggiunga che il loro Zagor (e pure Cico) è uno dei più brutti in assoluto e il quadro è completo.


L’UOMO DI MAVERICK
(Speciale n. 25)
Zamberletti - Mangiantini

Testo: 6. Mmm… Sinceramente mi aspettavo di più da questo esordio di chi scrive già per mestiere, sia pure con altri schemi.
Non che sia scritta male, ma la storia non “prende” mai, e procede in modo che definirei “legnoso”. Il problema più grosso credo che sia dato dai troppi personaggi e il tentativo di dare un piccolo spazio a ciascuno (senza quindi riuscire ad approfondirne alcuno, a parte un po’ Taylor) finisce per ingolfare il motore e rendere arrancate la lettura.
Poi, improvvisamente, alcuni autentici sprazzi di luce: su tutti i flashback di Taylor che elevano finalmente le vicende dai soli spari e inseguimenti. Ma sono troppo brevi per incidere.
Oppure la gag di Cico. Fino a quel momento pensavo: “Che grandissimo errore per un esordiente escludere completamente Cico dal narrato, da’ l’idea di non aver preso le misure alla testata”. Poi questa gag ben fatta, ma è un piccolo bagliore che si spegne subito.
Nemmeno mi piace quanto facilmente Zagor si faccia pestare (e in più di un’occasione) da uno come Jolt, che non pare proprio essere tipo da creare tutte queste difficoltà al Nostro.
Insomma, visto come sono state scritte bene le parti introspettive, auspico che l’autore in futuro si soffermi di più su questo aspetto e meno sulla componente d’azione, altrimenti le sue storie non si staccherebbero dai semplici riempitivi, il che, visto il curriculum, sarebbe un peccato.

Disegni: 8,5. Mannaggia per questo viso di Zagor (e un po’ pure di Cico) che proprio non gli viene bene e che gli costa ai miei occhi un punto di voto, perché altrimenti per il resto è stato davvero grandioso.
Dettagli e tratteggi certosini, da guardare e riguardare per non perderne alcuno. Alcuni scenari esterni mozzafiato, a cui sarebbe il caso di offrire qualche vignetta ampia più spesso di quanto offre normalmente la gabbia bonelliana.





I FANTASMI DEL CAPITANO FISHLEG
(Color n. 1)
Burattini/Rauch - Venturi

Testi: 6. Interessante l’idea di dedicare a un comprimario diverso ogni uscita di questa collana; purtroppo, a contraltare, subito fin dal primo si palesano i temuti limiti dati dalle 128 pagine.
Il prologo è stuzzicante e il racconto della gamba di Fishleg è forse la sequenza migliore ma, in riferimento ai 40 anni di attesa, si esaurisce troppo brevemente. Da lì in avanti, diventa una qualunque vicenda di cazzotti&spari, col mistero del mancato invecchiamento semplicissimo da intuire, e una spiegazione lunga e contorta del cattivo, aggrovigliata di particolari che acquieteranno forse i lettori pulciaioli, ma che non aggiungono alcunché di emozionante.
Purtroppo, come per gli Speciali, si evidenzia come scrivere Zagor in un centinaio di tavole sia molto complesso, a meno di virare su un registro più “intenso” rispetto a quello classico della serie, che non a caso ha a disposizione il triplo dello spazio.

Disegni: 7,5. Mi sarebbe piaciuto vedere Venturi su Zagor prima in bianco e nero, perché dirò che forse il colore lo penalizza perfino, almeno a vederne i bei tratteggi ombrosi.
Comunque è una bella mano realistica, alle volte perfino troppo, nel senso che non ci sono errori ma c’è anche poco “atmosfera”, a parte un paio di vignette grosse (pagg. 56 e 66). Aspettiamo a vederlo sulla serie.

Nota sul colore: come per il corrispettivo Tex, ritengo che questa colorazione piatterella sia abbastanza inutile. Se si “pensano” fin dall’inizio delle tavole per il colore, cioè partendo dalle chine (come il Dylan color fest, per capirci) allora sta bene, ma se al contrario ci si limita a ricolorare delle tavole fatte per il b/n, ritengo che abbia poco senso.





LA STORIA DI BETTY WILDING
(Gigante n. 3)
Burattini - Ferri

Testi: 9-. Dopo il sentiero dell’intensità emotiva imboccato nello scorso Zagorone, le aspettative per il presente erano tante… e posso dire che non sono andate deluse.
Forse la parte che mi è piaciuta più di tutti è l’inizio in sogno: sarebbe stato un spunto interessantissimo l’idea di Zagor che torna indietro nel tempo per impedire il massacro di Silver Lake, perfino a costo - ulteriore gustosissimo sottolivello eroico - della propria esistenza, visto che se Mike non compie il massacro, quasi sicuramente non concepirà quel bambino con Betty.
Lì per lì un po’ ci ho creduto che si portasse avanti la cosa, ma concordo che fosse eccessiva per l’impostazione della testata, e la forma onirica fosse l’unica accettabile.
La componente avventurosa è invece quella peggiore: abbastanza banalotta se non perfino forzata in certe trovate (esempio: la fuga dalla cisterna). Ma a questo giro era la meno importante.
Quello che contava, quello che tutti i lettori volevano vedere era la reazione di Zagor nel venire a contatto con la storia di sua madre. Il tormento interiore, e direi l’umanità dell’eroe di fronte a notizie che non possono non scuoterlo nel profondo, sono ben presenti e raggiungono picchi di fragilità che non ricordavamo (mettiamoci pure l'umoralità nolittiana dei rimproveri a Cico), fino ad arrivare alla chicca del dover vivere di nuovo un attacco indiano asserragliato nella capanna del Clear Water.
E’ mancata però secondo me un po’ di poesia, che mi sarebbe piaciuta vedere invece diffusa a piene mani in una tematica come questa. Mi riferisco ad esempio alla toccante ma troppo breve sequenza di Zagor che legge le lettere di sua mamma nel bosco: ne avrei volute – e me ne sarei aspettate – di più.
Perché sono questi i momenti centrali di una storia di tal genere, quelli in cui bisogna sparare forte. Quelli per cui, come lettore, compro un albo con questo titolo e mi lecco i baffi, non le tante pagine di azione, inseguimenti, ecc. che si vedono bene o male ogni mese.
Ma, a parte questo appunto, è certamente lodevole l'impostazione sentimentale e umana che è stata data alla storia e al protagonista.
Io da sempre sostengo che una storia debba sostanzialmente emozionare, anche a scapito della linearità. Preferisco centomila volte una storia appassionante con alcuni buchi, che un meccanismo perfetto ma arido.
A me questa volta ha emozionato, questo è lo Zagor che vorrei, nel senso che questa è l'impostazione che vorrei sempre, per gli Zagoroni e per la Zenith.

Disegni: 10.


SANGUE SU BAHIA
(Nn. 570/572)
Mignacco – Della Monica

Testi: 7/8. Ecco, penso che questa storia sia una evidente dimostrazione di quale sia il valore aggiunte delle trasferte. Di fondo è una vicenda che potrebbe essere rappresentata anche a Darkwood (se non altro perché ci si può ambientare di tutto), ma farlo in una location differente la arricchisce di svariati elementi che danno polpa e un diffuso sapore esotico.
Mi riferisco naturalmente al vivere in diretta certi momenti storici o geografici o culturali, dalla condizione schiavista del Brasile dell’800, a figure come la Ialorixà, e altro ancora.
Certo, ci sono alcuni passaggi un po’ forzati (ad esempio Cico e Rodrigues che “studiano il quartiere” in pochi minuti per far fuggire Zagor dopo che ha liberato Magdalena), ma mi importa relativamente se il resto è buono e se soprattutto i personaggi sono ben caratterizzati come in questo caso.
Un appunto sul finale, che proprio perché mi è piaciuto, mi ha lasciato paradossalmente una punta di delusione. Mi aspettavo qualcosa di più intensamente tragico: le premesse lo avrebbero consentito (il pathos è stato ben creato, i morti nel finale ci sono), ma poi l'affondo è stato solo parziale, con l'unica scena del lavaggio finale e collettivo, a cui però non se ne è intrecciata un’altra di drammaticità individuale (esempio: una morte importante), che poi è quella che permette al lettore di identificarsi maggiormente.
In questo finale mi preme sottolineare anche l'ottimo utilizzo delle didascalie descrittive. Quando servono a conferire intensità, come in questo caso, vanno usate. Senza aver paura di essere tacciati di stile narrativo datato... è un tabù che non ha senso.

Disegni: 8,5. Della Monica è sempre un grande, per le caratteristiche che tutti conosciamo e che si manifestano in una resa media di elevata garanzia, ma in passato lo abbiamo visto capace di sequenze ad alto coefficiente spettacolare che qua mancano (forse anche per limiti della sceneggiatura) e ciò ne penalizza un po’ la prova.


SERTAO
(Nn. 573-574)
Boselli - Bisi

Testi: 6,5. Se si esclude l’ambientazione particolare, c’è poco di nuovo da vedere. Ma i cangaceiros diventano in questa avventura più un limite che una risorsa, perché sfruttati solo per una percentuale molto scarsa di quelle che sono le loro potenzialità.
OK, lo ammetto, avevo in testa gli stupendi esordi di Mister No e il paragone, forse sbagliando, mi è venuto spontaneo, così come l’attesa. E il tutto mi ha lasciato un po’ deluso. Ma è un confronto automatico che pensavo si sarebbe posto anche Boselli e di conseguenza si sarebbe sentito stimolato da quel precedente tanto importante, dandoci dentro.
I cangaceiros offrono dinamiche da cui è possibile ricavare epica pura, e dall’autore dell’immenso “Patagonia” texiano mi aspettavo di più.
Detto questo, non si legge certo mal volentieri, anche se la narrazione è molto spostata sull’azione e poco sull’approfondimento, ma lascia spazio a qualche caratterizzazione degna di nota.
Il finale invece è la cosa peggiore: troppo “happy end” e tutto va al giusto posto. Proprio per il livello di dramma che può offrire chi combatte per la libertà in condizioni disperate, lo considero veramente forzoso e sciupato.
Anche qua, come nella storia precedente di Mignacco, la memoria va a Manetola e Liberty Sam, e il paragone su come si è deciso di utilizzare una simile tematica diventa impietoso: davvero un altro universo. Mi volete forse dire che storie strazianti come “Libertà o morte” oggi non sarebbero più proponibili, perché troppo “forti”? Mi auguro proprio di no.

Disegni: 9,5. Strabiliante lavoro di Bisi che, se lascia ancora un fastidio non da poco sul volto di Zagor, per il resto è pressoché perfetto!
Forse il top è la parte nella Caatinga, in cui la vegetazione, sia brulla che semi boscosa, è resa in modo da far invidia a un relativo tomo di botanica. Ma anche le costruzioni in pietra, gli interni, le divise, le anatomie… davvero applausi a scena aperta!
Nel finale, stupendo l’utilizzo delle luci all’interno della capanna dei rapitori, che permette di scorgere le singole venature del legname.
Una vera chicca i primi piani della scure di Zagor: una delle rappresentazioni più veritiere mai viste nella serie!
Sbavando sul livello di minuzia dei suoi particolari, fa quasi rabbia vederlo nel formato normale: ne propongo pertanto subito la candidatura per il prossimo Zagorone libero!


I PADRONI DELLE TEMPESTE
(Maxi n. 20)
Burattini - Chiarolla

Testi: 5,5. Peccato. Nel primo centinaio di pagine assistiamo a delle interessanti premesse e non solo. I rapporti umani in gioco vengono mostrati in modo avvincente, e anche la componente “magica” è trattata con la giusta suspance che la tiene al riparo dalle cadute nel ridicolo, rischio sempre dietro l’angolo per il genere in questione.
Poi però la tensione creata all’inizio viene rilasciata d’improvviso e si perde.
Da pag. 104 parte infatti un inseguimento infinito nei tempi e inutilmente contorto nei modi, che certo non può essere risollevato dalla trascurabile presenza di Archer né men che mai dagli scontri magici, che vorrebbero forse mirabiliare ma che invece, privati del giusto pathos come si diceva sopra, risultano quanto di più noioso perché può succedere tutto e il suo contrario in uno schioccar di dita.
Rinnovo l’invito a usare il genere “alla Zagor”: la magia deve servire a innalzare una vicenda robusta e intensa già di suo (si veda ad esempio “Tigre!”), non come espediente per risolvere le situazioni difficili o, peggio ancora, come pretesto per scontri tra personaggi a forza di emissioni di energia dalle mani, sennò ci si può leggere… un manga! (Argh!)

Disegni: 8,5. Come era stato annunciato, concordo che sia il miglior lavoro di Chiarolla a Darkwood. Se non fosse per il suo brutto Zagor (unico vero peccato, ma per me quasi mortale), il voto sarebbe di sicuro più alto. E non mi riferisco nemmeno alla sequenza horror o con tempeste in atto, sue storica specialità peraltro mantenute anche qua, ma a davvero un po’ di tutto e in particolare alle parti boscose, riportate con una varietà e una maestria davvero da levarsi il cappello.


IL MONDO PERDUTO
(Nn. 575/577)
Boselli - Rubini

Testi: 8,5. Ammetto subito la mia prevenzione di fronte alle copertine che annunciavano l’abusato tema della scoperta della valle inesplorata rimasta all’età della pietra e blablabla… Mi sono venute in mente storie del periodo buio, come “Il mostro a tre teste” e simili, e mi sono pure meravigliato che uno come Boselli si mettesse a rovistare in questa melmaglia da fondo barile.
Invece… mi cospargo con gioia il capo (con un barile) di cenere e mi compiaccio però per la conferma di un mio vecchio adagio che vuole che un grande narratore riesce a cavare sangue anche da un plot a forma di rapa, mentre uno mediocre banalizzerà qualunque grandioso spunto.
Di mio, adoro queste survivor stories, in cui il lettore è portato ad identificarsi di continuo coi protagonisti alle prese con le difficoltà naturali chiedendosi ad ognuna: “Come me la caverei io?”. Ovviamente, più estreme sono le difficoltà, più è forte il coinvolgimento, e qua sono davvero spinte ai massimi pur risultando assolutamente credibili, anche in presenza di robi come dinosauri, che effettivamente un tepui è una delle crio-condizioni ambientali più sensate.
Certo, il piano di narrazione è unico (e questo è per me sempre un limite, unitamente al finale un po’ frettoloso), ma quando questo piano è così denso e avvincente, anche i miei gusti soggettivi non possono che venire travolti dall’adrenalina che scorre a fiumi!

Disegni: 9,5. E che vogliamo dire di uno come Rubini? Se proprio devo trovare un difetto, non mi fa impazzire il suo Zagor mascellone, però per il resto… mamma mia!
Nonostante il ritmo della lettura tendesse a trascinarmi nella sua corrente, ho rallentato di continuo per non perdermi alcun particolare di queste tavole da urlo!
Plaudo alla decisione di inserire quante più vignette grandi possibili, davvero di grandissimo impatto, sia che rappresentino le dirompenti entrate in scena dei sauri giganti, sia l’angoscia dal basso della gola dei pterodattili, sia la magnificenza dei paesaggi di apertura.
Lanciato in mezzo ad una simile esplosione di flora lussureggiante, Rubini riesce a snocciolare una varietà di elementi e di intrecci pazzesca, con vignette ricchissime di particolari e sempre perfettamente bilanciate, ognuna di essa.
Inutile ribadire poi le sempre perfette scene d’azione e le anatomie potenti e aggraziate, a cui si aggiungono in questo caso quelle dei credibilissimi rettili.





IL GIORNO DEL GIUDIZIO
(Nn. 577/580)
Burattini - Sedioli/Verni

Testi: 9. Altra tappa della trasferta che si bea come forse nessun’altra dell’ambientazione storico-geografica inedita, unendo in un vigoroso intreccio narrativo un evento di enorme impatto drammatico come il terre/maremoto di Concepcion, ad un personaggio gigantesco come Darwin. Lo scontro ideologico con Fitzroy viene sfruttato alla massima potenza e, del resto, in questo terreno retorico (da intendersi ovviamente in senso etimologico) Burattini ha sempre mostrato di trovarsi come un topo nel formaggio, portando qua alcune sequenze di dialoghi ad un livello raramente visto in tutta la serie.
A un tale spessore che tende però a stimolare solo aree razionali, viene ottimamente aggiunto il propellente del fanatismo religioso incarnato da frate Tomas e i suoi seguaci, caricandone quindi anche la valenza emotiva.
Apprezzabile a questo punto come la “filosofia” del narrato eviti accuratamente di fare di tutta l’erba un fascio creando il sillogismo “credenti = fanatici”, e ci mostri al contrario differenti modi di intendere la fede, come i due frati o anche Fitzroy, che pur essendo certamente più integralista di Darwin non risulta una figura negativa, perché in grado di tenere separata l’avversione anche forte verso le idee, dal rispetto della persona.
Molto efficace la resa della devastazione della città. Tra le varie scene mi porto via il momento dell’ultimo abbraccio della madre al bimbo prima dell’onda: una perla davvero toccante.
Quasi inutile invece la parte coi minatori fuorilegge, ma permette di “staccare” dalle altre sequenze e quindi sta bene così. Per quanto io consideri assolutamente basilare la centralità del personaggio Zagor rispetto alle sue vicende, in questo caso la storia (o la Storia) riesce ad essere talmente possente in modo autonomo da soverchiare la presenza del Nostro e renderla quasi un appendice. Questo fatto la carica di una originalità del tutto particolare che, a ben vedere, diventa un ulteriore valore aggiunto, specie su una testata così longeva.

Disegni: 8,5. Mi sembra un esperimento molto riuscito questa collaborazione Sedioli/Verni, che fonde le migliori caratteristiche di entrambi. Verni, infatti, mette la briglia a certi squilibri anatomici e alle volte anche prospettici di Sedioli, mentre quest’ultimo aggiunge del “calore” alle chine alle volte un po’ legnose di Verni.
Il risultato è qualcosa di estremamente leggibile, che forse non arriva mai ad essere particolarmente spettacolare, ma di sicuro è inappuntabile sotto tutti i profili.


ANNATA 2014

SOTTO IL CIELO DEL SUD
(Nn. 580/582)
Mignacco - Sedioli

Testi: 5. L’unico leggero innalzamento è portato dalle ambientazioni della trasferta: la foresta di pietra, il ghiacciaio, gli indios, ecc., ma per il resto c’è veramente poco.
Un pim pum pam inutile con dei personaggi che più stereotipati non si può, sia nel tratteggio individuale che nei  rapporti tra loro. Per non parlare di diversi passaggi che dire tirati via è un eufemismo, come la trasmissione di quello smeraldo (Destino che lo regala al primo che passa? E questo muore e la barca si arena proprio davanti al nostromo… ), o come le tante volte che Zagor si trova solo contro molti avversari che gli sparano addosso e se ne esce senza un graffio, saltando qua e là. Fino ad arrivare alla perla finale di Herzog che alza lo smeraldo proprio quando l’altro doveva mirare meglio… Eddai!
Brodo per allungare la trasferta, e ci sta, ma non di sapore così scadente.

Disegni: 6,5. Un passo indietro di Sedioli, che peggiora ulteriormente quello che è sempre stato il suo tallone d’Achille, cioè le disarmonie dei volti, specie della media distanza in avanti. Anche diverse scene d’azione continuano a soffrire di una certa legnosità.
Buoni gli esterni e in particolare la scena della tempesta, ma la cura delle anatomie appare troppo imprecisa per non infastidire in tutta la lettura.





TERRA DEL FUOCO
(Nn. 583/585)
Burattini - Prisco

Testi: 8+. Avventura di alto livello, robusta, senza scadimenti di sorta come personaggi banali e magie. Un gruppo di uomini in lotta per la sopravvivenza in una terra ostile e affascinante, come tutte quelle che non si conoscono. Anche in questa tappa, la particolarità del viaggio incide in tutta la sua forza benefica sul narrato, tenendo viva la curiosità su ciò che si troverà dietro l’angolo. Non da meno impatta la storiografia, e tutto il racconto su Fitzroy e i fuegini diventa un’autentica storia nella storia, che conferisce ulteriore sapore.
L’unico difetto è non uscire mai dal solo piano avventuroso: se pure i comprimari sono tutti interessanti, non ne viene usato nessuno per spingere forte sul dramma e/o dell’affondo psicologico.

Disegni: 8+. Parte grafica che si sposa come non mai con quanto detto sui testi. Prisco è forse un po’ carente in “spettacolarizzazione”, ma il suo tratto è davvero robusto, preciso, al servizio della narrazione. Mi piace molto anche come non ci sia praticamente alcuna caduta tra un vignetta e l’altra, tra una pagina e l’altra, cosa che per molti disegnatori è tutt’altro che scontata.


SPEDIZIONE DI SOCCORSO
(Maxi n. 21)
Rauch - Sedioli

Testi: 7,5. A parte le ultime tre pagine col finale tirato via (ma tutto sommato comprensibile), il resto della narrazione si può definire tecnicamente impeccabile. Bello l’inizio con l’ottima canzoncina di Cico, lo scontro con Drunky Duck ecc. e l’introduzione progressiva dei vari comprimari, ognuno col suo ruolo preciso all’interno delle dinamiche stabilite.
Ben sfruttato il background a disposizione della serie, inserendo Kruger & Mayer in una location storica che già a suo tempo venne definita “un posto che farebbe la felicità di ogni scienziato naturalista”, e a me per età particolarmente cara. In questo senso, quasi toccante la sequenza che, durante il terremoto, snocciola la fine degli animali che incontrammo nel primo viaggio nella terra da cui non si torna.
Come al solito, Rauch (che, non mi stanco di dirlo, mi piacerebbe vedere molto più spesso) sa come rendere una storia scorrevole con vari colpi di scena e non facendosi certo scappare l’occasione per rimpolpare il bestiario mostruoso della zona,  pur tenendo caratterizzazioni coerenti e dialoghi non ridondanti.
Quest’ultimo attributo porta con sé però l’altra faccia negativa dello scarso approfondimento emotivo, che mantiene il livello del narrato sul solo avventuroso. Manca insomma qualche dramma vero e forte, e/o qualche personaggio che infiammi il cuore del lettore per motivazioni etiche o sentimentali, e che innalzerebbe un ottimo passatempo in una grande storia.

Disegni: 7,5. Fa strano leggere due storie di fila dello stesso disegnatore, realizzate in maniera sensibilmente differente. In questa, Sedioli offre una serie di volti molto più curati (quelli di Zagor copiati in maniera lampante dal Ferri classico, ma tant’è) che migliora la soddisfazione di lettura tutta, pur mantenendo alcuni dei suoi difetti storici nella media distanza.
E’ un tratto che raramente offre particolari emozioni, ma in genere una buona sicurezza.


RISVEGLI
(Speciale n. 26)
Burattini - Barison

Testi: 5,5. Come ogni anno, lo Speciale è una delle cose più deludenti. E’ praticamente un insieme di lotte, che nemmeno suscitano quella paura data dalla presenza di zombi, dato che visto uno visti tutti; capito come si ammazza uno è la stessa sequenza ripetuta per tutti. Spezza solo un po’ la monotonia il colpo di scena finale della moglie e relativa spiegazione.
Non mi è piaciuto nemmeno come è stato caratterizzato Zagor: troppo serio, impassibile, senza emozioni. Sembra certi Tex.

Disegni: 6. Allo Zagor “musone” contribuisce anche la caratterizzazione grafica, con somatismi eccessivamente rigidi e squadrati. Insomma, nel centrare la fisionomia di Zagor non ci siamo proprio, perché asciugata completamente dalla dolcezza di Ferri. Inoltre talvolta sembra proprio un altro personaggio (si vedano pagg. 98-99). Anche il viso di Cico è talvolta eccessivamente grottesco, ma dato il personaggio in parte ci può anche stare.
Peccato perché il tratto in generale è di buon livello, ma mancare così i protagonisti è un errore troppo grave.
Curiosamente altalenanti le scene d’azione: la maggior parte sono dinamicamente efficaci e poi improvvisamente ne compaiono alcune inspiegabilmente legnose.


LA CHIAVE DELLA CONOSCENZA
(Nn. 586/588)
Boselli - Della Monica

Testi: 6-. I primi due albi sono anche buoni nel loro sfruttare le particolari location in modo intelligente, e trasformandosi quindi in una nuova puntata di “come si muoverebbe Zagor in un ambiente che…”. La sopravvivenza in un mondo estremo come l’Antartide, e anche le progressive meraviglie che i viaggiatori incontrano sul loro cammino, sia di tipo naturale che urbano, sono state come dovevano essere, e va bene così.
Peccato che tali attese create nella storia e soprattutto in tutta la lunghissima saga delle pietre, non vengano minimamente rette da un finale che lascia con un fastidiosissimo amaro in bocca. Sono non so quanti anni che questa saga si snocciola attraverso non so quanti albi, e tanti ottimi, e più di una volta ti solletica facendoti pensare di essere arrivata a rivelarsi, e poi invece ti molla lì ancora ad aspettare…
Fino a… cosa? Questo?! Anni e anni di attesa a bramare questa strabiliante chiave della conoscenza, e poi cos’è? Un “qualunque” laboratorio atlantideo visto e rivisto su Martin Mystere che infatti ormai pure lui ha abbandonato da tempo perché se ne è mangiati non so quanti a colazione in tutti questi anni?
Anche la spaventosa minaccia degli Shayogan, lo è principalmente solo su un piano virtuale, nel racconto dell’atlantideo. Per capire quale sia la portata eroica e salvifica di Zagor nei confronti dell’umanità andavano portati (e mostrati!) invece molto più avanti nelle loro potenzialità di annientamento del mondo, altrimenti qua Zagor è solo uno che sa per una serie di circostanze come si manovra un PC col programma di autodistruzione inserito.
Diventa quindi assai esile la sua missione “iniziatica” addirittura fin dai tempi di Shyer, come del resto lo è stato (ora lo possiamo dire in via definitiva) l’inseguimento di Dexter, ma questo si poteva accettare meglio con una chiusura all’altezza delle attese.
E anche lo scontro finale tra Zagor e il professore, inseguito fino in capo al mondo (letteralmente) , praticamente non avviene. E tralascio le perplessità sugli umani trasformati in mostri da raggi, che sopravvivono per decine di millenni “ibernati nel ghiaccio”, o di che cosa si siano cibati i blob per gli stessi periodi.
No no, proprio un pessimo finale che rovina una storia altrimenti buona, e ancor di più crea una fastidiosa spina nel cervello mentre mi metto lì a ripassarmi con la memoria tutta la saga.

Disegni: 9. Molto bravo come sempre Della Monica, la cui matita mi pare sia stata volutamente – e finalmente – invitata ad esprimersi in vignette più ampie della gabbia a sei. Mi riferisco a diversi momenti, come l’attacco dell’orca, lo stagliarsi delle montagne/grattacieli, e parecchi esterni nella città. Non solo si dimostra particolarmente bravo nei primi piani e nelle scene d’azione, ma anche nelle splash page o similari.
Il suo Cico è al solito il migliore dopo Ferri, e forse nemmeno dopo.





IL VARCO TRA I MILLENNI
(Maxi n. 22)
Burattini - Esposito

Testi: 6. L’idea di Darkwood 10.000 anni fa poteva essere interessante ma il colpo rimane in canna, principalmente perché le due vicende sono troppo slegate tra loro e non basta la location comune o il veloce finale ad unirle a sufficienza, né l’intenzione sperimentale apporta più di una qualche curiosità tecnica.
Tra le due, poi, la migliore è quella antica, quindi la non zagoriana e poiché la testata non si chiama “Whi-Koah” diventa un limite. La metà “attuale” finisce per essere una qualunque vicenda di “viandanti che si inoltrano nella foresta vs. cattivi che li vogliono accoppare”, quando il ruolo di antropologi del gruppetto avrebbe meritato maggiori approfondimenti che non un semplice pretesto per scatenare un incontro “magico” (dalle basi abbastanza discutibili, e nemmeno risolutore) tra l’eroe del passato e del presente.
Anche un villain così acrobatico come Shane, novello SuperMike per certi versi, è quasi sprecato in questa storia poco ficcante, quando invece sembrerebbe potenzialmente un avversario che potrebbe mettere in grossa difficoltà lo Spirito con la Scure sul suo stesso terreno.
L’unica parte elevata è la commovente lotta finale di Whi-Koah con la tigre, e la presa di coscienza del suo popolo che esce dalle caverne. Per il resto è quasi tutta azione, non noiosa, ma nemmeno quasi nulla d’altro.

Disegni: 9. Se, come dicevo sopra, l’eccesso di azione nuoce alla sceneggiatura, diventa invece un motore di esaltazione di un tratto come quello degli Esposito che, al contrario, hanno le principali cadute di tono nelle scene statiche con primi piani, mezzibusti, ecc.
Gli scontri con le tigri, ma ancor di più quelli tra Zagor e Shane, sono davvero spettacolari, e in particolare la lotta tra gli alberi di metà albo (la vignetta grande di pag. 145 è da cornice). Un personaggio così atletico permette inquadrature e plasticità degne dei fumetti dei supereroi, riportate col loro solito tratto pulito e preciso.
In tal senso, non è da trascurare nemmeno la grandiosa resa degli esterni, sia boscosi che rocciosi (uno su tutti, l’arrivo del gruppetto a pag. 111).
Lietissimo quindi di averli visti finalmente all’opera su un bel numero di pagine, e mi auguro si continui!

IL RITORNO DI GUTHRUM
(Color n. 2)
Rauch - Sedioli

Testi: 5,5. L’insufficienza è portata forse più dalla testata che non dalla storia in sé, comunque non brillante. Alla seconda uscita mi pare si confermino i dubbi espressi lo scorso anno circa la difficoltà di far muovere Zagor in 128 pagine.
Da un lato infatti si mette l’azione perché “si deve mettere” (quando invece a mio parere l’esiguo numero di pagine verrebbe meglio sfruttato utilizzando un registro intimistico), ma le pagine non consentono il sufficiente pathos che permette di farsi coinvolgere, impaurire e quindi vivere la lotta come una catarsi; dall’altro non c’è abbastanza spazio per far vedere in presa diretta i fatti, e quindi vai di flashback e spiegazioni sul perché Tizio si trova lì o come fare a passare di là eccetera. Tutte cose che annoiano o rallentano la lettura. Per non parlare di come vengono risolte a botte di fortuna certi passaggi, uno su tutti le rocce che stavano lì belle disposte pronte per franare.
Ripeto: il plot non è neanche male, ma abbisognava di uno spazio molto più ampio, che permettesse la formazione del mistero, delle meraviglie dell’esplorazione, e soprattutto dell’approfondimento dei rapporti umani all’interno del gruppo, cosa di cui non c’è traccia. In questo modo i vikinghi diventano quasi personaggi di un videogioco (quello bravo con le frecce, quello forzuto, ecc.) e davvero ne viene sminuito qualunque interesse.

Disegni: 6,5. Ormai Sedioli pare essersi assestato su una media senza troppe sbavature (a parte quei visi di tre quarti incomprensibilmente distorti), ma senza nemmeno niente di spettacolare. Forse il colore lo penalizza perfino.
E su di esso, riporto sostanzialmente quanto detto lo scorso anno: come per il corrispettivo Tex, ritengo che questa colorazione piatterella sia abbastanza inutile. Se si “pensano” fin dall’inizio delle tavole per il colore, cioè partendo dalle chine (come il Dylan color fest, per capirci) allora sta bene, ma se al contrario ci si limita a ricolorare delle tavole fatte per il b/n, ritengo che abbia poco senso.


IL SIGNORE DELL’ISOLA
(Nn. 589-590)
Colombo/Giusfredi - Ferri

Testi: 4,5. Come detto sopra per il Color e a suo tempo per i defunti Almanacchi, relegare Zagor in un numero così scarso di pagine è difficile ma soprattutto, se fatto così, inutile.
Le uniche scintille sono la gara di filastrocche di Cico e la curiosità zoologica che suscita questa particolare razza di volpi con tanto di mini flashback darwiniano, ma da sole non possono reggere alcunché. Per il resto, i soliti personaggi stereotipati che ormai sono un’autentica gramigna che infesta gli Zagor scritti senza voglia (e mi limito a dire questo, altrimenti direi “senza capacità” e non voglio pensarlo), situazioni difficili risolte alla bell’e meglio, un cattivo macchietta e uno Zagor che procede a casaccio (imbarazzante la liberazione di Efrem) senza alcuna personalità.
Davvero, se queste devono essere le storie di raccordo, passiamo dalla Terra del fuoco a Darkwood direttamente, che non c’è problema.

Disegni: 10.

 


TORNANDO A CASA
(Nn. 590/593)
Burattini – Verni

Testi: 9. Ohhh, finalmente dopo tanto una storia con gli attributi come si deve! Peccato solo per l’ultimo albo, in cui compaiono le trovate più deboli, che abbassa un po’ il voto. Mi riferisco al modo un po’ tirato per i capelli con cui viene coinvolto Akenat e soprattutto il discorso finale di Mortimer “ti do’ la possibilità di scegliere chi salvare se esci disarmato”, talmente posticcio che manco un bambino gli avrebbe dato credito. Non che siano cose assolutamente improbabili, intendiamoci, ma trattandosi di un genio come Mortimer mi aspettavo (e in un certo senso “pretendo”) qualcosa di più, direi di inattaccabile, come dimostrato nelle sue precedenti apparizioni e pure in questa.
La parte migliore sono invece i primi due albi: il disvelarsi lento del nemico, e sempre con passaggi ad effetto (es. quando si mostra con la Dobereiner’s lamp); la rabbia furiosa di Zagor, con anche alcuni modi bruschi direi vecchio stile; le parole durissime di Sand, così inedite rivolte contro l’eroe classico bonelliano; alcune chicchette gratuite ma proprio per questo più apprezzabili come le riflessioni delle ragazze sul ponte, il cui discorso sugli uomini che non apprezzano più la bellezza femminile è da tatuarsi nel braccio.
Assolutamente spettacolare e memorabile in eterno, poi, la sequenza di Zagor che urla la sua furia dal bordo del crepaccio, e soprattutto l’ultima vignetta col viso trasfigurato e quasi belluino come non si vedeva da tempo, preda di una rabbia che fa perdere di vista la propria umanità, come quando sogghignò rendendosi conto che Salomon Kinsky era ormai suo, o quando promise a Lord Nicholson che l’avrebbe ucciso quella notte.
E dall’altra parte c’è lo stesso dolore che rende disumano Mortimer ma in senso contrario, perché, nella stupenda metafora dello squalo, lo spinge sempre più sul fondo di un abisso di ghiaccio interiore, degno ambiente di quella vendetta che servirà al suo nemico, e che sta già cullando come un bambino tra i suoi freddi calcoli.
E’ una lotta senza esclusione di colpi tra due rivali cazzutissimi, e questo riguarda non solo i personaggi ma anche chi li scrive: se c’è da far fuori qualcuno per perseguire i propri scopi, lo si fa, punto e basta. Sinceramente, in base ai rumors, mi aspettavo morti ancor più eccellenti, ma di certo non si può dire che a questo giro la mano sia stata leggera. Per quanto mi riguarda sono contento così: fossero morti ad esempio Virginia o Rochas non mi sarebbe piaciuto.
Che poi in realtà la morte eccellente c’è stata eccome: non tra i comprimari, ma il fatto che non vedremo più un cattivo da 90 come Mortimer mi lascia un po’ di turbamento. Mi auguro che Burattini ne ricicli le potenzialità in un nuovo villain, visto che la tipologia da “genio del crimine” calzava a pennello al suo stile di scrittura.
Bello davvero il finale: il discorso che fa Zagor a Mortimer, ma ancor di più l’assoluzione degli amici e quanto dice Doc sulla vita libera del trapper (Wandering Fitzy sarebbe stato d’accordissimo).
Pennellata di autentica poesia, infine, la volpe a pallini che veglia sulla tomba di Doney. Confesso che, quando ho capito che sarebbe stato lui il primo sacrificato, mi ero immaginato una sequenza con la volpe che gli compare davanti mentre sta per chiudere gli occhi per sempre, e muore sorridendo. Non vedendola, ho quindi pensato che era un’occasione sprecata. Invece la pagina finale è stata più azzeccata ancora, lo devo ammettere.

Disegni: 9. Perfetto come sempre, Verni unisce ancora una volta la grande precisione dei dettagli alla profonda leggibilità, caratteristica questa che viene talvolta trascurata nella valutazione di un disegnatore, e che è invece assolutamente basilare.
A questo giro riesce anche ad aggiungere diversi momenti di spettacolarità, affrancandosi spesso dalla gabbia a sei e producendosi in molte vignette ampie che esaltano la sceneggiatura. Per quanto mi riguarda invito caldamente la prosecuzione su questa strada.
Molto buoni i tratteggi di profondità sparsi un po’ ovunque, e in particolare la gestione delle ombre negli ambienti chiusi e illuminati da una fiamma: fantastica.



ANNATA 2015

CRISTOPHER DEVE MORIRE!
(Speciale n. 27)
Bartoli - Venturi

Testi: s.v. Mi risulta difficile commentare questo albo, perché si tratta di Bartoli. Ogni pensiero analitico che mi sforzo di avere viene continuamente sopravanzato dal fatto che si tratta di un’opera postuma, per cui scrivo e cancello e riscrivo, e niente mi sembra adeguato.
Sforzandomi, posso dire che la prima metà non mi è piaciuta granché viste le troppe situazioni in cui Zagor compie imprese estreme (la più improbabile: il rapimento del bambino, lui da solo contro una intera tribù di indiani), mentre la seconda metà è più che buona, nel racconto di Cristopher (gli spiegoni invisi a tutti!) e nel soffermarsi sulle difficoltà dell’essere diverso. Il ragazzino può essere un personaggio interessante, per cui penso che tornerà. Certo bisognerà trattarlo come nella seconda parte e non usato solo come villain magico contro cui è difficile combattere.
Con questo ritorno preannunciato nel finale, mi piace quindi pensare che Bartoli abbia lasciato, nonostante un’unica apparizione, un’impronta a Darkwood che rivedremo. E lasciare impronte prima di andarsene, credo che per un autore sia una delle cose che maggiormente dia il senso dell’esserci stato.

Disegni: 8,5. Come sospettavo dopo averlo visto nella sua prima prova, il colore fu allora penalizzante per il tratto di Venturi, anziché il contrario. La sua mano così ricca di tratteggi è capace di chiaroscuri di grande impatto emotivo ove la sequenza lo richieda, così come di perfezione descrittiva nelle scene più statiche e quindi da ammirare.
Fantastici tutti gli esterni boscosi, così come le capanne o la parte dentro il forte, per non parlare di quando si dilunga sui particolari in primo piano, da quelli anatomici (stupende le mani) alle armi o ad un semplice albero.
 

 
 
HELLGATE BRUCIA!
(Nn. 594-595)
Marolla - Bisi

Testi: 8,5. Parto subito dai (pochi) e soggettivi difetti: la brevità della storia e uno Zagor un po’ troppo duro e determinato, quasi fosse un professionista specializzato in missioni impossibili del genere “entro, salvo gli ostaggi e torno”. Un misto tra Jena Plissken e Batman, troppo glaciale. Anche se capisco che la trama richieda pochi fronzoli, ma aspetto comunque un prossimo “Zagor di Marolla” per vedere se gli infonderà anche qualche dubbio e sentimento più nolittiano.
E lo aspetto perché, da questa prima prova, giudico il nuovo acquisto estremamente ma estremamente promettente. Anzi, a memoria il migliore esordio mai visto sulla testata negli ultimi 20 anni almeno.
Il merito maggiore è nel tratteggio caratteriale dei personaggi e nei dialoghi. Anche chi compare per poche vignette, come la giovane Dillon o Grissom, riesce a brillare forte grazie alla raffinatezza dei dialoghi. Stupenda l’ultima sequenza di quest’ultimo con Legion, specie il finale in cui lui chiede di godersi il suo ultimo minuto di vita fumando. Ecco, questo è un villain creato come si deve: cazzuto, bastardo ma quasi filosofico nella sua negatività, il che porta ad una certa empatia col lettore in diversi momenti, e comunque ad essere un degno avversario per il Nostro.
Da lacrimoni il recupero della teatralità, con quella esposizione di galeotti appesi, e in genere tutto l'aleggiare della leggenda dello Spirito con la Scure sopra il carcere.
Di fondo ho molto apprezzato il realismo del narrare: come si vede non c’è bisogno di magie o morti soprannaturali per creare adrenalina. Se ben condotta basta e avanza anche una vicenda di solo uomini, di soldati e criminali, in fondo già vista mille volte. Ma raccontata coi tempi giusti, le pause e le accelerazioni, ma soprattutto tenendo sempre al centro le personalità, ne esce una signora storia come questa.
Adesso attendo fiducioso le prossime prove di Marolla. In questa vedo, come detto, delle potenzialità enormi. Se le mantiene, è sicuramente un grande acquisto a Darkwood.

Disegni: 9. Anche qua parto dal vero solo difetto: non mi piace granché il volto di Zagor né quello di Cico. Ma a parte questo, signori, che disegni! Dinamismo e grande plasticità nelle anatomie durante le scene d’azione si accompagnano a vignette statiche di forte impatto visivo e atmosfera (un paio di entrate in scena dark di Zagor, ad esempio, o il carcere pronto per essere attaccato dalla cavalleria).
Ma la maggiore meraviglia è per la ricercatezza dei particolari, dalle divise agli arredi, dalle costruzioni ai fondali. Uso il primo piano del cannone di pag. 69, da cui si riesce ad intuire la meccanica e il funzionamento, come emblema del livello di dettaglio e di cura.
Interessante anche il continuo utilizzo di grigi con effetto “sporco” per dare spessore pur mantenendo vivi i dettagli, fino al quasi acquerellato del sogno di Cico, purtroppo troppo breve rispetto allo spazio che la tecnica meritava.


LA LEGIONE DEGLI ASSASINI
(Maxi n. 23)
Zamberletti - Chiarolla

Testi: 6-. Se fosse stato tutto come la prima metà, credo che avrei battuto qualche record di lettura, visto che sarei andato avanti alla velocità della luce sfogliando distrattamente gli inutili combattimenti... cosa che comunque avevo tristemente preso a fare ad un certo punto nelle prime 60 pagine, costituite da una davvero tediosa catena di scontri.
Non che il successivo centinaio di pagine sia stato molto meglio, ma ogni tanto un accenno di personalità di qualcuno veniva mostrato. L’unica cosa buona, insomma, è il ritratto più o meno finale della vicenda umana di Taggart, che si rivela un villain con un certo spessore. Insieme anche all’utilizzo dell’odioso Royce (un po’ forzato ma che almeno serve come pretesto per qualche scena un briciolo intensa) riesce a portare il tutto ad una sufficienza stiracchiata.
Zamberletti, come nella precedente occasione, mostra una acuta abilità nello scavare nell’animo di taluni personaggi, per cui non mi spiego perché perda tempo a ingolfarsi dietro a lunghe scene d’azione anziché seguire questi temi narrativi qualitativamente superiori, e che in più mi pare che gli riescano anche naturali.

Disegni: 6. Detto che non faccio salti di gioia per il tratto di Chiarolla, credo che le numerose scene d’azione non abbiano inficiato negativamente la sola componente testuale ma anche quella grafica, visto che le sue anatomie spesso tendenti al grottesco rendono quasi ridicola la resa di scontri che dovrebbero al contrario essere drammatici.
Ne è riprova il fatto che quando la narrazione si fa più statica, escono delle tavole che non sembrano nemmeno parenti delle altre: tutte quelle evocative d’atmosfera, splash page, e molti primi piani riccamente tratteggiati.





LO ZOO DI KAUFMAN
(Nn. 596/598)
Burattini - Nuccio

Testi: 7,5. Questi albi non vinceranno forse il premio per il soggetto più originale, ma quando le cose sono raccontate così bene importa poco.
“Zagor contro il folle cacciatore” si è già visto, come “Zagor rinchiuso e costretto ad affrontare belve e mostri”, per non parlare di quanta svariata zoologia ha avuto la sventura di incrociare la sua scure durante 600 numeri (riconosco però la new entry del rinoceronte), ma se l’adrenalina scorre come scorre bene qua, non c’è nessun problema a riciclare qualche situazione.
Poi non c’è solo questo, intendiamoci. Il Burattini navigato rimpolpa da suo pari intrecciando quanto più può senza rischiare di far scemare la tensione: e allora ecco una ragazza che perde il fratello, marinai traditori, la sempre gradita scenetta con Trampy, e qualche flashback che ci permette di entrare maggiormente nella psicologia del gruppo di cattivi e quindi staccarli dal ruolo di macchietta sempre in agguato.  
Forse in un paio di momenti ci si spinge anche troppo oltre: lo scontro che lascia illeso un uomo in acqua contro uno squalo è assai improbabile. Ma insomma nell’eccezionalità ci può stare, e Hammad avrebbe da raccontarci qualche trascorso a riguardo.
Se, come ebbi a sentir dire dall’autore, a lui riescono senza particolare sforzo questo genere di storie, lo invito a produrne una certa quantità, sempre tenendo ben presente lo spessore dei nemici come in questo caso.

Disegni: 9,5. E’ davvero un peccato che questo ragazzo lavori così poco, dannato sfaticato che non è altro!
Ulteriori miglioramenti dal suo già grandioso esordio, lo portano nell’Olimpo dei disegnatori attuali zagoriani, riuscendo ad unire un vigoroso dinamismo (qua fondamentale) ad una ricchezza di particolari che pur non rallenta mai il ritmo di lettura. A mio parere ciò è dato da una grande padronanza delle anatomie, che conferisce un senso di realismo altissimo. Anatomie non solo umane, ovviamente. Davvero stratosferica la resa che conferisce alla pletora di animali a cui è costretto a dare vita, ognuno col suo tipico movimento che par che esca dalle pagine!
Chicca la citazione di scure e sciabola.

LA PISTA DELLA SPERANZA
(Maxi n. 24)
Burattini - Gramaccioni

Testi: 7,5. Pur se motivi di commozione ne esistono assai (mai vista una sfiga così ripetuta come per questi Mood), non sono riuscito quasi mai a farmi coinvolgere più di tanto, probabilmente proprio a causa della debolezza del capo famiglia. Che non è una colpa, lo so, ma troppo spesso i suoi guai sono figli più di insensatezza che altro, perché non mostra coraggio quando dovrebbe e ne usa troppo quando sarebbe meglio esser prudenti.
O forse, molto più semplicemente, si comporta come si comporterebbe uno di noi, una persona normale, sballottata dalle forze più grandi di lui che governano la selvaggia America dell’800 (e non parlo solo dell’ovest. Anzi, forse di più delle aree urbane, teoricamente più “umane”).
In questo senso, la lettura che a me piace più dare di questo Maxi segue il raffronto (e, sarebbe bello, una denuncia sotterranea ma voluta da parte degli autori) tra la condizione dei migranti di allora e di quelli odierni. E tra l’identico sprezzo e razzismo (e qua cade a fagiuolo citare un argutissimo utile sputo:  “Quando uno dice: “Io non sono razzista ma…” significa “Io SONO razzista E…””) da parte di chi già abita quelle terre, magari figli di migranti antichi a loro volta, verso i nuovi arrivanti. Che scappano da condizioni di vita insostenibili, e continuano a saltare di dolore in miseria, di lacrime in umiliazioni prima di trovare, forse, una qualche stabilità. Trovo perfino pedagogico che questo fumetto si premuri di mostrare tutto questo in presa diretta, di far toccare al lettore con la forza dell’immedesimazione certe dinamiche che non sono solo parole da leggere distrattamente ma sangue e speranze.
Ciò detto, la lettura scorre agevole pur non raggiungendo mai particolari picchi emotivi almeno per me, tranne nell’epico inizio del tornado e ancor più nel finale con la famiglia unita intorno al povero Miles, nonché nello scambio di frasi tra Zagor e la giovane Sharon, davvero molto maturo e femminilmente romantico (il Nostro usa di fondo lo stesso concetto snocciolato a Frida, ma almeno mantenendo una dignità maggiore nel poi).
Bello anche il finale a sorpresa con lo Zagor sulle loro tracce criminali (il primo riferimento che mi è comparso in testa è lo “Sciopero” di Ken, ma forse è percé pensavo alla carovana Donaver tutto il tempo), e ca va sans dir, la immediata decisione di non fare il poliziotto e lasciarli liberi. A mio parere è mancato solo un discorsetto maggiormente autogiustificativo mentre gonfiava di cazzotti Cunningham (di più, di più doveva dargliene!) sul fatto che anche il piccolo Pat è figlio di pidocchi immigrati irlandesi venuti a succhiare il sangue degli americani.
E’ da tematiche come queste e dal sapiente sfruttamento del macrocosmo esterno/reale (oltre che del più classico microcosmo interno/fantastico) che baso la mia convinzione che la serie abbia ancora tanto da dire, se si cerca la qualità.

DISEGNI: 6-. Come per la scorsa volta, Gramaccioni alterna fasi (tipicamente iniziali… ma ahimé molto lunghe) talvolta imbarazzanti, con tratti minimali, visi non centrati o cangianti tra le vignette, e tratteggi quasi fanzinari…. a passaggi in cui ti stupisce per i motivi esattamente opposti, con anatomie curate e arricchimenti di tratto quasi moebiusiani. Un disegnatore misterioso, di cui in ogni caso non ho certo sentito la mancanza in questi anni.

TAMBURI NELLA NOTTE
(Nn. 598-599)
Rauch - Pesce

Testi: 6+. Un chiaro riempitivo ma tutto sommato gradevole, per quanto privo di veri imprevisti. Ai nostri vanno tutte bene, gli snodi filano nel verso che devono filare, ma del resto se si vuole chiudere le cose in un albo e mezzo non si può fare altro. I cattivi, ad esempio, danno davvero pochissimo filo da torcere: uno viene fatto fuori con un colpo da lontano e l’altro nel duello d’ordinanza durato 4 pagine. Ma ripeto, non voglio farne una colpa allo sceneggiatore che, obbligato a non poter rubare spazio all’importantissimo ospite che lo seguirà il mese prossimo, riesce comunque a fare in tempo a delineare sufficientemente alcuni personaggi e a creare un minimo di pathos.
Una perla invece la tavola 96 del secondo albo: è un distillato di autentica filosofia zagoriana che vorrei vedere dilatarsi più spesso sulle pagine.

Disegni: 7,5. Il solito bravo Pesce, la cui pecca maggiore è quella di rimanere troppo agganciato alla gabbia a sei vignette (si veda la splendida splash page che apre il secondo albo), ma che certo sa come si disegna al servizio della lettura.
Bravo nel dinamismo ma soprattutto su diversi primi piani, specie quelli in cui al disegno è chiesto di sottolineare l’intensità dei dialoghi. Dispiace vederlo così poco spesso.

IL GIORNO DELL'INVASIONE
(N. 600)
Rauch - Ferri

Testi: 8. Come sostengo sempre, non è facile scrivere Zagor in 94 tavole, ma Rauch ci riesce più che bene. La fa bilanciando scene d'azione e statiche, e in queste ultime compie l’impresa di approfondire il villain, cosa fondamentale in genere ma in questo caso tutt'altro che facile dato che gli Akkroniani non sono mai stati tipi di tante parole. Non era agevole nemmeno trovare un motivo che giustificasse la discesa aliena per la terza volta, ma anche qua l'idea del voler capire ciò che alla loro scienza sfugge, regge alla grande perché si confà alla loro forma mentis.
Mi è piaciuto che si sia lasciato inalterato anche la morale di fondo che scaturiva dalla storia del 1980, e cioè che "la fede nelle misteriose leggi della magia dei popoli primitivi riesce a superare i ritrovati tecnici di una razza evoluta e intelligentissima”, anche se l'intervento finale in cui Rakum ripristina il teletrasporto è troppo da comodo deus-ex-machina: avrei preferito un'altra soluzione.
Il vero peccato è che una bomba come un'invasione aliena venga strizzata in un solo albo, a meno che non li rivedremo insieme a Hellingen dal prossimo mese.
Nota finale per l'incipit cichiano: canzoncina e gag perfette, sembravano scritte veramente da Nolitta!

Disegni: 10.

PS: La miglior colorazione vista su Zagor, andando a memoria.

IL PASSATO DI GUITAR JIM
(Color n. 3)
Burattini - Kerac

Testi: 6. Come per il passato di Fishleg, l’unica parte stimolante anche se poco originale è quella relativa alla giovinezza di Jim, ma che purtroppo per esigenze di spazio è obbligata a svolgersi nel meno digeribile flashback. Il resto, anch’esso dovuto per bilanciare le sequenze di rimembranza, è costituito da vicende di nessun interesse.   
Dopo tre anni mi viene da dire che questi color si stanno rivelando più come un’occasione sprecata anziché il contrario, nel senso che aspettare 40 anni per sapere come Fishleg abbia perso la gamba o come Jim abbia imparato la chitarra, e poi vederselo raccontato in un pugno di pagine di corsa, diventa quasi fastidioso.
Meglio, molto meglio, sarebbe eliminare questa testata da 128 pagine ed espandere questi racconti - che sono poi “per fan” - in un degno quantitativo di albi all’interno della collana regolare (la mente, non lo nego, corre al fantastico “Passato di Carson” e alle sue tante pagine).

DISEGNI: 6. Il mestiere c’è e non lo scopro certo io, ma a mio parere staziona in una media fascia bonelliana .  
Buono il tratto preciso e pulito, scadente la componente spettacolare, a parte alcuni movimenti particolari nelle scene d’azione. Ma quel che affossa il voto ai miei occhi è l’interpretazione del viso di Zagor, troppo squadrato e aggressivo, nonché quello del contrariamente smilzo Jim, che qua non sembra affatto lui (mi ricorda piuttosto Romeo Sullivan). Ciò viene aggravato dalla misteriosa scelta del colore dei suoi capelli, che sono semplicemente gialli (come si vede nel n.100 e… su questa stessa copertina!) e non marroncini. Boh.
Da strimpellatore, ho invece molto apprezzato che ogni volta che Jim suona, compone con le dita dei veri accordi, a differenza delle sue precedenti apparizioni.  

 
LA NUOVA FOLLIA DI VERYBAD
(Maxi n. 25)
Altariva - Mangiantini

Disegni: 5+. Dico subito cosa mi è piaciuto: il discorso di pag. 189, il tentativo di definire bene Blake, e la curiosa sensazione di vedere uno Zagor cattivo.
La cosa peggiore è invece proprio il nocciolo della storia, cioè la macchina per scambiare cervelli: un qualcosa veramente da B-movie (o “fumettone”) di 50 anni fa, al giorno d’oggi assolutamente improponibile se non supportato quantomeno da approfondite spiegazioni scientifiche sensate (e sicuramente non è questo il caso) e/o usato a pretesto per conseguenti analisi psico-sociologiche (e probabilmente non è questa la testata adatta. Si veda al riguardo il fantastico Mr. Jinx di Castelli).
Per il resto, è compitino. Non ci sono buchi di sceneggiatura né incongruenze vistose, ma è tutto senza cuore né adrenalina. Si inanellano i soliti cazzotti, spari e inseguimenti per 288 pagine, senza peraltro nessun vero colpo di scena (anche il piano di Blake era lampante dopo due vignette col nipote). Ad aggravare gli sbadigli vengono poi inserite alcune tonnellate del vituperato (non da me, ma in questo caso lo segnalo anch’io) spiegazionismo, che obbliga i personaggi a descrivere ogni gesto appena fatto o potenziale, e come se non bastasse si aggiungono pure le didascalie ridondanti (es. pagg. 93-94), anch’esse da fumetto primitivo.
Peccato, da uno sceneggiatore esperto mi aspettavo di più.

Disegni: 8,5. Per fortuna, a differenza della testa, almeno gli occhi hanno goduto di questa lettura. A parte il solito viso di Zagor (però molto importante) che proprio non riesce ad entrargli fino in fondo, per il resto c’è poco da dire se non levare i soliti applausi, particolarmente calorosi nelle scene scure, nelle quali si produce in uno strabiliante quantitativo di tratteggi d’atmosfera.




L’EREDITA’ DI HELLINGEN
(Nn. 601/605)
Testi: Burattini – Disegni: Ferri (prima parte) - Sedioli/Verni (seconda parte)

Testi: 9. Innanzitutto ho deciso di considerarla come un’unica run, perché di fatto lo è, al di là di chi si è occupato dei disegni dei due segmenti.
Il primo è quello che ho trovato meno avvincente, di base perché incentrato sui combattimenti, ma anche per la precipuità del nemico. Se infatti da un lato la sua natura di robot invincibile spinge positivamente in alto l’asticella di che cosa si deve inventare il Nostro per sconfiggerlo, dall’altro abbassa a zero totale l’altro parametro fondamentale per giudicare un cattivo, cioè la sua personalità.
Per fortuna che, da quando subentra nel pieno della scena il buon vecchio Hellingen, la faccenda cambia eccome. L’ossuto pazzoide si dimostra a questo giro particolarmente efferato, in pensieri parole e azioni, ma come è giusto che sia per il ruolo di nemesi che occupa nella saga. In passato aveva mostrato diversi barlumi di “normalità”, che in questa incarnazione vengono completamente spazzati via, per lasciare posto ad un figlio di buona donna come pochi. E’ un piccolo prezzo da pagare per ottenere lo scopo, apprezzato e del tutto riuscito, di tirare le fila di tutti gli Hellingen visti e di fornirgli un passato assolutamente realistico e in linea con la sua mentalità.
Operazione questa non facile perché rischiosa di contraddizioni con quanto già fatto, come tutt’altro che agevole era inventare un nuovo modo di fare tornare il mad doctor dopo Nolitta, Sclavi e Boselli, ognuno dei quali sembrò peraltro aver stabilito a suo tempo un punto di non ritorno, poi invece valicato se pur con alterne fortune. Burattini si iscrive dunque brillantemente all’elenco degli autori che superano alla grande la prova di maneggiare un simile character, e se vogliamo aggiungere lodi consideriamo che più si va avanti più è difficile trovare qualcosa di nuovo e ugualmente coerente.
In questa storia si immette quindi un ulteriore tassello nel tratteggio del villain più importante, non sulla linea dell’attuale o per il futuro, ma al contrario pescando in quanto non narrato finora. Confrontandolo con alcuni “Color”, balza all’occhio come la maggiore disponibilità di pagine renda più agevole e qualitativamente superiore l’esercizio del “Il passato di…”. Questo del giovane Garth (!) è perfetto, congruente e soprattutto la parte della conferenza anche curata dal punto di vista dell’eloquio, come ottime le spiegazioni scientifiche date a Zagor (se lui non può capirle non importa, il lettore sì) e in altri momenti. Debbo però dire che dal punto di vista storico non mi ha convinto più di tanto il mancato accoglimento delle teorie eugenetiche da parte degli accademici americani: un ipotetico accostamento col cognome di tendenza germanica e il nazismo viene tranquillamente superato dalle convinzioni in atto negli USA nello stesso periodo, e anche dopo (il nome di Harry Laughlin dice niente?). Ma è un appunto poco importante, anche considerando l’impostazione “positiva” della serie.
Il cattivo è uno solo, e lo è particolarmente. Ma forse per un gioco di specchi, anche l’eroe risente del riverbero di follia emanato dalla sua nemesi, e come già in altre occasioni di fronte a lui perde le staffe trasformandosi in qualcosa di molto più istintivo e feroce, finanche spietato, dello Zagor a cui siamo abituati negli ultimi anni. Personalmente mi piace rivedere ogni tanto questo lato fortemente umorale dello Spirito con la scure, così come definito da Nolitta in molte occasioni. E’ una caratteristica che aggiunge passione e intensità al narrato, oltre ad avere piena cittadinanza, per cui io ne caldeggio l’utilizzo quando occorre senza problemi.
E lo zenith (eh eh…) di questa passionalità arriva nel momento in cui il Nostro pensa che sia arrivata la sua ora: “Io ho pagato il mio debito di sangue per la mia vendetta di tanti anni fa… Ho lottato per la pace e per la giustizia… e sono certo di avere vinto… anche questa volta!”. Cazzarola, parole da scolpire nelle mensole di ogni zagoriano, davvero un toccante manifesto della sua etica e del perché fa ciò che fa!
Però qua sul fondo ci sta anche il vero punto debole del tutto, e cioè l’evocazione a Wendigo come risoluzione dell’empasse. Intendiamoci, non è usata senza consapevolezza come in altre occasioni, e ci si premura di prepararla e motivarla con le riflessioni Tao di Zagor, le sue esperienze e il suo istinto, ma rimane. E di default detesto scappatoie magiche e deus ex machina. Solo questo abbassa un po’ il voto.

Disegni prima parte: 10.
Disegni seconda parte: 8,5. La collaudata coppia è ormai una garanzia di resa e lestezza, che ha come primo merito l’estrema leggibilità, mentre di contraltare difetta nella spettacolarità. Fanno eccezione alcune tavole particolarmente d’impatto, come gli spaccati di ricordi di Hellingen e Zagor, da appendersi subito in studio (eh, magari!).



ANNATA 2016

IL MOSTRO DI PHILADELPHIA
(Nn.605-606)
Burattini - Russo

Testi: 6,5. Uno scazzottante riempitivo su cui non c'è molto da dire, se non che si lascia leggere bene anche se è quasi tutta azione. Le parti migliori sono quelle tratte dal romanzo di Poe ma, essendo diciamo non originali, non le conto più di tanto.
Il colpo di scena finale è prevedibile, non perché ci fossero stati degli indizi ma per semplice esclusione: se Reynolds è fuori dalla lista dei sospetti, l'unico che rimane tra quelli visti non può che essere Malone. I limiti dei gialli in un albo e mezzo.
In ogni caso per tutta la lettura ho pensato che Zagor fosse un po' troppo credulone, dato che né Malone né Tibbs gli hanno fornito alcuna prova di quanto andavano affermando, ma ho lasciato correre sempre per i limiti di spazio di cui sopra.

Disegni: 8,5. Molto bravo questo nuovo acquisto. Peccato solo per i profili: non c'è praticamente un viso di Zagor in questa angolazione che sia azzeccato, ma spesso anche la figura intera è legnosa o spoporzionata. Un mistero, poiché per il resto ha veramente un bel tratto molto preciso, rendendo con grande cura tutte le ambientazioni urbane sia in interni che esterni. Ottime e spettacolari anche le scene di lotta e di inseguimenti.

BERSAGLIO: BAT BATTERTON
(Maxi n. 26)
Mignacco - Cassaro

Testi: 5. La storia in sé sarebbe anche leggibile (ma niente di più): peccato che non sia una storia di Zagor ma di qualche altro personaggio.
I character tradizionali della collana vengono infatti spogliati delle loro caratteristiche, mettendo loro addosso un vestito tendente al neutro, narrativamente anche corretto ma che li rende sostituibili con qualunque altro.
Zagor, in primis. Non interviene praticamente mai, continua a girare di qua e di là cercando di sedare la rivolta nelle modalità che userebbe un diplomatico, non un interventista quale è. Non sto dicendo che dice o fa sciocchezze, e ci sta pure che Zagor usi anche le parole, ma non deve fare solo quello. Non c'è mai pathos nei suoi interventi, solo un continuo cercare di ricondurre tutti alla ragione predicando calma.
Il simbolo più alto di questo snaturamento è la vignetta di pag. 109, quando afferma che "Non mi piacciono quelli che decidono di farsi giustizia da sé...". (Eehhhhh?!?) ...disse il GIUSTIZIERE di Darkwood!
Ma che, stiamo scherzando? Ripeto: in sé è una frase di buon senso, ma in bocca a Zagor non si può sentire!
Il finale è pure carino e se vogliamo un pizzico poetico, ma per qualcun'altro: questi due hanno sterminato una intera tribù e altri poveracci, e Zagor non solo non si indigna, ma benedice la ritrovata amicizia e peggio ancora la prescrizione degli omicidi, sorridendo alla "scurdammuce o passato".
Anche Cico, che OK che è un personaggio difficile, ma qua Mignacco manco ci prova, e lo trasforma in una semplice spalla neutra, che ha la sola funzione di permettere a Zagor di esplicare al lettore i proprio pensieri.
Ma il peggiore di tutti è proprio quello che da' pure il titolo, cioè Bat Batterton. Ma come? Pure nell'editoriale si ricorda quale è lo spirito di Bat, ovvero pura macchietta,  buona per gags anti-detective o siparietti comici con Cico (del quale sì che è la spalla perfetta)... e qua al contrario lo si trasforma in un detective "vero", perfino in grado di compiere degli autentici miracoli in quella disciplina che invece è sempre stato il cuore della sua inefficacia, cioè l'imbranataggine nei travestimenti! Che poi, anche questa cosa... 40 anni fa ci poteva stare che il lettore potesse accettare che un paio di baffi finti potessere rendere irriconoscibile qualcuno (che alla fine se andiamo a vedere non era vero nemmeno allora, visto che l'insostenibilità del camuffamento diventava sempre il centro della gag, che appunto veniva già allora proposta in un registro umoristico), ma oggi, l'idea che una persona si presenta più volte ad una pletora di persone cambiando abbigliamento e i baffi e nessuno lo riconosce mai... davvero non regge. Bat, come tutte le altre fantastiche maschere nolittiane, vanno usate nei contesti in cui sono nati, punto. Altrimenti sono altri personaggi e non ha senso recuperarli.
Aggiungo altresì alle note negative il clamoroso spoiler della copertina, che fa capire fin da subito che la rivelazione del mistero aveva a che fare con degli indiani morti molti anni addietro: un autentico scivolone redazionale.

Disegni: 5. Le primissime pagine sono perfino buone, e un po' tutta la prima parte forse galleggerebbe anche sulla sufficienza, ma poi nella seconda sforano abbondantemente il limite della pubblicabilità con tutti i tratti abbozzati dalla media distanza e molti visi (specie Zagor) che cambiano in continuazione da una vignetta all'altra. Vista la caduta libera in corso d'opera posso ipotizzare uno stringimento dei tempi di consegna che li ha costretti a tirare via, per cui se già la mano lascia a desiderare normalmente, lascio immaginare.

IL RITORNO DEI LUPI NERI
(Nn. 607-608)
Capone - Bisi

Testi: s.v. Davvero bella questa ultima di Capone, in così poche pagine riesce a metterci tutto: trama coerente, adrenalina, ottimi villain, e più di un dialogo degno di nota. Sopratutto le personalità sono sempre tenute sotto i riflettori, ognuno ha le sue motivazioni (comprensibili, dal punto di vista di ognuno) per fare quel che fa, e questo conferisce il realismo indispensabile in una storia che vede dei tizi con su delle armature da lupo. Da sottolineare anche la teatralità di Zagor con cui viene chiuso il primo albo.   
Per tanti anni ho rimpianto l'abbandono di Ade da Darkwood, per quanto apprezzassi il suo coraggio editoriale nell'arrischiarsi in porti meno sicuri della Bonelli Editore. Però mi mancava, perché per me aveva dimostrato di essere il miglior talento tra quanti si cimentarono su Zagor in quel periodo. Ed è inutile dire quanto ci mancherà da adesso.

Disegni: 9. Ancora una grandissima prova di Bisi, sul quale i complimenti si sprecano come sempre. Solo il viso nei primi piani di Zagor non mi convince, ma per il resto... wow! La vegetazione in particolare è strepitosa, la ricchezza dei dettagli che sparge ovunque, qua raggiunge il suo apice. Grandiose anche tutte le scene di azione... mi sembra particolarmente dotato nelle splash page all'americana, quindi invito gli sceneggiatori futuri a fargliene fare in quantità.

LA BANDA DEI CINQUE
(Speciale n. 28)
Altariva - Chiarolla

Testi: 7. Finalmente uno Speciale che si legge volentieri, ed è bravo lo sceneggiatore a non sprecare la annuale limitatezza di pagine con inutili scazzottate, utilizzando al contrario una tecnica a continui intrecci, attraverso i quali ogni verità acquisita non è mai quella che sembra.
Le parti sottotono sono infatti proprio quelle di scontri, in particolare l'incendio nel magazzino e la resa dei conti finale. Si notano infatti passaggi troppo sincopati (esempio: Jacob viene fatto fuori in una rapida vignetta senza alcun pathos, o Zagor si taglia le corde con la abusata roccia appuntita), forse per non sprecare troppe pagine ma il risultato è insoddisfacente, e l'adrenalina non ha il tempo per scorrere.
Un altro appunto (importante) è la versione di uno Zagor un po' troppo indifferente ai fatti, che fa il suo dovere di eroe ma con impatto emotivo decisamente scarso. Peccato perché è chiaro come l'autore cerchi di legare la vendetta dei ragazzi a quella del giovane Pat, ma questo aspetto viene limitato a qualche baloons, senza alcuna vera azione che coinvolga il lettore. E' un caso in cui si preferisce "dire" anziché "far vedere", ma forse torniamo ai limiti di lunghezza.
A parte questi aspetti e appunto certi veloci espedienti, ribadisco che la storia è robusta e ben scritta, senza passaggi a vuoto e con personaggi ben delineati (anche la veloce comparsa Beverly ha tempo di non essere piatta), per cui mi sento di essere un po' più fiducioso su Altariva, la cui prima storia su Verybad mi aveva invece deluso.

Disegni: 6. Quando si muove su una semplice storia western, senza scene d'atmosfera inquietanti, i limiti (o almeno quelli che io considero limiti) di Chiarolla vengono tutti fuori. Purtroppo le sue scene d'azione sono alle volte semi grottesche (esempio: l'imbarazzante Zagor di pag. 115 che pare quasi tenere le mani in tasca mentre gli stanno per sparare), ma è il suo stile in genere che  non incontra i miei favori, per quanto gli riconosca una cura del particolare degna di nota.

L'OMBRA DEL FARAONE
(Nn. 608/610)
Burattini - Torricelli

Testi: 5. Sintetizzando: un reprise di cui non si sentiva la mancanza, e per il quale di certo continueremo a non sentirla.
Già la vicenda originaria era alquanto improbabile, ma vabbè, erano gli anni ingenui e spensierati, però oggi sa troppo di tirata a forza. Che poi, se ci si sforzasse di "attualizzarla", cioè stando ben lontani dalle ingenuità narrative tipiche di 50 anni fa, e quindi riproponendola in un modo maturo, con approfondimenti psicologici e di ambientazione (come si è fatto per esempio nelle trasferte), starebbe anche bene, ma qua si usa l'antico Egitto come una location qualunque, e in questo modo si spreca un'occasione data da una cosuccia come un ritrovarsi a qualche migliaio di anni prima, che non dovrebbe capitare tutti i giorni.  
La cosa singolare è che in diversi punti ci si sforza di fornire qualche spiegazione razionale (il che è meritorio) sulla vicenda altrimenti delirante di un tizio che ha il denaro e la voglia di costruire piramidi nel bel mezzo dell'Indiana, con tanto di deserto e dromedari, ma poi nella versione attuale si finisce per mettere in piedi situazioni ancor più improbabili come appunto i viaggi nel tempo e un genio della lampada, per sconfiggere il quale diventa purtroppo d'obbligo utilizzare le comode arti magiche.
Nemmeno mi piace lo Zagor sbudellatore di chiunque gli si pari davanti, ma non è gravissimo. Lo è di più invece lo Zagor praticamente incapace di provare meraviglia, e di farcene provare, di fronte ad una esperienza strabiliante che sta vivendo.
E' una storia leggerina, insomma. Portata avanti quasi per inerzia. Poi si legge senza fatica, ed è cosa buona, ma di polpa ce n'è davvero poca poca.

Disegni: 7. Un Torricelli che mi è apparso sottotono, alterna buoni momenti a troppi altri (sopratutto dalla media distanza) in cui i visi si fanno abbozzati e quasi irriconoscibili. In generale manca molto "sense of wonder" a cui ci aveva abituati in passato. Non a caso forse tra le scene migliori ce ne sono diverse col genio.
Ci sono poi molte vignette dal tratto incomprensibilmente inspessito, quasi fossero fotocopie ingrandite, e non capisco se si tratti di interventi redazionali o sia stato un espediente del disegnatore per velocizzare le consegne. In ogni caso l'effetto è pessimo.


L'UOMO CHE VEDEVA IL FUTURO
(Maxi n. 27)
Altariva - Di Vitto

Testi: 6. Sufficienza risicata per uno dei tanti (e quindi troppi) riempitivi di questo 2016, finora purtroppo caratterizzato da storie quasi tutte insolitamente corte.
Anche questa è una storiella che come arriva se ne va, e che per tutto il tempo si limita a riproporre la sequenza di visioni, reazioni, nuove visioni, nuove reazioni, ecc.
Ciò nonostante non si legge malvolentieri, e i personaggi sono sufficientemente delineati così come i rapporti tra di loro.

I RINNEGATI
(Maxi n. 27)
Zamberletti - Di Vitto

Testi: 5,5. Il plot è anche interessante, ma una simile vicenda di spionaggio, intrighi internazionali, doppi giochi e contro doppi giochi, diventa veramente pesante da seguire se costretta in un così esiguo numero di pagine.
Sinceramente, ad una prima lettura ci ho capito ben poco, e solo riprendendo in mano l'albo alla fine e sapendo già quale fosse il ruolo dei vari interpreti, sono riuscito a ricostruire (ed egualmente non senza qualche fatica) una mappa di chi faceva cosa, da quale parte, e perché.
Ci sono insomma troppi troppi fatti che devono essere assorbiti dal lettore solo tramite i racconti che fanno i personaggi: questo impasta molto la fruizione, a differenza del mostrarli in presa diretta, ma appunto sarebbe servito molto più spazio.
Anche l'evento abbastanza raro sulla serie della presenza di un personaggio storico come sir Peel risulta sprecato in una storia minore. Sprecato anche perché le sue considerazioni sul perché si combattono le guerre, sulle ragion di Stato e così via, sarebbero state molto interessanti in un contesto più consono. Così invece vengono accolti solo come nuovi enormi balloon di spiegazioni da leggere pure alla fine, dopo averne già letti a quintali per tutto il tempo.
Finora Zamberletti si è cimentato solo su lunghezze abbastanza modeste: non so se è lui che presenta soggetti così strutturati o se è solo sfortunato a finire su Speciali vari e quindi obbligato a strizzare la narrazione. In entrambi i casi, invito la redazione a permettergli di - o stimolarlo a - misurarsi su distanze molto più ampie. Il suo è uno stile che finora è apparso particolarmente verboso e faticoso da leggere, e pertanto credo che beneficerebbe molto di uno stemperamento dovuto all'avere il tempo di mostrare le cose anziché solo raccontarle. Questo perché si capisce che le potenzialità ci sono, ma finora non è mai riuscito a renderle concrete.

Disegni: 7. Rispetto all'ultima prova, mi sembra un bel passo indietro dei Di Vitto, che mantengono la loro buona scorrevolezza ma incrementano il loro peggior difetto, cioè i volti (davvero mediocre quello di Zagor, specie di profilo) e anche una certa innaturalezza di movimenti in molte scene d'azione. Belle invece come sempre le sequenze boscose, e in genere tutti i fondali.

I DOMINATORI
(Nn. 611-612)
Zamberletti - Chiarolla

Testi: 6+. Come vaticinavo, lo Zamberletti con a disposizione un po' più di pagine migliora sensibilmente, tanto che credo sia la sua migliore storia, a memoria.
Il problema è che anche stavolta mette troppa carne al fuoco, finendo quindi per non cuocerne bene alcuna. Cosa vuole infatti raccontare in questa storia? L'arroganza del capitale che non esita a devastare ambienti e persone pur di guadagnare? Cogliere l'occasione per mostrarci storicamente la allora pionieristica estrazione petrolifera? Il dramma di un indiano che ha venduto la propria anima e poi la recupera?
Sì, vuol far vedere tutto questo e anche altro, e in duecento pagine finisce per abbozzare tutto.
Peccato perché quando punta la lente sull'individuo è bravo, e sicuramente la parte migliore è la vicenda di Ayashi, dalla sua umiliazione quando lecca il whisky a terra, alla sua resurrezione come guerriero, il confronto con Zagor e il suo ricordo nelle parole del padre. Però sono piccoli lampi, per di più in mezzo a troppe troppe pagine di noiosi inseguimenti e sparatorie, che contribuiscono ad ingolfare ulteriormente i tanti elementi già ficcati dentro.

Disegni: 6,5. Come già detto sopra, se circoscritto a disegnare solo "normali" scene western, Chiarolla non riesce a tirare fuori le sue doti migliori, che sono sopratutto di atmosfera. Non a caso le sequenze più riuscite sono quelle relative alle esplosioni, con una resta spettacolare delle deflagrazioni e del conseguente paesaggio da incubo. Cade invece sovente nelle scene d'azione, a seguito di sue particolari interpretazioni della fisica anatomica che lo porta spesso a far compiere ai corpi movimenti bizzarri, ai limiti del ridicolo, togliendo quindi drammaticità alle scene.

IL SEGRETO DEL COLONNELLO PERRY
(Color n. 4)
Zamberletti - Di Vitto

Testi: 6,5. Ci sono i soliti difetti, ma anche qualche pregio in più. Come sempre, poche pagine e troppe linee narrative, il che rende necessari continui e noiosi racconti dei personaggi sul perché e per come si sono trovati lì, cosa vogliono, ecc.
(Nota polemica: basta con le morti accidentali. Ogni tre per due c'è uno che si infilza col suo stesso coltello o si rompe la testa contro qualcosa dopo un pugno.)
Per fortuna l'autore non abbandona nemmeno le discrete caratterizzazioni personali e qua e là c'è più di un dialogo piacevole da leggere. Buona l'idea di mostrarci l'adolescenza di Perry, in modo da mostrare la sua formazione individuale coerente con ciò che è diventato.
Ma la vera scintilla è il finale, e la scoperta dell'identità del giovane indiano salvato da Norman, che personalmente mi ha sorpreso e che chiude ottimamente tutto il cerchio narrativo, con quel che ne consegue.

Disegni: 6,5. I Di Vitto mi sono sembrati ulteriormente peggiorati a questo giro. Non so di preciso perché, forse c'entra qualcosa il colore.
Le anatomie, i visi, i capelli di Zagor(!), le scene di lotta mi sono sembrate sgraziate come mai. Non che fossero mai stati il loro punto di forza, ma in questo caso mi sono emersi tutti i loro difetti.
Anche i fondali e tutta la vegetazione, tipicamente resi benissimo con grandi giochi di ombre in b/n, mi sono forse stati uniformati dalla presenza del colore, e quindi non hanno contribuito come fanno di solito a innalzare il voto.




GLI ASSASSINI VENUTI DALLO SPAZIO
(Nn. 613/614)
Burattini - Barison

Testi: 6,5. Mah, personalmente non amo molto queste storie "estreme" dello Spirito con la scure. E con questo termine intendo che se è pur vero che nella sua testata hanno diritto di cittadinanza gli esseri più improbabili, credo che robette come visite extraterrestri andrebbero usate in condizioni iper eccezionali, con storie forti che meritino e supportino un tema così straordinario (esempio ovvio: gli Akkroniani). Se quindi già con la prima venuta di Warzak storsi il naso, in quanto riempitivo, davvero non sentivo il bisogno del ritorno addirittura di un villain inutile come Hays accompagnato da tre marziani.
Stabilito questo, ripeto quanto dissi in occasione della prima minaccia aliena e cioè che per fortuna Burattini sa scrivere e rende quindi piacevole anche un soggetto che tende a scivolare di continuo verso il B-movie.
La figura migliore è quella del vecchio cieco, un misto tra l'analogo in Frankestein jr. e il pescatore di De André, che scalda il cuore del lettore e anche quello di uno dei mostri, specie nella bella sequenza che ripercorre la sua vita e nel finale.
La lettura in genere scorre bene, c'è la sua buona dose di adrenalina e non dispiace lo Zagor cazzutissimo dello scontro risolutivo, con l'abbigliamento da Rambo e la stessa determinazione.

Disegni: 6+. E' uno stile che non amo, con questi neri così pesantemente caricati, e di conseguenza molti particolari che vengono abbozzati o coperti. Peccato, perché quando poi si cimenta in situazioni più solari (ad esempio da pag. 50 del secondo albo), ti accorgi di come questi particolari li sappia disegnare, e bene.
C'è poi da dire che il viso del suo Zagor è troppo duro e granitico, anzi è SOLO duro e granitico, e di conseguenza non è Zagor. Non lo è nella sua interezza di personaggio, ne sa fare solo una espressione, oltre ad una fisionomia non centratissima.      

GLI UCCISORI DI INDIANI
(Maxi n. 28)
Burattini - Prisco

Testi: 6,5. Un'occasione sprecata. Considero "La lunga marcia" una delle migliori storie degli ultimi 20 anni, e quindi pregustavo questa che avrebbe dovuto essere una "parte 2", almeno nell'idea che mi ero fatto.
Invece, nulla di tutto questo. O almeno, per il primo più che buono centinaio di pagine anche questo Maxi pare intenzionato a riprenderne i temi, ma poi andando avanti si capisce come questi riferimenti iniziali vengano abbandonati in fretta per la strada, e il tutto si trasforma (e si trascina) di fatto in un banale inseguimento dei soliti banditi alla ricerca di un carico d'oro.
La disperata lotta per la sopravvivenza di una tribù di deportati, i drammi umani che ne scaturiscono, lo sprezzo dei georgiani per la vita di chi è diverso da loro... niente di ciò è presente in questa storia, se non in fugaci accenni. Il che è due volte grave: lo è in sé perché abbassa il livello di lettura, e lo è perché sono temi dentro i quali Zagor potrebbe giganteggiare come mai in manifestazioni di eroismo straziante ed epico, mentre lo si usa solo nella sua veste più terra terra, ovvero il giustiziere che insegue i banditi, spara, ecc.
Un'occasione sprecata.
Poi, al di là di quelle che erano le mie attese, come storia in sé occorre dire che è scritta bene, e non mancano scene interessanti (ad esempio, Zagor in un bordello... shock!) ma tutte concentrate sempre nel primo centinaio. Peccato.

Disegni: 7,5. Bravo è sempre bravo, nulla da dire, ma ai miei occhi paga molto il processo di stilizzazione che mi pare si stia sempre più accentuando col tempo, specie nelle figure umane. Per il fondali rimane il solito alto livello di dettaglio, ma nelle definizioni di persone e visi spesso ci sono degli abbozzi che non mi soddisfano.

ZENITH 666
(n. 615)
Mignacco - Piccatto

Testi: 6. Sinceramente non mi aspettavo nulla da questa storia, trattandosi di un albo meramente celebrativo, che nell'autore e nelle caratteristiche rimandava a quell'esperimento fallimentare che fu la storia della trasferta che collettava le copertine di Mister No.
Invece devo dire che, pur presentando una storia modesta, Mignacco è riuscito ad amalgamare bene i vari elementi sclaviani senza trasmettere l'idea di essere appiccicati a forza per dovere di impostazione, come fu per la volta precedente.
In questo modo anche le varie citazioni - da Cico nel cimitero al coniglio rosa - non hanno contribuito ad appesantire, ma sono state percepite per quegli inside-jokes che sono. Anzi, quella finale, con la rivelazione che Xabaras ha sviluppato il proprio siero partendo dal campione di acqua del lago, è perfino geniale. Rappresenta una specie di cortocircuito spazio temporale tra testate diverse e stesso autore come ponte: insomma, molto sclaviana.

Disegni: 5. Trent'anni fa su Dylan era uno dei miei preferiti, poi una parabola terribilmente involutiva, almeno ai miei occhi. I volti sono tutti bruttissimi, e quelli dei protagonisti non c'azzeccano nulla. Va bene la guest star in occasione della ricorrenza dylaniata, ma non è adatto a Zagor.

I colori invece sono ottimi, di certo molto migliori di quelli piatti visti finora. Qua invece la varietà di sfumature ed ombre è ben variegata, sia pure presentandosi con un taglio "cartoonesco" che a mio avviso però ben si sposa col personaggio, facendone spiccare il costume in fondo da supereroe e lo smeraldo della sua foresta.



ANNATA 2017

VAMPIRI!
(Nn. 616/618)
Rauch - Della Monica

Testi: 7. La faccenda parte bene, il primo albo è sicuramente il migliore e l’effetto introduttivo è ottimamente soddisfatto. I personaggi cominciano ad apparire con i dovuti tempi, il mistero è un po’ mostrato e un po’ no, la tensione sale.
Poi però tutto il resto continua nello stesso modo, si avvita su sé stesso e gira in tondo senza mai mostrare una direzione precisa, se non quella della ricerca di Rakosi, che però si allunga a dismisura, rivelandosi essere alla fine una mezza beffa dato che l’arcivampiro non entra mai in scena, trasformando tutta la storia in una specie di prologo infinito al nuovo (autentico?) ritorno di Rakosi, a data da destinarsi.
Devo dire che non la ritengo una scelta strategica azzeccata. Da lettore, provavo un fastidio sempre più crescente mentre vedevo assottigliarsi le pagine rimanenti e ancora Rakosi non si vedeva. Verso la metà dell’ultimo albo si è trasformata in irritazione autentica, chiedendomi “Ma mica me lo risolveranno in qualche cazzotto con Zagor?”. Insomma, questa attesa dilatata senza sbocco ha prodotto in me – e credo di non essere il solo – la tendenza a non gustarmi più di tanto la storia, che non capivo dove andasse a parare, sapendo fin dall’inizio che entro il terzo albo si sarebbe dovuta concludere.
A tutto ciò ha contribuito in negativo l’eccesso di gruppi di villain da affrontare. Già Ylenia insieme a Rakosi finisce inevitabilmente per depotenziare entrambi: la forza del vampiro nella letteratura è la sua straordinarietà, il suo essere un autentico uomo nero capace di farci provare un terrore ancestrale. Quando cominciano ad essercene diversi (ordinarietà) perde molto del suo fascino. E qua addirittura se ne inserisce pure un altro, Svatek, che poi dura solo poche pagine non meritando certo l’onore del titolo dell’albo.
Paura se ne prova poca, a parte appunto all’inizio, in cui l’inquietudine della presenza straordinaria del mostro è ancora presente.
Tutto da bocciare, quindi? Ma niente affatto! Rauch sa sceneggiare e rende più che gradevole anche un soggetto troppo attorcigliato su sé stesso. C’è un buonissimo bilanciamento tra le scene d’azione e di riflessione, e anche qualche personaggio con personalità (ma anche qua, solo nelle pagine di introduzione dei primi due albi… quasi gli venisse bene la premessa, ma meno la realizzazione). Il finale, poi, durante la quasi morte di Ylenia, ha perfino qualche punta di commozione.
Considero insomma questa storia un adeguato esempio di quanto il “come” sia sempre più importante del “cosa”.

Disegni: 9. E’ da tanto che non mi rigustavo il tratto classico e preciso di Della Monica, ed è sempre un bel vedere. Magari c’è chi non apprezza il suo essere poco spettacolare, ma secondo me è uno dei migliori in assoluto a mettersi al servizio della storia e ad esaltarne la leggibilità.
I suoi volti dei protagonisti di testata sono poi eccellenti: se Cico è un suo storico cavallo di battaglia, dirò che anche quello di Zagor è migliorato enormemente, specie in diversi primi piani perfetti nel rendere la sua giusta fisionomia.




LE STRADE DI NEW YORK
(Maxi n. 29)
Burattini - Mangiantini

Testi: 7,5/8. L’ambientazione è la forza di fondo di questo Maxi, che risulta essere una sorta di mini-trasferta, con tutto quello che ne consegue in potenzialità narrative inedite, qua ben sfruttate. Mi riferisco al degrado umano dei sobborghi delle grandi città dell’800, col suo campionario di umanità impazzita, agli assaggi di realtà storica minore, come le lotte tra cani e topi, o la partita di baseball.
Avrei sfruttato l’occasione per fare emergere di più il contrasto tra la vita “da selvaggi” dei darkwoodiani (si dice così?) e questa “civile” nelle città (le virgolette contengono del retorico sarcasmo voluto), con qualche slancio oratorio di Zagor, magari parlando alla piccola pellerossa, ma tant’è.
Altro punto positivo è che il villain è davvero un essere ignobile come pochi se ne sono visti di recente, e forse non è un caso che anch’egli sia un’espressione purulenta dell’abbruttimento che lo circonda. Il che è ottima cosa, intendiamoci, perché più è abietto lui, più il Nostro può emergere per contrasto.
In ogni caso il tema introdotto a questo giro è abbastanza forte, in relazione alla testata. Nello scorso Maxi si è scoperchiato uno storico tabù con la visita nel bordello, dato che qualunque accenno sessuale non è mai esistito qua sopra (per quanto mi riguarda, giustamente). Ma era una semplice location, anche con toni quasi scherzosi. Qua invece si parla apertamente di prostituzione, anche infantile, e di stupri ripetuti. Non saprei dire se mi piace questo sdoganamento su Zagor (sia pure senza mostrare nulla direttamente, ma questo è il minimo), ci devo riflettere. Di certo, accresce l’adrenalina nell’essere a fianco di Zagor come giustiziere di siffatta feccia, e questo è un indubbio risultato narrativo ma, per quanto spiegato sopra, nel voto un po’ aggiunge e un po’ toglie.
Tecnicamente, nulla da eccepire sul ritmo e sul bilanciamento delle scene, ma con Burattini si va sul sicuro.

Disegni: 8. La prima parte a Darkwood è quella che mi convince meno, nella quale sembrano accentuarsi quelli che sono i suoi due grandi difetti: la resa dei volti dei protagonisti, mai davvero centrata, e troppe legnosità nei movimenti dei corpi nelle scene d’azione.
Nella parte urbana, invece, riemerge alla grande, con una accurata rappresentazione della New York dell’epoca. In particolare, tutto il pezzo centrale nei sotterranei è ottimo, con grandi chiaroscuri che si riverberano sulle pareti e sui personaggi con una miriade di tratteggi di grande impatto, così come la scelta delle luci, spesso usata dal basso in alto o in forte contrasto per sottolineare la drammaticità della scena.
 
 
LA NAVE DEL MISTERO
(Speciale n. 29)
Eccher - Sedioli/Verni

Testi: 6. Una sufficienza più di incoraggiamento che altro, per questo esordiente. Di positivo c’è che non è noiosa, ma per il resto, ciccia ce n’è proprio poca poca. La vicenda è quasi completamente costituita da scontri e un po’ di indagini. Psicologie, dramma e quant’altro non pervenuti. Anche il tema dello schiavismo, su cui si possono costruire grandi storie, è qua appena accennato, così come la pur atroce fine degli schiavi è liquidata in un paio di pagine senza alcun coinvolgimento emotivo.  
La faccenda della polvere magica è poi a me particolarmente invisa, come tutti questi espedienti arcani che vorrebbero essere misteriosi e dunque intriganti, ma che esposti con questa faciloneria e superficialità si mostrano solo comodi da scrivere.
Un appunto lo merita poi il particolare tipo di linguaggio messo spesso in bocca ai vari personaggi, non propriamente zagoriano. Il che non è necessariamente un male, ma mi lascia qualche perplessità.
Insomma, Eccher non pare aver centrato bene né il protagonista né l’atmosfera, ma come prima volta la considero comunque accettabile.  
 
Disegni: 8. La premiata coppia ha fatto meglio in altre circostanze. Qua hanno dato l’idea di non essersi impegnati come in passato, oppure forse è stata l’ambientazione abbastanza ordinaria, così come la sceneggiatura, a non averli adeguatamente stimolati.
Comunque sia, anche sottotono sono sempre un bel vedere.





TERRANOVA
(Nn. 619/621)
Burattini - Piere

Testi: 8,5. Veramente buona questa piccola trasferta al nord. Il primo albo in particolare lo considero un manuale di come si dovrebbe scrivere lo Zagor moderno. Introduzione esotica con mostra di usanza di caccia e contatto con tribù, gag di Cico, coinvolgimento nella missione e inizio dell’avventura, con Zagor ben protagonista, che distribuisce ai villain colpi sia fisici che verbali. Per conto mio è fondamentale questa caratteristica dello Zagor classico per delinearlo nella sua interezza, questo suo saper dare una lezione etica prima ancora che fisica. Lo mostra dalla parte del giusto e non solo da quella del più forte e, non ultimo, avvampa la narrazione. Spicca tra tutti il dialogo di pag. 55, al cui termine non ci sarebbe stato male un bell’ayaaahhkkk, ma va benissimo anche così.
Altra bella scena è l’inseguimento a nuoto a Dunn, con le sue tipiche decisioni interventiste ai limiti del folle, e con la spinta vigorosa dell’indignazione. Per tutti e tre gli albi, Zagor mostra grande eroismo, presenza di spirito, leadership e umanità (fin troppa nella scena dell’orso, che rappresentava una preziosissima fonte di sostentamento).
Non da meno è poi tutto lo svolgimento avventuroso, specie quando scivola a bordo dell’iceberg        nella survivor story, da me particolarmente apprezzata in quanto stimola sentimenti estremi nei personaggi. Arguta anche la risoluzione data dalla comparsa della Freedom: era ovvio che prima o poi sarebbe comparsa una nave che li avrebbe salvati, ma di certo non mi aspettavo quella, la cui logica di correnti sta però perfettamente in piedi.
Le poche parti negative sono date dal soggetto: in fondo poca posta in palio (l’imprenditore vorace che elimina i concorrenti) e la debolezza di un piano che si basa unicamente su un uomo che da solo dovrebbe compiere opere di sabotaggio senza farsi mai vedere da un’intera nave di marinai, e rischiando di morire a sua volta se le sue azioni diventassero eccessive. Anche il finale è troppo troncato e ottimista, dato che i superstiti, morto Dunn, non hanno più alcuna prova importante contro Lechant.
Ma come detto, l’ottima sceneggiatura sommerge senza troppi problemi questi limiti.

Disegni: 8,5. Abbiamo aspettato tanto per questo esordio, ma ne è valsa la pena. Ottimo tratto, preciso e pulito eppur ricco di dettagli, al servizio della sceneggiatura. Addirittura in certi particolari sembra quasi di scuola franco-belga, tanto è chiara la linea. Eccellente la gamma delle espressioni facciali di Zagor che ne caratterizzano l’intera personalità in base alle situazioni, dal sereno al furioso.  
    
        

 
 
IL GRIDO DELLA BANSHEE
(Nn. 621-622)
Burattini - Piccininno

Testi: 6,5. Nella parte centrale viene creato un corpus interessante, con i racconti delle scoperte di Lucius e della sua fuga che danno modo di assaporare del folklore irlandese e determinano una buona suspance. Purtroppo però l’ultima quarantina di pagine la smorza di molto, risolvendosi e risolvendola in una solita faccenda di cazzotti e di sparatorie. I nemici si dimostrano poca cosa, e magari non tanto per quello che sono in sé, ma per la maniera di Zagor di sconfiggerli, qua davvero forzosa. Va bene che il Nostro fa le imprese, ma trovarsi in una stanza chiusa con una decina di avversari che ti sparano addosso mentre tu hai solo una scure, ed uscirne senza nemmeno un graffio (oltretutto con quella manovra del fuoco greco al limite del suicidio) sfida davvero la regola della sospensione dell’incredulità. A mio parere sono scelte sbagliate: come lettore hai la percezione che se Zagor può fare una roba del genere, allora può fare tutto, basta che lo sceneggiatore lo decida. Per cui tu finisci per sfogliare le ultime pagine distrattamente, senza alcun pathos, perché non esiste più un pericolo per l’eroe che sia davvero reale.
Il finale, e il modesto numero di pagine, mortifica quindi una storia che fino lì si era letta più che volentieri.

Disegni: 7,5. Come per i testi, ho avvertito verso la fine un peggioramento significativo. Sfogliando il primo albo in edicola ero rimasto davvero colpito dal tratto morbido e spesso quasi velato di Piccininno. Ma questi suoi raffinati tratteggi, che inizialmente conferivano grande atmosfera e ricchezza realista ai disegni, si sono trasformati, specie nella battaglia dentro l’edificio, in qualcosa che spostava il taglio su un piano quasi cartoonesco. Anche le scene d’azione, fin lì ben rese, hanno sofferto di anatomie spesso un po’ goffe, e di conseguenza legnose.
Bella invece la vignetta intera di pag. 92: è una soluzione che vorrei fosse usata/osata più spesso per spezzare la comunque da me amata gabbia bonelliana.
Pur se in talune circostanze mostra di non essersi ancora impadronito pienamente del volto di Zagor, apprezzo moltissimo la ricchezza dei suoi dettagli, e si tratta quindi di un autore che mi piacerebbe senz’altro rivedere a Darkwood.

IL SEGRETO DEI DRUIDI
(Maxi n. 30)
Zamberletti - Torricelli

Testi: 6,5. Tecnicamente non vi è nulla da eccepire, il ritmo è bilanciato, e la lettura non è noiosa. Però manca qualcosa che avvinca davvero, e non saprei nemmeno dire bene cosa. Zamberletti è come uno di quegli studenti che raramente si fa trovare impreparato, ma nemmeno pare riuscire mai ad andare oltre quanto ha letto sul libro di scuola. L’espressione “si limita al compitino” non risulti offensiva, perché non vuole esserlo, ma è anche quella che meglio lo rappresenta. E poi, se come in questo caso, questo compito lo fa bene, non può essere certo una critica.
Però peccato, perché come sempre lascia intravedere delle potenzialità che si limita a sfiorare (“E allora ce le hai!”, pensi) e poi le abbandona. Ad esempio il tratteggio finale del cattivo, le sue citazioni teatrali in attesa, alcune sue considerazioni. Anche i vari personaggi sono tutti credibili, a ognuno si dà il suo spazio per manifestarsi, ma nessuno poi spicca mai sugli altri.
La cosa che mi è piaciuta più di tutti è la resa di Cico: direi uno dei rarissimi autori post Nolitta che forse lo ha centrato meglio.

Disegni: 6. Dopo le prime pagine sono riandato a vedermi il tamburino più volte: non riuscivo a credere che quello fosse Torricelli, e non lo credo tutt’ora. La presenza di un’altra mano - tra l’altro non certo felice – appare come palese, così come l’impressione di ingrandimenti di fotocopie o vignette quasi da fanzinaro. Sono rimasto molto perplesso, non ne capisco il motivo.
Poi ad un certo punto compare finalmente Torricelli, che non è al suo top, ma insomma almeno è Torricelli, non quello(i) altro(i) di prima. Basti confrontare il Mallard di pag. 60 con quello di pag. 159: sembrano due personaggi diversi, proprio nelle basi di riconoscibilità fumettistica, come il colore dei capelli.
Diciamo che il voto è una media tra il 7 a Torricelli e il 5 al resto.





IL RITORNO DEL SAMURAI
(Nn. 623/625)
Rauch - Pesce

Testi: 7. Pur essendo quasi interamente costituita da inseguimenti e scontri (elementi che, oltre un certo quantitativo, tendono nei miei giudizi ad affossare una storia), devo dire che lo stile di Rauch restituisce una buona agibilità di lettura.
Mi è piaciuta tutta la conduzione abbastanza inusuale del primo albo, il far entrare in scena i vari protagonisti buoni e cattivi quasi un po’ come viene (il villain principale lo si vede solo a pag. 78, mentre un coprotagonista come Meylin è sostanzialmente inutile nella linea avventurosa), e il buttare Zagor nel cuore della vicenda in modo praticamente causale, perché inseguiva un criminale per motivi differenti.
Le personalità sono ben delineate, peccato che si esprimano quasi solo durante l’arte del combattimento, portando quindi troppo poco spessore. Fa eccezione il provvidenziale Meylin a cui è affidato il compito di rimpolpare il tutto con un minimo di dialoghi, tra cui si evidenziano quello sulla società giapponese o lo scambio con l’ambasciatore sulla necessità delle culture dell’aprirsi reciprocamente.
E’ quindi la scarsità di momenti davvero intensi, soprattutto verbali, a tenere sotto una certa soglia una vicenda comunque gradevole.
      
Disegni: 9. Una delle storie migliori di Pesce, specie se consideriamo che non c’erano donne da disegnare, il che solitamente lo avvantaggia assai.
Notevoli tutte le splash pages e le vignette grandi in genere, con profondi paesaggi resi splendidamente. Ottime anche le scene d’azione, e tutti i fondali, carichi di particolari. Non sempre centratissimo, invece, il volto di Zagor.

L’ANTICA MALEDIZIONE
(Color n. 5)
Rauch – Ferri + Sedioli/Verni

Testi: 6.5. Mi è sembrato un Color più calibrato dei precedenti, come se si fossero prese meglio le misure alle 128 pagine (ma magari è una mia impressione). Però, a differenza di altre volte, si è evitato di intersecare troppe linee narrative e/o inserire troppi personaggi, che portano via in spiegazioni un sacco delle già risicate pagine. Qua invece si va dritti nell’unica direzione e viene introdotto un solo personaggio nuovo, il che permette l’approfondimento del mistero e delle motivazioni del villain con i giusti tempi, creando anche quel minimo di pathos.
Pur continuando ad essere una formula che non mi convince (invece, purtroppo per me, raddoppierà pure), se condotta in questo modo può risultare gradevole.
E’ interessante il legame arcaico di Aline con le forze oscure, chissà se questo può avere avuto una qualche influenza nell’essere stata scelta da Rakosi a suo tempo, e se forse Rauch ce lo svelerà nel prossimo ritorno del vampiro.

Disegni: 10. (Per l’ultima volta)





I RACCONTI DI DARKWOOD
(Maxi n. 31)

Voto d’insieme: 8. Per la prima volta da quando compilo queste mie pagelle, ho deciso di non dettagliare i voti sulle varie parti che compongono il Maxi, perché la loro (comprensibile) brevità le rende troppo scarne per dare un giudizio sensato, specie su una testata che necessità di ampi spazi perché ne sia rispettata l’impostazione.
Il voto risulta quindi una media tra tutte queste parti di testo e disegni, ma soprattutto all’iniziativa in sé che, se si proponeva di essere un inedito tentativo di sperimentazione nella solitamente tradizionale Darkwood, direi che in questa prima incarnazione abbia ben raggiunto l’obbiettivo, riuscendo ad essere un equilibrato mix tra l’osare e il rispetto dei canoni.
Da anni, infatti, nel fandom zagoriano ci si lamenta - a mio parere a ragione - di come le uscite “speciali” abbiano poco o niente che giustifichi un simile aggettivo. Pur considerandomi un Alfiere della Tradizione, vedo quindi anch’io di buon occhio una apertura alla sperimentazione, specie considerando che ormai, con le uscite extra, Zagor è di fatto una testata quindicinale, il che comporta spazio per tutti gli orientamenti.
Sul fronte testi, la peggiore è quella di Banack, davvero banalotta come rivelazione di un incontro taciuto per 30 anni. Le altre sono invece tutte buone. Se devo scegliere, innalzo la Contu, anche per festeggiare la prima donna a scrivere il Nostro. E lo dico pur essendo un racconto un po’ “furbo”, in quanto non parla di Zagor ma di altro, ma la prosa poetica e a tratti commovente del racconto di Charles trasmette sensazioni intense che forse non saranno molto zagoriane nello stile, ma belle comunque e soprattutto centrate proprio nell’ottica sperimentale in quanto inconsuete. Compresa la chicca finale.
In questa e in quella di D’Orazio si capisce quindi bene quanto gusto possa portare l’arrivo ogni tanto di uno sceneggiatore abituato ad altri ambiti e ritmi, ma quanto possa far bene un po’ di briglia sciolta a tutti, se è vero come è vero che anche i veterani sfoderano un loro Zagor inconsueto: Mignacco affidandosi soprattutto alla tecnica di racconto, Burattini ad una storia cruda con gocce di poesia. La scena in cui vediamo per la prima volta Zagor che imbraccia estasiato e commosso una bambina che lui ha contribuito a far nascere, è una perla da conservare.
Lato disegni, devo rilevare un (incredibile) perfetto parallelo. Il peggiore è Toffanetti, troppo stilizzato e altalenante. La migliore, la Airaghi, che snocciola un lavoro di chiaroscuri assolutamente strepitoso, specie nella resa spettrale della foresta. Ma come dicevo sopra, la libertà espressiva porta benefici anche ai veterani, con le efficaci mezzetinte di Mangiantini, e il layout quasi americano di Sedioli, con apprezzati e fitti tratteggi che di solito non usa molto, nonché una possente atmosfera horror. Così e così Bastianoni.
La storia di raccordo, pur essendo tale, riesce ad essere abbastanza interessante, anche se mi dispiace sapere che Eddy Rufus sia morto, ed aver usato una tale notizia riguardante un character classico in una vicenda di poco conto. Della Monica al solito bravissimo, che lo dico a fare.
Insomma, per me esperimento promosso e invito anzi a continuare su questa strada. Se si sfrondassero un po’ di uscite extra che paiono uscire solo per dovere di timbro di cartellino, e si usasse finalmente la caratteristica di “speciale” in questa declinazione, per me sarebbe il massimo.  
   

TENTACOLI
(Nn. 626-627)
Burattini - Verni

Testi: 6+. Un riempitivo caruccio e nulla più, tutto retto dalla paura per i mostriciattoli. Sarebbe stata anche una buona storia negli anni ’60, in cui il lettore non stava a chiedersi troppo i perché e i percome, e a cui bastava e avanzava sentire dell’adrenalina scorrere insieme alle pagine. Oggi naturalmente il lettore è sgamato e vuole qualcosa di più approfondito sulla natura dei vermacci, e Burattini prova pure a darne loro, ma in maniera talmente tirata via da risultare inutile o perfino fastidiosa da quanto forzata, specie nel finale. Ma vabbè, almeno non ci siamo annoiati.
Ottima invece la gag iniziale di Cico, anche a causa del cospicuo numero di pagine. Mi iscrivo tra coloro che ne richiedono a gran voce la riproposizione periodica.

Disegni: 8. Il tratto lineare del bravo Verni è sempre una garanzia, anche se non ci sono state particolari sequenze che gli permettessero di alzare l’asticella. Dimostra però la facilità, peraltro tipica del suo Maestro, di passare con nonchalance dal taglio umoristico al drammatico con punte di horror.

CICO A SPASSO NEL TEMPO
Faraci – (Vari)

Testi: 7. Bene, direi che l’esperimento è stato positivo. Non sono grande fan né del formato (che imbusterò con maggior difficoltà) né del colore, ma la cosa importante è se mi abbia o meno divertito, e lo ha fatto. Oserei perfino dire che recupera il più antico spirito dei Cico, cioè mettere il nostro pancione a contatto con usi e costumi che si prestano a interpretazioni bislacche e appunto esaltarne il lato ridicolo, oppure inserirlo in contesti seri per mandarli in vacca.
Alcuni esempi dei classici che mi vengono al volo: quando cadde sul tavolo della sod house con tutto il mulo, o all'interpretazione della danza del sole, o all'immortale "Colonnello Vargas, fulgido esempio, ti porta nel cuore il tuo reggimento".
Ecco che Cico in presenza di un Socrate scatena tutto questo, creando quegli equivoci casuali in cui il serio filosofo interpreta in modo appunto serio e filosofico ciò che invece è casualità e imbranataggine. O quando Attila lo scambia per un fiero guerriero in sprezzo della morte, e via così.
Faraci è un autore che ho sempre apprezzato in Disney (sopratutto nel sottovalutato MMMM), e quindi salutai positivamente il suo apporto ai Cico di 15 anni fa. Mi sembrava perfetto per darsi il cambio con Burattini sul fronte umoristico, e lo fu.
Non delude dopo tanti anni in questo ritorno, in cui si cimenta in dialoghi scorrevoli e divertenti e più giocati sulla gag che non sui giochi di parole, appunto come da tradizione.

Disegni: 7. Anche qua voto collettivo, visto che poi il “taglio” dato è stato abbastanza omogeneo, orientato al realismo, cosa che approvo. Bene anche il colore più acceso e contrastante, e quindi più cartoonesco, rispetto agli Zagor "seri".



ANNATA 2018

SPETTRI PER “DIGGING” BILL
(Color n. 6)
Marolla – Bisi

Testi: 7,5. Di certo il miglior Color uscito finora, grazie al rallentato ritmo di lettura che permette di non far diventare un handicap le 128 pagine. L’azione è infatti ridotta al minimo sindacale e la vera polpa è giocata sull’angoscia interiore, spesso solitaria od onirica. La continua chiave di tutto ciò risiede in una eccellente scelta dei dialoghi, vero segno distintivo di Marolla, che permette al lettore di assaporare i momenti importanti come meritano.
D’altro canto però continua anche il vero difetto, e molto forte, di Marolla e cioè uno Zagor che non è Zagor, a causa di un’interpretazione eccessivamente caricata di durezza. Mai un sorriso, mai una debolezza. Tratta Cico e Digging in un modo pesantissimo, tiene loro il muso, minaccia sganassoni. È un peccato perché l’autore è davvero molto valido, e tutti i personaggi di contorno (quelli inventati da lui e sui quali può quindi fare come crede) sono veramente splendidi, ma il non centrare così quello principale diventa ahimé un limite fortissimo.
Unica ma splendida eccezione l’ottimo dialogo con Hodge in cui parla della sua amicizia con Cico.
Non so come considerare quello che sicuramente verrà valutato come un altro difetto da molti lettori e cioè la mancata spiegazione del mistero. La mia anima bonelliana, abituata quindi a rimanere con ben poco di non detto, sente – è vero - che gli manca qualcosa, ma preferisco di gran lunga perdere qualche dato ma guadagnare in atmosfera come in questo caso.
Bellissima per esempio la sequenza del sogno di Digging, con citazioni di Shining come nelle equivalenti comparse delle bambine.
Frase dell’anno (2017): “Sceriffo, potete dirmi perché sto parlando a tre forestieri vestiti in modo molto bizzarro?”.    

Disegni: 9. Come per Marolla, il grosso difetto è su Zagor e il suo volto, specie su quegli zigomoni. Però allo stesso modo, cosa vuoi dirgli quando il resto è di quel livello?
Forse il colore, pur ottimo, gli toglie qualcosa, ma dovrei avere la controprova. Fatto sta che in b/n mi era piaciuto di più. Ma insomma, il solito grandissimo lavoro di Bisi, che arriva al top nelle vignette che richiedono molto dettaglio, tipo i paesaggi di città o gli interni delle abitazioni.


LA VENDETTA DI SMIRNOFF
(Nn. 628/630)
Mignacco - Venturi

Testi: 6. Di fondo non apprezzo molto questo ribaltamento di prospettiva di certi ritorni, che in pratica ci fa sapere che la storia che leggemmo nel 1978 era completamente falsa nella struttura. Un conto è infatti riprendere certe vicende e attualizzarle, un altro è stravolgere del tutto ciò che ci venne raccontato allora. Si ha come la sensazione di essere stati presi in giro per 40 anni, producendo quell’effetto “clone dell’Uomo ragno” estremamente fastidioso, che vorrebbe essere iper rivelatore e risulta invece tutt’altro.
Analizzando comunque la vicenda al di là di questo tarlo di fondo, devo dire che il primo albo è molto buono. È stuzzicante rivedere le cose di allora in una nuova angolazione visiva e anche portarle ancora un po’ avanti dopo quella fine. Come detto, non approvo la scelta di trasformare i due dignitari in agenti segreti russi eccetera, ma una volta accettato che quella è l’impostazione che si è voluto dare, ho deciso di godermi la storia per come lo sceneggiatore l’ha pensata, o come fosse un what if di taglio realistico.   
In questo senso fila più che bene il famoso motivo del perché Zagor non è mai tornato ad aiutare gli indiani (posto che non è che non ci dormivo la notte), e intrigante tutto il racconto del Conte con il piano di Smirnoff che vuole scatenare la guerra per far vendere armi alle industrie belliche (il che è davvero molto realistico).
Rimane all’altezza anche il secondo albo, con una cinquantina di pagine di inseguimento nella palude che normalmente mi avrebbe annoiato e che invece è bravo lo sceneggiatore a narrare mantenendo alta la tensione e fornendo quel sottile gioco di nervi tipico di Zagor nella foresta. Visto che anche le pagine con la riproposizione degli ex dignitari sono divertenti, mi dico che forse questa volta non assisterò ai tipici crolli di Mignacco, di solito molto bravo negli inizi e disastroso nel prosieguo.
E invece il terzo albo accartoccia e butta via tutto quanto fatto finora, creando un incrocio di doppio gioco e doppio gioco del doppio gioco sinceramente difficilissimo da seguire, ma anche forzato in taluni passaggi (non si capisce bene perché Smirnoff non si attenga al piano originale facendo uccidere il lord in un finto attentato russo anziché impelagarsi personalmente fingendosi amico, ecc.). Anche il ripetuto e improbabile giochino di Cico e Lapalette che si inventano di tutto per non farsi ammazzare subito da’ molto l’idea di allungo di brodo: si può anche chiudere una storia a metà dell’albo, non si deve arrivare per forza alla fine trascinandosi.
Nemmeno infine mi piace l’incrocio col Tessitore, un villain che non mi ha mai entusiasmato.
Il voto risulta quindi una media tra i primi due albi, che meritano di più, e il noiosissimo terzo, che vanifica il buono fatto fin lì.

Disegni: 8,5. Solita sicurezza di Venturi, maestro dei chiaroscuri e del particolare. Stupenda la pagina d’apertura, in cui fa un piccolo miracolo rendendo finalmente realistica la montagna della fortezza, che Donatelli a suo tempo realizzò in modo molto cartoonesco (altri tempi, altre esigenze). Ottima anche l’entrata di Zagor nella foresta, con echi batmaniani.
Bravo in genere a passare disinvoltamente dalle scene solari a quelle cupe e d’atmosfera.
    

 

TERRE FREDDE
(Maxi n. 32)
Rauch - Di Vitto

Testi: 6. Se non fosse per il ritorno di Eskimo (peraltro vanificato dal tam tam anticipatore dei social), non ci sarebbe granché da ricordare in questa storia, che si dipana in modo abbastanza banalotto, tra normali attacchi e inseguimenti, soffrendo anche l’eccessivo numero di personaggi da gestire.
Perché alla fine c’è solo questo, sola azione. Psicologie e intensità assenti. Di solito Rauch è bravo a delineare i cattivi, e il lavoro su Eskimo è anche buono: ma se viene presentato come grande villain, che riceva un po’ di attenzione diventa il minimo. Tutti gli altri sono invece solo comparse che servono a mandare avanti le cose, ma del resto il numero esagerato ne rende impossibile la definizione precisa.
In questo senso, non trovo molto azzeccata l’idea di infilare in un modo che appare abbastanza forzoso un certo quantitativo di comprimari come la ciurma di Honest Joe o il principe Rezanov. Capisco l’intenzione meritoria di voler dare il senso di continuity e di microcosmo zagoriano, ma il risultato è stato invece quello di ingolfare la lettura, e di non dare l’importanza dovuta a certi ritorni.
Unico momento d’impennata è verso la metà, col dialogo/scontro tra Zagor ed Eskimo in canoa e poi arrivati all’isola, e la trovata davvero forte del cane con la rabbia.     
Passato questo, si torna alle fucilate e alle 100 spiegazioni e revisioni del piano di attaccare a nord e a sud dell’isola, che sinceramente dopo l’ennesima contromossa ho smesso di seguire perché non ci capivo più nulla.
Peccato, a memoria credo la peggiore di Rauch.

Disegni: 6,5. Direi che i Di Vitto, dopo un arrivo squillante a Darkwood, abbiano intrapreso una fase calante da cui non paiono risollevarsi. Anche qua mantengono tutti i loro storici difetti (il viso di Zagor mediocre, una legnosità diffusa nei movimenti), ma senza dare in cambio alcune sorprendenti spettacolarità dei loro inizi. Mantengono comunque una buona leggibilità, che ha la sua importanza.

LE CREATURE DEL BUIO
(Speciale n. 30)
Testi - Barison

Testi: 6. Sufficienza di incoraggiamento all’esordiente, in sé la storia meritava meno. La tematica “mostri magici” già mi piace poco, ma il limite è soprattutto nella conduzione.
Come in un videogioco, qua vengono presentati un quantitativo di esseri mostruosi, e Zagor se li fa fuori uno dopo l’altro, spesso usando la sola scure e con scene oltre il grottesco (quando sfonda una parete di pietra sbattendo il mostro, o frasi come “Ho usato solo la scure perché non volevo segnalare la nostra presenza sparando”). Va bene che è forte e tutto, ma qua davvero si esagera, oltretutto uscendone quasi senza un graffio.
Ma non lo dico per qualche motivo di realismo a tutti i costi, ma semplicemente perché è poco avvincente. Proprio nella lotta contro il gorillone, mi è balzata in testa per analogia l’equivalente in “Odissea americana”: sono due animali simili, ma il pathos creato in quest’ultima è diecimila volte superiore. Ma del resto, se oggi lo sceneggiatore ha a disposizione solo 4 pagine per chiudere la lotta, diventa difficile crearlo. Non mancano alcune buone trovate (come si libera del hidebehind saltando all’indietro) e in genere le scene sono ben spettacolarizzate, ma è un effetto solo visivo, il cervello non è stimolato.
La cosa che mi è piaciuta di più, ed è il motivo del voto di prospettiva, è che comunque la storia è ben bilanciata (bello il finale, che permette con i giusti tempi la decompressione dell’azione vista fino lì), e i personaggi sono tutti ben disposti sulla scacchiera, per quanto alle volte un po’ scontati ma le pagine non sono molte e così almeno si va sul sicuro.

Disegni: 6. Non è un tratto che mi piace granché, così di forti contrasti, ma usato in storie come questa di certo ha la sua resa. Le bestie sono tutte belle paurose, e contribuiscono all’adrenalina visiva di cui parlavo sopra, ma le tipiche e ricorrenti cadute legnose di Barison nelle scene d’azione, vanificano alle volte l’atmosfera. Mi è sembrato che sia stato attento ad inserire una gamma di espressioni più variegata (addirittura un paio di sorrisi!), ma il suo Zagor di base è una maschera troppo caricata di durezza.     




IL RITORNO DI BLONDIE
(Nn. 631/633)
Zamberletti - Laurenti

Testi: 8,5. Davvero molto bella. Finalmente arriva la consacrazione per questo autore, su cui confesso di aver inizialmente riposto molta fiducia dato il curriculum, ma che mi ha sempre abbastanza deluso.
Non perché scrivesse poi male ma soprattutto per la “legnosità” del suo stile, ingolfato di sottotrame e personaggi abbozzati. È quindi stupefacente che uno dei primi motivi per cui ho gradito questa storia, è stata proprio la sua scorrevolezza. Trecento pagine che filano via che è una bellezza, senza una caduta di tono, facendoti venire voglia di prendere un albo e poi un altro. Le due linee proseguono parallele fino all’ultimo terzo, facendo una da bilanciamento dell’altra in termini di azione e pausa: a Zagor spetta la parte più classica, a Blondie quella quasi da western crepuscolare.
I personaggi non sono tantissimi (ottima cosa) e proprio per questo ognuno viene ben tratteggiato, ognuno è la pedina che deve essere in quel momento. Di altissimo livello il dialogo nella parte centrale del terzo albo, in cui ti verrebbe quasi da raccontare a Blondie di quanto poco diritto abbia forse questo “eroe senza macchia” nel farle la morale su un tema di vendetta famigliare.
Se, in merito ai recenti ritorni, non ho apprezzato il completo ribaltamento operato sulla storia di Smirnoff, qua invece plaudo alle scelte di Zamberletti nel definire un personaggio praticamente vergine, dato che nella prima storia di Canzio non si sa praticamente nulla di lei nella 30ina di pagine in cui compare. In questo caso aveva carta bianca, poteva farne ciò che voleva e ha fatto centro, fornendo un grande spessore ad un character trascurabilissimo, che se non fosse per quel bagno nello stagno, nessuno se ne sarebbe mai ricordato.
L’unico ma fastidioso elemento negativo è dato dalla continua gragnola di pallottole a cui viene sottoposto Zagor, sfuggendone sempre senza (quasi) un graffio. Nessuno pretende ovviamente chissà quale realismo, ma sono soluzioni che si potrebbe cercare di evitare o di risolvere in altro modo, perché davvero la sospensione dell’incredulità viene messa a dura prova. Questo per me vale un mezzo voto per aver bypassato in modo troppo semplice tutte quelle scene, ma questo neo viene soverchiato in positivo da tutto quanto detto sopra.

Disegni: 8,5. Alla ottima riuscita, contribuisce di certo il sinuoso pennello di Laurenti, che  - non avevo dubbi - sfodera una Blondie finalmente da urlo (il da me amatissimo Donatelli non aveva purtroppo nelle donne il suo punto forte). È destino di questo personaggio che, ogni volta che compare, finisce sempre a fare il bagno in un corso d’acqua, anche se sarebbe stato meglio che le situazioni fossero state invertite tra i disegnatori. Mi piace la sua interpretazione perché non l’ha fatta supergnocca irreale, il suo ritratto restituisce invece l’immagine di una donna bella ma dura e determinata, che era in pratica l’unica caratteristica che aveva evidenziato nella storia d’esordio.
Poi il lavoro di Laurenti non si esaurisce certo qui, supportando pienamente l’alternanza tra azione e pausa che il testo porta avanti. Notevoli in particolare le scene della fuga iniziale e tutta la parte nella ghost town.
 
 
I COSACCHI DELLO YUKON
(Maxi n. 33)
Perniola - Mangiantini

Testi: 6. Non è scritta male e di certo non annoia, ma nemmeno si prova ad uscire più di tanto dalla linea di galleggiamento.
Kozlov è un discreto villain, e non manca qualche altro personaggio potenzialmente interessante, ma nessuno viene mai approfondito davvero. Un paio di dialoghi con Stryker sembrano delinearlo come un cattivo carismatico, ma poi nel finale si comporta alla stregua di un rapinatore di diligenze perdendo tutto il suo fascino.
Mi è piaciuto vedere Novograd, Tarassenko, la fuga di Boris e in genere tutto quello che rimase di non mostrato da Nolitta e Donatelli. Mi è piaciuto non aver cambiato la posizione di Alexis in merito alla scelta tra il principe e il trapper. Però ancora una volta questa storia, se pur ben raccontata, mostra i limiti dei “ritorni” se fuori dal loro contesto. Alexis a Borisgrad era il simbolo di un archetipo caro a Nolitta, cioè l’uomo che rifiuta presunti onori e poteri per scegliere una vita più consona al proprio carattere (come Maddenbrook o altri), e solo così, solo in quel contesto, funziona e ha davvero senso. Fuori da questo, come si vede qua, è “solo” un personaggio che ha anche importanti legami con le vicende raccontate, ma che svolge un altro ruolo rispetto al suo originario, ed è quindi infinitamente meno accattivante. Non è nemmeno colpa dello sceneggiatore, se non nella misura in cui dovrebbe essere capace di tirare fuori qualcosa di geniale per riutilizzare un materiale tipicamente “one shot”, ma se non ci riesce (e non ci è riuscito, nonostante l’uso adeguato e non casuale del character) non gliene faccio una colpa, proprio per la difficoltà intrinseca della cosa.
Le parti rimproverabili sono invece secondo me quasi tutte le scene d’azione, con un’impostazione troppo facilona e tirata via. Non sto ad elencarle, ma sono davvero troppe le situazioni in cui Zagor e i suoi amici sfuggono a piogge di pallottole e frecce mentre scappano, o in cui si lancia armato della sola scure in mezzo a molti nemici armati invece di fucili, e addirittura in una stanza chiusa, schiva frecce che ode un istante prima, scampa a barilotti esplosivi, compie acrobazie assurde sopra il ponte, piomba dall’alto sempre all’ultimo secondo, eccetera. Va bene che Zagor è capace di imprese eccezionali, ma appunto devono essere tali. Se gliele fai fare di continuo perdono completamente di pathos, e anziché epiche appaiono ridicole. Il colpo risolutore di Zagor deve essere dosato con attenzione, altrimenti diventa solo una facile scappatoia per lo sceneggiatore quando non sa come risolvere una scena d’azione ingarbugliata.    
 
Disegni: 7. Un Mangiantini credo di qualche tempo fa ma in cui già si vedevano le grandi potenzialità poi mostrate. Non mi è piaciuta granché invece la sua interpretazione di Alexis coi capelli lunghi. È ovvio che nella realtà uno può farsi crescere i capelli quanto vuole, ma nei fumetti sono invece cose che fanno la differenza in termini di riconoscibilità, quindi io gli avrei lasciato il taglio che aveva.





FURIA CIECA
(Nn. 634/636)
Burattini - Esposito

Testi: 6,5. Si fosse trattato di due criminali creati ex novo, il mio voto sarebbe stato più basso, dato che sono due soggetti abbastanza improponibili, buoni giusto per l'epoca ingenua in cui comparirono (anzi, uno nemmeno allora).
Invece, essendo questo un ripescamento, e proprio di un materiale così difficile, ne ho apprezzato lo sforzo (riuscito) di ridipingerlo con una vernice più credibile. Oltre all'effetto nostalgia, che ammetto sia una debolezza dello zagoriano 48enne che sono.
Soprattutto per Marcus, che con tutti quegli elementi pittoreschi delle passerelle e i pigmei coi copricapi da pipistrello era davvero ridicolo, il lavoro mi è parso azzeccato.
Comunque la differenza la fa sempre il modo in cui vengono narrate le cose, e in questo caso la lettura è scorrevole, senza buchi per quanto senza ulteriori livelli.
Avevano ancora qualcosa da dire questi due villain, quindi? Direi di sì, insieme hanno funzionato per ancora una storia (come quei concerti di vecchie glorie che uniscono le forze perché singolarmente non riempirebbero più un teatro), ma ben si è fatto a farli fuori inequivocabilmente alla fine, perché più di un ritorno di questi due direi che non sarebbe auspicabile.

Disegni: 8. Come sempre puliti, precisi ed efficaci i due fratelli. Alcune vignette da 2/3 sono assai spettacolari.
Soprattutto, nella riproposizione delle sequenze "elettriche" in cui Thunderman racconta come acquisisce i poteri o li usa, l'impatto visivo è stato migliorato di mille volte rispetto alla storia di origine.  

I VIGILANTES
(Nn. 636-637)
Zamberletti - Mangiantini

Testi: 5,5. L'inizio non era neanche male, sembrava promettere qualcosa di più intenso, ma via via si trasforma nel solito scontro tra pistoleri buoni e cattivi. Peccato perché la storia di Blondie è stata notevole, mentre invece qua Zamberletti ritorna a tutti i suoi tipici difetti, a partire dall'ingolfare di personaggi uno spazio di un solo albo e mezzo, finendo così con l'appiattire un po' tutti.
Non si capisce poi il senso del recupero di Rita ed Elias, ficcati a forza che di più non si può. Va bene che ultimamente si sta cercando in ogni modo di dare il famoso senso di continuity, ma così si esagera, perché la loro presenza è davvero pretestuosa. Inoltre sono i protagonisti di un capolavoro assoluto, e sprecarli per questa storiucola infastidisce.

Disegni: 8. Buona prova come sempre di Mangiantini, molto preciso nei dettagli. Peccato per il viso di Zagor che è troppo oscillante e quasi mai centrato.
 


LA GIUSTIZIA DI "WANDERING" FITZY
(Color n. 7)
Giusfredi - Laurenti

Testi: 6/7. Mi è difficile dare un giudizio omogeneo, in quanto trovo che ci siano continui alti e bassi. In questi ultimi, praticamente tutte le scene d'azione con ripetute dinamiche scontate: Zagor troppo "Tex ammazzasette" nel saloon, la sua scure che piomba sistematicamente all'ultimo secondo come fosse un contratto (il lettore se lo aspetta e toglie pathos), e in genere diversi passaggi un po' forzati. Poi il cattivo, un pazzo psicotico (il che stride molto col carattere della figlia) con la solita scusa del filone d'oro che conosce solo lui e la conseguente tribù da far sloggiare.
Le parti migliori: l'inizio, alcune caratterizzazioni dei personaggi, Fitzy e Adah su tutti, ma non male anche il Rafe redento. Bello il finale con sentimentalismi sparsi, col colpo di scena sull'identità del mostro e la scoperta da parte di Zagor della canzone che l'amico-padre gli aveva scritto (un passaggio davvero davvero intenso).
È scritto bene e contiene qualche background carino, ma maneggiando un materiale così "facile" perché di default fortemente evocativo come è Fitzy, mi aspettavo un risultato decisamente migliore, anche se capisco che con 128 pagine più di tanto non si può fare.

Disegni: 6. Non so dire bene perché non mi è piaciuto. Probabilmente il colore tende ad appiattirne gli arzigogoli di pennello, che invece in bianco e nero mi hanno sempre esaltato. Inoltre anche alcuni volti sono incostanti, specie quello dello sceriffo la cui fisionomia sembra sempre basata su un diverso modello ogni volta.

AQUILA NERA
(Maxi n. 34)
Rauch - Sedioli

Testi: 8-. Mi è piaciuta soprattutto la prima metà. Davvero forte l’idea di creare una specie di Zorro alternativo, calato nella stessa realtà storica e che si ispira a Zagor, producendo così uno stimolante cortocircuito mediatico dato che lo Spirito con la scure è sicuramente debitore in diversi punti al nero spadaccino. Perfetta anche la scelta del personaggio che lo impersonifica: nella ridda recente e perfino esagerata di ritorni di comprimari e nemici, il piccolo Rolando pare invece creato apposta da Boselli per essere ripescato anni dopo per un ruolo come questo.
Peccato però che questo alter ego venga accantonato velocemente e completamente, così Rolando diventa solo un “normale” capo dei ribelli. Non che questo rovini la storia, che viene egualmente ben condotta in quest’altra linea che si è scelta, ma trovavo la prima più stimolante.
Un altro difetto, e direi il principale, che rende peggiore la seconda parte è una tendenza che sto notando nel Rauch degli ultimi tempi, e cioè quella di accalcare personaggi e soprattutto di creare piani e contropiani che rendono difficoltosa la lettura. Ad un certo punto si trovano sul piatto un quantitativo di soggetti che, da una parte e pure dall’altra, stanno facendo contemporaneamente il doppio o triplo gioco: lo trovo un contorcimento della trama superfluo, che può essere svolta in modo più lineare. Confesso che a ogni mossa del personaggio tal dei tali, per valutare la sua coerenza psicologica e quindi godermi il racconto, dovevo fare lo sforzo di “tarare” il suo comportamento sulla base di quello che erano le sue intenzioni dichiarate, poi quelle losche, poi quelle che come lettore istintivamente ipotizzo anticipando eventuali colpi di scena. È un processo che impasta, direi inutilmente, il piacere della lettura, specie considerando la filosofia bonelliana della tutto sommato facile comprensione.
Al di là di questo (e forse avendo dato troppo spazio ai difetti), mi è piaciuta molto la definizione di tutti i personaggi, e in particolare Mr. Steel che non ricordavo così carismatico. Rauch come al solito da’ il meglio con i cattivi, ma anche Rolando è ottimo (bello lo scambio attorno a pag. 130), ma un po’ tutti si comportano come persone vere, non macchiette che cambiano personalità in nome di un colpo di scena.
In quel momento delle vicende Zagor sembra un po’ fuori posto, come ogni volta che lo si pone troppo dentro i fatti della Storia, poiché è difficile rendere centrale il ruolo dell’eroe in mezzo ad eventi umani di portata enorme come una rivoluzione. Rauch ne è cosciente e inventa per lui un pretesto narrativo che ne giustifichi i riflettori, come il rapimento dei Carrizo. Scelta azzeccata.
Insomma, un bel Maxi, che sarebbe potuto essere anche migliore con più linearità.

Disegni: 8. Senza dubbio la giudico la migliore di Sedioli, soprattutto perché pare avere sistemato (anche se non completamente) il suo annoso difetto, che è quello dei visi di tre quarti disarmonici. Il problema rimane ancora un po’ dalla media distanza, ma nei primi piani è sparito del tutto, producendone alcuni davvero intensi. Per il resto, il suo solito robusto e preciso lavoro che facilita la lettura, peraltro sempre presente fin dagli esordi.
Non azzeccata invece l’idea di vestire Herrera praticamente uguale a Cico: avendo anche una corporatura simile, crea un effetto ridicolo, per il quale pare di vedere qualcuno che si è mascherato come il nostro pancione, e trattandosi di un cattivo non è un bell’effetto.
 

OMBRE SULLA GOLDEN BABY
(Nn. 638/640)
Rauch - Sedioli/Verni

Testi: 5,5. Di buono c’è che scorre bene, il che non è scontato, ma tirando le somme è quasi il suo unico pregio.
Non annoia, è vero, ma nemmeno dice qualcosa. È un pim pum pam monolivello, senza personalità, sentimenti, intensità alcuna. Tutti i personaggi si muovono col pilota automatico, fanno quel che fanno perché lo devono fare. Sembra quasi una sceneggiatura scritta “al computer”, nella ilare interpretazione che si dava di questa espressione quando nei primi anni ’80 si favoleggiava sui metodi di creazioni dei famigerati cartoni giapponesi. Come se si fosse messo dentro ad un calcolatore i vari personaggi, con le relative caratteristiche, si preme il “GO” ed esce fuori questa storia.
Ecco, continuando nel settore, appare quasi più il plot di un videogioco, con vari nemici e boss da affrontare, oggetti da trovare, eccetera, che non un racconto vero e proprio.
L’aggravante, almeno ai miei occhi, è che non solo è monolivello, ma questo livello è pure di tipo magico. Per fortuna, avendo portato la location quasi solo in una dimensione alternativa, si accettano meglio le snocciolate di magie messe in campo, ma ciò non toglie che queste narrazioni a furia di colpi e controcolpi di streghe e stregoni, non le reggo proprio.
I momenti più carini: l’attacco delle serpi nella capanna, l’originalità dei mostri indù, il cameo dei fratelli Kellog, ma sono piccole scintille nel grigio diffuso.

Disegni: 8+. Sempre lineari e leggibili, i due pards, offrono anche una evocativa interpretazione dei mostri e delle ambientazioni del videogame. Così e così invece la loro Virginia.

IL BATTELLO DEI MISTERI
(Coll. Darkwood n. 1)
Burattini – Verni/Sedioli

Voto globale: 7. Una pubblicazione talmente particolare, che risulta difficile dividere il contenuto dal contenitore, dato che il primo è chiaramente strutturato al servizio del secondo.
Il voto è quindi all’iniziativa nel suo insieme, che si rivela una gustosa chicca per il fan di una volta (a cui comunque io non appartengo, essendo nato nel 1970).
I disegni sono molto buoni, ma la coppia di fatto S&V è una garanzia e quindi non sorprende. Lo stesso si può dire per i testi di Burattini, che riescono ad essere molto calibrati nel raccontare le varie sottolinee in uno spazio ridotto. La storia non è niente di che, ma risulta gradevole nel proporci una vicenda classica (immagino volutamente classica, data l’occasione) col giusto dosaggio dei vari ingredienti.
Non sfuggono all’appassionato i tanti particolari che cercano di riproporre l’atmosfera d’antan: dalle didascalie “inutilmente” descrittive sopra le vignette, a quelle di raccordo tra una scena e l’altra con tanto di disegnino decorativo, dal font usato per le titolazioni allo stile del “prossimamente”. Davvero un lavoro ben fatto, che denota un entusiasmo e un’attenzione meritevole di nota.
Breve ma di certo interessante l’apparato critico a corredo.
Non so se si debba considerare un one shot o il primo numero di una serie, ma personalmente nutrirei delle perplessità nel secondo caso: probabilmente ha venduto bene, ma soprattutto in virtù della novità del formato, che alla seconda uscita non sarebbe già più una novità.
In ogni caso dimostra una volta di più quante idee girano ancora per Darkwood!  

LACRIME NERE
(N. 641)
Mignacco - Cassaro

Testi: 5,5. Costretto dal formato ridotto, che difficilmente produce qualcosa di buono su Zagor, Mignacco non se la cava nemmeno malaccio. Certo, la vicenda è del tutto trascurabile, i cattivi tagliati con l’accetta e ripetitiva nel continuo schema “lancio della maledizione – conseguenza – nuovo lancio di maledizione” fino al finale scontato, però è scritta con un certo mestiere e tutto sommato si fa leggere (la sua brevità diventa un pregio in questo senso).
Parti migliori: le gag di Cico ed il loro essere funzionali alla storia, lo Zagor in difficoltà a causa dell’infarto e la metafora dell’aquila, il finalino di redenzione di Alligator Joe.

Disegni: 4. Mi dispiace perché si tratta di veterani con un passato discreto, ma ormai hanno superato da tempo e abbondantemente il limite minimo di pubblicazione.

LA MINACCIA DEI MORB
(Color n. 8)
Faraci - Venturi

Testi: 4,5. Una storia ad unico livello, cazzotti, spari e nient’altro. Davvero non capisco il senso di fare un team up se dietro non c’è un’idea che lo chiama. In sé può anche essere un pim pum pam come tanti (quindi già brutto di suo), ma è proprio l’occasione che lo rende indigeribile.
Perché mai si decide di fare un team up tra Zagor e Brad Barron, due personaggi che non hanno niente da spartire? E che per farli incontrare (a forza) si finisce per ricorrere ad espedienti che spingono oltre i limiti, già elastici, del mondo di Zagor, inserendo viaggi interdimensionali, una nuova razza aliena (come se non ce ne fossero già abbastanza), e così via? E tutto questo per cosa? Se mi si dice: “Va bene, forzo un po’ i limiti di Darkwood, ma ho un’idea strepitosa che lo giustifica”, ancora ancora ci può stare. Ma così, per questo scazzottamento inutile… a che serve?
 
Disegni: 6,5. Come già in occasione del primo color, devo rilevare come Venturi mi appaia assai penalizzato dal colore, che ne copre i tanti particolari.
Forse in questo tipo di pubblicazione dovrebbe limitare le ombreggiature e lasciare più spazio alla colorazione, altrimenti si creano macchie oscure eccessive. Il fatto poi che metà storia si svolge al buio, obbliga ad una palette dai toni meno accesi, il che peggiora il tutto.
Mi auguro di vederlo il più possibile in bianco e nero.



ANNATA 2019

I RACCONTI DI DARKWOOD – BRIVIDI DA ALTROVE
(Maxi n. 35)

Voto d’insieme: 5. Aspettavo con ansia questa seconda uscita dei racconti, dopo il botto del primo numero, ma tradisce in quella che era la sua qualità più lucente e che ne giustificava il senso: l’alternativa, la sperimentazione.
Le regole del gioco parevano essere: o si chiama un autore inedito a cimentarsi con lo Spirito con la scure, o si arruola un autore già presente ma con l’indicazione di lasciarsi andare ad osare ciò che sulla Zenith non può venire fatto. I nomi nuovi qua sono una minoranza, ma è soprattutto la seconda regola che viene disattesa.
Mi riferisco in particolare al versante grafico. A parte Trono che ha un tratto alternativo di suo (che a me non piace, ma certo non si può dire che non offra una versione di Zagor inedita), l’unico che spariglia il layout è il sempre eccellente Bisi. Per gli altri si tratta del già più che visto in precedenza. Anche se poi la qualità può perfino migliorare, ed è il caso di Barison quando abbandona quei neri caricati.
Però l’anno scorso Mangiantini usò una particolare mezzatinta molto efficace, mentre quest’anno si mantiene sul suo classico. Che è ottimo, sia chiaro, ma in questo Maxi mi aspettavo qualcosa di diverso, perché questo era il patto.
Similmente per i testi che, aggravati dalla scelta monotematica del genere, risultano ripetitivi. L’idea di renderli simili agli short di Poe non riesce, perché quelli godevano ognuno del fascino della novità: il non conoscere i personaggi, lo stuzzichìo del capire la situazione, il fatto che poteva succedere di tutto, compresa la morte del protagonista. Qua invece ogni racconto è costretto allo schema: introduzione del mistero – comparsa di Zagor – lotta – vittoria di Zagor, e così la cosa non funziona più, specie se ripetuta.
E poi c’è la qualità delle storie in sé, che è abbastanza scarsa. La migliore, di gran lunga, è quella di Barone: anch’essa è obbligata allo schema di cui sopra, ma si tenta – riuscendovi – di inserirvi comunque un approfondimento dei personaggi, e qualche dialogo intenso. Che è quello che si deve fare nella storia breve: non potendo allungarla, si cerchi di inspessirla.
E’ la stessa logica usata nella parte introduttiva e di raccordo, che infatti è l’altra cosa migliore. Anche se non si può considerarla una vera storia, ma in queste poche pagine i personaggi sono vivi, i dialoghi non banali. Bravo anche Voltolini.
Distante ma passabile, quella di Cavalletto, bravo a creare un’atmosfera e una minaccia horror davvero inquietante (complici i disegni).
Troppo forzata e confusionaria quella di Paolucci nel suo svelare il giallo e i relativi rapporti tra tutti i personaggi, impossibili da assorbire in quella manciata di pagine.
Pessime le altre tre, costituite solo da cazzotti, mostri e passaggi narrativi faciloni. È un fastidio vedere queste scene in cui Zagor viene usato solo per menare mazzate ad armadi, mostri di bitume e demoni vari. Sono sequenze noiosissime, senza alcun pathos, completamente irreali. Non ne capisco il senso.
Particolare nota di demerito a Testi, quintessenza di questa logica perché continua l’impostazione, che diede già nel suo Speciale, di uno Zagor supereroe che fa fuori a cazzotti e colpi di scure mostri di tre metri, demoni dell’oltretomba e robette del genere. Anzi, a vedere queste due storie pare quasi che per lui Zagor sia solo questo. Urge massiccia rilettura di Nolitta.

IL LIBRO DELLE OMBRE
(Speciale n. 31)
Perniola - Russo

Testi: 6. Storiella senza pretese ma scritta bene. Trovo positivo che ci sia una unica linea narrativa, senza troppi intrecci e/o ingolfamento di personaggi, che comprimerebbero faticosamente le 160 pagine. Lo svolgimento è invece lineare e così la fruizione, e i dialoghi sono ben impostati per conferire una sufficiente psicologia ai personaggi, pur senza andare mai oltre.
Pur non vedendo di buon occhio le storie magiche, e in particolare la reiterazione continua che investe negli ultimi tempi la testata, devo dire che quantomeno in questo caso si è cercato di conferire alle entità soprannaturali quella corretta qualità di vera minaccia che la loro natura sovrumana dovrebbe portare loro. Quindi, giustamente, il solo Zagor non può sconfiggerli a suon di mazzate come fossero grizzly (e anche in questo caso, insomma… non dovrebbe essere ugualmente una passeggiata) e senza l’aiuto di un corrispettivo magico avrebbe finito per soccombere.
Per il resto c’è poco altro sia di infamia che di lode.
La pecca maggiore è stato però, secondo me, l’utilizzo banale dell’interessantissimo spunto di partenza: Zagor e Cico che si risvegliano senza memoria, in un luogo sconosciuto: quali sarebbero i rapporti tra di loro e col resto delle persone? In che modo se la caverebbero senza le premesse alle quali sono abituati e su cui possono appoggiarsi? Quale mirabolante spiegazione ci sta dietro? Un machiavellico piano di un supernemico o cos’altro?
Ecco, invece niente di tutto questo: una polverina magica e via, in poche pagine tutto torna come prima. Che poi, non lo considero un difetto in sé bensì un legittimo (anche se banale) modo di usare un’idea. Però insomma, peccato.

Disegni: 8,5. Ancora bravissimo Russo, e dispiace che non torni più spesso da queste parti. Preciso, dettagliato, maestro dei primi piani e dell’espressività. Per questo, le pagine statiche sono le migliori e meriterebbero anche un voto più alto, mentre perde spesso nelle fasi dinamiche in cui le anatomie perdono di armonia e plasticità, irrigidendosi.
Spettacolare anche la fase demoniaca e ancor di più tutte le vignette a 2/3.
 

 

MONUMENT VALLEY
(Nn. 642/645)
Burattini - Kerac

Testi: 9. Ah, che bella bella storia. Lunga, robusta, emozionante, con grandi personaggi. Ci voleva proprio.
Le prime 120 pagine sono molto verbose, cosa che forse infastidirà qualcuno (non leggo alcun commento prima di scrivere il mio), ma che invece io ritengo una tecnica intelligente, che sfrutta ottimamente uno dei terreni in cui lo sceneggiatore è più a suo agio, ovvero l’eloquio. Per i miei gusti questi approfondimenti storici conferiscono sempre gran spessore alla vicenda, purché inframmezzati con adeguati intervalli di azione, cosa che qua è stata fatta in modo impeccabile.
Si decide di rivelare quasi subito le carte nascoste, ma è ciò che permette alla Schulz di venire fuori come un eccellente villain, peraltro femmina, la cui rarità come ruolo nella testata fa il pari col suo ruolo di studiosa nella vicenda specifica, e le conseguenti motivazioni che scavano nel suo trascorso personale. La ragazza ha personalità, è dura, decisa ma anche sexy, e soprattutto non è monodimensionale, bensì spinta non solo dalla curiosità scientifica ma anche da un sincero desiderio di uguaglianza e di rivalsa, che alla fine la spinge al suicidio, con un gesto inaspettato e perfino commovente.
Per il resto, grande avventura con Zagor protagonista coraggioso ed intelligente. Magari qualche scena di lotta un po’ forzata a suo favore, ma sai chi se ne frega in mezzo qua.
Applausi.

Disegni: 9-. Fantastico balzo in avanti di Kerac, il cui voto sarebbe anche più alto se non fosse per il viso di Zagor che proprio non centra quasi mai, arrivando ad alcuni primi piani in cui sembra un mezzo manga.
Ma per il resto, grandioso nella resa spettacolare delle location, strabiliante nella minuzia dei dettagli che pure conservano inalterata la facilità di lettura. Ciò produce alcune scene di azione veramente efficaci, che la assenza di baloon avrebbe forse reso noiose, ma che al contrario si trasformano in piacevoli cristallizzazioni su cui indugiare con lo sguardo. Tra l’altro offre una delle rappresentazioni più realistiche della scure (stupenda la vignetta in cui inchioda il crotalo).
Non so se con Guitar Jim fosse stato il colore a togliergli qualcosa o semplicemente doveva prendere la mano, fatto sta che da adesso lo voglio come colonna portante!  

I MANDRIANI
(Maxi n. 36)
Burattini - Gramaccioni

Testi: 7. Il primo centinaio di pagine è secondo me il migliore: ci sono bei personaggi e bei cattivi, si tocca con mano la loro spietatezza e c’è anche uno Zagor che conduce le indagini un po’ facendo il Tex, ovvero a suon di pugni senza guardare in faccia a nessuno, ma che per questo risulta bello sanguigno e quindi vivo.
Poi diventa una normale storia di inseguimenti e difficoltà naturali, ma senza che nessuno di questi elementi risulti particolarmente originale e di conseguenza emozionante. In ogni caso la lettura risulta piacevole anche in questa seconda parte “minore”.

Disegni: 5,5. A differenza delle altre volte, qua Gramaccioni parte bene, in modo più curato, per poi palesare in corso d’opera i suoi antichi difetti, che consistono nello specifico in anatomie abbozzate dalla media distanza e spesso i volti, e in genere un tratto che appare come incerto. Inoltre i fondali sono troppo di frequente non curati se non perfino inesistenti. In tal senso le sequenze peggiori sono rappresentate da quella notturna e quella durante il diluvio, con fondi completamente neri o semplici righette, che danno il senso di tirare via scene che invece dovrebbero essere di particolare impatto.

I SERVI DI CROMM
(Nn. 645/647)
Burattini - Esposito

Testi: 5,5. La vicenda precedente era stata troncata abbastanza di netto, per cui era atteso questo ritorno dei Crommies, che però si rivela modesto.
Troppa poca ciccia per due terzi, è un pim pum pam qualunque fatto solo di azione, inframmezzato da qualche oggetto magico e visioni non di particolare effetto, banshee a parte.
Soprattutto sono i personaggi ad essere piatti e Zagor non è loro da meno, limitandosi a combattere per tutto il tempo.
Unico lampo di segno opposto, l’interazione tra Zagor legato e Durkan, in cui la personalità del Nostro si innalza improvvisamente. Parimenti, è in questa fase che si trovano le cose migliori, col piano spiegato (e quindi si vede indirettamente un po’ di psicologia del cattivo) e l’arrivo di Kandrax, che serve soprattutto e ovviamente a preparare la storia di Chiaverotti, ma che ottiene l’impatto atteso.
Non annoia ma data la particolarità dei nemici era lecito attendersi qualcosa di più emozionante.

Disegni: 7. Avevo già notato nel Maxi un discreto calo rispetto alle prime prove, e purtroppo qua il trend pare confermarsi. Se i fondali sono sempre ottimi, le figure umane soffrono talvolta di scarsa tridimensionalità e disarmonia. Ma la cosa peggiore di tutte è il volto di Zagor, troppo personale, per il quale in passato erano riusciti a trovare una buona sintesi tra il loro tratto così particolare e il classico, ma che ora sembrano aver tralasciato.
Molto spettacolari invece le apparizioni delle banshee.  

LA VENDETTA DI GAMBIT
(Color n. 9)
Rauch - Pesce

Testi: 6. Peccato. Poteva venire fuori una signora storia come quella di Blondie, ma la differenza è che là ci sono stati più albi a disposizione, e adesso no.
E il problema è tutto qua: che gli intrecci e i colpi di scena sono troppi, e si è quindi costretti a pagine e pagine di spiegazioni che tutto sono tranne che emozionanti.
La prima metà è davvero buona, e non a caso è quella che si dipana con i giusti tempi, c’è azione e riflessione, i fatti si vivono e non si ascoltano e basta. Tra questi, sprigiona atmosfera l’inizio sotto la pioggia e risulta di gran livello lo scambio verbale tra Zagor e Raven nelle pagg. 40-41. C’è insomma tempo per approfondire i personaggi tramite dialoghi e scene che ci fanno entrare nella loro personalità, e come sempre è questo che fa la differenza.
Poi e invece, sempre più le spiegazioni di tutti prendono spazio, ingolfandolo, e fagocitando il buono finora creato. Inoltre, confluiscono nel finale un quantitativo enorme di personaggi che creano ribaltamenti e contro-ribaltamenti di fronte in pochissime pagine, lasciando ad ognuno solo giusto il tempo per dire la sua battuta rivelatrice e poi sotto un altro. OK, mette a posto i misteri, ma non emoziona per niente.
Devo dire che questa compressione è spesso stata una costante per le storie di questa collana, e ogni volta mi viene da chiedermi come sarebbero state avendo un adeguato numero di pagine, finendo per pensare che questa formula faccia più perdere occasioni anziché il contrario.

Disegni: 8,5. Bravo come sempre, ricco di dettagli e maestro dei primi piani e dell’espressività. Chiaro che la costante presenza di due avvenenti fanciulle aiuta, ma non è solo quello.    
Al suo lavoro contribuisce anche la davvero ottima colorazione, prodiga di attente sfumature che conferiscono una grande tridimensionalità.
 

 

MISTERO SUL MONTE NAATANI
(Nn. 648/650)
Burattini - Sedioli/Verni

Testi: 6-. Attesa per quattro lunghi anni, purtroppo questa seconda parte del ritorno di Hellingen si rivela abbastanza deludente. E dire che parte proprio bene: intrigante e sensata l’idea di un gruppo di suoi discepoli che ne organizza il ritorno, si crea subito una bella atmosfera carica di aspettative, seguita poi dallo stemperamento della gag di Trampy, e dall’ingresso di Verybad.
Ma queste premesse non trovano un adeguato sviluppo, cosicché il secondo albo è occupato per metà dal riepilogo delle precedenti comparse del professore e per metà da sola azione: in pratica per i primi due albi il cattivo che dovrebbe essere il protagonista della run non si vede mai.
E quando arriva, non funge da catarsi su quanto visto finora, cioè per quei fatti sui quali si erano create le aspettative. Le prime 200 pagine sono infatti costituite dal piano dei discepoli per liberare il loro maestro (peraltro basato sulla elementare forza bruta, nulla a che vedere con le squisitezze a là Mortimer), ma… per fare cosa? Sostanzialmente nulla: una volta riportato sulla Terra, Hellingen si limita a “sistemare” alcune incongruenze narrative precedenti (l’eliminazione del clone e del Wendigo, e tramite alcune circostanze magiche, quindi nemmeno in modo particolarmente elaborato) e a cominciare a puntare su Altrove per distruggerla. Punto.
E’ un villain che non incide, che si muove col pilota automatico. Non è né figura centrale della scena né sprigiona quella personalità che si è vista in quasi tutti i suoi ritorni, compreso l’ultimo, come il suo ruolo avrebbe invece richiesto. E’ un cattivo qualunque.
La storia in sé non è male, ma non abbastanza da reggere l’occasione del ritorno dell’arcinemico, e il motivo è che c’è solo azione, cazzotti più o meno fantascientifici, ma ben poca passione ed epica.

Disegni: 8,5. Niente da dire sulla premiata ditta, efficace come sempre in tutte le fasi della storia, e in particolare sul piano della leggibilità, autentico cavallo di battaglia.

I RACCONTI DI DARKWOOD – I TAMBURI DELLA FORESTA
(Maxi n. 37)

Voto d’insieme: 8. Il terzo Maxi ritorna per fortuna al livello del primo, al netto della carta della novità, che ormai è stata ovviamente giocata la prima volta.
Sfruttando in questo caso uno scrittore avventuroso come Cooper, si ottiene, a differenza del precedente con Poe, il duplice risultato di scrivere storie più in linea con lo spirito della testata (Zagor è horror solo in piccola parte), e di poter variare maggiormente le tematiche.
La migliore è “Eden falls”, che definirei perfino un piccolo capolavoro. Ad un primo impatto poteva sembrare la solita storia del villaggio di religiosi fanatici, e di fondo lo è, ma ciò che fa la differenza è l’approfondimento psicologico raffinatissimo, che riesce ad allontanare dalla macchietta qualcosa che per sua natura vi tenderebbe (come il fanatismo), per restituirci persone vere, per quanto di convinzioni estreme, ma con un loro equilibrio interno che regge. Così Peter non è una povera vittima di regole fanatiche, ma qualcuno che tali regole le ha accettate nella buona sorte ed ora decide di farlo nella cattiva, anche a costo della vita. Come il reverendo è probabilmente davvero convinto della bontà delle sue leggi, e le applica con dolore sincero, come dimostra nel finale in cui è in fondo contento del trucchetto usato da Zagor, perché gli permette di non trasgredire la legge e insieme di salvare una vita.
Buona “Il lupo e la luna”: delicata e romantica pur nella sua conduzione semplice, non ci si può non far coinvolgere dalle vicende del Keto giovane e vecchio. Mi ha ricordato per certi versi la analoga “Il cerchio della vita” di Sclavi. Anche i disegni contribuiscono a rendere più eterea la narrazione, quasi una favola raccontata in una notte di neve.
Stesso giudizio per la cornice che, come nel Maxi di Poe, è ottimamente discorsiva, facendo emergere le personalità della figura storica e permettendo qualche gustoso divertissement. Perde qualcosa nel finale con le motivazioni degli assassini, un po’ deboli nella loro esagerazione, e i riferimenti alle violenze sessuali, che non appartengono alla testata.
Sufficiente, per il motivo contrario, “I quattro assassini”: sembrerebbe un banale pim pum pam se non fosse per la sorpresa finale, talmente originale e ben raccontata che da sola vale il voto.
E’ invece davvero solo un pim pum pam, e pertanto insufficiente, “L’uomo con la stella”, il cui finale si capisce fin dalla prima vignetta e comunque continuamente fatto intuire dalla sceneggiatura.
Il peggiore è “Le nere ali”, nella quale ancora una volta sembra che Testi non riesca a scrivere nulla che non preveda esseri mostruosi. Ed è un peccato, perché di suo non scrive niente male, ma le tematiche sono sempre quanto di più improbabile, e soprattutto ogni volta fa ammazzare mostri giganteschi a Zagor a forza di mazzate nella capa, come fosse una specie di Ercole semidivino. Ribadisco: urge massiccia rilettura (ma comincia a venirmi il dubbio che la parola corretta sia solo “lettura”) di Nolitta.

Sul fronte disegni, tanta ma tantissima roba e soprattutto non manca la valenza sperimentale che giustifica il taglio alternativo.
Della Romeo ho già detto.
Grande onore per la presenza della guest star Velluto che lavora da par suo il layout, rimescolandolo o distruggendolo proprio.
I più classici Pozza e Corda sentono l’occasione e sfoggiano un lavoro ricchissimo di dettagli, specie nelle zone boscose (fantastica la definizione della corteccia su alcuni tronchi).
L’altro classico Voltolini è ottimo come sempre, ma in mezzo a tanto splendore mi appare quasi il peggiore e se uno che ho appena definito “ottimo” è il peggiore, fa capire il resto.
Ho pensato di dare la palma del migliore allo strepitoso lavoro di Bertolini, davvero da cavarsi gli occhi a forza di goderne i dettagli, ma con una gabbia più classica.
E alla fine ho deciso quindi di darla a Torricelli, non solo per la galattica cura profusa in ogni particolare, ma anche per le infinite variazioni nella scelta del layout, per l’atmosfera emanata e per le non poche prospettive di rara veduta.
Ma davvero a questo giro è stata una lotta tra giganti.


 
 
ZAGOR – LE ORIGINI

Titolo
Testi
Disegni
1 – Clear Water
10
9
2 – Il giuramento
9,5
9,5
3 – Il demone cannibale
6
7
4 – Furore!
8
8
5 – La grotta sacra
8,5
9,5
6 – L’eroe di Darkwood
10
9

Per entrare nel dettaglio di ogni singola storia, dovrei scrivere una lettera a parte, per cui mi limito alla tabella sintetica.
In via generale, invece, dirò che questo esperimento, che portava con sé i timori di andare a toccare un mito, è straordinariamente riuscito nel suo complesso.
E’ soprattutto la tecnica narrativa a lasciare estasiati, e questo vale sia per i testi che per i disegni/colori, fusi splendidamente non solo nella qualità intrinseca, ma nella costruzione continua di un layout azzardato su Zagor come un volteggio di Manuel, ma nello stesso modo riuscito e affascinante.
Questo è lo Zagor del nuovo millennio che vorrei vedere fuori dalla testata regolare, quello che giustificherebbe, allora sì, concetti come "Uscita extra" e "Speciale".
Anche la scansione dei dialoghi è perfetta: non appesantita da inutili ridondanze, fila come un treno, facendosi asciutta e scorrevole quando occorre e carezzevolmente verbosa quando bisogna rallentare la lettura.
L'approccio è stato quello di chi si avvicina ad una leggenda e sa che quindi non deve raccontare più di tanto il "cosa", dato che è ben conosciuto, ma si limita a suggerire, o a focalizzarsi su un punto, o a giocare alle volte col lettore scafato.
Se dovessi usare un aggettivo di estrema sintesi, direi che questa mini è intensa. Si sente che c'è del cuore, della passione. Sulle 64 pagine bisogna cambiare registro e ogni scena va ben calibrata, per sfruttarne al massimo le potenzialità. Meno azione e più intensità. Grande risultato.
Seppur io non ritenga necessario l'esercizio di riempire tutti i buchi lasciati in precedenza, quando lo si fa bene come in questo caso, tanto di capello. Tecnicamente notevole che si riesca a riproporre tante cose viste tra serie ed extra vari, e intrecciandole in modo così naturale con quanto si sta raccontando ora. Così facendo, ne esce un affresco che comprende tutto ma non si limita ad essere una semplice riproposizione.
L’unica vera caduta l’abbiamo a mio parere nel n. 3, soprattutto per il cambio di impostazione. Se la chiave vincente dei primi due albi è stata infatti la profondità del registro che espande in verticale scene che non possono farlo in orizzontale per assenza di spazio, qua si decide invece di strizzarci lo stesso uno Speciale e altra roba, per cui abbiamo da un lato troppa azione per essere supportata da 64 tavole, e dall'altra troppe spiegazioni legate all'oscuro segreto di Fitzy, obbligando a tagliare scene forse inutili ai fini della trama ma che allora fornirono spessore alla lettura.
Mi ha fatto invece l’effetto contrario il n. 5, che mi è parso migliore dell’originale, per il quale credo che all’epoca Burattini avesse in mente qualcosa di più epico, ma il colpo gli rimase un po’ in canna. Qua invece mi è parso un autore più maturo e conscio dei suoi mezzi, più capace di maneggiare tematiche per lui spesso ostiche, come appunto il soprannaturale, spingendolo più su di un piano filosofico-animistico, con dialoghi davvero raffinati.
L’ultimo numero, poi, è forse il più bello della serie, e non è una lotta facile. Mi ha commosso soprattutto l’inizio con Manuel, e considerando che è una parte inedita, si capisce come la sola componente nostalgica non basti a spiegare l’entusiasmo. Gustose anche tutte le strizzate d'occhio al fan, tipo quando con i Sullivan ripercorre in pratica e in metafumetto la genesi del nome e i relativi scarti proprio come fece Nolitta nella realtà, passando da Ajax a Zagor. Grandemente epica tutta la parte finale, da come Zagor compare al raduno, alla lotta con Oga-Ito, fino alla iconicissima vignetta finale, che chiude maestosamente tutta la sequenza. Se fosse stato un film, su quella chiosa, magari con una adeguata musica di sottofondo, mi sarebbero partiti applausi a scena aperta.

Alla bellezza di questa mini contribuiscono i disegni ma forse ancor di più i colori. Sugli scudi i numeri 1, 5 (straordinaria la luce dell’alba fuori dalla grotta), e 6, con la deliziosa tecnica "pastellata" nelle sequenze di ricordi, conferendo così una atmosfera che accompagna il tono che la sceneggiatura sta fornendo (sublime la vignetta con Zagor di fronte all'aquila gigante).

In definitiva, una miniserie secondo me riuscitissima che non mi dispiacerebbe se continuasse riprendendo i primi numeri della serie, onestamente datati e spesso mediocri, per attualizzarli e riverniciarli di fresco.
Complimenti a tutti gli autori!  

WITIKO!
(Color n. 10)
Burattini-Ravera - Barison

Testi: 5. Storiella più che trascurabile, nella quale peraltro Doc non c’entra molto, ma forse solo per esigenze redazionali causa Nuccio.
Però sa proprio di pochino, scontata nello svolgimento e piatta nel livello. Cercare un approfondimento psicologico o una qualche intensità qua dentro è impresa titanica. C’è un mostro che spaventa gli indiani, gli si da’ la caccia e lo si sconfigge con qualche arma magica. Fine. Robe viste tremila volte, senza alcuna variazione particolare. L’unica cosa buona è che almeno è discretamente scorrevole, ma ugualmente non capisco il senso di fare uscire materiale extra se è così.

Disegni: 6. Il tratto di Barison non mi fa impazzire, specie quello Zagor dal volto squadrato, ma tutto sommato è sufficiente. Temevo l’effetto del colore sulle sue ombreggiature nerissime, ma il risultato invece non è male.

L’INCENDIARIO
(Nn. 651/653)
Perniola - Chiarolla

Testi: 6,5. Si fa leggere e anche qualcosa in più. Il primo albo è la parte migliore, mentre vengono messe giù le carte in tavola, presentati i personaggi e la vicenda col tema della vendetta, che ha sempre il suo richiamo. Addirittura per un po’ sembra presente una denuncia delle condizioni di lavoro e di sfruttamento storico, poi purtroppo viene abbandonata quasi subito (peccato, avrebbe aggiunto spessore). I tratteggi individuali sono buoni anche se niente di eccezionale, ma sufficientemente stimolanti. Così come l’ambientazione, l’inusuale monte di antracite e il paese perennemente in fiamme.
Poi queste stesse cose col tempo finiscono per diventarne la zavorra. La parte centrale da’ l’idea di essere stata un po’ allungata a forza: gli attentati si ripetono praticamente uguali, ci si abitua alle crash scenes e questo toglie loro la spettacolarità, e soprattutto se ne forzano alcune rendendole poco credibili. Mi riferisco a Zagor che se ne va a zonzo all’interno di un monte in fiamme e in più probabilmente minato, oppure l’assurdità di costruire un laboratorio di esplosivi infiammabili in un paese in cui le fiamme escono dal terreno.
Sarebbe quindi forse riuscita meglio contando una settantina di pagine in meno, ma non è un gran problema: i dialoghi sono mediamente piacevoli, e c’è spazio anche per qualche abbozzo di dramma umano, per cui la maggior parte scorre bene. Bello il colpo di scena finale con la rivelazione che Beaumont si era immaginato parte delle cose che avevamo visto, e la sua tragica presa di coscienza della propria pazzia.   
Buono anche il coinvolgimento di Cico come elemento delle vicende e non solo per gags.

Disegni: 6,5. Una mano che non mi fa impazzire, ma fa il suo, con la solita precisione nei particolari e diverse vignette grandi e distruttive di certo spettacolari.


ANNATA 2020

I DISERTORI DI FORT KENTON
(Maxi n. 38)
Perniola - Della Monica

Testi: 8,5. Se ultimamente Perniola aveva avuto qualche defaillance, si ritrova alla grande con questo robusto western di stampo classico.
La trama ha la giusta dose di complessità senza essere arzigogolata, e i vari inseguimenti e scontri, catture e fughe, vengono percepiti come naturali nello scorrere delle pagine. Non ci sono forzature, e le imprese che compie Zagor sono credibili, con l’unica eccezione – facilmente perdonabile - della scena della frana.
La differenza comunque la fanno sempre i personaggi, e qua sono tutti ottimamente delineati. Non ci sono macchiette di esagerata cattiveria né bontà, si ha la sensazione di una storia costituita da persone vere, con i loro difetti e pregi. Soprattutto lo stile dei dialoghi contribuisce a quanto sopra, con un taglio maturo, intenso quando serve, e ancora una volta realistico, senza esagerazioni grottesche né una sola frase fatta da “cattivo da operetta” e simili.
Un piccolo difetto è che Zagor è sì molto presente ma quasi solo “a sostegno”, cioè cerca di rimediare a guai causati da altri, interviene per evitare di fare peggiorare le cose, e così via. Non è il vero eroe di questa storia: FA l’eroe nel senso interventista, come dimostrazione di coraggio eccetera, ma il centro della storia sta da un’altra parte, ha altri protagonisti.
Un altro è la mancanza di qualche momento in cui si spinge davvero forte sul piano del dramma. E’ un albo con una alta media diffusa, ma senza picchi particolari.
In ogni caso resta un buonissimo Maxi, a memoria la cosa migliore di Perniola.

Disegni: 9. Che goduria rivedere dopo tanto il tratto magistrale di Della Monica, così pulito, leggibile, carico di particolari. Magari non spettacolare, ma di un realismo perfetto. Sempre bravissimo.  
 

 

SANGUE KIOWA
(Nn. 654-655)
Rauch - Nuccio

Testi: 8/9. Ogni anno annunciata come praticamente pronta e ogni anno rimandata, questa storia si fa sicuramente perdonare l’attesa. Bravissimo Rauch nella non facile calibrazione delle 130 pagine, alterna le dovute scene d’azione a più corpose parti di dialogo che inspessiscono il tempo di lettura. Ed è come sempre la qualità di tali parti che ne aumenta il sapore, accompagnandoci per mano e senza sforzo in un intrigante mistero di motivazioni di vendetta, e delineando splendidamente i vari personaggi sulla scena.
Vengono fuori così soggetti con una loro profondità, dal taglio duro e spesso amaro: in primis di certo il senatore, ma nessuno è tirato via. Benissimo anche Zagor, che tratta i nemici senza troppi fronzoli quando occorre, ma capace anche di ragionamenti e perplessità su quale sia la maniera migliore di agire in certi frangenti. Altrettanto dicasi di Winter Snake, aderente a quel che conoscemmo: un po’ amico e un po’ nemico, in base a quanto Zagor assecondi o si intrometta nei suoi piani. Praticamente assente invece l’umorismo cichiano, ma non si può avere tutto.

Disegni: 9. Anche sul fronte disegni l’attesa è stata premiata. Bellissimo tutto: gli esterni in particolare, le zone naturali e boscose, ma anche le scene d’azione, la pioggia, molti primi piani, maledetto a lui, perché non lavora di più!
    

LA VALLE DELL’EDEN
(Speciale n. 32)
Secchi - Mangiantini

Testi: 7. Partito malissimo con tutta la fase dell’assalto alla diligenza gravata di spiegazionismo e telecronache mentali, lo Speciale si riscatta poi in corso d’opera. Ma lo fa lentamente: la prima metà è un qualunque inseguimento senza nessuna caratterizzazione particolare, il che l’ho trovato strano considerando lo stile dello sceneggiatore. Poi sempre più cominciano a venir disseminati ottimamente indizi inquietanti sulle usanze di Nyeden, il che fa aumentare la curiosità e sentire qualche brivido.
La parte successiva alla scoperta della verità è la migliore. Non solo perché si viene a conoscenza dell’angosciante mistero, ma sopratutto perché lo scoprire le carte permette finalmente di far uscire le personalità.
Per quanto si possa giudicare mostruosa l’usanza, mi è piaciuta la coerenza caratteriale dei membri della comunità, che si dimostrano sinceramente devoti a ciò che per loro è il bene comune, a costo di sacrificare la propria vita e quella dei propri figli. Spicca qui quella di Hans, pronto dapprima ad accettare la propria morte redarguendo il tentativo della sorella di salvarlo, e poi lo sguardo con cui la ghiaccia il giorno dopo. Belli anche i discorsi tra Zagor e Dempsey, che riesce per poco a emergere dallo stereotipo che lo legava fino a lì.  
Il cuore della vicenda direi quindi che è stato ben svolto da Secchi, mentre tutte le falle (non poche) si ritrovano nelle parti di azione, portate avanti in modo troppo superficiale.
La lettura non è noiosa e questo è sempre centrale, ma da uno che ha scritto certi capolavori su Nathan mi sarei aspettato molto di più. Mi auguro che possa riprovarci.

Disegni: 8. I pregi: gran leggibilità, davvero belli gli esterni, strepitose le fasi con grande contrasto di luce e buio. I difetti: un po’ legnoso in certe scene d’azione, troppi visi lasciano a desiderare, specie quello di Zagor, talvolta pessimo.
 

 

LA FIGLIA DEL MUTANTE
(Nn. 655/657)
Burattini – Esposito bros

Testi: 6,5. Non c’è granché in questo ritorno della Skull jr., e non posso dire che mi dispiaccia la sua morte, visto che già nella prima apparizione non mi aveva entusiasmato, cosa che la presente conferma.
Poi Burattini è bravo a rendere scorrevole la narrazione, e questo costituisce quasi da solo il motivo della posività del voto. Perché in sé è una vicenda molto lineare, e troppo meccanica. In sostanza c’è questa tizia che si muove verso una meta (peraltro fallace), e nel mezzo continua ad uccidere gente. Visto uno, visti due, diventa ripetitivo e finisce per lasciare indifferenti, anche variegando scene forti e splatter. Peccato perché inizialmente questa componente horror ha sicuramente fornito delle belle scosse, ma poi subentra l’abitudine. Apprezzabili anche i dialoghi brillanti delle tre ragazze.
Incomprensibile, invece, la scelta di Zagor nel finale che salva Jenny lasciando comunque in ostaggio Tonka, quando avrebbe potuto stordire Sophie, protetto dalla maschera come era. Ma ancor di più che questa maschera se la tolga, ponendosi così alla totale mercé della sua nemica, per ottenere uno scopo per lui inutile.
Personaggi e mistero non piattissimi ma troppo modesti per costituire vero spessore, nessun approfondimento scientifico nemmeno a questo giro sui poteri dei Randall, rimane la sola azione che per fortuna è di buon livello.

Disegni: 8,5. Bellissima la splash page iniziale. Ottimi nei particolari e negli sfondi, e più che buoni nelle scene d’azione. Così e così i visi appena dalla media distanza in avanti, ma migliore rispetto all’ultima volta quello di Zagor.

I RACCONTI DI DARKWOOD
(Maxi n. 39)

Voto d’insieme: 6. Il voto è da intendersi così: che si è letto bene, e non c’è nessuna storia che mi abbia annoiato, ma nemmeno nessuna che è andata oltre.
Le storie peggiori (che in questo caso non significa brutte, bensì inutili) sono La diga di ghiaccio e White river express. Entrambe si limitano ad essere normali inseguimenti, sembrano quasi una semplice porzione di una qualunque storia più lunga, e quindi scarsamente significative. Un po’ meglio la prima per la location e il fenomeno particolare che fornisce il titolo, un pelo peggio la seconda per una impostazione (peraltro tipico difetto di Zamberletti) che aspetta il finale per cominciare a raccontare in un botto solo tutto ciò che non ha fatto vedere anziché, appunto, farlo vedere in diretta.
Le storie migliori sono le altre. Però per un po’ tutte potrei dire, come si fa dalle mie parti, che è sempre mancato uno per fare due.
Il delitto impossibile è molto accattivante e mostra ancora una volta quanto Burattini si trovi a suo agio nel giallo e perché io sostengo che un autore debba muoversi maggiormente nei generi che gli riescono meglio, nonostante alcuni lettori non lo considerino un genere troppo zagoriano. Però una delle chiavi, cioè il travestimento, sfida davvero nel 2020 la soglia della credibilità. E’ una trovata che ci può stare in una fase ingenua del fumetto, appunto à la Fante di picche, ma oggi diventa difficile da accettare, sia pure verniciandola al massimo tramite l’essere un gemello e attore.
Il confine presenta una idea originale, con il paese di sole donne, ma l’idea viene presto banalizzata nell’abusato paese oscuro in cui si fanno sacrifici a qualche entità, di cui peraltro non viene nemmeno spiegata la natura. Per fortuna che almeno Zagor non ci si è dovuto scontrare a mazzate come in altre occasioni, questo è positivo.
Ultima viene la neve possiede a tratti una certa atmosfera, specie nel titolo e nel finale, ma spreca troppe tavole in combattimenti che da tale atmosfera portano lontano, e sopratutto la spiegazione si regge su presupposti magici troppo forti, poco chiari e non minimamente preparati. Il che sarà sicuramente voluto dato che si cerca la rivelazione, ma è appunto preparata male e l’effetto risulta quasi solo di incomprensione anziché di sorpresa. Peccato perché certe parti (benché troppo poche) sono davvero intense.
Tirando le somme, la migliore risulta un po’ a sorpresa L’ingrediente segreto perché pur essendo umoristica, fa bene quel che deve fare e non pretende di essere altro. Sopratutto è un bel personaggio (certo, umoristico, ma questo è il registro) sorella O’Hara, talmente caratterizzato da prendersi la scena anche a scapito del vero protagonista che sarebbe Cico. Sia lei che tutti coloro che ne parlano, lo fanno in modo brillante e divertente. Questo a riprova che la differenza la fanno sempre i personaggi.

Fronte disegni, rilevo con dispiacere l’aver in pratica totalmente ignorato uno dei motivi della nascita di questa forma di Maxi, ovvero la sperimentazione. Il livello medio, sia chiaro, è buono (notevole Chiarolla nella neve e apprezzabile lo schiarimento operato da Barison) ma, a parte la curiosità di vedere new entries (poche) cimentarsi col Nostro, il taglio è del tutto ordinario.
Uniche eccezioni: Barison e Oskar, che avrebbe comunque preso la palma del migliore per il livello dei dettagli, specialmente dei fondali, e che aggiunge anche tale caratteristica meritoria in questo tipo di pubblicazione. Mi auguro di vederlo al più presto alle prese con una storia lunga.





L’EBANO E L’AVORIO
(Nn. 708/710)
Altariva - Russo

Testi: 9. Dopo qualche prova non sempre convincente, questa volta Altariva fa davvero centro, e il voto contiene sicuramente qualcosa di incoraggiamento a proseguire su questa impostazione. Che va comunque a colmare ciò che l’unico vero difetto toglie, ovvero il finale troppo di comodo, nel quale i cattivi tolgono le castagne dal fuoco a Zagor perdendo la testa e in pratica confessando senza la minima prova in mano all’accusa. Anche il repentino voltafaccia da parte degli uomini di Boyd e degli abitanti del paese appare troppo forzato.
Ma a parte questo, il resto è davvero ben scritto. La trama tutto sommato non ha nemmeno granché di originale, ma la sceneggiatura fa la differenza, con tutti i personaggi finemente caratterizzati. E su tutti, spiccano proprio i due protagonisti. Veramente un bel Cico, di cui si riscopre la partecipazione ai dialoghi con la sua buffa leggerezza, troppo spesso dimenticata per farlo solo lamentare di stanchezza e fame. Le due pagine (30 e 31) in cui tenta, sul carro, di indorarsi forbitamente gli scagnozzi di Boyd sono nolittianità pura. Gustosissima anche l’incipit del terzo albo.
E non da meno è Zagor: sempre al centro della scena, coraggioso, deduttivo, pronto a scaldarsi su certi temi e a dire la sua con qualche arringa degna di nota (per me avrebbe dovuto anche farne di più lunghe).
La cosa più apprezzabile è stata quindi proprio il “taglio” dato a questa già solida vicenda western, partendo dalla interessante idea della comunità di fratellanza, basata su fatti reali. Il tema del razzismo è abusato ma sempre gravido di buoni spunti in base a come lo si maneggia. Sarebbe anche interessante ripassare tra qualche anno da Nova Spes per sapere come è andata, se si è davvero trasformato in speranza per il futuro o se tutto è finito in modo tragico e amaro.

Disegni: 9. Qua il voto non contiene incoraggiamenti ma è valutazione pura per chi migliora il suo già buonissimo rendimento. Tratto pulito e carico di particolari, fantastica la diversità e la recitazione dei visi. Uno di quei disegnatori che ti fa fermare più del dovuto sulle tavole per assaporarne i dettagli.

KANDRAX!
(Nn. 711/712)
Chiaverotti - Torricelli

Testi: 4. Lo spunto iniziale è davvero stuzzicante, ma viene sviluppato in modo da vanificarlo totalmente. Le varie scene con Kandrax che incontra il piccolo Patrick e poi lo salva, quella in manicomio e così via, fanno partire bene e presagire approfondimenti gustosissimi, ma lo sceneggiatore sterza subito sulla strada più facile e superficiale, sgonfiando le premesse che così si accasciano.
Dopo poche pagine è come se avessimo scherzato: infatti Zagor si è velocemente reimpossessato della sua faccia, del suo costume, della sua scure: è tornato lui, punto, come se niente fosse mai successo. Scopriamo addirittura che la magia di Kandrax ha avuto effetto da quel momento in avanti, e il passato è rimasto inalterato (e il piccolo Pat allora?). Quindi niente, è proprio tutto uguale, e le potenzialità enormi di una distopia darkwoodiana vengono svilite rapidamente, come comprare una Ferrari per fare un giro nel giardino.
La conduzione è poi davvero confusionaria, illogica, caotica, procede di follia in onirismi, tutto può succedere senza che se ne capisca il filo. Forse l’idea era quella di riproporre un nuovo “Incubi”, ma la realizzazione non possiede un centesimo della sua forza, specie nelle meravigliose liriche sclaviane, e del resto in due soli albi avrebbe avuto difficoltà chiunque.
Il difetto trasversale e inaccettabile è che ogni problema viene risolto con la magia “alla carta”: Kandrax può fare tutto con uno schiocco di dita, il che annoia perché così i momenti potenzialmente straordinari vengono vissute come ordinari, e peggio ancora lo pone lontanissimo dal personaggio di Nolitta, le cui manifestazioni prodigiose richiedevano sforzi supremi, e che in quanto tali ne innalzavano la figura e il carisma, oltre a far percepire una immedesimazione da parte del lettore. Questo invece non è quel Kandrax, ma un supercriminale Marvel vestito come lui.
Tutto questo senso di approssimazione, del limitarsi ai soli aspetti stra-superficiali del villain, viene poi aggravato da alcune scene che portano un brivido di scadimento proprio nel trash: davvero non riesco a definire in altro modo robe come i dragoni meccanici, o quella vignetta (brrr...) in cui Zagor fa prendere vita all’aquila del costume!
Lo stesso abbozzo ricopre anche i personaggi di contorno, che cambiano posizione in un batter d’occhio e di conseguenza le varie scene che li riguardano non riescono a coinvolgere: penso a Linda, alla ribellione improvvisa dei paesani (e Kandrax non poteva ipnotizzarli di nuovo anziché scagliarvi contro i dragoni?), a Jarlath fedelissimo tutta la vita al suo mentore che poi in mezzo secondo lo abbandona, all’attore buttato lì per caso (un cameo?) di cui non se ne capisce l’utilità. Ad essi sono affidati alcuni momenti finali che si vorrebbero drammatici, ma la brevità e/o la schizofrenia repentina dei loro comportamenti non possono proprio creare quel minimo di immedesimazione necessario.
Insomma, un eccellente spunto usato nel modo più banale. Non è la prima volta se devo dire (ricordo uno Speciale di Perniola che comincia con Zagor e Cico senza memoria e poi in poche pagine torna tutto normale) , ma qua la gravità particolare è portata dal nome dello sceneggiatore/guest-star, che io apprezzo molto e non capisco perché abbia scelto questa strada priva di approfondimento, e dal nome del villain. Kandrax è uno di quei cattivi da usare solo per storie epiche, se davvero si ha in testa qualcosa di forte e che meriti il ripescaggio, altrimenti è meglio lasciarlo dove stava.

Disegni: 8. Non è più ai fasti di una volta, ma è ancora un signor disegnatore, che sa come raccontare col suo tratto pulito, e creare la giusta atmosfera. Strepitose le scene “sabbiose” nel finale.  

IL RAPIMENTO DI ICARO LA PLUME
(Color n. 11)
Burattini/Perniola - Russo

Testi: 5. Diciamo che lo Speciale del 1990 era già una storia decisamente banalotta, che godeva solo dell’ambientazione particolare. Non avrei visto quindi il senso di tornare a Ol Undas, se non per razionalizzare in profondità, nel 2020, una vicenda scritta nel modo ingenuo di allora.
Ma questa storia prende completamente un’altra strada e in pratica non aggiunge nulla alla vicenda originale, se non farci sapere che la popolazione si è estinta. E’ una storia di pura azione fine a sé stessa (tranne la improvvisa e brillante perla del dialogo tra la Dunkoff e il Barone a pagg. 44-45), che nemmeno gode della sorpresa data dalla location inedita di allora.
Non apprezzo nemmeno l’utilizzo di La Plume, che nasce come una di quelle meravigliose maschere nolittiane che si incontrava ogni tanto, e che viene portato su un piano razionale, quando di suo è un elemento umoristico. Solo la breve sequenza iniziale lo fa riconoscere, poi per il resto è un altro personaggio.
Insomma, ritorno assai deludente. E purtroppo mi par di capire che ci sarà pure un seguito.  

Disegni: 7. Non saprei dire precisamente perché questo lavoro di Russo mi è piaciuto meno dei precedenti. Immagino che la colpa sia del colore, che fa perdere i suoi grandi dettagli.




CREATURA D’ACQUA
(N. 662)
Burattini - Sedioli

Testi: 6,5. Partito sconfortato dalla copertina e dalla relativa tematica da B-movie che faceva presagire, sono rimasto invece piacevolmente sorpreso dallo svolgimento e dai dialoghi più che interessanti.
A differenza di Kandrax e di altri precedenti, in cui la magia viene usata per facilitare il compito allo sceneggiatore, qua la componente fantastica glielo complica come deve essere, mettendo sul piatto una creatura sì mirabilante ma che porta chi scrive a sforzarsi per trovare modi per sconfiggerla.
Si tratta infatti di una storia assolutamente realistica, in cui l’avversario è paragonabile ad un animale dalle caratteristiche sconosciute, e sia la fase di studio del nemico, del capire punti di forza e debolezza, del modo per imprigionarlo e poi eliminarlo, sfrutta in sostanza le comuni leggi della fisica. E’ realistica perché è come se ci trovassimo noi lì, delle persone normali, che devono trovare un modo per vincere questa creatura bizzarra. Insomma e semplicemente, è il fantastico declinato in modo zagoriano, che non ha nulla a che vedere con scontri magici.
L’unico aspetto che giudico eccessivo è la caratteristica di assorbire le conoscenze delle vittime, ma roba da poco conto inserita nel resto, e comunque viene ben sfruttata per aggiungere ulteriori difficoltà, non per bypassarle.
Ho apprezzato anche la fase di ricostruzione storica della vulcanologia, specie come spaccato della posizione scientifica di inizio ‘800. Di queste cose ne inserirei anche più spesso, tipo la perla sull’alpinismo in “La morte sospesa”, quando Zagor non si capacita che esista gente che vuole scalare una montagna per il gusto di farlo.
Il difetto principale ma importantissimo è la brevità, che impedisce di ampliare la fase avventurosa, la percezione del pericolo e le psicologie. Zagor come sappiamo ha bisogno di spazi ampi per dare il massimo, e quindi una storia breve è quasi impossibile valutarla più di tanto.

Disegni: 6. Un Sedioli davvero sottotono. Se ne giudicassi solo il tratto sarebbe sicuramente insufficiente, con non poche tavole al limite del pubblicabile e anche meno, ma mi è piaciuta talmente la ricerca continua di un layout diversificato che ho deciso di far prevalere questa seconda e positiva caratteristica sull’altra, nella scelta del voto.   

SEZIONE OMEGA
(Maxi n. 40)
Zamberletti - Sedioli

Testi: 5,5. Anche qua ho apprezzato l’elemento fantastico declinato in un contorno realistico. Per il resto, non si può dire che contenga particolari errori che inficino il voto, ma nemmeno qualcosa che lo innalzi. E’ una storia molto lineare che però alla lunga si appiattisce nel suo essere ripetitiva; e in più allungata con l’acqua, specie nelle scene d’azione, tutte uguali e infinite. Su 288 pagine, ne ho contate oltre un centinaio, davvero troppe.
Zamberletti pare avere acceso a inizio storia un pilota automatico a cui ha dato alcuni input ed è andato avanti così per tutto il tempo, inserendo ogni tanto un nuovo gruppo di personaggi, poi cazzotti, poi altri personaggi, altri spari e così via. Volendo, poteva andare avanti in questo modo all’infinito, senza sussulti. Personaggi non macchietta (bene) però ugualmente carenti in personalità, intercambiabili uno con l’altro; ad un certo punto quasi facevo fatica a capire chi si era visto e dove, confondendolo con un omologo. L’unico piccolo sussulto nella spiegazione finale, che certo non brilla per originalità, ma almeno si cambia registro per un poco.
Non capisco come mai l’autore che ha saputo scrivere quella splendida run su Blondie, decida per il 90% delle volte di limitarsi al compitino.

Disegni: 6,5. Un tratto più aggraziato e conosciuto a questo giro, che non è niente di eccezionale ma si fa leggere.  

DARKWOOD NOVELS

Titolo
Testi
Disegni
1 – Gli occhi del destino
6,5
9
2 – Il vento della prateria
5,5
7,5
3 – La banda dei métis
6+
9
4 – Bersaglio umano
6
7
5 – Harbour ranch
6+
5,5
6 – Fiore della notte
6
7

Come è facile intuire dai voti, nel complesso siamo certamente sulla sufficienza ma niente di più. Il problema non sta nei soggetti, che sono tutti più o meno validi, e nemmeno nella stesura del cuore degli stessi, ma è dato semplicemente e implacabilmente dalla lunghezza.
A differenza della mini dell’anno scorso, nella quale la brevità è stata ovviata dall’espansione in verticale del narrato, spingendo molto sull’intensità a scapito dell’azione, qua è stato fatto il contrario. La linea portante è classicamente avventurosa, ma essa abbisogna di spazio e, quando giustamente se lo prende, lo porta via ad altri componenti. Ma in 64 pagine l’avventura non ci starà mai degnamente, quindi rimangono strozzate sia l’una che l’altra. Anche tanti bei personaggi che troviamo in queste vicende risultano in un certo senso sprecati dalla brevità in cui debbono esprimersi.
Kendra è una di questi, in un albo più intenso della media, che non a caso risulta il migliore. Di lei mi è piaciuto sopratutto il fondo del suo agire, quella "solidarietà femminile" con Marsha, che anzi definirei come una sorta di indignazione di genere nei confronti degli uomini indegni. Tema che sarebbe da approfondire e che viene invece solo sfiorato.
Toccante il momento delle lacrime nel racconto della sua vita, e ancor di più il finale con la sua morte, narrato peraltro splendidamente anche su un piano grafico, con queste foglie mosse dal vento, un po' à la giapponese. Una scena commovente, da autentica pelle d'oca che non nego di aver provato davvero nel leggerla. Ma sono state rare perle raccolte in mezzo a troppa azione, come tutti i numeri successivi.
A differenza di quanto annunciato, cioè che si sarebbe scavato nell’intimo di Zagor, qua è proprio il protagonista a risultare troppo anaffettivo, è un poliziotto che agisce e sana i soprusi, ma che non appare mai davvero coinvolto. Perfino quando ci fa del sesso (scena che a me non è piaciuta perché troppo esplicita e soprattutto e appunto priva di coinvolgimento sentimentale) risulta sempre distante, concentrato sulla missione. Questa è la delusione più grande di questa mini, almeno nelle mie aspettative, che magari ho travisato io.
Però mi aspettavo qualcosa in cui sarebbe stato Zagor stesso, anche se all'interno di una avventura riportata, a sviscerarsi, raccontare di sé, magari di come ha vissuto emotivamente certi momenti anche "classici". Quale è stata l'angolazione sua, di persona all'interno di quelle avventure che noi abbiamo visto raccontate da un altro.
Cosa che spesso ha già fatto anche Nolitta, eh. Tipo le sensazioni e le meraviglie trasmesse con i pensieri sul fondo dell'Oceano, ma anche in questi casi sarebbe diventato stuzzicante per il fan riviverli di nuovo e magari approfondirli.
Mentre qua abbiamo uno Zagor praticamente muto, che non esprime direttamente nessun sentimento che sta provando, e nelle scene più intense si limita a pochissime parole se non monosillabi. Per esempio, proprio la scena del parto di Fiore della notte fu centomila volte più intimista su Zagor di qualunque sequenza di questa mini, pur avendo lo stesso spazio. Qua invece si è troppo smarrito il focus su questo aspetto, non so perché.
Il filo conduttore del tutto è invece diventato il rapporto, o per meglio dire l'interazione, di Zagor con vari elementi del mondo femminile. Una cosa abbastanza inusitata e in un extra va bene, però il forte limite è dato dalla reiterazione di certe tematiche, nel senso che sono praticamente tutte donne vittime di violenze varie e di stupri. Per capirci: ottimo l’inserimento della tematica gay, ma se in OGNI numero ci fosse stato un gay, sarebbe ripetitivo.
La cornice è stata spesso la parte più stuzzicante, ma nell’ottica di sbirciare ogni vignetta per capire indizi che potessero rivelarci qualche informazione sui protagonisti 20 anni dopo, sapere che fine aveva fatto Tizio e Caio, o approfondirne la psicologia grazie ai racconti terzi. Mi piacerebbe una mini futura nella quale questa indagine fosse non il contorno ma il piatto centrale, in cui si incontrano vari personaggi del mondo di Darkwood che parlano di Zagor e Cico a posteriori, ricordando le avventure passate da altre angolazioni, buttando lì succosi indizi su eventi futuri, in cui ognuno fornisce un pezzo sul tutto come a Spoon River. In quest’ottica, alla fine il personaggio misterioso ha potuto dare poco, e quindi non l’ho trovato particolarmente incisivo.
In definitiva, mi auguro che se si intende continuare, ci si concentri su un registro più intimistico e psicologico anche a scapito dell'avventura (Origini era un mix perfetto), perché altrimenti il rischio è che ne esca un ibrido poco riuscito, come giudico in estrema sintesi questa Darkwood novels.
   
 

 

ZOMBI A DARKWOOD
(Nn. 714-715)
Marolla - Bisi

Testi: 5. Discreta delusione questa storia, da un lato per il nome dello sceneggiatore, che finora è andato ottimamente a Darkwood, e da un lato per l’impostazione di fondo che si decide di dare alla tematica.
In questi anni abbiamo infatti assistito ad una “vera” invasione di zombi nei media e anche nei fumetti, con capolavori come “The walking dead” o “Crossed”, e perfino nei videogiochi con la punta di “The last of us”. Proprio per questo, e considerando che gli zombi sulla testata si sono anche già visti, mi aspettavo un’idea davvero innovativa (come appunto i fumetti sopracitati) che giustificasse questa nuova incarnazione. Invece si sceglie la strada più banale, con gli zombi come mostri “qualunque”, da fare fuori a fucilate, col fuoco ecc.
Nemmeno è presente quel crescendo di inquetudine lenta che permette di immedesimarsi: tutto è vissuto come un videogioco, in modo molto rapido. La vicenda sembra infatti soffrire di una eccessiva compressione, con tanti tanti personaggi e poco tempo per ognuno per fare qualcosa di significativo o creare empatia col lettore. Anche il loro passato viene svolto con rapidissimi flashback di 2-3 vignette e poi via, si passa alla prossima scena. Peccato perché qua e là ci sono alcune perle tipiche di Marolla: mi riferisco a certi dialoghi tra Zagor e Cico o tra i due innamorati, ma sono tutti troppo troppo compressi e affogati nelle decine di microsequenze.
Altrettanto forzato il piano di Zagor che si pretende che possa salvare tutto il paese facendo salire tutti insieme sul barcone gli abitanti superstiti in pieno attacco zombi (e se fosse salito a bordo un infetto nella confusione? E quanti abitanti saranno rimasti giù quando il barcone parte in tutta fretta?), e stereotipate certe figure come il capitano e i soldati che di fronte ad una epidemia su vasta scala si vogliono “coprire di gloria combattendo gli zombi”(?) comportandosi in modo grottescamente irresponsabile, o Lost boy con la sua telefonatissima conversione sul finale, del resto già vista poco fa in Kandrax.
Cosa rimane dunque? Certi dialoghi, come detto prima, e il roboante finale quasi catartico, che fa convergere in un unico punto quanto visto finora, con una coinvolgente preparazione e svolgimento corale avvampato dal carisma di Zagor ad altissimi livelli.
Per il resto, troppa carne al fuoco (cioè personaggi) in troppo poco tempo, che viene ulteriormente ridotto dalle preponderanti scene di pim pum pam.

Disegni: 9. Bisi come al solito non delude mai con la sua strabiliante cura dei dettagli, che normalmente portano a rallentare la lettura per goderne ma che forse e pertanto in questo ritmo concitato risultano, per contrasto, quasi sprecati. Altrettanto come al solito l’unica pecca è l’interpretazione dei volti dei due protagonisti, ma ci si passa sopra senza problemi di fronte al resto.

LA MISSIONE DI DRUNKY DUCK
(Color n. 12)
Burattini - Kerac

Testi: 6. La prima metà e oltre è buona: un bel western zagoriano, con la divertente gag di Cico e interventi di Zagor sostenibili. Discreti i personaggi, con diversi guizzi umoristici, e simpatica la storiella con l’origine del nome di Drunky Duck, anche se i suoi stessi amici sono i primi a dubitare della veridicità. A me è piaciuto anche l’inserimento storico, in grado di fornire ulteriore spessore. Poi nell’ultima parte, le azioni di combattimento di Zagor cominciano a farsi via via esagerate, poco credibili e di conseguenza non appassionanti. Le 6 pagine finali però sono pesanti da digerire: in pratica si riassumono, a forza di discorsi, fatti e intrecci che si sarebbero potuti distribuire (e mostrare) in un altro ulteriore albo, rendendo così più facile e sopratutto piacevole l’assimilazione degli stessi. I soliti limiti della lunghezza fissa, per di più così breve.

Disegni: 8. Bello e versatile lavoro di Kerac, capace di passare dall’umorismo all’azione con facilità. Il suo tratto mi pare si sposi bene col colore, a differenza di altri predecessori che ne venivano un po’ coperti. Mi è piaciuta molto la colorazione specie delle zone boscose, ricca di sfumature, ma buona un po’ ovunque.


ANNATA 2021

LA NAVE FANTASMA
(Maxi n. 41)
Zamberletti - Chiarolla

Testi: 5. Bella l’idea di fondo, stuzzicante nella sua componente mysteriosa, ma che purtroppo viene svolta in un modo molto piatto.
I personaggi sono stereotipatissimi, e si muovono col telecomando impostato fin dall’inizio, senza sussulti a parte il divertente siparietto dello Zarkoff innamorato. Il tentativo di innalzare il pathos è affidato a scene troppo eccessive, che finiscono quindi per risultare semi-grottesche. Lanciarsi in pieno oceano su una scialuppa al buio tentando di abbordare una nave fantasma con un rampino è già al limite, ma farlo in mezzo ad alcuni squali e ucciderli solo con un coltello, forse poteva risultare passabile negli anni ’60 ma oggi appare davvero assurdo. Quindi penso che sarebbe meglio evitarle, a meno di riuscire a conferire loro un’epica pazzesca, mentre qua è scritta come se si stesse affrontando un banale cane lupo, o un altro animale di terra.
Anche la parte di mistero, pur mescolando elementi affini e quindi reggendo come spunto di partenza, non trova poi sbocco vero da nessuna parte. C’è questa nebbia... ma come funziona? Con quali principi, logiche? Perché alle volte sposta nel tempo e alle volte nello spazio? Chi sono gli uomini nell’isola, con armi sumere, monili egizi, corporature a animali strani? Vengono usati buttandoli lì, ma non gli si dà seguito. Il mystero invece va spiegato, un po’ in modo scientifico un po’ fantascientifico, ma si deve spiegare, altrimenti è un utilizzo banale.
Appare anche poco credibile come qualcuno potesse comprare questa “arma” ad Hassler pensando di utilizzarla in modo preciso in via commerciale o militare, quando ancora siamo in chiara fase sperimentale, e per di più uccidendo l’unico studioso in grado di renderla utilizzabile.
Insomma, tutto appare un po’ troppo condotto un tanto al chilo, rimanendo sempre sulla superficie.
Ci sono tanti tanti balloon pieni che però servono solo a spiegare azioni e controazioni, ma nessuno approfondisce pensieri, sentimenti, passioni, e questa modalità – almeno per i miei gusti – è sempre decisamente noiosa.
Ottimo l’editoriale finale, che in questo genere di storia è utilissimo.

DISEGNI: 7,5. Le sue anatomie lasciano sempre parecchio a desiderare e ancor di più le fasi di lotta, ma nelle scene di tempesta marina, Chiarolla dà al solito il meglio di sé, come in tutte quelle d’atmosfera, che impreziosisce di tanti particolari da gustarsi.




BENVENUTI A HEAVENWOOD
(Nn. 665/667)
Faraci - Mangiantini

Testi: 7+. Molto buoni i primi due albi, non tanto per la storia che tutto sommato non è diversa da altre decine di già viste, ma per lo stile di sceneggiatura. Ci ero rimasto male della pessima prova di Faraci sul Color, in quanto ero convinto che un autore poliedrico come lui, ma particolarmente inzuppato di umorismo, sarebbe stato perfetto per riproporre il cocktail nolittiano, pur con declinazioni personali. E finalmente questa storia mi conferma quelle mie ipotesi.
Il filo che tiene cucite le varie fasi avventurose è rappresentato proprio da Cico, che qua torna ad avere un rapporto di interscambio quasi continuo con Zagor, e lo fa in modo naturale all’interno dello svolgimento dei fatti. Lo stesso messicano è fondamentale a creare la fase di decompressione con i suoi gustosi intermezzi all’interno del negozio, tra un vero Paperone e una folle macchietta viste tante volte nel periodo classico.
Ma anche la fase avventurosa è ben condotta, dipanando con la giusta calma i vari personaggi, dando tempo al lettore di assimilarli vedendoli all’opera. Ognuno è ben caratterizzato, sia i cattivi che i ribelli, e le pedine sono al loro posto.
Poi nel terzo albo, il crollo improvviso. Le scene d’azione, fin qua brevemente dosate in funzione del racconto, tracimano prendendosi quasi la metà iniziale in una lunga pistolettata, alla fine della quale assistiamo ad una troppo repentina presa di coscienza e ritrovo della dignità della tribù fino ad allora docile schiava. E la stessa cosa succede poi anche ai lavoratori della segheria che improvvisamente trovano la forza di ribellarsi dopo non avere mai mostrato alcun sentimento di ribellione. OK il lieto fine e la risoluzione della condizione tirannica, ma è scritta in maniera troppo arruffata ed elementare, senza adeguata preparazione, e di conseguenza appare innaturale e stridente col resto.
Troppo ad orologeria anche i cattivi tutti riuniti che spiattellano una confessione proprio nel momento in cui Zagor è dietro la porta.
Carino invece il finale, anche se a quel punto intuibile per esclusione, del “giustiziere mascherato” Jack.
In definitiva, Faraci avrebbe dovuto tenere il buon livello per tutta la run, ma quanto visto mi fa augurare di rivederlo sulla serie.

Disegni: 7.  Buone le parti boscose, di paesaggi e in presenza di abitazioni, riportate con grande precisione lineare. I volti dei protagonisti, invece, già punto debole, paiono ulteriormente peggiorati. E così la legnosità in certe scene d’azione.


I MONTI DELLA SOLITUDINE
(Coll. Scure n. 1)
Rauch – Della Monica

Testi: 5,5. Tecnicamente l’edizione a striscia è ben fatta, continuando i richiami grafici d’antan, ma come ipotizzavo dopo la prima serie, svanito l’effetto novità ci si abitua e resta ben poco di quell'entusiasmo che mi fece sembrare migliore il tutto.
La storia è anche scritta bene all’inizio, però poi via via scade nel mero pim pum pam e pertanto inutile, con le spiegazioni sull’origine dei mostri che nel 2019 appaiono tirate per i capelli, a meno che non volessero essere anch’esse un richiamo alle ingenuità di una volta.
Quindi, io voterei anche basta con questa formato, che personalmente mi è scomodissimo da leggere, difficile da scrivere bene in quanto corto, e il cui costo è pure uno sproposito (15 euro per 120 pagine in b/n brossurate!!!).

Disegni: 8.


RITORNO ALLA CASA DEL TERRORE
(Speciale n. 33)
Burattini – Sommacal/Voltolini

Testi: 6,5. Anche se la stupenda copertina fa presagire connotazioni horror, mentre il taglio generale va proprio all’opposto, a me ha comunque divertito.
La parte avventurosa/gialla sarebbe in sé piuttosto ordinaria, ma la vera forza di questa storia è la sua componente umoristica. Mi riferisco ai continui siparietti di Bat (usato correttamente, cioè come macchietta) che inframmezzano tutto l’albo, rendendolo di fatto l’autentico co-protagonista di questa vicenda, insieme ai salaci vecchietti che commentano tutto. Sono scene che conferiscono spessore e aumentano il gusto. Talvolta mi lamento che l’ingrediente umoristico – e fondante - di Zagor viene troppo dimenticato o usato quasi per contratto, mentre in questo caso è sparso a piene mani e, vista anche la storia di Faraci appena conclusa, mi auguro che venga tenuto in giusto conto anche in futuro.
Bello tornare tra le macerie annerite di quella casa che ci aveva tanto terrorizzati da bambini,  scoprire qualche retroscena su Priscilla e vivere real time la sua morte, con apprezzabili didascalie.
Troppo convulso invece il finale, con Roland che sembra molto differente e “cattivo” rispetto a come ci era stato presentato, quasi fosse un altro personaggio. È sembrato cioè che si cercasse di semplificare e quindi accelerare le vicende per chiudere nelle pagine che ormai erano finite (difetto atavico di tutte queste storie a lunghezza fissa).

Disegni: 6-. Molto altalenanti questi disegni. Buoni i primi piani e i due protagonisti in genere, ai quali pare essere stata dedicata più attenzione. Molto più scarse le figure dalla media distanza in giù e molti particolari degli sfondi, con non pochi momenti davvero scadenti.



I SETTE VIKINGHI
(Nn. 668/670)
Rauch – Sedioli/Verni

Testi: 6,5. Mi è piaciuto un sacco il primo albo, proprio tecnicamente. L’introduzione lenta, la gag di Cico, l’allegra scazzottata con i vikinghi, dialoghi non banali e anche un discreto uso delle didascalie: c’è insomma molto di quello che vorrei vedere sovente su Zagor.
Il secondo albo invece cade di livello, in quanto quasi solo scontri fisici e azione, che spesso risultano forzate in tutta la storia (una decina di uomini contro varie decine) oltre a vedere l’introduzione della componente magica, anche se devo dire che viene usata in modo non esagerato.
Il terzo sintetizza i due, con alcune scene meritorie almeno a livello intenzionale. Mi riferisco al cercare di far percepire Zagor come uno spirito, o anche il rifiuto degli indiani di combatterlo. Sono componenti importanti del personaggio ed è bene averle cercate, ma lo svolgimento è stato un po’ troppo rapido e quindi poco coinvolgente. Stessa cosa per il finale di stampo commovente con la morte di Alrek: apprezzabile ma non riesce a prenderti davvero, come se mancasse qualcosa che non so, forse qualche discorso più profondo che aggredisca la pancia del lettore. Però di questi finali amari ogni tanto, si sentiva la mancanza, quindi va bene così.
Altre cose che mi sono piaciute: le motivazioni del cattivo, che risalgono alla sua ammirazione per Sigfrid, e pertanto coerenti con essa; e il fatto che Cico sia ben intersecato nella narrazione e addirittura riesca a liberarsi da solo, ma sempre nel suo modo pasticcione.
Nel complesso, una storia robusta e lineare, che non si fa mai fatica a seguire, pur con qualche allungamento di brodo nella parte intermedia.

Disegni: 8. Eccellenti come sempre nelle scene “ordinarie”, grazie alla nota resa classica del loro tratto, i due forse perdono qualcosa nelle scene più intense, ad esempio quelle horror o più drammatiche. In ogni caso la solita buonissima media.


LE STORIE DI MOLTI OCCHI
(Zagor+ n. 1)

Voto d’insieme: 7,5. Tenendo presente che il voto è ricalibrato sul particolare tipo di formula, in quanto per me una storia di 40 pagine non può mai essere considerata una “vera” storia di Zagor, la cosa che ho apprezzato di più di questo albo è il ritorno alla sperimentazione, che era il motivo che giustificava la presenza dei racconti di Darkwood e che invece era stata via via smarrita, tenendo il contenitore e perdendo il contenuto. Il che non significa ovviamente che basta sperimentare per scrivere buone storie, ma ritengo che qua sopra deve essere il principale valore aggiunto.
La migliore è per me Il tesoro di Kyutuki, anche se è quella che risente maggiormente degli spazi compressi di questa testata. In pratica è come se tutta la storia venisse raccontata a forza di balloon e poi assistessimo al solo finale o poco più. Anche il nemico è troppo tagliato con l’accetta per rendersi affascinante, ma appunto tutto ciò è dato dalla brevità, dato che il piatto forte, Pistoia lo spende sul piano sentimentale, con il rapporto appassionato e un po’ commovente che il ragazzino ha con la figura del suo eroe. E fa bene a spenderlo lì, in verticale, perché con così poco spazio è perdente muoversi in orizzontale, e fa centro. Ripeto, ci sono momenti troppo veloci e qualcosa che non torna, ma colpisce nel punto giusto.
Al secondo posto, I guerrieri fantasma. Parte malissimo con questi fantasmi che arrivano nella scena così come niente fosse, e a un po’ tutti sembrano quasi normali, ne parlano come se fuori ci fossero dei lupi, ma poi si riscatta in corso d’opera (bello il personaggio del bounty killer) e soprattutto nel finale, quando si capisce cosa sono venuti a fare e per chi. Mi sono sembrati un po’ dei fantasmi alla Dickens, dei Marley che vengono per aiutare un’anima a non perdersi. C’è il solo difetto, ma non da poco, che in realtà questa non è una storia di Zagor: lui è uno dei tanti personaggi, sembra lì per caso e il tipo di horror affrontato non è il suo, che è tipicamente più semplicistico. Questa sembra piuttosto una novella di Poe, con questo orrore che non si limita a far paura ma contiene dei significati più profondi. L’orrore non dato da vampiri e uomini lupo ma che si nasconde nell’animo umano.
Non mi è dispiaciuta Il morbo, ma è troppo esagerata nella tecnologia, dal carro semovente al braccio bionico, che non solo spara ma addirittura si muove come una vera mano. Sono fattori talmente al limite da dover essere usati in storie che li giustifichino, tipo con Hellingen o Verybad. Qua risultano sprecati, quasi grotteschi, comunque fuori luogo. Anche il cattivo non si capisce per quale motivo odi così tanto gli indiani. Insomma, come nella prima storia ci sono elementi per renderla più ampia ma lo spazio tiranno ha la meglio.
Non brutta La casa nella foresta, ma troppo elementare pur se con una venatura inquietante.
Di pure raccordo la cornice. Svolge bene il suo compito ma a sé stante è ingiudicabile.
Sul piano disegni, menzion d’onore per Venturi, talmente innovativo da sembrare davvero un altro disegnatore, e nel layout e nel character design. Pur se non mi piace questo tipo di tratto, troppo stilizzato, ripeto che in quest’area la componente sperimentale diventa ragione d’essere del tutto, e quindi obbiettivo raggiunto.
Al secondo posto Pozza-Corda, con delle rappresentazioni naturali dettagliatissime, specie negli intrichi di foresta, e degli inchiostri e contorni abbastanza caricati, talvolta quasi indie.
Senza infamia e senza lode Voltolini e gli Esposito, anche se questi ultimi, favoriti dalle atmosfere, ci mettono qualcosa in più, ma senza provare mai a smarcarsi davvero dal loro taglio abituale.
Il peggiore, Perconti, soprattutto per i personaggi. Legnosi nei movimenti, poco espressivi, specie dalla media distanza in poi.
Bene, primo numero promosso, ora rimaniamo su questa logica nei futuri racconti analoghi.





CORPO SPECIALE
(N. 671)
Burattini - Verni

Testi: 7,5. Molto bello l’inizio triste e rievocativo: la tomba di Fitzy, i ricordi tra le capanne Abenaki bruciate dal furore del Nostro, e l’amicizia vera e multiforme di Cico. Ottimo anche il prosieguo con la ricerca della vendetta del giovane indiano verso colui che ha ucciso parte della sua tribù e della sua famiglia.
Peccato però che queste premesse vengano poi velocemente abbandonate per spostarsi su una parte preponderante tutta azione. Che non è male in sé, però di pagine e pagine di azione ne abbiamo viste a caterve, mentre questo tema così particolare introdotto all’inizio meritava di essere non solo il cuore centrale della vicenda in senso simbolico ma anche quantitativo.
Parimenti, anche un corpo militare caratteristico come gli snipers poteva essere usato in una vicenda più ampia, andando a fondo sul tema del loro disprezzo della vita degli indiani usati come bersaglio con cui esercitarsi, e quindi scatenando una indignazione di Zagor più profonda e articolata. Insomma, due buoni spunti che finiscono per rubarsi lo spazio a vicenda, lasciando incompiuti entrambi.
In ogni caso la storia si legge più che bene e anche gli spunti, se pur compressi, contribuiscono comunque positivamente alla resa globale.

Disegni: 9. Pulito, preciso, ferriano, leggibilissimo. Non c’è un errore, una sbavatura. Praticamente perfetto, non arriva al massimo per l’assenza di qualche vignetta di particolare impatto.


PROVACI ANCORA, CICO
(Speciale Cico n. 28)
Burattini – Voltolini/Verni/Cassaro

Testi: 6,5. Piacevole dopo tanto tempo godersi un 128 pagine filate del pancione. Delle due storie, meglio la prima perché prettamente umoristica, mentre la seconda, pur gradevole, ha un taglio sostanzialmente avventuroso, intersecato da qualche gag.
La miglior sorpresa viene però per me dalla “cornice”. Nelle storie brevi che troviamo su alcuni Maxi, pur se spesso valide in sé, si avverte fortissima la fastidiosa compressione a cui è costretta l’avventura zagoriana, che viene in sostanza snaturata. La cornice, che talvolta funge da mero raccordo, subisce una ulteriore frammentazione peggiorativa.
Devo invece dire che questo “nuovo corso” che sta riducendo la dimensione delle storie, e che a me sta diventando particolarmente inviso, non porta alcuna negatività nel terreno cichiano, al quale invece pare adattarsi benissimo. Così anche nell’introduzione si possono mettere dentro gag brevissime, di 1-2 pagine, che però funzionano.
Pertanto, non mi dispiacerebbe rivedere un albo come questo il prossimo anno.

Disegni: Ottimi Voltolini e Verni, pessimo Cassaro.


IL VIAGGIO DEGLI EROI
(Speciale Dragonero n. 8)
Enoch - Gregorini

Testi: 5. Storia scarsina, ma più che brutta in sé direi insignificante. Non succede nulla, la faccenda della scure è solo un pretesto per fare un viaggio, così da mostrare varie aree del mondo di DN. La trama è banale, lo svolgimento iper-lineare, le psicologie inesistenti (e questa è la maggiore delusione data da Enoch), i fatti portati avanti col pilota automatico, zero drammi o intensità, nessun cattivo importante, nessun colpo di scena.
L'unico valore aggiunto è il microcosmo di fondo che si costruisce mammano. La sua struttura geografica, zoo/antropologica, e le regole che lo governano paiono stuzzicanti. Ma è davvero troppo troppo poco.
Aggiungo che la sua versione di Zagor è pessima. Anonima che più anonima non si può in via generale, molto poco centrato nei dialoghi e scazzato poi completamente quando lo fa parlare di antichi filosofi e cosmologia applicata.
Ci contavo molto su questo albo, dato che io adoro Enoch, che considero uno dei massimi talenti espressi dal fumetto italico negli ultimi 30 anni, ma da podio proprio. E poi, pensavo, hai visto mai che magari mi fa vedere che tutto sommato DN non è così indigeribile per me?
E invece niente. Non c'è manco un pulviscolo della profondità di opere come Gea e Lilith.
Però non posso credere che Dragonero sia questo, né quello dell'altra volta. Così come potrei dire per certo ai dragoneriani che Zagor non è questo né quello, ma manco per niente.
E tutto ciò mi porta a pensare nuovamente all'inutilità di questi team up, non solo come storie in sé ma anche per lo scopo primario di portare i lettori di una testata verso l'altra. Perché probabilmente nessun DNeriano può sentire la voglia di interessarsi ad un personaggio loffio come questo Zagor, così come io da zagoriano non vengo minimamente attratto da questa versione di DN, che però appunto presumo speculare a quella del Nostro.

Disegni: 10-. Assolutamente strepitosi. Epici e possenti, di respiro maestoso negli esterni, con grandiose e ardite inquadrature, e stra-fantasiosi nei dettagli di uomini, animali e ambienti. Lo stile è classico e realistico (ottima la resa di Zagor e Cico) ma declinato con un layout modernissimo, con grande voglia di osare e capacità di farlo.
I colori contribuiscono a questo spettacolo per gli occhi, anche se la tonalità è mediamente troppo scura (non so se è una scelta o un limite di stampa legato al tipo di carta). Certo che stampato in cartonato deve essere una goduria.
È dunque la parte grafica che regge tutta la baracca, permettendo al lettore di riempirsi di meraviglia gli occhi, non potendo fare altrettanto col cervello, e trasportandolo in uno scenario fiabesco dietro l'altro.


UN UOMO IN FUGA
(N. 672bis)
Burattini - Mangiantini

Testi: 4,5. Veramente brutto questo bis, davvero non si capisce il senso di far uscire materiale extra se deve essere di questo livello, il che diventa ancor più grave come vetrina per potenziali nuovi lettori occasionali.
Un terzo dell'albo è occupato dal riassunto della storia precedente, che d'accordo che ogni neofita deve essere messo in grado di capire tutto ma credo che si dovrebbe trovare un sistema meno invasivo, perché in questo caso si è davvero esagerato. Considerando poi che almeno il 90% dei lettori di questo albo, la storia precedente l’ha già pure letta.
La trama della parte inedita è piatta, un continuo inseguimento inframmezzato da sparatorie e nient'altro, con il leggero sussulto della sorpresa finale, che aggiunge un mezzo punto. Ma la cosa peggiore è la tecnica scelta per raccontarla, in quanto si tratta di una intera storia svolta a forza di flashback, telecronache mentali, raccontare anziché mostrare, tanto che a un certo punto non ci stavo capendo più niente (questo faccia riflettere sul concetto del "qualunque lettore deve capire tutto", tanto da sacrificarci un terzo di storia per il riassunto) e mi sono lasciato trascinare sfinito, confortato dal fatto che le pagine restanti erano poche.

Disegni: 7. Il livello medio è al solito più che discreto, ma il viso di Zagor, suo atavico punto debole, diventa una fastidiosa zavorra che attanaglia tutto il lavoro.


LA PRIGIONIERA DEGLI HURON
(Color n. 13)
Mignacco - Romeo

Testi: 6. Una trama banale e stravista, viene comunque portata alla sufficienza risicata dal mestiere dello sceneggiatore, che da un lato riesce a renderla non totalmente noiosa, e dall’altro inserisce qualche momento che si innalza appena dalla sola azione e inseguimenti. Tra questi il piccolo colpo di scena della trovata di Shikan di farsi auto-inseguire, e il tormento (comunque molto) sottotraccia di Banack per la stima di cui gode indebitamente, che permette anche una scena liberatoria carina tra lui e la moglie.
Troppo troppo poco per giustificare una ennesima uscita extra, e a quel prezzo.

Disegni: 8,5. Belli i disegni, che raggiungono il top nei dettagli, specie nelle zone boscose. Il viso di Zagor è invece interpretato in modo troppo personale.
Colori senza infamia né lode.


LA PALUDE DEI MISTERI
(Zagor+ n. 2)
Zamberletti - Chiarolla

Testi: 8-. Finalmente dopo la storia di Isabel, Zamberletti centra un nuovo colpo di livello. E lo fa usando come meritano certe caratteristiche del suo stile che si notano un po’ sempre tra le righe ma che normalmente lì rimangono, affogate da altre componenti di minor pregio.
La cosa che ho maggiormente apprezzato, che poi è ciò che riesce a rendere ogni lettura piacevole, è la qualità dei dialoghi. Ce ne sono moltissimi, in particolare riguardanti Poe, qua trattato splendidamente, come personaggio malinconico e profondo. Il primo bellissimo tra lui e Bennet è simbolico: le stesse informazioni funzionali alla trama potevano essere date anche in modo più asettico, ma sarebbe risultata una sequenza arida e noiosa. In questo modo invece si conferisce lo spessore di “grasso” che porta il gusto al cervello, e ne fa sprigionare le psicologie. Stessa cosa si può dire per il modo in cui parla Quattro dita che, sia pure in poche pagine, emerge come un bel personaggio.
E ancora, tutti veri e naturali i dialoghi tra Zagor e Cico, con quest’ultimo riportato co-protagonista delle vicende.
Infine, anche l’horror è trattato nel modo giusto, cioè zagoriano: porta il contraltare in una vicenda di base realistica, non è invadente, e “l’essere” non è un mostro da prendere banalmente a mazzate, ma un’entità tenebrosa dietro le spalle, sfumata, che aggiunge il pepe dell’inquietudine.
I difetti: qualche passaggio di trama risolto troppo bruscamente (su cui comunque non mi interessa entrare) e la piccola ricaduta in un tipico intoppo dello sceneggiatore, che tende a ingolfare la linea di sottotrame. Qua si limita per fortuna alla parte degli evasi, che però è completamente inutile e si poteva evitare.
 
Disegni: 8. Non c’è niente da fare, Chiarolla dà il meglio di sé in certi contesti e se lo limiti a scene di azione e simili, la sua resa crolla (infatti anche qua queste sono le scene peggiori). Ma se lo metti in una vicenda ambientata in una oscura palude, in mezzo ai mille intrecci della vegetazione, con una atmosfera di fondo in cui tutto sembra minaccioso e putrescente… allora lo metti a casa sua. Aggiungiamo anche la resa di tutte le scene horror in cui entra in azione Wa-Nake e completiamo il cerchio.
Pag. 104, in cui dà vita al perfetto habitat grafico della citazione di Poe, è semplicemente stupenda.
 

 


RAKOSI!
(Nn. 672/676)
Rauch – Della Monica/Venturi

Testi: 9. Da applausi questa run su Rakosi, che celebra finalmente e come merita il ritorno di un villain così importante, e mi riferisco soprattutto alla sua esaltazione su un piano epico.
Già la goduria di leggermi un 5-albi-5 mi predispone benevolmente. Mi siedo in poltrona e so che mi gusterò una lunga avventura con i giusti tempi che le vanno dedicati.
I primi due albi sono praticamente un manuale tecnico di come vorrei sempre vedere svolgersi le storie di Zagor di questo genere: un inizio avventuroso con venature horror o misteriose, che introduce piano nel lettore l’inquietudine e la curiosità, facendola assorbire in presa diretta insieme ai personaggi, con gag di Cico annesse. Tutto sommato in questi due albi ci sono un quantitativo di situazioni che potevano essere estremamente compresse o eliminate del tutto: la caccia al grizzly e al campo indiano, la fase a Bergville, il personaggio di Barnabas… tutte cose che un qualunque sceneggiatore sarebbe in grado di tagliare e cucire con riassunti per far partire la vicenda direttamente da Londra. Ma così ci saremmo persi molto del gusto.
Meno riuscita invece secondo me la fase di lotta con gli uomini lupo, poiché si svolge solo su un piano fisico e risulta quindi priva di fascino. Narrativamente, il pericolo che portano equivale a quello di belve “reali”, sia pure fortissime ed eliminabili solo in modo particolare.
Fascino che invece viene reimmesso in grandi quantità nella figura del vampiro, man mano che ci si avvicina allo scontro finale. Il gruppo che viene progressivamente decimato, Ylenia catturata, Manfred vampirizzato e soprattutto Frida che sta per subire la stessa sorte, creano un adrenalinico effetto da corsa contro il tempo, ingigantito dagli accresciuti poteri di Rakosi, che appare davvero invincibile. Mentre mi avvicinavo alla fine non riuscivo ad immaginare quale possibilità di vittoria ci potesse essere per Zagor contro un nemico potentissimo e in condizioni disperate, poi è bastato l’improvviso switch causato dall’amuleto di Metrevelic (di cui mi ero dimenticato, molto abile Rauch a farcelo vedere all’inizio e poi nascondercelo subito), che tutte le pedine che nello stallo creavano l’inerzia a favore di Rakosi, si sono rimesse in moto come un domino, ribaltandone il senso dinamico.
A questo gonfiamento d’epica hanno contribuito alcune sequenze capaci di innalzare il dramma (in stile nolittiano) e che semmai hanno il solo difetto di essere state troppo brevi. Mi riferisco ad un paio di giuramenti di vendetta di Zagor, con tanto di urlo finale, al dialogo sull’amicizia del quarto albo, alla sua disperazione nel vedere Frida affondare, alle urla disumane di quest’ultima come fosse Linda Blair.
Bello anche il finale, con uno scontro reso credibile dall’indebolimento del barone, e con uno Zagor rabbioso e carico di coraggio, pronto a rischiare la morte per porre fine alla minaccia del mostro. Sarà morto davvero? Sappiamo che nei fumetti questo concetto è privo di senso, però plaudo al finale “chiuso” (poi se tornerà vedremo), che dà quel senso di compiutezza chiudendo l’albo.

Disegni: 9. Al solito leggibilissimo e dal tratto armonioso, Della Monica fa come sempre rimpiangere il troppo tempo che trascorre lontano da Darkwood. Abilissimo a destreggiarsi alla grande tra umorismo e horror, ci snocciola anche non poche pagine ad alto tasso di spettacolarità.
Disegni: 6,5. Mi sembra che ultimamente Venturi stia spostando il suo bel tratto realistico su un terreno spesso tendente al grottesco nei visi, e in specie nelle sequenze umoristiche nelle quali si raggiungono deformazioni a mio parere eccessive nella serie regolare. Questo tipo di tratto, talvolta troppo secco e stilizzato, è ciò che gli abbassa moltissimo il voto ai miei occhi.
Che poi però risale in improvvisi momenti di segno totalmente opposto, in particolare alcune vignette grandi di impatto (una su tutte, lo strepitoso castello all’inizio del quinto albo), gli scorci di Vienna e altri momenti dettagliatissimi (alcune mani nel finale), così come la resa di alcune scene horror riguardati i morsi di Rakosi o la Frida indemoniata.

 

IL RADUNO DEI TRAPPERS
(Zagor+ n. 3)

Voto d’insieme: 5,5. Più che dalla qualità singola delle storie (comunque non eccezionali), il voto è gravato dall’ulteriore fardello della linea complessiva comune e monotematica, che crea inevitabile ripetitività. E il guaio di queste storie brevi è che poi non c’è il tempo di creare quelle atmosfere inquietanti e lente che caratterizzano l’horror zagoriano. Preparazione, sviluppo, scontro e soluzione: tutto deve essere risolto iper velocemente, e a questo punto l’angoscia non ha modo di scattare, per cui ogni nuovo essere peloso e con le zanne vale quello di prima, annoiando per ripetizione.
Le prime due storie mi sono parse carine. Niente di che, ma carine. Poi andando avanti ho avvertito come un senso di ingolfamento. Alla terza mi sono detto: “No, ma anche questa horror?” e ho smesso fisiologicamente di apprezzarle. Come fare un intero pranzo con tutte portate di dolci.
Cercando comunque di analizzarle a parte, in effetti La miniera dei fantasmi è la più debole, dato che dopo 4 pagine era già chiaro che il “mostro” misterioso sarebbe stato il minatore scomparso, usando un espediente ultra-visto; penultima Lo squadrone maledetto, con questi ragnoni vampiri un po’ ridicoli. Che poi, si potrebbe anche svilupparli bene, eh, come tutto, ma ci vuole tempo, per l’appunto; le altre due accettabili in quanto presentano un minimo di introspezione e di originalità.

Disegni: migliore Lozzi per layout, inquadrature, dettagli e sfumature; subito dopo Trono per gli stessi motivi ma tutto un po’ sotto (tranne il taglio); curiosa la Vicari, molto altalenante: parte alla grande e poi continue cadute e nuove impennate; sono stato anche felice di vedere un ospite come Dell’Uomo su Zagor, e si vede che c’è il mestiere, ma non è più il disegnatore dei tempi d’oro.


ZAGOR 60 MAGAZINE

Voto d’insieme: 7. Una efficace pubblicazione celebrativa, con articoli interessanti, ben scritti e variegati. E altrettanto si può dire delle varie illustrazioni.
Naturalmente per un vecchio lettore come il sottoscritto, le oltre 70 pagine de L’avvoltoio sono buttate, ma è scelta comprensibile per potenziali neofiti, e comunque sempre piacevole da rileggere anche per chi come me la sa a memoria.
Buone mi sono parse anche le due storie e pertanto, pur essendo brevi, una con un mostro, e lette subito dopo, mi viene da dire che quelle dello Zagor+ erano proprio scarse di loro.
Avendo già letto La palude di Mo-hi-la in versione compressa sull’album delle figurine, ho trovato questo giustificato remake ben rimpolpato e irrobustito. Il mostrone non dà fastidio come in altri casi, perché c’è molto altro. Inoltre i disegni di Lozzi sono davvero grandiosi, più li guardo e più scopro particolari che mi esaltano. Vi prego, assoldiamolo sulla serie regolare!
Pur partendo da uno spunto del tutto insignificante, questa Il bracciale di pelle, riesce ad essere sorprendentemente interessante e coinvolgente, intersecando ad una domanda che di certo nessun lettore si è fatto in questi anni, vicende umane che ne giustificano il senso. Buoni i disegni di Venturi, di cui si apprezza in particolare l’adeguare lo stile al vintage nelle parti in flashback.
 

BANDERA!
(Speciale Tex Willer incontra Zagor)
Boselli - Piccinelli

Testi: 6. Atteso da millenni da tutti i fumettofili italici, questo team up parte col botto: la prima quindicina di pagine è strepitosa, in un distillato di azione, discorsi etici e intensità di sentimenti. Poi, ahimé, si perde. Non so bene cosa sia, non posso dire che è scritta male, ma non c’è nemmeno una vera storia. Se mi chiedessero: “Allora, raccontaci di cosa parla, quale è il tema di fondo che è stato scelto per questo epico incontro”, sinceramente avrei difficoltà a rispondere.
È certamente piacevole, per chi ha letto le due fantastiche saghe di Zagor nel Texas, rivedere quei personaggi, trovarli cresciuti, sapere come è andata a finire per loro. Questo sì. Ma manca l’intreccio portante. Sembra come se si fossero presi questi personaggi e buttati là nelle pagine, andando avanti a forza di interazioni tra loro, ma a sé stanti, che nascono e finiscono lì.
O forse è anche che questi personaggi sono troppi, ma troppi. Anche allora Boselli, pur avendo a disposizione parecchi albi, si trovò a comprimere un po’ il finale nel tirare le fila. Qua le pagine però sono solo 128, devono comparire un po’ tutti, e ne vengono addirittura aggiunti un bel po’ di altri. Diventa così difficile capire cosa sta succedendo di preciso, dove si vuole andare a parare, e non basta la pur consumata abilità dello sceneggiatore a rendere adeguatamente fluido l’agglomerarsi di personaggi e di micro scene, nonostante qualche momento con dialoghi più che buoni, con tanto di strizzate d’occhio ai fans.
Ma quello che manca maggiormente, ed è il peccato sommo nei team up, è l’epica. L’impostazione appare simile a quella degli analoghi americani (ormai un abuso del genere la scazzottata iniziale per conoscersi, non sarebbe guastata un po’ di originalità), nei quali ogni battuta e vignetta è pesata col bilancino, per impedire che un personaggio prenda la scena più dell’altro. Però così facendo nessuno dei due ha modo davvero di essere sé stesso, quindi protagonista, finendo per essere entrambe spalle. Contribuisce inoltre in negativo l’assenza di una adeguata posta in palio, che giustifichi l’occasione speciale, e permette di giganteggiare ad ognuno per la sua parte. Sono i personaggi più importanti della Bonelli e del fumetto italiano, cavolo!
Invece alla base troviamo una vicenda abbastanza banalotta, per la quale le caratteristiche particolari dei character non vengono più di tanto sfruttate, e se al posto loro ci fossero stati due pistoleri qualunque non avremmo visto gran differenza.
Insomma, un’attesa che è stata sensibilmente delusa. Da quel che si capisce ci sarà un seguito o più di uno. Mi auguro che per allora si decida di osare maggiormente, di sfrondare personaggi e di incentrare fortemente la telecamera sui due eroi, in modo da scrivere qualcosa più consono a questo incontro epocale.

Disegni: 9,5. Assolutamente grandioso come sempre il nostro copertinista (ecco, la copertina bruttarella assai), nelle caratterizzazioni, ambienti, azione, particolari, tutto! Applausi a scena aperta!
 

IL RITORNO DI LAPALETTE
(Color n.14)
Testi - Chiarolla

Testi: 6+. Comincia male con le solite sparatorie e roba arcivista, condite con risoluzioni sempliciotte di diversi passaggi (cosa che mantiene per tutto l’albo) ma pian piano comincia anche a presentare qualche momento capace di incuriosire, che si fa sempre più massiccio. La figura di Lapalette inoltre non è completamente pretestuosa come in altri Color, ma ben intrecciata col resto sfruttandone le caratteristiche peculiari.
Ma quello che porta alla sufficienza è la qualità della caratterizzazione del dottor Warren, i suoi pensieri in solitaria, il perché del suo agire criminale e i relativi tormenti interiori. Sono pagine di buona prosa narrativa, che innalzano la lettura fino a lì depressa dai banali dialoghi a supporto delle scene d’azione. Niente di straordinario, sia chiaro, ma un qualcosa che mi fa vedere una luce in questo sceneggiatore che finora ha floppato del tutto aggrovigliandosi unicamente su continui scontri a scurate con mostri giganti.

Disegni: 5,5. Se ogni volta la prova di Chiarolla viene esaltata dalle scene horror o di impatto naturale (come le tempeste marine) e affossata da quelle realistiche e di azione, diventa scontato che in un albo costituito solo da quelle del secondo tipo, la resa risulti modesta. Il viso di Zagor è al solito molto brutto, e tutte le figura dalla media distanza in avanti appaiono sgraziate. Ritengo che il colore gli dia poi il colpo di grazia, coprendo i dettagli che di solito costituiscono un altro punto di forza.


ANNATA 2022

MORTIMER COLPISCE ANCORA
(Nn. 677/679)
Burattini - Esposito

Testi: 6,5. A differenza di altri lettori che, forse in mezzo a troppi recenti ritorni, non vedevano di buon occhio quello di Mortimer, io mi auguravo al contrario che non fosse morto davvero là in fondo a quella cascata, perché lo considero probabilmente il miglior villain post-Nolitta, e un personaggio le cui caratteristiche si sposano alla perfezione con determinate modalità narrative del suo creatore. A questo giro però devo dire di essere rimasto un po’ deluso.
Innanzitutto la modalità della resurrezione è plausibile, certo, ma troppo elementare, con la pillola della morte apparente che è un classico della narrazione di genere (da Sandokan al Conte di Montecristo), e già usata anche da Zagor.
Poi nel primo albo le cose vanno avanti un po’ troppo per circostanze: Zagor si scontra con Humbert in modo del tutto casuale, dato che se non avessero rapito l’indiano non sarebbe intervenuto. Questa scintilla, che diventerà fondamentale per il crescendo di accuse verso Zagor, è però fuori dal piano di Mortimer. Anche nel prosieguo, vediamo Zagor che torna tra le case per incontrare Drunky per una sua iniziativa estemporanea, finendo per diventare in questo modo il sospettato del delitto che compie Mortimer (delitto azzardato, dato che rischia di essere visto nel commetterlo): sono due fasi chiave nelle quali il piano criminale incide in minima parte.
Inoltre l’idea accusatoria per cui Zagor si mette ad ammazzare soldati così a caso e di nascosto, solo perché si era scontrato con Humbert, è davvero molto debole, considerando che durante il primo scontro aveva tranquillamente detto il suo nome e si era solo allontanato e non certo fuggito, dato che nessuno lo poteva accusare di nulla se non di una scazzottata. In più c’è la testimonianza di chiunque lì intorno sulla moralità di comportamento di Zagor, mentre sul piatto opposto nessuno lo ha visto compiere alcun delitto.
Quindi il piano di Mortimer si basa fin qui su presupposti troppo deboli per funzionare, lontano da quella scientificità a orologeria a cui ci ha invece abituati.
Nel secondo albo, che non a caso è il migliore, il villain torna invece ai suoi livelli, rivelando nei minimi dettagli il suo piano (“Non ho nessun bisogno di spiegartelo, ma lo faccio perché mi piace”… sublime, è proprio lui) che nella linearità espositiva acquista così un suo senso più chiaro e nel rispetto dei suoi meccanismi normalmente inattaccabili. Lo stesso Mortimer si dice cosciente che il caso gli ha dato una mano, e aggiunge che comunque aveva pianificato uno scontro tra Zagor e Humbert: questo rende più digeribili le botte di fortuna del primo albo, ma il fastidio provato durante la lettura non svanisce del tutto. Un altro particolare molto discutibile è il fatto che Zagor seppellisca il cadavere di un uomo che ha appena ucciso fuori da casa sua e in modo sommario: poteva nasconderlo in qualunque punto della palude. Davvero difficile pensare che chiunque non ci veda qualcosa che non può quadrare.
Anche nel terzo albo c’è un passaggio davvero incomprensibile, e mi riferisco a quando Zagor assiste di nascosto alla riunione degli uomini d’affari e decide di uscire allo scoperto: si espone in una stanza chiusa con sette uomini armati, per ottenere cosa? Questa mossa non gli farà guadagnare un millimetro nel suo scagionarsi, e anzi rischia di farsi uccidere. Inoltre così facendo si ritrova il paese contro, che vuole incassare la taglia su di lui, cosa che fino a poco prima temeva tantissimo al punto di entrarvi mascherato.
Ora con tutte queste critiche, non vorrei sembrare che consideri questa run un fallimento. No, si legge volentieri e contiene anche molte cose buone. In primis la psicologia di Mortimer, sempre altera, machiavellica, compiaciuta della sua superiorità intellettuale: tutti ottimi i dialoghi in cui è presente. Poi tutta la fase rievocativa dei viaggi nel primo albo: vedere Zagor e Cico in piazza della Scala è un tuffo al cuore, come nel resto degli scorci del Bel Paese. Auspico assolutamente alcune storie in flashback che raccontino queste fasi. Apprezzabile anche la sottotrama romantica con Jenny, perché trattata con delicatezza. Di mio, non amo molto queste componenti in Zagor, ma se una relazione con l’altro sesso è declinata in questo modo, con innamoramento e sentimenti, e diventa insomma una maniera per approfondire un aspetto della personalità del Nostro, ci può stare.  
La puntigliosità delle mie critiche è quindi più portata dalle specificità del villain, che non da limiti oggettivi. Forse sono stato anche abituato troppo bene nelle storie precedenti, ma quando c’è Mortimer pretendo che mi sbalordisca per la precisione infallibile del suo piano, calcolato in ogni dettaglio. A villain che fa della puntigliosità la sua caratteristica più forte, riservo puntigliosità di critica se mi sembra che non la manifesti adeguatamente, tutto qua.

Disegni: 8. Buono come sempre il loro tratto pulito ed efficace. Non sempre ottimale il viso di Zagor.

L’ACQUA CHE URLA
(Zagor+ n. 4)
Barbieri - Barison

Testi: 7. Una storia tutto sommato non male, che interseca stranamente momenti alti e bassi. Tra questi ultimi, una diffusa mancanza di fluidità di lettura, a tratti faticosa, portata soprattutto da tutta la fase di azione, troppo confusionaria. Tanti i cambi di location, di “posta in palio” del momento (fermare i trafficanti di armi, resistere all’assedio degli indiani, correre a salvare la famiglia, il duello finale) a cui manca la sufficiente omogeneità. La narrazione procede quasi a strappi, non fai in tempo a entrare in un contesto che subito cambia.
Conseguentemente, vi troviamo appesi anche tanti e troppi personaggi, con troppo poco spazio per caratterizzarli benché si sia fatto un grande sforzo in questo senso (riprendo tra poco), ma i tentativi di commozione legati alle loro morti escono affievoliti perché non si è avuto il tempo per potercisi affezionare.
Molto fastidiosi, poi, alcuni passaggi narrativi più che forzati, se non assurdi: il piano di Zagor alla capanna prevede che lui si tuffi in acqua e poi difenda la sua posizione con una pistola bagnata; oppure l’idea che una donna al nono mese con una gravidanza talmente difficile da non potere nemmeno camminare, si possa portare via tramite una zattera nelle rapide, sballottata ovunque, e infine con un salto di decine di metri da una cascata multipla, da cui sarebbe già difficile sopravvivere per un uomo in piena forma!
Non è per fare le pulci, è che se tu poni i personaggi in una situazione drammatica e senza uscita devi rispettare le premesse che hai creato: se le bypassi con soluzioni irreali stai tradendo il patto col lettore che tu stesso hai messo in essere poco prima.
Ci sono però anche parti molto buone. Lo scheletro per esempio, che pare preso dal “Manuale di come si costruisce una storia zagoriana”: con le diffuse gag di Cico, un buon mix tra azione e profondità di dialoghi, uno Zagor leader, coraggioso e profondo (anche se troppo musone, ma forse è anche colpa dei disegni), personaggi approfonditi il più possibile, il cattivo con delle sue motivazioni.
Ma la cosa migliore, di gran livello, sono molti dei dialoghi. Gli scambi tra Zagor e il Maggiore, il commiato a Sam, l’esposizione da parte Hudson del suo punto di vista circa le sue azioni criminali che lo rendono realistico, e anche il suo coraggio nel duello, per dimostrarsi degno del comando dei suoi uomini e delle sue idee. Ma è soprattutto il finale a volare altissimo, tramite i confronti tra Zagor e la neo mamma, e Uncas… sull’odio e sull’amore che deve vincere, sulla speranza del futuro.
Durante la lettura della parte avventurosa pensavo ad un voto decisamente più basso, ma poiché per me l’approfondimento psicologico e l’intensità dei dialoghi è una delle cose più importanti, ho cambiato idea.

Disegni: 7,5. Credo sia decisamente il miglior lavoro di Barison che, asciugati i neri eccessivi degli esordi, può disvelare i ricchissimi particolari di cui invece sono piene le sue tavole. Soprattutto gli esterni e gli ambienti naturali sono davvero ottimi, e discreti i volti anche se con una leggera tendenza al grottesco. Troppo ondivaghi invece quelli dei protagonisti, ma accettabili.



LA SCURE E IL FULMINE
(Team up Zagor/Flash)
Masi/Uzzeo - Gianfelice

Testi: 5. Non entro nelle motivazioni di opportunità commerciale dietro a questa storia, perché comprensibilissime lato casa editrice, ma nei fatti obbligano ad un incontro che è oggettivamente contro-natura su un piano narrativo.
Partendo da questo scoglio ineludibile di fondo, gli autori hanno fornito comunque una storia al meglio del possibile, e altrettanto io cercherò di ignorarlo nello scrivere il presente giudizio focalizzandomi solo sulla qualità della stessa.
La prima cosa che mi è piaciuta è la ricerca dell’epica che reggesse l’evento. L’unione dei due rispettivi arci-nemici non può che chiamare quasi necessariamente l’unione degli eroi, rendendola quindi pienamente giustificata. Valide anche le interazioni tra le due coppie, nel cercare di comprendersi dopo lo scontro lato buoni, e le esposizioni fantascientifiche e motivazionali lato cattivi.
Tutti i dialoghi di questa parte centrale sono di un certo livello e rappresentano di sicuro la componente migliore, tanto che fino lì il giudizio era più che positivo.
Anche l’intersezione dei due mondi continua allargandosi in modo egregio: a livello ambientale lo sciamanesimo indiano di qua, la forza della velocità di là (quasi una forza wakan); e poi l’introduzione di sottovillain come Thunderman (urgh, ma perché scegliere proprio il più trash della galleria?) e un Anti-Flash. Insomma, fino a qua le cose reggono ancora, ma verso il finale degradano purtroppo in un qualcosa che definirei “un’americanata” delle peggiori.
Già se ne erano visti i prodromi in qualche scena di azione (Zagor che fa fuori quattro alligatori a mani nude? Ma ragazzi, seriamente… ma stiamo scherzando? O l’attacco delle scimmie trattato come una scazzottata da saloon senza alcun pathos), però poi nell’intento forse di scrivere un finale spettacolare come quello dei MCU si tracima senza più freni, in una valanga rovinosa e priva di controllo.
L’apparizione del King Kong meccanico definisce che da questo momento si scadrà nel pacchiano senza ritegno, senza più alcuna aderenza alla logica ma solo al turbinare dell’effetto speciale. Per quale motivo infatti il gorillone spari la sua mega energia contro Darkwood (ma quando mai lo scopo di Hellingen è stato quello di distruggere Darkwood?) anziché contro gli odiati avversari che polverizzerebbe in un istante, è un mistero.
Così come l’apparizione della schiera dei villain, alcuni morti e sepolti. Nella prima parte sembravano essere una visione, ma qua sono reali, pare. E poi l’arrivo di soldati, indiani, e chi più ne ha più ne metta, in un minestrone folle fatto di scontri a ripetizione che mortificano gli straordinari e spesso complessi personaggi creati da Nolitta in un turbinare delirante da videogioco Tekken.
Dulcis in fundo, l’attacco dei Nostri al robot gigante con acrobazie in spregio di qualunque legge della fisica, con Zagor che usa le liane (le liane!) come fossero le ragnatele dell’Uomo Ragno e la scure come lo scudo di Capitan America. Dio santo!
No, veramente, non ci siamo… e questo finale si mangia anche il buono creato fino a lì. Non so se piacerà ai lettori USA ma di certo queste logiche narrative con Zagor non c’entrano niente. Non so nemmeno se uscirà la ventilata parte 2, ma io di certo non la comprerò.

Alla fine voglio dire una cosa, la dico qui e la ripeterò sui social come ho già fatto anche in passato: Dio ci conservi Moreno Burattini come curatore e come Baluardo del vero Zagor, perché se questo è quello che ci aspetterebbe senza di lui, io quel giorno saluterò Darkwood dopo 45 anni di militanza ininterrotta.
 
Disegni: 8. Decisamente efficace nelle sequenze spettacolari che la sceneggiatura richiede, è il disegnatore ideale per questo taglio e layout. Peccato per molte sue cadute nel grottesco anatomico, particolarmente grave in Zagor e Cico. Considerando questo come un comic book, il suo lavoro è ottimo, mentre sulla Zenith questo stile non lo vedrei bene.


VULTURE PEAK
(Speciale n. 34)
Zamberletti – Di Vitto

Testi: 4,5. L’unico elemento stuzzicante di questo Speciale, pur se appena accennato, potrebbe arrivare dalle capacità di Lauren. Peccato che venga affogato da una tonnellata di personaggi e relative sottotrame, tutte ripetute nello schema “arriva gruppetto di cattivi – Zagor & C. li sgominano – sotto i nuovi cattivi – Z&C. li sgominano” e così via. In pratica tutta la storia non è altro che una continua sequenza di pistolettate, inseguimenti, e baloon soporiferi nei quali si spiegaziona e contro-spiegaziona tutto quello che allora poteva essere mostrato in 160 pagine al posto delle avvincentissime pistolettate.
La sottotrama simbolica è quella dei tre balordi che voglio violentare Lauren: è totalmente inutile e serve solo ad aumentare l’ingolfamento e la confusione.
Ma è approssimativa già tutta la vicenda di fondo, di questo tizio che per eliminare un testimone che forse l’ha visto compiere un omicidio, non trova di meglio che sterminare un intero paese, aumentando così il rischio di creare testimoni dei suoi omicidi, compresi i complici che assolda. E Zagor che decide di rimanere ad affrontarli in quattro anziché con tutti i fucili dei paesani a disposizione. O ancora che si tuffa come niente fosse in un lago ghiacciato di notte (roba da morte per assideramento quasi immediata) per salvare Kostner, e dopo che lui stesso lo ha mandato a bagno.   
Insomma, già il plot è molto terra terra, ma pare come se ci si fosse impuntati nello svolgerlo nel modo più noioso possibile.

Disegni: 7,5. Più che discreta la parte grafica, assai ricca di particolari. Nota di merito, immagino, per il riuscito sforzo di trovare una caratterizzazione diversificata ad ognuno dei numerosissimi personaggi.


DA UN ANTICO PASSATO
(Nn. 680-681)
Rauch – Della Monica

Testi: 6. La storia precedente a questo collegata, “L’orrore sepolto”, si era interrotta abbastanza bruscamente, quasi fosse una prima parte, i cui misteri pensavo sarebbero stati svelati in una futura seconda. In realtà, la presente è una avventura quasi a sé stante, che mantiene l’unico collegamento dei mostri tentacolari e relativo contagio, ma solo come minacce fisiche da affrontare.
L’auspicato sviluppo e conclusione su un piano scientifico e/o mysterioso dell’originaria teoria del parassita alieno che abbisogna di un corpo da colonizzare viene così del tutto abbandonata, scegliendo di declinare i mostri in un più banale action-horror, e in pratica ricaricando quasi da zero quanto affrontato allora.
Personalmente queste storie di mostri, tentacolari o meno, mi annoiano abbastanza e già ai tempi de “La minaccia verde” percepivamo l’abbassamento di livello portato da quella tematica rispetto al resto che usciva in quel periodo. Ecco, credo che bisognerebbe farsi ispirare più da altre storie un po’ più elevate (ad esempio “La prova del fuoco” che uscì subito dopo) anziché dai punti più bassi del periodo classico.
Inoltre trovo davvero esagerato usare su Zagor cosucce come portali interdimensionali che proiettano in altri universi, così allo schioccar di dita, in cui il Nostro si butta peraltro con la stessa tranquillità con la quale si butterebbe giù da un albero.
Nonostante il plot sia quindi molto tendente alla caduta nel trash, l’abilità di sceneggiatura di Rauch permette di non sbracare mai (o quasi) e quindi di rendere piacevole la fruizione, che poi è sempre la base dell’apprezzare o meno.

Disegni: 9. Cico perfetto come sempre, straordinari gli esterni boscosi, e validissimo un po’ ovunque. Forse difetta un po’ proprio nella fase prettamente horror, con i mostri non troppo inquietanti, che trasmettono una paura più fisica che arcana. Notevole invece la parentesi sul pianeta alieno, nella sua concretezza allucinata, quasi alla Welles, a cui poi fa da contrasto la gemma della visione del giardino.


LE STORIE DI GUITAR JIM
(Zagor+ n. 5)

Voto d’insieme: 5. Come al solito, le storie brevi risultano il terreno meno adatto alla zagorianità, sia nella declinazione fantastica (non c’è tempo di creare meraviglia o paura) che in questa più avventurosa, che ancor di più necessita di ampi spazi.
Così l’unica davvero buona è La strada del ritorno, perché riesce ad andare in verticale nell’approfondimento di rapporti umani e sociali, che è quasi l’unica maniera di narrare in così poche pagine. Non è tanto il colpo di scena sull’identità dell’assassino, più che prevedibile, ma il fatto che la vicenda racconta di una discesa all’inferno di sé stessi e resurrezione.
Distaccata ma ancora sufficiente Dopo la rapina, per una apprezzabile elaborazione della trama in poco spazio, e un po’ di approfondimento dei personaggi cattivi.
Insufficiente A rotta di collo, mera azione con un pizzico di giallo basato sulla misteriosa identità del cattivo, che però era intuibilissimo alla prima occhiata, ma del resto in così poche pagine come fai a introdurre qualche diversivo per confondere le acque?
Molto insufficiente Fuga nella foresta, mera azione senza neppure qualcos’altro. Come si possa ritenere che al lettore risultino interessanti 40 pagine di solo spari e cazzotti, visti e stravisti, è un mistero.
Capitolo disegni, eccellente De Fabritis, con i suoi strepitosi chiaroscuri e la precisione maniacale del particolare. Non so se potrebbe essere adatto su una storia lunga sulla Zenith, ma qua è perfetto.
I restanti, rimangono nella media senza particolari picchi. Talvolta un po’ legnoso Bastianoni.


OMBRE SU GOLNOR
(Nn. 682/684)
Mignacco - Piccininno

Testi: 4. C’è da dire che già la storia del 1981 era assai mediocre e forzata, e del resto il fantasy “tolkeniano” è un ambito in cui Zagor è sicuramente fuori posto (non a caso Nolitta non ha MAI scritto nulla del genere) e per di più particolarmente inviso ai fan storici. Allora mi aspetto che se torniamo a Golnor, ci sia dietro un’idea memorabile per giustificare la decisione di scontrarsi contro questi limiti, qualcosa che magari razionalizzi e innalzi quella storia da tempi ingenui.
Invece si tratta di una vicenda piattissima, stereotipata al massimo. Sembra quasi che si sia scientemente deciso di scrivere, non solo un puro pim pum pam in salsa fantasy, ma di farlo nel modo più banale e scontato possibile.
Che poi, se già il pim pum pam è per sua natura la modalità più terra terra per raccontare una storia, si può comunque riuscire a scrivere qualcosa di buono se la fase di azione si svolge in modo credibile e avvincente. Ma questo qua è mediocre pure come pim pum pam: si vedano come esempio i troll giganti, inizialmente fortissimi, che poi più avanti vengono abbattuti da Zagor come birilli con un colpo di scure mentre parla con i suoi amici; o le orde di scheletri che non fanno fuori manco uno dei buoni; o gli enormi draghi volanti che riescono a volare tra i rami di una foresta intricatissima. E nel mezzo le tasse da pagare al genere: teletrasporti dimensionali, oggetti magici senzienti, magie alla carta… fino al colpo di scena finale, telefonatissimo dopo 10 pagine, di Elchin/Mord che viene liquidato in tre vignette.
Si tratta in sostanza di una storia scritta in modo infantile, senza nessuna profondità di sceneggiatura. Ma per bambini molto piccoli, penso, a cui basta buttare là 300 pagine di scontri tra gente vestita in modo strano, ricalcando vari stereotipi fantasy, per divertirsi. Ma dubito anche di questo. Perché noi da bambini leggevamo Oceano e La marcia della disperazione, così per dire.
No, davvero davvero una pessima run. Un ripescaggio inutile e per di più scritto malissimo.
Allora vi prego, se dobbiamo violentare Zagor in un genere in cui non c’entra nulla, almeno facciamolo per un’idea che merita, per una sceneggiatura appassionante… per qualcosa che sia degno dello Zagor vero e migliore. Vi prego.

Disegni: 9. Non prende anche di più, a causa del volto di Zagor troppo altalenante e per qualche vignetta d’azione poco armonica… ma per il resto è stato strepitoso. Superba la resa della foresta nella sua imponenza generica, esaltata anche da alcune vignette grandi nel mezzo al fogliame intricato. Grandissime tutte le parti delle varie location naturali e artificiali, come il castello. Ulteriore mega chicca, le frequenti occasioni in cui si cimenta nei suoi precisissimi tratteggi che forniscono un’atmosfera magica e pertanto centratissima per la storia (che senza questo apporto grafico, mi sarebbe sicuramente parsa ancora peggiore).


LA VENDICATRICE
(N. 684 bis)
Burattini - Pesce

Testi: 6-. Ha il pregio di non essere scritto male, ma il plot è davvero banale. È una storia di sola azione, in cui vediamo questa ragazza che è in cerca di vendetta: lo si dichiara nel titolo, lo si precisa dopo poche pagine. Immediatamente ci si chiede quindi: cosa le avranno fatto? Si scartano le cose più scontate, tipo le avranno ammazzato la famiglia, avranno sterminato la sua tribù, ecc. Voglio dire, dato che è un tema di vendetta dichiarata, mi aspetto che sia la motivazione il piatto forte, che ci sia dietro qualcosa di particolare che giustifichi le restanti tavole di sole botte e spari. E invece no, la motivazione era proprio la più banale.
Ai miei occhi diventa un’aggravante il fatto che si faccia uscire materiale extra contenente qualcosa di così scontato. Non ne capisco il senso. Qualcuno lo definirà un riempitivo, ma “riempitivo” e “uscita extra” sono praticamente ossimori.
Unico micro-momento che si innalza, le tre vignette in cui Zagor riflette sulla vendetta della ragazza e la sua giovanile. Dovrebbero essere questi i materiali con cui riempire e quindi valorizzare gli albi.

Disegni: 8. Bravo come sempre Pesce, con le sue vignette ricche di dettagli, e buon dinamismo, oltre ai sempre notevoli primi piani. Apprezzabile anche qualche piccola rottura della gabbia.


ACQUE ROSSE
(Color n. 15)
Russo - Venturi

Testi: 6,5. Un Color carino, senza particolari picchi ma scritto in modo sapiente. L’unico vero buco è proprio la motivazione di fondo di Kent/Boselli che rinuncia ad una fiorente attività e si macchia di diversi omicidi basandosi solo sui racconti del trapper, mentre come fa notare giustamente Zagor, che ci fosse così tanto oro era tutto da dimostrare. Però si legge bene, i personaggi sono ben delineati e, anche se la componente gialla è tutt’altro che ostica (appena viene presentato il fucile ad aria diventa immediata la soluzione del mistero), riesce comunque a mantenersi abbastanza avvincente. Bello il racconto di Mezzo Uomo sull’avidità dell’uomo bianco.
Russo lo ricordo non certo fenomenale (Il sudario verde fu davvero pessima) ma se è maturato come pare, bentornato. Certo gioca a suo favore l’assenza di mostri vari, di cui ultimamente non se ne può più, e anche quella di imprese acrobatiche assurde di Zagor o altri, capaci di affossare anche sequenze ben scritte.

Disegni: 7. Apprezzabile l’allontanamento dal taglio grottesco che aveva scelto ultimamente, ma il volto di Zagor e soprattutto di Cico lasciano ancora a desiderare, talvolta in questo senso. Per il resto, è uno che sa raccontare. Ottima anche la colorazione, con le diverse palette di flashback, sott’acqua ecc.
   

LA FRATELLANZA INFERNALE
(Zagor+ n. 6)
Zamberletti - Mangiantini

Testi: 5. Dico subito le cose migliori, che innalzano un po’ il voto: la piccola sequenza toccante di Hale, e il finale da decompressione con le didascalie che riportano le riflessioni di Ann, con uno stile finalmente intenso. Ma si tratta di un pugno di pagine.
Per il resto, è quasi tutto un misto tra cazzotti, pistolettate, baloon pienissimi in cui si spiegano piani e contropiani e cosa è successo anziché farlo vedere, inframmezzato da affossanti telecronache mentali che raccontano fatti che si stanno già vedendo. Una grande noia.
La fase horror è lungi da innalzare l’adrenalina, perché di grana molto grossa: personaggi che hanno il potere di riportare in vita i morti(!!!) e lo fanno così, recitando una semplice formula magica e via! E Zagor è del tutto asettico, non prova meraviglia (e quindi non ne trasmette nemmeno al lettore), per lui sono solo nemici da sconfiggere. E’ una storia senza alcun spessore emotivo, sono solo fatti messi uno dietro l’altro su un unico livello.

Disegni: 8. Grandiosa la scena iniziale del naufragio. Notevoli tutte le vignette con grande contrasto di luci ed ombre, e ottimi i fondali in via generale. Abbassano il voto i suoi atavici difetti: i volti di Cico e Zagor che non riesce proprio a centrare e parecchie disarmonie anatomiche in certe scene d’azione.




UNA RAGAZZA IN PERICOLO
(Nn. 685-686)
Burattini - Lazzarini

Testi: 8,5. Mi è piaciuta molto. Perde qualcosa nel voto solo per la relativa brevità, ma la qualità del contenuto è stata ottima. Anzi, a livello di ingredienti diciamo che è proprio ciò che vorrei vedere sempre su Zagor, e che è stato uno dei segreti del successo di Nolitta: un sapiente mix di azione e sentimenti, di fasi più “leggere” (indagini, lotta, ecc.) e di altre ad altissima intensità, che sono ciò che rende poi il tutto indimenticabile.
Un gioiellino la prima ventina di pagine, in cui il rapporto tra i due, il loro dichiararsi, ecc. è trattato in modo delicato e vibrante, quasi che ciò che sta tra loro sia un fragile sogno che ognuno dei due ha paura di focalizzare davvero per paura che svanisca. Ma emerge presto come si tratti di un amore impossibile e mi è piaciuto come questo addio venga vissuto in maniera dignitosa da entrambi, con quella dignità muta del dolore vero, della sofferenza di una ragazza innamorata che sa che il suo amore non potrà avere sbocco. Per raccontarlo, viene scelta una tecnica asciugata il più possibile dai baloon, e secondo me in questo caso è una scelta efficace.
La fase di azione successiva abbassa un po’ il livello del narrato per sua natura, ma è ovviamente una fase dovuta data la testata, e rimane comunque abbastanza avvincente. L’unico piccolo difetto (o meglio, una scelta che mi ha lasciato un po’ perplesso) è quando Zagor, con Jenny in fin di vita sul battello, decide di dare priorità allo sgominare i trafficanti di armi e la lascia nelle mani di quasi sconosciuti. Chiaramente l’allontanamento ha lo scopo narrativo di caricare emotivamente il finale, ma su un piano logico mi è parso forzato.
Ma si tratta di roba poco importante, perché lo scopo viene pienamente raggiunto e deflagra in un finale intensissimo e commovente. La sequenza della morte di Jenny è narrata in modo magistrale, con una perfetta scansione tra momenti muti e parole struggenti, che non possono non colpire il pur calloso cuore degli zagoriani, riuscendo a inumidirne gli occhi (almeno i miei).
Leggere lo Zagor di questi anni e commuoversi non è una cosa da tutti i giorni, quindi agli autori va il mio applauso per essere riusciti in questa piccola impresa, nonché il mio invito a continuare su questa strada.
Una cosa importante che voglio sottolineare è che, per citare Zagor, a creare tutto questo “non è stato neppure uno dei nemici più forti e malvagi… sono bastati dei balordi qualsiasi”. Questo a dimostrazione che non servono mostri dell’oltretomba, demoni vari, villain onnipotenti per emozionare (anzi, quasi sempre ottengono l’effetto opposto): servono al contrario i drammi umani, i sentimenti, i rapporti profondi.
Se andiamo infatti a vedere il soggetto, questa è una delle tanto vituperate storie da “trafficanti di whisky” ma, come si vede, anche in queste situazioni banali si può raccontarle in modo da mirare il cuore dei lettori. E fare centro, come questa dolorosa volta.

Disegni: 8,5. Ottimo lavoro per la Lazzarini, che dà anche l’idea di aver “sentito” la vicenda e averci messo quel qualcosa in più. Tutto splendidamente dettagliato ma sufficientemente arioso. Grande la fase espressiva nelle sequenze più intense, rette quasi solo dall’efficacia grafica in quanto spesso mute. Eccellenti alcune fasi di azioni, quando Zagor vola tra gli alberi o si butta in acqua, cristallizzate con una plasticità mozzafiato. Più che buono il viso del protagonista. Promossissima.


MASSACRO!
(Nn. 686/688)
Rauch - Coppola

Testi: 5. Molto deludente questo ritorno dei Dowler, quando la loro prima apparizione era stata più che discreta. Una trama scontata e una sceneggiatura piatta, con nemici da quattro soldi (la vecchia signora? Mah) e il cattivo principale che si limita a muoversi come un Golem senza cervello. È proprio questo aspetto che principalmente manca, i personaggi buoni e cattivi sono tutti un po’ intercambiabili, senza alcuna personalità. Non c’è approfondimento, drammi, guizzi… tutto viene tirato avanti con banali vicende di lotta e basta. Confesso che mi sono andato a controllare i credits per vedere se davvero l’autore era Rauch.

Disegni: 7+. Leggibile e pulito ma anche con una mano abbastanza scolastica. Buona la minuzia dei fondali, non male la sua versione di Zagor e Cico.


LA MACCHINA DEL TEMPO (Zagor+ n. 7)

Voto d’insieme: 5. Sorprendentemente, la storia migliore è quella di Zamberletti (Territorio Shawnee) e non tanto per il soggetto, che è troppo intrecciato e dunque un po’ compresso (avrebbe meritato due albi a disposizione), ma per il modo di sceneggiarlo, con buoni dialoghi spesso riflessivi e mai banali, e la telecamera focalizzata sugli esseri umani e le loro emozioni di fronte all’evento straordinario, anziché usare l’ennesimo mostro come minaccia e via.
Per la stessa logica, il peggiore è La piantagione dell’orrore. Ma come è possibile che Testi scriva sempre soggetti di questo genere? I soliti banalissimi mostri, i soliti banalissimi cazzotti, la solita banalissima noia dello stravisto. E sì che il ragazzo di suo non scrive nemmeno male, ma se ogni volta rifotocopia sempre la stessa storiella (trash), io non so che dire.
Di scarsa presa La fossa, la cui unica particolarità è data da questo buco nel terreno inusuale, a cui si mescolano solo un po’ di scontri e che quindi non può bastare a reggere l’interesse per più di poche pagine.
Deludente la più attesa, L’uomo venuto dal futuro, nella quale si spreca l’utilizzo di una bomba narrativa come una macchina del tempo per una storiellina caratterizzata da un villain da operetta, il quale, possedendo un potere immane come viaggiare nel tempo, lo usa per l’arguto scopo di favorire Hellingen e “essere al suo fianco” (e chi glielo garantisce?) nel dominio del mondo. Cioè, questo che vive in un futuro tecnologico e di benessere da semidio vuole finire a vivere in una realtà di inizio ‘800, che per lui è quasi età della pietra. Un genio.
In mezzo ad altri passaggi tecnologici e motivazionali tirati via, lascia l’amaro in bocca per come un grandissimo come Serra abbia liquidato in modo superficiale questa vicenda, senza mettere nemmeno una trovata finale, una scintilla, qualcosa.
Tutto il contrario invece per la parte grafica, tra cui svetta Bisi per il suo lavoro a mezzatinta acquarellata. Ma bravi tutti: Ambu non da Zenith ma qua sopra benissimo; Torricelli che ancora dimostra di essere un signor disegnatore; il solito perfetto Della Monica, anche un po’ sprecato in quella storiella.