mercoledì 7 settembre 2022

SESSANTA PRIMAVERE

 



La faccia che vedete qui sopra è quella di uno che ha appena compiuto sessant'anni. Cioè, per quanto possa sembrarmi incredibile, me mdedesimo.

 

 

Ho un anno meno di Zagor (come dice lui stesso qui sopra, tramite Fabrizio Russo), che considero il mio fratello maggiore e che mi fa compagnia da una vita (nonostante tutti i guai che gli procuro con le mie sceneggiature). Lui però non invecchia e io sì. Per esempio, non si hanno notizie che soffra di mal di schiena come me. Io invece devo farmi una serie di massaggi perché più di trent'anni seduto a scrivere le sue storie mi hanno presentato il conto. Però, appunto,  ciò vuol dire che ho passato una vita a inventare avventure, dunque a fare quello che ho sempre desiderato fare.

Non ho mai realmente considerato l'idea che un giorno avrei superato la boa della sessantina, finché il calendario mi ha inesoreabilmente richiamato alla realtà. La cosa strana è che io sono convinto ancora di essere il ragazzo che ero, e mi meraviglio della mia faccia nello specchio, che comincia a essere quella di un vecchietto. Mi sono comprato anche un cappellino a protezione della pelata e così quando guido la Panda di mia moglie terririzzo gli altri automobilisti.

C'è un'epoca della vita, quello dell'infanzia, fino ai dieci-dodici anni, in cui il tempo semba cristallizzato. Si susseguono gli anni scolastici e le vacanze estive e si crede che continuerà così: che avremo giorni infiniti per giocare, che i nonni ci porteranno per sempre a prendere il gelato. Poi i nonni muoiono e le scuole finiscono. Ci si accorge che niente è eterno. Però è stato bello crederlo. Oggi il mio amico immaginario sono il me stesso di quei giorni là, rimasto com'ero dentro di me. Ci parlo e lui mi ricorda tanti particolari di cui mi ero dimenticato, come di un bruco colorato che andavo a trovare nell'angolo di un muro finché rimase là, e sembrava non volersene andare - forse proprio perché lo andavo a trovare io. O come di una ragazzina di cui mi ero innamorato prima ancora di sapere che cosa volesse dire esserlo. O di quelle volte che con il babbo e la mamma io e le mie sorelle andavamo alla Città della Domenica, che ancora Gardaland non c'era.

Dovendo tracciare un bilancio dei miei primi sessant'anni, mi rendo conto di essere esattamente quello che volevo diventare. Scrivo cose e c'è chi le legge. Forse avrei preferito arrivare a questo giro di boa attraversando meno tempeste sentimentali. Però sono sinceramente grato a ogni donna che mi è stata accanto, anche per certi ceffoni che mi sono meritato. Oggi ho una moglie che amo. Ho anche tre figli meravigliosi che mi vogliono bene e mi ricordano ogni volta, con il loro calore, che non sono stato poi il padre assente che ho sempre temuto di essere.  In ogni caso, mi riprometto di essere un nonno presente (anche se non ci sono nipotini all'orizzonte).

Fra le note negative, c'è la consapevolezza di veder svanire giorno dopo giorno il mondo in cui sono nato e cresciuto. Quello nuovo non mi assomiglia più. Chiudono le edicole, le librerie, i cinema, i negozi di dischi. Non c'è più un medico di famiglia che venga a visitarmi a casa se sto male. Non si può parlare di persona con nessun impiegato a uno sportello, ma ci è dato soltanto di premere i tasti del telefonino tra cui offre da scegliere una voce robot (e non c'è mai l'opzione che mi riguarda). Non sono contro la semplificazione digitale, ma contro la complicazione: non c'è una app che, installata sul mio telefonino, funzioni come dovrebbe. Per qualunque cosa devo visitare un sito www dove non trovo mai ciò che cerco e i cui form non accettano i dati che cerco di inserire, o chiedono password che io non so di sapere. Altrettanto negativa è la mia opinione sui social, fosse dei leoni dove vige la legge della giungla e dove qualunque cosa si dica scatena reazioni feroci. Se mai andrò in pensione mi propongo di cancellarmi da tutti. Però, oggi, su Twitter e Facebook c'è stata una gara a farmi gli auguri, e mi ha fatto molto piacere.

Già, la pensione. La busta arancione dell'INPS mi ha informato, tempo fa, che potrò ritirarmi dal lavoro soltanto il primo dicembre 2030. Si tratta solo di sopravvivere fino ad allora. Ecco, ho scritto ancora altre cose. Grazie per averle lette.













venerdì 19 agosto 2022

ANCHE POETA!

 


Il volume che mostro orgoglioso nella foto qui sopra si intitola "Versacci", ed è il mio nuovo libro, edito da Cut-Up Publishing, uscito nel luglio del 2022 in distribuzione in libraria ma in vendita, naturalmente, anche on-line. Qui di seguito trovate il link se volete vedere come lo propongono sul sito della Casa editrice:

https://cut-up.it/prodotto/versacci-365-epigrammi/

Nella foto qui sotto, invece, potete scorgerne la costolina nel reparto "Poesia" della Hoepli di Milano, non distante da una raccolta di versi di Charles Bukowski (immagino per meri motivi di ordine alfabetico).



So anch'io (me lo dico da solo) che la collocazione giusta sarebbe stata nel reparto "Umorismo" (se non c'è uno scaffale "Libri che ci vergogniamo di esporre altrove"), ma in effetti "Versacci" contiene 365 epigrammi e l'epigramma è un breve componimento poetico ("che si esaurisce in pochi versi pungenti, per lo più ironici o satirici, con cui si cerca di indurre il lettore al riso ma anche alla riflessione", per citare la scritta in quarta di copertina - e qui sotto ecco appunto la quarta di copertina, sulla sinistra nell'immagine).

 


A proposito di copertina, sappiate che è opera di Oscar Scalco, in arte Oskar, disegnatore versatile in grado di eccellere nel fumetto comico come in quello avventuroso e drammatico (tant'è vero che ha illustrato Alan Ford per arrivare a Zagor, passando per Nathan Never e tante altre cose). Grazie Oskar!


 
 
Se  non avete mai visto Oskar, eccolo nella foto qui sotto, immortalato dopo aver ricevuto (prima di me) una copia fresca di stampa del libro.
 
 
 
 
 
Servirà dire due parole per spiegare come sono nati i Versacci. Tra il maggio 2020 e il maggio 2021 ho accettato e vinto una sfida con me stesso, quella di scrivere e pubblicare su Twitter, per un anno intero, un epigramma al giorno. Dunque, 365 epigrammi in fila. A pensarci bene, una vera pazzia: perché mai qualcuno dovrebbe prendersi un impegno del genere, non richiesto da nessuno e non remunerato in alcun modo? Non c’è risposta, naturalmente, se non appunto, il gusto del cimento. Perché proprio epigrammi e non, per esempio, sonetti o ottave? Perché le regole di Twitter impongono un massimo di 280 caratteri per ogni messaggio, quindi anche i miei componimenti non dovevano superare quella lunghezza. L’epigramma, per sua natura, è caratterizzato dalla brevità e dall’incisività. In più, volendo dilettarmi e dilettare con rime per lo più argute e facete, dedicarmi a questo genere poetico è stata una scelta inevitabile. 
 
Dato che nella vita faccio anche altro, oltre che pubblicare tweet (per esempio, sceneggio fumetti e coccolo la moglie), la scrittura dei Versacci è sempre stata più o meno improvvisata: la sera, prima di dormire, cercavo di comporre l’epigramma del giorno, sperando di indovinare subito l’argomento, le rime, il tipo di verso (senario, settenario, ottonario, novenario, decasillabo, endecasillabo, dodecasillabo…) e la ritmica degli accenti. Qualche volta il parto si rivelava felice, in altri casi la composizione nasceva zoppicante. In ogni caso, si è sempre trattato di versi estemporanei, e di questo devono tener conto gli esegeti che vorranno contestare la correttezza metrica di questo o quel Versaccio. Ho sempre cercato di privilegiare la facilità di lettura e di comprensione rispetto all’uso di parole desuete o auliche, per cui la maggioranza degli epigrammi è composta da vocaboli di uso comune. Riprendendo in mano le mie nugae per la raccolta in volume ho corretto gli errori metrici più vistosi, ma alla fine ho preferito non stravolgere troppo la forma originaria dell’epigramma pubblicato su Twitter.  
 
Una panchina a Gavinana
 
 
"Versacci" è stato presentato al pubblico per la prima volta il 16 agosto 2022 in Piazza Aiale a Gavinana, il piccolo borgo sulle montagne pistoiesi dove sono nato (si trova nel comune di San Marcello Piteglio). Qui sotto la locandina dell'evento, con tutti i loghi dei patrocinatori (grazie anche a loro).
 
 
 

 
Nella foto che segue, eccomi accanto al moderatore Alberto Tognelli, mentre leggo alcuni epigrammi davanti a un folto pubblico. Nello scatto il pubblico non si vede ma giuro che c'era, numeroso, e che ci siamo molto divertiti.  Non ho soltanto recitato le mie facezie ma anche parlato della storia dell'epigramma partendo dal greco Callimaco fino agli italiani dei giorni nostri. Ho anche spiegato la regola dell'endecasillabo, dato che in un capitoletto in fondo al libro mi sono peritato nel dare qualche informazione (per il poco che ne so) su quella materia affascinante che è la metrica italiana. Se volete approfondire, ecco il testo con il mio tentativo di divulgazione (basta cliccare):
 
 
 

 
Se siete curiosi di vedermi e ascoltarmi mentre leggo tre Versacci, potete cliccare sui link che seguono.
 
 

 
 
Già pochissimi giorni dopo l'uscita, c'è stato un recensore - fortunatamente benevolo. Si tratta dello sceneggiatore Filippo Pieri (quello di "Viviane, l'infermiera" e di tante altre cose). Qui sotto trovate il link al post sul suo blog "La seconda cosa", in cui espone le sue impressioni dopo la lettura del libro. Più sotto ancora, c'è una sua foto con i "Versacci in mano".
 

 
 


Ho dato alle stampe "Versacci" anche per poter scrivere una introduzione intitolata “Anche poeta!”. Titolo che è una citazione della signorina Silvani, la quale nel film “Fantozzi” (1975), invitata dal ragioniere interpretato da Paolo Villaggio a salire sulla sua Bianchina, così commenta i versi di Lorenzo il Magnifico da lui recitati: “chi vuol essere lieto sia, di doman non c’è certezza”. “Che belli, sono suoi?”, domanda lei. “Sì, una mia cosettina giovanile”. “Ah… anche poeta!”, conclude la Silvani, sputando nella vaschetta del mascara. Ecco, d’ora in poi si potrà dire lo stesso pure di me (sputo compreso). Come di tanti altri, beninteso. Del resto, le poesie le scrivono tutti. Sicuramente molti di più di quanti le leggono. 

 


 

Se volete rivedere la scena del film con la battuta recitata da Anna Mazzamauro, cliccate qui sotto:


 

 
Ho accennato alle regole della metrica. Se volete mettervi a contare le sillabe dei Versacci, ricordatevi che le sillabe metriche non corrispondono alle sillabe grammaticali, per tutta una serie di casistiche (principalmente appunto per gli strani fenomeni chiamati sinalefe e dialefe, sineresi e dieresi). Ma, vi chiederete, serve applicare le regole della metrica per scrivere poesia? No, assolutamente no. Però, a me piacciono le rime. Mi piace il ritmo cantabile del verso, scandito dagli accenti. Mi piacciono le filastrocche. Mi piace che la poesia abbia forma di poesia e si differenzi dalla prosa. Mi piace soprattutto che la poesia non sia criptica. Nessun poeta criptico ha cambiato il mondo, alcuni che hanno cantato in modo da farsi capire dal cuore della gente, sì. Non che io voglia cambiare il mondo, naturalmente.  A proposito di un poeta che non è criptico, Virgilio, sappiate che in appendice ai "Versacci" troverete la mia parodia dell' Eneide, intitolata "Eneode", già contenuta nel mio libro "Facezie", ma qui corredata dalle illustrazioni di James Hogg (ne vedete una qui sotto)


Ogni volta che mi capita di riflettere sulla poesia e sui poeti, mi torna in mente l’introduzione di Federico Sardelli alle sue “Proesie” (Cardinali Editore). Il musicista (Sardelli è uno dei massimi esperti di Vivaldi) e umorista (è stato uno degli autori di punta del “Vernacoliere”) premette infatti alla sua raccolta di versi (comici) un vademecum intitolato "Metodo facile e sicuro per diventare poeti", che oltre a essere esilarante dice anche tanta più verità della maggior parte dei saggi teorici sulla poesia.
 
 

 
 
Eccone un estratto: "Allora, si fa così. Per prima cosa non date retta a chi vi dice che bisogna conoscere i classici. Hanno gli autori classici studiato noi? No, e allora perché dovremmo fargli questa cortesia? E' anche assodato che possedere un discreto o passabile italiano parlato e scritto non serve assolutamente a niente dato che le regole sono andate completamente a farsi friggere e nessuno vi verrà mai a rompere i coglioni sulla metrica, il ritmo, l'eloquenza, l'eleganza, ma anche sul senso di ciò che dite. Scrivete come vi pare ciò che vi pare. Unica accortezza: andate spesso a capo. Ecco il primo strumento del poeta moderno: il Tasto di Invio. Questo semplicissimo accorgimento vi consentirà di spremere poesia da qualsiasi frase, anche dalla più banale e sciatta.
'Dove sei stato? Ti ho cercato tutto il tempo'
diventa magicamente:
'Dove / sei stato? / Ti ho cercato / tutto / il tempo'.
A questo strumento formidabile se ne aggiunge un secondo, altrettanto facile e potente: il rimescolamento delle parole. La stessa frase diventa pertanto:
"Tutto. / Dove? / Ti ho cercato, / il tempo, sei stato.
'"

 
   
Mauro Boselli testimonial dei "Versacci"                         



Due parole sull’epigramma. Credo che il miglior modo per far capire di che cosa si tratti sia citarne uno, settecentesco, del poeta giocoso toscano Filippo Pananti:

Un epigramma secco:
ogni marito è becco.

Ecco, ci siamo già intesi, L’epigramma è più o meno questa roba qua. In realtà no, c’è molto di più e ci sarebbe da scrivere fino a domani. Basterà dire, allora, per usare la sintesi tipica di questo genere di versi, che tratta di un breve componimento poetico, rapido e di solito fulminante, inducendo il lettore talvolta alla riflessione, più spesso al riso. Gli epigrammi nacquero per essere incisi sulle lapidi: su una tomba, su un monumento. E’ facile capire come dalla breve descrizione elogiativa di un uomo scolpita come epigrafe si possa passare a usare lo stesso modello per farne un componimento poetico scritto su carta, mutando di registro. Le iscrizioni diventano così ammonimenti o riflessioni sul senso della vita o addirittura commenti satirici in contrapposizione alla troppa seriosità delle epigrafi. Questa doppia linea (quella del serio e del faceto) ha caratterizzato gli epigrammi classici, greci e latini. 
 
Fra questi ultimi vengono alla mente soprattutto Catullo e Marziale. Il primo, viene citato quale esempio di epigrammista gentile e rifflessivo; il secondo, invece, come autore mordace e velenoso. Il genere torna in auge, nella letteratura in lingua italiana, durante il Rinascimento. Trovate spiegato tutto in un aureo libretto curato da Gino Ruozzi e intitolato “Epigrammi italiani” (Einaudi). Sono quasi certo che io personalmente non verrò mai citato da nessuno fra gli epigrammisti di casa nostra, ed è meglio così perché se ho definito i miei componimenti “Versacci” un motivo ci sarà. “Anche poeta!” solo se segue lo sputo della signorina Silvani.
 
Per finire, qui sotto troverete quattro Versacci scelti a caso.
 
 
Luigi Mignacco testimonial dei "Versacci"








Il paradiso dei gatti

 

Ogni volta che mi è morto un gatto,

curioso e intelligente più di me,

una domanda sempre mi son fatto:

per loro un paradiso in ciel non c’è?

Ma poi pensando a quanto è stato amato,

nutrito, ammirato e coccolato,

capisco, e a dirlo non si erra,

che il gatto ha il paradiso sulla Terra.

 

 

Una piuma sul davanzale

 

Ho sentito oggi una tale

dire con grande rispetto

che trovar sul davanzale

della camera da letto

una piuma proprio là

ha un gran significato:

vuole dire, in verità,

che un angelo c’è stato

quella notte lì a vegliare.

Accidenti, me cojoni,

e io stavo per comprare

uno spray contro i piccioni.



Marco Corbetta testimonal dei "Versacci"

 

Voce di mamma

 

Riemerge alla mente ogni tanto
un ricordo del bimbo che ero,
è sempre sorpresa ed incanto   
e vivido che sembra vero.   
Iersera ad esempio in un tratto 
mia mamma ancor giovane e bella
 mi ha detto: Moreno, hai già fatto   
per scuola doman la cartella?

L' ultimo abbraccio

Al nostro cane che amiamo   
un ultimo abbraccio cingendo
pietosa una morte gli offriamo lasciando che vada dormendo. Se all’ultimo del tempo mio nessuna speranza rimane, allora lo chiedo anche io: trattatemi al pari di un cane.


 




mercoledì 17 agosto 2022

UNA RAGAZZA IN PERICOLO

 



Lo Zenith n° 736 (Zagor n°685), "Una ragazza in pericolo", datato agosto 2022, di cui potete vedere qui sopra la bella copertina di Alessandro Piccinelli, è un albo molto particolare da vari punti di vista. Tanto per cominciare segna l’esordio sulle pagine della serie regolare di Anna Lazzarini, già vista alle prese con lo Spirito con la Scure nel secondo numero della miniserie “Zagor Darkwood Novels” (2020), dove abbiamo potuto ammirare il suo talento nel disegnare i cavalli. E’ la prima volta che una donna compare come disegnatrice sulla Collana Zenith, e Anna lo fa illustrando una storia in cui è chiamata a cimentarsi con una avventura insolita, in cui alle numerose scene d’azione tipiche del nostro fumetto se ne alternano altre che richiedono una particolare capacità nel raffigurare sentimenti e stati d’animo. Una abilità, del resto,  che la Lazzarini ha dimostrato in tutti i suoi precedenti lavori bonelliani per Legs, Nathan Never e Brad Barron, e con il suo recente graphic novel "La cautela dei cristalli". 

 

Anna Lazzarini con Bane Kerac


Inoltre, quale autore dei testi, mi sono preso la briga di contaminare la classica avventura zagoriana con un risvolto rosa, portando verso un punto di svolta una sottotrama che stavo conducendo da diversi mesi: quella della storia d'amore fra lo Spirito con la Scure e Jenny (una delle ragazze di Plesasany Point). I lettori sanno, fin dalla storia contro la figlia del mutante che glielo ha ha letto nel pensiero, come la ragazza con le lentiggini sia segretamente innamorata di Zagor. Il quale sembra stringere sempre più il suo legame con lei, la cui figura si è portata più in evidenza rispetto a Sara ed Ellie May.  Jenny e lo Spirito con la Scure sembrano già particolarmente vicini nel Maxi Zagor  n° 30, del marzo 2020, intitolato "Lungo il fiume", e del resto all'inizio della storia "I sette vikinghi" (marzo 2021) abbiamo visto Jenny cercare alcuni momenti di intimità con Zagor, sperando di riuscire a manifestargli i propri sentimenti. Nelle prime pagine de "La diabolica trappola" (dicembre 2021), la situazione si fa del tutto evidente e con l'abo conclusivo della saga dell'ultimo scontro con Mortimer (febbraio 2022) Zagor stesso sembra provare qualcosa di più di un semplice interesse verso Jenny.  In "Una ragazza in pericolo" si giunge al punto in cui sia lui che lei capiscono di dover decidere che cosa fare di loro due.  Per sapere come andrà a finire, però, c'è da aspettare l'albo successivo.

 


La sottotrama "rosa" non ruba in alcun modo spazio alle scene d'azione, né rischia di dare al racconto toni da soap opera. Anzi, chi ha letto l'albo sa come prevalgano i toni drammatici e le scene d'azione. Del resto Zagor è il fumetto della "contaminazione" per eccellenza, crocevia di tutti i possibili generi (horror, fantascienza, fantasy, western, umorismo, avventura), perciò ci è concesso sperimentare anche il rosa. Del resto, anche Guido Nolitta l'aveva  fatto con Frida Lang e con Virginia. Personalmente rimasi folgorato dalle ripetute scene d'amore ne "La marcia della disperazione", e il ricordo di quelle emozioni mi ha spinto a tentare di fare qualcosa di simile, desideroso come sono di riallacciarmi alla grande lezione nolittiana.

Zagor e Frida

 


domenica 14 agosto 2022

MILLE


 

Dal marzo del 2018 ho accettato la proposta di Marco Corbetta  di inaugurare una rubrica ricorrente sul suo blog, “Zagor e altro”, in cui rispondo alle domande dei lettori radunate in gruppi di venti: “A domanda… Moreno risponde”. 

Nel mese di agosto di questo 2022 la rubrica è giunta alla cinquantesima puntata, e quindi alla millesima domanda. Mi sembra un notevole traguardo!

Ogni volta che le puntate hanno raggiunto un traguardo intermedio, ho raccolto sul mio blog le risposte più interessanti e argomentate (scelgo una domanda per ogni puntata), così da dare un’idea anche ai frequentratori di “Freddo cane in questa palude” di come stia procedendo il dibattito.
Di ogni puntata segnalo il link, così che possiate leggere le altre domande e le altre risposte.
 
Nell’ottobre del 2020, in occasione delle quattrocentesima domanda, ho pubblicato un quadro riassuntivo dell’intera carrellata:
http://morenoburattini.blogspot.com/2020/10/quattrocento-domande.html
Nel febbraio 2021, ecco il sunto delle puntate 21-30:
http://morenoburattini.blogspot.com/2021/02/la-carica-delle-seicento.html
Nel dicembre 2021, è toccato alle puntate 31-40
http://morenoburattini.blogspot.com/2021/12/ottocento.html
 
Oggi pubblico la sinossi delle puntate dalla 41 alla 50.



 
PUNTATA 41
 
http://zagorealtro.blogspot.com/2021/10/a-domanda-moreno-risponde-41.html
 
Caro Moreno, se da Zagor e le sue origini abbiamo carpito che Mike Wilding non era l’assassino che credevamo, secondo lei che senso ha che Patrick Wilding debba comunque continuare ad essere il giustiziere di Darkwood se, in fondo, scopre che suo padre è innocente?
 
Lo stesso Nolitta ha descritto Mike Wilding come un uomo buono: un padre amorevole, un marito premuroso, un amico degli indiani con cui faceva commerci facendo addirittura in modo che suo figlio ne imparasse gli idiomi. Quindi, se è stato un assassino non lo è stato fino in fondo e a tempo pieno, quanto meno (o avrebbe coltivato in Patrick l’odio verso i pellerossa). Lo stesso Nolitta dice che non è stato condannato (non è andato in prigione, è stato solo cacciato dall’esercito). Si tratta dunque di un personaggio ambiguo e, appunto per questo, più interessante. Ciò detto, “Le origini” non lo assolve affatto: non ha saputo tenere a bada i suoi uomini, dimostrandosi inetto e incapace di comando (e dunque colpevole), e ha partecipato comunque alla strage degli Abenaki, che è stata sua responsabilità. In ogni caso, il giovane Wilding non decide di diventare un giustiziere (o un pacificatore) per espiare le colpe del padre (che pure esistono) ma le proprie (ha commesso una strage per una vendetta che non si è rivelata catartica, ha provocato la morte di “Wandering” Fitzy). Spiegando di nuovo queste cose, che avrei giudicato chiare e lampanti, mi convinco sempre più di quanto sia difficile scrivere senza venire fraintesi, e leggere senza fraintendere.
 
 

 
 
PUNTATA 42 
 
http://zagorealtro.blogspot.com/2021/11/a-domanda-moreno-risponde-42.html


Caro Moreno, con la seconda Odissea Zagoriana si è parlato di rinascita e di evoluzione. Credo che ci sia stata, ma non posso non comprendere chi l’abbia vista come un’involuzione per il semplice fatto che accostando Zagor ad Atlantide si sia forse un po’ esagerato, mettendolo su un piano del fantastico oltremodo problematico, perché non si può fare a meno di vederlo come inviato di Manito che salva il Mondo e, purtroppo aggiungo io, come una persona che, da lì in poi, avrebbe avuto ancora più a che fare con mostri e alieni di quanto non fosse accaduto prima (ed è accaduto). Oggi come oggi per Zagor avere a che fare con esseri dell’altro mondo pare cosa normale e non dovrebbe esserlo, secondo me. Pensi che i lati positivi siano comunque più dei negativi in questa evoluzione?
 
Il mito di Atlantide è un caposaldo del fumetto di avventura (così come della narrativa e del cinema di avventura). Perfino Tarzan ci ha avuto a che fare. Non capisco perché si debba parlare di “esagerazione” se un tema classico avventuroso viene trattato anche da Zagor. Sta’ a vedere che con Atlantide possono confrontarsi tutti, dalla Disney a Flash Gordon, e proprio noi che siamo il fumetto della contaminazione, del sense of wonder e della fantasia dobbiamo limitarci ai mercanti di whisky e ai trafficanti d’armi. Mah. Non capisco neppure perché il fatto di trovare dei resti di Atlantide debba mettere Zagor sul piano “mistico” (quello dell’inviato di Manito) più della storia “Magia senza tempo” dove Nolitta faceva dire a uno sciamano che lo Spirito con la Scure era l’“eletto degli dei”. Non mi pare che le avventure di Zagor abbiano mai proposto un eroe diverso da quello nolittiano. Davvero ogni lettore interpreta le storie come gli pare e si finge un eroe su misura. In ogni caso, ho risposto con dovizia di argomenti in questo articolo, che invito a leggere:
Resto sempre stupito quando leggo che Zagor non dovrebbe vivere avventure fantastiche (non dovrebbe avere a che fare con magia, extraterrestri, eccetera). Ho già risposto mille volte, sono un po’ stanchino. Il fantastico fa parte del personaggio fin dalle prime avventure. Nolitta ha immaginato Zagor come un eroe “contaminato” dal fantastico. Eppure c’è un gruppo di lettori che, non so sulla base di quali presupposti, considera Zagor un personaggio western. Ora, io non so quante e quali storie di Zagor abbiano letto costoro, ma posso assicurare, certo di aver ragione come sono sicuro di poche altre cose al mondo, che lo Spirito con la Scure è il fumetto della contaminazione per eccellenza, e che il presupposto stesso della sua creazione fu quello di collocarlo sulle frontiere della fantasia, della citazione multimediale, della trasversalità fra i generi. Un fumetto western già c’era, quando Guido Nolitta creò Zagor, e si chiamava Tex. Sergio Bonelli tutto voleva fuorché farsi concorrenza da solo, e men che mai far concorrenza a suo padre. Perciò, cercò di diversificare il più possibile il suo personaggio da Aquila della Notte. Lo ha detto in molte interviste. Ce n’è una su YouTube in cui risponde a una domanda in tal senso di Vincenzo Mollica. Ancora oggi, se uno vuole storie western fa bene a leggere Tex, se vuole storie fantastico-avventurose fa bene a leggere Zagor (personalmente, leggo tutti e due).  E’ stato Nolitta a tirare in ballo vampiri, akkroniani, mostri del Dark Canal, Akoto e Kiki Manito, Rakum l’Eroe Rosso e via dicendo, cortocircuitando i generi letterari. Se io, come autore, vengo chiamato a scrivere Zagor, ho il dovere di rispettare queste caratteristiche basilari del personaggio. Per cui alternerò tutti i generi, talvolta contaminandoli fra loro. Capisco che uno possa dire: “Io preferisco le storie con gli indiani a quelle con i mostri”. Perfetto, basterà aspettare l’avventura successiva. Ma non capisco uno che dice: “Zagor non deve raccontare storie di magia”. Perché chi lo dice è evidente che non conosce l’eroe di Darkwood e la sua cinquantennale tradizione, che peraltro è andata sedimentando non soltanto grazie a Nolitta, autore attivo per venti anni,  ma anche grazie a tanti altri sceneggiatori (tra cui Castelli, Sclavi, Boselli), attivi per quaranta.
 
 
 

 

PUNTATA 43
 
http://zagorealtro.blogspot.com/2021/12/a-domanda-moreno-risponde-43.html



Gentile Moreno, qual è per lei il significato universale di haters?
 
Quando leggo di haters che odiano Bebe Vio o Liliana Segre, donne che hanno certamente più meriti del sottoscritto, mi chiedo come sia possibile che esistano ceffi del genere e non mi meraviglio più di averne qualcuno anch’io attaccato agli zebedei. Quanto al significato, che dire? E’ un fenomeno connaturato con i social, che permettono a tutti di poter sfogare impunemente le proprie frustrazioni. Gente che odia preventivamente, a prescindere, trovando nell’attaccare gli altri (al riparo di uno schermo) l’unica ragione di vita, conducendone evidentemente una insoddisfacente. Mi sono segnato il commento di un lettore riguardo gli haters: “Questi esisteranno sempre a prescindere dalle storie, a loro interessa criticare tutto, offendendo anche a livello personale”. Gli attacchi degli odiatori esulano dal novero dei lettori critici ma che sanno riconoscere anche i meriti e che argomentano in maniera razionale le loro ragioni. Gli haters non criticano, perseguitano e trovano nel vomitare odio soddisfazioni negate loro altrove. Purtroppo il fenomeno è diffusissimo, la mia personale esperienza è nulla in confronto a ciò che si vede ovunque in giro sui social (ed è uno dei motivi per cui, personalmente, reputo i social un disastro per la civiltà).
 
 
 

 

 
PUNTATA 44
Caro Moreno, parlando di “altro”, cosa ci può dire a proposito di aneddoti, creazione e crescita di Battista il Collezionista, apparso sulla fanzine “Collezionare”?
 
Battista il Collezionista è un character  dalle grandi potenzialità sia umoristiche che avventurose, perché, essendo un collezionista costantemente a caccia di pezzi mancanti alle sue assurde collezioni, può essere di volta in volta spedito ovunque alla ricerca di qualunque cosa. Lo abbiamo visto cercare papiri a fumetti, francobolli fossili, monete eschimesi, cicche di Yanez, cartoline di Ulisse.  Iniziai a scriverne e disegnarne le avventure tutto da solo nel marzo del 1985, sul n° 1 della fanzine “Collezionare”. Solo in seguito mi sono reso conto che Sergio Toppi, nel 1984, aveva creato un suo Collezionista di cui il mio personaggio potrebbe sembrare la parodia (a parte la mania collezionistica, non ci sono altri punti di contatto, in ogni caso), ma quando venne in mente a me l’eroe con gli occhiali pensavo solo ai miei amici del “Club del Collezionista” di Campi Bisenzio, e a uno in particolare: Enrico Cecchi (che rimpiango perché ci ha lasciati troppo presto). Dopo i primi episodi che mi sono disegnato da solo,  storie successive di Battista sono state realizzate da autori come Francesco Bastianoni, Paolo Campinoti, Luciano Costarelli, Marcello Mangiantini e Giorgio Sommacal.  Ci sono state anche versione “apocrife” scritte da Filippo Pieri e disegnate da Umberto Fizialetti e Andrea Kant, rintracciabili on line. Insomma, non c’è male per un personaggio quasi sconosciuto, pressoché clandestino, pubblicato su riviste con pochissima diffusione (fatte salve le tre storie in cui è apparso contrapposto a Cattivik), ma citato in tutte le mie biografie come il mio punto di partenza.
In occasione del trentennale di Battista il Collezionista, nel 2015, ho scritto questo articolo sul mio blog “Freddo cane in questa palude”:
 
Vi si possono trovare aneddoti e curiosità (e nel frattempo gli anni si avviano a essere trentasette). Rispetto a quanto si può leggere cliccando sul link poco sopra, c’è da aggiungere che nel marzo del 2017 ho sceneggiato altre quattro brevi avventure del mio eroe, alle prese con il collezionismo zagoriano, illustrate da Marcello Mangiantini e pubblicate in un albo supplemento della rivista “SCLS Magazine”.  
 
Ne parlo qui:
 
La stessa rivista, pochi mesi dopo (dicembre 2017), ha dedicato il suo n° 15 tutto al sottoscritto (è un numero monografico di oltre 200 pagine) e, fra le altre cose, sono state ristampate tutte le storie di Battista, scritte da me, comprese le tre comparse sul mensile “Cattivik” in cui il mio Collezionista fa da avversario al nero Genio del Male, e comprese le nuove disegnate da Mangiantini. Mancano solo quelle “apocrife” scritte da Filippo Pieri. Anche la copertina di questa pubblicazione è dedicata a Battista (ed è opera mia – per quanto me ne vergogni).
 
 

 
 
PUNTATA 45
 
http://zagorealtro.blogspot.com/2022/02/a-domanda-moreno-risponde-45.html



Gentile Moreno, dato che hai un’esperienza trentennale come sceneggiatore, immagino ti sia più facile (per modo di dire, immagino che non sia facile per niente) revisionare e correggere le sceneggiature e i soggetti dei vari collaboratori. Come funziona invece con i disegni? Che tipo di intervento viene fatto, ad esempio, sulle inquadrature, sulla continuità narrativa e così via? Grazie.
 
Se ho, come dici, un’esperienza trentennale come sceneggiatore, ne ho una almeno cinquantennale come lettore. Perciò, valutando i disegni, mi metto soprattutto nei panni di chi, una volta pubblicati, li troverà in edicola. Quindi mi chiedo se ciò che si vede sia chiaro e comprensibile, se dalla sequenza delle vignette scaturisca una narrazione fluida ed efficace. Ma controllo anche le espressioni di Zagor e Cico, perché so che gli appassionati amano riconoscere i nostri eroi anche da quelle, oltre che dai lineamenti dei volti. Il controllo dei disegni avviene in due fasi. La grande maggioranza dei disegnatori invia in anteprima le matite: io le guardo e suggerisco delle correzioni (di solito si tratta di piccoli interventi su un numero limitato di vignette). Poi un mese o due prima della stampa, leggo tutta la storia, completa di testi e di disegni, e segnalo puntigliosamente tutte le magagne che riscontro. In alcuni casi le rimedia il disegnatore stesso, in altri provvedono i nostri grafici.
 
 

 
 
PUNTATA 46
 
http://zagorealtro.blogspot.com/2022/03/a-domanda-moreno-risponde-46.html
 
 
Caro Moreno, hai svolto il lavoro di assistente di redazione prima e di curatore poi per Zagor. In cosa consistono le differenze fra questi due ruoli e, essendo appunto curatore, è minore il tempo da dedicare alle proprie sceneggiature? Proprio per queste, a prescindere da storie buone o meno buone, il dover pensare a revisionare le storie altrui ha portato ad inficiare in negativo la tua produzione sia in termini di velocità che di livello di storie?
 
Ho iniziato a fare l’assistente di redazione a Mauro Boselli (ruolo che oggi è ricoperto da Giorgio Giusfredi) nel 2001, perché con l’uscita di Dampyr Mauro non riusciva, da solo, a seguire due personaggi, gli serviva un aiutante (anche perché lentamente principiava a occuparsi pure di Tex). Inizialmente ho imparato da lui a rivedere testi e disegni facendo apportare le modifiche necessarie a risolvere le inevitabili magagne, e come si procede per la correzione delle bozze di stampa (la “lettura delle ciano”). Via via che imparavo, Boselli mi ha concesso sempre più autonomia di scelte e di intervento, finché sono diventato autonomo. Quando, nel 2007, sono stato promosso curatore di testata era già da qualche anno che, in pratica, Zagor lo seguivo quasi tutto da solo, pur sotto l’occhio vigile del Bos. Fare l’editor di un personaggio comporta una grande responsabilità: si tratta di gestire lo staff degli autori, dando a tutti indicazioni e consigli (non di rado facendo anche lo psicologo), accettare o rifiutare proposte, preparare la programmazione in modo da alternare il genere delle storie in modo da accontentare i gusti (variegati) del pubblico, risolvere grane e problemi per fare in modo che tutti gli albi (tanti) escano in edicola il giorno stabilito, ottenere dai grafici e dai letteristi della redazione la necessaria collaborazione sugli interventi richiesti, confrontarsi con il direttore su titoli e copertine, preparare redazionali e pubblicità, rispondere ai lettori. Il lavoro di revisione sulle storie altrui credo che, nel corso di trent’anni di attività (al di là del singolo episodio), abbia migliorato la qualità delle mie, perché non posso contestare a uno sceneggiatore un certo difetto e poi fare anch’io la stessa cosa o anche peggio. La mia velocità è più o meno sempre la stessa da molti anni (fanno fede le statistiche di Saverio Ceri su “Dime Web”): ottocento tavole l’anno.
 
Caro Moreno, lei ha parlato di come Zagor non abbia la stessa popolarità fra i lettori, nonostante sia in auge da 60 anni, di Tex o di Dylan Dog. Quali sono, secondo lei, i fattori che non hanno mai fatto avvicinare in termini di numero dei lettori Zagor alle altre due serie sovracitate? E quali sono invece i motivi per i quali lo Spirito con la Scure riesce a mantenersi comunque a galla dopo il passare di tutto questo tempo?
 
Comincio dal fondo: assicuro che Zagor non si mantiene a galla ma naviga con il vento in poppa, sempre in rapporto ai tempi che stiamo vivendo, ovviamente. Dunque, lo Spirito con la Scure ha tagliato il traguardo dei sessanta anni in perfetta forma e non sopravvivendo a stento. Poi, quanto a popolarità, non mi pare che il Re di Darkwood non sia popolare, nel senso che chiedendo in giro ne conoscono almeno il nome e l’immagine non troppi di meno di quanti sappiano identificare Tex o Dylan Dog (riguardo a quest’ultimo, ne ha da fare di strada per giungere al sessantennale pure lui e poter fare un confronto). Inoltre, lo zoccolo duro di appassionati zagoriani è attivissimo ed entusiasta animando forum, gruppi e associazioni. Casomai le vere differenze sussistono quanto a vendite: Tex è sempre stato un outsider ed è partito prima, creandosi un pubblico che poi ha tramandato l’abitudine alla lettura di padre in figlio, potendo contare sulla forza del capostipite di una tradizione. Zagor è sempre stata la proposta “alternativa”. Poi c’è il fatto che Zagor non si identifica con un genere ben preciso e quindi non crea una base, diciamo così, monomaniaca ma permette di prendere o lasciare a seconda delle storie. C’è anche da dire che Tex ha potuto contare per decenni sulla potenza di un solo straordinario autore, Giovanni Luigi Bonelli, che ha creato una platea di appassionati fedelissimi. Nolitta, degno  figlio di tanto padre, ha abbandonato prima il personaggio. Dylan Dog ha intercettato il gusto generazionale di un pubblico che è cresciuto con lui, ben vengano i successi del genere ma, ripeto, i bilanci vanno fatti sulla base degli stessi parametri: quindi un giorno potremo confrontare le cifre di Dylan del sessantennale con quelle attuali di Zagor. Fermo restando che non c’è una gara. Il sessantenne Spirito la Scure continua la sua marcia perché riesce ancora ad avvincere lettori sognatori in grado di meravigliarsi.
 
 

 
 
PUNTATA 48
 
http://zagorealtro.blogspot.com/2022/06/a-domanda-moreno-risponde-48.html


Caro Moreno, quando ha capito che fare lo sceneggiatore di fumetti sarebbe stata la sua strada? Non mi sto riferendo al momento in cui una persona le ha detto che avrebbe potuto fare carriera in questo ambito, ma a quando lei se n'è reso conto personalmente?
 
L’ho raccontato nel mio libro “Io e Zagor” (edizioni Cut-Up Publishing). Ho sempre sognato fare lo scrittore, poi ho capito che il mio talento specifico era sceneggiare fumetti. Ho perseguito caparbiamente l’obiettivo cercando di imparare da ciò che leggevo e dagli autori che  incontravo, in anni in cui non c’era Internet e gli incontri erano più difficili di adesso. Ho cominciato a capire che ce la potevo fare verso la metà degli anni Ottanta, lavorando a una fanzine che mi ha messo in contatto con il mondo degli addetti ai lavori.
 
 

 

 
PUNTATA 49
 
http://zagorealtro.blogspot.com/2022/06/a-domanda-moreno-risponde-49.html
 
Caro Moreno, molto spesso ti sei riferito al fatto che molti lettori abbiano deciso di paragonare le storie di oggi a quelle di Guido Nolitta, pur se quest’ultimo abbia contribuito “solo” alla prima parte della storia di vita di Zagor. Io ti chiedo, gentilmente, se non bisogna invece farsi la domanda opposta, ovvero il perché gli sceneggiatori di oggi debbano fare i conti con Guido Nolitta. Forse non sono alla sua altezza? Forse il pubblico ha esigenze diverse? Sai spiegare perché debba sempre vivere questo insormontabile paragone dagli anni in cui terminò di sceneggiare il personaggio che lui ha creato?
 
Guido Nolitta, cioè Sergio Bonelli, è stato un grandissimo, stellare sceneggiatore della sua epoca ma ancora attualissimo nella nostra (lo si rilegge percependone ancora la freschezza), che ha fatto la storia del fumetto italiano e, in particolare, ha dato il suo imprinting a Zagor, personaggio da lui creato. Lo sceneggiatore di Zagor non può non essere in qualche misura nolittiano senza tradire la stessa essenza dell’eroe. Cioè deve essere gradevole da leggere senza risultare banale, comunicare messaggi positivi senza sembrare moralista, saper alternare dramma e umorismo, non essere criptico senza essere prevedibile, attingere spunti senza copiare ma trasformando la suggestione in qualcosa di originale, riuscire incantare con un po’ di sense of wonder e così via. Fare i conti con Guido Nolitta è inevitabile, tuttavia non è necessario identificarsi con lui e prenderlo pedissequamente ad esempio anche quando scriveva in anni lontani per un pubblico di ragazzini molto più disponibili dei lettori di adesso a lasciarsi in incantare. Si tratta di attualizzare la lezione nolittiana adattandola ai tempi senza tradirla. Ciò detto, no, non conosco nessuno sceneggiatore di oggi all’altezza del Sergio Bonelli degli anni d’oro.
 
  

 
 
 
In qualità di curatore del blog, la millesima domanda la voglio formulare io stesso… Carissimo Moreno, giunti a questo ragguardevole traguardo, avrai ancora voglia e tempo per rispondere ad altre domande degli appassionati zagoriani? Ciao, Marco/Baltorr.
 
Caro Marco, avvicinandomi a questo traguardo (quello delle mille domande a cui ho dato risposta), mi sono chiesto se la cinquantesima puntata della nostra rubrica non potesse rappresentare la tappa finale, la chiusura in bellezza. Voglio dire: dopo mille domande, che cosa altro mi può venire chiesto? Ho pensato che sarebbe stata un’ottima occasione per fare un inchino, ricevere qualche applauso e gli ultimi fischi, far chiudere il sipario e dedicarmi ad altro. Confesso che scrivere tutte queste risposte mi ha portato via un sacco di tempo, rubato al lavoro ma anche allo svago. Faccio notare (non a te ma a chi fosse restio a riconoscermene il merito) di come si sia trattato di risposte argomentate ed esaustive, e non monosillabiche. Mi sono ripetuto che nessuno avrebbe avuto il coraggio (anche se non si può mai dire) di accusarmi di volermi sottrarre al confronto con i lettori e alle risposte scomode, avendone fornite a centinaia (scomode e no). Però ho anche riflettuto sul fatto che se le domande vengono poste è perché ci sono lettori interessati. E il mio lavoro (che è anche la mia passione) consiste proprio nell’interessare chi legge. Lo faccio da oltre trent’anni e tu sai (diversamente da chi lo ha dimenticato) quanto mi sia sempre impegnato per animare la comunità degli zagoriani, organizzando eventi, progettando iniziative, sollecitando la nascita dei forum, partecipando a infiniti incontri, fornendo materiali e notizie, eccetera eccetera. Ti ho chiesto dunque se c’erano molte altre domande in attesa, se i lettori manifestavano ancora interesse per le mie risposte. Mi hai assicurato di sì. E allora, che fare? Naturalmente continuiamo. Anche per dimostrare la vitalità del nostro eroe, lo Spirito con la Scure, a cui ho dedicato la mia esistenza.