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sabato 2 luglio 2016

TESTI E NOTE


Cominciano ad arrivare i primi feedback da parte di chi ha letto (tutti o alcuni) i racconti della mia antologia "Dall'altra Parte" (Cut Up Publishing). Fra questi, anche quello (affettuoso) di Max Bunker, che a suo tempo (più di quaranta anni fa) pubblicò una raccolta che a me piacque moltissimo, intitolata "Il virus". In generale, mi pare di poter dire che tutte le 26 storie inquiete sono ipnotiche: chi ne comincia una di solito vuol vedere che vada a finire perché finisce invischiato nel meccanismo, e non di rado (mi di dice) vien voglia di passare subito alla successiva, dato che si tratta di racconti piuttosto brevi.

Tutti rimangono colpiti, per lo più angosciati, da "L'arcobaleno alla fine del mondo" (parla di un viaggiatore che si reca in Patagonia per uno scopo misterioso su cui ci si interroga fino alla soluzione nell'ultima riga). Tra gli altri, però, i più gettonati sono "Il giudizio di Dio" e il primo, che parla dello stesso argomento, "La signora Miller e Dio". Antonio Zamberletti (scrittore più quotato di me in campo narrativo) è rimasto favorevolmente impressionato dall'avventura inedita di Zagor, illustrata da Marco Verni. Ringrazio per gli apprezzamenti ma non mi adonterò per le critiche che dovessero arrivare.  

Se vorrete, ne parlaremo ancora tra un po' visto che il libro verrà presentato in varie occasioni lungo un percorso che andrà dal qui fino a Lucca Comics (abbiamo cominciato con una anteprima al ricetto di Candelo domenica 26 giugno 2016). Intanto, qui di seguito pubblico la mia postfazione che ricostruisce la genesi dei singoli racconti. Vi ricordo che "Dall'altra parte"  è già disponibile sullo store on line di Cut Up, scontato di 1,00 euro e con spedizione gratuita.


Si può però già trovare anche in libreria, fumetteria, su altre piattaforme di vendita on line, alle mostre mercato.

La presentazione al ricetto di Candelo.



TESTI E NOTE
di Moreno Burattini

Ho sempre desiderato rubare il titolo italiano dell’antologia “Buy Jupiter and other stories” di Isaac Asimov, appunto “Testi e note” – dove le note dell’autore erano divertenti tanto quanto i suoi pur formidabili racconti. Non riuscirò mai a essere altrettanto brillante e interessante quanto il Good Doctor, tuttavia mi preme aggiungere qualche annotazione a proposito dei ventisei racconti che avete appena letto. 

Fumetti in prosa

Non è un caso che alcuni dei testi sembrino pronti per essere trasformati in storie a fumetti, perché in effetti sono la novelization (o adattamento letterario, se preferite) di mie sceneggiature. Ovviamente, la trasposizione è stata effettuata cambiando molti particolari, arricchendo dove necessario, tagliando qualcosa altrove, dando comunque forma diversa secondo il mio gusto attuale e le mie attuali capacità. 
Elencando i testi nell’ordine di apparizione, “La signora Miller e Dio” è tratto da “Il primo assassino”, pubblicata sul n° 334, datato agosto 1999, del “Giornale dei Misteri” (Corrado Tedeschi editore), illustrata da James Hogg. Il racconto attuale, nella forma in cui compare su questo volume, è stato invece inserito da Sebastiano Mondadori nell’antologia da lui curata “Morte per acqua” (Tra le Righe, 2014).
“La testa del drago” è ispirata all’omonimo racconto scritto da me e disegnato a Stefano Andreucci, apparso sul n° 10 della rivista “Mostri” (edizioni Acme) del dicembre 1990.
“La bella e la bestia”, sempre con i disegni di Andreucci, è nel sommario del successivo n° 11 (gennaio 1991), dove risulta con il titolo di “La belva”.
“Cuore di figlio” è di poco precedente: stessa rivista, stesso disegnatore, ma risale al settembre 1990 (n° 7): aveva il titolo di “Amore filiale” ed è il mio primo fumetto apparso in edicola. Ci sono perciò particolarmente affezionato.
“Il pifferaio magico”, ugualmente, appartiene allo stesso filone medievaleggiante: io e Andreucci abbiamo sempre desiderato poter raccogliere il nostro materiale in un volume antologico che non è stato, per ora, possibile realizzare. Questo racconto comparve nel novembre 1990 sul n° 9 di “Mostri”.

Gianni Sedioli, illustratore di uno dei acconti di "Dall'altra parte"
Deja vu

In altri casi, alcuni dei testi qui raccolti sono già stati pubblicati altrove, in forma diversa, e compaiono di nuovo in queste pagine rivisti e corretti se non del tutto riscritti.
“Ombra nella nebbia” è il racconto più vecchio: comparve, con il titolo di “Eterno Ulisse”, sul numero della rivista “La Cicogna” del marzo 1981. Si trattava di un giornale scolastico pubblicato nel Liceo Classico “Cicognini” di Prato che all’epoca frequentavo. Già a quei tempi, come si vede, avevo ambizioni letterarie. Lo firmai con lo pseudonimo  di Umberto Isacchi (non è casuale il riferimento, nel falso cognome, a Isaac Asimov), perché su quella rivista c’erano già altri testi miei e non volevo si credesse che peccavo di protagonismo (realizzavo anche delle vignette come “Buracchio” e una rubrica umoristica come “Il vipera”).
Anche “Controstoria del latino” fu un mio esercizio da liceale, che però pensai di inviare alla rivista “Eureka” (Editoriale Corno) avendo la buona sorte di vederlo pubblicato su un numero del 1981.
“Partenogenesi” è apparso sul n° 0, datato novembre 1999, della rivista “Fresco”, diretta da Diego Cajelli (Edizioni Terra Bruciata).
“L’ultimo grido del cacciatore” è apparso per la prima volta nel 1985, in una forma molto diversa, sulla rivista “Dimensione Cosmica” (Marino Solfanelli Editore). Comparve poi in una traduzione in lingua ungherese su una antologia magiara. Più di recente è servito da spunto per una storia di Zagor, “Il varco tra i millenni” (Sergio Bonelli Editore, 2014), in una versione del tutto modificata.
“Insaccato di cuoco” è invece un testo molto più recente: è apparso in appendice al romanzo horror “The italian way of cooking” di Marco Cardone, edito da Acheron nel 2016. Dopo una storia in cui un cuoco serve nel suo ristorante mostri cucinati ai propri clienti, è stato aggiunto un divertente ricettario (dieci ricette in tutto, di altrettanti diversi autori) in cui si suggeriscono piatti mostruosi.


Per la prima volta sullo schermo

Ed eccoci invece ai racconti inediti, vale a dire i restanti sedici presenti nella raccolta. Alcuni di questi giacevano da tempo nei miei cassetti, insieme ad altri sogni. E’ il caso di “Cibo per cani”, “L’alchimista”, “La macchina del tempo”, e “Mutazioni”, divertissement giovanili che trovano finalmente il modo di mostrarsi in pubblico dopo tanti anni di pudica reclusione e avendo subito un minimo di restyling. 
“Il monte di Venere” è ambientato nel 1982 e comincia nella biblioteca della Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze proprio perché fu scritto lì, a mano su un bloc notes, in funzione di rilassamento fra una lezione e l’altra (o forse, più probabilmente, per perdere tempo invece di studiare). Tutta la descrizione degli ambienti, dei percorsi in città e fuori città, dei mezzi pubblici come della mia Fiat Uno dell’epoca è reale e ispirata a luoghi esistenti così com’erano a quei tempi.
“La sparizione della Madonna”, titolo che sono orgoglioso di aver ideato giocando sul fatto che la Madonna di solito appare e non sparisce, è stato scritto nel 2008 a quattro mano (con equa ripartizione dei compiti) con Susanna Daniele, giallista pistoiese, allo scopo di partecipare insieme a un concorso per racconti polizieschi. Ci provammo, non venimmo premiati, ma fummo contenti di aver partecipato e lavorato insieme. Nel complesso mi pare di poter dire che è mio il meccanismo giallo della trama e sua la capacità di rendere le atmosfere e i personaggi della montagna sopra Pistoia degli anni che furono.
I restanti dieci titoli sono stati scritti appositamente per questa antologia. Vorrei soffermarmi soltanto su uno, “L’arcobaleno alla fine del mondo”, che nasce da un viaggio in solitaria in Terra del Fuoco e in Patagonia che ho realmente compiuto nel gennaio 2014. Quasi tutto quello che si racconta è vero, tranne (ovviamente) il finale. E’ lo scritto più autobiografico dell’antologia, e mi è costato un po’ di dolore tirarlo fuori. Grazie per avermi consolato leggendolo.

martedì 30 aprile 2013

I ROBOT DI ASIMOV



Ho raccontato spesso della mia passione per Isaac Asimov, e ho dedicato un articolo di questo blog all'analisi della sua produzione gialla. Ovviamente, c'è molto di più e conto, con il tempo, di arrivare a parlare di tutto. Per proseguire, vi ripropongo il seguente saggio sui romanzi e i racconti con protagonisti i robot. Il film "Io, Robot" e la consuetudine a citare le "Tre Leggi della Robotica" anche in contesti non letterari hanno reso familiare al grande pubblico questo aspetto dell'opera asimoviana. Tuttavia, se volete approfondire potete leggere quel che io e Alessandro Monti scrivemmo sul n° 11 della fanzine "Collezionare", datato gennaio 1988. Si intende che l'aggiornamento delle notizie è limitato a quella data, ma non c'è molto altro da aggiungere (Asimov è morto nel 1992).


I ROBOT DI ASIMOV
di Moreno Burattini e Alessandro Monti


Il complesso di Frankenstein

La parola “robot” deriva da un termine  slavo che significa “lavoro dipendente”. Lo scrittore Karel Capek per primo la utilizzò per indicare un uomo artificiale in un suo dramma del 1921 intitolato “R.U.R.”. già in precedenza, comunque, la letteratura aveva conosciuto degli automi, anche se nessuno aveva mai provveduto a coniare un termine univoco che servisse ad indicarli: secondo Dalton Knight il capostipite assoluto del robot sarebbe  il mitico gigante Thalos, ma robot erano già anche i leggendari “golem” costruiti dagli slavi di Praga per difendersi dai propri nemici, ed in senso propriamente fantascientifico un robot appare nel romanzo Moon’s Manster di Ambrose Bierce pubblicato nel 1893. Nessuno di  questi robot è tuttavia un “precedente” dei robot di Asimov, i quali si sono imposti in maniera completamente nuova e rivoluzionaria nei confronti della tradizione. Comunque, come dice Roberta Rambelli, “se non hanno antenati diretti, i robot di Asimov hanno, al contrario, una discendenza immensa eormai famosa. Quasi nessun autore di science-fiction, oggi, inventa un robot senza condizionarlo alle Leggi della Robotica, magari sottintendendole invece di esprimerle”. 

In che cosa consiste la “rivoluzione” asimoviana? Per comprenderlo bisogna spendere qualche parola sulle storie di automi precedenti la teorizzazione delle Tre Leggi: si trattava invariabilmente di racconti afflitti da quello che lo stesso Asimov chiama il “Complesso Frankestein”. Così come il mostro creato dalla fantasia di Mary Shelley si ribella al dottor Frankestein che lo aveva costruito nel suo laboratorio, anche i robot dell’epoca sfuggivano al controllo dei progettisti e si presentavano ai lettori come una autentica minaccia. “Questi racconti - spiega lo scrittore - erano un miscuglio di sferraglianti clan-clang, di aaargh! e di morali del genere: 'ci sono cose nelle quali è meglio che l’uomo non metta il naso'. I pochi passi in cui i robot non erano visti come una minaccia, erano quelli in cui i robot finivano per essere creature patetiche  vittime degli essere umani". 

Nel 1940, mentre scriveva il suo primo racconto di robot, “Robbie” (che comunque rientra in questa categoria), Asimov cominciò a pensare ad un tipo di robot che non fosse né minaccioso né patetico, ma semplicemente un prodotto industriale con dei dispositivi di sicurezza che gli impedissero in ogni caso di nuocere agli essere umani. Questi dispositivi furono da Asimov individuati nelle Tre Leggi della Robotica, imperativi categorici saldamente inculcati nei circuiti positronici del cervello di spugna al platino-iridio dei robot. Il nuovo punto di vista attecchì. Prosegue Asimov: “I lettori, gli autori ed i direttori delle riviste di science-fiction convennero che i miei robot erano realmente i robot dell’aera del macchine e non più i robot del medioevo, con i suoi golem ed i suoi automi”.



Le Tre Leggi della Robotica

1- Un robot non può recar danno ad un essere umano né permettere che a causa del proprio mancato intervento un essere umano riceva danno.
2- Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, perché tali ordini non contravvengono alla Prima Legge.
3- Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o la Seconda Legge.

Questi  i termini delle tre Leggi della Robotica come furono formulate da Asimov negli anni ’40. Chi avrebbe mai potuto dire, allora, che la parola “robotica” inventata di sana pianta dallo scrittore, sarebbe divenuta quella che oggi designa la scienza (ormai avanzata) che si occupa dei robot? Ma a parte questo, se i robot dessero sempre una interpretazione univoca delle Tre Leggi, e se queste fossero sufficienti a tranquillizzare la paura ancestrale dell’uomo verso e macchine, non si potrebbero trovare pretesti per scrivere dei racconti. Ma proprio qui si rivela l’incredibile capacità di costruzione di trame di Asimov e le sue abilità nel dare uno spessore psicologico a personaggi che a molti potrebbero sembrare freddi e sterili. Due sono i principali punti di partenza dei racconti asimoviani: il primo è costituito dalle apparenti violazione delle Leggi da parte dei robot che, in particolari condizioni, si rivelano invece male interpretare i tre diktat; il secondo motivo è l’avversione rappresentata dagli automi: è il “Complesso di Frankestein” che li porta ad avere una radicata paura degli uomini meccanici. 

Ai tempi di Susan Calvin (la robopsicologa protagonista di molti racconti) ai robot non è permesso circolare attivati sul pianeta Terra, ma anche successivamente, negli anni in cui si snoda la saga di Daneel Olivaw ed Elijah Baley essi hanno un largo impiego soltanto sui cosiddetti “mondi spaziali”. Questi due punti di partenza corrispondono perfettamente al duplice interesse di Asimov per le tematiche tecnologiche  e sociologiche. Non si può fare a meno di notare con la Rambelli che “proprio un autore come Asimov, il quale ha al suo attivo ottime opere di divulgazione scientifica, sia stato uno dei primi a superare con decisione la trappola didascalica, realizzando un equilibrio che è poi rimasto come modello e misura della migliore science-fiction mondiale” riuscendo a non trasformare la fantascienza tecnologica in spicciola divulgazione o pedante nozionismo.

Romanzi e racconti

Il ciclo asimoviano dei Robot è suddiviso in due distinti rami: quello dei racconti, ognuno dei quali presenta e risolve un problema diverso, e quello dei romanzi, in cui ogni volume è una specie di capitolo di un’unica e più ampia vicenda. Fa eccezione  il racconto Mirror Image (Immagine speculare) che appartiene al secondo gruppo di storie. Benché le vicende narrate da Asimov nei suoi racconti siano scollegate l’una con l’altra, possono esserci (e ci sono) alcuni personaggi ricorrenti che fungono da trait d’union: i principali sono la robopsicologa  Susan Calvin e la coppia di astronauti Powell & Donovan. In genere i racconti sono ambientati negli anni in cui la robotica va sviluppandosi ed affermandosi come industria fondamentale per il progresso della civiltà umana, in una precedente al periodo nel quale sono ambientati i romanzi. Il gruppo dei romanzi ci presenta l’umanità rigidamente suddivisa in Spaziali e Terrestri.  I primi sono i discendenti degli uomini che, grazie ai robot, riuscirono s colonizzare una cinquantina di mondi di altri sistemi planetari: gli Spaziali, numericamente molto inferiori ai Terrestri, li superano in tecnologia e potere economico: inoltre l’ambiente asettico dei loro mondi e la loro avanzatissima ingegneria biomedica fanno si che essi godano di una vita lunga alcune centinaia di anni. I Terrestri, invece, sono stipati all’interno di immense città-formicaio che si sviluppano per centinaia di metri nel sottosuolo, soffrono di agorafobia e non è loro concesso di lasciare il pianeta.

La U.S. Robots and Mechanical Men Co.

Per quanto riguarda i racconti, sarebbe molto lungo (e, crediamo, inutile) riassumere le trame, in quanto ognuno fa storia a sé ed è molto più divertente leggerseli per conto proprio- cosa che naturalmente vi invitiamo a fare. Tuttavia è interessante notare come proprio nella lunga serie dei racconti vengano introdotti elementi e presentate tematiche che saranno poi determinanti nel corso delle vicende dei romanzi. Per esempio, il Tony del racconto Satisfaction Guaranted (1951) prototipo do robot umanoide, diventerà il Daneel Olivaw di tutti i romanzi, ed il robot RB-34 presentato in Liar! (1941), robot dotato di poteri telepatici, diviene il Giskard de “I Robot dell’Alba” e de “I Robot dell’Impero”. Al di là dei singoli personaggi, è comunque all’interno dei racconti che si narrano le vicende di tutti quei secoli di storia che separano l’anno della fondazione dalla U.S. Robots and Mechanical Man Co. (il 1982) da quello in cui si svolge il primo dei romanzi robotici, “Caves of Steel”. I racconti dedicati ai robot scritti da Asimov sono circa una trentina, pubblicati nell’arco di tempi che va dal 1940 al 1976. Apparsi quasi tutti in rivista, sono stati successivamente raccolti in volume dallo stesso Asimov, che ne del resto inseriti parecchi anche in molte altre antologie non espressamente robotiche. 

La prima raccolta di racconti apparve nel 1950 preso la piccola casa editrice Gnome Press, ma fu portata al successo soltanto nel 1963 quando la Doubleday ne acquistò i diritti: si tratta di I, Robot (Io, Robot), considerato uno dei testi fondamentali della fantascienza tecnologica. La risonanza mondiale ottenuta dal volume spinse Asimov a pubblicare  una seconda antologia, The Rest of the Robots (il secondo libro dei Robot), uscita sempre per la Doubleday nel 1964. C’è da notare che quando nel 1969 lo scrittore compose il racconto Femminine Intuition (“Intuito Femminile”) lo inserì nella nuova edizione di questa antologia, che dunque presenta due diverse versioni delle quali l’ultima è più ricca di materiale. Infine, nel 1982 la Nightfall Inc. pubblicò The Complete Robot (Tutti i miei Robot”) dove furono finalmente riuniti tutti i racconti più recenti dedicati da Asimov ai Robot, compresi i più recenti e con l’aggiunta di alcune storie con protagonista  il gigantesco computer Multivac.

Lije Baley e Daneel Olivaw

Degna di essere raccontata, anche per il collegamento che essa ha con il ciclo dell’Impero e con quello della Fondazione, è la saga dei romanzi dei robot. Il periodo in cui la vicenda ha inizio si può individuare in uno dei primi secoli del quarto millennio. Gli uomini sono divisi in Spaziali e Terrestri, come dicevamo, e le città dei Terrestri sono incredibili formicai sotterranei dove la gente vive senza mai uscire all’aperto. Gli Spaziali detengono quindi il potere economico e tecnologico, e benché formalmente indipendenti, i Terrestri risultano praticamente sottomessi. Si può quindi ben capire quanto possa essere grave  l’uccisione, avvenuta nella Terra, di Roj Nennenuh Sarton, un importante rappresentante degli Spaziali sul nostro pianeta: il caso rischia di provocare una drammatica serie di reazioni politiche, se non viene subito arrestato il colpevole. A svolgere le indagini viene chiamato l’investigatore terrestre Lije Baley, a cui gli Spaziali affiancano un robot androide chiamato Daneel Olivaw: il sottile gioco psicologico dell’integrazione fra l’uomo ed il robot è colorato da Asimov con incredibile abilità. Le indagini si svolgono nell’allucinante New York sotterranea, e mettono in mostra le complesse motivazioni sociologiche dell’incompatibilità fra terrestri e Spaziali: si capisce che il giallo (pur avvincente) è in realtà soltanto il pretesto utilizzato dallo scrittore per portare avanti un discorso assai più profondo. (Caves of steel, “Abissi d’acciaio”). Risolto il primo caso, dopo qualche tempo Baley viene di nuovo chiamato all’azione: questa volta un delitto è stato commesso su Solaria, uno dei mondi degli Spaziali. Sempre con Daneel al suo fianco l’ investigatore terrestre può dunque  vistare il pianeta e rendersi conto dell’organizzazione sociale e dei modi di vita dei discendenti degli antichi colonizzatori dello spazio. Tutto questo narrato in The Naked Sun (“Il Sole Nudo”). Tra questo secondo romanzo ed il terzo successivo si inserisce il racconto Mirror Image, il quale, pur essendo assai breve ha protagonisti proprio Elijah Baley e Daneel Olivaw. 

Nel terzo volume della trilogia dedicata a Elijah Baley, The Robots of Dawn (“I Robot dell’alba”) il Terrestre viene inviato su di altro mondo spaziale, Aurora. Questa volta è un robot ad essere stato ucciso (o meglio: disinserito) e Baley deve scoprire chi l’ha fatto ma anche perché.  Al suo fianco non c’è solo Daneel ma anche un piccolo robot telepatico chiamato Giskard che avrà un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’intera satira dell’umanità. Infatti l’episodio dell’ “eliminazione” dei robot si inserisce in un complesso gioco di strategie politiche che ha sullo sfondo il destino del genere umano: gli Spaziali sembrano infatti ormai incapaci  di proseguire l’opera di colonizzazione della Galassia iniziata  dai loro antenati, e molti Terrestri, tra cui lo stesso Baley, premono perché sia loro concessa la facoltà di tentare di nuovo la via dello spazio. Nel quarto romanzo della serie, Robots and Empire (“ I Robot e l’Impero”), Elijah Baley è ormai morto da quasi duecento anni, ma Daneel e Giskard continuano la sua opera e, lottando contro quanti si oppongono allo sviluppo della conquista della Galassia. Il pianeta madre cade però vittima di un complotto organizzato da alcuni Spaziali e si avvia a diventare irrimediabilmente contaminato e dunque inabitabile. I due robot divengono quindi i principali artefici dell’avvento del futuro Impero Galattico, le cui vicende Asimov narra in un altro ciclo di romanzi e conclude in quello della Fondazione. Non solo: trovandosi di fronte a problemi di cos’ ampia portata, i due automi finiscono per arrivare a superare i limiti delle Tre Leggi della Robotica, teorizzando una fondamentale Legge Zero che dice: “Un Robot non può danneggiare l’umanità o permettere attraverso l’inazione che l’umanità venga danneggiata”.

sabato 16 febbraio 2013

CINEMA AL CINEMA - 5





Proseguono le recensioni cinematografiche di Giorgio Giusfredi, giunte alla quinta puntataGiorgio, esperto cinefilo oltre che cuoco sopraffino (ma anche scrittore, sceneggiatore di fumetti, organizzatore di eventi e sosia di Che Guevara), è la guida a cui mi affido per chiedere consiglio sui film da vedere. 

A questo proposito, un commento al post del mese scorso diceva: "Sei l'unico italiano a cui non e' piaciuto il film 'Colpi di fulmine'...io trovo orrende le tue recensioni piuttosto". Non so se il fan di De Sica e Lillo & Greg (che vorrei ringraziare personalmente per l'argomentato intervento ma non posso dato che ha voluto, chissà perché, restare anonimo) ha scambiato me per Giusfredi ritenendo opera mia i giudizi espressi da Giorgio, ma mi permetto di rispondere invitando a considerare (e rispettare) le recensioni per quello che sono: pareri di spettatori. Niente vieta a chiunque di avere pareri diversi. Nulla impedisce di esprimere questi pareri e far valere considerazioni opposte, purché non si scenda mai negli attacchi ad personam e nei giudizi drastici sull'intelligenza altrui. Non ho mai censurato nessun commento su questo blog, se non lo spam (che giunge sempre copiosissimo e impedisce di togliere il blocco).



CINEMA AL CINEMA 
di Giorgio Giusfredi

febbraio 2013





DJANGO UNCHAINED

Un film di Quentin Tarantino. Con Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson, Kerry Washington. Titolo originale Django Unchained. Western, durata 165 min. - USA 2013.

Dopo aver visto per ben tre volte il film Django Unchained affiorano in me, oltre che al divertimento e alla commozione per la bellezza pura e cinematografica della pellicola, riflessioni sui messaggi che (consciamente e inconsciamente) Quentin Tarantino ci lancia. Andiamo con ordine. "Spaghetti Western" è il nomignolo che gli americani hanno dato al western all’italiana, associandolo alla pasta o alla pizza e talvolta anche alla cialtroneria.   Ma che cos’è il western se non l’epica, la mitologia, di un paese ancora giovane come gli Stati Uniti? I film di Ford, Hawks e Mann, ma anche le più recenti opere letterarie di Cormac MacCarthy, infatti, sono paragonabili, per lo sforzo di narrare la nascita di una nazione, a opere classiche come l’Iliade e l’Odissea. Gli "Spaghetti Western" rielaborano quell’epica con un occhio ancora più sognante, se possibile, aggiungendo uno spessore scanzonato e ancora più iperbolicamente eroico. In narrazioni del genere la miscela tra infiniti e idilliaci spazi e imprese poetiche si intreccia con assurdi e vili risvolti di vite  banali. 
Il Tarantino di Django Unchained è uno scrittore raffinato. Il suo lirismo espresso attraversi la più grottesca violenza raggiunge picchi quasi filosofici. L’autore affresca una commedia mettendo in bocca degli attori dialoghi che parlano di amicizia, amore e vendetta. Ogni parola pronunciata fa riflettere e la psicologia dei personaggi non è mai storpiata dal messaggio che quasi sempre filtra veicolato dalle parole che pronuncia. Questa sceneggiatura è incastonata, accompagnata o (per meglio dire) dipinta da una serie di sequenze cinematografiche che strizzano l’occhio e danno di gomito allo spettatore. Si potrebbe dire che il magnifico e nudo script è vestito con un arlecchinesco abito dove ogni colore, ogni pezzo di stoffa, è un omaggio al cinema da parte del suo autore. Ma la cosa più fantastica è che i pezzi di questo puzzle di immagini, che arricchiscono i dialoghi (che sono il vero scheletro, come detto), possiedono un occhio e una  magica possanza cinematografica. Quentin Tarantino cita, sì, ma alla fine tutto quello che vediamo è qualcosa che non abbiano mai visto, affascinante e malizioso; anche se lo riconosciamo sempre familiare e confortevole – è quello che succede con ogni grande opera, del resto. E ogni pezzo, ogni carattere, si incastra perfettamente con quello mostrato prima e dopo. Memorabili i dialoghi durante il raid degli incappucciati, che esorcizzano la violenza razzista ironizzando sul cappuccio bianco e sulla povera Jenny Willard, moglie di uno del clan, evidentemente non una grande sarta, autrice dei ‘sacchetti’, come li chiamano loro, dai quali “non si vede un cazzo”.
Gli attori sono tutti bravissimi. La coppia Jackson-Di Caprio funziona come quella Waltz-Foxx. Christoph Waltz è immenso e un istrionico. Il dottor King Shulz (gli omaggi e le autocitazioni si sprecano in ogni nome), il personaggio dell’attore austriaco, è un ex-dentista e possiede una forte e incalzante intolleranza per gli schiavisti che monta piano piano nel film come il ritmo di un romanzo slow burning. Jamie Foxx rispetta il suo ruolo di vero duro del West, parlando meno degli altri. Django, infatti, ha un carattere scontroso e pronto a prender subito fuoco. L’attore interprete di Ray, non sovrarecita come gli altri proprio per necessità di rispettare un cliché eastwoodiano di duro impassibile. Talvolta però, in questo film, il duro si lascia andare struggendosi per la dolce Broomihilda, la bellissima Kerry Washington, ricordando Navajo Joe  (citato da Tarantino nella ‘cavalcata a pelo’ finale), di Corbucci, dove un giovane e sconosciuto Burt Reynolds ostentava l’empatica, umana fisicità di questo Django.  La colonna sonora perfetta e per gran parte anch’essa italiana, sottolinea ancora una volta l’ammirazione verso il nostro paese da parte dell’autore americano. Le sparatorie e le scene d’azione sprizzano letteralmente divertimento e condiscono ulteriormente la pietanza "Spaghetti Western" che Tarantino fa sua, reinventandola ancora, come in un gioco di specchi: lui ha visto il West che l’Italia aveva visto in America, girando  "Spaghetti Western col ketchup".  Proprio riflettendo su questo punto la sottile e ironica filosofia dell’autore ci mette di fronte  (volutamente?)  alla nostra attuale condizione cinematografica.  Tarantino nel film ricorda, a torto o a ragione, la netta supremazia culturale europea nei confronti di quella statunitense. Non a caso uno dei protagonisti è tedesco. Il dottor King Shulz, infatti, piomba in scena all’inizio come l’unico catalizzatore della vicenda. Un deus ex-machina grazie al quale le catene si spezzano. Come dice lo stesso Django, il dentista non conosce gli americani. Quello che filtra è una totale incredulità da parte del personaggio nei confronti dello schiavismo che, da europeo, non tollera non lo concepisce. L’ode che Tarantino fa alla cultura del Vecchio Continente si reitera ogni qual volta si narra il mito di Sigfrido o si suona il Fur Elisa di Beethoven. La realtà storica ci dice invece che gli europei, lo schiavismo, lo hanno inventato e anche con scientifica freddezza. Questa insistenza sulla supremazia della cultura europea, insieme all’italiano stampo per questo meraviglioso pasticcio, sembra essere proprio rivolta a chi lo "Spaghetti Western" lo ha inventato come a dire: "vedete come lo faccio bene? Perché voi noi riuscite più a produrre cose del genere, voi che lo avete inventato?". 
Un altro tassello fondamentale a convincerci di questa sottile ma insistente sfumatura della poetica  tarantiniana è il personaggio che interpreta magistralmente Leonardo Di Caprio, ovvero, Calvin Candie. Candie è un ricco e giovane signore del Mississippi. Schiavista. Appassionato di lotta tra i mandingo. Verrebbe da dire che un personaggio più laido e ignobile non può esserci, ma è quello dietro al quale si cela l’autore. È ovvio che dietro a ogni personaggio della storia si nasconde un pezzettino dell’autore, ma Calvin è Tarantino. È americano e non ha il padre, non è nero ma si interessa ai neri. Anche se è un personaggio cattivo è commovente. La sua figura ricorda La macchia umana di Roth. Dice più volte che è cresciuto in mezzo ai negri, che conosce bene i negri e sa che i ribelli aumenteranno. Apostrofa Django come "quello speciale", "l’uno su diecimila", ovvero il nero che lui vorrebbe essere. Perché Candie è così? Perché è stato allevato dal classico zio Tom, uno straordinario e lui, sì, veramente cattivo, Samuel L. Jackson. Il rapporto padre figlio tra i due, come già detto, è il risvolto della medaglia del rapporto maestro allievo Django-Shulz. Calvin, nonostante brutali azioni commesse non è razzista perché anela essere nero, la sua cattiveria è solo frustrazione e autorepressione, coltivata dai credi reazionari del suo padrigno nero. Lui ammira Django come uomo e come uomo nero. Django a sua volta è più razzista: benché sia un uomo buono, mosso da nobili principi, disprezza gli altri neri che non si sono emancipati come lui e si autoproclama "l’uno tra diecimila". Django è razzista come Stephen (il vecchio zio Tom); e Di Caprio non lo è come Shulz. Questi continui e paradossali ribaltamenti di prospettiva insistono sulla necessità di Tarantino di omaggiare i suoi maestri destrutturandoli, riscrivendoli, ma con l’ambizione di creare un prodotto fedele ai topoi del genere citato. Lui vorrebbe essere Leone, o Corbucci o uno degli altri ‘neri’ del western all’italiana. Di tutte le citazioni presenti a perorare la causa del western all’italiana – ultime cronologicamente nella pellicola quelle di Lo chiamavano Trinità e de Il Buono Il Brutto e Il Cattivo, quasi in contemporanea  - c’è da ricordare l’omaggio al duello finale de Il mercenario, sempre di Corbucci, suggerita dall’espertissimo Maurizio Colombo non appena visto il garofano appuntato all’occhiello del mefistofelico Di Caprio sulla prima immagine mesi e mesi fa. Un film che fa divertite tutti, ma proprio tutti!





FLIGHT

Un film di Robert Zemeckis. Con Denzel Washington, Don Cheadle, Kelly Reilly, John Goodman, Bruce Greenwood. Titolo originale Flight. Drammatico, durata 138 min. - USA 2012. - Universal Pictures

Come al solito Zemeckis ci regala una colonna sonora da urlo a confezione del suo prodotto cinematografico. I Rolling Stones del periodo "Vietnam" accompagnano le immagini in grande quantità. La canzone che si sente, per coinvolgimento emotivo,  più delle altre è Give Me Shelther.  Il titolo di questa canzone significa "dammi un riparo, accoglimi". Questo implorare con la voce graffiata di Mick Jagger è il leit motiv di questa storia. La canzone parla di  guerra e la guerra che qui si affronta è quelle contro la dipendenza da droghe e da alcool. Il film è una riflessione profonda sul conflitto interiore di un alcoolista, sulle conseguenze di un eroe che è caduto nel vortice autolesionista falsamente caramelloso e solitario in verità. Danzel Washington smascella come a volte fa per caricare le sue caratterizzazioni, ma qui funzione, specialmente quando, nella parte, è ubriaco fradicio. Si intravedono alcune sequenze girate con tecniche care al regista. In queste si intuisce la diversa intenzione del messaggio: sono prive della grottesca scanzonata voglia di vivere che si sente in Ritorno al Futuro o in Forrest Gump. Ciò significa che il soggetto del film cambia profondamente la maniera di raccontare lo stesso e questo è giusto. La scena iniziale dell’atterraggio estremo è emozionante e veramente simile al risveglio ubriaco di un guidatore in difficoltà e la rimpiangi per tutto il film poiché non ce ne sarà un’altra altrettanto bella. Ma in complesso si esce soddisfatti dopo la proiezione di Flight, appagati dalla soluzione della storia con un grandissimo inizio.





LINCOLN

Un film di Steven Spielberg. Con Daniel Day-Lewis, Sally Field, David Strathairn, Joseph Gordon-Levitt, James Spader. Biografico, durata 150 min. - USA, India 2012. - 20th Century Fox

Daniel Day-Lewis è probabilmente vicino al terzo Oscar. Record. Ma anche se non lo vincerà questa volta, la sua straordinaria prestazione di attore regge da sola il livello d’importanza di questa pellicola. I giochi di luce, i campi e i controcampi e persino talvolta il montaggio sono inconfondibilmente spielberghiani. I controluce polverosi alle lunghe finestre delle case coloniche ricordano la nebbia illuminata di Incontri ravvicinati del terzo tipo e gli ambienti stessi recitano come nelle più classiche pellicole Western. Nel film non c’è azione. Ed è un film lungo. È un film lungo nel quale il saliscendi emozionale è dato dal contino alternarsi tra adorare e infrangere la filosofia del diritto. Non era facile fare un film in cui i dibattiti, anche con linguaggi vetusti, si perpetuano quasi in ogni scena, e quello di cui si parla non è sempre facilmente comprensibile. Grazie, come detto, all’abilità descrittiva del regista e alla bravura degli attori – soprattutto del protagonista – questa lezione di storia e di civiltà riesce a incuriosire come le lezioni e i saggi dovrebbero fare, ma il consiglio e di non affrontare la visione con del sonno arretrato. I dialoghi studiatissimi e calibrati potrebbero allontanarsi mentre si profonda tra le braccia di Morfeo. Da ricordare alcune immagini quasi allegoriche come la carriola piena di arti umani e grondante di sangue svuotata nella fossa comune all’ospedale militare.Curiosa la polemica scaturita da uno storico del Connetticut, discendente di uno dei senatori dello stesso stato nordamericano, presenti al congresso per l’approvazione del XIII emendamento. Il suddetto emendamento, in poche parole, trattava l’abolizione dello schiavismo negli Stati Uniti. Nel film Spielberg racconta che i senatori del Connetticut, appunto, votarono no tacciandoli, di fatto, di razzismo. L’erede nonché storico ha fatto causa ai produttori per diffamazione sostenendo che i due senatori del suo stato votarono sì, come si può riscontrare dai documenti storici e che il suo stato di origine non è razzista, ma bensì un fervente abolizionista. 




LOOPER

Un film di Rian Johnson. Con Bruce Willis, Joseph Gordon-Levitt, Emily Blunt, Paul Dano, Noah Segan. Fantascienza, durata 119 min. - USA 2012. - Walt Disney


Looper è un film sorprendente per certi versi. Scritto in prima persona dallo stesso regista, infatti, presenta alcuni punti originali – se è consentito l’uso del termine "originale" a chi racconta storie dopo migliaia di anni di letteratura . Specialmente quando si parla di fantascienza si ha la sensazione di essere fermi a quei geni di Dick e Asimov con qualche spruzzata di Matheson e pochi altri. Quindi quando l’idea ha veramente il sapore del futuro funziona e da soddisfazione. La trama poi si risolve, toccando i delicati tasti del viaggio nel tempo, in maniera piuttosto lineare e divertente miscelando anche il paranormale, il sovrannaturale al futuribile. Questo aspetto esplode nel finale e lo accettiamo perché avvisaglie dello stesso erano già inserite qua e là mascherate dall’azione godibile a da una crime story tutt’altro che banale. Se, poi, si scava più a fondo nel significato di questo film, non si trova altro che la voglia di raccontare un rapporto intergenerazionale che potrebbe essere identificato anche come padre figlio anche se, i due protagonisti, alla fine, interpretano lo stesso personaggio ma di due epoche diverse. Il giudizio  dell’autore al riguardo è quello che più barcamena e rende incerto il susseguirsi della vicenda. In parole semplici: il regista tifa per il giovane o per il vecchio? A chi lo vede scoprire la risposta che non è affatto scontata o demagogica. Joseph Gordon-Lewitt truccato da giovane Willis fa impressione. E fa impressione la bravura dell’attore dal doppio cognome. Infatti non solo somiglia nelle sembianze ma somiglia negli atteggiamenti e persino nelle smorfie di recitazione senza però scadere in macchietta e sovrarecitare. Insomma: una grande prova di attore che aiuta il successo e il funzionamento di questo film. Bruce Willis è difficile che sbagli un film. È il duro perfetto. E ci credi anche quando, incredibilmente, uccide un mucchio di persone nonostante l’età che (come detto) è una delle lettura cardine della storia. La morale che ne esce non è affatto moralista (come lo sono i giudizi sull’abbigliamento dati dal personaggio interpretato da Jeff Daniels) e questo sdogana ognuno di noi a sentirsi da una parte intelligente e, dall’altra, per niente offeso da un giudizio cripticamente versato. Perché questa è una storia raccontata e non spiegata e perché i trucchi che la trascinano avanti sono invisibili, furbi e nuovi. Il film funziona, è divertente e diverte. 


mercoledì 28 novembre 2012

ROBOT E MISTERI



Sono due i romanzi di Isaac Asimov pubblicati nei Gialli Mondadori.  "Ma come? - qualcuno dirà - Asimov era  uno scrittore di fantascienza".  Senza dubbio, ma non solo. Quando è morto stava per terminare  il suo cinquecentesimo libro, intitolato appunto "Opus 500". E nella sua sterminata produzione c'è posto per un po' di tutto. Asimov  era anche un divulgatore scientifico, un umorista, un critico letterario, un narratore per ragazzi. E un giallista. Non basta: un giallista eccezionale. Non basta ancora: un cultore del genere. Faceva parte, infatti, degli "Irregolari di Baker Street", una associazione di appassionati ammiratori di Sherlock Holmes che prende il nome proprio da una banda di monelli  utilizzati da Arthur Conan Doyle come aiutanti del suo investigatore.   Non a caso Asimov ha curato un'antologia di racconti fantastici intitolata "Sherlock Holmes nel tempo e nello spazio" nel quale lo "spirito" di Holmes  si incarna in animali, robot, extraterrestri e così via. E non a caso Asimov ha curato anche (solo per fare un altro esempio) "Il delitto è servito", un'altra antologia  di racconti gialli di stampo più tradizionale tutti accomunati dal filo conduttore del veleno. Un tema chiaramente legato alla detective story più classica, quella in fondo che Asimov preferiva. Del resto, lui che ha coniato la parola "robotica" e ha dato alla voce "robot" l'accezione che tutti oggi conosciamo, non poteva che prediligere meccanismi gialli basati sulla deduzione, sul ragionamento, sulla logica: le doti, appunto, dei cervelli elettronici.

Nei suoi racconti e romanzi, Asimov ha sempre posto in secondo piano l'azione. Gli scontri, le battaglie, le lotte si svolgono in genere fuori scena o ne vengono fatti dei resoconti rapidi ed essenziali. Il grosso della trama si dipana attraverso conversazioni che esaminano la situazione da tutti i punti di vista, prospettando problemi e soluzioni, e solleticando in maniera vivacissima l'intelligenza del lettore. Si tratta di un modo di narrare molto cerebrale, eppure affascinante ed efficacissimo. Anche i gialli di Isaac Asimov hanno questa caratteristica: sono, tutto sommato, statici. Ma quanto sono intriganti! Il ciclo di racconti più famoso è senza dubbio quello del "Club dei Vedovi Neri", che conta una cinquantina di episodi. Tutti i racconti si svolgono nel medesimo luogo e hanno come protagonisti gli stessi personaggi, o quasi. Si tratta di una saletta riservata di un ristorante dove, una volta al mese, si riuniscono i sei membri di un club i cui soci, a turno, portano un ospite di volta in volta diverso. L'ospite ha sempre un mistero da cui è ossessionato e che vorrebbe risolvere. Ed è il settimo socio a risolverlo: si tratta di Henry, impareggiabile cameriere membro onorario del club, che serve la soluzione insieme al brandy. Una soluzione incontestabile, lineare,  tagliente come il filo della logica. I casi affrontati e risolti durante i banchetti dei "Vedovi Neri" riguardano molto di rado degli omicidi. Si incontrano spesso casi di spionaggio, di truffa, di furto; ma si tratta sempre, in realtà, solo di un pretesto per mettere alla prova le cellule grige di Henry e dei lettori. 

Qualcosa del genere avviene anche in un altra serie di racconti, quella degli "Enigmi dell'Union Club". Ogni racconto prende le mosse da una breve conversazione tra un gruppo di tre amici nella biblioteca di un club. Il quarto amico è un certo Grisword, che  all'inizio è sempre addormentato. Un brano della conversazione lo risveglia e gli ricorda un episodio che comincia a raccontare. Quindi si ferma di colpo, lasciando che i tre ascoltatori (e con loro, tutti i lettori) provino a immaginarsi il finale. Quando poi Grisword termina il suo racconto, nessuno (né gli amici del club, né i lettori) restano mai delusi. 

Torniamo ai due romanzi gialli veri e propri, quelli da cui siamo partiti, entrambi segnati  della sua personalissima impronta. Basti pensare che il più celebre, "Rompicapo in quattro giornate", si svolge durante un Salone del Libro dove si incontrano autori, editori e lettori:  lo stesso Asimov compare tra i personaggi, risultando uno dei possibili colpevoli di un intrigante delitto. L'altro romanzo, "Un soffio di morte", trae spunto dalla carriera di ricercatore e insegnante universitario dello scrittore: vittima, arma, assassino e movente sono originalissimi all'interno del panorama della classica detective story.


C'è di più. Dicevamo in apertura che Isaac Asimov è noto soprattutto per i suoi romanzi di fantascienza. Verissimo. Ha scritto decine  di racconti sui robot, ha ideato le fondamentali "Tre Leggi della Robotica". Ha creato uno sconfinato Impero Galattico e ha dato vita all' indimenticabile ciclo di "Fondazione". Ma c'è qualcos'altro che ha inventato: la fantascienza gialla.  Prima di lui, si riteneva impossibile una combinazione fra i due generi. Si diceva da più parti che per sua stessa natura un giallo fantascientifico non avrebbe potuto essere onesto con il lettore. Insomma, il timore era che uno Sherlock Holmes del futuro potesse  tirar fuori un aggeggio stranissimo e dire: "Come lei sa, Watson, il mio frannistan tascabile è  in grado di scoprire in un attimo il gioiello nascosto". Asimov era convinto del contrario. Per scrivere un giallo fantascientifico, spiegava "è sufficiente non mettere nuovi e strani aggeggi di fronte al lettore, e risolvere il giallo con lui. Basta non approfittare della storia futuribile al fine d'introdurre fenomeni ad hoc. Anzi, bisogna spiegare scrupolosamente fin dall'inizio tutti gli aspetti dell'ambientazione avveniristica in modo che il  lettore abbia una possibilità d'intravvedere la soluzione". L'investigatore del futuro, secondo Asimov, può essere onesto quanto quelli del passato e del presente se solo risolve il caso avvalendosi  unicamente dei fatti già spiegati e dunque noti al lettore. 

Ecco dunque tre eccezionali gialli con protagonista un detective umano, Eljia Baley, e il suo assistente robot Daneel Olivaw, ambienti in un futuro dove i terrestri sono considerati una razza inferiore rispetto agli altri uomini che vivono nelle colonie spaziali: nel primo, "Abissi d'acciaio", il delitto è stato compiuto sulla Terra; nel secondo, "Il sole nudo", il delitto è stato commesso su una colonia spaziale; nel terzo, "I robot dell'alba" ad essere stato ucciso è proprio un robot. Va detto che anche i romanzi del ciclo della Fondazione sono costellati di spunti gialli: per esempio, chi mai avrebbe sospettato della vera identità del terribile mutante "Mule"? O di chi fosse il Primo Oratore della Seconda Fondazione?

Ma ecco anche una lunga serie di racconti con un personaggio d'eccezione: l'"extraterrologo" Wendell Urth,  una sorta di Nero Wolfe del futuro, in realtà controfigura dello stesso Asimov: come il suo dottor Urth non si muove mai dal suo appartamento, allo stesso modo  il "buon dottore" (così Asimov era chiamato dagli ammiratori) non lasciava quasi mai la sua abitazione newyorkese. Il titolo dell'antologia che raccoglie i racconti con Wendell Urth protagonista è significativo: "Asimov's Mysteries". Vale a dire, I misteri di Asimov". Buona lettura, se volete mettervi alla caccia.