Visualizzazione post con etichetta scienza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scienza. Mostra tutti i post

martedì 30 aprile 2013

I ROBOT DI ASIMOV



Ho raccontato spesso della mia passione per Isaac Asimov, e ho dedicato un articolo di questo blog all'analisi della sua produzione gialla. Ovviamente, c'è molto di più e conto, con il tempo, di arrivare a parlare di tutto. Per proseguire, vi ripropongo il seguente saggio sui romanzi e i racconti con protagonisti i robot. Il film "Io, Robot" e la consuetudine a citare le "Tre Leggi della Robotica" anche in contesti non letterari hanno reso familiare al grande pubblico questo aspetto dell'opera asimoviana. Tuttavia, se volete approfondire potete leggere quel che io e Alessandro Monti scrivemmo sul n° 11 della fanzine "Collezionare", datato gennaio 1988. Si intende che l'aggiornamento delle notizie è limitato a quella data, ma non c'è molto altro da aggiungere (Asimov è morto nel 1992).


I ROBOT DI ASIMOV
di Moreno Burattini e Alessandro Monti


Il complesso di Frankenstein

La parola “robot” deriva da un termine  slavo che significa “lavoro dipendente”. Lo scrittore Karel Capek per primo la utilizzò per indicare un uomo artificiale in un suo dramma del 1921 intitolato “R.U.R.”. già in precedenza, comunque, la letteratura aveva conosciuto degli automi, anche se nessuno aveva mai provveduto a coniare un termine univoco che servisse ad indicarli: secondo Dalton Knight il capostipite assoluto del robot sarebbe  il mitico gigante Thalos, ma robot erano già anche i leggendari “golem” costruiti dagli slavi di Praga per difendersi dai propri nemici, ed in senso propriamente fantascientifico un robot appare nel romanzo Moon’s Manster di Ambrose Bierce pubblicato nel 1893. Nessuno di  questi robot è tuttavia un “precedente” dei robot di Asimov, i quali si sono imposti in maniera completamente nuova e rivoluzionaria nei confronti della tradizione. Comunque, come dice Roberta Rambelli, “se non hanno antenati diretti, i robot di Asimov hanno, al contrario, una discendenza immensa eormai famosa. Quasi nessun autore di science-fiction, oggi, inventa un robot senza condizionarlo alle Leggi della Robotica, magari sottintendendole invece di esprimerle”. 

In che cosa consiste la “rivoluzione” asimoviana? Per comprenderlo bisogna spendere qualche parola sulle storie di automi precedenti la teorizzazione delle Tre Leggi: si trattava invariabilmente di racconti afflitti da quello che lo stesso Asimov chiama il “Complesso Frankestein”. Così come il mostro creato dalla fantasia di Mary Shelley si ribella al dottor Frankestein che lo aveva costruito nel suo laboratorio, anche i robot dell’epoca sfuggivano al controllo dei progettisti e si presentavano ai lettori come una autentica minaccia. “Questi racconti - spiega lo scrittore - erano un miscuglio di sferraglianti clan-clang, di aaargh! e di morali del genere: 'ci sono cose nelle quali è meglio che l’uomo non metta il naso'. I pochi passi in cui i robot non erano visti come una minaccia, erano quelli in cui i robot finivano per essere creature patetiche  vittime degli essere umani". 

Nel 1940, mentre scriveva il suo primo racconto di robot, “Robbie” (che comunque rientra in questa categoria), Asimov cominciò a pensare ad un tipo di robot che non fosse né minaccioso né patetico, ma semplicemente un prodotto industriale con dei dispositivi di sicurezza che gli impedissero in ogni caso di nuocere agli essere umani. Questi dispositivi furono da Asimov individuati nelle Tre Leggi della Robotica, imperativi categorici saldamente inculcati nei circuiti positronici del cervello di spugna al platino-iridio dei robot. Il nuovo punto di vista attecchì. Prosegue Asimov: “I lettori, gli autori ed i direttori delle riviste di science-fiction convennero che i miei robot erano realmente i robot dell’aera del macchine e non più i robot del medioevo, con i suoi golem ed i suoi automi”.



Le Tre Leggi della Robotica

1- Un robot non può recar danno ad un essere umano né permettere che a causa del proprio mancato intervento un essere umano riceva danno.
2- Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, perché tali ordini non contravvengono alla Prima Legge.
3- Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o la Seconda Legge.

Questi  i termini delle tre Leggi della Robotica come furono formulate da Asimov negli anni ’40. Chi avrebbe mai potuto dire, allora, che la parola “robotica” inventata di sana pianta dallo scrittore, sarebbe divenuta quella che oggi designa la scienza (ormai avanzata) che si occupa dei robot? Ma a parte questo, se i robot dessero sempre una interpretazione univoca delle Tre Leggi, e se queste fossero sufficienti a tranquillizzare la paura ancestrale dell’uomo verso e macchine, non si potrebbero trovare pretesti per scrivere dei racconti. Ma proprio qui si rivela l’incredibile capacità di costruzione di trame di Asimov e le sue abilità nel dare uno spessore psicologico a personaggi che a molti potrebbero sembrare freddi e sterili. Due sono i principali punti di partenza dei racconti asimoviani: il primo è costituito dalle apparenti violazione delle Leggi da parte dei robot che, in particolari condizioni, si rivelano invece male interpretare i tre diktat; il secondo motivo è l’avversione rappresentata dagli automi: è il “Complesso di Frankestein” che li porta ad avere una radicata paura degli uomini meccanici. 

Ai tempi di Susan Calvin (la robopsicologa protagonista di molti racconti) ai robot non è permesso circolare attivati sul pianeta Terra, ma anche successivamente, negli anni in cui si snoda la saga di Daneel Olivaw ed Elijah Baley essi hanno un largo impiego soltanto sui cosiddetti “mondi spaziali”. Questi due punti di partenza corrispondono perfettamente al duplice interesse di Asimov per le tematiche tecnologiche  e sociologiche. Non si può fare a meno di notare con la Rambelli che “proprio un autore come Asimov, il quale ha al suo attivo ottime opere di divulgazione scientifica, sia stato uno dei primi a superare con decisione la trappola didascalica, realizzando un equilibrio che è poi rimasto come modello e misura della migliore science-fiction mondiale” riuscendo a non trasformare la fantascienza tecnologica in spicciola divulgazione o pedante nozionismo.

Romanzi e racconti

Il ciclo asimoviano dei Robot è suddiviso in due distinti rami: quello dei racconti, ognuno dei quali presenta e risolve un problema diverso, e quello dei romanzi, in cui ogni volume è una specie di capitolo di un’unica e più ampia vicenda. Fa eccezione  il racconto Mirror Image (Immagine speculare) che appartiene al secondo gruppo di storie. Benché le vicende narrate da Asimov nei suoi racconti siano scollegate l’una con l’altra, possono esserci (e ci sono) alcuni personaggi ricorrenti che fungono da trait d’union: i principali sono la robopsicologa  Susan Calvin e la coppia di astronauti Powell & Donovan. In genere i racconti sono ambientati negli anni in cui la robotica va sviluppandosi ed affermandosi come industria fondamentale per il progresso della civiltà umana, in una precedente al periodo nel quale sono ambientati i romanzi. Il gruppo dei romanzi ci presenta l’umanità rigidamente suddivisa in Spaziali e Terrestri.  I primi sono i discendenti degli uomini che, grazie ai robot, riuscirono s colonizzare una cinquantina di mondi di altri sistemi planetari: gli Spaziali, numericamente molto inferiori ai Terrestri, li superano in tecnologia e potere economico: inoltre l’ambiente asettico dei loro mondi e la loro avanzatissima ingegneria biomedica fanno si che essi godano di una vita lunga alcune centinaia di anni. I Terrestri, invece, sono stipati all’interno di immense città-formicaio che si sviluppano per centinaia di metri nel sottosuolo, soffrono di agorafobia e non è loro concesso di lasciare il pianeta.

La U.S. Robots and Mechanical Men Co.

Per quanto riguarda i racconti, sarebbe molto lungo (e, crediamo, inutile) riassumere le trame, in quanto ognuno fa storia a sé ed è molto più divertente leggerseli per conto proprio- cosa che naturalmente vi invitiamo a fare. Tuttavia è interessante notare come proprio nella lunga serie dei racconti vengano introdotti elementi e presentate tematiche che saranno poi determinanti nel corso delle vicende dei romanzi. Per esempio, il Tony del racconto Satisfaction Guaranted (1951) prototipo do robot umanoide, diventerà il Daneel Olivaw di tutti i romanzi, ed il robot RB-34 presentato in Liar! (1941), robot dotato di poteri telepatici, diviene il Giskard de “I Robot dell’Alba” e de “I Robot dell’Impero”. Al di là dei singoli personaggi, è comunque all’interno dei racconti che si narrano le vicende di tutti quei secoli di storia che separano l’anno della fondazione dalla U.S. Robots and Mechanical Man Co. (il 1982) da quello in cui si svolge il primo dei romanzi robotici, “Caves of Steel”. I racconti dedicati ai robot scritti da Asimov sono circa una trentina, pubblicati nell’arco di tempi che va dal 1940 al 1976. Apparsi quasi tutti in rivista, sono stati successivamente raccolti in volume dallo stesso Asimov, che ne del resto inseriti parecchi anche in molte altre antologie non espressamente robotiche. 

La prima raccolta di racconti apparve nel 1950 preso la piccola casa editrice Gnome Press, ma fu portata al successo soltanto nel 1963 quando la Doubleday ne acquistò i diritti: si tratta di I, Robot (Io, Robot), considerato uno dei testi fondamentali della fantascienza tecnologica. La risonanza mondiale ottenuta dal volume spinse Asimov a pubblicare  una seconda antologia, The Rest of the Robots (il secondo libro dei Robot), uscita sempre per la Doubleday nel 1964. C’è da notare che quando nel 1969 lo scrittore compose il racconto Femminine Intuition (“Intuito Femminile”) lo inserì nella nuova edizione di questa antologia, che dunque presenta due diverse versioni delle quali l’ultima è più ricca di materiale. Infine, nel 1982 la Nightfall Inc. pubblicò The Complete Robot (Tutti i miei Robot”) dove furono finalmente riuniti tutti i racconti più recenti dedicati da Asimov ai Robot, compresi i più recenti e con l’aggiunta di alcune storie con protagonista  il gigantesco computer Multivac.

Lije Baley e Daneel Olivaw

Degna di essere raccontata, anche per il collegamento che essa ha con il ciclo dell’Impero e con quello della Fondazione, è la saga dei romanzi dei robot. Il periodo in cui la vicenda ha inizio si può individuare in uno dei primi secoli del quarto millennio. Gli uomini sono divisi in Spaziali e Terrestri, come dicevamo, e le città dei Terrestri sono incredibili formicai sotterranei dove la gente vive senza mai uscire all’aperto. Gli Spaziali detengono quindi il potere economico e tecnologico, e benché formalmente indipendenti, i Terrestri risultano praticamente sottomessi. Si può quindi ben capire quanto possa essere grave  l’uccisione, avvenuta nella Terra, di Roj Nennenuh Sarton, un importante rappresentante degli Spaziali sul nostro pianeta: il caso rischia di provocare una drammatica serie di reazioni politiche, se non viene subito arrestato il colpevole. A svolgere le indagini viene chiamato l’investigatore terrestre Lije Baley, a cui gli Spaziali affiancano un robot androide chiamato Daneel Olivaw: il sottile gioco psicologico dell’integrazione fra l’uomo ed il robot è colorato da Asimov con incredibile abilità. Le indagini si svolgono nell’allucinante New York sotterranea, e mettono in mostra le complesse motivazioni sociologiche dell’incompatibilità fra terrestri e Spaziali: si capisce che il giallo (pur avvincente) è in realtà soltanto il pretesto utilizzato dallo scrittore per portare avanti un discorso assai più profondo. (Caves of steel, “Abissi d’acciaio”). Risolto il primo caso, dopo qualche tempo Baley viene di nuovo chiamato all’azione: questa volta un delitto è stato commesso su Solaria, uno dei mondi degli Spaziali. Sempre con Daneel al suo fianco l’ investigatore terrestre può dunque  vistare il pianeta e rendersi conto dell’organizzazione sociale e dei modi di vita dei discendenti degli antichi colonizzatori dello spazio. Tutto questo narrato in The Naked Sun (“Il Sole Nudo”). Tra questo secondo romanzo ed il terzo successivo si inserisce il racconto Mirror Image, il quale, pur essendo assai breve ha protagonisti proprio Elijah Baley e Daneel Olivaw. 

Nel terzo volume della trilogia dedicata a Elijah Baley, The Robots of Dawn (“I Robot dell’alba”) il Terrestre viene inviato su di altro mondo spaziale, Aurora. Questa volta è un robot ad essere stato ucciso (o meglio: disinserito) e Baley deve scoprire chi l’ha fatto ma anche perché.  Al suo fianco non c’è solo Daneel ma anche un piccolo robot telepatico chiamato Giskard che avrà un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’intera satira dell’umanità. Infatti l’episodio dell’ “eliminazione” dei robot si inserisce in un complesso gioco di strategie politiche che ha sullo sfondo il destino del genere umano: gli Spaziali sembrano infatti ormai incapaci  di proseguire l’opera di colonizzazione della Galassia iniziata  dai loro antenati, e molti Terrestri, tra cui lo stesso Baley, premono perché sia loro concessa la facoltà di tentare di nuovo la via dello spazio. Nel quarto romanzo della serie, Robots and Empire (“ I Robot e l’Impero”), Elijah Baley è ormai morto da quasi duecento anni, ma Daneel e Giskard continuano la sua opera e, lottando contro quanti si oppongono allo sviluppo della conquista della Galassia. Il pianeta madre cade però vittima di un complotto organizzato da alcuni Spaziali e si avvia a diventare irrimediabilmente contaminato e dunque inabitabile. I due robot divengono quindi i principali artefici dell’avvento del futuro Impero Galattico, le cui vicende Asimov narra in un altro ciclo di romanzi e conclude in quello della Fondazione. Non solo: trovandosi di fronte a problemi di cos’ ampia portata, i due automi finiscono per arrivare a superare i limiti delle Tre Leggi della Robotica, teorizzando una fondamentale Legge Zero che dice: “Un Robot non può danneggiare l’umanità o permettere attraverso l’inazione che l’umanità venga danneggiata”.

mercoledì 23 novembre 2011

INCONTRI RAVVICINATI

Qualche settimana fa ho ricevuto un plico da Ade Capone, lo sceneggiatore zagoriano con la maggior anzianità di servizio sulle spalle, essendo sulla breccia dal 1987 (ma già dal 1980 aveva iniziato a scrivere fumetti per Skorpio e Lanciostory). Il prossimo anno, dunque, festeggeremo i suoi venticinque anni con lo Spirito con la Scure, mentre i fratelli Cassaro stanno portando avanti una sua nuova storia dal titolo provvisorio di “Erie Canal”. Nel plico c’era una copia di un libro, con una dedica personale. Si tratta di “Contatto – Incontri ravvicinati con altri mondi” (Piemme), un saggio scritto dallo stesso Ade sulla scorta della sua esperienza ormai pluriennale come autore televisivo, quale colonna di programmi come “Il bivio” prima e “Mistero” dopo. I libri sono sempre regali graditissimi, ma questo lo avrei sicuramente comprato anche se non lo avessi ricevuto in dono. Non soltanto per il nome dell’autore e perché con lui ne avevamo parlato prima che uscisse, ma perché l’argomento è di quelli che mi intrigano.

Non si tratta semplicemente di UFO (un tema che comunque meriterebbe un approfondimento, e che già abbiamo sfiorato parlando di cerchi nel grano), ma di abductions. Ovvero, di rapimenti di esseri umani da parte di (pare) creature aliene. Quelli che si definiscono incontri ravvicinati del quarto tipo. Il primo tipo è l’avvistamento di un oggetto volante non identificato. Il secondo, l’evidenza fisica dell’atterraggio o del transito di un velivolo extraterrestre. Il terzo, l’incontro con uno o più alieni. Il quarto, il trasporto da parte dei medesimi di un soggetto all’interno di una loro base o di una loro astronave.

Ora, mi è già capitato in più occasioni di spiegare qual è il mio atteggiamento di fronte a casi che sfiorano i confini della realtà o, a volte, decisamente li superano. Non è che sono scettico o incredulo per partito preso: pongo delle domande e valuto le ragioni di chi cerca di rispondermi, disposto a dirmi possibilista o ragionevolmente persuaso qualora si tratti di argomentazioni convincenti. Il più delle volte, per non dire quasi sempre, i fenomeni paranormali e la magia, così come i miracoli o i misteri legati all’occulto e al trascendente, ma anche la dietrologia e il complottismo, l’astrologia e le medicine alternative, le pratiche pseudoreligiose e lo spiritismo non riescono scuotermi dalla mia perplessità che anzi, domanda dopo domanda, aumenta più che mai per mancanza di risposte fondate su qualcosa di sensato.

La possibilità che esistano civiltà al di fuori del Sistema Solare, tuttavia, non è un dogma di fede o una credenza magica. E’ realmente un’opzione più che plausibile, data la vastità dell’universo e l’incredibile numero di stelle e sistemi planetari. Fior di scienziati ne discutono da anni. Uno di essi, l’astronomo Carl Sagan è stato tra i più attivi fautori della nascita del SETI, vale a dire un programma scientifico di ricerca sistematica non della vita, ma dell’intelligenza extraterrestre (Search for Extra Terrestrial Intelligence), finanziato anche dalla NASA. Isaac Asimov ha dedicato all’argomento uno dei suoi saggi più interessanti, “Civiltà extraterrestri”, giungendo a conclusioni che mi hanno perfettamente convinto e di cui vi dirò più avanti. Questo, per differenziare l’argomento delle possibili forme di vita nello spazio da quelli delle sedute spiritiche, le madonnine che lacrimano sangue, gli oroscopi e le quartine di Nostradamus. Purtroppo, il principale ostacolo a un corretto dibattito sugli alieni sono gli ufologi, che raramente sono scienziati e spesso sembrano adepti di una setta (ce n’è anche uno con le stigmate, Giorgio Bongiovanni).

Quando mi è capitato di vedere qualche filmato o qualche fotografia di dischi volanti esibita da sedicenti esperti di UFO, sono rimasto sempre perplesso. Di solito, non si vede niente, se non macchie indistinte che potrebbero essere qualunque cosa. Nei filmati, spesso si vedono delle luci nel cielo. L’ufologo di turno, che da bambino deve aver visto troppi cartoni animati di Actarus, dice: “E’ un’astronave della flotta di Vega”. Io dico: è una luce nel cielo, un punto luminoso. Prima di dire che sono degli alieni, sarà meglio verificare che non possano essere realtà più terrene, a partire da scherzi, fotomontaggi più o meno abili, abbagli, fischi per fiaschi. In certe foto si scambiano per UFO delle cavallette che hanno avuto la ventura di saltare davanti all’obiettivo al momento dello scatto. Si sono viste anche persone convinte che stia per iniziare la guerra dei mondi dopo essere sbigottite di fronte al pianeta Giove nei momento del suo massimo splendore (è una bella palla di luce nel cielo notturno). Personalmente, sono ancora basito al ricordo del filmato di una presunta autopsia di un alieno che si diceva essere stato sottratto da una base segreta americana: mi misi a guardarlo credendo di vedere chissà che, ed era con tutta evidenza un video amatoriale fatto da un burlone con un pupazzo costruito da qualcuno che credeva di essere Carlo Rambaldi. Ecco, vorrei dire agli ufologi della domenica: l’argomento è serio, cercate di esserlo anche voi. Forse gli extraterrestri esistono davvero, ma si finisce per parlarne negli stessi ambiti in cui si racconta di apparizioni di fantasmi, guarigioni miracolose, profezie dei Maya, esorcismi e malocchi.

L’argomento, dicevo, è serio perché è molto probabile che forme di vita aliena esistano veramente (forse siamo noi stessi una forma di vita aliena piovuta dallo spazio insieme all’acqua delle comete o agli aminoacidi dei meteoriti), e c’è anche qualche esile probabilità che prima o poi avvenga un contatto. Per questo non mi fanno paura gli spettri (che non esistono), ma talvolta mi angoscia la prospettiva che il SETI o qualche altro gruppo davvero scopra una civiltà extraterrestre. Secondo me, se ciò accadesse, sarebbero più i rischi che le opportunità.

Il libro di Ade Capone, in qualche pagina, sostiene la stessa tesi. Leggendo le interviste a dieci “rapiti” dagli alieni, e le altre testimonianze contenute nel saggio, si ricava l’impressione che i “grigi”, o gli altri tipi extraterrestri responsabili delle abductions non siano animati dalle migliori intenzioni. Tuttavia, i racconti dei testimoni riportati in “Contatto” tutto sono, purtroppo, fuorché convincenti.

Ahimè, una di loro, Giovanna, una volta è anche andata in TV a far vedere le foto di un feto che lei sosteneva essere figlio suo e di un alieno, dato che, a suo dire, lei sarebbe stata più volte fecondata nel corso di esperimenti di ibridazione: secondo me, quello era un coniglio spellato o, nella peggiore delle ipotesi, un gatto. Ma, soprattutto, se fossi stato in Giovanna e avessi voluto convincere qualcuno della veridicità del mio racconto, invece di limitarmi a far le foto alla carcassa scuoiata l’avrei portata in un ospedale per farla esaminare. Cosa che, evidentemente, non è stata fatta.
Assai più interessante è invece tutta la seconda parte del saggio di Capone. Quella cioè, dove si intervistano non dei testimoni la cui buona fede non è corroborata da documenti credibili (anche chi ha le allucinazioni per febbre alta o schizofrenia è in buona fede raccontando ciò che crede di aver visto), ma si cerca di trarre dalle testimonianze una serie di punti fermi e teorie complessive della fenomenologia dell’adduzione. Del resto anche Carl Gustav Jung si occupò degli avvistamenti di UFO, traendo dalla casistica una sua teoria psicanalitica. Con l’aiuto di esperti un po’ più attendibili dei presunti addotti, Ade ci consegna un quadro affascinante e suggestivo del fenomeno, pur senza spiegarlo o arrivare a risposte certe alle tante domande che sorgono durante la lettura.

Assai più risposte vengono fornite invece in un altro libro a un’altra domanda più o meno sullo stesso tema. La domanda è quella del cosiddetto “paradosso Fermi”, e cioè: se l’universo brulica di vita, dove sono tutti quanti? Fu questo, infatti, il quesito che Enrico Fermi pose ai suoi colleghi di Los Alamos durante un pranzo di lavoro nell’estate del 1950. E nel 2002, Stephen Webb ha scritto un brillante saggio intitolato proprio così: “If the Universe is teeming with aliens, where is everybody?”. Il libro è stato pubblicato in Italia nel 2004 da Alpha Test e di recente inserito nella collana “I saggi di Focus”. Il punto di partenza del “Fermi’s paradox” è che tutte le evidenze sembrano dirci che ci siano nell’universo migliaia (se non milioni) di pianeti su cui sia possibile la vita e che questa, pertanto, dovrebbe essersi sviluppata, con estrema probabilità, in molti di essi. Dunque, perché non ne scorgiamo la minima traccia? Dove si nascondono gli alieni?

Webb fornisce non una, ma cinquanta possibili risposte, tutte perfettamente argomentate con i pro e i contro. Le spiegazioni si dividono in tre gruppi. Il primo, risolve il paradosso ipotizzando che in realtà non sussista, perché il contatto è già avvenuto anche se non è di dominio pubblico. Il secondo, parte dal presupposto che gli alieni esistano ma che sia impossibile comunicare con loro. Il terzo gruppo, contiene tutte le teorie che descrivono la vita come un evento molto raro, se non unico, e comunque tendente a estinguersi con grande velocità a causa dei fattori più diversi, compresi i lampi di raggi gamma che sterilizzano intere galassie (e potrebbero verificarsi in ogni momento anche nella nostra). Insomma, gli alieni o sono già qui, o esistono ma non possiamo contattarli, o non esistono. La teoria finale di Webb è che non esistono: la vita potrebbe essere una singolarità irripetibile. Isaac Asimov la pensava diversamente: secondo lui gli extraterrestri esistono, ma le distanze interstellari sono impossibili da superare anche per loro, come per noi, e dunque siamo destinati non incontrarci. Personalmente, preferirei che non ci trovassero. Non si sa mai.

lunedì 21 novembre 2011

C’E’ POSTO PER TE

Niente di ciò che vediamo è davvero come ci appare. Voi forse credete di avere davanti una parete di mattoni, ma se poteste davvero guardare le cose per come sono vedreste grandi spazi vuoti in cui, a grandi distanze le une dalle altre, si muovono particelle subatomiche. In particolare, fra la nuvola indefinita degli elettroni e il nucleo in cui sono concentrati protoni e neutroni (a loro volta formati da puntini infinitesimali di materia o di stringhe di energia che vibrano) ci sono lontananze planetarie. Ovviamente, in scala. L’infinita varietà del creato, a ben guardare, è tutt’altro che varia: si tratta di poche particelle create dal big bang che poi le interazioni elementari e successivamente le fucine stellari hanno addensato in qualche decina di tipi diversi di atomi. Un po’ come i colori fondamentali mescolati dal pittore sulla tavolozza prima di venire disposti sulla tela. Ma l’universo è sostanzialmente vuoto.

Eppure, uno dei problemi principali dei lettori di fumetti è dove diavolo mettere gli albi e i cartonati via via che si accumulano. Inutile convincersi che il vuoto di cui è in massima parte costituita la carta possa permettere la compenetrazione dei volumi. Purtroppo, a livello macroscopico bisogna fare i conti con le tensioni superficiali e con le banali leggi della fisica newtoniana. E così, ecco stuoli di collezionisti disperati alla notizia dei ripetuti proseguimenti di collane come Alan Ford Story o del Tex Collezione Storica. Più disperate ancora le loro mogli e fidanzate, che si vedono insidiare lo spazio per i loro soprammobili. Un problema, quello delle mogli e delle fidanzate, di cui abbiamo già parlato.

Ovviamente, i guai creati dal progressivo aumento di massa e di peso delle collezioni cartacee sono fonte di gioia per i fautori della digitalizzazione della lettura: costoro, sbeffeggiano gli accumulatori di carta stampata agitando i loro ridicoli reader dove conservano le copie digitali di migliaia di fumetti nello spazio di un telefonino. Da inguaribile maniaco della carta, sogno di prendermi la rivincita quando i lettori e-comics ed e-book lasceranno tutte le loro collezioni sul sedile di un treno o si accorgeranno che, per incompatibilità di formato, tutti i fumetti che leggevano con il sistema operativo Pinco non sono più leggibili ora che sono passati a quello Pallino. Ancora di più godrò quando, durante una gita in una baita di montagna, a qualcuno si scaricheranno le batterie del tablet e si accorgerà di aver lasciato a casa il caricatore. Al che mi se ho un giornalino da leggere e io risponderò, con tono sadico, “no”. Ma non importa aspettare troppe rivalse: personalmente, mi gongolo di soddisfazione tutte le volte che mi miro e mi rimiro le mie scaffalature piene di libri, volumi, albi e fascicoli, perfettamente disposti per serie, per argomento, per tipologia, per colore delle costoline. Non c’è nessuna comodità da digitalizzazione che possa ripagare la soddisfazione di vedere delle librerie colme di carta.

Stante questa sacrosanta verità, resta da capire come accidenti fare quando le librerie sono fin troppo colme e non c’è più spazio per infilare tra un volume e l’altro neppure una cartolina. Nella mia pluridecennale esperienza di stivaggio (arte in cui mi considero ormai un genio – riconosciuto peraltro da tutto il parentado), la prima cosa che mio viene da dire è questa: non è vero. Segnatevi questa verità fondamentale: quando le apparenze vi fanno credere che lo spazio sia esaurito, le apparenze ingannano. Si tratta soltanto di disporre meglio gli albi. Magari invece che in un’unica fila orizzontale si possono fare tante pile verticali, una affiancata all’altra. C’è sempre dello spazio in più, se ci si pensa bene e si studia il problema con attenzione.

Ma procediamo con ordine. Innanzitutto, regola numero uno: mai rinunciare all’acquisto di un libro o di un fumetto “perché in casa non c’è più posto”. Si deve sempre partire dal presupposto che il posto c’è. Se non c’è, si trova. Per esempio, si compra una casa nuova. Sembra una battuta ma è un’affermazione seria. Se in una famiglia i figli crescono di numero e in età, non si pensa forse a un trasloco in una dimora più larga e accogliente? Non c’è niente di scandaloso nel fatto che un collezionista possa scegliere un appartamento con una stanza in più pensando a un luogo dove conservare le sue collezioni. Chi ha la moto non si compra forse una casa con un garage o uno scantinato? Chi ha il pollice verde non la sceglie con un giardino o con una ampia terrazza? Bene, chi legge fumetti si fa mettere in progetto un salottino da lettura.

Se proprio una casa nuova è fuori discussione, restano comunque delle alternative. Il garage e la soffitta, per esempio. Che ci fanno tutte quelle cianfrusaglie inutili in solaio? Fuori! Una bella scaffalatura e il sottotetto diventa una biblioteca. E la casa dei genitori, dove la mettiamo? Quando qualcuno si sposa o va a vivere da solo, di solito lascia libera la propria cameretta. Quella ci appartiene di diritto. E’ nostra. Ci siamo cresciuti. E adesso la riempiamo con i nostri albi. Le mamme non possono che essere contente. I figli tornano a salutarle con frequenza settimanale o bisettimanale. Le salutano di passaggio, ovviamente, andando a posare o riprendere i loro fumetti, ma intanto le salutano. Esiste anche la possibilità di prendere in affitto una piccola stanza da un vicino, o un monolocale. Ricordo che, in gioventù, io e i miei amici del Club del Collezionista avevamo presto in affitto una mansarda. Pagavamo la pigione in sei, c’erano sei chiavi, e tutti avevamo portato degli armadi e degli scaffali dove depositare ciascuno la nostra roba. Avevamo portato anche un letto e c’era chi ci depositava la fidanzata, ma questo è un altro discorso.

Ma facciamo l’ipotesi peggiore: c’è soltanto una casa. La prima cosa da fare è razionalizzare lo spazio. Il motivo per cui di solito si dice che non c’è più posto è che si sono riempiti tutti gli scaffali della libreria del salotto o dello studio. Al che, la prima considerazione da fare è la seguente: quanta parete libera si vede, in giro per la casa?
C’è da scommettere che l’arredamento della prima ora abbia lasciato muri bianchi grandi come schermi cinematografici, con al centro magari un paio di quadretti di pessimo gusto comprati durante le vacanze a Maiorca perché li faceva un artista di strada. La regola numero due è: non ci devono essere pareti libere. Dove c’è una parete libera, ci si mette davanti una libreria. Tanto i muri bianchi ingialliscono, i bambini li scarabocchiano, ci vengono spiaccicate le zanzare, ci vanno gli schizzi di olio e di vino, ci fanno la cacca le mosche. Una bella libreria invece arreda in modo leggiadro e isola anche acusticamente e termicamente.

Mogli e concubine tenteranno in tutti i modi di riempire gli scaffali di soprammobili. Deve essere loro impedito a costo di ricorrere allo scudiscio. Regola numero tre: i soprammobili sono vietati. Che poi non è il soprammobile in sé che dà noia, è il fatto che si pretenda che attorno al soprammobile ci sia il vuoto. Date una bomboniera a una donna e quella la piazzerà nel centro geografico di un ripiano di due metri per trenta pretendendo che non vi si accosti nient’altro. Un punto di incontro fra le sacrosante richieste del collezionista e le ridicole pretese della sua compagna è quello di tollerare (a dimostrazione del nostro affetto e della nostra ragionevolezza) che dei piccoli soprammobili vengano messi sui ripiani davanti alle costoline dei libri, nel breve spazio che rimane tra la fila dei volumi e il bordo dell’asse.

Ma il punto fondamentale che distingue il collezionista di genio dal dilettante allo sbaraglio è la misura dello spazio vuoto tra un ripiano e l’altro. Gli sciocchi di solito comprano una libreria così com’è: ammettiamo che la vendano con tre ripiani distanti fra loro trenta centimetri (che creano quattro diversi spazi). Ergo, se io dentro ci metto una fila di fumetti alti venti centimetri, avanzano dieci centimetri. Moltiplicati per quattro spazi, sono quaranta centimetri! In pratica, nello stesso scaffale ci starebbero altre due file degli stessi fumetti. Basterebbe mettere due ripiani in più, calcolati sulla base delle altezze degli albi. E vogliamo parlare di quanto spazio libero c’è fra la fine della libreria e il soffitto? Di solito, almeno un metro! Quanta carta stampata ci potrebbe stare in quel vuoto assurdo! Perciò, regola numero quattro: farsi fare delle librerie su misura, che occupino tutto lo spazio sfruttabile, con i ripiani calcolati alla giusta distanza fra loro sulla base del materiale collezionato.

Ma non è finita. Ammettiamo che delle scaffalature perfette riempiano lo spazio domestico in modo impeccabile. Volete raddoppiare la disponibilità con uno schioccar delle dita? Basterà accertarsi che la larghezza degli scaffali consenta di poter mettere gli albi in doppia fila. Perciò, niente Billy per i fumetti Bonelli! Ci sta una fila sola. Bisogna comprare modelli più larghi, capaci di ospitare una fila davanti e una fila dietro. In certi casi le file possono perfino essere tre. Il mio sogno, quello di cui parlo sempre con la persona amata quando ci sdraiamo insieme sull’erba del prato a guardare le stelle, è non solo di avere una sola grande stanza in un’unica casa in cui conservare tutti i miei libri e i miei fumetti divisi in almeno quattro case diverse, ma (ed ecco la vera libidine) con tutte le costoline disposte in singola fila. E’, naturalmente, un sogno irrealizzabile. Appunto per questo, in mancanza di meglio, vada per la doppia fila.

martedì 19 ottobre 2010

SINDROME DA SINDONE

Lo so che si dovrebbe scherzare con i fanti e lasciare stare i santi, ma la più bella barzelletta del 2010 riguarda la recente ostensione della Sindone. Non è blasfema, per cui la racconto senza timore di offendere nessuno. Due amici si incontrano e uno dice all'altro: "Ieri sono stato a Torino". "Ah, e l'hai vista la Sindone?". "Macché! Sono andato, ma c'era un lenzuolo davanti".
Ho anticipato, qualche tempo fa, che mi sarebbe piaciuto dire qualcosa sull'argomento del telo di lino custodito nel Duomo di Torino, dopo essermi azzardato nell'esprimere pareri sui cerchi nel grano e sugli oroscopi (con due post, peraltro, premiati da una larga affluenza, soprattutto il primo). Non che ritenga di poter mettere sullo stesso piano la sindonologia, l'ufolologia e l'astrologia, sia ben chiaro. Però diciamo che tutti e tre gli argomenti riguardano il campo del mistero e del trascendente, da cui sono fortemente attratto e verso il quale, però, mantengo un atteggiamento non scettico a priori, ma razionale. Cioè, chiedo di poter capire. Mi faccio delle domande e cerco delle risposte. Se ci sono argomenti convincenti, a favore o sfavore, sono disposto a farmi convincere. Viceversa, di fronte ad affermazioni che mi lasciano perplesso, sospendo il giudizio in attesa di ricevere spiegazioni che mi tolgano tutti i dubbi.

Ciò premesso, mi azzardo a fare qualche ragionamento anche sul sudario torinese noto appunto come Sacra Sindone. Sacra o Santa, tanto per cominciare? Wikipedia, che denomina laicamente la voce dedicata alla reliquia come "Sindone di Torino", dice "sacra". Il "sito ufficiale della Santa Sindone" (almeno, così si autodefinisce), dice appunto "santa". La faccenda non è peregrina, perché molte cose possono essere "sacre" (per qualcuno lo è, per esempio, il suolo patrio), ma poche dovrebbero essere "sante". E' probabile che anche molti atei possano riconoscere la "sacralità" di qualcosa, ma magari non una "santità". Per quel che ne so, la Chiesa cattolica, attualmente non si esprime né a favore né contro l'autenticità della reliquia, ma ne autorizza il culto come icona della Passione di Gesù. Dunque, discutendo dell'argomento, e non accettando a priori l'autenticità del Sudario, sono certo di non turbare la coscienza religiosa di alcuno come accadrebbe, per esempio, se mettessi in discussione la santità di un Dottore della Chiesa. E qua già si crea il primo dubbio, uno di quelli che (credo) sorgono spontanei a chi esamini l'immagine impressa nella Sindone. Non si può fare a meno di notare, infatti, come l'Uomo raffigurato nel telo torinese abbia il segno dei chiodi delle mani lasciati all'altezza dei polsi (peraltro, va detto, là dove in effetti dovrebbero essere). Viceversa, Padre Pio (o San Pio, come forse andrebbe chiamato) aveva le stigmate nel palmo delle mani (dove ce le hanno i santini). A questo punto, è lecito o non è lecito domandarsi quali siano le vere piaghe di Cristo? Verrebbe da dire che o è falsa la Sindone o è falso Padre Pio, dato che tertium non datur. La Chiesa, santificando il Frate di Pietrelcina (e dunque certificando che le sue stigmate non erano autoinferte con l'acido fenico), ha forse stabilito la falsità della Sindone? Non lo so, chiedo.

Ora, continuare a farsi domande su ogni particolare allungherebbe a dismisura questa riflessione. Una semplice ricerca su Internet consente a tutti di approfondire l'argomento e ricostruire la storia della Sindone (o delle Sindoni, dato che ce ne sono più di una).

C'è chi ritiene che l'impronta termica lasciata sullo strato superficiale del lino sia il negativo fotografico della "folgorazione" della Resurrezione, chi pensa a una riproduzione artistica realizzata tramite pirografia, o a una falsa reliquia come le tante fatte circolare nel Medioevo. Ci sono coloro che sostengono di aver trovato ogni genere di conferme, dal tipo di tessitura ai pollini conservati fra le fibre tessili, a sostegno dell'autenticità della reliquia. A costoro, rispondono quelli che smontano sistematicamente le prove a favore. Alcuni, addirittura, dicono di aver trovato i segni di monete posti sugli occhi del Crocifisso, come si sarebbe usato in Palestina ai tempi di Gesù, ma ecco documentati saggi di smentita. Di recente, una discussa studiosa (discussa non da me, sia ben chiaro, ma dai suoi detrattori), Barbara Frale, ha sostenuto di aver trovato perfino delle scritte sul telo con il nome di Gesù. Subito, l'ipotesi è stata negata da chi dice che le scritte le vede soltanto lei. Tre diverse datazioni con il radiocarbonio hanno indicato come epoca della tessitura del sudario un periodo compreso tra il 1260 e il 1390. La datazione è stata contestata, e la contestazione, ricontestata a sua volta.

Per quel che mi riguarda, trovo difficile discutere su questo tipo di argomentazioni, dato che non sono uno scienziato. Posso dirmi più o meno convinto dalle tesi di questo o di quell'esperto, ma sicuramente non potrò essere io a dire chi abbia ragione: mi limito a registrare che non ci sono prove certe dal punto di vista scientifico, e che dunque chi crede all'autenticità lo fa appunto ascoltando le ragioni del cuore e non basandosi su dati di fatto.
Ma, giunti a questo punto, mi chiedo: ci sono delle riflessioni di semplice buon senso che può fare, su due piedi, anche un profano come me? Sicuramente sì, e il metodo è sempre lo stesso: farsi qualche domanda e cercare di darsi delle risposte il più possibile logiche.

La prima cosa che, nella mia ingenuità, mi viene da chiedermi è questa. Ma nei Vangeli, quando (a seconda delle discordanti versioni degli Evangelisti) le Pie Donne o alcuni degli Apostoli, entrarono nel Sepolcro di Gesù, trovandolo vuoto, si accenna al fatto che ci fosse la Sindone ripiegata da qualche parte?
Non stiamo adesso a discutere sull'attendibilità dei Vangeli in quanto scritti alcuni decenni dopo i fatti ad opera di autori sconosciuti (individuati dalla tradizione in Marco, Matteo, Luca e Giovanni) e giunti a noi attraverso codici probabilmente rimaneggiati in più parti, come sostengono molti filologi biblici. Diamo per scontato che un fondo di attendibilità ci sia.
Matteo, Marco e Luca accennano a un "lenzuolo" in cui sarebbe stato avvolto Gesù per deporlo dalla croce e trasportarlo fino al Sepolcro: ma, appunto, solo come mezzo di trasporto. Non fu in quel lenzuolo che Cristo venne sepolto, o almeno, non lo si dice. Ed è evidente che un corpo martoriato avvolto subito dopo la deposizione in un lenzuolo non avrebbe lasciato l'immagine "in posa" che ha l'Uomo della Sindone. E nel trasporto verso la tomba non avvenne certo la "folgorazione" della Resurrezione. D'altro canto, nessun evangelista fa cenno a lenzuoli trovati nel Sepolcro. Soltanto Luca e Giovanni descrivono l'interno della camera funeraria e parlano di "bende" lasciate a terra. Giovanni, in particolare, dice espressamente che il corpo di Gesù fu fasciato prima di essere sepolto. Ora, è chiaro che l'impronta sulla Sindone di Torino è quella di un uomo nudo, e non fasciato. E se Gesù fosse stato fasciato, non avrebbe potuto lasciare quell'impronta. La domanda (spero legittima) che mi pongo (chiedendo di capire) è questa: chi crede all'autenticità della Sindone, dunque, non crede all'autenticità delle parole di San Luca e San Giovanni?

Altro dubbio. Leggo che l'Uomo del telo di Torino è alto all'incirca 185 centimetri. Cioè, un'altezza notevole anche per i nostri giorni. Ma addirittura spropositata per i tempi dell'Impero Romano, e soprattutto per i palestinesi di quell'epoca. Pare che gli ebrei del primo secolo fosse alti di media tra un metro e cinquanta e un metro e sessanta. Può anche darsi che Gesù fosse più alto della norma. Però, i Vangeli non lo dicono. Non solo: i Vangeli dicono che Giuda dovette abbracciare e baciare il suo Maestro per consegnarlo ai soldati, la notte del suo tradimento. Questo perché andava individuato senza possibilità di equivoco in mezzo ai suoi discepoli. Ma se Gesù fosse stato venticinque o trenta centimetri più alto degli altri, non ci sarebbe stato bisogno di nessun bacio. Dunque? Crediamo alla Sindone o al bacio di Giuda? Non è una domanda ironica, e men che mai sarcastica: è la ricerca di una spiegazione, che ci può senz'altro essere.


Ma c'è qualcosa che lascia ancora più perplessi. Ed è questa. L'Uomo della Sindone è nudo. Ma ha le mani pudicamente riposte sul pube. Ora, se qualcuno avesse voluto creare una falsa reliquia o dipingere tramite pirografia una raffigurazione artistica, avrebbe inevitabilmente avuto lo scrupolo di realizzare qualcosa che si potesse esporre in una chiesa alla venerazione dei fedeli. E gli sarebbe stato indispensabile coprire i genitali. Viceversa, seppellendo un morto, non ci si pone il problema di qualcuno che debba vederlo. La posa dell'Uomo della Sindone è forzata, e se quello fosse Gesù, avrebbe avuto le braccia distese lungo i fianchi. Il fatto di costringere una figura umana con le mani sul davanti, indica che si pensava a un pubblico.

Leggo che secondo le regole ebraiche le mani del morto devono essere stese lungo il corpo, con i pollici ripiegati all'interno "affinché con la loro posizione traccino il segno di Daleth". Ho anche registrato la dichiarazione del rabbino Israel Levy che dice di "non aver mai viso un ebreo seppellito con le mani incrociate sulla regione pubica: la cosa, non solo sarebbe stata considerata impura, ma era contraria alle prescrizioni del Talmud; gli ebrei sono sempre stati seppelliti con le braccia distese lungo i fianchi del corpo". Non so se sia vero, ma trovo che queste affermazioni concordano con il buon senso. Anche i nostri morti vengono, in linea di massima sepolti con le mani sull'addome e non già a coprirsi il pube. Non c'è, a lume di naso, nessun motivo per quella posizione delle mani se non la necessità di salvaguardare l'esposizione al pubblico, specificamente quello pudibondo di epoca cristiana che frequenta le chiese e si mette in fila davanti alle reliquie. Si tratta, comunque, soltanto di un altro mio dubbio: qualcuno, magari Barbara Frale, forse mi spiegherà domani che all'epoca di Gesù era precisa consuetudine seppellire i morti con le dita sui genitali, e guai anzi a chi non se li copriva. Ma finché non ne avrò conferma mi sembra che la posa dell'Uomo della Sindone sia appunto iconografica e pudica.
Troppo, per essere vera.

venerdì 17 settembre 2010

EFFETTO BARNUM

Ogni promessa è debito.
Il giorno del mio compleanno ho scritto un post dal titolo "Uno in più", in cui spiegavo che, essendo nato il sette settembre sono del segno zodiacale della Vergine. Aggiungevo che però "le costellazioni non esistono, nel senso che le stelle che sono soltanto apparentemente vicine tra loro e dunque si tratta di illusioni ottiche, così come illusioni sono gli oroscopi". Proseguivo: "Purtroppo, ai maschietti non conviene dire di essere della Vergine, perché noi Vergini abbiamo fama di essere noiosi, pedanti, saccenti, insopportabili, precisini e polemici. E purtroppo più che mai, io sono un verginiano tipico. Vi chiederete come faccio a non credere agli oroscopi e nello stesso tempo a riconoscermi in un ritratto astrale: ve lo spiegherò prossimamente su questi schermi, dato che ci sarà il tempo per parlare ancora di zodiaco, spiritismo, miracoli, dischi volanti e Sacre Sindoni". Bene, non essendo solito a minacciare invano, ecco ciò che penso dei ritratti astrologici tipici. A proposito di ritratti, il bambino con il cappello da bersagliere sono io il giorno del mio secondo compleanno.

Prima, però, un'altra premessa: la stessa fatta quando ho parlato dei cerchi nel grano. Scrivevo: "Mi si rimprovera spesso di essere scettico a priori. In realtà, non è così. Il mio atteggiamento è quello di uno disposto a credere qualunque cosa, purché sostenuta da argomenti convincenti. Chiedo, per esempio, che il mio interlocutore risponda semplicemente a qualche domanda che mi sorge spontanea e che, credo, sorgerebbe spontanea in chiunque. Quasi sempre, però, mi accorgo che chi ho davanti non sa rispondere in modo congruo. Dunque, non nego che possa aver ragione: mi limito a sospendere il giudizio in attesa di fonti più attendibili in grado di soddisfare la mia curiosità".

Dunque, è chiaro che il dibattito sull'astrologia è in corso da almeno diecimila anni e non pretendo di essere io a risolverlo. Chi vuol divertirsi a cercare conferme e smentite può sbizzarrirsi in rete cominciando magari da qui.

Diciamo che, mettendomi nei panni del comune uomo della strada che sa soltanto le poche cose che ha sentito dire, cercherò di limitarmi a quello che si definisce il "ritratto astrologico". Cioè, mi si vuol far credere (e io sono dispostissimo a farlo) che essendo nato un certo giorno dell'anno invece di un altro, il mio carattere e la mia indole sono così invece che cosà. Insomma, se sono indisponente come sono, non è colpa mia ma della mia data di nascita (il che mi sta pure bene, sollevandomi un po' dalle responsabilità). Mi chiedo se questo venga tenuto nella debita considerazione anche in sede penale o nei colloqui di assunzione, per cui magari si fanno sconti di pena agli scorpioni perché sono fatalmente più irascibili o si evitano di assumere i pesci perché sono eterni indecisi. Ora, leggendo il mio ritratto astrologico, effettivamente mi ci riconosco abbastanza. Secondo l'oroscopo, i nati sotto il cielo della Vergine sono ansiosi e precisi. Perbacco, ma è vero! Leggo su un sito Internet specializzato:

"I nati sotto il segno della Vergine sono coscienziosi ed amano il lavoro preciso anche se vengono sommersi dai grandi progetti. Sono molto analitici e spesso eccessivamente critici. Coloro che sono nati sotto questo segno hanno un livello di intelligenza al di sopra della norma ed un discreto gusto artistico. Devono imparare a moderare il loro senso critico altrimenti l'intera esistenza può risultarne alterata. In questo segno il cervello prevale sul cuore, sull'istinto, filtra le emozioni, spesso seziona le cose con un'eccessiva minuzia. La caratteristica costante e generalizzata della Vergine è il suo senso pratico accomunato al dubbio ed all'inquietudine, all'intelligenza, sempre razionale e critica, che fa da elemento catalizzatore. Teme molto di ammalarsi, è igienista, ama la pulizia". Ma è incredibile: dunque gli astrologi hanno ragione! Soprattutto, ovviamente, quando dicono che ho un livello di intelligenza al di sopra della norma, anche se mi meraviglia che il QI possa dipendere dagli astri. Davvero chi nasce il sette settembre è un mezzo genio e chi il sette ottobre un po' più deficiente? Beh, se lo dicono loro, sarà vero (a meno che non siano nati il sette ottobre).

Però, viene un sospetto. Se io dicessi, inventandomi una legge di natura, che quelli della Vergine hanno tutti i capelli ricci e gli occhi verdi e mi guardassi allo specchio, potrei pensare di aver trovato la conferma. E sicuramente ci saranno in circolazione molti altri settembrini con i capelli ricci e gli occhi verdi. Qualcuno poi sarà solo riccio e qualcun altro solo green eyed, e sosterrà di riconoscersi abbastanza nella mia affermazione. Ma il buon senso dice che per quante conferme si possano trovare, si troveranno anche altrettante smentite. Il fatto che io mi riconosca in un ritratto astrologico, potrebbe anche essere frutto del caso. Una legge scientifica si fonda su ben altre basi: servirebbe una ricerca condotta con metodi corretti su un campione abbastanza vasto e quindi una teoria che spieghi in modo convincente perché mai la data di nascita influisca sulla pignoleria del soggetto.
Mi chiedo: secondo gli astrologi, forse, un bambino nella pancia della mamma non ha nessun tipo di carattere e questo gli viene infuso nell'atto di mettere la testa fuori? E dunque chi nasce settimino con il cesareo e risulta di un segno invece di un altro finisce per l'essere del tutto diverso da come sarebbe stato nascendo a tempo debito? E in tal caso, non converrebbe fare un cesareo anticipando di qualche giorno una nascita in modo da evitare a un maschietto di essere della Vergine e facendolo essere invece Leone, che si addice di più alla mascolinità? Domando, eh.

In realtà, senza saper né leggere né scrivere, ho sotto gli occhi, in famiglia, una coppia di gemelli monozigoti nati il 29 settembre, segno della Bilancia. Sono uguali in tutto, tanto che si potrebbero scambiare tra loro, ma hanno caratteri completamente diversi: estroso il primo, introverso il secondo; sempre fuori casa il primo, sempre in casa il secondo; praticante il motocross il primo, timoroso nel salire perfino in bici il secondo. Il che mi fa pensare che forse non sia proprio così vero che la data di nascita modelli le indoli. Colto dal dubbio, continuo a leggere il ritratto astrologico della Vergine, per vedere se davvero è tutto così coincidente con il mio carattere. Ecco che cosa scopro: "Generalmente il loro comportamento verso l'altro sesso è corretto, tendente al puritanesimo". Ahi ahi ahi. Conosco un certo numero di fanciulle che potrebbero testimoniare l'esatto contrario. Vabbé, sarò un Vergine riuscito male. Andiamo avanti: il Vergine "è un po' in difetto di fantasia, si riscatta con l'ambizione ma difficilmente accetta l'opinione altrui".
Ohibò. Io ci campo, sulla fantasia (nella foto qui accanto, sono con il busto di Shakespeare, l'affabulatore per eccellenza). In più sono modesto nelle ambizioni (lo dimostra il fatto che scrivo soltanto Zagor e non ho mai sgomitato per fare altro), e assolutamente tollerante. Che dire, allora? E' evidente che in ogni ritratto ci sono frasi che corrispondono e altre no, ma finiamo per dare peso solo a ciò che ci assomiglia, quasi per una tendenza genetica alla pareidolia. Leggendo i ritratti di altri segni, troverei ugualmente frasi che mi si addicono, e sicuramente ci saranno Scorpioni o Capricorni precisi e polemici più di me (potrei fare degli esempi).
Non sarà poi che, ripetendo continuamente a qualcuno che è della Vergine o del Toro e facendogli leggere fin da bambino un ritratto astrologico che dice "tu sei così e cosà", uno cresce convincendosi di essere davvero, almeno un po', in quel modo? Non sarà che se uno sente dire da quando è nato che essendo del Leone deve essere testardo, quello tenderà a riconoscersi nella descrizione anche se testardo non è, convinto però di esserlo? E se uno non lo fosse, non comincerebbe magari a ostentare un po' di testardaggine perchè così gli dicono che è bene che sia? Sarebbe interessante approfondire. Del resto, si sa che se uno cresce sotto le grinfie di genitori che gli ripetono che è cattivo o è sbagliato, il soggetto diventa oppresso dai sensi di colpa e di inferiorità: perchè non potrebbe essere così anche per gli oroscopi, in qualche caso?
In ogni caso, andiamo avanti con la lettura del mio ritratto. Più sotto, mi si spiega come sono a letto i Vergini. L'argomento mi interessa. Leggo: "L'uomo Vergine ama spogliarsi in fretta e accostare subito il proprio corpo nudo a quello della partner che deve essere ben lavato, profumato, con le unghie curate e così il resto, fino alla parti più intime. La donna ideale per l'uomo Vergine è dotata di un fisico longilineo, con seni piccoli e un sedere ben sodo. Pulita e sufficientemente disponibile". In realtà a me vanno bene anche i seni grossi, ma non voglio cavillare. Diciamo che è proprio così. Allora, bando ai dubbi: l'astrologia funziona.
Per curiosità, passo a vedere come sono a letto i rivali degli altri segni. Leggo il ritratto erotico degli Arieti (che a lume di naso dovrebbero essere molto apprezzati dalle donne): " Gli uomini Ariete sono molto reattivi: non bisogna aspettare molto per accenderli sessualmente! La donna desiderata deve essere scattante e sportiva ma deve anche lasciare al suo corpo tonico delle zone di morbidezza perché l'Ariete maschio possa toccare e palpare". Allibisco. Mi ci riconosco lo stesso! Non sono Ariete, ma mi ritengono molto reattivo e se posso tocco e palpo anch'io! Vediamo i rivali del Cancro: "E' noto che gli uomini del Cancro siano assai fantasiosi durante l'atto sessuale. La loro creatività si manifesta spontanea quando trovano un partner con un senso abbastanza giocoso del sesso. La donna ideale per l'uomo Cancro è molto femminile e con seni abbondanti che amerà palpare e leccare". Eh, no, insomma, si vede che devo avere un ascendente Cancro: sono così, pari pari! Del resto, mi si dice anche che "Il Cancro può essere un lagnoso se ne è incline, e di solito lo è. Può essere oltremodo sensibile, dolente e incline al rimuginare". E' esattamente quello che sono anch'io. Però il mio ascendente è Bilancia.Insomma, questa storia dei ritratti astrologici tutto sembra fuorché una cosa seria.

Smettendo i panni dell'uomo della strada, è da un po' che vado leggendo qua e là qualcosa che mi spieghi perché, se è tutta una balla, io mi riconosca abbastanza nel verginiano tipico. E le mie ricerche mi hanno portato fino alla figura di Phineas Taylor Barnum (il signore nella foto), l'inventore del circo moderno. Di lui ho scritto anche nella prefazione al quindicesimo volume di Alan Ford Story. Nato nel Connecticut nel 1810, e morto nel 1891, Barnum aveva un incredibile talento per attrarre spettatori nel suo tendone: affiggeva dovunque manifesti e cartelloni dalle scritte roboanti e divulgava per mezzo stampa notizie false, o esagerate, riguardo a ciò che si sarebbe potuto ammirare nei suoi show. Era inoltre molto abile nell'organizzare spettacoli in cui ognuno avrebbe potuto trovare qualcosa di divertente: le attrazioni proposte erano così variegate che ce n'erano per tutti i gusti. Tutto cominciò nel 1835 quando Barnum comprò una vecchia schiava negra, Joyce Heth, per mostrarla al pubblico dicendo che aveva centosessantuno anni ed era la ex-nutrice di George Washington. Altre sue attrazioni furono il presunto scheletro di Cristoforo Colombo e un esemplare imbalsamato di sirena. Nel 1841 mise insieme uno spettacolo di freaks in cui faceva esibire nani e gemelli siamesi, arricchito anche con animali esotici e cantanti d'opera. Non si era però ancora arrivati allo spettacolo sotto un tendone, che Barnum inaugurò nel 1871 fondando un circo chiamato "The Greatest Show on Earth", dove oltre alle esibizioni di clown e funamboli continuava a proporre al pubblico fenomeni da baraccone, reali o spacciate per tali. Non a caso, l'impresario si definiva "the Prince of Humbugs" (il Principe delle Fandonie) ed è passata alla storia una sua celebre battuta: "There's a sucker born every minute", ogni minuto nasce un gonzo.

Perché Barnum c'entra qualcosa con gli oroscopi? Perché riusciva a sfruttare la credulità istintiva della gente che è sempre disposta a credere, anche contro il buon senso e la logica, se una certa convinzione è spacciata per vera nel modo giusto. Sono stati condotti studi scientifici su questo fenomeno e nel 1950 Paul Meehl ha coniato il termine "effetto Barnum": la gente crede a ciò a cui vuole credere. Se una finzione soddisfa un desiderio, noi ci crediamo. E' genetico. Lo psicologo americano Bertram R. Forer ha poi abbinato il suo nome a quello del circense, per cui oggi parliamo anche di "effetto Forer": trovate qui notizie più precise.

Con "effetto Forer" si definisce la tendenza dell'individuo a credere che una descrizione, un oroscopo, un profilo psicologico, si riferiscano a sé stesso anche quando essi sono formulati in termini molto generici, soprattutto se il soggetto crede che l'analisi sia personalizzata, se il soggetto è sensibile all'autorità dell'esaminatore e se l'analisi elenca principalmente tratti positivi. Secondo Forer, ogni individuo, di fronte a un profilo psicologico che crede a lui riferito, tende a immedesimarsi ritenendolo coincidente con le proprie caratteristiche, senza accorgersi che quel profilo è abbastanza vago e generico da adattarsi a un gran numero di persone. Per riuscire a convincere qualcuno che si parla di lui basta mettere nel profilo frasi scontate (del tipo: qualche volta ti fai troppi scrupoli), frasi contraddittorie (alcuni volte sei così, altre volte sei cosà) o frasi desiderabili con un elenco di positività a cui si crede sempre volentieri.
Se volete fare una prova personalizzata, c'è un sito in cui vi faranno un oroscopo su misura semplicemente inserendo la data, il luogo e l'ora di nascita. I risultati sono sorprendenti, benché ottenuti senza scomodare le stelle.

Ma, anche senza tirare in ballo Barnum e Forer, ci potrebbe essere un fondo di verità nella mia aderenza abbastanza marcata al ritratto astrologico della Vergine? Se c'è, serve una spiegazione un po' più convincente dell'influenza di costellazioni che non esistono. Una fra le ipotesi che mi sono fatto, è questa. Io sono nato di Settembre: dunque, nei miei primi mesi di vita ho visto giornate corte, con poco sole e poca luce, dato che la stagione andava verso l'inverno e quando avevo poco più di tre mesi era già Natale. Chi invece nasce a marzo o aprile va incontro a giornate più lunghe e con molta luce. Tutto ciò potrebbe avere, in alcuni casi, qualche conseguenza? Ebbene, un gruppo di scienziati scandinavi ha esaminato più di duemila persone e ha notato che in base alla stagione di nascita un individuo può avere determinate personalità. Per fare un esempio, i nati tra febbraio e aprile hanno livelli di serotonina chimica nel cervello più bassa rispetto ai nati negli altri mesi dell'anno. Il basso livello di serotonina può dare problemi di depressione e di ansia. La ricerca però non conferma ma smentisce gli astrologi, perché per esempio si dice che quelli del segno del Leone siano i più tenaci di fronte alle difficoltà, mentre scientificamente non risulta che chi nasce in agosto sia più perseverante di chi nasce a marzo. Quel che se ne deve desumere è, comunque, che se qualcosa di non genetico che influisce sul carattere c'è, non va spiegato però con lo zodiaco ma con qualcosa di chimico o di neuronale.

lunedì 16 agosto 2010

CERCHI NEL GRANO



Ieri mi trovavo sulle montagne pistoiesi per fare, come ogni anno, da speaker e da intrattenitore durante i festeggiamenti ferragostani organizzati nel mio paese natale. Come al solito, sono stato con il microfono in mano per quasi tutto il giorno e ho avuto modo di conoscere anche una lettrice di Zagor donna e della mia stessa età, Cinzia, che saluto, a dimostrazione del fatto che qualche mutazione genetica può dar vita a forme devianti della specie mulier fumettorum odiatrix.

Approfittando della pausa pranzo, però, mi sono messo a leggere il nuovo numero de “Le Scienze”, quello datato Agosto 2010, con il copertina il titolo “12 eventi che cambieranno il mondo”. Lettura che ovviamente consiglio anche perché la rivista non è più pesante e accademica come era anni fa. Benché sempre seria e attendibile, oggi è accattivante e ben illustrata senza scadere ai livelli dell'intollerabile “Focus”.
Bene, fin dal sommario l’occhio mi cade sull’argomento della rubrica “Prospettive” di Telmo Pievani. Il titolo del pezzo è: “UFO, cerchi nel grano e altri incubi”. L’articolista, in modo brillante, se la prende con Roberto Giacobbo e i programmi tipo “Voyager”, ma anche con una delle tracce della maturità di quest’anno, dove si leggevano, quali spunti di riflessione, perle del tipo “la verità è che non possiamo spiegare tutto con la razionalità” e “logica e metodo scientifico non sembrano efficaci”. Condivido quasi tutto quello che scrive Pievani, il quale però non si sofferma in particolare sul presunto mistero dei cerchi nel grano, imitandosi a inserirlo nel “decalogo delle bufale” proposte dalla TV in cerca di audience.

Ora, a me capita spesso di parlare, in seguito alle letture che faccio un po’ per piacere un po’ per dovere professionale, di misteri quali le profezie, l’astrologia, lo spiritismo, la reincarnazione, i fenomeni paranormali, i miracoli, o di quella incredibile ultima moda che consisterebbe nel “chiedere all’universo” qualunque cosa, anche il posto per il parcheggio, nella certezza di venire accontentati. Di solito, dopo aver espresso il mio parere, mi si rimprovera di essere scettico a priori. In realtà, non è così. Il mio atteggiamento è quello di uno disposto a credere qualunque cosa, purché sostenuta da argomenti convincenti. Chiedo, per esempio, che il mio interlocutore risponda semplicemente a qualche domanda che mi sorge spontanea e che, credo, sorgerebbe spontanea in chiunque. Quasi sempre, però, mi accorgo che chi ho davanti non sa rispondere in modo congruo. Dunque, non nego che possa aver ragione: mi limito a sospendere il giudizio in attesa di fonti più attendibili in grado di soddisfare la mia curiosità.
Per fare un esempio, di recente ho visto in TV la testimonianza di una miracolata di Lourdes. Dopo aver ascoltato il suo racconto, mi sarei aspettato che la conduttrice del programma facesse alla fortunata le due o tre domande che a me subito erano venute in mente: niente da fare. Applausi per la signora che ha avuto la grazia, e nessun supplemento di indagine. Che fare? Mai mi permetterei di mettere in dubbio la possibilità di un evento miracoloso, ma non posso dire di essere stato convinto da ciò che ho sentito: sospendo il giudizio in attesa delle risposte mancanti. Non sono scettico a priori: cerco solo di capire, non essendo, per indole, disposto a credere a bocca aperta. Questo, ahimé, dai tempi della feroce delusione ricevuta scoprendo che Babbo Natale non esisteva.
Se mi avete seguito fino a questo punto, forse vi incuriosirà sapere che cosa penso dei cerchi nel grano. Do per scontato che tutti sappiate di che cosa si tratta. Le foto qui accanto sono, del resto, eloquenti. In ogni caso, questo è un sito dove potete trovare le spiegazioni che vanno per la maggiore e che consistono nell’attribuire il fenomeno agli extraterrestri o comunque a cause esoteriche. Questo invece è un articolo di Massimo Polidoro, che spiega i cerchi in modo diverso .

Per quanto mi riguarda, mi limiterò a fare delle considerazioni da uomo della strada, cioè quelle che farebbe chiunque 1) non abbia mai fatto un sopralluogo sui campi di grano in cui sono stati tracciati i disegni, né eseguito personalmente alcuna analisi scientifica; 2) sappia soltanto, attraverso i mezzi di informazione, che le ipotesi “mysteriose” e quelle “scettiche” si confrontano senza che i fautori dell’una e dell’altra si convincano a vicenda (dunque non ci sono extraterrestri che reclamino pubblicamente la paternità dei disegni e d’altra parte le spiegazioni degli scettici non sembrano accettabili dagli altri).

Mettiamo il caso che davanti a casa mia ci sia un grande muro bianco, magari quello che sostiene il terrapieno di una ferrovia o di un raccordo autostradale. Una mattina mi sveglio e lo trovo dipinto con un bellissimo murale. Quali spiegazioni posso dare, sulla scorta della comune esperienza e della normale razionalità? L’ipotesi più probabile è che durante la notte alcuni graffitari, armati di bombole spray, abbiano tracciato quei disegni. Mettiamo adesso il caso che, sempre davanti a casa mia, ci sia invece un grande campo di grano. Una mattina mi sveglio e ci trovo delle figure ottenute abbattendo le spighe. Quali spiegazioni posso dare? Beh, se me lo avessero chiesto prima che la faccenda dei cerchi diventasse un caso, avrei risposto (come, immagino, tutti): quelle figure le hanno tracciate degli artisti perditempo in cerca di svaghi insoliti. Non mi sarebbe venuta in mente l’ipotesi di pensare agli UFO, né in un caso, né nell’altro.

Mi chiedo che cosa possa far supporre che a degli extraterrestri, dopo un viaggio di cento milioni di anni luce, venga voglia di mettersi a fare dei disegni nel campo di un contadino, peraltro scassandogli i maroni. Mi si dirà: la logica degli alieni è, appunto, aliena. Va bene, ma allora posso pensare che siano loro a fare anche i graffiti sui muri della città. Magari sono alieni artisti.Sia ben chiaro che io non voglio negare a priori l’ipotesi che ci sia vita su altri pianeti. Anzi, su questo sono più che possibilista. Non voglio neppure negare l’eventualità che prima o poi avremo dei contatti con civiltà extraterrestri, né che questi contatti siano in realtà già avvenuti. Per carità, tutto può essere e fra tante cose strane questa sarebbe la meno strana di tutte.

Quello che mi lascia perplesso è che degli alieni in possesso di astronavi sofisticatissime e supertecnologiche (e dunque super intelligenti) vengano sulla Terra per disegnare sul grano. Vogliono lasciare dei messaggi? Potrebbero comparire in televisione. Oppure tracciare dei segni in Piazza San Pietro, davanti alla sede dell’ONU, sulla parete nord dell’Everest. Magari, con un piccolo sforzo, potrebbero scrivere in inglese. Ma perché scegliere dei campi di grano? Perché non quelli di cavoli o di fagioli? Non sarà che scelgono il grano perché è facile da abbattere (cioè per lo stesso motivo per cui potrebbero sceglierlo anche degli “artisti” terrestri armati di bastoni)? Ma se hanno le astronavi potrebbero abbattere anche delle foreste di sequoie. Dunque, la scelta è quanto meno sospetta. Poi, il grano non è certo una scelta ecumenica: le civiltà terrestri sono nate anche basandosi sul riso e sul mais. Perché favorire la cultura occidentale invece di quella orientale o centroamericana?
Questo ci porta anche a riflettere sulla collocazione geografica dei cerchi: sono quasi tutti in Inghilterra, come dimostra la foto qui sotto e come si legge in questo sito. Ora, perché degli alieni dovrebbero insistere soltanto nel disegnare nei dintorni di Londra? Non è più facile pensare che siano londinesi gli artisti che disegnano i cerchi, e che i campi sono quelli che più facilmente questi possono raggiungere in automobile? E’ chiaro che se dei “graffitari” del grano disegnano i primi cerchi e ne parlano i giornali, ecco che loro stessi o degli imitatori si divertiranno a proseguire il gioco, e magari si creeranno anche gruppi in competizione in varie altre parti del mondo. E’ sospetto anche il fatto che il fenomeno sia piuttosto recente (anni Ottanta), e coincida con lo sviluppo dell’arte murale metropolitana. Polidoro scrive: “Per un gruppo di artisti/burloni inglesi (vedi: http://www.circlemakers.org/) realizzare disegni nel grano è diventata addirittura una professione! Per questo motivo sono ingaggiati da aziende perché realizzino insoliti disegni al fine di pubblicizzare determinati prodotti”.

Un’altra professione è anche quella di pubblicare libri che raccolgano foto dei cerchi nel grano. Ne ho visti un paio, davvero affascinanti, e la prima domanda che mi sono fatto è: ma sono TUTTE foto vere o sono state modificate al computer? Anche ammettendo che siano tutte foto vere, è chiaro che agli autori dei libri conviene avere sempre nuove foto da scattare e dunque converrebbe anche commissionare disegni sempre freschi. Sospetta è anche l’estrema geometricità dei disegni, che sono quelli ottenibili su un foglio con il compasso o con i goniometri o gli accessori sagomati acquistabili in ogni negozio di belle arti o di forniture da ufficio. Un palo piantato in un punto e una corda tesa disegnano cerchi, ellissi, linee esattamente come quelle delle figure nel grano. Se gli artisti fossero alieni e disponessero di tecnologie evolutissime potrebbero convincerci disegnando figure davvero impossibili da realizzare manualmente.In conclusione, dato che è molto più probabile credere ai circlemaker di origine terrestre piuttosto che a alieni artisti (anche in considerazione delle cose ben più importanti che presumibilmente essi avrebbero da fare), non trovo abbastanza convincente la seconda ipotesi. Almeno, non più convincente che pensare ai folletti, ai fantasmi. Non è che non ci credo. Attendo che mi si convinca con qualche argomento più solido. Tutto qua.