sabato 8 febbraio 2014

VIAGGIO ALLA FINE DEL MONDO




Proprio mentre in Italia si preparava l’uscita di un mio albo di Zagor intitolato “Terra del Fuoco” (in edicola mentre scrivo), io atterravo in aereo a Ushuaia, la città più meridionale della Terra, poche miglia nautiche a nord di Capo Horn, a soli mille chilometri dall’Antartide. Il viaggio che mi ha portato fin lì, appunto nella Terra del Fuoco, mi è stato ispirato proprio dalle letture fatte per documentarmi nella sceneggiatura della storia, disegnata da Giuseppe Prisco. 

In particolare, non si può leggere “Ultimo confine del mondo” di Lucas Bridge (in Italia pubblicato da Einaudi) e non provare l’irresistibile desiderio di recarsi sul Canale del Beagle. Facendo un bilancio dei quattro giorni trascorsi in Terra del Fuoco, che ho lasciato con grande rimpianto, mi viene in mente come prima cosa una verità elementare: se uno ha voglia di fare un viaggio in una terra lontana, bisogna che lo faccia. Deve farlo. Se ci facciamo scoraggiare dalla distanza, dal costo, dalle difficoltà, vivremo per sempre il rimpianto di non aver assecondato l'istinto. Se non fossi partito per la Terra del Fuoco, la Terra del Fuoco non sarebbe venuta da me, nonostante il fatto che il mondo giri. E qualunque cosa possiamo vedere in televisione o leggere su un libro non varrà mai l'esperienza diretta. Ho ammirato i pinguini nuotare a due metri da me nell'acqua del Canale del Beagle, ho incontrato due volpi nel Parco Naturale alle spalle di Ushuaia: ecco come tutti, anche io ho visto in mille documentari pinguini e volpi mostrati nel loro ambiente naturale, ma essere davvero lì accanto a quegli animali è tutta un'altra cosa. Tengo anche a dire che non ho fatto un viaggio particolarmente avventuroso. Non mi sono inoltrato da solo nel deserto né ho affrontato la giungla alla ricerca di Livingstone. Ho semplicemente organizzato un viaggio su misura (diverso da quello proposto dai depliant delle agenzie di viaggio, che non considerano Ushuaia degna di più di un giorno di permanenza) viaggiando su aerei di linea, alloggiando in alberghi dotati di ogni conforto, inoltrandomi per strade abitate da gente civilissima con usi e costumi molto simili ai miei, ho visitato musei e parchi naturali, mi sono unito a gruppi di turisti giunti da tutto il mondo. 

Il porto di Ushuaia


Peraltro, la Terra del Fuoco è organizzatissima per accogliere, ospitare e intrattenere chiunque arrivi, in ogni momento dell'anno. Negozi per tutte le tasche, ristoranti, due casinò, il cinema, impianti sportivi. Nel loro inverno, che corrisponde alla nostra estate, sulle montagne attorno a Ushuaia si scia come da noi sulle Alpi, e ci sono piste da fondo e per slitte assolutamente competitive con qualunque impianto europeo. Questo va detto perché non sembri che mi sia avventurato come Shekleton alla scoperta dell'Antartide. 

Tuttavia, il richiamo dell' "Ultimo confine del mondo" era diventato fortissimo: si tratta dell’autobiografia estremamente affascinante di uno dei fondatori di Ushuaia, divenuto una specie di capo bianco di Ona e Yaghan, due popolazioni indigene (peraltro, popolazioni che non avevano una struttura sociale vera e propria e non riconoscevano una particolare autorità a nessun capo). Ma non c'è solo il libro di Bridge, ovviamente. Ci sono tutti quelli che raccontano dei due viaggi del Beagle in queste terre (il primo senza Darwin, il secondo con) e le cronache avventurose delle esplorazioni dei capitani Pringle Stokes e Robert Fitzroy e dei loro primi scontri con i fuegini. Poi c'è molta letteratura posteriore: gli scritti di Coloane, Sepulveda, Chatwin... insomma, non si può leggere tanto sulla Patagonia e sulla Terra del Fuoco e non desiderare di venirci. L'unica vera impresa l'ho compiuta su me stesso: ho coltivato il desiderio di intraprendere un viaggio in un luogo lontano e, superando tutti gli ostacoli, semplicemente l'ho fatto. lo spettacolo che mi ha offerto la Terra del Fuoco risulterà più emozionante anche per quello che questo luogo simboleggia. Qui passò la nave di Darwin. Qui finisce il mondo, poi comincia l'Antartide. Qua i primi uomini bianchi si sono stabiliti da poco più di cento anni, e tuttora, attorno alla città, c'è soltanto la natura selvaggia. Una natura mozzafiato e variegata, perché dagli scenari marini si passa con sorprendente rapidità a quelli alpini. 


Sono arrivato in aereo da Buenos Aires (una città a cui ho dedicato il post precedente) dopo tre ore e mezzo di volo. Il panorama durante l'atterraggio è strepitoso, alpino e marittimo al tempo stesso, ma soprattutto colpisce l'assenza di ogni qualsiasi agglomerato urbano. Non ci sono case, strade, villaggi, paesi. Nulla. Solo montagne, neve, isole, mare, scogliere. Persino Ushuaia non si vede, arrivando in aereo, sembra di atterrare nel canale. Esce il carrello dell'aereo e non c'è traccia dell'aeroporto. Poi, invece, la pista c'è, e anche l'aerostazione: peraltro, modernissima e pittoresca, ecologica al massimo. E' il primo aeroporto che vedo costruito in legno. Sembra uno chalet alpino. Controllano tutti i bagagli perché l'ambiente è protetto e non si deve portare, per esempio, della frutta (potrebbe essere veicolo di contagio di parassiti o malattie delle piante per le specie locali). 

L'aeroporto di Ushuaia sembra uno chalet alpino
Appena atterrato

Primi panorami all'aeroporto

Ushuaia conta circa settantamila abitanti, che non hanno nessuna altra località nei dintorni. Però atterrano dieci aerei al giorno e ci fanno scalo trecento navi da crociera all'anno(rotte antartiche e patagoniche). Ho avuto la fortuna di imbattermi in una guida che parla benissimo italiano, e che mi ha accompagnato in escursioni personalizzate. Siamo diventati amici, e mi ha detto che pochi turisti arrivano fin quaggiù informati come me sulla storia della Terra del Fuoco. Gli ho spiegato che ho letto tutto quello che ho potuto per documentarmi per la storia di Zagor che stava per uscire in edicola. Visitando il museo Yamana di Ushuaia, dedicato ai nativi ormai de tutto estinti (gli Yaghan e gli Ona in particolare) ho trovato confermate tutte le idee che mi ero fatto, e sarebbe bello poter raccontare altre storie in un fumetto ambientato da queste parti.  Criminalità, zero: le "ventanas", da queste parti, non hanno "fierros", le finestre delle case sono senza inferriate. Chi vuol lavorare, trova lavoro.



Il mio hotel




L'albergo sullo sfondo

Il mio hotel, rustico ma suggestivo, sorge a pochi chilometri da Ushuaia, nella Terra del Fuoco argentina (c'è anche una Terra del Fuoco cilena), affacciato direttamente sul Canale del Beagle. Lo spettacolo che si gode guardandosi attorno è mozzafiato. Nonostante siamo in piena estate australe, la temperatura rimane quasi sempre sotto i dieci gradi: durante una escursione al lago Escondido ha persino nevicato. La guida mi dice che è un inizio di estate più freddo del solito, abitualmente in gennaio c’è un po’ più di tepore. Il tempo cambia molto velocemente per cui il sole, il vento, le nubi, il nevischio, il tepore e il freddo si alternano nel giro di pochi minuti. L'aria però è asciutta e buona da respirare. Un'altra caratteristica estiva è la lunghezza delle giornate: il sole sorge verso le tre e tramonta verso le undici di sera: tanta luce! In sé, Ushuaia è una via di mezzo fra una stazione sciistica alpina e un porto scandinavo, carina e pittoresca, molto colorata, ma niente di speciale. Quello che è speciale è l'ambiente tutto intorno. Davvero una meraviglia. Non ci sono parole. Continueremo a parlarne nei prossimi articoli, con la cronaca delle escursioni fatte per terra e per mare.  
Adesso, gustavi (se volete) un po' di foto di Ushuaia e immediati dintorni. 

Pace e silenzio sulla riva del Beagle Chanel
La visuale dalla mia finestra

Il Canale del Beagle davanti al mio albergo

Le montagne al di là del Canale sono quelle dell'isola Navarino, territorio cileno (Ushuaia è in Argentina)
La foce del Rio Pipo sul Canale del Beagle

Bassa marea sul Canale del Beagle






L'isola Navarino (Cile)







Il centro di Ushuaia
Nel porto di Ushuaia è proibito l'attracco delle navi dei "pirati inglesi".
Qui ce l'hanno con i britannici per la controversia delle isole Malvinas (o Falkland che dir si voglia).
C'è anche un sacrario in ricordo degli oltre 600 morti argentini nella guerra degli anni Ottanta.
Inoltre, una base militare controlla anche il difficile confine con il Cile, altro punto di attrito.
Architetture alpine in una città sul mare










Da Ushuaia partono le crociere verso l'Antartide




Per le strade di Ushuaia i cani vagano liberi


Il museo dedicato agli indigeni fuegini che abitavano la zona (oggi del tutto estinti)



C'è anche un vino della Patagonia
La specialità locale sono questi giganteschi granchi rossi che si pescano nel Canale del Beagle


lunedì 3 febbraio 2014

I COLORI DI BUENOS AIRES



Diverse strisce di Mafalda, la straordinaria bambina filosofica di Quino, ironizzano sul fatto che i mappamondi mostrino l'Argentina nell'emisfero del pianeta rivolto verso il basso. Dunque, commenta il cartoonist sudamericano attraverso la bocca del suo personaggio, gli abitanti del suo Paese dovrebbero vivere a testa in giù. Posso testimoniare che non è vero, perché sono appena tornato da Buenos Aires, e tutti camminavano proprio come noi, quelli del Nord del mondo, che andiamo a testa in su. Insomma, il sopra e il sotto sono soltanto convenzioni. Come tutto il resto dello scibile, del resto. Ho trascorso in Sud America due settimane e mezzo, dal 13 al 30 gennaio 2014, fermandomi nella capitale sul Rio de la Plata soltanto qualche giorno, di passaggio verso la Patagonia. Il vero scopo del mio viaggio, infatti, era soprattutto quello di visitare Ushuahia, il capoluogo della Terra del Fuoco, ed essere lì proprio mentre in Italia usciva in edicola l'albo di Zagor (quello datato febbraio 2014) in cui lo Spirito con la Scure raggiunge proprio quei luoghi. Dell'estremo confine australe parlerò in due altri post che potrete leggere nei prossimi giorni, tutti corredati da quante più foto riuscirò a inserire senza stancarvi e stancarmi, a Buenos Aires invece sono dedicati gli appunti che seguono, riportati così come li ho scritti sul mio diario di viaggio, senza la pretesa di essere né Borges, né Sepulveda, né Chatwin, sulle cui orme tuttavia sono partito zaino in spalla.


Sono atterrato a Buenos Aires alle 4 ora locale e adesso che sono le 6 mi sto godendo l'alba dalle grandi finestre della mia stanza d'albergo, in attesa che alle 7 apra il bar per fare colazione. Il viaggio è stato tranquillissimo, anche se il volo era stipato come un carro bestiame e la classe turistica supereconomica stile Gruppo TNT. Speravo di poter mettere a frutto le quattordici ore di sorvolata vedendo due o tre film scelti fra quelli che mi sono perso al cinema, ma l'aereo era un vecchio modello senza schermi TV sugli schienali dei sedili, per cui mi sono rassegnato a cercare di pisolare senza riuscirci. Temperatura all'arrivo: 23 gradi. Temperatura prevista in giornata: 38.




Palazzo Sarmiento alle prime luci dell'alba, visto dalle finestre della mia stanza



La prima impressione è di trovarmi in una città molto europea, da tutti i punti di vista. Sembra Parigi. Ordinata e pulita, ma anche movimentata. Negozi e locali dappertutto, però molto variegati, ognuno con una propria impronta e una propria caratteristica. Estate piena, molto caldo, gente che legge sui prati e sulle panchine dei parchi, saldi estivi nei negozi come da noi a luglio e agosto, prezzi simili a quelli italiani, tutto sommato. Costano meno però il mangiare e soprattutto i taxi (una corsa che a Milano sarebbe costata dieci euro, qui tre euro e mezzo).

I taxi di Buenos Aires, frequentissimi ed economici. Basta alzare la mano per strada perché se ne fermi uno.





Passando in taxi ho visto dal finestrino la famosa Plaza de Mayo. Tante librerie, molto belle. Quella dell'Ateneo, spettacolare, si trova addirittura in un enorme ex-teatro. Ho già fatto i primi due acquisti, non ho potuto resistere, un fumetto e un libro di racconti di Borges in lingua originale. Ci sarebbero dei volumi illustrati meravigliosi (uno, per esempio, con la storia dei gatti nella pittura dalla preistoria ai giorni nostri) che non posso prendere perché ho la valigia già fin troppo pesante. La sera, comunque, vado a cenare nel Caffè Tortoni, lo storico locale dove soleva sostare proprio Jorge Louis Borges, ricordato con un busto di bronzo.

Cena al Caffé Tortoni, sulle orme di Borges

Il busto di Borges nel Caffè Tortoni

Il secondo giorno a Buenos Aires mi ha permesso di capire che tre giorni non basteranno per vedere neppure un quarto della città, che è immensa e variegata. I quartieri e i viali che sembrano quelli di Parigi sono solo un aspetto di una realtà ben più vasta. Ci sono anche strade molto meno eleganti, case fatiscenti, miseria e povertà. Qua e là, in centro, mi hanno colpito mendicanti abbivaccati radunati per famiglie, intenti a chiedere l'elemosina in gruppo, insomma, non da soli. Ma non c'è certo di più accattonaggio che da noi.

Le coloratissime case de La Boca

Ho visitato il Barrio de La Boca, la zona più tipica (e più tipicamente sudamericana) della capitale, caratterizzata dalle case di lamiera dipinte di mille colori, da ballerini e musicisti che si esibiscono sui marciapiedi e da tante bancarelle per strada: non è facile capire quanto tutto quel caleidoscopio di suoni e visioni sia reale o uno show fatto per i turisti, però mi sono arrischiato in qualche via laterale e ho visto un po' di strade e case sgarrupate e gente a torso nudo affacciata ai balconi a fumare sigarette, cani liberi per strada, fili elettrici intrecciati a ragnatela lungo la via. Il caldo è asfissiante, ma me lo godo.






Un albero "vestito" all'uncinetto nel quartiere de La Boca.







Ho fatto acquisti, tra cui una maglietta di Mafalda che mancava alla mia collezione e del mate, con tutta l'attrezzatura per prepararlo (che spero non venga scambiato per droga al mio rientro in Italia). Nelle edicole latitano i fumetti e l'unica fumetteria in cui mi sono imbattuto vende soprattutto manga e supereroi. Le opere della grande scuola argentina, a parte le ristampe in volume di Mafalda e dell'Eternauta, sembrano dimenticate.


Ho trascorso la serata nel quartiere di San Telmo, anch'esso tipico ma in modo diverso, con vie lastricate, in pendenza, piazze piene di tavolini all'aria aperta, localini caratteristici, bettole come a Caracas (in una mi sono infilato a prendere un caffè, rigorosamente seduto perché al banco, giustamente, non te lo danno).

Una piazza di San Telmo








Poi mi sono trasferito a El Viejo Armazen, un piccolo, intimo teatro che mi è stato consigliato per la qualità dello spettacolo: ovviamente, il tango. Ho evitato gli show tipo Moulin Rouge, che pure ci sono, hollywoodiani, per vedere, come preferivo, qualcosa di meno "internazionale" e più legato alla vera tradizione. Il consiglio si è rivelato ottimo. Seduto a un tavolino davanti a una balconata da vecchio cinema sono rimasto per due ore a vedere artisti che suonavano dal vivo, ballavano e cantavano su un piccolo palcoscenico. E' stata una delle più belle esibizioni che abbia visto. Cantanti, danzatori e suonatori sembravano essere gli stessi di anni e anni fa, come se da sempre quello spettacolo si rinnovasse ogni sera e chi si esibiva non invecchiasse mai. Il pianista che suonava pezzi di Astor Piazzolla (difficilissimi, come sa chi si intende un minimo di pianoforte), il contrabbasso e il violino, due fisarmoniche, accompagnavano i tanghi di quattro coppie variamente alternate che mi hanno ipnotizzato per la loro eleganza e la capacità di trasmettere emozioni e coinvolgimento. Davvero il tango è la danza della seduzione per eccellenza. Suggestiva al massimo anche l'esibizione di un quartetto andino.





Non potevo non passare davanti alla Casa Rosada, sulla Plaza de Mayo, a Buenos Aires: è la sede della Presidenza della Repubblica Argentina, come da noi il Quirinale.Ci sono stato una mattina bagnata da un acquazzone estivo che ha rinfrescato l'aria. Il ricordo va ai tanti avvenimenti storici di cui è stata al centro, da quelli riguardanti Juan ed Evita Peron, alla dittatura e alla protesta delle madri dei desaparecidos. Le ferite, a trent'anni dalla fine del regime militare, si stanno lentamente rimarginando. Sulla Plaza, comunque, c'era accampato un sit in permanente di reduci dalla guerra delle Falkland (per loro, delle Malvinas).







Dell'attuale presidente, una bella donna chiamata Cristina Kirchner, si dice che sia stata in passato una fiera rivale del cardinale Bergoglio, essendo poi costretta a far retromarcia dopo l'elezione di quest'ultimo al soglio pontificio. Gli argentini, comunque, sono orgogliosissimi del loro Papa, che adorano. Sulla stessa piazza della Casa Rosada si erge anche la Cattedrale di Buenos Aires. Sulla facciata, brucia la fiamma eterna in ricordo del Milite Ignoto argentino, come da noi a Roma all'Altare della Patria. Lì accanto c'è la palazzina dove, al terzo piano, alloggiava el Cardinal. Si notano le finestre chiuse dei suoi appartamenti.

La fiamma perpetua in ricordo dei caduti e del Milite Ignoto argentino sulla facciata della Cattedrale di Buenos Aires. Da notare le finestre chiuse al terzo piano della palazzina sullo sfondo: lì viveva il Cardinale Bergoglio prima di diventare Papa.

La foto del Papa argentino all'ingresso della Cattedrale di Buenos Aires
L'altare della Cattedrale di Buenos Aires e il pulpito da cui predicava Bergoglio

All'interno della Cattedrale c'è la tomba del Generale San Martin, il liberatore del Cile, del Perù e dell'Argentina, vigilata in eterno da due soldati in alta uniforme, impassibili. É il Garibaldi argentino, tutte le località del Paese hanno la via centrale dedicata a lui. Del Libertador ne ho parlato all'inizio della storia di Zagor ambientata in Perù, qualche mese fa.

La tomba del Libertador San Martin vegliata giorno e notte da due soldati argentini



A proposito di Evita Peron, nata Duarte, ho scoperto la sua tomba (nella cappella di famiglia) nello storico cimitero della Recoleta.

Lo storico cimitero della Recoleta
La tomba di Evita Peron

Lapidi davanti alla cappella della famiglia Duarte
Altre tappe obbligate: Puerto Madero, il quartiere dei ricchissimi e dell'alta finanza, con un Casinò aperto ventiquattro ore su ventiquattro, e il Rio de la Plata, un fiume tanto immenso, in questo punto, da poter essere scambiato per un mare. L'acqua è color caffellatte, perché porta la terra dilavata dall'interno, e non si vede l'altra sponda. Dunque non ci sono ponti. Attraversandolo, in battello, dopo diciotto chilometri di navigazione si arriva in Uruguay.

Il Rio de la Plata è la distesa beige oltre il parapetto.

Un Casinò galleggiante a Puerto Madero


Questo qui sopra invece è il monumento al mitico pilota ferrarista Juan Manuel Fangio, argentino, in una piazza di Buenos Aires. Nella capitale argentina predominano assolutamente i bianchi (latini per lo più, rarissime le persone di colore e gli asiatici): modi di fare, usi e costumi assomigliano decisamente ai nostri, per capirsi non c'è problema (loro parlano spagnolo, io italiano, e ci si intende perfettamente). Belen Rodriguez non sanno chi sia. Violetta sì. Hanno tutti un parente italiano ma fanno il pesto con la noci al posto del pinoli e danno il cucchiaio, insieme alla forchetta, per mangiare gli spaghetti. Comunque sia, volendo variare dal sempiterno bife de chorizo, il piatto nazionale argentino (carne buonissima e a buon mercato) se ne imparano sempre di nuove.

Colazione con frutta di stagione. La stagione estiva di Buenos Aires mentre da noi siamo in pieno inverno, ovviamente.



Oggi pranzo al Club de la Milanesa di Buenos Aires e scopro che praticamente cucinano un solo tipo di piatto che consiste in questo: immaginate una fetta di carne alla milanese, grande come un piatto, rotonda, impanata e fritta; questa fa da base come il disco di pasta della pizza per tutti i tipi di guarnizioni che si vogliono, da mettere sopra. Per cui "milanesa" ai quattro formaggi, "milanesa" capricciosa, "milanesa" prosciutto e funghi, con l'uovo, alla cipolla, eccetera eccetera. Sempre carne alla milanese sotto e guarnizioni in più strati sopra. Ce n'è abbastanza per aver voglia di fuggire in Patagonia: il viaggio continua.