domenica 4 febbraio 2018

SPIEGAZIONI SPIEGAZIONISTE




Nel numero speciale di SCLS Magazine a me interamente dedicato (dicembre 2017), compare una intervista al sottoscritto, in cui mi viene fatta, a pagina 126,  questa domanda: “La continua critica sullo spiegazionismo ha modificato il tuo modo di scrivere?”. Prima di rispondere, ci sarebbe da chiedersi che cosa significhi, esattamente, “spiegazionismo”, una parola misteriosa che mi lascia sempre molto perplesso.  Non riesco bene a capire di che cosa si tratti.  

Forse chi etichetta come spiegazionista un autore ritiene che i misteri e i nodi di una storia non dovrebbero essere sciolti, risolti e chiariti (e dunque spiegati)? Si dovrebbero lasciare delle domande senza risposta? Si dovrebbero scrivere storie in cui le motivazioni delle azioni dei personaggi siano indecifrabili o si prestino a più interpretazioni lasciate all’arbitrio del lettore, senza che all’autore sia consentito dare degli indizi? Dovrebbero essere banditi i balloon di pensiero da collane a fumetti come Zagor, che ne fanno uso da sempre per consolidata tradizione? E questo solo perché uno di questi balloon potrebbe dare una informazione giudicata superflua da qualcuno? C’è un tribunale del popolo che emette sentenze sulle spiegazioni che vanno o non vanno date, e fa ritrovare il cadavere degli autori che ne danno troppe nella bauliera di una macchina?  L’argomento è paradossale, tuttavia mi propongo di affrontarlo qui di seguito, per il gusto di analizzare la fenomenologia della psiche dei detrattori, uno sport molto divertente in cui mi sono dilettato spesso in questo spazio. La cosa buffa è che per difendermi dall’accusa di spiegazionismo dovrò argomentare molte spiegazioni.

Parole sante

Il più sacrosanto dei pareri sull’argomento viene fornito da Jacopo Rauch a pagina 90 dello stesso numero di SCLS Magazine citato all’inizio. Alla domanda “Qual è la tua opinione sullo spiegazionismo?”, Rauch risponde così: “Penso che sia una solenne cavolata”. Il che potrebbe bastare. La discussione è chiusa, arrivederci a tutti. Rauch, chiamato a esprimersi, in pratica ha detto delle accuse di spiegazionismo quello che l'indimenticabile Fantozzi dice della Corazzata Kotiomkin. Condivido. Novantadue minuti di applausi. 

Ma leggiamo, per amor di discussione, che cosa aggiunge Jacopo: “Con il simpatico neologismo di spiegazionismo  si imputa a Moreno Burattini di eccedere nelle spiegazioni, nelle sue storie. Ma questo non è affatto vero. Moreno spiega sempre quello che va spiegato, né più, né meno. Del resto le spiegazioni ci vogliono. E’ una regola sine qua non dello scrivere non lasciare buchi narrativi. Se uno sceneggiatore lo fa, pensando che la spiegazione sia sottintesa, commette un errore da circoletto rosso. Provate infatti a vedere cosa succede se uno lascia qualcosa di non spiegato all’interno di una storia: andate sui social e leggete le reazioni”.

Il caso del pozzo

Giusto: andiamo a leggere le reazioni, prendendo per esempio un caso fra i tanti. E’ il caso del pozzo che compare nella storia "Oscure presenze" (Zagor 473, del dicembre 2004). Ne ho parlato anche in una intervista fattami da Luca Raffaelli per commentare le storie a mia firma ristampate nella Collezione Storica a Colori di Repubblica. I fatti sono questi: a storia pubblicata, mi trovai a dover difendere l'idea del pozzo in cui i cajun avevano gettato i cadaveri degli abitanti del villaggio di Nuova Sulina, di cui avevano fatto strage. Secondo me, una "fossa comune" del genere avrebbe potuto essere apprezzata come un elemento horror spaventoso a vedersi. Nei fumetti cerchiamo sempre di inserire scene che colpiscano l'immaginazione dei lettori, "belle da vedere" anche se orride (come, nella stessa storia, la sconvolgente vignetta con il prete impiccato). Invece, con mia grande sorpresa, in Rete ci fu chi si prese la briga di sbizzarrirsi nel contestare il fatto che i miasmi dei corpi in decomposizione avrebbero dovuto rendere l'aria talmente irrespirabile da far scoprire subito la sorte dei primi abitatori del villaggio. Su questo particolare fu imbastita una polemica che non finiva più, cosa che a pensarci bene è persino divertente.  

Ricordo che, un po' perplesso, mi affannai a rispondere punto per punto tirando in ballo il fatto che in una palude piena di miasmi per conto suo non era come sentire odore di marcio in un salotto di casa, che in ogni caso il tempo trascorso dalle uccisioni poteva aver mummificato i cadaveri, oppure che, al contrario, l'umidità del delta del Mississippi (chissà quale ne è la composizione chimica) poteva aver decomposto i corpi in modo diverso e più veloce, oppure che la particolare conformazione del pozzo non favoriva le esalazioni che potevano essersi sfogate in altri modi. La cosa buffa è che in una storia basata sui fantasmi e i fenomeni di poltergeist (accettati senza battere ciglio) si andasse a contestare una faccenda di cattivi odori, e su quella venisse ingaggiata una battaglia fra lettori pro e contro. Naturalmente le mie puntualizzazioni, per quanto garbate e articolate, non convinsero nessuno dei detrattori, com'era inevitabile visto che si trattava di questioni di lana caprina. 

Dichiarai a Raffaelli: “C'è da notare che spesso i detrattori contestano quello che viene definito lo spiegazionismo, cioè la tendenza (che deriva da una precisa scelta di Sergio Bonelli, da lui persino rivendicata con orgoglio) a fornire spiegazioni tese a non lasciare punti oscuri in modo che il lettore non debba faticare per venire a capo dei perché e dei percome, mentre in altri casi gli stessi ipercritici contestano la mancanza di spiegazioni su particolari che, tutto sommato, su cui si potrebbe benissimo sorvolare. In fin dei conti, in un passaggio come quello incriminato il dato di fatto era che dei morti nel pozzo in un primo momento nessuno si era accorto: è davvero necessario spiegare perché? Ecco, ai tempi di Guido Nolitta certamente queste discussioni non si facevano, e altrettanto certamente se al vaglio del medesimo spirito ipercritico di certi forum fossero state passati i capolavoro dell'epoca d'oro zagoriana non ne sarebbero usciti indenni neppure quelli”. Dunque, se si spiega, scatta l’accusa di spiegazionismo, se non si spiega, scatta l’accusa di non aver fornito le necessarie spiegazioni. Insomma, ha ragione Jacopo Rauch.


Il parere di Sergio Bonelli

Ho scritto che la tendenza a fornire spiegazioni tese a non lasciare punti oscuri “deriva da una precisa scelta di Sergio Bonelli, da lui persino rivendicata con orgoglio”. Ora, i detrattori in preda al delirio  anti-spiegazionista sono ben identificabili in una sorta di ristretta, seppur rumorosa e schiamazzante, consorteria; tuttavia, se qualcuno dei soliti noti  volesse contestare questo dato di fatto, può andare a leggersi le dichiarazioni di Bonelli rilasciate a Franco Busatta, nel libro-intervista “Come Tex non c’è nessuno”. Secondo Busatta, lo stile narrativo di Nolitta può essere definito “didascalico”. Cioè, che intende accompagnare per mano il lettore all’interno della storia. Commenta Sergio: “E’ vero. Nel racconto bonelliano lo svolgimento della vicenda deve sempre essere molto chiaro e ben spiegato. Anche perché le nostre pubblicazioni sono pensate non tanto per l’intenditore, per il cultore del fumetto, ma soprattutto per il lettore, appassionato o occasionale, per il fruitore distratto, che magari vuole da un fumetto soltanto mezz’ora di spensierata, distensiva lettura”. In un’a intervista, Sergio confessa: “Le mie ultime esperienze di editore mi hanno insegnato che il fumetto come lo intendevo io ha fatto il suo tempo. Oggi c’è un modo di sceneggiare diverso, le storie sono più complicate e richiedono una complicità maggiore con il lettore”. Cioè, il lettore è chiamato a scervellarsi di più per seguire una storia. Nolitta stava bene attento che non succedesse: la storia doveva essere chiara al fruitore in modo tale che lui arrivasse alla fine con la sensazione di aver capito tutto, non avendo trovato nulla che non torni. Se ci sono lettori a cui questo non va bene, forse hanno sbagliato fumetto. Noi su Zagor cerchiamo di essere lineari e quindi spiegare il perché delle varie cose. 

Non so se mi spiego

Pensando che ci sarà sempre qualcuno che criticherà lo spiegazionismo, cerco di essere il meno spiegazionista possibile. Cioè mi pongo il problema. Però talvolta le spiegazioni vanno pur date (ci sono dei misteri da chiarire) ma soprattutto mi è stato sempre chiesto dalla casa editrice di fornirle. Quante volte mi è successo nella far leggere certe storie a Decio Canzio o a Mauro Marcheselli di sentirli chiedermi spiegazioni sul perché Zagor faceva una cosa e non un'altra! E quando io replicavo che dalle tavole si capiva, mi sentivo dire che bisognava spiegarlo a vantaggio di chi non avrebbe capito, perché questo era il nostro modo di fare, per cui magari dovevo aggiungere una frase (per poi sentirmi dire dai lettori che c'era troppo spiegazionismo).  

Quante volte Sergio mi ha fatto aggiungere balloon a delle vignette mute! Se facevo una vignetta muta, mi diceva che su Zagor si usa mettere il pensiero, perché fa parte dello stile della serie, come l’uso della gabbia o il minimo ricorso alle scontornate (una volta Bonelli mandò addirittura una circolare per vietarle). Nell’immagine che vedete qui sotto potete leggere una pagina della sceneggiatura della mia prima storia di Zagor, “Pericolo mortale” (1991) con le annotazioni a penna rossa dell’editor dell’epoca, Renato Quierolo, quello che per incarico di Sergio Bonelli e di Decio Canzio mi addestrò e mi face da maestro. 



Ebbene, in un dialogo, un trapper di nome Jeremy dice, davanti a un cadavere straziato: “Con ogni probabilità è quanto resta di Frank”. Al che Renato chiede: “Come fa a dirlo? Come lo riconosce? Brandelli di vestiti? Cartucciera o cosa?”. In altre parole mi viene chiesto di spiegare. In qualche modo il lettore doveva essere informato su come sia possibile per Jeremy riconoscere Frank. Magari aggiungendo una frase del tipo: “riconosco il suo vestito” o “riconosco la sua cartucciera”. Queste sono le indicazioni che venivano date sulla base di quanto richiedeva Sergio, che poi avrebbe letto a sua volta la storia aggiungendo altre richieste di chiarimenti.

Zitti e muti

Le vignette mute, senza frasi dette e senza pensieri, non sono state vietare, solo non ce ne devono essere troppe. Un'intera pagina di vignette mute ad esempio non sarebbe stata accettata da Bonelli. A parte il fatto che io, come è facilissimo constatare, ho sempre usato più vignette mute di Sergio, però l’usanza che abbiamo ereditato è che Zagor pensa. Che dia tanto fastidio questo fatto mi sembra strano. Se deve accendere il fuoco per i messaggi di fumo, pensa: “Ecco il punto adatto per  i messaggi di fumo”. Ai detrattori questo dà fastidio. Vorrebbero che facesse i segnali senza pensare nulla. Ma anche il fare delle tavole del tutto mute, alla maniera di Ken Parker, disturba un certo tipo di lettore, che non ne capisce il perché. Ricordo che Sergio Bonelli, quando scrissi la scena finale della storia della spedizione alpinistica sul “gigante di pietra” (Gli indiani delle praterie, Zenith 557-560),  lesse la scerna in cui  Zagor cade in un crepaccio insieme a un altro alpinista. L’amico muore e Zagor cade in ginocchio disperato e china la testa. Sergio ironicamente mi chiese perché non dicesse niente, se stava bisbigliando delle preghire per il defunto o che cosa. Io quella scena l'ho difesa e lasciata senza balloon. Insomma, su Zagor le storie si raccontano spiegando e facendo ricorso ai pensieri. Poi dà tanta noia? È una cosa così insopportabile? E perché quelli a cui dà noia devono dettare legge e pretendere di aver ragione loro?

Non restare chiuso qui, pensiero

Se io penso che devo andare al lavoro, penso "è ora di andare al lavoro". E se un fumetto dovesse descrivere i miei pensieri, in una nuvoletta che esce dalla mia testa andrebbe scritto: "è ora di andare al lavoro”. Dov’è lo scandalo? Nella vita reale capita a tutti di pensare: “meglio che faccia così” o “meglio che faccia cosà”, e di ripassare mentalmente il perché si  è deciso di farlo. Dunque, perché su Zagor non ci può essere un balloon di pensiero che esprime il momento della scelta del soggetto di fare una certa cosa?  E perché non accettare che questi pensieri servano a farci entrare nella psicologia di un personaggio, a dimostrarci che ragiona sulle cose, che fa delle scelte, che cerca di fare la cosa giusta, che agisce secondo un piano, che è propositivo? E’ davvero un mistero. Sono pronto a prendermi tutte le colpe per aver fatto pensare a Zagor "è un buon posto per fare i segnali di fumo" (una colpa senza dubbio gravissima), ma non mi si dica che su Zagor è prassi fin dai tempi di Nolitta fare lunghe sequenze mute e che io ho rotto improvvisamente la tradizione, perché è esattamente il contrario. La tradizione è quella dei pensieri e non sono per niente frequenti le scene mute. E' qualcosa che contraddistingue il modo di raccontare di Zagor. 

Una volta (in occasione della storia del ritorno di Robert Gray) sono stato criticato dal detrattore di turno per questa scena: un tale ha massacrato di botte Zagor e sta per ucciderlo, e c'è Cico con la pistola a portata di mano che non interviene. Ho fatto pensare al pancione la spiegazione del perché sia meglio non interviene. Secondo un tale, non doveva pensare nulla. Al che, qualcun altro si sarebbe chiesto: e perché non interviene? Il mancato intervento senza spiegazione sembra assurdo. Ma tant'è: gli spiegazionofobi preferiscono che qualcuno si comporti in modo assurdo piuttosto che un semplice pensiero giustifichi quel comportamento. Peraltro, non è che un pensiero rallenti l'azione: pensare è immediato, per cui non è che c'è da fermarsi per ascoltare un lungo discorso. Lunghi discorsi che sono sempre stati tipici dello Zagor di Nolitta. Non starò a ricordare tutto il bellissimo, ma retorico, discorso al principe Minamoto, ma quante volte abbiamo sentito lo Spirito con la Scure arringare agli indiani cercando di convincerli delle sue ragioni nel modo che è loro caro (e quindi anche retoricamente, o con certo modo di argomentare)? Per gli anti-spiegazionisti ecco che Zagor non deve parlare più perché se una una frase di più scatta l'accusa di spiegazionismo, e gli indiani devono adattarsi ai ritmi da videoclip. Se poi, come accade talvolta, il parlare serve a guadagnare tempo ed è indice di astuzia, niente da fare: per i detrattori più piccati, non bisogna farlo parlare. 

L’etichettatura

Potremmo addirittura fare un’analisi delle sceneggiature di Nolitta e scopriremmo come questi fosse assai più spiegazionista del sottoscritto  nei balloon e soprattutto nelle didascalie (che io ho quasi abolito senza che, a quanto pare, nessuno se ne sia accorto). Ma altrettanto sicuramente più spiegazionista di me è l’ottimo Jacopo Rauch, a cui, come editor, cancello la metà dei discorsi dei balloon perché non se la prendano anche con lui. Tuttavia l’etichetta di spiegazionista è stata data a me e temo che sia diventato a tal punto un luogo comune che non me la toglierò più di dosso, neanche se scrivessi d’ora in poi soltanto storie mute. Le etichette sono impossibili da togliere. Ci sono, peraltro, in letteratura, scrittori oltremodo spiegazionisti che godono di grande successo: per esempio, in ordine alfabetico, Isaac Asimov, Agatha Christie o Stephen King. E' il loro stile. Chi non apprezza il lento incedere analitico della prosa di King, semplicemente non lo legge - ma nessuno gli contesta il diritto di scrivere con gli pare. 



Personalmente apprezzo le storie in cui capitano dei fatti misteriosi su cui si deve indagare, e mi piace scoprire poi il perché e il percome, svelare i retroscena, accorgermi di come stavano veramente le cose. Mi piace lo svelamento in flashback di episodi del passato che sembravano inspiegabili. E dunque, come autore, cerco di scrivere le storie che poi mi piacerebbe leggere come lettore. Se spiegazionismo significa fornire spiegazioni sui misteri su cui si e indagato, mi sembra che sia peggio non fornirle, queste spiegazioni. Si dovrebbe contestare la mancanza di spiegazioni, non che vengano date. Forse quel che mi si obietta e l'eccesso di spiegazioni, ma anche in questo caso la cosa e opinabile. Chi stabilisce che cosa e in eccesso e che cosa no? Mi trovo a pensarci e ripensarci ogni volta che scrivo un dialogo. "E' necessario spiegare questo e quest'altro?" mi chiedo. Se lascio la spiegazione significa che mi rispondo di si. Sono convinto che se non spiegassi poi qualcuno mi accuserebbe di non aver spiegato. Quando mi sembra il caso di spiegare, cerco di farlo nel modo più accattivante possibile in modo da non stancare troppo, certo che qualunque cosa abbia fatto non riuscirò mai ad accontentare tutti.  Può darsi che lo che spiegazionismo corrisponda a una mia esigenza interiore di razionalità, di chiarezza, di ordine mentale che fa parte del mio carattere, che rifugge l'irrazionalità. Sento il bisogno di trovare risposte ai tanti perché della vita, e visto che non ho la minima idea di chi sono, da dove vengo e dove sono diretto, lasciatemi almeno spiegare nei miei fumetti chi sono, da dove vengono e dove sono diretti i miei personaggi.

Così è se vi pare

A un certo punto poi bisogna anche considerare che esiste quella che si chiama la “calligrafia dell'autore”. Un certo autore scrive in un certo modo, ha un suo modo di fare; così come Mignacco scrive alla Mignacco, e Boselli alla Boselli, Burattini scriverà alla Burattini. Se non ti piace, non leggerli. Non è che posso scrivere sotto dettatura. Siccome c'è  Tizio che non vuole che Zagor pensi, io dovrei sceneggiare come piace a lui. No, io scrivo come, secondo me, va scritto. Se a lui non piace, ha due soluzioni: o se lo fa piacere, nel senso che rispetto ai tanti pregi quel difetto si può anche tollerare; oppure, se è così insopportabile, non legge le storie di Burattini. 

Concludo facendo notare che io non scrivo e non ho scritto soltanto Zagor. Quando sceneggio Tex o Dampyr uso lo stile di sceneggiatura tipico di Tex e di Dampyr. Dunque rivendico il diritto, quando sceneggio Zagor, di usare lo stile di sceneggiatura tipico di Zagor. Di recente ho pubblicato una raccolta di racconti intitolata “Dall’altra parte”. Sono tutti racconti molto brevi perché non so scrivere racconti lunghi. Non ho mai pensato di scrivere un romanzo. Persino quello intitolato “Le mura di Jericho”, che potrebbe essere definito romanzo (è una storia di Zagor in prosa) non supera le cento pagine.  Sono essenziale, conciso, non mi perdo in descrizioni, racconto una storia senza fronzoli. E dunque? Dov’è lo spiegazionismo? E vogliamo parlare della mia produzione di aforismi? Due antologie, la seconda delle quali si intitola “Sarà bre”. Un titolo che è tutto un programma. Gli aforismi si basano sull’estrema sintesi nell’esprimere un concetto. Dunque si potrebbe dire che ho la battuta fulminante nel DNA. Però, per i detrattori, resterò sempre Moreno Burattini, lo spiegazionista.

giovedì 11 gennaio 2018

ERRORI DI STUMPA


Dopo una vita passata a cercare, correggere e lasciarmi sfuggire ogni sorta di possibile (e impossibile) errore di lettering negli albi di Zagor, mi sono convinto che la parola “refuso” si scriva in realtà “resufo”,  ma nessuno ci riesca. Una delle famose leggi di Murphy (colui che per primo teorizzò che “se qualcosa può andar male, lo farà”) è la “legge di Jones sull’editoria”, che recita: “gli errori si vedono solo quando il libro è stampato”. Dal canto suo, uno dei creatori di Nathan Never, Michele Medda, ha elaborato una "legge sul refuso nascosto" applicata al mondo dei fumetti: “ogni errore diventerà immediatamente evidente appena l’albo uscirà in edicola”. Tutto ciò per consolarmi e, se mai potessi, consolarvi per il numero di refusi che sfuggono a ogni controllo e giungono sull’albo di Zagor mandato in stampa. I lettori inevitabilmente se ne accorgono, e talora si lamentano. Ovviamente, hanno ragione. Me ne lamento anch'io. Ritengo che si debba intervenire sulla serie di concause che li provocano. 


Fermo restando che si trovano refusi anche fuori dagli albi dello Spirito con la Scure e che non ci sono pubblicazioni esenti (se ne trovano anche su riviste patinate e libri prestigiosi), il problema esiste e va affrontato. Passo la giornata in ufficio accanto a colleghi scoraggiati quanto me per la (piccola o grande) quantità di errori che nonostante l’impegno di più persone non riescono a venire fermati o, se anche si correggono, si riformano. Mi scuso a nome della squadra ogni volta che qualcuno me li fa notare. È una sorta di maledizione che demoralizza. Se i controlli mancassero non ci sarebbero correzioni durante la lavorazione; invece, le correzioni sono infinite. Il tempo che la redazione passa a dare la caccia alle magagne, prima, e a risolverle, poi, è spropositato. Tuttavia, i refusi sono aumentati, e proverò a ragionare sulle cause e sulle possibili soluzioni.

Comincerò intanto con il segnalare che cosa scriveva Sergio Bonelli nella rubrica “Postaaa!” sullo Zagor del luglio 2003. Ipse dixit: “Purtroppo, la lotta contro gli errori di questo tipo è la disperazione di tutti i correttori di bozze da quando esiste la stampa (e prima, anche gli amanuensi riempivano di svarioni i loro codici). Per evitare che vengano pubblicati, si leggono e si rileggono più volte le pagine durante le varie fasi della lavorazione, e ogni volta viene corretto qualcosa (e a volte le correzioni sono esse stesse causa di altri errori). Più letture si fanno, più errori si scoprono: ma per quanti controlli si eseguano, si può essere certi che qualcosa finirà fatalmente per sfuggire anche all’occhio più attento. Chi cura gli albi lavorando in redazione combatte una strenua battaglia quotidiana. Boselli e Burattini di recente mi hanno fatto sorridere ricordandomi una famosa striscia di 'Topolino giornalista', una classica storia di Floyd Gottfredson del 1935: Topolino e i suoi amici stampano la prima copia di un quotidiano da loro fondato, che naturalmente è piena di errori fin nei titoli”.

Dato che Sergio diceva tutto ciò quindici anni fa, non si può certo dire che il problema sia soltanto degli ultimi tempi (né che riguardi soltanto la mia gestione, come qualche detrattore più infervorato cerca di sostenere).  In una delle più antiche versioni a stampa  della Bibbia, pubblicata nel 1631 in Inghilterra, c’è un unico errore in tutto il libro: la mancanza di un “not” all’inizio di uno dei Dieci Comandamenti, che diventa “Thou shalt commit adultery”. In pratica: “Devi commettere adulterio”. La filologia, la scienza che consiste nel confrontare fra loro i manoscritti di una stessa opera alla ricerca della versione del testo originariamente redatta dall’autore, trova la sua ragion d’essere appunto nel fatto che tutti i manoscritti sono diversi per gli sbagli commessi dai copisti. Degli ottocento codici della “Divina Commedia” giunti fino a noi, non ce n’è uno uguale all’altro. Per approfondimenti potreste leggervi il mio Dampyr “La porta dell’inferno”, ci ho fatto una storia sopra. Ciò ci permette di tornare subito in ambito bonelliano e annotare come i refusi non affligono (ahinoi) soltanto Zagor (sarebbe bello se fosse così), ma tutte le collane, dove e quando più, dove e quando meno. 

Non si tratta di superficialità perché ogni albo passa sotto l'esame di almeno quattro o cinque persone diverse, che si accaniscono sui balloon in ripetuti passaggi, però vuoi per i tempi stretti di lavorazione imposti dalla serialità, vuoi per la digitalizzazione del lettering, vuoi per il gran numero di incarichi tutti urgenti da sbrigare, vuoi per la serie di passaggi, vuoi per la contingenza degli eventi, alcuni refusi sfuggono comunque. Anche uno sarebbe troppo, ma tant'è.

Quando dico che ci sono non soltanto più letture, ma fatte da più persone, descrivo la realtà: c’è una lettura del letterista che rilegge i propri balloon, quella del curatore che passa la sua copia a un collega incaricato di aggiungere i suoi occhi ai precedenti, un ulteriore riscontro a interventi fatti (con un riscontro dei riscontri), e quindi la correzione delle bozze prima della stampa fatta da due persone ancora diverse. Se passa in redazione lo sceneggiatore, il più delle volte rilegge anche lui e segnala le sviste che riscontra. I grafici correttori dei disegni concorrono a trovare uno svarione qua e uno là quando le vignette su cui intervengono finiscono sotto i loro pennelli. Insomma, un lavorone. Non fatto da una persona sola. Perciò, dando pure per scontato che il sottoscritto sia un emerito imbecille che non cava un ragno dal buco, lo stesso non si può dire di tutti gli altri, evidentemente, a meno che non siamo tutti degli incapaci. 

Peraltro, riguardo l'inabilità nel trovare refusi, io ho una mia teoria: trovo limitante fino all’offensività circoscrivere i pregi di una persona al fatto che non gli sfuggano degli errori. Ci sono professionisti della caccia al refuso bravissimi a fare quello, ma ci sono altri talenti di tipo diverso (per esempio gestire il gioco di squadra, scrivere redazionali, fare ricerche d’archivio, ideare e organizzare iniziative, trovare soluzioni a buchi narrativi, affrontare emergenze anche fuori orario, e via dicendo). Perciò, in generale, bisognerebbe distribuire il lavoro in modo che a ognuno sia dato modo di esprimere le proprie capacità in un settore specifico.

Come ogni anno in questo periodo, Saverio Ceri ha pubblicato su Dime Web la sua rubrica in cui dà i numeri. Quella cioè in cui riporta statistiche e classifiche sulla produzione bonelliana durante l’anno solare appena concluso. I dati evidenziano il risultato record per la produzione zagoriana 2017 che, grazie anche alla miniserie di Cico, ha sfornato ben 2764 pagine a fumetti.  E’ evidente che se la quantità di pagine da controllare aumenta e il tempo fisico per farlo è sempre lo stesso, così come sempre le stesse sono le persone impiegate, il rischio che sfuggano dei refusi aumenta. 

Ma a peggiorare le cose è giunta la digitalizzazione del lavoro. Fino a qualche anno fa, in tipografia mandavamo le tavole originali, cioè fogli di cartoncino sui quali testi e disegni erano stati corretti e giudicati a posto. Venivano stampati quelli. Oggi, in tipografia, arrivano dei file passati precedentemente più volte via server tra i vari uffici. Ogni file ha subito una modifica in un ufficio e una in un altro, e ha, per giunta, vari livelli, come ben sanno quelli che masticano grafica computerizzata. Come essere sicuri che nella cartella con i 110 file che compongono, per esempio, un albo di Tex, siano finiti tutti i file giusti, quelli corretti in modo definitivo, e non ce ne siano, per sbaglio, alcuni di passaggi intermedi? Come impedire che, salvando in memoria una correzione fatta, quella versione finisca non nella cartella finale ma in quella precedente? Maneggiando migliaia e migliaia di pagine ogni mese, come si può ben immaginare, tutto può succedere. E non è detto che sia colpa del curatore di testata: avviene, per colpa della sorte cinica e bara, nonostante il suo impegno – e anche quello degli altri. Un sacco di volte, vedendo un errore finito in edicola, dico fra me: eppure questo l’avevamo corretto. L’obbligo infine di rispettare le consegne alla stampa di tanti albi, tutti i giorni, in un ciclo di lavoro che non si interrompe mai, peggiora le cose.

Ovviamente i lettori non sono tenuti a fare tutte queste considerazioni: vedono il refuso e considerano incapace il curatore di testata o trasandata la redazione nel complesso. Il nuovo corso bonelliano però sta aggiustando pian piano tanti meccanismi e ogni errore scoperto porta a prendere contromisure. Piano piano, ne sono sicuro, le cose miglioreranno. Quel che è certo, è che chi lavora in Via Buonarroti ce la mette tutta, tutti i giorni.



lunedì 8 gennaio 2018

LUNA PIENA



Tra le storie Bonelli del 2017 preferite dai recensori di uBC c'è "Brezza di Luna".
L'articolo completo lo trovate qui.

Grazie a Cristian Di Clemente e naturalmente a Lola Airaghi, con la quale abbiamo in programma di dare un seguito alla storia.


Le 36 tavole di Brezza di Luna sono un piccolo grande capolavoro che da solo meriterebbe l’acquisto dello sperimentale albo Maxi di settembre, "I Racconti di Darkwood", che ha ospitato racconti brevi raccordati da una storia di stampo classico.
Sperimentazione è una parola che fa spesso a pugni con il pubblico zagoriano, dato che quest’ultimo è molto difficile da accontentare: una parte notevole di lettori (almeno a leggere i social) ritiene infatti che Zagor sia implicitamente terminato nel 1980 con Nolitta o non tollera un’interpretazione grafica che non ricalchi quella di Ferri (la cui longevità artistica, un “unicum” nel fumetto italiano, ha finito così per diventare, per certi aspetti, un “boomerang”).
In tale contesto, “Brezza di Luna” è una storia notevole, perché ha avuto il coraggio di sperimentare sia per gli aspetti grafici di “superficie”, sia per i contenuti, trattando un tema scabroso (un tempo tabù su Zagor) e adulto con crudezza ma anche con una delicatezza che incanta: è un racconto cupo illuminato da una luce di speranza universale, in cui l’odio e volontà di vendetta si trasformano in catarsi.
Complimenti, pertanto, a Moreno Burattini per il soggetto e a Lola Airaghi per la superba prova grafica ai disegni, con contrasti bianco/nero da incorniciare, di grande suggestione e intensità espressiva.


Cristian Di Clemente




sabato 6 gennaio 2018

MISTERO





Il mistero delle stigmate fatte venire ai buoni invece che ai cattivi.

Il mistero di quelli che preferiscono gli youtubers a Stanlio e Ollio.

Il mistero dei camerieri che non guardano mai dalla nostra parte quando ci sbracciamo a chiamarli.

Il mistero di quelli che ti portano rancore mortale per anni e anni senza che tu lo sappia o immagini perché.

Il mistero di quelli che invitano trecento persone al loro matrimonio.

Il mistero dei film costati miliardi e con un cast stellare, brutti.

Il mistero di chi balla la techno invece di Gloria Gaynor.

Il mistero dei fumetti che arrivi in fondo e non ci hai capito niente.

Il mistero di quelli bruschi e sgarbati con i propri cari.

Il mistero di quelli sempre incazzati.

Il mistero degli attori e dei cantanti molto bravi che a un certo punto spariscono nel nulla.

Il mistero di chi getta le cicche in terra che tanto qualcuno le raccatterà.

Il mistero di quelli che non ridono guardando Fantozzi.

Il mistero di quelli che criticano i gusti musicali altrui.

Il mistero degli Ultras delle squadre di serie D.

Il mistero di quelli con l'ombelico in fuori.

Il mistero di quelli che bevono gli aperitivi in piedi sul marciapiede fuori dal bar.

Il mistero di chi non la lecca.

Il mistero di quelli con il dente d'oro.

Il mistero dei tavolini dei ristoranti che ballano.

Il mistero delle case senza libri.

Il mistero del perché la carta da pareti si chiami carta da parati.

Il mistero delle donne che non la danno.

l mistero di quelli che nonostante le foto raccapriccianti e le scritte minatorie sui pacchetti di sigarette continuano a fumare.

Il mistero di quelli che non leggono i fumetti.

Il mistero della penuria di prese elettriche nelle stanze d'albergo.

Il mistero di quelli che hanno voglia di litigare.

Il mistero di quelli che non tirano lo sciacquone.

Il mistero di quelli che nei bagni pubblici non chiudono la porta anche se funziona e li trovi dentro quando cerchi di entrare tu.

Il mistero di quelli che prendono la tessera di un partito.

Il mistero della foto del personaggio famoso nel cruciverba della prima pagina della Settimana Enigmistica.

Il mistero degli orologi pubblici guasti.

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Tutti i misteri di questo post sono stati pubblicati durante il mese di dicembre 2017 sul mio profilo Twitter @morenozagor.



venerdì 5 gennaio 2018

UN LETTORE IN CATTEDRA





Di Anna Teresa Fiori, soprannominata ormai “la maestra a fumetti”, ho già parlato più di una volta su questo blog. Giusto per fare il riassunto delle puntate precedenti, e rinfrescare la memoria ai più distratti, basterà dire che da qualche anno, insegnando in una scuola elementare romana, Anna Teresa porta avanti una interessante esperienza scolastica con i suoi alunni (ormai distribuiti su due cicli didattici diversi) basata sulla lettura (con conseguente analisi, discussione e rielaborazione di ciò che si è letto) di albi a fumetti, in particolare di Zagor e dei personaggi Disney. Addirittura, una volta, il settimanale “Topolino” ha dedicato un intero servizio fotografico alla classe della maestra Fiori, dopo che un paio di autori disneyani erano andati a trovare i bambini nella loro aula, cosa che io stesso ho fatto in un paio di occasioni, in una accompagnato anche da Massimo Pesce. Qualche settimana fa, i ragazzi hanno invece ricevuto la visita di Pietro Signorelli. 

Chi è Pietro? Non è un autore, ma un lettore di Zagor. Uno di quei lettori che tutti gli autori vorrebbero avere: attento, interessato, colto, cordiale, misurato nelle critiche e nei complimenti. Mi è capitato di conoscerlo una volta a un incontro con il pubblico, gli ho prestato tutta l’attenzione che le sue domande richiedevano, l’ho visto tornare ad altri incontri sempre più coinvolto dall’entusiasmo contagioso della grande famiglia zagoriana, fatta di forum, gruppi Facebook, amici di penna e compagni di tavolate. Non so bene che mestiere faccia Pietro, credo di aver capito che si occupi in qualche modo e maniera di contabilità, ma so che è ferratissimo riguardo al cinema, argomento su cui gli capita di organizzare conferenze o di parteciparvi. Forte appunto della sua capacità di intrattenitore  già messa alla prova in questo ambito, un incontro durante una manifestazione zagoriana con la “maestra a fumetti” è bastato a convincere entrambi del fatto che si potesse organizzare una sorta di “lezione” su Zagor. Così, Signorelli si è recato a Roma (non esattamente dietro l’angolo per lui che vive a nord del Po) e ha intrattenuto la classe (una seconda elementare) di Anna Teresa, dando vita a un incontro vivace e divertente. Ho chiesto a Pietro di scrivere un suo resoconto, e volentieri lo pubblico qui di seguito, corredato dalle foto che lui stesso mi ha inviato. Un grazie a lui e alla maestra Fiori!


LEZIONE DI ZAGORIANITA’ APPLICATA
di Pietro Signorelli

Amici zagoriani, tanto per prendere in prestito per una volta il tradizionale incipit della rubrica “I tamburi di Darkwood” oltre che lo spazio del titolare di questo blog, vi racconto come mi sia venuta in mente una particolare iniziativa, dopo aver vissuto tre bellissime giornate in compagnia di appassionati e autori in quel di Varazze in occasione dell’intitolazione a Gallieno Ferri di una sala della biblioteca comunale “Eugenio Montale”.
Parlando con la maestra Anna Teresa Fiori, presente all’evento, che segue una classe di seconda elementare e della gioia che hanno i suoi bambini nel parlare di fumetti, abbiamo concluso che una lezione di divertimento “zagoriana” sarebbe stata di grande interesse e crescita per loro ma soprattutto per noi messi alla prova nella nostra passione di sempre dal loro entusiasmo incontenibile. Appena hanno saputo dell’iniziativa i piccoli si sono mobilitati e hanno preparato regalini di ogni tipo e biglietti di benvenuto e ringraziamento, mentre il meraviglioso cuore dei partecipanti al gruppo Facebook “Zagor lo spirito con la scure” ha provveduto a inviare regali di ogni tipo ai bambini (albi e varie, una scure compresa!), mentre gli artisti Luca Corda e Lola Airaghi hanno dedicato ognuno un quadretto personalizzato.

E così il giorno 14 dicembre mi sono recato a Roma presso la scuola “La Giustiniana” per iniziare questa entusiasmante quanto particolare avventura, io fan di sempre che ha passato parecchio tempo alla loro età a scontrarsi con realtà scolastiche della giovinezza che nei confronti del fumetto operavano una severa caccia alle streghe. Inutile dire che appena sono arrivato con la mia maglietta zagoriana nella classe sono stato travolto letteralmente dai venticinque scalmanati entusiasti piccoli lettori che mi hanno subito dato modo di avere grande soddisfazione con un biglietto di benvenuto molto particolare appeso lungo la diagonale della classe.
L’incredibile è che le domande e le paure per come proporsi sono svanite in un secondo, mi hanno preparato i gessetti e alla lavagna ho cominciato a raccontare di Zagor e Cico, degli amici e dei nemici che ne distinguono il mondo fittizio di Darkwood, ho parlato loro di Nolitta/Bonelli e di Ferri e dei loro eredi che hanno portato il nostro eroe dalle strisce fino all’infinito. I bambini hanno anche preso appunti, fatto domande, mentre l’apoteosi è giunta parlando degli animali strani di Darkwood come il Going-Going mangiatutto e il Pisum Alatum che per colpa sua ha fatto una brutta fine in uno degli Speciali dedicati a Cico. I ragazzi hanno scritto sulla lavagna “Siamo tutti Going-Going” e iniziato a saltare per i corridoi in un entusiasmo incontenibile.



Veicolare una “lezione“ (parolone) su Zagor ha prodotto l’incredibile effetto che i bimbi si sentissero come in gita, non a scuola ma a una riunione di appassionati e amici, e possiamo dire che la scintilla dell’input futuro per la conservazione e passaggio generazionale sia in buone mani se abbiamo fiducia che raccontare di certe cose non distoglie dall’insegnamento e apprendimento, anzi aiuta la formazione delle attività principali della seconda elementare, ossia la scrittura e il disegno che nel fumetto trovano il perfetto connubio unendosi (e qualcuno dimentica troppo facilmente che stiamo parlando di una forma d’arte esattamente la nona). Quello che poi io posso aver regalato a loro è infinitesimale rispetto alla soddisfazione che i piccoli mi hanno dato, facendomi sentire importante per loro e addirittura chiedendomi degli autografi!


Ringrazio la maestra Anna, grande amica e zagoriana che mi ha ospitato trattandomi con ogni riguardo, gli amici del gruppo per la loro infinita generosità, Lola e Luca, ma anche Moreno che con dei contatti prima sulla rubrica dei “tamburi di Darkwood” e poi con la conoscenza personale ha creato la magica scintilla per uscire dal nascondiglio di lettura isolato di una camera per proporsi al mondo in tutta la sicurezza e gioia possibile.
Invito chiunque ami il fumetto e non solo Zagor se incontra una maestra lungimirante come Anna (e ce ne sono, tranquilli) che non pratica ostracismo alle nuvole parlanti ma ne favorisce il linguaggio nella giusta età (quella tenera e verde) non esiti a organizzare incontri come questi che sono orgoglio dello spirito con la scure o senza. Chiudo nell’unico modo possibile questo messaggio di ringraziamento ai piccoli della seconda elementare come hanno fatto loro nel saluto di arrivederci a presto del venerdì sera : aaahhyyyaaakkk!


martedì 2 gennaio 2018

TUTTO BATTISTA E BURATTINI



Fra le più belle sorprese del 2017, c'è sicuramente la pubblicazione di cui qui sopra vedete la copertina. Copertina che, purtroppo, è opera mia - ma non è colpa mia, nel senso che io ho cercato in tutti i modi di sottrarmi alla richiesta di Stefano Bidetti e di Francesco Pasquali, i principali artefici dell'iniziativa, ma i due sono stati irremovibili nel pretendere che fossi io a disegnare la cover di questo numero della loro rivista SCLS Magazine. 

Un numero che, come recita una scritta sul bordo, si è rivelato essere uno "Speciale Moreno Burattini". In realtà, che si trattasse di un tomo monografico l'ho scoperto soltanto quando l'ho potuto sfogliare la prima volta, peraltro nel corso di una occasione pubblica (una pizzata natalizia dei lettori di Zagor). Si è trattato di una vera sorpresa sia per i contenuti tutti incentrati su di me, sia per il numero di pagine davvero esorbitante, ben 270! In pratica, un veri e proprio libro, addirittura di grande formato, stampato su carta lucida e a colori, ricco di testi, disegni, fotografie. Insomma, una sorta di enciclopedia sul sottoscritto. Non posso che ringraziare commosso per tanta attenzione! 

Io credevo che si sarebbe tratto di una "normale" quindicesima uscita di una rivista (di solito davvero ben fatta), all'interno della quale sarebbe stata contenuta una mia intervista e la ristampa di tutte le storie di Battista il Collezionista, un personaggio a fumetti da me creato nel 1985 e pubblicato per qualche anno sulle pagine della fanzine "Collezionare", per poi finire in tre storie di Cattivik disegnate da Giorgio Sommacal. Alla fine, la raccolta delle avventure di Battista c'è, ed è completissima con tanto di apparato critico, ma c'è anche molto altro. 

Chi ha letto le storie del mio buffo collezionista dice in genere di essersi divertito, dunque non posso che consigliarvi di procurarvi SCLS Magazine n° 15 per averle tutte a casa vostra, se siete fra i ventitré lettori di ciò che porta la mia firma. Più di cento le pagine di Battista contenute nel volume, che comprendono non soltanto le prime storie degli anni Ottanta, ma anche quelle che ho realizzato un anno fa con Marcello Mangiantini.

L'intervista a cui mi hanno sottoposto Bidetti e Pasquali, e riportata con un ricco corredo fotografico tra pagina 102 e pagina 132 è la più lunga ed esaustiva che mi sia capitato di vedere pubblicata escludendo forse il libro di Laura Scarpa dedicato al sottoscritto nella collana "Lezioni di Fumetto", ma qui le domande  sono diverse e anche più personali. Credo di essermi confessato in pubblico al pari di quando nascondo un po' di verità su di me nei miei aforismi. C'è pure un po' del mio noto spirito polemico, compensato per fortuna, sempre e ad abundantiam, da quel buon carattere che mi viene di solito riconosciuto e a cui hanno fatto cenno anche i tanti amici chiamati a raccontare di me (come Francesco Manetti, Graziano Romani, Giuseppe Pollicelli e Jacopo Rauch). Uno stuolo di saggisti analizza poi i pregi e i difetti della mia produzione a fumetti legata a Zagor, e sono grato a tutti per l'attenzione che mi è stata dedicata. Francesco Manetti ha recensito da par suo il volume sul blog "Dime Web": potete leggere ciò che ha scritto cliccando qui. Per procurarvi lo "Speciale Moreno Burattini"  potreste anche venire il 13 gennaio alla presentazione che ne verrà fatta a Roma presso la Scuola Internazionale di Comics di Via Lemmi 10. Grazie in anticipo a chi vorrà esserci. Se invece volete ricevere il volume per posta,  ecco recapiti:
info@sclsmagazine.it
sclsmagazine@gmail.com
Francesco 328-4920420
Stefano 348-7681641.