martedì 5 maggio 2020

SICILIA DIME NOVELS




Se ci sono all'ascolto dei cultori dei miei racconti, magari convinti dai 26 contenuti in "Dall'altra parte" (Cut-Up), sappiano che uno inedito è stato pubblicato nell'antologia "Sicilia Dime Novels" (il libro che tengo in mano nella foto qua sopra), del quale ho scritto anche la prefazione. A parte la mia, sono belle (se non di più) anche tutte le altre 31 storie.
Di che cosa si tratta? Due parole per spiegarlo. Le mie frequenti visite Sicilia in occasione di Etna Comics mi hanno guadagnato l'amicizia (salda come la roccia effusiva) di un buon numero di catanesi. Tra questi, l'infaticabile Giuseppe Reina, animatore di mille attività in Rete e sul suo territorio. In particolare, da un po' di tempo a questa parte, Giuseppe è presidente dell'associazione culturale Mascalucia Doc, dal nome della località etnea dove ha sede. Proprio questa associazione ha dato vita, nel corso del 2019, a un contest letterario intitolato "Sicilia Dime Novels", ovvero un concorso per storie brevi scritte da non professionisti, quindi fresche e spontanee, legate al territorio siciliano (ma non necessariamente). Mi venne chiesto di far parte della giuria, seppur distante, cosa che ho accettato di buon grado, trovandomi peraltro in eccellente compagnia. 

Gli organizzatori credevano di ricevere un piccolo numero di adesioni, dato che il concorso era alla sua prima edizione, e considerando come Mascalucia non sia (ed è un vero peccato) al centro del mondo. Invece, inopinatamente, i racconti in lizza sono stati numerosissimi. Tra i premi in palio, la pubblicazione dei testi piazzati ai primi posti in classifica in un libro pubblicato a carico dell'associazione. Alla fine il libro è uscito raccogliendo 32 racconti, tra cui uno mio. Non perché abbia partecipato alla gara (essendo uno dei giudici), ma perché mi è stato chiesto di aggiungerne uno. Ho scritto una short story intitolata "L'esploratore", con protagonista un astronauta approdato su pianeta ostile. Non c'entra molto con la Sicilia, ma mi hanno detto che andava bene lo stesso. Immagino che se un giorno scriverò un seguito di "Dall'altra parte", anche questo racconto potrà entrarvi a far parte. Per "Sicilia Dime Novels" ho scritto una prefazione, che riporto in fondo a questo articolo, dato che serve a inquadrare meglio che cosa si intende per "dime novel". 

Gli altri 31 racconti sono, quasi tutti, invece, legati alla Sicilia, tutti in modo diverso. Talvolta si tratta di ricordi d'infanzia, in altri di racconti di famiglia risalenti a molto tempo fa e quindi riferibili a una terra che sembra non esserci più ma che continua a esserci appunto nelle memorie. Talvolta si sente una struggente nostalgia di sapori, odori, profumi, rumori, paesaggi. Ci sono poi le storie di fantasmi, le rievocazioni storiche, gli incontri immaginari con famosi scrittori siciliani. Davvero insospettabile il talento di scrittrici (in maggioranza) e scrittori non professionisti, ma con tanta voglia di raccontare. Carta, copertina, rilegatura, grafica e stampa del libro sono inappuntabili. 






L'Associazione Mascalucia DOC, che ha pubblicato il libro (frutto di un contest letterario) senza scopo di lucro, mi ha comunicato una serie di link a siti in cui è possibile acquistare l’antologia online:



RACCONTI DA QUATTRO SOLDI
Prefazione di Moreno Burattini

Perché il titolo “Sicilia Dime Novel” dato al contest da cui nasce questa antologia? Sulla parola “Sicilia” non ci sono dubbi, dato che il torneo fra scrittori è stato organizzato a Mascalucia, ridente borgo sulle pendici dell’Etna. Ma “Dime Novel”? Letteralmente, il termine significa “romanzi da dieci centesimi”. Furono un fenomeno editoriale diffuso negli Stati Uniti a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento, che però trova le sue radici in una analoga e precedente produzione inglese, quella dei “penny dreadful”, cioè “orrore da uno spicciolo”. Si trattò di un tipo di narrativa che, a partire dagli anni Trenta del diciannovesimo secolo, proponeva storie a puntate, con periodicità perlopiù settimanale, al costo di un penny per fascicolo. La definizione comprende una grande varietà di pubblicazioni, specializzate in romanzi avventurosi, a volte molto truculenti, sempre comunque scritti in tono sensazionalistico, puntando a sorprendere, inorridire, commuovere o comunque turbare il pubblico, composto soprattutto da acquirenti delle classi povere. Gli agili opuscoli potevano essere venduti a buon mercato anche perché venivano stampati su carta molto scadente, ricavata dalla cosiddetta “polpa” di cellulosa, la stessa da cui deriva il termine “pulp”, che indica la produzione artistica più popolare. 
La risposta americana ai “penny dreadful” furono appunto  i “dime novel”. Le caratteristiche erano molto simili, ma le tematiche furono adattate ai gusti dei lettori del Nuovo Mondo. In particolare, si inaugurò un filone di storie avventurose e drammatiche ambientate nelle terre di frontiera, e in particolare fra i pellerossa. Quello che viene considerato il primo esempio di “dime novel”, datato 1860, si intitolò “Malaeska: la moglie indiana del cacciatore bianco”. Si tendeva a rivolgersi a lettori giovani e facilmente impressionabili e si narrava l’eterna lotta del bene contro il male, condita con truci elementi orrorifici. Questi racconti finirono presto per essere seriali, cioè per proporre sempre nuove avventure di uno stesso eroe, come Buffalo Bill o Davy Crockett. Ovviamente la produzione non riguardò soltanto tematiche western, ma anche quelle poliziesche, e molti titoli riguardavano ambientazioni da bassifondi urbani. 
Venendo ad anni più recenti, con la definizione di “pulp magazine” si sono identificate alcune riviste di genere americane come “Weird Tales”, pubblicata a Chicago a partire dal 1923 e destinata a contenere racconti horror e fantastici: vi scrissero sopra autori come Robert Ervin Howard, Howard Phillips Lovecraft e Clark Ashton Smith. Già in precedenza, nel 1920, era nata però “Black Mask”, una rivista prevalentemente poliziesca ma che in realtà presentava, come recitava una pubblicità dell’epoca, "le migliori storie di avventura, i migliori mystery, le migliori storie romantiche e dell’occulto”. Data 1926 è invece “Amazing Stories”, con racconti di genere fantascientifico. Queste e (molte) altre testate del genere diedero il via anche a una vastissima produzione di fumetti “weird” (cioè, “bizzarri”) pubblicati su riviste come “Teles fron the crypt” (1950) o  “Creepy” (1964), per citare soltanto due fra le più illustri. Insomma, stiamo parlando di una incredibilmente vasta produzione di racconti brevi, per lo più horror e con un finale a sorpresa: un genere che può vantare perfino Edgar Allan Poe tra i suoi precursori. 
A rigor di termine, “novel” non significa “novella”, ma “romanzo”. Tuttavia, i dieci centesimo della parola “dime” rimandano alla brevità del racconto. Personalmente ho sempre avuto una autentica passione per i racconti brevi (con una preferenza per quelli fulminanti) di scrittori come Isaac Asimov, Ray Bradbury o Roald Dahl, ma anche Jack London, Ambrose Bierce, Giorgio Scerbanenco o più accademicamente quotati quali Raymond Carver. Esiste tutta una produzione letteraria di novelle e short stories ingiustamente meno considerata di quella dei romanzi. Io stesso sono autore di molti racconti scritti nel corso degli anni, una trentina dei quali sono stati raccolti di recente in una antologia intitolata “Dall’altra parte”. 
Il motivo per cui, in Italia, le antologie di racconti sono meno vendute dei romanzi, non sono mai riuscito a capirlo fino in fondo. Le short stories sono come le ciliegie, una tira l’altra, si adattano alla lettura in treno, si possono gustare durante le attese nelle sale d’aspetto, si riesce ad assaporarle in ordine sparso e quando se me ha voglia. Per di più, scrivere bene racconti belli è difficile, perché il dono della sintesi è raro come quello dell’affabulazione. Un racconto è tanto più è bello quanto più è breve, nel senso che ogni parola è pesata, misurata, calibrata, e quindi scelta o scartata.  “Essere brevi richiede tempo”, scrisse una volta John Dufresne.
La narrativa nasce con le prime tecniche affabulatorie evolute insieme prime manifestazioni del linguaggio: di ritorno da una battuta di caccia, i nostri progenitori si narravano l’un l’altro l’accaduto e, probabilmente, ognuno ci aggiungeva del proprio. I più bravi a raccontare (con i gesti, oltre che con i versi gutturali) finivano per essere, allora come ai giorni nostri, i più ascoltati. La tradizione delle novelle raccontate durante le veglie serali attorno al fuoco (nei millenni passati in cui non c’era la televisione) ha dato vita alle favole e a tutte quelle storie di cui il “Decamerone” o il “Novellino” (antologie rispettivamente del Trecento e del Quattrocento) ci hanno tramandato la testimonianza. Novelle spesso legate alla vita popolare, alle leggende del territorio. 
La Sicilia ha una fortissima tradizione di novellatori, e basterà citare i nomi di Verga, Pirandello e Camilleri (autori di straordinari racconti) per convincersene senza bisogno di dire altro – perché anche in una prefazione si deve cercare di essere brevi. Resta da segnalare la partecipazione davvero straordinaria al contest di Mascalucia, tanto più sorprendente se ci considera che la manifestazione, di cui questo libro è il degno prodotto, ha avuto finora una sola edizione e non ha goduto di particolari forme di promozione. Le tante opere giunte testimoniano la voglia di raccontare e raccontarsi che c’è in giro, e l’amore verso la parola scritta e letta che ancora resiste in tempi di “flash fiction” proposta sui social. I racconti raccolti in questa antologia, selezionati da una attenta giuria che ha lavorato per tutta l’estate del 2019, dimostrano anche il talento dei non professionisti, che nasce da un dono naturale esercitato attraverso tante letture. Perché non si riesce a scrivere, se non si sa leggere.

sabato 25 aprile 2020

IO E ZAGOR







Durante Lucca Comics 2019, e cioè a cavallo tra il mese di ottobre e quello di novembre, è stato presentato in anteprima un mio nuovo libro, intitolato “Io e Zagor”, che poi, successivamente, è stato distribuito in libreria a partire dal febbraio 2020. Fin da subito è stato però possibile ordinarlo sul sito della Casa editrice, che è la Cut-Up. Visitando lo shop on line ci si accorge peraltro come il sottoscritto sia l’autore più rappresentato, con ben sette pubblicazioni. 

Io e Zagor”, che ha per sottotitolo “La strada verso Darkwood”, potrebbe sembrare a prima vista una sorta di autobiografia professionale, lunga ben 540 pagine. In parte lo è, ma non è con l’intento di raccontare la mia vita che mi sono messo a scrivere. Volevo rievocare,  per come l’ho visto e vissuto io, un mondo che in gran parte non c’è più, ma anche un grande passione, e la realizzazione di un sogno. Sogni, passioni, nostalgia, memorie sono emozioni di tutti e narrandole non parlo di me, parlo di noi, di quelli almeno nati quando ancora non c’erano i videogiochi e i telefonini. Il commento più frequente che mi sono sentito fare da parre chi di ha letto il libro è stato: “mi sembrava di rivedermi”.  

Ho cercato di ricostruire un’Italia fatta di ragazzi che giocano per le strade, che si scambiano figurine e giornalini, che vedono nell’edicola il Paese del Balocchi, che sognano con le avventure degli eroi di carta, che fanno la collezione di albi acercando i pezzi mancanti sulle bancarelle, che vanno alle mostre mercato, che creano associazioni e stampano fanzine. Il mondo dei funzionari, già. Chi se lo ricorda? Chi si ricorda dei banchetti in cui si vendevano ciclostilati ed erano quelli gli unici veicoli di informazione sui fumetti?
Oltre a questo, ci sono i ritratti dei personaggi che ho incontrato: Sergio Bonelli, Gallieno Ferri, Decio Canzio, Francesco Gamba, Mauro Boselli. C’è il ricordo della Casa editrice di Via Buonarroti com’era una volta, negli anni Ottanta, e c’è la mia crescita umana e professionale, quella di un sognatore che voleva fare lo scrittore di fumetti e ha cercato tutte le strade per riuscirci. 
Moreno Burattini nel 1989

Il libro è uscito esattamente trent’anni dopo l’approvazione del mio primo soggetto di Zagor da parte di Sergio Bonelli, e racconta il dipanarsi nel tempo della saga zagoriana dal mio ingresso nello staff fino ai giorni nostri, con il cambiare della società, l’irrompere di Internet e dei social, il confronto con i lettori, il crescere delle manifestazioni e degli eventi legati allo Spirito con la Scure. Quando sono arrivato io, Sergio Bonelli non scriveva più storie del Re di Darkwood da dieci anni, e nelle sue interviste ipotizzava un onorevole pensionamento del personaggio per raggiunti limiti di età. A distanza di un trentennio, non soltanto Zagor non ha chiuso, ma pubblica quasi tremila tavole di materiale inedito ogni anno, è il terzo personaggio di maggior successo della Casa editrice, c’è un fermento continuo nel fandom, tra gli appassionati si stampano due riviste professionali che commentano e analizzano le nuove e le vecchie avventure, si producono libri cartonati, si realizza merchandising, continuano le pubblicazioni all’estero. 

Serhio Bonelli (Guido Nolitta) e Gallieno Ferri 

Credo che il libro sia gradevole da leggersi nonostante la mole, che non deve scoraggiare. Abbondano le fotografie. La copertina è opera di Alessandro Bocci e Alessandro Piccinelli, la retrocopertina di Bane Kerac: tre carissimi amici che ringrazio. Quasi seicento pagine costano 19.90 euro. Mi dicono che ci si può stare, in ogni caso il prezzo non lo decido io. Se lo ordinate cliccando qui sotto, però, il prezzo è scontato e la spedizione gratuita.



I tempi delle fanzine
Questo il testo in quarta di copertina.

La strada verso Darkwood è la strada verso l’avventura e la fantasia.
Il viaggio che porta al mondo incantato di Zagor, lo Spirito con la Scure, è anche un viaggio attraverso la storia, la geografia, le tradizioni, le culture di paesi lontani che però possono servire a capire meglio la nostra realtà  e persino noi stessi.
Creato da Sergio Bonelli e da Gallieno Ferri nel 1961, il leggendario eroe dalla casacca rossa ha fatto sognare intere generazioni di lettori e ha realizzato il sogno di uno di essi: Moreno Burattini, che fin da bambino voleva scriverne le storie e lo sta facendo da trent’anni.
Questo è il racconto di come una passione è diventata una professione.


La prima macchina da scrivere di Moreno Burattini

Ci sono già in giro le prime recensioni, tra cui una di Graziano Frediani che su TuttoTex n° 585, ha recensito addirittura due miei libri, "Io e Zagor" e "Io sono Cico" (ma di questo parleremo la prossima volta).



In Rete è rintracciabile una videorecensione, molto approfondita, di Gianluca RKC Carboni. Cliccate qui per vederla:





Il "suggerimento" di Fabio Licari su "Fumo di China"










Ho scelto però di trarre qualche passaggio da quella di Mario Bonanno apparsa su "Solo Libri". Il testo integrale lo trovate qui:




Io e Zagor. 
La strada verso Darkwood di Moreno Burattini
di Mario Bonanno

Cut-Up, 2019 - “Io e Zagor” è un libro avvincente e appassionato, che ricostruisce non solo l’intenso rapporto tra il famigerato protagonista dei fumetti e il disegnatore che ne ha risollevato le sorti, ma anche una fetta importante di storia del fumetto e del costume italiani.
Anni prima di Dylan Dog, Zagor è stato l’anti-eroe umano-troppo-umano dell’universo Bonelli: coi cattivoni in qualche modo la sfanga sempre, però può capitargli di vedersela davvero brutta e talvolta di uscirne con le ossa rotte.
Le 540 pagine di cui consta il volume raccontano dunque la realizzazione di un grande sogno. Di come, cioè, Moreno Burattini, nel tempo e col tempo, da San Marcello Pistoiese a Milano, arriva a consolidare la sua passione per Zagor, e più in generale per il fumetto italiano, fino a divenirne il nuovo deus ex machina. Oltre che una qualche felice combinazione astrale, gli sono giovati, in ordine sparso e a prescindere dal grado di rilevanza:
1) lo sviluppo progressivo di un’autentica ossessione per la letteratura a fumetti (sin dalla più tenera età corse in edicola, baratti, collezioni, e letture degli albi se possibile come le medicine: mattina, mezzogiorno e sera); 
2) l’innegabile talento di scrittore (quando comincia con le strisce umoristiche e la creazione di autarchiche e fortunate fanzine, Burattini sta ancora sui banchi di scuola); 
3) gli incontri decisivi che ti cambiano la vita (Sergio Bonelli - alias Guido Nolitta - & Galieno Ferri, sceneggiatore e illustratore storici del primo Zagor, in primis).
Andando avanti di questo passo sospeso, tra sogni che si avverano e realtà, in Io e Zagor gli aneddoti succosi non si contano. Così come non si contano i “dietro le quinte” della carriera di Moreno Burattini, intensa quasi come quella del suo eroe preferito. Alla bio di Burattini mancano solo i pellerossa e il panciuto Cico, e poi davvero si potrebbe parafrasare Flaubert e fargli sentenziare che Zagor c’est lui.
La lettura di questo tomo muscolare (nella forma) e gentile (nella sostanza) firmato da Moreno Burattini, mi conferma nella bontà della mia scelta: se è vero che Zagor è il re di Darkwood – e anche l’incontrastato sovrano degli albi d’avventura – Moreno Burattini ne è il promoter più appassionato, credibile e irresistibile che possa esserci in circolazione. Io e Zagor è avvincente, e non stanca. E c’è, anche, che dentro ci passa una fetta di storia recente e remota del fumetto e del costume italiani.

venerdì 24 aprile 2020

LA FIGLIA DEL MUTANTE






Sugli albi di Zagor n° 655 (febbraio 2020), n° 656 (marzo) e n° 657 (aprile) sono state pubblicate le 190 tavole della storia a fumetti "La figlia del mutante" (diamole il titolo dell'albo più significativo), sceneggiata dal sottoscritto e splendidamente illustrata da Denisio e Nando Esposito, ovvero gli Esposito Bros. Le copertine (due delle quali vedete sopra e più sotto) sono invece opera di Alessandro Piccinelli.


Cominciamo a spiegare, per chi non ha visto e per chi non c'era (e per chi quel giorno lì inseguiva una sua chimera), chi sia il Mutante a cui fa riferimento il titolo. Si tratta di un vecchio nemico di Zagor, creato da Marcello Toninelli, in una sua storia del 1983 illustrata da Franco Bignotti. Davvero un grande nemico, Colin “Skull” Randall. Uno di quelli, insomma, di cui gli eroi hanno bisogno come del pane, per poter dimostrare il proprio valore, dato che un campione si giudica anche dalla grandezza degli avversari con cui combatte. 

Perfettamente caratterizzato dal punto di vista grafico, con un cranio deforme che contiene due cervelli e gli occhi cerchiati da profonde occhiaie, il villain è anche memorabile per la pericolosità dei suoi poteri e la sua complessità psicologica. Si tratta di un mutante con la capacità di leggere nel pensiero ed emettere onde telepatiche in grado di bloccare i movimenti degli altri e, volendo, farli impazzire o addirittura morire con la testa trafitta da indicibili dolori. Tuttavia, “Skull” ha anche un suo proprio senso dell’onore, visto che a un certo punto risparmia la vita a Zagor per riconoscenza (Zagor ha salvato la sua). Alla base del personaggio, quale fonte di ispirazione, ci sono evidentemente i mutanti telepatici del film “Scanners” (1981) di David Cronenberg, ma anche il “Mulo” della saga della Fondazione di Isaac Asimov.  


Nel proseguo della serie, e più esattamente nel 2006, mi sono incaricato di farlo tornare sulle scene e di rivelare, insieme all'ottimo Marco Verni,  qualcosa sul suo passato. Non tutto, perché altro ci potrebbe essere (ma non anticipiamo i tempi). Fra le altre code, scoprivamo che "Skull" Randall ha una figlia, Sophie, che ha ereditato in parte le sue capacità telepatiche. Alla fine di questa seconda, lunga avventura (ben quattro albi), Colin muore, ma uno scienziato presente sul luogo gli taglia la testa e la pone in una teca, conservata in una sostanza che gli permetterà di portarla in un laboratorio per essere studiata. Sophie, invece, incapace di dominare i propri poteri, cade in stato catatonico e viene rinchiusa in un manicomio.
Arriviamo così alla terza storia del ciclo, quella appunto del 2020.

Non starò a farne il riassunto, limitandomi a dire di essere molto soddisfatto del risultato perché, grazie anche ai disegni dei fratelli Esposito, l'avventura è riuscita a creare un senso di profonda inquietudine. Addirittura, qualcuno ha usato per lei l'aggettivo "disturbante".  Infatti Sophie non si limita, come potrebbe essere facilmente prevedibile, a  riacquistare conoscenza e a  fuggire dal manicomio di Worcester (fra l'altro, veramente esistente in Massachusetts), ma scatena i suoi poteri in un modo così spietato da aver lasciato impressionati un paio di miei colleghi in redazione, incaricati di leggere le bozze prima della stampa.

Ci sono poi due altri particolari in grado di suscitare un minimo di interesse, almeno nelle mie intenzioni (poi, chi lo sa cosa interessa ai lettori e che cosa no). Infatti, viene introdotto un altro personaggio femminile destinato a tornare: si tratta di Chloe, una procace agente di Altrove donna. Finora avevamo sempre visto scienziati e agenti uomini, mi sembrava il caso di vivacizzare la situazione proponendo una 007 del gentil sesso, peraltro molto abile.  

Ma non è finita qui: oltre a Sophie e a Chloe, ci sono altre tre donne sulla scena: sono le tre ragazze di Pleasant Point, ovvero Ellie May, Sara e Jenny. Proprio quest'ultima, la più "bruttina" delle tre (ma da sempre la mia preferita) si rende protagonista di un atto di coraggio, quello di andare ad avvisare Tonka del grave pericolo che incombe sul suo villaggio.  Tutti i lettori di cui ho raccolto il parere si sono detti pienamente convinti del talento degli Esposito nel raffigurare e caratterizzare queste figure femminili, cosa di cui non ho mai dubitato (ed è anche per questo che ho contatto su di loro nello sceglierli per questa storia). Su Jenny, però, abbiamo scoperto un piccolo segreto: Sophie Randall legge nella sua mente che è innamorata di Zagor. Non l'avevamo mai sospettato, però a pensarci bene, il fatto che conosca a perfezione dov'è ubicata la capanna nella palude ci porta a sospettare qualcosa. Subito dopo l'uscita dell'albo si è scatenato un fitto invio di messaggi a me destinati in cui mi si chiede di approfondire la cosa, e qualcuno è arrivato perfino a dire che secondo lui Jenny è proprio la ragazza che fa per il nostro eroe. Non anticipo nulla, però vi invito a leggere il Maxi Zagor di maggio, "Lungo il fiume", dove Jenny è di nuovo portata alla ribalta (e non aggiungo altro). 

Un piccolo spazio alle critiche (anche perché rispondere mi diverte): mi è giunta l'eco soltanto della vibrata protesta di un lettore che stronca la storia perché sarebbe troppo corta. Ora, non so se 190 pagine distribuite su tre albi (e tre mesi di attesa) possano essere considerate poche. Posso arrivare a immaginare che si intenda fare una critica al finale, giudicato forse frettoloso. La risposta più facile potrebbe essere: è un finale a sorpresa, e i finali a sorpresa sono fatti così. A un certo punto, giunge il colpo di scena, dopo il quale procedere troppo sarebbe allungare il  brodo. Almeno, a me hanno insegnato così e mi sono sempre trovato bene. Il racconto "La sentinella" di Fredric Brown, propone una situazione e la risolve all'improvviso con due parole: "senza squame" (no scales).  Finale troppo corto? Chissà, fatto sta che è un capolavoro.

Però, ammettiamo che un lettore, per i suoi gusti personali (sui quali non si discute), voglia una storia più lunga e un finale che invece di occupare venti pagine ne occupi cinquanta. Ecco, si può immaginare che la storia gli debba essere piaciuta: nessuno vorrebbe far durare trecento pagine una storia brutta,  tranne nei casi di feroce masochismo.  Di una storia brutta su dice che è troppo lunga anche se è breve, di una storia bella si dice che è troppo breve anche se è lunga. Questo insegna la logica. Niente da fare: secondo il detrattore, il fatto che il finale sia "troppo corto" inficia il giudizio su tutto il racconto, che perciò delude. Del fatto poi che ci sia Chloe e si scopra l'amore di Jenny per Zagor non gliene può fregare di meno, è troppo corta e basta. Siamo sempre nell'eterno problema dei lettori che vorrebbero storie scritte su misura per loro. Peccato non avere il numero di telefono di tutti per poterli consultare.




venerdì 13 marzo 2020

LA FRANTUMAZIONE DEGLI ZEBEDEI





Un lettore mi ha scritto:
Per favore basta con le mini storie sui Maxi Zagor frantumano gli zebedei... create una storia unica che ti prenda dalla prima all’ultima pagina.

Io ho risposto:
Pensa che pareri contrastanti. "I racconti di Darkwood" hanno avuto plausi entusiastici ovunque e a qualcuno frantumano gli zebedei. 
I sondaggi di opinione dicono che le storie brevi sono preferite contro le lunghe (e difatti le pubblicazioni Bonelli dici uniscono le pagine) ma qualcuno controcorrente ci sarà sempre. In realtà, i Maxi con le storie brevi SONO una storia unica lunga, dato che i racconti sono uniti da una cornice anche molto elaborata (si veda il primo della serie, e l'ultimo uscito). Uno potrebbe leggere quella e saltare le brevi. Peccato perché fra le brevi a volte ci sono delle chicche come, appunto, quelle di Lola Airaghi (che ha ricevuto il Premio Ferri). Il lettore di solito accetta, comunque, un albo meno gradito (ma che può piacere ad altri) confidando nel successivo più gradito (che magari ad altri non piace). 
E' la regola del fumetto serale. Anche negli anni Sessanta, Settanta o Ottanta non tutte le storie piacevano a tutti allo stesso modo. In ogni caso, invece di pretendere albi su misura, basta scegliere ciò che ci piace e scartare ciò che non ci piace: mi sembra una riflessione di una semplicità disarmante.
Il più recente Maxi, "I disertori di Fort Kenton", è comunque una storia unica. Per anni, ci sono state decine di "balenotteri" a storia unica, le antologie di racconti brevi sono state, finora, solo quattro. Antologie, peraltro, come quelle dei color Tex e color Dylan Dog, una formula collaudata che garantisce una offerta variegata per tutti i gusti. Il Maxi di maggio, invece, sarà appunto composto da sei storie brevi più una cornice.
Nel video che segue, ecco una recensione de "I racconti di Darkwood".
In Rete se ne possono trovare molte altre.


sabato 7 marzo 2020

CONFESSIONI DI UN PADRE ZAGORIANO




Sergio Climinti con i figli

Durante un nostro recente incontro a Roma, durante la presentazione del mio libro "Io e Zagor", mi sono trovato a scambiare aneddoti di vita vissuta con Sergio Climinti, amico di vecchia data, e a lungo collaboratore sia di "Darkwood Monitore" che di "Dime Press". Sergio mi ha raccontato la sua esperienza di padre appassionato zagoriano, che è riuscito a trasmettere la sua passione anche ai figli piccoli. Gli ho chiesto di scrivere la sua testimonianza e lui, che sa scrivere molto bene, l'ha fatto. Ecco il suo testo qui di seguito.




CONFESSIONI DI UN PADRE ZAGORIANO
di Sergio Climinti

Fin da piccolo ho sempre preferito il fumetto in bianco e nero, rispetto a quello a colori. Devo però riconoscere che, senza quest’ultimo, difficilmente sarei riuscito a coinvolgere i miei figli nella lettura dei fumetti, in particolare di ZagorCredo che ogni zagoriano che si rispetti abbia pensato, prima o poi, di trasmettere al proprio figlio o figlia, un po’ di quelle emozioni e passioni che nell’infanzia e nell’adolescenza le storie dello Spirito con la Scure gli hanno procurato. Ebbene, ci ho provato anch’io, con risultati insperati, lontani da ogni più ottimistica previsione.

L’interesse dei miei figli per le avventure di Zagor, dunque, è stato possibile grazie alla policromia, offerta per l’occasione dalla Collezione Storica a colori, pubblicata da Repubblica a partire dal 16 febbraio 2012, sulla scia del successo arriso a quella dedicata a Tex.  All’epoca decisi di comprare quei volumi, pur avendo la collezione completa, per una serie di motivi.  Fra questi, la distanza dalla mia personale raccolta, che dopo varie sistemazioni è finita nella casa di montagna, ma anche per la curiosità di vedere le avventure di Zagor con l’ausilio del colore, poiché l’ho sempre ritenuto uno fra i personaggi più adatti a presentarsi in tale veste. Per via del costume e di quello di molti dei suoi avversari, per la cornice naturalistica delle sue avventure, per le acconciature degli indiani e per il particolare tratto di Ferri e Donatelli, i disegnatori principali della serie. Anche i numerosi redazionali che arricchiscono ogni volume hanno contribuito a farmi fare questa scelta. Soprattutto però, perché speravo che potesse piacere anche a mia figlia.



Bianca, all’epoca della riproposta di Repubblica, aveva quasi tre anni. Ogni tanto le davo da sfogliare qualche volume, ma è col n. 35 (11 ottobre 2012), a tre anni e mezzo, che ha cominciato a interessarsi al personaggio. Su quel numero c’è il primo incontro di Zagor con il vampiro. Attratta probabilmente dalla copertina, un giorno mi chiese di leggerglielo, restando così incollata dalla prima all’ultima pagina. Da quel momento, per diverso tempo, cominciò a prendere quel numero da sola, sfogliandolo di continuo. Ogni tanto mi chiedeva di rileggerle qualche sequenza - come quella comica tra Cico e il barone Rakosi o quella in cui il vampiro entra nella stanza del giovane Parkman - ma amava in particolare quella finale, dove il barone, costretto a terra dalla forza di Zagor, ai primi raggi del sole “si porverizza”, come affermava lei. In seguito, si mostrò attratta da altre storie con i mostri. Su tutte, quelle con l’uomo lupo e la creatura anfibia del Dark Canal. Poi c’è stata una pausa, dovuta alla nascita del secondogenito, Tiziano, e al trasferimento in un’altra città. 


Finché un giorno non ho deciso di tornare all’attacco, facendolo peraltro in maniera rigorosa: ho cominciato a leggere ai bimbi tutte le storie del personaggio in ordine cronologico. Solo Bianca mi ha seguito fin da subito. Tiziano ha mostrato meno interesse, almeno fino a quando la pista dell’eroe di Darkwood non ha incontrato quella di Titan. È stato amore a prima vista. Non pago della prima avventura, mi ha chiesto di leggergli anche il secondo incontro con il gigantesco robot. Purtroppo il suo entusiasmo è stato frustrato, perché non appena il mostro d’acciaio ricomincia a camminare, viene immediatamente distrutto. Notando la sua delusione, gli ho dato in mano il volume con la storia di Hellingen scritta da Sclavi, dove c’è un tripudio di arti meccanici che si animano e reinnestano, seguiti da una lunga camminata del colosso fatta di distruzione ed esplosioni, con grandi vignette dalle inquadrature prospettiche a sottolineare l’imponente mole del robot. Devo dire che è rimasto più che soddisfatto, non faceva che sfogliare avanti e indietro le tavole di Ferri. Un entusiasmo che si è riversato anche al di fuori dei confini del fumetto. 

Un giorno abbiamo cominciato a “giocare a Titan”, dove io impersonavo il robot che, a braccia tese e con i suoi pesanti passi, calpestava o superava ogni ostacolo che i due marmocchi mi mettevano davanti nel tentativo di evitare di essere afferrati. Il momento preferito da Tiziano era quando mi saltava alle spalle, dal divano o dal letto, e si attaccava al mio povero collo, a imitazione della storia sclaviana, dove Zagor prima resta appeso alla schiena del mostro, poi la risale rimanendo stabilmente in piedi sulla spalla del gigante. Per un po’ di tempo ho udito spesso fare una precisa richiesta da parte di mio figlio: “Papà, giochiamo a Titan?”

Quando nel 2016 è uscito l’album di figurine della Panini, che io ovviamente ho comprato, Bianca ne ha voluta una copia tutta per sé. È grazie a questo che le è venuta la curiosità per qualche personaggio o episodio che ancora non conosceva. Ha voluto vedere ad esempio l’avventura dove l’eroe si bacia con Frida Lang e mi ha fatto molte domande sulle storie non ancora lette. Da quell’anno, l’appuntamento con le vicende dell’eroe di Darkwood ha avuto un’accelerata. Nel frattempo, Tiziano è cresciuto, così anche lui ha cominciato a seguire con più interesse le storie che gli leggevo.


Cico meriterebbe un discorso a parte. Vi basti sapere che, grazie alla sua fisicità e alle numerose gag che lo vedono protagonista, riscuote quasi lo stesso successo dello Spirito con la Scure. Di lui adorano soprattutto le canzoncine strampalate che inventa: dopo la storia coi Seminoles, i due hanno improvvisato più volte la famosa canzone del messicano, “Il lamento del serpente”. 

Tornando a Zagor invece, in una occasione Bianca mi ha fatto notare come a volte si mostri piuttosto ingenuo di fronte ai suoi avversari, concedendogli sempre una possibilità. Al che le ho spiegato che l’eroe offre questa opportunità ai suoi antagonisti perché anche lui un tempo è stato cattivo, solo che poi si è redento. Per questo talvolta indulge col nemico di turno nell’affibbiargli il giusto castigo e gli concede una chance, perché spera che possa riscattarsi delle proprie malefatte. Proprio come è capitato a lui. Ho concluso dicendole che avrebbe compreso meglio dopo la lettura delle origini del personaggio. Storia che abbiamo letto giusto poco tempo fa.

Bianca oggi ha undici anni, Tiziano sette, e la sera, prima di andare a letto, alterno la lettura di Zagor a quella dei Puffi e Asterix. Tiziano fra i tre preferisce i folletti blu, mentre Bianca - che i Puffi li ha già letti tutti da sola (ben 40 volumi) - predilige lo Spirito con la Scure. Le ho detto che ormai è grande abbastanza da farlo autonomamente, ma lei preferisce che lo legga ancora io, perché “faccio le voci” dei diversi personaggi. Così la sera è una lotta, e la democratica alternanza non sempre funziona.


Ho cominciato a leggere Zagor ai miei figli perché è un personaggio che ho amato molto da bambino e che, soprattutto, è stato capace di procurarmi un immaginario considerevole. Credo sia questo, in fondo, il motivo più importante per cui ho provato a farlo amare anche a loro. Rifugiarsi nel mondo della fantasia – che sia un fumetto, un libro, un film o quant’altro – non è una mera fuga dalla realtà. Perché se talvolta quest’ultima dà la sensazione di schiacciarci, allora quella fuga – se è solo momentanea – aiuta a svuotare la mente, a ricaricare le batterie, per tornare poi ai problemi di tutti i giorni con più leggerezza e serenità. Ritengo che questo sia un grande merito dell’immaginazione, capace di rivelarsi una risorsa che mi piacerebbe adottassero anche i miei figli, un giorno, per affrontare la loro quotidianità.

Certo non mi sarei mai aspettato che potessero diventare addirittura degli esegeti di Zagor.
Qualche giorno fa infatti, li ho sentiti che parlavano dell’urlo dell’eroe di Darkwood. Tiziano, avendo appreso a scuola i primi rudimenti della lingua inglese, ne metteva in discussione la pronuncia. Riteneva che il famoso “Aaahhyakkk!” non andasse letto con l’accento sulla prima “a”, cioè Àayaak, bensì sulla “y”, però aspirata, perché preceduta dalla “h”, ovvero ah?aak.  Vi prego però, non ditelo a mia moglie…