lunedì 19 dicembre 2011

LA GABBIA

Alessandro Olivo, che cura l’ottimo blog “Chemako”, mi ha intervistato per conto del sito “Fucinemute”. Chi fosse interessato, può leggersi tutta l’intervista cliccando qui. Ci sono però due risposte da me date ad altrettante domande che mi sembra il caso di riportare e, quindi, approfondire.

Mi chiede Olivo: Secondo te qual è stato il contributo maggiore che l’autore ed editore milanese ha dato al fumetto italiano? E come cambierà il mondo delle nuvole parlanti dopo la sua scomparsa?

Rispondo: Il più grande contributo dato da Sergio Bonelli al fumetto italiano è quello di aver fatto leggere fumetti agli italiani, inventando anche un formato e un linguaggio che tutti oggi riconoscono come “bonelliani”. Non sembri facile o banale dire “far leggere fumetti agli italiani”, perché si intende un coinvolgimento trasversale di lettori di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali, offrendo piani di lettura differenti a seconda del livello culturale di ciascuno.


E ancora Olivo: Nel porti al servizio del personaggio Zagor così come lo ha creato Guido Nolitta, immagino che il tuo modo di sceneggiare fumetti si trovi perfettamente a proprio agio nella cosiddetta griglia della pagina bonelliana. Ma non ti viene mai voglia di ideare scene che implichino realizzazioni grafiche più ardite?

Rispondo
: Secondo me, si può disegnare qualunque cosa all’interno della gabbia bonelliana e non c’è bisogno di scardinarla. Gabbia che è uno strumento e non un limite, nel senso che se imbriglia le estrosità e le tendenze centrifughe, consente di guadagnare in chiarezza narrativa e mantiene il disegno al servizio della storia. La gabbia è anche un elemento che distingue il prodotto bonelliano da altri (non a caso più caotici e non certo più premiati dai lettori) e rassicura il lettore sul fatto che, qualunque cosa gli stiamo raccontando, lo facciamo nell’ambito di una tradizione.

La prima risposta è collegata alla seconda, perché è stato Sergio Bonelli a “rinchiudere” Tex, Zagor e la maggior parte dei suoi eroi nella cosiddetta “gabbia bonelliana” e a chiedere che un po’ tutti gli autori del suo staff, sceneggiatori e disegnatori, si esprimessero nel contesto delle tre strisce per tavola, contenenti ciascuna una, due o al massimo tre vignette. Parlando con Sergio, mi è capitato spesso di sentirlo ribadire il concetto secondo il quale la struttura apparentemente rigida delle tavole rappresentava una peculiarità da salvaguardare dei suoi fumetti, una sorta di marchio di fabbrica al pari del formato o del sostanziale buon gusto o correttezza morale delle nostre storie.

Le attuali tavole bonelliane derivano dal fatto che, nel 1952, si decise d ristampare in un diverso formato le prime avventure di Tex, originariamente pubblicate come albi a striscia. Per diversificare la ristampa dalla serie inedita, si pensò di utilizzare il formato che già era stato degli “Albi d’Oro” mondadoriani. Così, l’ Audace confezionò una collana quindicinale che i collezionisti oggi definiscono Tex Albo d’Oro. Ogni numero, inizialmente composto da trentadue pagine spillate (più copertina), riproponeva tre albi a striscia. Ne furono realizzate otto serie, tra il 1952 e il 1960, per un totale di 205 numeri, tutti dotati di copertine inedite firmate da Galep. La tradizionale “gabbia” bonelliana, costituita da tre strisce sovrapposte a costituire una tavola, nasce da qui.

La domanda che ci possiamo porre è se continuare dopo sessant’anni a usare la stessa struttura grafica sia utile o dannoso, e dunque se costituisca un limite o una risorsa. Il fumetto mondiale, da quello americano a quello giapponese, passando per la scuola francese o quella argentina, propone esempi di gabbie molto diverse fra loro. Non mancano (anzi, abbondano) autori che, nell’estro della creazione, hanno scardinato ogni regola. I primi nomi che mi vengono in mente sono italiani: Guido Crepax, Gianni De Luca, Sergio Toppi; ma è facile pensare subito anche a Will Eisner o addirittura a quel genio visionario che fu Winsor Mc Cay, uno dei primi maestri del fumetto, già grandissimo nei primi anni del Novecento, quando i codici del medium erano ancora in gran parte da inventare.

Ma parlare di costoro, o anche soltanto di uno di loro, così come delle diverse regole vigenti nell’ambito del fumetto Marvel piuttosto che in quello giapponese ci porterebbe via troppo tempo (magari potremo comunque tornare sull’argomento). Rimaniamo, per il momento, in ambito bonelliano e limitiamoci ad approfondire il discorso sulla gabbia in qualche modo imposta agli autori di Tex, Zagor e gli altri eroi della medesima scuderia. In realtà, va detto, prima di tutto, che anche via Buonarroti si sono avute e si hanno continue eccezioni al vincolo della gabbia. Nathan Never, tanto per fare un esempio, ha proposto fin dall’inizio riquadrature delle tavole piuttosto libere, pur senza esagerare. Per contro, altre testate anche più recenti si sono invece attenute al più classico schema delle tre strisce. Fra queste, spicca per rigidità la serie di Julia, dove addirittura le strisce sono suddivise in vignette tutte all’altezza dell’esatta metà. Interrogato in proposito, Giancarlo Berardi ha ribadito di come si sia trattato di una sua precisa scelta stilistica: “Le vignette sono molto regolari, come uno schermo cinematografico o televisivo. In questo modo, ritengo che il lettore potrà concentrarsi maggiormente sulla recitazione dei personaggi e sulla storia, senza essere distratto da grafismi, spesso eccellenti, ma talvolta un po’ compiaciuti e fini a se stessi”.In effetti, a pensarci bene, anche il riquadro del televisore è una sorta di rigida “gabbia” in cui sono costrette le immagini, e i film sono comunque girati in un formato standard, in fotogrammi dalle precise dimensioni, in modo che la proiezione riempia uno schermo dentro limiti ben definiti.

Le principali obiezioni alla “gabbia” bonelliana vengono da quei disegnatori che se la sentono stretta addosso e vorrebbero riempire le tavole con illustrazioni verticali, trasversali o incastrate le une nelle altre. L’aspirazione è legittima e probabilmente alcuni artisti, potendo dare libero sfogo al loro estro, potrebbero realizzare cose ammirevoli. Però, lo scopo principale dei fumetti che si fanno in via Buonarroti è, secondo me, raccontare una storia. Il più delle volte si tratta di storie di personaggi che hanno una tradizione lunga dieci, venti, trenta, quaranta, cinquanta e persino sessant’anni: è evidente che chi è chiamato a confrontare i propri pennelli con questo tipo di eroi deve mettersi al loro servizio e non pretendere di scardinare consuetudini sedimentate e consolidate. Anzi, più un autore è bravo, più riesce a fare magie anche con pochi mezzi a disposizione. Dunque, se c’è una gabbia, quello è il materiale da usare per fare gli incantesimi: non resta che servirsene.


Talvolta, di fronte a certe tavole in cui la gabbia è scardinata o assente, e i disegni spaziano in libertà in modo effervescente o psichedelico, vien fatto di pensare che gli effetti speciali abbiamo preso il sopravvento sulla storia che si intende raccontare. Non tutti gli autori, peraltro, sono all’altezza di Toppi o De Luca e non tutti i lettori sono disposti ad accettare un troppo brusco cambiamento di registro, dopo aver acquistato un albo confidando di poter trovare un certo tipo di fumetto, mentre gli se ne propone un altro. Immagino che le stesse perplessità sorgerebbero anche presso il pubblico di Diabolik o della Walt Disney, se le classiche modalità del racconto venissero mutate. E non so se giustificarsi con il richiamo alla libertà espressiva di un artista potrebbe convincere l'acquirente spiazzato.

Non è, però, soltanto un problema di tradizione o di abitudini dure a morire. Il fatto è che la gabbia è uno strumento efficacissimo, ormai sperimentato da anni e anni. Non c’è niente che non si possa disegnare in una striscia. Le storie più belle di Galep o di Ferri, per fare due nomi, quelle che hanno fatto grande il marchio Bonelli, sono state raccontate senza bisogno di scardinare le vignette: cariche di cavalleria, attacchi di dinosauri, galeoni sull’oceano, atterraggi di astronavi, tutto è stato perfettamente rinchiuso nella gabbia bonelliana. E non mi pare che “Odissea Americana” piuttosto che “Sangue Navajo” ne abbiano risentito. Del resto, anche Dante Alighieri ha dovuto costringere la sua Divina Commedia nella gabbia (strettissima) dell'endecasillabo e della terzina e non si direbbe che abbia avuto problemi a descrivere l'Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Di Pascoli e della sua maestria nel maneggiare la metrica (che ha regole rigidissime) per farne uno strumento in grado di suscitare emozioni, abbiamo del resto già parlato. E non ci sono emozioni che Ken Parker piuttosto che Dylan Dog non abbiano potuto suscitare nonostante la gabbia, o forse proprio grazie a quella perché la gabbia, anzi, costringe gli autori, soprattutto i disegnatori, a non dar corso alle tendenze centrifughe e restare ancorati al racconto, alla sua chiarezza intesa non come banalità ma come immediatezza, contatto diretto con il cuore del lettore. Perché la gabbia bonelliana ha questo di bello: è anche, essa stessa, una chiave. Quella che apre la porta della storia, e permette di entrarci dentro, o di uscirne fuori, condotti per mano dagli autori.

venerdì 16 dicembre 2011

QUIEN SABE, HOMBRE?


Spero che nessuno di voi si sia fatto sfuggire "Quien sabe, hombre?", il breve racconto disegnato da Giovanni Ticci e pubblicato sul libro allegato al CD "My name is Tex", il nuovo album di Graziano Romani (edito da Panini, distribuito in edicola e in fumetteria). Il libro contiene altre due storie brevi dello stesso Ticci (una con testi di Nolitta, una scritta da Nizzi), comparse originariamente su pubblicazioni al di fuori della serie regolare (TV Sorrisi e Canzoni e Comic Art), ma adesso ricolorate per l'occasione. Però, "Quien sabe hombre?" è inedita e rappresenta l'esordio di Romani come sceneggiatore, visto che i testi sono suoi.

Perché, secondo me, questa storia è imperdibile non soltanto per ogni texiano, ma anche per ogni zagoriano che si rispetti? Perché Aquila della Notte si imbatte, durante uno spostamento notturno nella prateria, in un Guitar Jim invecchiato quanto basta per permettere l'incontro fra i due. A parte l'aspetto stagionato, Jim è lil simpatico chitarrista di sempre e, ovviamente, racconta a Tex del suo amico Spirito con la Scure, cantando la canzone "Darkwood" che, in precedenza, era stata cantata da Wandering Fitzy e dallo stesso Zagor in alcuni albi dell'eroe dalla casacca rossa. Un vero e proprio cross over a tutti gli effetti. Graziano ha messo in musica proprio versi che compaiono nella saga zagoriana, incidendo la canzone più importante del suo CD "Zagor king of Darkwood", uscito nel 2009. Sia a Guitar Jim che a Wandering Fitzy sono del resto state dedicati dal cantautore altri due brani.

Nel creare Guitar Jim nella quarta serie della Collana Lampo, datata 1967, Nolitta & Ferri ebbero come riferimento “Johnny Guitar”, un film western del 1954 diretto da Nicholas Ray, con protagonista Sterling Hayden. Differenziandosi subito dal modello di celluloide, il “Guitar” Jim di Nolitta è sì un abile chitarrista ma anche una simpatica canaglia che gira con una pistola nascosta nella cassa della sua chitarra, pronto a rapinare chi si sia fidato della sua faccia pulita e della sua aria sbarazzina. Alla sua prima apparizione, avvenuta sull’albo gigante n° 30 (“La preda umana”), Jim si esibisce in una interpretazione di un classico del folk americano (pur di derivazione anglosassone) qual è “On top of old smokey”, suscitando gli applausi di Cico. Non a caso, dunque, questa canzone è stata inserita da Graziano Romani tra i traditional contenuti nel suo “Zagor king d Darkwood”. In un successivo incontro con lo Spirito con la Scure, Guitar Jim intona invece, sempre accompagnandosi con il suo inseparabile strumento, una canzone popolare intitolata “The blue tail fly”, che parla di un moscone accanitosi contro un cavaliere, e poco dopo, “Get up Jack”, una antica ballata che narra le imprese di un leggendario eroe del mare. Quindi, sempre nello stesso albo, è la volta di due diverse ballate che sono invece di evidente sua composizione, dato che gli servono per prendere bellamente in giro, nel tono scanzonato che gli è proprio, le sue malcapitate vittime (contro cui però mai Jim usa davvero la violenza, essendo tutto sommato un ladro gentiluomo).


A dimostrazione di quanto Sergio Bonelli tenesse in grande considerazione questo suo personaggio canterino, ha voluto dedicargli addirittura il n° 100 della serie, albo speciale a colori, intitolato appunto “Il mio amico Guitar Jim”. Lì, il chitarrista intona altri brani delle tradizione folk americana. Nelle pagine iniziali dell’albo, in un saloon di Galveston in Texas, Guitar Jim interpreta “Springfield mountain”, una canzone di inizio Ottocento resa celebre in tempi più recenti da una incisione di Woody Guthrie (un monumento del folk a cui deve molto Bob Dylan) e nelle pagine finali una classica ballata western, “I’m Going Away to Texas”.


mercoledì 14 dicembre 2011

L’ULTIMO APPUNTAMENTO

E’ a Recco che si concluderà il lungo viaggio tra gli abitanti di Darkwood di tutto il mondo, cominciato nel novembre dello scorso anno sulle rive del Bosforo, a Istanbul, dove fu tagliata la prima torta in onore dei cinquant’anni dello Spirito con la Scure. Dei festeggiamenti durante le tante tappe, in Italia e all’estero, ho puntualmente parlato prima e dopo ogni evento. Il cinquantennale ha avuto i suoi momenti clou a Rimini, dove il popolo zagoriano si è stretto attorno a Sergio Bonelli, e a Lucca, quando con Gallieno Ferri tutti abbiamo ricordato Guido Nolitta.

Durante il mese di dicembre è previsto per sabato 17 un appuntamento a Borrello (Chieti), dove sarà ospite Mauro Laurenti, autore di una illustrazione celebrativa da cui è stata ricavata una cartolina dove verrà apposto uno speciale annullo filatelico. Ma nella stessa data è prevista l’inaugurazione di una mostra dedicata allo Spirito con la Scure in un’altra cittadina: Recco, in provincia di Genova. Là, presso il Centro Polivalente “Franco Lavoratori”, l’esposizione sarà visitabile fino al 26 dicembre: giusto in tempo per finire il bellezza l’anno del cinquantenario. Recco non è un luogo qualunque. Nessun luogo lo è, in verità (tutti i posti, in fondo, hanno un loro perché). Ma a Recco abita, da ben cinquantadue anni, proprio Gallieno Ferri. E dunque è lì che sono stati realizzati i primi disegni di Zagor, su un tavolo da disegno davanti a un’ampia finestra che consente una visuale mozzafiato sull’antistante golfo Paradiso. Nel nostro saggio dedicato al maestro ligure, io e Graziano Romani abbiamo raccontato di come Ferri e la moglie Rosella decisero di trasferirsi da Genova fino a lì.

Accadde poco dopo il loro matrimonio. Ai due capitava spesso di venire a Recco a mangiare con
sua moglie. «La focaccia al formaggio di Recco è un’istituzione», racconta Ferri in una intervista. «Recco, pur essendo sul mare, non è un paese di pescatori (come la vicina Camogli) ma ha tradizioni agricole. C’era una cuoca, la Manuelina, che, in una piccola osteria, oltre alle solite trenette con il pesto, preparava queste focacce fatte con il formaggio di capra (mucche non ce n’erano) e con la poca farina che i liguri scambiavano con l’olio. Così è nata la focaccia al formaggio, che ha fatto di Recco una capitale gastronomica». Non fu, ovviamente, soltanto la buona cucina ad attirare Gallieno nella cittadina sul Golfo Paradiso. C’era anche il richiamo del mare, con la possibilità che il luogo offriva di praticare la vela e il windsurf, e quella delle zone dell’interno, ricche di torrenti dove fare canoa, un altro sport molto caro al disegnatore. «La Liguria è una terra strana e affascinante», spiega ancora l’artista. «Spesso il paesaggio è arido e ricco di uliveti ma in altre parti, invero poco conosciute, dell’entroterra ci sono fiumi (che mi piace affrontare in canoa) che costeggiano paesaggi rigogliosi, ricchi di verde. Ci sono zone ricche di aironi, di animali che si trovano anche nella palude immaginaria di Darkwood. Le gole attraggono molto i canoisti come me. Mi piace essere, nel mio piccolo, un tipo avventuroso. Per chi non è esperto, certe rapide di secondo o di terzo grado (che faccio abitualmente) possono essere insidiose, ma per chi va un po’ in canoa non sono niente di particolare. Mi piace affrontare fiumi come l’Entella o il Vara, che racchiudono paesaggi favolosi, incantati, quasi inesplorati. E mi piace il mare, mi piacciono i suoi spazi sconfinati, mi piace la vela». Nell'illustrazione in apertura, realizzata all'inizio degli anni Novanta proprio quale omaggio a Recco, il disegnatore ha inserito un po' tutti questi aspetti del luogo che lo hanno convinto a mettere radici proprio lì.

Ferri e Rosella decisero dunque di comprare una casa affacciata sul mare. Gallieno ricorda che andando a visitare per la prima volta la villetta destinata a diventare sua, il venditore lo fece entrare nel salone principale che era ancora al buio, poi aprì le tapparelle: «Mi apparve la vista del golfo, e fu una visione così bella che decisi immediatamente che quella sarebbe stata la mia casa, anche se ciò avrebbe comportato, in quel momento, un notevole sacrificio economico». Nella casa di Recco sono nati i quattro figli di Gallieno: Fulvio, Curzio, Gualtiero e Rocco.

Se volete vedere anche voi il golfo (lo stesso su cui si affaccia anche Camogli, distante appena tre chilometri) e assaggiare la mitica focaccia, non vi resta che andare a visitare la mostra, organizzata dall’Associazione Culturale recchese “Le Arcate”. Meglio ancora, potreste partecipare all’incontro pubblico con Ferri e il sottoscritto, previsto per le ore 10 di sabato 17 dicembre 2011. Ci sarà anche la troupe televisiva del regista Riccardo Jacopino, che come sapete sta realizzando un documentario su Zagor.

Dato che non mi faccio mai mancare nulla, appena conclusa la presentazione recchese mi sposterò in un’altra città italiana. La mia presenza, infatti, è stata annunciata anche a Maranello, nello stesso giorno, alle ore 16. Presso “La Fumetteria” di Via Vignola 153 sarò accanto a Graziano Romani per il primo set acustico in cui il cantautore eseguirà i brani del suo disco “My name is Tex”. Prima dello showcase, a presentare l’album, oltre a me, ci sarà anche Luciano Tamagnini dell’ANAFI, più autori e ospiti a sorpresa. Qui di seguito trovare il videoclip ufficiale del brano. E’ evidente che tutti i texiani nel raggio di cento chilometri non possono esimersi dal partecipare.




martedì 13 dicembre 2011

LA SINDROME DI BEELZEBUL

Quando mi è capitato di commentare alcune delle mie vecchie storie di Zagor, ho ricevuto richieste perché continuassi a farlo, occupandomi di quelle avventure che hanno finito, a torto o a ragione, per venire considerate dei piccoli “classici” all’interno della serie dello Spirito con la Scure. E’ successo anche che una di queste mie auto-disamine risultasse essere tra gli articoli più cliccati dell’intero blog: è il caso de “I cavalieri del Graal”, visitatissima tutti i giorni perché, pur parlando di un racconto a fumetti, approfondisco sia il tema dei Templari che quello delle leggende di Parsifal e del Re Pescatore (ma parlo anche di George Catlin e dei Mandan).

Dato che negli ultimi giorni ho anche rivangato molti aneddoti del mio passato e raccontato delle mie prime esperienze fumettistiche, mi piacerebbe a disposizione degli interessati qualche appunto riguardante proprio l’avventura zagoriana con cui ho esordito, e cioè “Pericolo mortale”: una storia di 215 tavole illustrate da Gallieno Ferri (Zenith 361/362/363, maggio/luglio 1991). In realtà, lascerò presto la parola a un commentatore d’eccezione (vi spiegherò dopo di chi si tratta). Però, prima, bisogna che faccia qualche premessa.


Come sia arrivato a presentare un soggetto, vederlo accettato e quindi mettermi al lavoro sulla sceneggiatura, l’ho già raccontato. Credo anche di aver rivelato, nella ricca aneddotica che ormai infiocchetta questo blog, che a presentarci a Sergio Bonelli, nel 1987, con il progetto di quella storia fummo in due: io e Dante Bastianoni, giovani aspiranti autori di belle speranze. Io volevo scrivere, lui voleva disegnare: unimmo le nostre forze e realizzammo qualche tavola di prova. Appunto, le prime sequenze di “Pericolo mortale”, che nella mia stesura originale era intitolata “La sindrome di Beelzebul”. Qui accanto e più sotto potete vedere un paio di quelle pagine illustrate da Dante, e se siete proprio curiosi potreste andare a confrontarle con la versione che Ferri avrebbe invece dato in seguito.Bastarono queste prove per far assumere Bastianoni nello staff di Martin Mystère. Per me, invece, ci fu da aspettare ancora due anni.

Un’altra cosa abbastanza singolare fu il fatto che l’avventura cominciasse in un albo, “I malefici di Diablar”, alla conclusione di un altro racconto (scritto da Ade Capone) e subito si interrompesse, dopo soltanto una trentina di pagine, per continuare nel numero successivo: ebbene, quelle pagine iniziali contenevano soltanto un lungo sketch di Cico, realizzato sulla falsariga di quelli che Guido Nolitta era solito premettere all’entrata nel vivo delle proprie sceneggiature. Dato che la scenetta umoristica si basava sul fascino latino del messicano messo alla prova come seduttore, Decio Canzio intitolò quella prima sezione “Cico rubacuori”. Così, questo è il buffo titolo del mio primo racconto che rimarrà per sempre negli annali: ma pensa un po'. Siccome nello stesso mese uscì in edicola anche il mio primo Speciale Cico, intitolato “Cico Trapper”, i lettori di Zagor, che ancora non mi conoscevano, per un intero mese, quello di maggio del 1991, ebbero di me l’immagine di uno capace soltanto di scrivere gag (ammesso e non concesso che almeno di quello mi ritenessero capace). Soltanto dopo trenta giorni, con la seconda parte de “La sindrome di Beelzebul”, il pubblico poté cominciare a rendersi conto di quel che sapevo (o non sapevo) fare.

Trattandosi della mia prova, la Casa editrice ritenne, a ragione, di mettermi sotto il controllo di un tutore d’eccezione: Renato Queirolo. Renato mi guidò perché muovessi i primi passi nella direzione giusta impedendo che prendessi direzioni sbagliate e corresse qua e là i miei dialoghi. Fra le cose che Queirolo mi diceva c’era la profonda verità per cui la prima storia è sempre più facile da scrivere della seconda ed è più probabile che venga bene: in tanti hanno un progetto nel cassetto che, a forza di venire limato, perfezionato, cesellato e ripensato, alla fine funziona. I veri guai cominciano con le storie successive, quando si tratta di sfornare idee a tambur battente e scrivere senza avere il tempo di pensarci troppo, dato che il fumetto seriale macina tavole su tavole tutti i mesi. Aveva ragione.

In ogni caso, tanta fu la mia soddisfazione nel veder arrivare in edicola un progetto a cui avevo così a lungo lavorato e su cui avevo investito tante speranze, che radunai tutti i fogli accumulati nel corso degli anni (dal primo soggetto scritto a macchina da scrivere alle ultime tavole uscite dalla stampante ad aghi di un primordiale computer, comprese tutte le correzioni a penna di Queirolo) e li feci rilegare in un volumone che mi ricordasse per sempre quella fatica. Qualche anno dopo, però, Paola Barbato mi chiese qualcosa da mettere all’asta per una raccolta fondi da lei organizzata a favore di una associazione per la ricerca e la cura di una grave malattia, la Corea di Hungtinton, e io le regalai il tomo, che fu battuto all’asta per una cifra superiore a ogni aspettativa e finì nelle mani di un collezionista. Di recente sono stato invitato a casa dell’acquirente, che mi ha mostrato il grosso libro, custodito nei suoi capienti scaffali: è stata un’emozione che mi ha fatto riaffiorare alla mente tanti ricordi.


Ma torniamo alla storia de “La sindrome di Beelzebul” e all’ospite che tra qualche riga chiamerò a esprimersi sul mio lavoro di esordio. Il commentatore del racconto si chiama Zlatibor Stankovic. Il fatto che il suo nome cominci con la parola “zlat”, che significa oro in serbo e in croato, mi fa pensare che abbia un significato aureo. In ogni caso, si tratta di un giornalista di Nis, in Serbia, la città natale dell’imperatore Costantino. Ho conosciuto Zlatibor durante il viaggio a Kragujevac fatto la scorsa estate insieme a Joevito Nuccio: mi vedete nella foto con lui. In mano, aveva un regalo per me: una copia rilegata di un suo articolo dedicato proprio al commento di “Pericolo mortale”, una fra le sue storie di Zagor preferite. Potete vedere in apertura la copertina del libro da lui realizzato e fatto tradurre in italiano perché potessi leggerlo. Gli ho chiesto il permesso di rendere pubblico un estratto del suo lavoro: lo trovate qui di seguito. Mai avrei creduto, alla fine degli anni Ottanta, che la mia “Sindrome di Beelzebul” avrebbe avuto una così attenta disamina come questa.


MORENO BURATTINI
ANNO ZERO
di Zlatibor Stankovic

Alla fine degli anni Ottanta dello scorso secolo il nome di Moreno Burattini era già noto tra gli appassionati di fumetti della Penisola appenninica. In quel periodo, il suo curriculum nel campo di fumetti si basava su numerosi lavori di critica e saggistica, sull’organizzazione di mostre, su alcune sceneggiature di fumetti e su lavori teatrali . Di certo, negli anni successivi Burattini avrebbe trovato il modo di sottolineare ancor di più il proprio nome nel comicdom italiano, ma è anche sicuro anche che questo nome non sarebbe stato nemmeno per la metà così noto com'è adesso se Sergio Bonelli non si fosse stancato di ricevere le sue lettere piene di critiche per le sceneggiature di Zagor, e non gli avesse chiesto: 'Se pensi di poterlo fare meglio, perche’ non scrivi tu una sceneggiatura di Zagor?’. Dopo aver pensato per un attimo, Burattini ha risposto. Ovviamente in modo affermativo. L’episodio ’Cico rubacuori’ ha segnato l’inizio del lavoro di Burattini su Zagor, un'attività che dura ancor oggi. Nel frattempo, l'autore è diventato curatore della collana e oggi è anche lo sceneggiatore che ha scritto il maggior numero di avventure del Spirito con la Scure.

Che si tratti di un bravo e ingegnoso autore lo testimoniano numerosi e importanti premi ricevuti in Italia per i suoi fumetti. Che si sia dedicato alla creazione del mondo di Zagor con tutto il cuore lo prova la sua dichiarazione secondo la quale lavorando per Sergio Bonelli ha raggiunto quello che per Erskine Caldwell è il massimo risultati nella vita: essere pagati per qualcosa che, avendo soldi, si sarebbe disposti a pagare per poter fare. E' grazie a questa sincera passione e questo coinvolgimento che nella maggior parte delle sue sceneggiature le avventure di Patrick Wilding e del suo compagno di viaggio Cico Felipe Cayetano Lopez Martinez y Gonzales si leggono d’un fiato. A cominciare da quella d'esordio.

Zagor, nella prima tavola di questa storia, compare emergendo da dietro una collina: è quasi la metafora dell’ispirazione che Burattini per lungo tempo ha portato dentro di sé, ed è l’immagine con cui lo sceneggiatore ha esordito nel mondo delle avventure dello Spirito con la Scure. Il suo Zagor è sorridente, ma carico di forza: appare al lettore come se emergesse dalla propria leggenda. Senza un piano largo, senza dettagli, senza pomposità, senza tutto quello che ci si sarebbe aspettato da uno che per la prima volta, non come lettore, ma come autore, si immerge nel mondo leggendario dell’ America del Nord.

Con ’La sindrome di Beelzebul’, il suo battesimo del fuoco, Burattini incomincia seminando nella parte più fertile del suolo di Darkwood: quello della fantascienza e dell'horror. Il rischio era però quello di ripeteresi, dato che esisteva già il precedente dell’idea di militari vittime di esperimenti di scienziati senza scrupoli nella storia con gli ’uomini rana’ de „L'avamposto dei mostri“. Il pericolo è stato evitato, arricchendo e trasformando lo spunto con una storia di trapper coraggiosi, di banditi senza scrupoli, di soldati fanatici ma anche costruendola come un apologo sul lato oscuro del progresso. Questa storia é tutto questo ed è anche molto di più. Giocando con i cliché, Burattini ha evitato le trappole degli stessi.

Con poche premesse il palcoscenico della vicende è pronto. Darkwood diventa subito misteriosa. Non così tanto che automaticamente ci aspettiamo che appaiano akkroniani o vampiri, ma sufficiente quel tanto che basta perché il solito bivacco bella foresta sembri insolito. Frequenti cambiamenti di scena trasformano il campo d'azione della storia in un universo a se stante, uno uno spazio ermetico pieno di quella sostanza misteriosa che sembra permeare tutta Darkwood. Kingston, la città in cui tuytto ha inizio, simbolo del progresso, è circondata da montagne il cui nome, Blacksteep Muntains, dice tutto. Il disegno del grande maestro Ferri rende fin dall'inizio partecipe ogni lettore del particolare stato d’animo con cui si legge questa storia.

All'inizio, l’incontro di Zagor con i suoi amici trapper è abbastanza lungo perché i lettori possano familiarizzare e solidartizzare con personaggi della frontiera dai caratteri allegri, e dunque per creare, dopo che alcuni saranno stati uccisi, una forte empatia con i sopravvissuti. Il successivo incontro con il gruppo di soldati chiamati Green Jackets, che si dirige verso le montagne, dura quanto basta perché la storia si faccia dinamica, ma non così tanto a lungo perché quegli strani soldati in quelle divise strane diventino troppo importanti fin dal principio. Poi, ecco il messaggio scritto con sangue sul cassone di un carro giunto in città grazie al cavallo impaurito che ha continuato la strada riportando a casa il padrone anche dopo la sua morte. Semplice. Comune. Geniale. Subito dopo, la città sembra sempre la stessa, però un già diversa. Le montagne che la circondano sono simili a tante altre, ma adesso celano uno spaventoso mistero. I fili della storia hanno già creato una rete abbastanza forte da portare il peso del cliché.

Il disegno nel frattempo non rinuncia mai a un atmosfera scura, buia, che non libera il panorama, neanche sotto sole, dall'ombra della tempesta che sta per arrivare. Le nuvole seguono Zagor e i suoi amici durante tutta la caccia. La rappresentazione della natura del maestro Ferri ha, nelle pagine di quest’avventura, la forza dei fulmini che si scaricano su per le sporgenti cime dei Blacksteep, e si dimostra anch'essa protagonista di questa storia. Una volta entrati nel vivo non ci saranno più eventi secondari, ne’ divagazioni: Burattini lo dimostra tramite due semplici espedienti narrativi. Il primo è il personaggio di un indiano che, rannicchiato accanto al corpo di sua moglie, aspetta che gli 'spiriti cattivi’ vengano a prendere anche lui. Il secondo è l' orribile scoperta fatta da Zagor in una capanna di trapper, i cui occupanti sono stati uccisi nello stesso, crudele modo del malcapitato ricondotto a Kingston dal suo cavallo. Questi due dettagli trasmettono un chiaro messaggio: il pericolo non é sporadico, ma generale. E può nascondersi ovunque.

Le carte sono sul tavolo, dunque, ma ancora non mischiate. E siamo a metà della storia. Il motivo degli omicidi misteriosi distrae abilmente il lattore finché nel punto culminante di un doppio crescendo, le pallottole volano in direzioni inaspettate. Lo Spirito con la Scure appare un’altra volta dietro la collina come all’inizio della storia, ma l'insediamento umano che compare ai suoi occhi, rappresentato da un fortino militare, ha adesso un aspetto completamente diverso: è la dimora di orrende creature.

La vitalità del disegno di Ferri non cede. Sembra, anzi, che il veterano si stesse solo riscaldando, e lo dimostrano le tavole seguenti, nelle quali dettagli e dinamismo sono scanditi dal dagli spari dei Winchester. Finché, in una vignetta Zagor riconosce nel viso di uno di tanti mostri il volto del capitano Hunt, capo dei Green Jackets. Il segreto orribile finora annunciato, adesso è rivelato, e nemmeno i lettori più smaliziati si sottraggono a una scarica di adrenalina. La velocità della rapida alternanza delle inquadratura ritmata per gli occhi dei lettori è la stessa con la quale la rivelazione viene buttata in faccia ai protagonisti.

Non è necessario cercare in ogni tratto di Burattini un’idea o un obiettivo ben definiti, lui stesso non ha cercato mai di creare una storia con l’intenzione che fosse costantemente ideologicamente ben definita. Ne’ tutte le sue capacità artistiche, a causa del controllo di Bonelli in quel momento, potevano raggiungere la piena libertà espressiva. Ma già nel periodo della creazione di questa storia, il ventottenne Burattini era abbastanza maturo come autore per padroneggiare la tecnica narrativa.


venerdì 9 dicembre 2011

QUESTE COSE NON SI FANNO


Ho già raccontato della mia collaborazione con l’Acme e Macchia Nera a proposito di Lupo Alberto e Cattivik, e credo di aver anche rivelato come fossi io il fantomatico “Professor Gustavo La Fogna” che rispondeva alla Posta dei lettori del Genio del Male e si inventava rubriche umoristiche come “Il dizionario degli insulti” e “Queste cose non si fanno”.

Quest’ultima era una rubrica dedicata agli scherzi: in ogni puntata, per circa un anno, tra il 1992 e il 1993, ho suggerito due o tre burle (talvolta innocue, talvolta micidiali, ma sempre in linea con lo spirito cattivikiano). Mi sono molto divertito a interpretare Gustavo La Fogna, e le cose che rispondevo ai tanti che scrivevano (ed erano tutte lettere su carta) mi facevano ridere già mentre scrivevo le risposte. Una volta ho ricevuto una missiva di un ragazzo che abitava vicino a me, il quale mi chiedeva consigli per conquistare una tipa di cui si era innamorato, una certa Laura. Era mia sorella. Il mittente non sapeva che stava scrivendo proprio a me.

Comunque, giusto per dare un’idea anche di questa mia attività, che rimpiango (mi piacerebbe tornare a fare qualcosa del genere), vi propongo qui sotto una selezione degli scherzi suggeriti da La Fogna ai lettori di Cattivik.


QUESTE COSE
NON SI FANNO
La pagina degli scherzi

A cura del Professor Gustavo La Fogna

Da Cattivik (edizioni Macchia Nera)


ZITTI E MOSCA

Il primo scherzo che vi proponiamo è terribile come la Maledizione di Montezuma e consiste in questo: recatevi in un negozio di articoli per pescatori e acquistate un sacchetto di vermi (di quelli usati comunemente come esche); dopodiché mettetevi il sacchetto in tasca e fatevi dare un passaggio dalla vittima predestinata, scelta fra i vostri parenti o amici in possesso di un'automobile. Senza farvene accorgere, rovesciate all'interno della vettura tutti i vermi contenuti nel sacchetto: i viscidi animaletti cercheranno subito un comodo nascondiglio sotto la moquette e negli interstizi dei sedili e della carrozzeria, scomparendo in pochi minuti dalla vista di chiunque. A questo punto non si tratta che di attendere: in pochi giorni, e tutti insieme, i vermi si trasformeranno in grosse mosche che infesteranno l'abitacolo dell'automobile. Una bella mattina la vittima del vostro scherzo si recherà in garage per prendere la macchina e vi troverà all'interno un impressionante sciame di mosche ronzanti. Fate in modo di essere nei paraggi per vedere la sua faccia!

IL PROGRAMMA TV

Abitate in un condominio di quelli con le pareti sottili come carta velina che permettono di sentire in ogni appartamento cosa trasmette il televisore dell'appartamento accanto? Bene, ecco lo scherzo che fa per voi: individuate una vicina superappassionata di telenovele o di programmi del genere; registrate la sigla della trasmissione in questione su un'audiocassetta; attendete l'ora in cui la vicina va a letto. Quando sarete certi che la povera donna sta per addormentarsi, accendete il vostro registratore con il volume al massimo facendole sentire attraverso il muro la sigla del suo programma preferito. La vicina salterà su convinta che qualche emittente stia trasmettendo una nuova puntata fuori-programma e comincerà a agitare il telecomando passando da un canale all'altro. Se si convincerà di aver perso un episodio di "Sentieri", "Beautiful" o "Un posto al sole" potrebbe anche tentare il suicidio.

LA FODERA ALL'ACCIUGA

Per mettere in pratica questo scherzo occorrono una siringa, un tubetto di pasta d'acciughe e una vittima designata. Procuratevi una siringa e gettate via l'ago, che non serve; quindi riempite il cilindro con la pasta d'acciughe avendo cura di scegliere, fra quelle in commercio, la marca più puzzolente. Avvicinatevi senza farvi notare al piumino, al giubbotto, alla giacca (o a un altro capo d'abbigliamento del genere) che la vittima designata abbia appeso a qualche attaccapanni. Quindi infilate il beccuccio della siringa sotto la fodera dell'indumento in questione, e premete lo stantuffo. In questo modo la pasta d'acciughe si depositerà fra la stoffa e la fodera. Potete ripetere l'operazione anche diverse volte: l'importante è distribuire bene la pasta in modo che la vittima non noti la manomissione. A sabotaggio compiuto, l'indumento puzzerà in maniera pazzesca, e il malcapitato proprietario verrà evitato da tutti senza che possa rendersi conto di cosa sia successo.

IL GESSETTO INGESSATO

Avendo un professore che fa grande uso di gessetti e di lavagna durante le ore di lezione, fate in modo di giungere in aula una buona mezz'ora prima e sequestrate tutti i gessi. Appoggiateli su un foglio di carta e segateli a metà con una lametta da barba (occhio a impugnare la lametta con la dovuta cautela, o lo scherzo si ritorcerà contro di voi). Il trucco consiste nel sezionare tutto lo spessore del gessetto, TRANNE una piccola parte centrale destinata a tenere unite le due metà. Impastate con qualche goccia d'acqua o di saliva la polvere di gesso caduta sul foglio durante questa operazione, e spalmatela sul taglio in modo che risulti invisibile. Ripetete questa lavorazione per TUTTI i gessi, e quindi rimetteteli a posto. Il professore non noterà alcunché di strano, ma appena impugnerà il primo gessetto e lo appoggerà sulla lavagna, questo si spezzerà. Ne prenderà un altro, e anche il secondo subirà la stessa fine. Così poi il terzo e il quarto... a questo punto la classe starà già rotolandosi per terra dalle risate.



SCHERZI A PARTY

Ecco alcuni simpatici scherzi che é possibile organizzare durante un party, una festa di compleanno o una serata tra amici in casa di qualcuno.
Scherzo numero uno: in una stanza diversa da quella dove si svolge la festa preparate un imbuto, una moneta, un bicchiere e una bottiglia d'acqua. Quindi dite a tutti che nel locale adiacente si svolgerà un gioco, per partecipare al quale occorre entrarvi uno alla volta. Introducete la prima vittima nella stanza (dove l'imbuto e la moneta saranno in bella vista, ma il bicchiere e l'acqua risulteranno nascosti) e infilategli il beccuccio dell'imbuto davanti all'ombelico, fra la camicia e i pantaloni, stretto dalla cintura. Poi fategli reclinare la testa all'indietro e ponetegli la moneta sulla fronte. Spiegate che il gioco consiste nel far cadere le cento lire nell'imbuto con un rapido movimento del collo. Mentre l'ignara vittima si accingerà a compiere l'impresa e sarà impossibilitato a seguire le vostre mosse a causa della posizione a testa indietro, voi rovesciategli nell'imbuto un bicchiere d'acqua. Le risate sono assicurate! Asciugate il pavimento con uno straccio e fate entrare il secondo amico, dopo aver chiesto il silenzio del primo (che sarà ben lieto di assistere alla turlupinatura altrui per dimostrare di non essere l'unico fesso che ci è cascato). Lo scherzo si ripete con la terza, la quarta, la quinta vittima fino all' esaurimento degli invitati al party, fra l'ilarità generale.

Scherzo numero due: il meccanismo della stanza in cui le vittime entrano una alla volta è lo stesso. C'è solo un cambiamento: le persone devono essere alternativamente prima un maschio e poi una femmina. Iniziate il gioco contando su due o tre amiche e amici compiacenti al quale avrete spiegato il meccanismo, disponeteli a "trenino" (in fila indiana con le mani di ognuno sulle spalle di chi sta davanti) stando bene attenti ad alternare maschi e femmine, e fate entrare la prima vittima scelta del sesso opposto a quello della persona che chiude il "trenino". Cioè: se l'ultima persona del trenino è una ragazza, fate entrare un giovanotto, e viceversa. Pregate la vittima appena giunta nella stanza di accodarsi al trenino, e fate muovere la fila compiendo due o tre giri della stanza, magari al ritmo di una musica ballabile. Poi fermatevi, voltatevi verso chi vi è alle spalle, e datele un bacetto. La persona baciata si volterà a sua volta verso chi le) sta dietro, e darà a sua volta un bacio. E così via fino all'ultimo arrivato. Costui (o costei) si aspetterà di ricevere un affettuoso kiss... e invece, a tradimento, si beccherà un sonoro ceffone! Sorpresa della vittima, risate di tutti gli altri. La vittima sarà quindi pregata di rimanere all'ultimo posto del trenino, e di restituire il ceffone all'ignaro (o ignara) che entrerà dopo di lui. E così via, finché tutti saranno stati baciati e schiaffeggiati.

Scherzo numero tre: scegliete fra i convenuti alla festa un tapino da coprire di ridicolo. Fate disporre tutti quanti in circolo, lasciando una sorta di arena al centro. Lì vi piazzerete voi. Anticipate che di lì a poco passerete accanto a ciascuno per sussurrare negli orecchi il nome di un animale, e spiegate in cosa consiste il gioco: al vostro via, tutti dovranno balzare verso il centro dell'arena facendo i gesti e i versi dell'animale in questione. Dite che una persona scelta a caso dovrà poi cercare di ricordare chi degli altri imitava una certa bestia. In realtà il gioco è ben diverso: quando passerete a sussurrare nei padiglioni auricolari, raccomandate a tutti di non muoversi. A tutti, TRANNE che alla vittima predestinata! A costui (o costei) sussurrerete il nome della scimmia. Così, quando darete il fatidico via, nessuno si sposterà: solo UNA PERSONA balzerà al centro dell'arena squittendo e saltellando come una scimmia, suscitando l'ilarità generale.


SUPERSCHERZO AL SUPERMARKET

Un pubblico numeroso è di certo offerto dalla gente in coda alle casse di un supermercato. Scegliete un supermarket che abbia i carrelli vuoti agganciati gli uni agli altri con una catenella, quelli cioè che occorre liberare con l'inserimento di una moneta. Prendete un carrello e scorrazzate tra gli scaffali riempiendolo di merce fino all'inverosimile (avendo cura di scegliere gli oggetti più pesanti, come bottiglie d'acqua e sacchetti di farina). Quindi adocchiate un cliente che abbia un carrello anch'esso stracolmo: approfittando di un momento in cui questi si è distratto o allontanato e agganciate il vostro carrello al suo (recuperando così anche la moneta). Trovatevi un buon punto di osservazione e godetevi la scena: quando l'ignara vittima farà l'atto di avvicinarsi alla cassa con il suo carrello, lo troverà pesantemente ancorato al vostro! Potete anche agganciare fra loro i carrelli di due o più persone diverse: vi garantirete un treno di risate guardando gli sforzi dei malcapitati per venire a capo della situazione!

CHI SI CHINA E' PERDUTO

Al limite della trivialità, ma sinceramente divertente è la burla che segue. Si tratta di procurarsi uno di quel palloncini di gomma venduti come scherzo di carnevale, che provocano un sonoro "PROOOT!" quando uno si mette ci si siede sopra. Occorre anche una moneta, che però andrà persa. Scegliete una via affollata (per garantirvi un folto pubblico), mettete la mioneta sul marciapiede, e appostatevi in un portone vicino con il palloncino ben gonfio. Appena qualcuno dei passanti noterà la moneta per terra, si chinerà per raccoglierla: a quel punto, voi farete esplodere il vostro "PROOOT"! Vedrete che faccia farà la gente che passa per la via, credendo responsabile dell'indecenza il malcapitato che si è chinato e lanciandogli severe e schifate occhiatacce! Naturalmente, voi siate pronti a fuggire a gambe levate.

LA SCARPETTA CON LE UOVA

Recandovi in palestra o in casa di amici, individuate un paio di scarpe o di ciabatte "posteggiate" in uno sgabuzzino o ai piedi del letto; quindi metteteci dentro un uovo! Appena la vittima predestinata indosserà la calzatura, ci sarà la frittata.

Un altro scherzo con le uova consiste in questo: si tratta di recarsi in visita da qualcuno con le tasche imbottite di uova sode. Approfittando di un attimo di distrazione dei padroni di casa, dovete sostituire le uova fresche conservate in frigorifero con quelle che vi siete portato dietro. Quando le ignare vittime vorranno farsi una frittatina o uno zabaione, andranno a rompere i gusci e troveranno tutte le uova assodate.

ARGOMENTI DI CONVERSAZIONE

Chiedete a un vostro amico di dirvi il nome di tre animali che fanno la cacca grossa. Lui risponderà citando bestie di notevole mole come l'elefante, il rinoceronte e l'ippopotamo (ma anche il bisonte, l'orso o il cavallo). Poi chiedetegli di dirvi il nome di tre animali che fanno la cacca piccola. Lui, senza indugiare, risponderà citando bestioline microscopiche come la formica, la mosca e la zanzara (ma anche la rana, la vespa o lo scarafaggio). A questo punto chiedetegli di dirvi il nome del famoso scienziato egiziano vincitore del premio Nobel per la chimica nel 1958 (non esiste nessuno scienziato egiziano che ha vinto un nobel del genere, ma a noi non interessa). Il vostro amico vi guarderà stupito e confesserà di non saperlo dire. Al che voi replicherete con aria di superiorità: "Lo sapevo! Con te non si può parlare altro che di argomenti di cacca!".

Buon divertimento! Ma ricordate... chi la fa, l'aspetti!

mercoledì 7 dicembre 2011

STELLE E STRISCE

Come al solito, ho un aneddoto da raccontare. Un paio di anni fa, io e Alessandra (un nome che è tutto un programma) siamo andati a Mantova per vedere una mostra sui Pooh, organizzata nel Palabam, in cui erano esposti oltre quarant’anni di costumi di scena, dischi italiani ed esteri, foto e ritagli di giornale, premi ricevuti, strumenti musicali e ogni genere di cimelio. So già che la metà di chi legge starà storcendo la bocca e starà dubitando di aver letto bene: i Pooh, possibile? Sull’argomento della strana intolleranza di molti nei confronti della musica ascoltata dagli altri ho già scritto, e non è il caso di tornarci adesso. Perciò, lasciamo da parte la discussione sul fatto se sia giusto o no che quelli a cui piacciono i Pooh siano liberi di ascoltarli, o non sia meglio vietare per legge la musica italiana.

Fatto sta che noi eravamo là, avendo prenotato per l’occasione anche una camera in un hotel vicino al Palazzetto, dove ci sarebbe stato un concerto, approfittando dell’occasione per visitare la città sul Mincio e mangiare la sbrisolona. A un certo punto, nei corridoi della mostra, ci è capitato di fare conoscenza con una ragazza romana, Eleonora, immobilizzata su una sedia a rotelle e spinta dalla madre Maura, ultrasettantenne ma dotata di una incredibile forza d’animo, al punto da accompagnare la figlia in giro per l’Italia dovunque ci sia un concerto dei Pooh. Dato che la carrozzella pesava e mamma Maura non è più una ragazzina, mi sono offerto io di fare da propellente a braccia. Nel giro di venti minuti mi sono subito accorto di quante barriere architettoniche ci siano dovunque, vista anche soltanto la difficoltà di salire o scendere dai marciapiedi o superare una crepatura nell’asfalto. Per farla breve, io e Alessandra abbiamo finito per accompagnare Eleonora in giro per la mostra, poi al ristorante, quindi al concerto.

Alla fine della giornata, siamo tornati insieme in albergo: eravamo alloggiati nello stesso posto. Entro nella hall spingendo la carrozzella ed ecco l’evento inatteso. I Pooh sono lì, anche loro in quell’hotel. Mi vedono, sorridono e mi vengono incontro: “Ehi! Guarda chi c’è! Che piacere!”. Sgrano gli occhi incredulo: mi conoscono? Poi capisco: non conoscono me, ma Eleonora. E’ una così assidua frequentatrice dei loro spettacoli che ormai la salutano ogni volta che la vedono. Sono persino andati a trovarla quando si è laureata. Così, senza volere, io e Alessandra abbiamo conosciuto i Pooh. Prima di salire in camera, ho scambiato qualche parola con Red Canzian. Gli ho spiegato chi ero e gli ho chiesto se conosceva Zagor. “Ma certo che lo conosco! Una volta lo leggevo spesso, così come Tex”. Non gli ho detto che personalmente considero “Ultima notte di caccia” la colonna sonora ideale per un eventuale film sullo Spirito con la Scure, ma sono stato molto contento di sentire un musicista come Red disposto a intrattenersi a parlare di fumetti. Da allora in poi, abbiamo continuato a incontrare Eleonora in giro per i concerti, oltre ad andare a trovarla a casa sua, ed Alessandra ormai la considera la sua “amica luminosa”, per citare un verso di Facchinetti/Negrini. Perché vi ho raccontato tutto questo? Perché, appunto, è il perfetto esempio di una testimonianza di prima mano di un qualcosa che qualcuno del mondo dello spettacolo, una star, ha detto (per poco che sia) riguardo a Zagor. Il discorso ci porterà, fra poco, in un’altra direzione ma intanto prendete nota.

Qualche giorno fa, sul Forum di Zagor SCLS, il forumista Spiritello Fran ha raccontato di aver partecipato, a fine novembre, a incontro pubblico con Roberto Vecchioni, in una libreria Feltrinelli, in occasione dell'uscita di una raccolta di brani. Durante l'incontro, Vecchioni si é detto un assiduo frequentatore di Lucca Comics (dove "spende una quantità di soldi") e un lettore di fumetti. "Leggo fumetti da sempre, da quando ero bambino, e ancora ne leggo a vagonate!": queste, secondo Spiritello Fran le sue esatte parole. Il professore ha informato il pubblico presente della scomparsa di Sergio Bonelli, da lui rimarcata come un grave lutto non solo per il fumetto italiano ma per la cultura in generale. Del resto, fra le foto pubblicate sul mio saggio dedicato a Guido Nolitta, ce n'è appunto una che raffigura Bonelli e Vecchioni insieme. Il forumista ha chiesto a Vecchioni quali fossero, in ambito bonelliano i suoi eroi preferiti e il cantautore ha risposto: "Dylan Dog e Zagor". Una delle canzoni del nuovo CD di Vecchioni si intitola, non a caso, “Il lungo addio”: è ispirata da un albo di Dylan Dog ed è dedicata alla figlia che si sta per sposare.

C’è però il caso di una canzone di un altro musicista che prende il titolo non da un albo di Zagor ma quasi: è appunto “Freddo cane in questa palude”, di Luciano Ligabue. Nel caso non ve ne foste ancora accorti, è dal Liga che ho copiato per intitolare il mio blog. Nel brano, il cantautore dice “io mi sento come Zagor”. Diamo dunque per assodato una certa vicinanza spirituale dell’artista con lo Spirito con la Scure, da lui sicuramente letto in passato, se non oggi.



Qualcuno che sembra essere ancora più vicino all’eroe di Darkwood, a parte il nome scontato di Graziano Romani, è invece Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. Nella puntata del 17 aprile 2008 del programma televisivo “Le invasioni barbariche”, condotto da Daria Bignardi, Jovanotti ha raccontato di come gli sia sempre piaciuto disegnare e di come abbia, altrettanto da sempre una grande passione per i fumetti. L’eroe che più lo ha fatto sognare da ragazzo è stato Zagor. Rivela anche l’idea di farsi tatuare l’aquila di Zagor su un braccio. Sullo schermo alle spalle dell’artista scorrono dei disegni fatti dallo stesso Jovanotti e uno lo raffigura con il costume dello Spirito con la Scure. “Peccato che la Bignardi non capisca un tazzo di fumetti e non approfondisca, anzi cerchi di cambiare discorso”, commenta giustamente qualcuno su uno dei forum zagoriani dove si è dato risalto all’outing fumettistico di Lorenzo Cherubini. In una recente apparizione del cantautore, quella nello show di Fiorello “Il più grande spettacolo dopo il weekend”, l’amore bonelliano di Jovanotti è stato ribadito da un video in cui, fra le altre, è comparsa anche l’immagine di Sergio Bonelli, o, se vogliamo, di Guido Nolitta.




Se mi avete seguito fin qui, tenete duro perché stiamo arrivando al dunque. Capita spesso, proprio sui forum zagoriani o nelle riunioni di lettori, di sentir raccontare aneddoti circa altri personaggi ancora che non avrebbero fatto mistero del loro interesse verso lo Spirito con la Scure. Personalmente, una volta, ho incontrato Max Pezzali dopo un concerto, accompagnato da Ade Capone che del cantante è grande amico, e gli ho portato in regalo un disegno originale di Mauro Laurenti: Max lo ha molto apprezzato. Si fa spesso il nome di Eros Ramazzotti come un altro lettore dell’eroe di Darkwood. Non ho trovato però riscontri: qualcuno sa dove e quando l’Eros nazionale avrebbe citato il nome di Zagor? Un riscontro certo c'è invece, come mi è stato segnalato da Giuseppe "Ramath" Reina del forum ZTN, nella canzone "Limiti" di Caparezza.

Su un’ultima star, però, tutti sembrano d’accordo: Alex Del Piero. Riguardo al cannoniere, pare non esserci dubbio alcuno: non soltanto il calciatore è un lettore dello Spirito con la Scure, ma (dicono tutti) sarebbe in possesso di una delle collezioni complete più belle e meglio conservate che si conoscono. Questa circostanza, durante i raduni zagoriani, si arricchisce ogni volta di nuovi particolari: qualcuno dice di sapere la cifra stratosferica pagata per l’acquisto degli albi o delle strisce, qualcun altro afferma di conoscere quando e da chi i pezzi migliori siano stati comprati. Addirittura, c’è stato chi mi ha detto che la collezione di Alex sarebbe così unica da venire ormai da tutti designata come “collezione Del Piero”.

Nessuna meraviglia, dunque, che io abbia riferito tutte queste notizie a Riccardo Jacopino. Chi è Riccardo Jacopino? E’ un regista che da anni gira per il mondo realizzando documentari: di recente è stato in Mali, verificando di persona quanto sia ormai pericoloso cercare di raggiungere Timbuctu dopo che i beduini libici legati a Gheddafi si sono spostati a sud in fuga da Tripoli. Riccardo mi ha contattato alcuni mesi fa presentando un progetto per un documentario su Zagor. Ha ottenuto tutte le autorizzazione necessarie, ha trovato i produttori, gli ho fornito ogni tipo di documentazione, ha già intervistato numerosi autori ed era a Città di Castello il giorno in cui abbiamo ricordato Sergio Bonelli. Sarà, con la sua troupe, anche a Recco il 17 dicembre per l’inaugurazione della mostra che chiuderà, con la presenza di Gallieno Ferri, i festeggiamenti del cinquantennale dello Spirito con la Scure. “Mi servirebbe qualche personaggio famoso da intervistare a proposito di Zagor – mi ha detto – qualcuno del mondo dello spettacolo e della cultura”. Gli ho suggerito Giulio Giorello tra gli intellettuali, Jovanotti fra i cantanti e naturalmente Alex Del Piero fra gli sportivi. “Del Piero? Benissimo! Comincerò proprio da lui”. Oggi Jacopino mi ha telefonato per raccontarmi com’è andata. “Del Piero non sa nulla di Zagor”, mi ha detto. Pare che Alex non abbia nessuna collezione e non sia un lettore dello Spirito con la Scure. Questo è quel che risulta. Si tratta di una leggenda urbana. Del resto, una palude non è il posto migliore per giocare a calcio.



domenica 4 dicembre 2011

IL CASELLANTE

A Isaac Asimov è capitato una volta di scrivere un poliziesco, Murder at the ABC (ovvero Rompicapo in quattro giornate nella traduzione del Giallo Mondadori) in cui non soltanto lui stesso è uno dei protagonisti, senza essere l’io narrante, ma è persino uno dei possibili assassini. A me, che non mi sono mai inserito in una mia storia, è successo invece di finire protagonista di un racconto scritto da altri. La cosa, per poter essere raccontata come si deve, merita un minimo di approfondimento.

Rispondendo in più occasioni alle domande di qualche intervistatore, mi è capitato di far cenno a ciò che facevo prima di diventare un autore di fumetti a tempo pieno. Anche di recente, parlando della proposta di assunzione fattami una volta da Francesco Coniglio, ho spiegato di averla rifiutata perché all’epoca già lavoravo presso una grande azienda. Si trattava della Società Autostrade. Il motivo per cui ci ero finito era che avevi bisogno di un impiego estivo per pagarmi gli studi, e avevo sentito dire che i gestori di tratte autostradali assumevano esattori stagionali durante l’estate. Feci domanda, fui chiamato per un colloquio, venni inviato a frequentare un corso di quindici giorni a Roma, e fui assunto con un primo contratto a termine nell’estate del 1982.

Va detto che erano anni che mi davo da fare per guadagnare qualche spicciolo durante le vacanze e nei weekend, e avevo fatto il fornaio, il pasticcere, il vendemmiatore, il rilevatore del censimento e il manovale. Per alcuni mesi, dopo la maturità e l’assunzione in Autostrada, venni preso anche in una agenzia di investigazioni: dovevo stilare in bell’italiano i rapporti da mandare ai clienti, basandomi sugli appunti scarabocchiati frettolosamente dagli investigatori sul campo. Con mia grande delusione, si trattava perlopiù di indagini su ditte di cui si doveva stabilire la capacità di pagamento. Quando informai il titolare che me ne andavo per essere impiegato al casello autostradale di Prato Est, lo delusi moltissimo: mi disse che aveva fatto progetti su di me perché gli sembrava che avessi del talento. Chissà, se le cose fossero andate in modo diverso, adesso potrei essere a pedinare i mariti infedeli e chissà come mi divertirei.

Fatto sta che il destino mi ha spedito, invece, a riscuotere pedaggi sulla Firenze Mare, in anni in cui non c’era il Telepass e si dovevano mettere i soldi in mano al casellante. Dopo un’estate da stagionale, visto che non sbagliavo a fare i resti e avevo dato una buona impressione ai superiori, venni assunto a tempo indeterminato dal IV Tronco della Società Autostrade. Ho finito per passare sulla A11 quasi dieci anni.

Naturalmente, durante quel periodo, continuai a frequentare l’Università, a scrivere racconti e commedie, a inventare fanzine e associazioni fumettistiche, a frequentare e organizzare mostre. Non soltanto: non potei fare a meno di disegnare una striscia umoristica chiamata “Costante il casellante”, pubblicata su un giornaletto sindacale. Non ricordo bene come andò, ma qualche mia vignetta parve così divertente anche a Roma che una volta i dirigenti romani vollero conoscermi e, approfittando di una cena ufficiale per il varo di non so più quale progetto, invitarono anche me. Venni accompagnato, sotto scorta del capo del personale e del direttore di Tronco, nella sede centrale della Società Autostrade e presentato ai megadirettori galattici (durante il viaggio temetti che mi portassero per farmi nuotare nella vasca dell’acquario dei dipendenti, ma non fu così).

Con le mie vignette venne anche realizzato un “calendario dell’esattore”. Ne rammento una che prendeva in giro un fatto di cronaca avvenuto negli anni in cui le Autostrade facevano delle grandi campagne pubblicitarie perché si scegliessero le ore e i giorni giusti per partire per le vacanze. Bene, due dirigenti fuggirono all’estero con vari miliardi sottratti alle casse aziendali, e io disegnai una macchina in fuga da cui volavano via biglietti di banca, con la scritta “La partenza intelligente”. In seguito ho usato proprio questo titolo per una storia di Cattivik in cui il Genio del Male cerca di compiere una rapina al casello.

Sui miei anni al casello avrei mille aneddoti da raccontare, a cominciare da quello dello scherzo che veniva fatto ai nuovi assunti. Approfittando della pausa di un novellino, gli attaccavamo sotto la finestrella del pedaggio un cartello con su scritto: “esattore sordo – parlare forte”. Dopodiché ci mettevamo a guardare la sua faccia quando, tornato al suo posto, il ragazzo cominciava a sentir gridare a squarciagola tutti gli automobilisti che gli chiedevano il prezzo: “QUANT’EEEE’?”. Oppure: “VADO BENE PER MILANOOOO?”.

Ricordo anche la lista nera dei soliti che di notte, a fari spenti, cercavano di passare al volo senza pagare il pedaggio: qualche casellante, di tanto in tanto, riusciva ad aggiungere sempre un nuovo numero alla targa delle varie Cinquecento nere o Panda bianche segnalate come recidive, finché si arrivava a completarlo. Una volta, un collega dai modi particolarmente spicci (non a caso soprannominato Mazinga) riuscì a colpire al volo con un pesante posacenere il parabrezza di una delle macchine da più tempo ricercate, mentre come al solito quella passava senza fermarsi. Il giorno dopo, sulla lista nera, tutti gli esattori depennarono la vettura scrivendoci sopra: colpita e affondata.

E che dire dell’utente arrivato davanti al distributore automatico di biglietti, dove c’era un pulsantone rosso da premere, che si mette a suonare per richiamare un casellante? “Ma insomma! Ho girato a destra e non viene niente, a sinistra e non viene niente, ho tirato verso di me e non viene niente! Non le mettete le macchinette, se non funzionano!”.

Un altro aneddoto divertente riguarda le divise. Erano i classici completi blu (giacca, cravatta, pantaloni) non molto diversi da quelli dei controllori degli autobus. Ogni tot anni ci venivano cambiati, e allora io passavo l’usato ancora buono a mio padre, che faceva togliere lo stemma delle Autostrade e usava il bel completo per andare in giro tutto elegante per Firenze, quando aveva qualche commissione da sbrigare in centro. Gli sembrava, giustamente, che mettersi la giacca e la cravatta fosse la cosa migliore da fare dovendo attraversare Piazza della Repubblica o Piazza della Signoria. Sennonché per arrivare fin lì da casa nostra doveva cambiare un paio di mezzi pubblici dell’ATAF. Ecco, quando saliva con quella divisa, si meravigliava nel veder scendere tutti. C’era l’autobus pieno, ci montava lui, e assisteva incredulo al fuggi fuggi generale. All''inizio non capiva. Poi fu chiaro che la gente, vedendolo con quel vestito, lo scambiava per un controllore e credeva che si sarebbe messo a fare le multe a quelli senza biglietto.

A proposito di mio padre, il lavoro presso la Società Autostrade era considerato da tutti, e dunque anche da lui, il classico posto sicuro. Era anche remunerativo come poteva esserlo fare il cassiere in banca. Per lui rappresentava motivo di grande soddisfazione: ero sistemato, e facevo un lavoro migliore di quello (il fornaio) che era toccato in sorte a lui. Così, quando gli dissi che mi sarei licenziato per mettermi a scrivere fumetti, per lui fu un brutto colpo. Se gli avessi detto che mi garbavano i maschi, sarebbe stato meno traumatizzato. Però, dopo che avevo cominciato a sceneggiare al ritmo di venti, trenta, quaranta tavole al mese, Decio Canzio insisteva perché arrivassi a cento. “Sei bravo – mi diceva – devi lasciare le Autostrade e lavorare a tempo pieno per noi”. Per un po’ traccheggiai, poi mi decisi a fare il grande passo.

C’è da dire che all’epoca (primissimi anni Novanta), Zagor usciva da un periodo non felicissimo, nel giudizio del pubblico, quanto a sceneggiature. Sergio Bonelli stesso, intervistato sul numero speciale dedicato allo Spirito con la Scure dalla fanzine Collezionare, esprimeva dubbi sul futuro del personaggio: secondo lui, ormai, aveva fatto il suo tempo e non aveva più granché da dire. Per fortuna, qualcuno dice grazie all’arrivo combinato di Mauro Boselli coadiuvato dal sottoscritto, vennero poi i tempi del cosiddetto (la definizione non è mia) “rinascimento zagoriano”.

Ma che cosa sarebbe successo se io, anziché mollare il posto fisso e il lavoro sicuro, fossi rimasto al casello di Prato Est? Probabilmente nulla, sarebbe arrivato qualche altro sceneggiatore bravo quanto me o forse addirittura di più. Però, così come Stephen King prova a immaginare scenari alternativi e catastrofici nel caso JFK non fosse stato ucciso a Dallas da Lee Oswald (lo fa nel suo ultimo romanzo “22/11/'63”), c’è stato chi ha ipotizzato un futuro diverso sulla base di un diverso passato. Prima di vedere quale, restano da chiarire altri due particolari. Il primo, riguarda una mia vecchia battuta fatta a proposito di chi, parlando di Zagor, dice: “Ah, sì… lo leggevo da ragazzo! Ma esce ancora?”. La risposta è: “No, lo tenevano aperto soltanto per te e quando tu hai smesso di leggerlo, lo hanno chiuso”. Il secondo particolare è quello della mia presunta somiglianza con il dottor House, certo più probabile quando, dieci anni fa, pesavo venti chili meno. Su questo fatto si è scherzato anche sui forum.

Ciò premesso, avete tutti gli elementi per apprezzare (come ho fatto io), o non apprezzare (come può fare chiunque altro), questo breve racconto, un vero e proprio “What If”, a me dedicato dal massese Massimo Manfredi e pubblicato sul forum SCLS qualche giorno fa.

IL CASELLANTE
Di Massimo Manfredi


L'A15 era un delirio di turisti, in quell'estate 2011. Partito da Milano cinque ore prima, un automobilista arrivò al casello di Massa smadonnando contro le code. Però gli bastò rivedere da lontano il mare di casa sua e già sentiva passargli tutto.
- Sono 18 euro e 90 - disse il casellante.
L'automobilista lo guardò incuriosito. Gli sembrava una faccia nota, ma non si ricordava chi. Un po' assomigliava al dottor House, d'accordo, ma non era solo quello.
I suoi sforzi di memoria furono però interrotti dallo stesso casellante, che mentre porgeva il resto notò un fumetto che stava sul sedile.
- Ah, ma quello è Zagor! - esclamò.
- E già. Anche lei appassionato di fumetti?
- Sì, e di Zagor in particolare. A casa ho la collezione completa.
- Veramente? Io pure. Peccato che poi l'hanno chiuso, vero?
- Sì, peccato. Anzi, sa che io ne ho scritto anche un paio di stor...
Improvvisamente, una macchina da dietro aveva preso a clacsonare:
- Allora, ci muoviamo lì?
L'automobilista mise la prima, salutò e corse verso il suo mare. Il paesaggio della sua infanzia e la malinconia furono tutt'uno, mentre ripensava a quei pomeriggi di sole o quelle sere d'inverno in compagnia del suo eroe con la scure, che ora non c'era più.
- Che poi, ora che ci penso, proprio quest'anno avrebbe compiuto 50 anni. Allora auguri, vecchio amico! - disse tra sé e sé - Davvero peccato che hanno chiuso la serie. Mi ricordo che poco prima era anche arrivato quello sceneggiatore toscano che prometteva bene... Poi è sparito, chissà che fine ha fatto!
Nel frattempo, anche il casellante era rimasto assorto nei suoi ricordi, quando arrivò un collega a chiamarlo:
- Oh! Moreno! Che stai a fare? Dai che ti devo dare il cambio!
- Sì, è che... ho parlato ora di Zagor con un tipo e...
- Te sempre con 'sti giornalini stai! Ma li scrivevi pure tanti anni fa, vero? E poi?
- Eh, sai com'è... i fumetti erano un po' un'incognita, mentre questo qua alle Autostrade era un lavoro sicuro... e quindi la famiglia, l'affitto, eccetera... Però sono contento di avere scritto almeno un paio di Zagor. Ma senti, ma te Zagor l'hai mai letto?
- Sì, da bambino. Era quello con la scure e la maglietta rossa, giusto? Ma lo fanno ancora?
Il casellante rimase un attimo in silenzio, poi sospirò malinconico:
- No.