martedì 11 ottobre 2011

QUALCOSA QUALCUNO

In attesa di ulteriori approfondimenti e di maggiori particolari, ho qualcosa di (abbastanza) importante da annunciare e qualcuno di cui dare notizie. Cominciamo con un paio di anticipazioni piuttosto attese. La prima news è che il secondo Zagor Gigante uscirà (salvo un anticipo della fine del mondo) nel maggio del prossimo anno. Ci sarà dunque lo Zagorone numero due. Come avevo promesso, niente temi fantastici, niente mostri, niente che possa infastidire il signor Jacopo anche se, magari, ci sarà un po’ di sangue e questo potrebbe turbare il signor Emilio, ma nel frattempo il pargolo che aveva sette anni nel 2005 sarà cresciuto e chissà con quali videogiochi truculenti starà giocando.

La storia messa in programmazione sta venendo disegnata da Marco Verni su testi miei e il suo titolo provvisorio è “La sconfitta”. Marco dice che è il racconto più bello che abbia mai fatto disegnato, e gli sta piacendo molto. Se lo dice lui, che è uno zagoriano DOC (il suo giudizio è quello che temo di più, dato che dice pane al pane e vino al vino), ho buone speranze che quando uscirà l’albo riesca a colpire nel segno.

La seconda notizia è che con il numero di novembre la rubrica della Posta di Zagor, intitolata “Postaaa!”, come grida sempre Drunky Duck, cambierà nome, logo e impostazione. Poiché si trattava di una rubrica firmata da Sergio Bonelli, è stato deciso di mantenere una firma in calce al testo e sarò io a farmene carico, mettendoci il nome. Però, dato che nessuno potrà mai sostituire davvero Sergio, la vecchia intestazione verrà cambiata, sia nel titolo che nel disegno posto a fianco. E io, ovviamente, affronterò in modo diverso gli argomenti del mese rispetto a come faceva Bonelli, anche se continuerò a segnalare eventi e pubblicazioni riguardanti lo Spirito con la Scure e a rispondere alle lettere di coloro che vorranno scrivere. Presto inserirò un indirizzo e-mail anche qui sul blog in modo da poter ricevere missive per via telematica. Da una lista di dieci proposte che ho presentato, è stato scelto il primo nome dell’elenco: “I tamburi di Darkwood” (a me però ne piaceva di più un altro, “Pleasant Point”). Anche le rubriche firmate da Sergio sulle ristampe di Tex cambieranno titolo e gestore avranno in calce la firma di Graziano Frediani.

Posso inoltre farvi vedere le immagini della moneta di Zagor che sarà distribuita a Lucca Comics & Games a fine ottobre. Ne saranno coniate due versioni. Il prezzo di vendita sarà di € 5,00 per l'esemplare comune bronzato e di € 10,00 per l'esemplare argentato in tiratura limitata. La si può già prenotare e richiedere scrivendo o telefonando a questo indirizzo:

Fondazione Antica Zecca di Lucca

Casermetta S. Donato - Mura Urbane

55100 Lucca

Tel. e Fax: 0583582320

mail: ordini@zeccadilucca.it

Altri aggiornamenti lucchesi: Marcello Mangiantini e Marco Torricelli hanno realizzato due cartoline zagoriane che Cartoon Club distribuirà gratuitamentre a chi farà acquisti al suo stand (un acquisto possibile è, naturalmente, il romanzo di Zagor “Le mura di Jericho”, ma c’è anche l’albetto “Anubi Voodoo”). Vedete il disegno di Torricelli in alto sotto il titolo.

A proposito di Marco Torricelli, sarà lui uno degli ospiti della manifestazione lucchese, e firmerà un suo disegno allo stand Bonelli (diverso da quello della cartolina, ma altrettanto bello - se non di più). Un altro zagoriano sarà Massimo Pesce, mentre ai due incontri che riguardano da vicino lo Spirito con la Scure, quello in ricordo di Sergio Bonelli e quello per i cinquanta anni di Zagor sarà presente Gallieno Ferri (non mancheranno comunque altri autori di cui vi darò un elenco appena ne sapremo di più).

Ferri ha partecipato con me alla commemorazione di Sergio che si è svolta sabato 8 ottobre a Città di Castello, nella Sala Consiliare in Palazzo Comunale, una manifestazione che sono riuscito a organizzare, con Gianfranco Bellini di “Tiferno Comics” nel giro di pochi giorni ma che ha visto intervenire, oltre a Ferri, anche Ticci, Fusco, Diso, Civitelli, Chiarolla e molti altri (in tutto, quattordici autori) che hanno ricordato Bonelli davanti a un pubblico numeroso e commosso.

Mancava Mauro Laurenti perchè, come vi avevo anticipato, era in Kosovo per le locali celebrazioni del cinquantennale zagoriano. Mauro è appena tornato, ed ecco che cosa mi ha scritto: “E’ stata un' esperienza bella e interessante. Abbiamo conosciuto persone eccezionali che ci hanno accolto con calore. Zagor è molto amato anche qui anche se, purtroppo, per loro trovare i fumetti Bonelli è molto difficoltoso. Li comprano in Serbia e in Albania. Amano anche Dylan Dog e Dampyr. Ho promesso che cercherò di spedirgli qualche albo, non so se mi potrai aiutare in questo. Mi hanno dato anche il catalogo e la locandina per te. L' organizzatore ha spiegato che io, in Italia, sono nei fumetti importante quanto i Metallica nella musica... Comunque appena ci sentiamo ti racconterò i particolari e presto ti invierò anche le foto”. Se sarà il caso, vi mostrerò ciò che Mauro vorrà mandarmi.

Per restare in tema di Zagor all’estero, sappiate che in restare in tema di Zagor all’estero, sappiate che in Brasile è da poco uscita una copertina dello Spirito con la Scure inedita in Italia. Questo perché il Maxi Zagor “La montagna di fuoco” è stato pubblicato dalla Mythos in due puntate anziché in una e, come già era accaduto in altri casi analoghi, è stato necessario approntare una cover solo per i brasiliani. Ve la mostro qui accanto.

lunedì 10 ottobre 2011

IL BUNKER DEI FUMETTI


Si è da poco svolto il passaggio di consegne, o se vogliamo il cambio della guardia, tra me e Francesco Manetti alla cura dei testi a corredo della riedizione mondadoriana della saga del Gruppo TNT, ovvero “Alan Ford Story”. I più assidui lettori di questo blog mi hanno visto più volte scrivere a proposito di questa collana.

Io e Francesco, mio sodale ai tempi di Collezionare e di Dime Press, siamo stati, a suo tempo (e cioè nel 1998) gli autori di un saggio intitolato “Alan Ford Index 1-300” (Paolo Ferriani Editore), in cui esaminavamo in dettaglio ogni singolo albo della serie (ne vedete qui sotto la copertina).


Prima ancora, nel 1994, con la collaborazione del giovanissimo (allora) Saverio Ceri, organizzamo un percorso espositivo per il venticinquennale alanfordiano in occasione di una (almeno per noi) memorabile edizione della mostra del fumetto di Prato, quando ancora si faceva ed era un gran bell'evento. Anche per questo, un paio di anni fa mi fu offerto di curare le introduzioni e le note dei volumi cartonati della Mondadori: si doveva trattare, nei programmi originali, di trenta uscite settimanali (in allegato a Panorama e TV Sorrisi e Canzoni) contenente ciascuno due episodi di Alan Ford, dunque sessanta titoli e tutti del periodo magnusiano. Per me fu un invito a nozze. Informai Sergio Bonelli dell’iniziativa, lui si disse lieto che si fosse pensato a me, e mi dedicai alla stesura dei trenta pezzi richiesti: ciascuno, peraltro, abbastanza corposo (otto cartelle da consegnare ogni lunedì mattina). Arrivati alla fine dell’impresa, mi venne detto che la collana aveva riscosso un certo successo per cui c’erano i margini per tentare un allungo: altri trenta volumi, fino al numero sessanta (e cioè fino al centoventesimo episodio). La stessa cosa si ripeté arrivati al nuovo traguardo: mi si si chiese di tenere duro fino al numero novanta, poi fino al cento. E qui giunto, dopo aver parlato del memorabile Alan Ford 200, ero abbastanza stremato da aver consegnato con gioia il testimone al collega di un tempo, ferrato in campo bunkeriano almeno quanto me. Auguri, Francesco.

Nel considerare la gran mole il lavoro svolto, e cioè quasi ottocento cartelle scritte in due anni (tali da riempire un librone se mai si volessero raccogliere i miei testi in un unico saggio), mi ha fatto tornare alla mente i tanti articoli da me pubblicati sulla produzione di Luciano Secchi nel corso di oltre venticinque anni di attività saggistica. In particolare, mi sono ricordato di una lunga intervista da me realizzata per la rivista “Il Fumetto” dell’ANAF, e pubbicata sul n° 21 del dicembre 1989. Era corredata anche da un mio saggio intitolato “Il Bunker dei fumetti” e mi pare di poter dire che, all’epoca, rappresentasse il più approfondito lavoro sulla produzione dello sceneggiatore milanese. L’intervista, illustrata anche dalla caricatura dell'autore (seduto sulla sedia a rotelle del Numero Uno) che vedete sotto il titolo, realizzata da Francesco Bastianoni, venne realizzata nel giugno dello stesso anno, durante una visita che feci nella redazione della MBP insieme ad altri amici della fanzine “Collezionare”. La foto più in basso è rimasta a testimonianza dell'incontro. Si trattò del mio primo incontro con Bunker, che accettò di rispondere anche alle domande più scomode. A conclusione del mio percorso (faticoso ma ricco di soddisfazioni) con “Alan Ford Story”, ripubblico il testo di quell’intervista. A corredo, un paio di foto scattate a Prato durante l’inaugurazione di “Alan Ford 25”: nella prima, con me e con Francesco compare anche, oltre a Secchi, anche Paolo Piffarerio).

INTERVISTA A
MAX BUNKER

Da “IL FUMETTO” (Edizioni ANAF) n°21
del dicembre 1989

D. Luciano Secchi, in arte Max Buker: nel 1990 festeggerai trent’anni di attvità nel mondo dei fumetti.

R. Esattamente il mio primo contatto col fumetto avvenne nel 1960 traducendo Flash Gordon per l’Editoriale Corno. Ai tempi studiavo ed arrotondavo con lavori di traduzione dall’inglese, lingua che mi è sempre stata congeniale.

Come ti sei scoperto anche scrittore e narratore?
Facevo ottimi temi a scuola e li facevo per quasi metà classe. I cambio loro mi facevano i compiti di matematica, dove ero debolino.

Quali sono state le letture su cui ti sei fermato? Quali libri, quali fumetti leggevi da ragazzo e poi da adolescente?
Libri? I Classici, con particolare predilezione per Oscar Wilde (per esempio, “Il ritratti di Doria Gray” che poi ho trasportato nel fumetto più di una volta), nonché Alessandro Manzoni ed Italo Svevo tra cui “La coscienza di Zeno” rimane uno dei più bei romanzi di umorismo amaro che abbia mai letto. I fumetti sono i classici del dopoguerra: ovvero Mandrake, Uomo Mascherato, Topolino e Dick Fulmine al quale va la mia particolare preferenza.

Com’era l’Editoriale Corno prima del tuo arrivo, e come cominciò a cambiare anche grazie a te? Quali erano inizialmente i tuoi rapporti con l’editore, e come andarono evolvendosi?
Il mio impulso fece si che da editoria di favolistica si passasse a quella del fumetto. I rapporti con Andrea Corno? Quelli normali tra il direttore che propone e chiede il finanziamento dell’idea e l’editore che fa i suoi conti.

Come hai imparato la tecnica della sceneggiatura? Avevi raccolto suggerimenti da qualcuno o ti ritieni un autodidatta?
Sono un lettore di Tex dalla primissima ora. Ammiravo Gian Luigi Bonelli per la sua capacità di essere stringato, rapido, incisivo. Diciamo inoltre che ho un innato senso del ritmo. Un autodidatta, quindi, con Gian Luigi Bonelli maestro ideale.

Qual è il tuo metodo di lavoro? Stendi sceneggiature dettagliate o lasci libertà al disegnatore? E come si è evoluta nel tempo la tua tecnica? Credi di curare meno di una volta le tue storie o ritieni di metterci lo stesso impegno e la stessa passione?
Ho sempre lavorato con lo stesso schema. Tagli del quadro uno per uno: istruzioni per il disegno, quindi, più il testo. L’evoluzione nel tempo mi ha portato ad essere più conciso. La passione è indispensabile per fare questo lavoro.

Perché il tuo esordio come autore dei testi avvenne con Maschera Nera, un western? Fu una precisa richiesta dell’Editore o una tua esigenza di narratore?
Il mio vero esordio avvenne in realtà con “Viva l’Italia”, che feci assieme a Paolo Piffarerio sulle pagine di Gordon rivista. Maschera Nera fu una scelta di mercato. Il western fino a quel momento aveva sempre pagato bene, e pagò anche quella volta.

Cosa ricordi dei tuoi altri personaggi “minori” del periodo? Atomik, Capitan Audax, Primula Verde, Kim della Jungla, Rio Danger, Zorak: a quali esigenze rispondevano? Come li giudichi oggi, a distanza di tempo?
Ricordo principalmente che si era alla ricerca continua di uno sbocco preciso. Per me è stato un buon apprendistato. Un mio giudizio attuale è impossibile, ricordandoli veramente poco.

Inizialmente firmavi le tue sceneggiature con sigle come “Elesse”: quando, come e perché nacque invece lo pseudonimo di Max Bunker?
È un soprannome che risale al 1945. Io ero il più piccolo di un gruppo di amici. Ai tempi i giochi erano inventiva spicciola: si giocava alle “isole”, ovvero si faceva un segno in terra col gesso e si metteva un nome. Essendo l’ultimo a scegliere sentivo tutti i nomi a me noti scappare via: Sicilia, Sardegna, Sumatra, Giava eccetera se ne andavano...così scelsi “Bunker” perché sentivo sempre per radio di Hitler che si era suicidato nel suo bunker, e pensavo fosse un’isola! I miei amici di un tempo mi soprannominarono Bunker.

Il 1964 è l’anno del “mitico” incontro con Roberto Raviola. Quali sono stati i motivi dell’irripetibile e perfetta simbiosi tra Magnus e Bunker?
Difficile a dirsi. Ci siamo visti e ci siamo piaciuti. È stato un innamoramento artistico a prima vista. Diciamo che abbiamo la stessa età (lui ha soltanto tre mesi più di me), e che abbiamo vissuto, sia pure in città diverse, esperienze comuni. Poi il discorso è agli astri.

Quanto pesò nella creazione di Kriminal il precedente Diabolik? Quando imboccasti con questo personaggio la strada del fumetto nero destinato ad pubblico adulto, eri consapevole del significato e del peso della tua scelta?
Innanzitutto è bene ricordare il momento storico del fumetto. L’immagine dell’eroe senza macchia e senza paura, bello, forte, lieto, generoso, che non mangiava mai né faceva all’amore era ormai edulcorata. Si sentiva il bisogno di qualcosa di nuovo. Il nostro distributore all’epoca distribuiva anche Diabolik, e ci disse che qualcosina si stava muovendo. Lessi i primi numeri di Diabolik, compresi che la matrice originaria era Fantomas, altra mia lettura favorita, e mi bastò. La consapevolezza era quella di fare qualcosa di nuovo, qualcosa che andava oltre Diabolik che per me, era troppo lezioso.

Kriminal e Satanik furono oggetto di una ostile e violenta campagna-stampa che portò all’intervento della Magistratura, con sequestri e processi. Cosa pensi, oggi, di tutto questo?
Che erano tempi felici se i mali della società erano rappresentati dai fumetti neri! Ora c’è il dramma della droga, della delinquenza dilagante, dei sequestri si, ma di persona!

Il duo Magnus & Bunker sfornava albi a ripetizione ad un ritmo che oggi sembra quasi inverosimile. Come ci riuscivate?
Eravamo giovani con tanta voglia di fare. Semplice, no?

Controllavi le sceneggiature non tue per i personaggi che avevi affidato ad altri?
No, non avevo tempo. C’era qualcun altro che lo faceva al meglio delle proprie possibilità, che evidentemente non erano eccelse.

Nel 1967 Luciano Secchi fonda Eureka. Quale pensi sia stata l’importanza di questa rivista nella cultura fumettistica del nostro Paese?
Prima di tutto aver fatto conoscere Eisner, uno dei più grandi maestri del fumetto mondiale. Poi anche di aver contribuito all’affermazione di Lupo Alberto, un mio pallino, e di tanti altri. Inoltre, di aver portato una posizione meditata tra confusione e isterismi d’epoca.

Maxmagnus è forse la più riuscita satira della politica e dei rapporti tra governanti e governati. Cosa ricordi? Il libro ottenne il Dattero d’Oro a Bordighera ma non vendette molto: perché?
Maxmagnus è stato (con il primo Alan Ford) un capostipite italiano di satira sociale. Quella vera, non quella fatua che si limita a prendere in giro, se non a insultare, un personaggio politico. Sulle pagine di Eureka ebbe una grande audience, ma la vendita del libro fu scarsa. Perché? Mah! Arduo dirlo. Resta il fatto che, secondo me, si trattò del lavoro meglio riuscito del Magnus di quel tempo.

La serie Maxmagnus fu riproposta qualche anno fa come collana mensile con caratteristiche diverse da quelle originarie, ma naufragò dopo un promettente avvio. Perché? Colpa del disegnatore, o troppa prudenza dell’editore che si affrettò a chiudere ai primi segnali negativi?
Ero io che decidevo se continuare o chiudere quella pubblicazione, ed è vero che io chiudevo subito una cosa passiva. L’unica eccezione fu fatta per Alan Ford, per motivi che ho spiegato più volte ma che si riassumono nella “fede” nel proprio lavoro. Di Maxmagnus uscirono 16 numeri. Perché dare la colpa al disegnatore? Cimpellin è sempre stato bravo. La serie in realtà non ha mai venduto molto, era sempre lì in bilico e visto che dopo mesi la rotta non cambiava, decisi di chiuderla.

Parliamo di Alan Ford. Cosa significa scrivere per più di un ventennio i testi di un personaggio? Cosa è rimasto oggi dell’Alan Ford di 20 fa? Dei cambiamenti di Alan sei stato più vittima o artefice?
Come potrei esserne vittima se ho sempre deciso io come gestirlo? Venti anni sono tanti, e un carattere come Alan Ford & Company è duro da portare avanti ed ha bisogno costantemente di essere ringiovanito. Sono sempre riuscito a tenerlo al passo con i tempi: se Alan fosse rimasto identico ai primi numeri, sarebbe finito da un pezzo. La modificazione della struttura è una cosa logica e normale. Ho prestato la massima attenzione a tutto questo, e alla fine i dati di vendita mi hanno dato ragione.

Com’è cambiato il pubblico? Il target dei lettori ha abbassato la sua età media?
Il target è sempre quello: 20 fa l’ottanta per cento dei lettori era tra i 12/15/18 anni (quindi ora ne hanno 32/35/38); oggi l’ottanta per cento dei lettori ha 12/15/18 anni. Il rimanente venti per cento copre delle punte in su e in giù, come ai tempi che furono.

Perché avvenne la rottura del sodalizio con Magnus?
Non c’è stata una ragione precisa. Dopo dieci anni di ininterrotta e fruttuosa collaborazione, Magnus voleva fare cose sue e aveva ragione visto che ha fatto cose stupende.

Si ha l’impressione che con l’arrivo di Piffarerio anche la qualità dei testi abbia subito un cambiamento, non nel senso che fosse peggiore, ma che fosse diversa.
Ho sempre scritto i miei testi a chi poi li avrebbe disegnati, e dunque qualche modifica è stata senz’altro apportata. Piffarerio è un ottimo disegnatore: ha avuto soltanto il torto di arrivare dopo Magnus.

Cosa hai provato affidando a Magnus i disegni del numero 200 di Alan?
Una profonda emozione. Arrivare al 200° numero con un personaggio come Alan è un traguardo notevole ed era giusto e doveroso che proponessi a Magnus di farlo. Sono stato molto contento che abbia accettato.

Gettiamo uno sguardo sul futuro del personaggio: come vanno le vendite? Come si evolveranno le vicende? Chi disegnerà il numero 250?
Dal numero 210 le vendite sono in rialzo, ma questo è un target generale di mercato. Il futuro è tutto da scoprire. Il disegnatore del numero 250 sarà Perrucca, che se lo merita. Dopo un’assurda campagna di lettori esagitati e per niente obbiettivi, finalmente oggi la positività del suo disegno viene riconosciuta.

Vediamo adesso se è possibile far luce su tanto chiacchierato divorzio dall’Editoriale Corno. Innanzitutto: perché dopo tanti anni di successi la Casa Editrice cominciò a perdere colpi e ad entrare in crisi?
Fu una crisi di crescita. La Casa Editrice non era più tanto piccola, ma nemmeno tanto grande. Bisognava fare delle scelte precise di politica editoriale e di riorganizzazione: fu li che avvennero i primi dissidi tra me e Andrea Corno.

Quando cominciò a maturare in te l’idea di abbandonare la Casa Editrice? La Corno chiuse perché tu te ne andasti, o tu te ne andasti perché subodoravi la chiusura della Corno?
Questa è una domanda molto malevola, o forse semplicemente ingenua. Premesso che odio i pettegolezzi di qualsiasi tipo, vorrei rispondere una volta per tutte a questa domanda, che consequenziale alla precedente. Le scelte editoriali erano determinanti e su queste non si era d’accordo. Poi dopo tanti anni l’usura di un rapporto è anche normale. Improvvisamente erano diventati tutto creativi e io, l’unico vero creativo, non potevo più muovermi con la libertà che avevo sempre avuto e che aveva dato grossi risultati. Le gestioni di gruppo le ho lasciate agli altri. Così ho detto “auguri e buona fortuna” e me ne sono andato portando via con me Alan Ford e i miei personaggi. Non è gentile tirare delle considerazioni visto poi lo sfortunato epilogo della gloriosa Casa Editrice che ho costruito dal nulla e che si è disfatta come neve al sole quando dal “dittatore solitario” si è passati ad una forma gestionale più democratica di gruppo. La politica è una cosa, il lavoro un’altra, e molto più seria.

Ti senti in qualche modo responsabile del naufragio della Corno?
Domanda ancora migliore della precedente, questa la definisco stupefacente! Io sono responsabile, di aver creato dal nulla una Casa Editrice che ha avuto tre grossissimi successi editoriali (leggi: Kriminal, Satanik, Alan Ford), più altri successi editoriali soltanto grossi (Maschera Nera, i Super-Eroi Marvel, Eureka, i Pocket eccetera), lavorando per di più con pochissima gente tra l’altro del tutto avulsa dal lavoro editoriale. Li ho costruiti io dando a tutti una preparazione di lavoro professionalmente valida. Poi quando anche i contabili si sono improvvisati creativi e hanno potuto agire motu proprio i risultati si sono visti. Sento nell’aria una melodia operistica il cui testo dice: “...la calunni è un venticello, un’auretta assai gentile...”. qualcuno a cui non sono simpatico, o magari altri a cui ho consigliato attività più idonee alle loro capacità, possono aver detto cose oscene, con assoluta cecità e negando l’innegabile: ma tu credi proprio a tutto?

Come nacque la M.B.P.?
La M.B.P. è nata come qualsiasi altra società: andando da un notaio, redigendo lo statuto e iscrivendo la ditta alla Camera di Commercio. Esistono poi la Max Bunker Productions che si occupa di produzioni e la Max Bunker Press che si occupa della stampa.

Perché lasciando la Corno non ti portasti dietro anche Eureka? Cosa pensi delle due gestioni non guidate da te, quella di Maria Grazia Perini e quella di Castelli & Silver?
Io volevo portare via Eureka ma non mi è stata data. Circa l’Eureka di Maria Grazia Perini non penso alcunché. L’Eureka ultima versione, quella di Castelli & Silver, mi era stata addirittura offerta perché la editassi io; ho chiesto costi e ricavi: questi ultimi erano risibili, così ho lasciato perdere.

Negli ultimi tempi la tua ttività (Alan escluso) è caratterizzata da progetti che non riescono ad attecchire e chiudono fin troppo presto. Perché?
Che maniera di porre le domande sempre nel modo più antipatico! Dunque: premesso che la Max Bunker Press è un Davide e non un Golia, ed è ben conscia di esserlo, io applico lo stesso schema che ho applicato da 30 anni a questa parte. Quante testate sono state aperte e poi chiuse prima di trovare la formula giusta? Tante! E allora? Invece di lodare la continua ricerca si fa una colpa a chi tenta di fare qualcosa? Comunque la regola è ferrea, per quel che mi riguarda: ci si può accontentare di un modestissimo utile, purché utile ci sia. Non trascino pesi morti.

Perché la M.B.P. si è limitata a ripubblicare materiale già stampato e non ha mai presentato personaggi nuovi di altri autori, anche italiani? Lo farà in futuro?
Un progetto editoriale costa decine di milioni, se non centinaia. Quindi... finché esiste un Max Bunker vivo, e vegeto e con voglia di lavorare è meglio tenersi quello! Autori italiani saranno comunque proposti su “Bhang”: una nuova testata prevista per il prossimo marzo, su cui apparirà anche materiale americano che ho acquistato ultimamente.

Cos’è Angel Dark?
Un nuovo personaggio di Max Bunker,con il quale conto di tornare alle origini. Sto cercando i disegnatori.

Quali sono le difficoltà che la nuova Eureka si è trovata di fronte?
Le difficoltà di Eureka in poche parole: ho avuto pressoché totale non-collaborazione di tutti (o quasi), più una serie di contrattempi negativi. Per esempio, ci siamo trovati di fronte a contratti firmati da chi non deteneva in realtà certi diritti; e c’è stato anche del materiale che doveva arrivare e che non è arrivato. In pratica mi son trovato ad aver pensato ad una squadra e a doverne poi mandare in campo un’altra. In realtà c’è anche da dire che quando una testata ha una storia, secondo logica non dovrebbe mai essere ripresa. Perché? Perché mentre se c’è continuità le sue caratteristiche possono mutare nel tempo (la prima Eureka del ’67 è molto diversa da quella di 10 anni dopo, però il cambiamento è avvenuto piano piano), quando invece si riprende un discorso interrotto c’è per forza un squilibrio.

Quali motivazioni ti hanno spinto ad utilizzare una redazione “formato-famiglia” anziché più navigati collaboratori?
E chi sarebbero i navigati collaboratori? Ho detto prima che alla Corno ho preso degli illustri nessuno e ne ho fatto degli illustri qualcuno (chi più chi meno). Io, forgiatore di persone, dovrei prendere chi in realtà poi non c’è? Perché poi lo stupore che i figli seguono le orme del padre? Fratelli Motta Editori, Fratelli Fabbri Editori, Padre e Figlio Editori: cosa c’è di strano?

Luciano Secchi è da sempre un operatore culturale solitario, un “bastian contrario” dell’editoria, uno con cui tutti - dicono i più maligni - finiscono per litigare. Cosa c’è di vero dietro a questa fama che ti circonda?
Vada per “lone wolf”, che sta a significare che non sono disposto a uniformarmi al vento che trira ma che tengo e mantengo le mie idee. Per il resto sono solo favole messe in giro da delle persone maligne, come dici tu, e sciocche, come aggiungo io. Resta il fatto che secondo me una delle ragioni per cui i media non si interessano più di tanto al futuro è anche questa rissosità che c’è sempre stata nell’ambiente e che non ho mai capito.

Perché i tuoi rapporti con l’”establishment” dell’editoria sono così burrascosi? Quale critiche rivolgi ai tuoi colleghi autori editori?
Nessuna critica, solo elogi! In quanto al signor “establishment” nessuno me l’ha mai presentato: come posso quindi averci un qualsivoglia rapporto?

Ti senti più autore o editore?
Autore senz’altro, che fa anche l’editore. E non sono il primo, e nemmeno l’ultimo.

Perché non partecipi più a mostre, convegni ed altre manifestazioni del comicdom?
Non ci ho mai partecipato molto perche ho già poco tempo libero, e quel poco voglio gestirmelo in tranquillità. Inoltre partecipare di qui e di la costa. Io non sono ricco, quindi devo fare i miei piccoli conti. Se però qualcuno vuole invitarmi spesato di tutto, prenderò favorevolmente in considerazione la cosa.

Continua anche il vecchio attrito con Oreste del Buono? Cosa ricordi della querelle del Salone di Lucca del 1978?
Oreste del Buono è uno dei pochi reali intellettuali che hanno dati un sostanzioso apporto al fumetto. Molto addentro nella letteratura popolare (leggi: fumetto giallo), ha dato un notevole contributo all’emarginazione dei fumetti nei confronti dell’opinione pubblica. Però, come quasi tutti gli italiani, ha il difetto di correre in soccorso al vincitore. Così fece Lucca. Essendo lì l’aria che tirava contraria a me e all’Enciclopedia Mondiale del Fumetto, sposò la parte dei contestatori anche, e forse, per motivi di politica editoriale e di quieto vivere editoriale (chez lui). Io credo invece che gli addetti ai lavori avrebbero dovuto difendere l’Enciclopedia, cosa che non avvenne. Qualcuno a Lucca mi disse che una Enciclopedia come quella che avevo fatto io avrebbero potuto farla tutti. Dopo undici anni sono ancora qui che ne aspetto un’altra. Per il resto ricordo con piacere Coniglio e Raffaelli che fecero, si, una contestazione, ma con intelligenza e buon gusto. Sul resto è meglio stendere un velo pietoso.

Verrà mai realizzata una nuova edizione aggiornata dell’Enciclopedia Mondiale del Fumetto?
Si tratterebbe di un progetto estremamente costoso. Bisognerebbe che molti di coloro che si occupano del fumetto si prendessero la briga non solo di collaborare, ma anche di fare opera di propaganda e di sostegno per garantire un certo numero di copie vendute.

Quest’anno compi 50 anni. Cosa c’è ancora da fare che non hai fatto? Che bilancio puoi fare della tua carriera a questo punto della tua vita?
I bilanci si fanno a carriera conclusa: quindi c’è ancora tempo! Per quanto riguarda quello che non ho ancora fatto e vorrei fare, c’è forse un’intensa attività di palombaro. Ho conosciuto un americano che ah un’impresa di recupero relitti a Los Angeles. Interessante.

Secondo te, com’è cambiato il mondo del fumetto dall’epoca del tuo esordio ad oggi?
Molto. Una volta c’era meno tecnica ma più anima. Ora la tecnica è decisamente migliorata ma l’anima non c’è quasi più. È tutto in sintonia con i tempi in cui viviamo. Purtroppo ci si allontana sempre di più da quella che è la vera radice del fumetto, che è (e non bisognerebbe mai dimenticarlo) una radice popolare.

A proposito di “anima” e dunque di “passione”, cosa pensi del fenomeno delle “fanzine”?
Sono molto utili, molto informate e quasi tutte ben fatte. “Collezionare” è fatta molto bene. C’è davvero molta passione. Anche il senso critico che c’è è misurato: uno può anche non essere d’accordo con quello che scrive, però è scritto in maniera civile. La fanzine che graficamente forse è la migliore è “Fumo di China”, che però usa terminologie e vocazioni al cattivo gusto che trovo deleterie. Il cattivo gusto non è perseguibile per legge, ma le insolenze e le ingiurie si. Se è vero, come mi dicono, che si trasformerà in rivista da edicola, auguro loro di cambiare registro o saranno seppelliti da querele penali. Il che non è affatto divertente.

In conclusione: leggi fumetti? Quali?
Come ho già detto sono un lettore di Tex della prima ora, e continuo a leggerlo con regolarità. Leggo anche tante altre cose per dovere di aggiornamento professionale, ma quando voglio divertirmi sul serio leggo Alan Ford!

giovedì 6 ottobre 2011

IL BOSCO DI DARKWOOD

Oggi ho salutato per telefono Mauro Laurenti, che era in partenza per Tirana. All’aeroporto albanese, qualcuno, mi ha detto, sarebbe andato a prenderlo per portarlo, con poco più di un’ora di macchina, fino a Pristina, in Kosovo. Lo hanno invitato per festeggiare, anche lì, i cinquant’anni di Zagor. Il fatto di trovarsi altrove impedirà a Mauro di partecipare a un altro evento, questo in territorio italiano, che si verificherà nel pomeriggio di sabato 8 ottobre, là dove, invece, interverrò io, e non da solo ma con alcuni straordinari personaggi, di cui adesso vi dirò, e, immagino, con tanta altra gente dato che mi auguro di veder radunate quante più persone sia possibile per ricordare Sergio Bonelli in un modo molto particolare e in un luogo molto particolare.

Ma procediamo con ordine e parliamo del Kosovo. Mi è capitato più volte di dire come in tutti i Paesi della ex-Yugoslavia lo Spirito con la Scure goda di una straordinaria popolarità, e del resto durante la scorsa estate io e Joevito Nuccio abbiamo visitato la Croazia (Zagabria) e la Serbia (Kraguievac), accompagnati nel primo dei due casi anche dalla chitarra di Graziano Romani (e da lui in persona, ovviamente). Adesso, disponibile come al solito a mettersi in viaggio e incontrarsi con i lettori, Laurenti prende il volo per i Balcani e sarà l’ospite d’onore della settima edizione del “Comic book & Cartoon Fest”, in calendario a Pristina dall’8 al 13 ottobre. Per l’occasione ha realizzato la locandina che vedete sotto il titolo. A Mauro e a Zagor è stata dedicata una mostra di tavole originali e di riproduzioni, patrocinata dal Ministero dello Spettacolo kosovaro. Su YouTube è visibile un servizio giornalistico sulla manifestazione.

Durante l’incontro con il pubblico, Laurenti ricorderà sicuramente ai lettori locali la figura di Sergio Bonelli. Proprio in memoria dell’editore da poco scomparso, sabato 8 ottobre, durante la manifestazione “Tiferno Comics – Sergio Bonelli, Un Uomo Un’Avventura”, in corso di svolgimento a Città di Castello (PG), si terrà una cerimonia pubblica all’organizzazione della quale ho lavorato negli ultimi giorni. L’evento avrò luogo alle ore 17 presso la Sala Consiliare cittadina, con ingresso libero. A ricordare Sergio saranno alcuni grandi disegnatori che hanno lavorato per lui: Gallieno Ferri (creatore grafico di Zagor), Roberto Diso (il principale artefice di Mister No), Fernando Fusco, Giovanni Ticci e Fabio Civitelli (autori di Tex). Nell’occasione, verrà proiettato un documentario (ancora non distribuito) su Sergio Bonelli realizzato da Andrea Bosco per conto della Provincia di Milano nell’ambito del progetto “Gente di Milano”. Si tratta di un video di una ventina di minuti, proiettato in anteprima nel capoluogo meneghino alcuni mesi fa, ma non ancora distribuito, in cui Sergio ripercorre le tappe principali della sua carriera e racconta aneddoti della sua vita, con particolare riferimento alla sua infanzia e alla sua gioventù. Andrea Bosco, che dato il cognome possiamo dichiarare cittadino onorario di Darkwood, la foresta di cui tutti noi zagoriani siamo abitanti, è un giornalista amico personale di Bonelli. Verranno inoltre mostrate foto e illustrazioni d’archivio.

L’occasione della cerimonia si è creata perché io e Gallieno Ferri avevano da tempo in agenda fino a Città di Castello per inaugurare una mostra dedicata allo stesso Ferri parallelamente alla grande esposizione delle tavole della collana “Un Uomo, un’Avventura”. L’appuntamento era stato scelto anche come sede per il raduno dei forumisti di uno dei due forum italiani dedicati a Zagor, SCLS. A questo punto, radunare attorno a Ferri alcuni dei più grandi collaboratori di Sergio, come Diso, Fusco, Ticci e Civitelli è parso, a me e agli organizzatori di “Tiferno Comics”, la migliore delle cose possibili. Nella foto qui accanto vedete il sottoscritto con Bonelli, Ferri e Diso durante l'ultima edizione di Oltrecomics, a Stradella (PV). So già che a Città di Castello si uniranno a noi anche altri autori, come gli zagoriani Chiarolla e Rubini, ma anche altri di altre testate: ovviamente, l’invito è aperto a tutti. Aggiungo che è entrato in lavorazione un altro documentario, che il regista Riccardo Jacopino intende realizzare sullo Spirito con la Scure: il documentarista e la sua troupe interverranno proprio a Città di Castello per cominciare le loro riprese e intervistare i presenti. Anche di questa iniziativa vi saprò dire di più in un prossimo futuro.

Un'ultima cosa: Sergio Bonelli avrebbe dovuto andare a "Tiferno Comics" il sabato precedente a quello che sarebbe stato il giorno della sua morte, lunedì 26 settembre 2011. Poiché era ricoverato in ospedale (per quelli che sembravano essere soltanto degli accertamenti), è stato Mauro Marcheselli ad andare a ritirare il premio che gli organizzatori avevano assegnato all'editore. Marcheselli lo ha ricevuto ma poi lo ha lasciato lì dicendo: Sergio verrà a inaugurare la mostra dedicata a Ferri, e lo porterà a Milano di persona. Valga questo a testimonianza di come la scomparsa di Bonelli sia giunta inaspettata. A questo punto, sarà Gallieno Ferri a prendere il consegna il riconoscimento e a portarlo in redazione, là dove Guido Nolitta ha lasciato un grande vuoto.


martedì 4 ottobre 2011

TUTTI GLI UOMINI DELL’EDITORE


Meno di un mese fa, in un articolo intitolato “Il Boss”, ho raccontato un paio di aneddoti riguardanti i miei primi contatti con Mauro Boselli, l’amico con cui divido l’ufficio in via Buonarroti. Uno di questi, riguardava il suo coinvolgimento come articolista sulle pagine di una fanzine da me realizzata nella seconda metà degli anni Ottanta, “Collezionare”. Gli chiesi infatti, principalmente per soddisfare una mia curiosità, di scrivere pezzo in cui parlasse della redazione Bonelli e dei suoi colleghi che vi lavoravano. Suggerii a Mauro di intitolare l’articolo “Tutti gli uomini dell’editore” e lo pubblicai sul n° 15 della rivista, datato ottobre 1989 (proprio il mese in cui cominciai a lavorare a Zagor). Il testo venne apprezzato da tutti i lettori, segno che qualche volta ci indovino: immediatamente ne commissionai uno analogo a Riccardo Secchi, perché parlasse dello staff della MBP. Non ho idea del perché Boselli e Secchi accondiscesero docilmente alla richiesta di un fanzinaro che da poco aveva smesso di essere brufoloso, ma tant’è: bussate e vi sarà aperto, chiedete e vi sarà dato. Nel citare il pezzo boselliano, ho promesso che prima o poi lo avrei riproposto su queste colonne.

Dopo l’improvvisa scomparsa di Sergio Bonelli, mi è capitato di accennare all’organigramma dell’attuale redazione, sicuramente in grado di proseguire lungo la strada indicata dal fondatore. Perciò, ripescare proprio in questo momento l’articolo di Mauro Boselli mi sembra particolarmente significativo: si tratta di tornare indietro di ventidue anni e scoprire uno staff che cominciava ad allargarsi dopo il boom di Dylan Dog e l’aumento della produzione editoriale. A corredo del pezzo, ho ripescato alcune foto che scattai in via Buonarroti più o meno in concomitanza con la sua uscita su “Collezionare”: le trovo simpatiche e persino commoventi: una è quella subito sotto il titolo, che mostra me e Boselli come eravamo nel 1991. Il testo va letto pensando all’epoca in cui fu scritto, a cominciare dalla dichiarazione iniziale dell’autore che dice di lavorare in un ufficio posto nella sezione distaccata di via Ferruccio 15, a Milano, successivamente ceduta in uso a Silver e a Macchia Nera e adesso occupata da chissà chi.

Tutti Gli Uomini Dell’Editore
Di Mauro Boselli

(da "Collezionare" n° 15, ottobre 1989)

Mi chiamo Mauro Boselli e lavoro in Via Ferruccio 15. L’altro giorno è passato di qui Angelo Stano e mettendo il naso nel mio ufficio ha esclamato: “Ma come fai a lavorare qui dentro? C’è un’atmosfera terribile, angosciosa!”. “Era l’ufficio di Tiziano”, ho risposto io. Stano ha capito. Tracce della personalità quadrofrenica di quel grande (e grosso) continuano ad aleggiare sinistre in questa stanzetta dalle pareti rosso sangue. Io però ci sto bene. Rimpiango i bei tempi di Pilot, quando Tiziano Sclavi cercò di uccidermi gettandomi addosso la scrivania. Adesso via Ferruccio è un po’ decaduta e nell’ufficio principale, in via Buonarroti, ci chiamano “l’Avamposto di Fort Apache” o “la zattera della Medusa”. Tutta invidia. Nei leggendari anni Sessanta era qui, proprio qui, che Gianluigi Bonelli scriveva Tex. Tornando da scuola, passavo sotto le finestre e sentivo le revolverate (a salve!) che G.L. tirava ai suoi collaboratori.

Adesso il timoniere di via Ferruccio è l’indescrivibile Renato Queirolo. L’autore (con Anna Brandoli) di Alias e di Rebecca consuma i suoi occhi da nittalopo (vede al buio) sulle tavole di TuttoZagor e TuttoMark. L’età è riuscita a smussare qualcuno dei suoi numerosi angoli: da quando ha smesso di fumare andiamo quasi d’accordo. È il nostro guru. In via Ferruccio ci sono anche tre donne molto simpatiche e carine. Sebbene il titolo parli espressamente di uomini, conviene citarle, o sono dolori. Lelella Castellini è la dolce voce che risponde al telefono. Di persona è ancora più sexy, con le stesse curve di Betty Boop. Poi c’è Marina Sanfelice, che fa il lettering: le sue curve sono un po’ esagerate, e se per gioco si ferma in mezzo al corridoio, nessuno riesce più a passare. Francesca Tassinari, che pure ci onora del suo lettering, ha ricevuto una perfetta educazione in un collegio britannico che l’ha resa severissima e ligia al dovere. Da quando c’è lei, non giochiamo più a rincorrerci nel corridoio con le sedie a rotelle.

A distanza di venti minuti a piedi e cinque di auto, oltre la turbinosa Fiera di Milano, c’è via Buonarroti, dove, al n°38, sorge la sede principale della Sergio Bonelli Editore. Prima di salire le scale, affacciamoci nell’ufficio distaccato a pianterreno (che qualcuno, malignamente, ha definito: “Ferruccio 2: la Vendetta”). Qui batte a macchina Stefano Marzorati, vestito di nero e con gli occhiali neri come un Blues Brother. Il pallido Stefano è il nostro esperto di rock. Ma anche di cinema horror (fu lui a perpetrare il Dylan Dog Horror Fest) e, in genere, di ciò che è oscuro e tenebroso. Perfino quel che dice è oscuro: bravo chi lo capisce.


Alessandro Russo, Cristina Pajalunga, Antonio Serra e Maria Peirano nel 1991

Va be’, saliamo le scale. Quassù batte il cuore pulsante della Casa editrice e nel corridoio saettano di qua e di là persone indaffarate. Strano: hanno tutte l’aspetto di piccoli sardi. Ma già, è ovvio (pronuncia con la o chiusa cagliaritana) le persone indaffarate sono tutte Antonio Serra, che schizza di qua e di là come un cartone animato di Friz Freleng. Tutti lo chiamano, tutti lo vogliono, è il nostro factotum, trallalallà! Antonio è il nostro esperto di manga. Occupa l’ufficio che fu di Tiziano Sclavi (che ha scordato il suo scudiscio appeso al muro) ed è spesso depresso. A volte Carlo dice a Marcheselli: “guarda laggiù, l’Antonio Serra piange”. Il che non fa notizia. Carlo Sabatini è l’archivista e ha il baffo che conquista (ma va là!). Fa diverse altre cose, credo. Di sicuro vuota bottiglie di birra, il che ne spiega la circonferenza. Lavoro utilissimo è quello dei fattorini, spesso impegnati in lunghe e complicate missioni in città e nell’hinterland, per cui di rado appaiono in ufficio ed è inutile darsi la pena di cercarli. I nomi di questi due eroici lavoratori: Roberto Paravano e Luca D’Angelo.


Decio Canzio e Antonio Serra nel 1991.

Dopo la bassa manovalanza, sbrighiamo le donne. Non ci avevo mai fatto caso, ce ne son o proprio tante, la decana è la signora Liliana, segretaria di Sergio Bonelli fin dai tempi eroici della Casa editrice Araldo, quando a tirare avanti la baracca erano solo in tre o quattro. Poi c’è l’Annalisa Maniero, che risponde al telefono e parla come Gatto Silvestro. La dolce Lucianina è la sorella di Roberto (Paravano), ma per sua fortuna non gli somiglia. Il diminutivo la distingue da Luciana Berera, letterista e imperterrita collezionatrice di pacchetti di sigarette. Pia Bonfà è figlia di un’impiegata del nostro magazzino di Turare. Sposatasi in tenera età, ha già fatto una bambina di nome Jessica (che ancora non lavora con noi). Cristina Pajalunga è una ragazzina con noi da poco, ma che ha già fatto abbastanza danni. Infine c’è Darma, il cane di Carlo, nera e affettuosissima cagnetta di razza misteriosa. Luigi Corteggi è il nostro esperto di dinosauri. È un dinosauro lui stesso, senza offesa, perché è il nostro Art Director da tempo immemorabile. Nell’altra sua vita, quella extra ufficio, dipinge quadri non disprezzabili, in uno stile di Karel Thole dei Navigli. Rivolto un riconoscente inchino all’incommensurabile ragionier Giulio Terzaghi, che svolge tra gli altri suoi importanti compiti quello fondamentale di preparare gli stipendi, passiamo alla Redazione.

Ne abbiamo già visto una colonna portante di stile nuragico (il Serra). Colonna più solida è il nostro esperto di muscoli, Mauro Marcheselli. Ha i baffi a manubrio ed è capace di mettervi in ginocchio con il mignolo, però è tanto buono. Lo è nonostante sieda nella poltrona che fu di quel grosso (Tiziano Sclavi). Marcheselli fa il cacciatore d’errori. Lo facciamo tutti, solo che lui li trova. Infatti l’errare è umano, Marcheselli no. Maria Baitelli coordina. Lavoro non da poco (specialmente quando si deve far lavorare Castelli). Ma Maria, che non a caso è nata in un’isola dell’Egeo, ha la pazienza di Penelope. Una Penelope che sa come si trattano quei Proci dei fumettari. Data la sua virile energia, non ho trattato di lei nel paragrafo sulle donne. È tuttavia molto femminile e tutti dicono che somigli ad Alida Valli (in Suspiria). Nutro per lei una sincera ammirazione, la considero splendida e andiamo molto d’accordo. Anche Maria siede nel posto che fu occupato dall’eccelso Tiziano (egli ha occupato e sfondato molte sedie). Faceva da solo tutto il lavoro di noialtri. Questo prima che arrivassero quei signori con il camice bianco che ce l’hanno portato via. Decio decide, il nome lo dice. Egli è quel Canzio che diede nuova vita al Piccolo Ranger. Il direttore editoriale, dall’aria sinistramente benigna, è il nostro esperto di gialli. Nessuno, nemmeno Tino Buazzelli, è il più nerowolfiano di lui (tranne il suo personale Archie Goodwin, Tiziano Sclavi, che potrebbe interpretare Nero Wolfe bambino). Solo Decio Canzio, forse, potrebbe risolvere il mistero di come, con gli uomini (e le donne) che vi ho elencato, la Sergio Bonelli Editore continui ad avere successo.
Mauro Boselli

domenica 2 ottobre 2011

IL FUTURO E’ UN’IPOTESI

“Lo scoprirete nella prossima puntata”: così, una volta, promettevano le anteprime dell’albo successivo alla fine di quello appena letto, là dove regolarmente si lasciavano nel dubbio i lettori su come sarebbero riusciti i nostri eroi a portare a termine la loro mission impossible. Ma invece di restare in attesa, tutti mi chiedono di anticipare gli sviluppi della storia prima ancora che esca in edicola.

Che cosa accadrà, adesso, senza Sergio Bonelli? Verrebbe da rispondere con le parole del computer nel più bello in assoluto dei racconti di Isaac Asimov, The Last Question, “L’ultima domanda”: “Dati insufficienti per risposta significativa”. Il problema è più o meno lo stesso: come invertire l’entropia.

Tuttavia, dato che l’interrogativo si ripete, si ripetono anche le cose che provo a dire come risposta. Il primo a chiedermi di azzardare un’ipotesi sul futuro della Casa editrice è stato il quotidiano “Libero”, che mi ha intervistato poche ore dopo la scomparsa di Sergio, cogliendomi assolutamente scosso, ma in grado di prospettare quello che ancora mi pare il più ragionevole degli scenari. Dopodiché, sono andato ripetendo la mia previsione in tutte le successive occasioni, compreso un intervento su una emittente televisiva toscana che mi ha cercato poche ore fa.

Bisogna ovviamente partire dalla constatazione di come la figura di Bonelli fosse, fino a pochi giorni dalla morte quasi improvvisa, assolutamente centrale nella Casa editrice che non a caso porta il suo nome. Non c’era albo che andasse in stampa senza che lui lo avesse preventivamente letto e controllato, e lo stesso valeva per i redazionali e i testi promozionali. Scherzando, ma mica poi tanto, era lui stesso a dire che sceglieva persino i vasi di fiori da piazzare in terrazza o la musichetta che si ascolta al telefono quando, dopo aver chiamato in via Buonarroti, si viene messi in attesa. Tuttavia, Sergio, viste le dimensioni raggiunte dalla sua struttura, aveva organizzato un organigramma redazionale in grado di funzionare anche in sua assenza, una volta stabilite delle linee guida a cui attenersi. E, soprattutto, cosa di cui molti non sembrano ancora aver valutato l’importanza, Davide Bonelli, il figlio, fa parte integrante dello staff da molti anni, sicuramente più di dieci. Noi redattori lo vediamo quotidianamente in ufficio accanto a noi, e dato che si tratta di una persona assolutamente alla mano, gli diamo tutti tranquillamente del “tu”.

Davide ci conosce uno a uno, sa come lavoriamo, che ruoli abbiamo, quali sono le nostre potenzialità e inevitabilmente anche quali sono i nostri limiti. Non è mai intervenuto, finora, nell’ambito creativo, visto che la sua preparazione è economica e commerciale, e così si è dedicato al marketing e ai contratti, soprattutto quelli con l’estero, che si sono fatti sempre più numerosi nel tempo. Dunque, non si tratta di una persona che di punto in bianco si troverà catapultata in un ambiente che gli è estraneo o che dovrà dirigere una azienda che non conosce. Al contrario, è qualcuno che ha condiviso a lungo il lavoro della redazione. E’ evidente che gli toccherà fare delle scelte avendo puntati addosso gli occhi di tutti, lui che è un tipo schivo e riservato, allergico ai riflettori. Però può contare su una struttura rodata, e con collaboratori selezionati da suo padre.

Il principale punto di riferimento, in questo momento, è sicuramente Mauro Marcheselli. Uno che, in tutti i sensi, ha le spalle larghe e robuste. Immagino che Davide vorrà continuare ad affidarsi a lui e che lui sia pronto a garantire una continuità all’altezza della tradizione. Ci saranno delle innovazioni? Sicuramente sì, ma quelle ci sono state, a ben guardare, continuamente anche sotto il lunghissimo pontificato di Sergio. Della Bonelli a volte qualcuno (sicuramente male informato) dice che si tratta di una Casa editrice molto tradizionalista ma in realtà ha sperimentato di tutto e di più.

Proprio in questi giorni, a Città di Castello, è in corso una mostra dedicata alla collana “Un uomo, un’avventura”: una memorabile sequenza di trenta racconti d’autore, pubblicati a colori in albi cartonati alla francese, in anni in cui il termine graphic novel non era stato ancora coniato. E che dire di “Pilot” ed “Orient Express”, e dei rispettivi “Albi”? O dei volumi della Collana "America"? E della formula dei “Texoni”? Altre innovazioni sono state poi il “popolare d’autore” iniziato con Ken Parker e sublimato da Dylan Dog, l’invenzione degli Almanacchi, la realizzazione di spin-off, il lancio delle miniserie e dei Romanzi a Fumetti, la concezione di formati e di periodicità alternative come in Bella & Bronco o in Gea. Alcuni tentativi hanno avuto poca fortuna, come nel caso di “Full” o “I grandi comici del fumetto”, ma è innegabile che si sia voluto sperimentare. All’interno di molte collane, poi, è stato dato spazio ad artisti delle scuole più diverse, da Bacilieri a Catacchio, da Palumbo a Nizzoli, da Magnus a Bernet. Il discorso potrebbe essere lungo, ma basta aver sottolineato come sia assolutamente fuori luogo parlare di immobilismo bonelliano. Al contrario, molte delle innovazioni di via Buonarroti sono servite da modello ad altre Case editrici.

Dunque, dato che le sperimentazioni ci sono sempre state, credo proprio che continueranno a esserci. Saranno però condotte con la consueta prudenza e misura. Immagino per esempio, come prima cosa, che aumenteranno le uscite a colori. Non ci saranno traumi nel breve periodo, ma credo che le vere prove che Davide Bonelli (o chi da lui verrà delegato a decidere) dovrà affrontare riguarderanno le sfide tecnologiche. Fare o non fare le app per l’Ipad? Non so prevedere niente circa il mio destino personale, ma immagino che continuerò a occuparmi di Zagor ancora per un po’. Da bravo soldatino, continuo a far la guardia al bidone di benzina (pronto comunque a farmi dare il cambio). Sarà difficile non tener conto delle indicazioni di Sergio circa il ritorno dei “suoi” nemici, da Hellingen a Supermike, che lui voleva continuare a voler lasciare nel cassetto nonostante le richieste dei lettori. Immagino che non riuscirò per un bel pezzo a far baciare Zagor con una ragazza e sempre mi farò lo scrupolo di far entrare in scena il nostro eroe prima possibile, magari a tavola uno, come Nolitta mi ha sempre raccomandato.



venerdì 30 settembre 2011

L'ULTIMA FOTO


Ho fatto qualche foto con il telefonino, ieri 29 settembre 2011, all'affollatissimo funerale di Sergio Bonelli, dove c'eravamo proprio tutti. Ma non mi va di metterle sul blog. Preferisco salutarlo con un altro scatto, uno degli ultimi che ci ritrae insieme. Siamo a Rimini, il 25 luglio 2011, subito dopo il concerto di Graziano Romani. Con lui, oltre a me, c'è appunto Graziano e ci sono alcuni appassionati zagoriani che avevano assistito allo show. Si tratta sicuramente di una delle ultimissime foto di Sergio. Ed è una foto felice.

lunedì 26 settembre 2011

CONTINUA A DARMI UNA MANO, SE PUOI

Il primo SMS mi ha raggiunto alle 10 e 50 di questa mattina. Era di un lettore di Zagor. Diceva: "Moreno, dimmi che non è vero". Io sapevo che era vero da poco più di un'ora, e ancora non riuscivo a convincermene. Sergio Bonelli ci ha lasciato.

Il primo, incredulo pensiero è stato: non sono preparato. Nessuno, mi sono detto, lo è. Sapevo che, negli ultimi giorni, era stato ricoverato in ospedale per degli accertamenti. Ma non sembrava niente di troppo grave. Mai avrei immaginato, quando l'ho salutato l'ultima volta, a fine luglio, che non lo avrei mai più rivisto. Eravamo stati insieme a Riminicomix, dove lui aveva partecipato alla grande festa per i cinquant'anni di Zagor, facendo un vero e proprio bagno di folla e riscuotendo ripetute e affettuose standing ovation da parte del pubblico. Tutti lo avevamo visto sorridente e in gran forma. Addirittura non aveva voluto mancare al concerto di Graziano Romani e si era intrattenuto fino a tardi con i musicisti della band e con un gruppo di forumisti zagoriani , scherzando con loro con quell'humour che gli era proprio. Già, perché Sergio sapeva far ridere, e ridere di gusto: non soltanto come sceneggiatore di indimenticabili sketches di Cico, ma anche e soprattutto negli incontri con il pubblico, o al tavolo di un ristorante o nei corridoi della redazione.

A Rimini, c'era stata una cosa che aveva detto rispondendo a una domanda di un lettore e che merita di essere riferita. Gli era stato chiesto se davvero, come era stato ventilato più volte, aveva pensato di vendere la sua Casa editrice alla Mondadori o alla Rizzoli piuttosto che a qualche altro colosso editoriale. Sergio aveva risposto che, quando gli era capitato di rifletterci, aveva accantonato l'idea per un motivo semplicissimo: nessuno di quei potenziali acquirenti amava il fumetto come lui. Credo che il suo segreto fosse tutto qui: il sincero amore, la vera passione, per ciò che faceva e che sapeva fare. I fumetti, appunto. Durante un altro, recente incontro a Pavia, raccontò ai presenti un altro aneddoto: durante una riunione con alcuni imprenditori abituati a ragionare secondo l'ottica della produzione industriale, qualcuno gli chiese quanti "pezzi" producesse al mese. Lui rispose: neppure uno. Perché per lui, nemmeno una copia dei suoi albi poteva essere considerata un "pezzo", come un bullone o un barattolo prodotti in serie. E infatti, i fumetti Bonelli sono fatti a mano pagina per pagina, vignetta per vignetta, perfino nel lettering. Perché si dica quel che si vuole, ma il "sapore" del balloon scritto da un letterista non potrà mai essere lo stesso di una nuvoletta riempita al computer. La grande lezione di Sergio si ritrova anche in questo tipo di cose. E in altre, che mai potrebbero capire gli industriali, come una seconda affermazione che sempre a Pavia strappò un applauso a scena aperta: in sessant'anni, disse rivolgendosi ai suoi lettori, io vi ho talmente rispettato che mai vi ho inflitto una sola pagina di pubblicità. Bonelli era un editore puro: voleva reggersi con l'unica forza del suo lavoro, delle sue idee, delle sue storie scritte, disegnate e stampate su carta. Per questo è sempre stato fondamentalmente ostile anche al merchandising. Per non parlare del prezzo di copertina delle pubblicazioni con il suo marchio, da lui sempre tenuto il più basso possibile, perché potessero arrivare a tutti.

Il tourbillon di questi e altri pensieri ha cominciato a venire interrotto da decine di telefonate e da altri SMS. Finché un altro lettore mi ha scritto così: "Sono senza parole. Noi e Zagor siamo nelle tue mani. Aiutaci e non abbandonare mai questo grande immenso sogno". Mi sono sentito schiacciato dal peso di una responsabilità troppo grande. Perché Bonelli non era soltanto un editore, ma era Guido Nolitta. Il creatore di Zagor. E se anche io mi sono trovato, per sua scelta, a raccoglierne l'eredità al timone della serie dello Spirito con la Scure, ho sempre lavorato, da vent'anni a questa parte, con Sergio Bonelli al mio fianco, pronto a incoraggiarmi e a criticarmi, a darmi suggerimenti o a impormi correzioni, a farmi una lavata di testa ma subito dopo a venirmi a cercare per mettermi una mano sulle spalle. Ho finito per scrivere più tavole di Zagor di lui, senza riuscire mai neppure a sfiorare, nella considerazione dei lettori, l'immensa ammirazione del popolo di Zagor verso le storie di Nolitta. E mai, essendo da sempre io stesso il primo ammiratore di quei racconti e del loro autore, mi sono sognato di gareggiare con lui, pur essendo stato a lungo additato come il più nolittiano dei suoi emuli. Per vent'anni ogni mia sceneggiatura è stata paragonata a quelle di Sergio, e ne sono uscito sempre con le ossa rotte. Anche l'ultimo post che ho scritto su questo blog, senza poter immaginare quale sarebbe stato l'argomento successivo, aveva per argomento le critiche di quei lettori così innamorati di Nolitta da non riuscire neppure a concepire l'idea che io e gli altri sceneggiatori siamo dalla loro parte e cerchiamo di continuare a far vivere il "grande immenso sogno" zagoriano con i talenti di cui disponiamo, impegnandoci con tutto il cuore e non certo dandoci da fare per tradirlo, come a volte a qualcuno sembra. Nolitta ha smesso di scrivere racconti dello Spirito con la Scure trent'anni fa, per sua decisione, e ha scelto lui le persone a cui affidare il suo personaggio. Io, che ho avuto (insieme ad altri) questo privilegio, ma anche quest'onore gravoso, mi sono confrontato con lui in redazione giorno dopo giorno. Adesso che non c'è più, mi sento perso.

Nel pomeriggio, ho visto che sul sito della Casa editrice, là dove si dava la triste notizia, si poteva lasciare un messaggio. In poche ore, sono stati migliaia. Non si possono leggere senza sentire le lacrime affiorare agli occhi e un nodo stringersi in gola. Senza pensarci, ne ho scritto uno anch'io: "Caro Sergio, so che non potrò mai reggere il confronto con te, pur avendo raccolto la tua eredità zagoriana. Continua a darmi una mano, se puoi. Moreno".

venerdì 23 settembre 2011

IL SIGNOR JACOPO

Dell’indimenticabile signor Emilio si è discusso a lungo sui forum e anche su questo blog. Adesso però è arrivata in redazione la lettera di un altro lettore indignato, al pari se non di più, dell’illustre predecessore. La missiva non è indirizzata a me ma il direttore responsabile di Zagor, il quale, se vuole, risponderà per conto suo. Potrà farlo però soltanto in pubblico, sempre che gli sembri opportuno, perché, ahimè, per caso o per dimenticanza (e di sicuro non per dolo e vigliaccheria), il mittente non ha vergato in calce (né sulla busta) alcun recapito. Di lui, quando mi è stato fatto leggere ciò che ha scritto perché ne prendessi atto, conosco soltanto il nome. Si tratta del signor Jacopo. Di più, non è dato sapere.

Mi auguro che il signor Jacopo possa leggere queste righe qui sul Web, o che qualcuno che lo conosce gliele stampi e gliele faccia vedere, perché avrei voluto, con garbo e gentilezza, rispondergli per lettera come faccio sempre a chi mi scrive, anche quando si tratta di critici. Purtroppo, non mi è possibile farlo su carta e dunque eccomi a tentare un approccio telematico. Cercherò di ricapitolare per sommi capi (ma con tutta la correttezza consentitami dalla memoria) il senso delle principali tesi sostenute dal signor Jacopo. Certo, non potrò farlo con la brillantezza del suo eloquio, ma per aprire un dibattito basterà, credo, individuare il nocciolo della questione: in altre parole, si tratta di prendere spunto da quanto l’ipercritico lettore argomenta nella sua missiva, per usarlo quale paradigma di un modo di pensare probabilmente condiviso da altri. Insomma: non importa citare le esatte parole di qualcuno, per rispondere in termini generali a chiunque la pensi allo stesso modo.

In realtà, il signor Jacopo non se la prende principalmente con il sottoscritto. Il suo principale bersaglio è Mauro Boselli e il fattore scatenante della sua ira è la storia di Zagor attualmente in corso di pubblicazione, quella in cui lo Spirito con la Scure agisce in tandem con Andrew Cain, un personaggio già comparso in altre avventure zagoriane scritte dallo stessi Boselli. Si noti che l’avventura non si è ancora conclusa, visto che si dipanerà su cinque albi. Tuttavia, già due (o forse tre) sono bastati a signor Jacopo per esprimere un giudizio senza possibilità di appello. Non so quanto il parere di un lettore tanto frettoloso e tanto ansioso di giungere alla stroncatura possa essere ritenuto attendibile: l’idea che ci sia del pregiudizio mi pare abbastanza fondata. In fondo, i voti si danno alla fine della prova d’esame e non dopo la prima o la seconda risposta sbagliata. Ma il signor Jacopo è di quelli a cui basta una prima occhiata per emettere le sentenze, e tant’è: prendiamone atto. A me, però, l’esperienza ha insegnato che è sempre meglio aspettare, prima di valutare. Ricordo quando lessi la storia “Incubi” di Tiziano Sclavi: mese dopo mese, dato che la pubblicazione fu lunghissima (anche in quel caso, cinque albi), mi sembrava che il racconto non avesse né capo né coda, che le sequenze si succedessero senza senso, che non ci fosse nulla di nolittiano. Poi arrivò la fine: mi commossi e rivalutai tutto quanto avevo letto. Il signor Jacopo, probabilmente, avrà fatto fuoco e fiamme già dopo le prime venti pagine.

Ma quali sono i motivi per cui il signor Jacopo non sopporta l’ultima storia di Mauro Boselli? Principalmente perché c’è Andrew Cain, un personaggio che non sopporta per la sua distanza dalla "nolittianità". Non so se il signor Jacopo sa che Andrew Cain non è un’invenzione del tutto originale ma è ispirato, abbastanza da vicino, al Solomon Kane di Robert Erwin Howard, uno dei maestri della heroic fantasy, il creatore di Conan il Barbaro. Di Kane, spadaccino puritano convinto di essere al servizio di Dio contro le forze del male, Howard ha scritto sedici opere tra romanzi e racconti. Da esse, il regista Michael J. Bassett ha tratto nel 2009 un film interpretato da James Purefoy. Non mi sembra il caso di impelagarmi nel dimostrare quanto l’universo zagoriano sia vicino a quello howardiano, soprattutto quello conaniano, anche riguardo a molto altro oltre a questo personaggio. Basterà sottolineare come la derivazione letteraria di Andrew Cain sia nobile, importante, colta.

Non solo: nel far suo il personaggio di Howard, Boselli ha eseguito esattamente il tipo di operazione che Guido Nolitta, il creatore di Zagor, ha compiuto con altri sui characters: Hellingen deriva dal Virus di Molino e Pedrocchi, Bela Rakosi è Dracula, il mostro anfibio del Dark Canal è il Mostro della Laguna Nera, il cacciatore di uomini Lord Nicholson è frutto di una ben precisa ispirazione sia letteraria che cinematografica (come ben sa chi ha visto o letto “The most dangerous game” scritto da Richard Connell o filmato da Irving Pichel ed Ernest B. Shoedsack). Si potrebbe continuare a lungo, ma basta così. Dunque, attingere dal cinema o dalla letteratura per dar vita a riadattamenti fumettistici in chiave zagoriana (a dimostrazione di come l’Avventura sia un territorio trasversale tra i generi e Darkwood il regno della contaminazione tra di essi) era una prerogativa nolittiana.

Nonostante ciò, l’accusa principale che l’ipercritico scaglia contro Boselli è di non aver seguito l’esempio di Nolitta. Perché, pare di capire, ormai lo Zagor di oggi non ha niente di quello della sua giovinezza, definita dal signor Jacopo ormai irrimediabilmente lontana. E’ probabile che proprio in questa frase si trovi la chiave di lettura delle critiche che il non più giovanissimo lettore riversa contro Boselli (e poi, come vedremo, contro di me). Purtroppo la nostalgia è una brutta bestia. Ne so qualcosa io che tutti i giorni devo resistere alla tentazione di sospirare “o tempora, o mores”, scuotendo la testa contro i costumi degenerati dei ragazzi di oggi che giocano alla playstation invece di correre dietro alle ragazze, o contro le frequentatrici delle spiagge dei giorni nostri che non prendono più il sole in topless mentre una volta, ai miei tempi, si faceva. Dunque, per il signor Jacopo, i mostri di Nolitta (quello della Laguna Nera o gli Akkroniani) andavano bene, quelli di Boselli, pur se letterari quant’altri mai, no. Non ci resta che prenderne atto. Inutile, ritengo, obiettare che Andrew Cain, simpatico o antipatico che sia, è comunque foriero di avventure mirabolanti in cui si vedono zombi e tuareg, stregoni e archeologi. Tutti ingredienti assolutamente entusiasmanti (molto di più, per quanto mi riguarda, di quelli dei ladri di cavalli o dei mercanti di whisky). Niente da fare: i tuareg dello Sceicco Nero nolittiano potevano andare, quelli di Cain, no. Idem per gli zombi: quelli di Nolitta, buoni e belli, quelli di Boselli, brutti sporchi e cattivi.

Proprio a Nolitta si rivolge del resto il signor Jacopo: possibile, gli chiede, che lei non legga le storie prima della pubblicazione e non impedisca che giungano in edicola racconti del genere? Domanda persino un po’ offensiva, se rivolta a un editore che giustamente si fa vanto di esaminare personalmente, da sempre e dunque da oltre sessant’anni, tutto ciò che esce sotto il suo marchio. Va detto però che proprio l’attenzione di Sergio Bonelli ha fatto in modo che Zagor fosse affidato a uno staff in grado di arrivare, nonostante le difficoltà, a festeggiare il cinquantennale del personaggio. Vent’anni fa, che ci si riuscisse non era così pacifico. Raccolsi io stesso, in una intervista pubblicata su “Collezionare”, le dichiarazioni di Sergio che si diceva scettico sulla capacità di sopravvivenza di un eroe che lui per primo riteneva stanco. Si potrebbero andare a rileggere quelle frasi, per capire come tutto sommato lo Spirito con la Scure abbia avuto, negli ultimi due decenni, un rilancio che qualcuno (non io) ha definito “rinascimento zagoriano”. E chi è stato il primo artefice di questo rinascimento? Indubbiamente Mauro Boselli, proprio inserendo nella serie nuovi personaggi e nuove tematiche come, appunto, Andrew Cain e la sua lotta contro i mostri howardiani, lovecraftiani, hodgsoniani. William Hope Hodgson e Howard Phillips Lovecraft: altri due autori di importanza capitale, autentici mostri sacri della letteratura fantastica (sicuramente notissimi al signor Jacopo), a cui Boselli si è ispirato attingendo a piene mani.

Ma al signor Jacopo non importa. Lui ha soltanto nostalgia dei vecchi mostri di un tempo. Beninteso, di quelli tutti gli zagoriani, me compreso e per primo, hanno nostalgia. Non a caso, ho scritto tempo fa un articolo dal titolo “Nostalgia canaglia” dedicato al rimpianto per Nolitta. Lo ripubblicherò presto su questo blog. Nessuno è più nolittiano di me, come dimostrano non solo trent’anni di mie scritti ma anche e soprattutto un libro che ho da poco dedicato alla figura del Bonelli sceneggiatore. Però, dato che Nolitta (per sua scelta) non scrive più Zagor, e dato che anche lui, se tornasse a scrivere, non scriverebbe più come una volta (e temo che anche Ferri, pur inossidabile, non disegni tale e quale ai bei tempi che furono), ecco che Mauro Boselli mi sembra un autore abbastanza colto, intelligente e vulcanico a cui si può solo dire grazie per aver rilanciato lo Spirito con la Scure.

Ma dato che il signor Jacopo mette in dubbio le capacità di Sergio come editore, imputandogli la pubblicazione di storie che a lui sembrano del tutto inadeguate, vediamo se davvero Andrew Cain è così sgradito ai lettori da dover sconsigliare la pubblicazione delle sue storie. Esiste in rete quello che gli autori hanno definito il “sondaggio perfetto”, rintracciabile nella sezione “commenti alle storie” del forum SCLS. Il sondaggio si aggiorna quotidianamente con i voti dei sempre nuovi frequentatori del sito, ed è dunque un termometro attendibile degli umori del pubblico. Ebbene, visionando la classica delle storie, troviamo al primo posto “La radura delle voci”, ovvero “La marcia della disperazione”, un classico di Nolitta & Ferri. Seguono altre sei storie di Nolitta, e poi “L’esploratore scomparso” di Mauro Boselli. Poco dopo, in tredicesima posizione su quasi quattrocento storie, “Il terrore dal mare”, un’altra storia boselliana. Indovinate con chi, quale co-protagonista? Ma certo, il nostro Andrew Cain. Quello che il signor Jacopo non sopporta. Un personaggio, evidentemente, non così sgradito agli altri lettori, se una storia in cui compare è fra le primi quindici dell’intera serie, preferita evidentemente a molte altre nolittiane. Mi pare che qualunque editore, dunque, non avrebbe potuto che incoraggiare Boselli a far tornare il personaggio, visti anche gli ottimi piazzamenti degli altri racconti con lo spadaccino cacciatore di mostri.

Il signor Jacopo, però, non demorde e cala il suo asso. Il motivo per cui lo Zagor di oggi non gli piace è perché non è più il fumetto western di una volta. Giunto a questo punto, ho dovuto rileggere e stropicciarmi gli occhi. Giuro che c’era scritto proprio così. “Fumetto western”. Anzi, il nostro ipercritico riteneva che in passato, ai tempi appunto di Nolitta, le escursioni nel fantastico fossero molto rare, mentre oggi sembra di leggere un fumetto di fantascienza. E qui, poiché in cauda stat venenum, giunge la stoccata al sottoscritto. Io, secondo il signor Jacopo, sarei stato con ogni evidenza sotto l’effetto di qualche acido (il paragone è esattamente questo), quando ho scritto l’orribile ZagoroneIl castello nel cielo”. Anche quello, pieno di mostri assurdi, evidentemente lontani da ogni forma di nolittianità.

Ora, con tutto il rispetto per un così acuto lettore, mi chiedo quale sia l’acido che fa definire Zagor un fumetto western. Zagor è nato per essere antitetico al western. Quando uscì, l’intento degli autori era chiaramente quello di contrapporsi a Tex. Tex era il western, Zagor l’avventura. Tex agisce nel Sud Ovest, Zagor nel Nord Est. Tex dopo la guerra di Secessione, Zagor prima. Su Tex il fantastico è un’eccezione, su Zagor è di casa. Tutto questo pare solo a me, perché ho la mente obnubilata, come ritiene il signor Jacopo, o è incontestabile, come ritengo io? E com’è possibile che ci sia chi trova blasfemo, in nome della nolittianità, leggere della fantascienza nelle storie attuali, e non reputi fantascientifico il robot Titan, emblema di tutto ciò che è nolittiano? Allibisco. Ma la storia con i dischi volanti degli Akkroniani, chi l’ha scritta? Il sommergibile Squalus a chi va imputato? I missili telecomandati, i televisori, le lampadine elettriche e tutto quanto fa spettacolo nelle basi di Hellingen da chi sono stati inseriti nella serie di Zagor? Perché i miei orchi e i mostri volanti, inseriti ne “Il castello del cielo”, sono anatema, e le creature del “Viaggio senza ritorno” contro cui lottano Zagor e Gutrhum invece vanno bene? Va detto che “Il castello nel cielo” (per quanto il racconto si sforzi di portare il fantastico a Darkwood) è piaciuto più ai lettori delle nuove generazioni che a quelli della vecchia guardia, tant’è vero che su “Il fatto quotidiano” Stefano Feltri ha scritto una lunga ed entusiastica recensione definendo lo Zagorone “degno dei migliori manga d’azione”. Tuttavia, non mi sembra di essere stato più “visionario” (nel senso di sotto gli effetti di stupefacenti) di molti altri autori zagoriani, primo fra tutti il già citato Sclavi in “Incubi”. Chissà se il signor Jacopo ha scritto anche all’epoca, scagliandosi contro quel nuovo e giovane autore che sicuramente Sergio Bonelli avrebbe dovuto licenziare perché incapace.

C’è una frase che ricorre nelle lettere dei nostalgici (ripeto: sono nostalgico anch’io, perciò absit iniura verbis), ed è “questo non è il mio Zagor”. Sottolineo il “mio”. C’è dunque chi ritiene che esista uno Zagor “suo” e che, ovviamente, debba essere quello l’unico e autentico Spirito con la Scure. Noi autori dovrebbe scrivere quello Zagor lì. Ora, non solo non è ben chiaro quale sia lo Zagor che ciascuno ritiene in “suo”, ma soprattutto, mi pare chiaro che non esiste un solo Zagor come non esiste un solo Uomo Ragno, un solo Tex o un solo James Bond. Lo Spirito con la Scure ha attraversato cinquant’anni della nostra vita, che sono anche cinquant’anni della vita dei suoi autori. Ci sono stati vari periodi anche nell’ambito della produzione di ogni singolo autore, Nolitta compreso. Esiste per esempio uno Zagor di Sclavi, uno Zagor di Toninelli, uno Zagor di Boselli, forse anche uno Zagor di Burattini. Io, peraltro, immeritatamente, per miracolo o per fortuna, ho scritto persino più pagine di Nolitta. Di tutti i contributi bisogna tener conto. Una serie vive anche in ragione degli arricchimenti di tematiche e di suggestioni, chi si ferma o si fossilizza è perduto.

Boselli ha inserito nella serie tematiche non nolittiane, io ho cercato di fare da trait d’union fra le due istanze, ma Andrew Cain fa parte delle serie al pari di Hellingen e di Mortimer. Peraltro, non si può certo dire che Zagor sia diventato un fumetto horror o di fantascienza, in cui si leggono soltanto storie di mostri. Avventure con i cowboy e con gli alieni si alternano già da prima del film con Harrison Ford e Daniel Craig, praticamente da sempre: fu sul numero tre della serie che, se non sbaglio, comparve la prima tribù di nani e il primo uomo volante (e non mi dica il signor Jacopo che si tratta di tipici ingredienti western). Io stesso credo di aver scritto storie sull’uno e sull’altro fronte, anzi forse dando un piccolo vantaggio a quelle realistiche (e molto spesso, figuriamoci, vengo definito come uno sceneggiatore di chiara ispirazione nolittiana). Zagor è tutto e il contrario di tutto fin dal giorno in cui fu creato. E’ proprio questo il segreto del suo successo.

Forse il signor Jacopo, che pure ha acquistato lo Zagorone (uno fra moltissimi altri, visto che le vendite del gigante, mi dicono, sono andate bene), non ha seguito tutte le celebrazioni del cinquantennale (non ancora esauritesi e anzi in grado di riservare altre sorprese), di cui invece questo blog ha cercato di fare testimonianza. Ebbene: un lettore di Tex, di recente, mi ha detto che secondo lui neppure Aquila della Notte ha avuto tanti festeggiamenti come lo Spirito con la Scure, per i suoi cinquant’anni. Entusiasmo ovunque. Tuttavia, c’è ancora chi ritiene che il nostro editore dovrebbe licenziare gli sceneggiatori che attualmente scrivono le avventure dell’eroe di Darkwood, ritenendoli costantemente ubriachi o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Ovviamente, è libero il signor Jacopo di auspicare tutti i licenziamenti che desidera. Tuttavia, sarebbe bello se riuscissimo a valutare le cose senza ritenere, pregiudizialmente (e dunque erroneamente) che quello di cui ciascuno dice “mio” (il “mio” Zagor, il “mio” Tex) debba diventare regola e pietra d’angolo dell’intero universo.