martedì 25 gennaio 2011

IL MAGAZZINO



Il sottotitolo della rivista “Dime Press” che io e altri tre compagni d’avvrentura fondammo agli inizi degli anni Novanta era “magazzino bonelliano”. Si trattava di un gioco di parole sulla parola inglese “magazine”, che significa “rivista”, false friend dell’italiana “magazzino”, che però a noi sembrava potesse comunicare l’idea di “contenitore” di tutte le notizie, le disamine, le interviste e le recensioni della produzione della Sergio Bonelli Editore, a cui la testata era dichiaratamente e monomaniacalmente dedicata.

Ricordo che l’editore, Antonio Vianovi, sosteneva con forza l’idea che anche in italiano “magazzino”, in una antica o desueta accezione, avesse o potesse avere il significato di “rivista”. Io ne ho sempre dubitato, però proposi di inserire nel primo numero un servizio fotografico sul vero magazzino bonelliano, quello dove erano conservati tutti gli arretrati di casa Bonelli. Non fu possibile, e ripiegammo su una visita in casa Castelli, che comunque si rivelò una miniera di curiosità (vedere Dime Press n°1 per credere).

Una decina di anni prima, un’altra rivista chiamata “La Striscia”, curata da Stefano Mercuri, aveva pubblicato un numero speciale, o meglio un vero e proprio libro (il primo di due tomi, con il secondo destinato a uscire molto tempo dopo), intitolato “I Bonelli: 50 anni di fumetti”, che si fregiava di una inte ressante prefazione di Decio Canzio. La prefazione in questione si intitolava “L’incendio del magazzino”. Il pezzo cominciava così: “Si favoleggia, qui alla Cepim, di un misterioso ‘incendio del magazzino’: non si sa bene quando avvenne, ma certo dovette essere violentissimo, visto che fece tabula rasa del passato. Tutti i vecchi albi distrutti, e con essi i registri che catalogavano le pubblicazioni, con le date esatte, i nomi degli autori e tutto quanto avrebbe potuto essere utile per ricostruire la storia della Casa editrice. Ecco perché, paradossalmente, a saperne meno di tutti sulla Cepim (Daim Press o Araldo o tutte le altre aziende del ‘Gruppo Bonelli’) siamo proprio noi. E gli albi non ci sono davvero: lo sa benechi ce li chiede per questa o quell’altra iniziativa amatoriale”.

Una volta ho letto, ma non ricordo dove, una cosa scritta da Tiziano Sclavi in cui si racconta di una sua visita nel magazzino della Bonelli, e lo si paragona a quello del finale dei Predatori dell’Arca Perduta. Sono sempre rimasto con il desiderio di vedere questo mitico magazzino e, come me, immagino piacerebbe a tantissimi altri.

Così, poco più di un mese fa, quando mi è capitata l’occasione di andarci per ritirare dei fumetti che sarebbero serviti per una manifestazione, ho approfittato al volo della presenza in redazione di Marco Andrea Corbetta, meglio noto come “Baltorr”, avvocato di professione ma eccellente fotografo per passione, e l’ho portato con me, dato che mi serviva una mano e soprattutto dato che aveva al seguito la sua inseparabile macchina fotografica.

Baltorr, che è anche presidente dell’Associazione Cultrale “Pickwick” di Besana Brianza, gestisce un suo blog, dove mostra agli interessati i suoi reportage fumettistici. Alcuni degli scatti che abbiamo potuto immortalare durante la nostra visita li trovate qui di seguito. Mi fa piacere poter mostrare i colleghi che lavorano a spedire gli arretrati a chi li richiede, le pile di albi immagazzinati, le casse delle cornici delle varie mostre (vedi sopra), i fumetti danneggiati destinati al macero.

L’edificio è recente e so che ha sostituito da alcuni anni una sede più vecchia. Non so se siano custoditi qui dei cimeli particolari o se davvero le rarità siano andate distrutte nel leggendario incendio o, come spero, siano conservate altrove sottochiave.

C’è però un angolo dove alcuni scaffali sono recintati da una catenella e una scritta dice “vietato l’accesso”. Che siano lì, le poche copie sfuggite alle fiamme tanti e tanti anni fa?




























lunedì 24 gennaio 2011

BRINDI? SI'!

Brindo? Sì.
Ovviamente, a Brindisi. Con Bruno Brindisi. Non è soltanto un gioco di parole dato che da domani, martedì 25 gennaio, a venerdì, 28 gennaio, sarò ospite della città pugliese in occasione dell'inaugurazione della mostra "L'audace Bonelli".

E' la terza volta che assisto al taglio del nastro inaugurale dell'esposizione (dopo averlo fatto a Napoli nella scorsa primavera, e a Lucca nel recente autunno) e sono stato lieto di veder ristampato il bel catalogo a cui anch'io ho contribuito con due articoli. La mostra, del resto, è davvero molto ma molto bella (e per di più, a ingresso libero) e dunque tutti quelli del profondo Sud che non l'hanno ancora vista farebbero bene ad approfittarne.

Oltre a me e Brindisi, a Brindisi ci saranno anche altri illustri ospiti (anzi, saranno tutti assai più illustri di me), come Alfredo Castelli (sposato a una pugliese) e Angelo Stano (pugliese). Ci saranno anche alcuni bonelliani di Puglia, tra cui gli acclamati zagoriani (e martinmysteriani) Esposito Bros, che vede più sotto in una foto storica di Joe Zattere. In attesa di fare un resoconto a evento avvenuto, corredato con qualche foto rubata anche dietro le quinte, mi limito a pubblicare il comunicato stampa che ho appena ricevuto.


L'AUDACE BONELLI A BRINDISI, GLI OSPITI

Pochi giorni all'inaugurazione de L'AUDACE BONELLI - L'avventura del fumetto italiano a BRINDISI, nella prestigiosa location di Bastione San Giacomo, dal 28 gennaio al 17 aprile 2011!

Tra gli ospiti presenti all'INAUGURAZIONE della mostra, che si terrà giovedì 27 alle 18:00 a BASTIONE SAN GIACOMO, tre grandissimi nomi del fumetto italiano: Angelo Stano, Bruno Brindisi e Moreno Burattini!

Gli eventi di presentazione iniziano il giorno prima. Dopo la CONFERENZA STAMPA del mattino, infatti, la mostra ha un altro momento di PRESENTAZIONE, mercoledì 26 gennaio alle 18:00 presso l'Associazione Culturale Susumaniello, in via Lauro 51. Interverranno, Angelo Stano, Moreno Burattini e Alfredo Castelli, presenti anche alla conferenza stampa del mattino. Questo evento di presentazione è in collaborazione con Lunatica - Fiera del Fantasy di Brindisi.

L'esposizione è dedicata alla più prestigiosa casa editrice di fumetti made in Italy, la gloriosa Sergio Bonelli, ed è curata da Napoli COMICON, e in questa terza edizione, dopo Napoli l'anno scorso e Lucca fino a pochi grioni fa, è possibile grazie alla preziosa collaborazione e al supporto della Città di Brindisi (nella foto: il porto visto dall'alto).

A corredo dell'eposizione, poi, un libro di 240 pagine realizzato grazie ai contributi inediti dei massimi studiosi e specialisti dell'universo bonelliano. Un'occasione da non perdere per approfondire il mondo fantastico della Casa editrice milanese, irrinunciabile risorsa e perno dell'industria dell'immaginario del nostro Paese.

Pochissime informazioni sugli ospiti presenti a Brindisi, in ordine alfabetico.

Il salernitano BRUNO BRINDISI (1964), dal 1990 è uno dei disegnatori più amati di Dylan Dog. Per la Bonelli lavora anche al personaggio dell'eponimo fumetto "giallo" di Nick Raider e al fantascientifico Brad Barron, a sottolineare la sua grande versatilità. Dal 2002 è in forza anche alla testata di punta della casa editrice milanese, l'intramontabile Tex, di cui ha realizzato diversi albi.

Sceneggiatore di fumetti, scrittore, critico specializzato, curatore di mostre, libraio, collezionista di comics e autore teatrale, MORENO BURATTINI (1962) è tra i principali sceneggiatori di Zagor, lo storico personaggio creato da Sergio Bonelli nel 1961. Ha lavorato anche su Cattivik e Lupo Alberto, oltre che per il Comandante Mark.

ALFREDO CASTELLI (Milano, 1947) è uno dei maggiori sceneggiatori di fumetto italiani. Dopo una serie lunghissima di collaborazioni con fanzine specializzate, e dopo aver scritto tra le tantissime cose anche diversi albi di Zagor, oltre che numerose storie di Diabolik, nel 1980 propone a Sergio Bonelli il personaggio di Martin Mystère, con i disegni di Giancarlo Alessandrini, e dopo due anni riesce a portarlo in edicola. Da alcuni decenni è anche uno dei massimi storici e studiosi di fumetto internazionale.

Il pugliese ANGELO STANO (Santeramo, Bari,1953) è uno dei più personali e stimati interpreti grafici di Dylan Dog, di cui realizza l'ormai mitico numero uno e di cui è copertinista della serie dal n. 42. La frequentazione del mondo narrativo e l'amicizia con il creatore del celebre Indagatore dell’incubo Tiziano Sclavi lo porta a realizzare anche le copertine e le illustrazioni di alcuni dei suoi libri.



La mostra è a ingresso gratuito e rispetta i seguenti orari: da martedì a domenica dalle 9:00 alle 20:30. Chiuso il lunedì.

BASTIONE SAN GIACOMO - via Nazario Sauro, 72100 BRINDISI

Per INFO: Tel: +39 0831.229.647/643 - +39 348.8809607

Mail: sediculturali@comune.brindisi.it

Napoli COMICON

www.comicon.it

giovedì 20 gennaio 2011

UOMINI CHE DISEGNANO LE DONNE

Dall'età della ragione, come la maggioranza dei maschietti miei coetanei dotati di normali pulsioni sessuali, ho letto (più o meno clandestinamente), finché hanno continuato a uscire, i tascabili scollacciati della Edifumetto di Renzo Barbieri.
Naturalmente, essendo anche dotato di un minimo di gusto estetico e soprattutto avendo interesse anche per il versante dell'affabulazione oltre che per quello voyeuristico, ho sempre fatto delle distinzioni. Ho anche stilato mie personali classifiche fra gli autori e i personaggi, e a distanza di anni mi complimento con me stesso per aver saputo riconoscere, prima ancora di riuscire a scoprirne i nomi, la qualità di artisti come Leone Frollo o Birago Balzano, piuttosto che Sandro Angiolini, Lucio Filippucci o Fernando Tacconi nel mare magno di quella produzione. Fuori discussione erano poi gli outsider come Manara o Magnus.
Mi piacerebbe moltissimo che ci fossero ancora dei fumetti erotici seriali con eroine come Biancaneve o Zora, Una o Isabella, e chissà che darei per un revival di testate come le Sexy Favole. Anzi, mi chiedo perché come allegati a riviste e quotidiani si sia tirato fuori di tutto tranne che questo tipo di avventure, dato che almeno quelle degli anni Sessanta e dei primi Settanta erano tutto sommato piuttosto soft. Ho anche vagheggiato parecchie volte di poter scrivere anch'io qualche sceneggiatura stuzzicante ma, al di là di qualche cosetta suggerita a Teodorani per Djustine, finora le mie mezze idee sono rimaste nel cassetto.
Ero comunque già più che ventenne quando, tra il 1983 e il 1988, seguendo la testata "Dottoressa" notai che l'anonimo disegnatore della maggior parte dei numeri era qualcuno di particolarmente talentuoso. Mai avrei pensato che un giorno sarebbe diventato uno dei miei migliori amici. Dovetti aspettare un'altra eroina di Barbieri datata 1990, stavolta non erotica, per conoscere il nome dell'estroso artista, che immediatamente riconobbi. Il personaggio era "Donna Blu" (titolare di una testata che avrebbe meritato maggiore fortuna e che si potrebbe persino recuperare), e l'autore il romano Mauro Laurenti.
In seguito avrei visto Mauro all'opera anche per gli erotici della EPP di Francesco Coniglio, che raccolse poi le sue storie migliori in un volume della collana Hard Comic Album della Blue Press, intitolato "Storie Spudorate", e su Intrepido, dove la realizzazione della serie "Luisa Salerno" (pur niente affatto scollacciata) gli sarebbe valso un processo penale che mise in ridicolo gli accusatori (ne riparleremo per avere modo di sbeffeggiare un altro po' quella manica di moralisti).
Da buon storico e saggista del fumetto ho potuto soltanto in seguito registrare nel mio taccuino i suoi esordi che mi erano sfuggiti, avvenuti nel 1979, a ventidue anni, su Lancio Story con "Il prototipo", poco dopo il diploma al liceo artistico e mentre studiava all'Accademia di Belle Arti. Dopo questa prima esperienza Laurenti collaborò con lo studio Leonetti di Roma per la Casa editrice Cioè realizzando "Cyrano di Bergerac". Dopo una parentesi nella scuderia della ACME e alcune storie per "Splatter", "Mostri" e "Torpedo", eccolo passare armi e bagagli alla Sergio Bonelli Editore, arruolato fra gli illustratori chiamati a risollevare le sorti di Zagor, più o meno nel 1991.
E' in questo periodo che, dopo averlo tanto letto, ho potuto anche conoscerlo di persona. Il fatidico incontro è avvenuto a Bologna, durante la Fiera del Libro per Ragazzi del 1992, e il momento è stato immortalato dalla foto che vedete qui accanto. Purtroppo per me, benché io facessi parte della squadra zagoriana già da due anni e mezzo, un importuno nuovo arrivato, Mauro Boselli, anche se più giovane di me quanto ad anzianità nello staff con più peso specifico e autorevolezza redazionale, vide i disegni di Laurenti, se ne innamorò e si arrogò il diritto di eleggerlo a suo collaboratore fisso.
L'esordio dei due Mauri avvenne contemporaneamente sulle pagine dello Spirito con la Scure con l'avventura "Ladro di Ombre", a cui fecero seguito molti racconti considerati a buon titolo dei classici moderni del Re di Darkwood. Conscio del talento di Laurenti nel raffigurare le grazie femminili, Boselli iniziò subito facendogli disegnare ben quattro ragazze, protagoniste della parte iniziale della loro prima storia. E, in seguito, sono nate eroine entrate nel cuore dei lettori come Marie Laveau e Gambit. Ho dovuto attendere un bel po', prima che anche a me fosse concesso di poter scrivere per il romano, divenuto nel frattempo mio buon amico. Quando è successo, è nata "La palude dei forzati", una lunga storia che di solito viene indicata dai lettori come il mio lavoro migliore.

Attualmente sono ancora impegnato con Laurenti nella realizzazione di "Amazzonia", una storia ambientata lungo il corso del Rio delle Amazzoni, dove di nuovo ho trovato il modo di mettere alla prova l'ottimo Mauro con delle bellezze muliebri di un tipo del tutto particolare. Le scoprirete durante la trasferta zagoriana in Sud America. Intanto, potete vedere qui accanto una tavola in anteprima.
Laurenti è anche uno degli autori più disponibili che io conosca nei confronti del pubblico: va volentieri a tutti gli incontri in cui viene invitato, non si tira mai indietro quando gli chiedono un disegno (e non tira mai via nel realizzarlo). Abbiamo avuto vicissitudini umani simili, affrontato tempeste e fatto esperienze comuni, ci siamo sempre confortati a vicenda: davanti ai problemi più gravi, eppure, Mauro è sempre stato in grado di abbozzare un sorriso e persino di farci sopra una risata sdrammatizzante.
Il che mi frega quando, per motivi di lavoro, devo telefonargli e dargli delle solenni lavate di capo per le distrazioni di cui a volte, a seconda delle svagatezze dell'autore, sono piene le sue vignette. Lo sommergo di improperi stabilendo di rimandargli indietro un po' di tavole da correggere, e lo sento accettare di buon grado e rispondermi in un disarmante romanesco che mi impedisce di rincarare ulteriormente la dose. E' uno dei casi più lampante di genio e sregolatezza, dato che il suo enorme talento va imbrigliato per impedirgli di prendere la via della tangente.
Laurenti è un altro di quelli che disegna Zagor con passione e ci tiene particolarmente a disegnarlo, tanto che quando Boselli cerca di portarlo con sé a Dampyr (talvolta c'è riuscito, anche se solo temporaneamente), lui preme per tornare a fare lo Spirito con la Scure. E' un lettore zagoriano della prima ora, e da giovanissimo ha anche realizzato, con l'animatore Vito Lo Russo (un altro personaggio a cui bisognerebbe dedicare un romanzo), alcuni secondi di prova di una animazione dello Spirito con la Scure.
Di recente, ha realizzato numerose copertine per una edizione cartonata di Zagor in Serbia. Con me, ha provato a buttar giù i primi schizzi per una storia su Francesco Ferrucci (chissà mai se la realizzeremo), ma io resto con il desiderio di scrivere per lui qualcosa di erotico, visto che resta uno fra i più bravi disegnatori di figure femminili che io conosca. Qualche giorno fa gli ho persino proposto un'idea. "Hai presente il libro di Civitelli su Tex, per cui io ho scritto dei brevi testi di una decina di righe ciascuno, commentando delle sue illustrazioni?", gli ho chiesto. Ovviamente l'aveva preso a Lucca. "Ecco - ho detto - sarebbe bello se riuscissi a scrivere un tot di mini-soggetti di quel tipo, poche righe che raccontino una breve storia sexy o descrivano una situazione intrigante, e tu potessi illustrare ciascuno di essi con una tavola da giustapporre nella pagina accanto". Laurenti non direbbe di no neppure alle idee che non gli piacessero, ma questa è sembrata stuzzicarlo. Lo faremo mai? Mah.
Nell'attesa, però, se qualcuno volesse rifarsi gli occhi con un po' di donnine disegnate da Mauro, sappiate che è appena uscito un portfolio di sue illustrazioni erotiche dal titolo "Le donne, un mondo da... scoprire", composto da 19 illustrazioni, dodici in b/n e sette a colori di dimensioni di cm 42 x 30. Ogni cartelletta è numerato e firmata dall'autore. Il portfolio sarà presentato il 12 febbraio 2011 a Terni presso la fumetteria Antani Comics in Via Armellini 6, dove verranno anche messi in mostra i disegni originali delle illustrazioni e, si dice, sarà presente anche la modella. Forse ci farò un salto anch'io per vedere se è vero, e per controllare che le nuove tavole di "Amazzonia" continuino ad avere la stessa eccellente qualità delle prime.

martedì 18 gennaio 2011

LA BANDA AEREA

E' in edicola da alcuni giorni "La banda aerea", il quindicesimo Maxi Zagor (il decimo contenente storie a mia firma: l'ultimo era stato "L'uomo nel mirino", uscito nello scorso luglio).
Il voluminoso albo conta 286 tavole disegnate da Domenico e Stefano Di Vitto, qui alla loro prima prova zagoriana, ed è per molti aspetti un episodio davvero singolare.
Già la bella copertina di Gallieno Ferri avrà stupito qualcuno per la presenza di oggetti volanti non identificati simili ad aerei. Del resto, se in passato tutti sono stati ben contenti di vedere robot giganteschi e astronavi aliene sulle cover di Zagor, nessuno potrà contestare dei semplici biplani (che però semplici biplani, in realtà, non sono).
Insomma, sulle pagine dello Spirito con la Scure hanno da sempre piena cittadinanza diavolerie di questo tipo, e questo dai tempi di Nolitta che oltre a Titan e a un sommergibile chiamato Squalus è anche l'ideatore del Barone Icaro La Plume, un costruttore di macchine preposte al volo.

In secondo luogo, fra i personaggi a cui Bonelli si è ispirato per assemblare Zagor, oltre all'evidente input ricevuto da Tarzan, c'è senza dubbio l'Ombra che Cammina, ovvero The Phantom, l'Uomo Mascherato. E una fra le primissime avventure dell'eroe in calzamaglia viola è appunto intitolata "La banda aerea", in cui compare una gang di piratesse del cielo, tanto belle quanto pericolose. Anche se la mia storia è del tutto diversa, la suggestione offerta dal titolo rimane e soprattutto serve a ricordare come l'eroe di Darkwood faccia parte, al pari di quello del Bengala, del grande regno dell'avventura aperta alle infinite possibilità della fantasia. Peraltro, uno degli scrittori simbolo della letteratura d'avventura è Jules Verne, senz'altro centro di gravità permanente dell'universo bonelliano, autore di ben due romanzi, "Robur il Conquistatore" e "Il padrone del mondo", in cui tratta di macchine volanti e di un pazzo che vuole conquistare la Terra. Peraltro, la discussione fra i fautori delle macchine volanti più leggere o più pesanti dell'aria a cui si assiste all'inizio de "La banda aerea" ricalca un dibattito realmente in corso negli anni di Verne, di cui lo scrittore francese dà eco proprio nelle pagine del primo dei due romanzi. La nave volante di Robur, la stessa immaginata nell'illustrazione più in basso, si chiama "Albatros", e non a caso io ho dato lo stesso nome a uno dei volivoli del mio super-cattivo Mister Rope.

Dunque, fin dal primo momento in cui ho iniziato a scrivere la sceneggiatura del Maxi affidato ai fratelli Di Vitto mi sono preparato ad affronta re ogni genere di critiche, essendo comunque sicuro che fra le tante eventuali accuse che mi si sarebbero potute rivolgere, sicuramente infondata sarebbe stata quella di essere andato fuori tema o di non aver rispettato l'ortodossia zagoriana.

Peraltro, nessuno potrebbe ragionevolmente accusare di scarsa plausibilità scientifica o anacronismi tecnologici una storia che giunge dopo cinquant'anni in cui si sono visti animali mutanti, missili teleguidati, armi batteriologiche, uomini invisibili, aquile addomesticate, creature delle acque morte, uomini alati e chi più ne ha più ne metta. Insomma se c'è una serie dove una storia come "La banda aerea" ha piena cittadinanza, quella è Zagor, aperta da sempre a ogni contaminazione fra i generi.


Peraltro, il mio sforzo costante (spero si sia capito, dopo vent'anni) è quello di esplorare sempre nuove strade cercando di trovare spunti che, nonostante le centinaia e centinaia di storie già scritte, siano il più possibile originali all'interno della cinquantennale collana. Sarebbe comunque davvero ingeneroso il detrattore che volesse accusare di voli pindarici nell'implausibilità proprio me, cioè colui che più di ogni altro ha portato lo Spirito con la Scure a contatto con la realtà storica dei suoi tempi, facendogli incontrare, in contesti ben documentati, personaggi come il presidente Jackson, il filosofo Tocqueville, il cherokee Sequoya.

Un altro motivo che mi ha spinto a realizzare proprio questa storia era la possibilità che mi si offriva di far esordire sulle pagine di Zagor due veterani del fumetto italiano come Stefano e Domenico di Vitto (i quali si sono voluti raffigurare proprio nelle prime tavole fra il pubblico che assiste alla conferenza di Icaro La Plume). I due fratelli abruzzesi venivano da più di vent'anni di storie di Mister No: quale miglior racconto avrei potuto scrivere per loro, di uno in cui idealmente proprio Jerry Drake e l'eroe di Darkwood si passavano il testimone? Alcune sequenze in cui Zagor indossa un giubbotto nero o pilota una specie di Piper sono stare sceneggiate apposta per creare un corto circuito fra i due personaggi.


Ma c'è qualcosa di più, qualcosa di estremamente singolare. Da qui in poi sarà meglio che chi non vuole avere anticipazioni troppo puntuali dovendo ancora leggere la storia, provveda a leggerla prima di continuare. "La banda aerea" arriva in edicola nel gennaio 2011 dopo essere entrata in lavorazione all'inizio dell'autunno del 2008. Venerdì 10 ottobre di quell'anno, infatti, scrissi un annuncio in rete, per la precisione nel mio "filo diretto" ospitato in un forum dedicato a Zagor.
Il mio messaggio diceva così: "Approfitto di questo spazio per una richiesta di aiuto, una consulenza che mi serve per mettere a punto un nuovo soggetto zagoriano a cui sto lavorando. Mi serve poter rivolgere qualche semplice domanda a qualcuno che sappia di fisica, intesa come scienza delle forze, dei vettori, della gravità, delle interazioni fra particelle, delle leggi della gravitazione universale, di principi di aeronautica. Direi qualcuno che studia (o ha studiato) fisica a livello universitario. Se c'è chi può farmi da consulente via mail (unica ricompensa: la citazione con adattamento di nome e volto nella storia), mi farà piacere essere contattato".

Il giorno successivo, ho ricevuto una mail dal più referenziato consulente che potessi immaginare: un lettore di Zagor chiamato Christian Corda, fisico della gravitazione (che sarebbe una via di mezzo tra fisico teorico, matematico e astrofisico), autore di prestigiose pubblicazioni a livello mondiale e ricercatore di fama internazionale (lo vedete qui accanto). Per quanto si tratti di un luminare, ci siamo subito dati del tu e io ho provveduto a fargli avere, in privato, una dettagliata serie di domande riguardanti la storia che già avevo in mente. Pubblico qui la mail che gli ho mandato, per farvi capire come stessi cercando di dare un fondamento anche scientifico (almeno un'infarinatura) al mio progetto.

"Vengo subito al dunque, sperando di non rubarti troppo tempo. Quel che ti scriverò, ovviamente, deve rimanere fra noi! Probabilmente tutto ti sembrerà una gran cazzata, e in effetti lo è, ma sono abbastanza certo che la mezza idea che ho in mente, se confezionata nel modo giusto, potrebbe anche funzionare. Se poi, anche dopo aver sentito il tuo parere, capirò che non si va da nessuna parte, rinuncerò a tutto o a parte del progetto. Sto pensando, proprio in questi giorni, a una storia di Zagor intitolata 'Alla ricerca di Icaro La Plume'. Ora, è chiaro che se la storia verrà realizzata sarà un'opera di fantasia nella tradizione zagoriana, senza nessuna pretesa di fondamento scientifico (così come non può esserci fondamento nelle magie che si vedono in molti racconti, nelle invenzioni di Hellingen o nelle macchine volanti, appunto, di Icaro La Plume). Però, dando per scontato un presupposto fantastico senza spiegazioni possibili dal punto di vista della leggi della fisica, mi piacerebbe che gli effetti pratici fossero almeno plausibili.


Per farmi capire meglio, ti richiamo alla memoria una illustrazione di Claudio Villa che fa da copertina a un libretto allegato a uno dei primi Zagor Speciali, quello dedicato alle terre immaginarie. In quella copertina, Villa ha disegnato Zagor che vede una specie di "isola" nel cielo, una enorme roccia volante, sospesa in aria. Bene: immaginiamo che un fenomeno inspiegabile (e questo non c'è bisogno di spiegarlo, a meno che tu non mi suggerisca delle ipotesi fantascientifiche che lo spieghino) renda una enorme roccia, composta di chissà quale minerale, dotata di una misteriosa forma di 'antigravità'.
Se un frammento di quella roccia (un sasso, per esempio) viene lasciato libero di cadere, anziché cadere verso il basso, cade verso l'alto. O meglio: non è che ci sia qualcosa che lo attiri in alto, o che lo respinga dal basso, semplicemente il minerale non è sottoposto alla gravità terrestre.

E qui già mi viene in mente la prima domanda: secondo te, che fa? Sale lentamente? Schizza in aria come un proietile? Schizza di lato perché resta fermo nello spazio mentre la Terra gira su sè stessa o attorno al Sole? Ma immaginiamo che il sasso dotato della proprietà antigravitazionale galleggi in aria e tenda a salire più o meno lentamente (se mai è possibile immaginare che così accada): se io lo imbriglio in qualche modo, legandoci una macchina volante, il sasso tira su anche la macchina? E quanto peso può sollevare? Cioè: il sasso senza gravità solleva solo un corpo pari alla sua massa e viene trattenuto da pesi di massa maggiore? Immaginiamo adesso che la grande roccia antigravitazionale sia inglobata nella roccia 'normale' di una montagna, e immaginiamo che qualcuno riesca, con dell'esplosivo, a far staccare dalla montagna un pezzo contenente la roccia antigravitazionale più tanta roccia normale quanto basta a far sollevare il cielo un' 'isola' come quella del disegno di Villa.

Quell'isola lì, se si stacca, continua a salire indefinitivamente o può restare sospesa a mezz'aria come in un quadro di Magritte? Magari dopo il "decollo" può essere tolta parte del minerale senza gravità per fermare l'ascesa. Ma se resta a mezz'aria, è sottoposta ai venti? Chiedo questo perché, per esempio, un elicottero in circostanze normali resta fermo sullo stesso punto, e se non c'è una vera e propria tempesta, non è che ogni brezza lo muove: la mia 'isola' galleggiante nell'aria potrebbe avere una massa sufficiente a opporsi ai venti e a restare ferma lì dov'è, oppure essendo senza peso basta un refolo d'aria per farla spostare come una piuma? E se è un masso enorme, resta in equilibrio (alto/basso) o si ribalta?Si può pensare che se c'è qualcuno sopra, un ribaltamento non lo faccia cadere? Si deve stare attenti a come si muove sopra, oppure essendo abbastanza grande, resta stabile? Supponiamo adesso che frammenti della roccia antigravitazionale vengano usati per sollevare in volo dei velivoli, tipo macchine volanti. Immaginiamo che le macchine volanti abbiano delle eliche per gli spostamenti in avanti (l'elica serve a spingere non a sollevare). Come si fa ad alzarsi e abbassarsi? Bene, per il momento le domande sono queste. Le prossime, te le farò sulla base delle tue risposte, se riterrai di dovermene dare!".
Sottolineo due cose: primo, come l'idea della montagna che galleggia nel cielo mi sia venuta guardando l'illustrazione del librino che fa da copertina al librino "Le terre immaginarie" allegate al terzo Zagor Speciale, "La città sopra il mondo" (dove comunque non c'è nessuna pietra volante per aria) e cercando di giustificare quell'affascinante disegno come se ci fosse davvero una storia in cui compare una scena simile; secondo, come all'epoca del mio soggetto non fosse pubblica (che io sapessi) nessuna immagine del film Avatar. Dunque, i terrestri che vanno su Pandora per scavare un minerale con proprietà antigravitazionali che fa galleggiare in cielo delle montagne volanti non mi hanno ispirato per non concomitanza dei tempi. Successivamente all'uscita del film, io e i Di Vitto ci siamo detti: adesso tutti crederanno che abbiamo copiato Avatar. Cosa che non è. Però, almeno, James Cameron ci ha evitato un eccesso di critiche sull'eccessività della nostra immaginazione: la roccia zero-gravity è stata sdoganata prima che uscisse "La banda aerea".

Christian Corda non solo mi ha risposto a stretto giro di posta, ma è cominciato uno scambio di corrispondenza in cui vari aspetti della mia idea sono stati approfonditi e sviscerati. Per dare un'idea, ecco un estratto da una delle lettere del mio illustre consulente (pubblicato con il suo permesso):
"Lasciami dire che la tua idea di 'antigravità' è attualissima. La Relatività Generale da sola non è in grado di spiegare l'espansione dell'Universo (se la gravità è attrattiva, come mai l'Universo si espande?), tanto che molti scientists ritengono che essa debba esser modificata per tener conto di una forza repulsiva su vasta scala.

Passando ai dettagli delle tue domande, si potrebbe supporre che la tua misteriosa roccia sia composta da materia "esotica" tale da invertire il campo gravitazionale, le stesse equazioni di Einstein ammettono, in linea teorica, qualcosa di simile, anche se il fenomeno non è mai stato osservato sulla Terra, mentre qualcuno sostiene che nello spazio potrebbe spiegare il celebre fenomeno della Materia Oscura (le velocità delle stelle in periferia nella galassia sono troppo elevate per esser giustificate dalla Relatività Generale 'standard').


Relativamente alle possibilità da te elencate, ossia se un sasso fatto con tale materia sale lentamente o schizza in aria come un proiettile o schizza di lato perché resta fermo nello spazio mentre la Terra gira su sé stessa o attorno al Sole, la terza é da escludere perché il sasso verrebbe comunque 'trascinato' dalla Terra attorno al Sole, a meno che non si voglia ipotizzare che il sasso, oltre ad invertire il campo gravitazionale della Terra, inverta anche quello del Sole (in tal caso ruoterebbe intorno al sole in senso opposto alla Terra, ma il discorso risulterebbe complicatissimo). Per gli altri due casi, ciò dipende se, oltre a invertire il campo gravitazionale, la 'roccia esotica' ne altera anche il modulo, ossia il suo valore assoluto. Nel caso non lo alteri, questo sasso schizza in aria come un proiettile con la stessa accelerazione con cui un sasso normale cadrebbe verso terra, e gli dovresti legare una massa pari alla sua per tenerlo fermo a mezz'aria, se invece ne diminuisce il modulo, il sasso può salire più o meno lentamente,a seconda del valore di tale diminuzione. Dunque, immaginando che il sasso dotato della proprietà antigravitazionale galleggi in aria e tenda a salire più o meno lentamente, stiamo assumendo che la materia di cui è fatto abbia la proprietà di diminuire il valore del campo gravitazionale oltre a invertirlo. In questo caso, potremo attaccargli solo corpi molto minori della sua massa, in quanto, già attaccandone uno della stessa massa, il maggior modulo dell'accelerazione gravitazionale lo rimanderebbe giù. L' idea del grosso inglobamento nella roccia 'normale' però ti permette di giocarci sopra.

Ad esempio, assumendo che la roccia esotica solamente inverta il campo gravitazionale, se ci inglobiamo una quantità di massa esattamente pari di roccia normale, allora l'inglobamento totale resterebbe fisso per aria (e si tratterebbe di un equilibrio stabile come quello di un elicottero, cioè il vento lo può strattonare, ma la forza di gravità combinata a quella repulsiva lo terrebbero sostanzialmente in equilibrio). Togliendo della roccia normale si potrebbe fare in modo di far riprendere l'ascesa in maniera più o meno veloce, mentre togliendo roccia 'esotica' si può ridurre l'ascesa sino a bloccarlo nuovamente. Poiché l'equilibrio è stabile, un ribaltamento può esserci solo per una causa esterna, e una persona che ci sta sopra in questo caso cadrebbe. Non è necessario stare attenti a come si muove sopra, proprio perché, essendo abbastanza grande, resta stabile (come se fossimo su un aereo). Se supponiamo che frammenti della roccia antigravitazionale vengano usati per sollevare in volo dei velivoli, tipo macchine volanti e immaginiamo che le macchine volanti abbiano delle eliche per gli spostamenti in avanti l'unico modo per ad alzarsi e abbassarsi è continuare a giocare con la quantità totale di roccia, cioè si parte con una quantità di roccia maggiore rispetto alla massa della macchina per partire con l'ascensione, ci si libera di roccia sino a raggiungere la stessa massa della macchina quando si vuol volare orizzontalmente e ci si libera ulteriormente di roccia per ridiscendere. Per poter risalire verso l'alto dopo il primo volo orizzontale, bisognerebbe liberarsi di parte del peso della macchina (il principio è lo stesso dei dirigibili, quindi è meglio portarsi dietro della zavorra!), e lo stesso se si vuol regolare la discesa".

Bene, avrete capito, adesso, perché il cattivo de "La banda aerea" si chiami Mister Rope, cioè Signor Corda. E avrete capito anche perché i Di Vitto abbiano dato al villain proprio il volto (incarognito) dell'ottimo Christian che, su mia richiesta, mi ha inviato una serie di suoi primi piani per poter essere trasformato nel cattivone (gli stessi che poi mi ha autorizzato a pubblicare, e tra i quali ho scelto i due scatti che vedete poco sopra). Ovviamente, il mio consulente non è responsabile delle castronerie scientifiche che poi io, di mia iniziativa e al servizio dell'avventura, ho infilato nella storia. Ma ha il merito di tutto ciò che di anche soltanto leggermente plausibile vi si può trovare. Grazie, prof!







venerdì 14 gennaio 2011

DI MAGNUS E DI BUNKER

Una recente discussione su una mailing list a cui sono iscritto ha riguardato l'annosa questione dell'ira funesta del pelide Max Bunker contro Sergio Bonelli, rinfocolata (anche se, per quel che so, unilateralmente) da un nuovo intervento di Secchi sull'ultimo Alan Ford. Qualche mese fa, a un precedente attacco bunkeriano aveva fatto seguito una risposta pubblicata in rete da Maria Grazia Perini, della quale mi sono già occupato in un mio post, limitatamente a una piccola questione che mi tirava in ballo (nella foto più in basso si vedono Piffarerio, Bunker, Magnus e la Perini al Salone dell'Umorismo di Bordighera negli anni Settanta, in quella qui accanto Secchi e Raviola nel 1967: le immagini sono tratte dal volume della Glittering Images dedicato a Magnus la cui cover è riprodotta più avanti).
Della faccenda, peraltro, mi capita spesso di sentirmi chiedere, sia in pubblico che in privato, venendo ritenuto persona informata sui fatti (cosa che in realtà non sono, o almeno non lo sono più di molti altri che leggono o sentono dire). Una delle domande che più spesso mi fanno è se io mi senta in "imbarazzo" dato che, pur lavorando in casa Bonelli, sono anche da più di un anno l'autore delle introduzioni e delle postfazioni della collana mondadoriana Alan Ford Story.

A titolo di esempio, ecco che cosa scrive Nico-Te-Nay, un frequentatore del forum zagoriano SCLS nel "filo diretto" a me dedicato: "Ciao Moreno, sto per porti una domanda sicuramente scomoda, quindi puoi anche mandarmi a quel paese e non rispondermi. Oggi sfogliando le ristampe di Alan Ford, mentre leggevo la tua prefazione, mi è venuto in mente che ovviamente devi conoscere Max Bunker. Pensando alle ultime uscite di quest'ultimo riferite a Bonelli, mi sono domandato come deve essere 'collaborare', sempre che sia così, con tutti e due, e se puoi darci delucidazioni sulla cosa. Non sto chiedendo informazioni personali o gossippate, solo mi piacerebbe capire di più la situazione".

Ovviamente, non ho avuto nessun problema a rispondere a stretto giro di posta (come non ne avrò nel proseguire la conversazione approfondendo più sotto l'argomento). Ecco che cosa ho scritto: "Il mio primo incontro con Max Bunker risale al 1989, dunque lo conosco da vent'anni (di persona, intendo - come lettore, da quasi quaranta!). I miei rapporti con Bonelli sono, ovviamente, non solo più antichi (la prima stretta di mano è avvenuta nel 1987, ma per lettera e per telefono eravamo in contatto da molto tempo), ma anche più stretti, dato che fra noi c'è un rapporto professionale diretto e una continua frequentazione quasi quotidiana sul luogo di lavoro. Posso dire di essere in buoni rapporti con entrambi, e ne sono felice perché tutti e due, con i loro fumetti, hanno segnato e arricchito la mia vita. Ovviamente ho letto, probabilmente più in ritardo di altri, ciò che Bunker ha scritto nella posta di Alan Ford a cui tu fai riferimento. Sono anche a conoscenza di altre punzecchiature fatte in precedenza, e probabilmente ci saranno altri episodi che non conosco in cui la cosa si sarà ripetuta. Ne sono dispiaciuto e, come tutti, mi interrogo sull'accaduto. Ognuno ha il suo carattere, e a tutti abbiamo, in certe occasioni, lati spigolosi e sassolini nelle scarpe. Tutti conosciamo, inoltre, personaggi più estrosi di altri di cui magari non condividiamo gli eccessi, che riusciamo a perdonargli soltanto compensandoli con altri aspetti positivi della loro compagnia. Ovviamente, a ogni azione corrisponde una reazione, per cui ciò che viene detto e fatto ha una conseguenza, in ogni circostanza della vita. Credo che quanto è successo (e non è certo un fulmine a ciel sereno) riguardi la sfera privata di Bunker, nella quale, com'è logico, non voglio entrare. Non dimentichiamoci che Secchi è un autore satirico, abituato a provocare, a creare scandalo; d'altro canto, per fortuna, Bonelli è altrettanto abituato a un signorile fair play per cui immagino (e fortemente spero) che tutto si esaurisca qui. In ogni caso, la mia collaborazione (che mi riempie di soddisfazioni) con Alan Ford Story è una collaborazione con la Mondadori, per la quale scrivo, nella mia veste di competente in materia, commenti a un classico del fumetto riguardo a storie degli anni Settanta, e dunque non mi sento in particolare imbarazzo. E' evidente che io non c'entro nulla. Del resto, prima di iniziare a vestire i panni del chiosatore mondadoriano ho informato Sergio che mi ha detto che non c'erano problemi, e anzi ha aggiunto: 'Se diventerai famoso, ne saremo tutti contenti'".

Tutto ciò è stato scritto prima dell'ultimo intervento di Secchi. Ora, io figuro (con mia stessa sorpresa) nell'elenco dei dieci sceneggiatori più pubblicati dalla Bonelli in tutta la sua storia, e sono stato anche il quarto nella classifica del 2010. Sono un aziendalista convinto, come dimostra la stessa grafica di questo blog, e un collaboratore con oltre vent'anni di attività bonelliana alle spalle. Ho scritto decine e decine di articoli e libri sulla produzione di via Buonarroti, là dove lavoro anche come interno da più di un decennio. Più che "imbarazzato" sono dispiaciuto della situazione. In ogni caso, dopo aver scambiato qualche commento in redazione, la cosa è finita lì.
Mi pare non ci possano essere dubbi sul fatto che le considerazioni bunkeriane su Sergio siano frutto di un risentimento personale e non possano interessare chi considera il fumetto un argomento, divertente ma serio, di dibattito culturale. E' proprio questo l'atteggiamento che ho scrivendo i miei pezzi per Alan Ford Story: mi occupo di storie diventate classici della narrativa disegnata e segnalo tutti gli agganci con la realtà, la società, il costume, il pensiero, talvolta la politica. Ma non mi occupo, scrivendo nelle vesti di critico e di saggista, della vita privata degli autori, se non quando questo abbia un chiaro impatto a livello di testi e di disegni o, comunque, quando essa possa essere storicizzata svincolandosi dal pettegolezzo. Nei miei rapporti personali, invece, è ovvio che partecipi ai problemi anche intimi dei miei amici e colleghi. Peraltro, il mio modo di essere rifugge dalla polemica astiosa e gratuita. Sono invece sempre disponibile al confronto e alla discussione (come dimostrano i miei interventi dovunque siano stati pubblicati e i miei atteggiamenti nei dibattiti, pubblici o privati, dovunque avvengano). Sono lieto che qualcuni chi mi abbia definito "costruttivo" in un recente scambio di post su "ayaaaak". Piero scrive: "Io trovo che nella disponibilità al dialogo, nella semplicità con cui affronta le questioni proposte, critiche all'editoria comprese, ci sia da parte di Moreno un atteggiamento straordinario. E' costruttivo". Tarlo risponde: "Moreno è un ottimo elemento e sono convinto non sfigurerebbe affatto come editore. Oltre a conoscere bene il media è una persona di grande umiltà e professionalità". Grazie di cuore, e mi auguro che essermi fatto vanto di questi commenti non faccia ricredere l'autore circa la mia umiltà.

In ogni caso, pur non essendo a conoscenza di tutti i retroscena, non ho potuto fare a meno di notare l'improvvisa scomparsa di un forum dedicato ad Alan Ford presente in rete. E' facile collegarla alle recenti polemiche, ed è ovvio che io non sia affatto contento della faccenda. Spero con tutto il cuore che la cosa si risolva quando gli animi si saranno rasserenati (se mai accadrà) e di certo non giova alimentare il fuoco per spegnere l'incendio (tenetene conto in un eventuale vostro commento). La Rete è un grande strumento per veicolare idee: autori ed editori dovrebbero considerarla una risorsa e non un pericolo. Certo, bisogna imparare a destreggiarsi, ignorando i provocatori e combattendo gli abusi (che nessuno però chieda consiglio a me su come fare, però), ma approfittando della possibilità di far parlare del proprio lavoro e dunque di farlo conoscere. Non tutti lo capiscono (e ci sono anche indoli e caratteri diversi), e in ogni caso è sempre triste quando, per un motivo o per un altro, si chiudono degli spazi di discussione o si pongono degli inaccettabili paletti alla medesima.


Ci sono però altre cose che mi preme aggiungere. Innanzitutto, quando ho cominciato a collaborare, Bonelli d'accordo, con la Mondadori per Alan Ford Story, il progetto prevedeva soltanto trenta volumi, che avrebbero ristampato sessanta episodi, tutti del periodo Magnus & Bunker. Soltanto in seguito ho visto prima raddoppiare e poi triplicare il mio impegno. Sono stato contento del successo dell'iniziativa, come lo sono sempre quando qualcosa a fumetti va bene in edicola o in libreria, e come quando qualcosa a cui anch'io ho dato il mio contributo riceve un riconoscimento. Però, inizialmente ero lieto di poter, soprattutto, saldare un mio debito con una delle mie letture d'infanzia di cui, insieme con Zagor, conservo il più bel ricordo: appunto, il Gruppo TNT del periodo magnusiano. Sul fatto che i primi 75 episodi siano dei capolavori nessuno, credo, ha dei dubbi. Anche su Magnus ho scritto molte cose, cominciando da alcuni articoli apparsi su Collezionare nella seconda metà degli anni Ottanta, passando a un saggio su Il Fumetto dell'ANAFI dove ho stilato una delle prime e più complete cronologie ragionate e proseguendo con mie cose pubblicate un po' dappertutto (da Fumo di China a If). Tant'è vero che persino la signora Raviola, in una prefazione a un libro dedicato all'opera magnusiana, mi ha citato fra i critici che più hanno dedicato attenzione al marito. A forza di scrivere, ho finito anche per essere considerato un esperto della produzione bunkeriana ed è appunto per questo che collaboro con Alan Ford Story.

Bene: se dunque in questa veste dovessi dare un parere riguardo alla leggenda urbana che vorrebbe Magnus impegnato nel riscrivere personalmente le sceneggiature di Bunker intervenendoci pesantamente, come ho letto di nuovo, pochi giorni fa, proprio su "Ayaaaak", mi sentirei di dover smentire. Fermo restando che io non ho letto le sceneggiature originali in questione, e dunque esprimo un parere solo da attento conoscitore dell'opera dei due artisti, secondo me l'humor di Alan Ford è chiaramente e tipicamente bunkeriano e Magnus di suo ci ha messo (cosa che è più che abbastanza per farlo onorare nell'olimpo dei fumettisti) soltanto la sua stupefacente genialità grafica. E' appunto quella che costituisce il valore aggiunto fra le avventure del Gruppo TNT disegnate da lui, e tutto il resto della serie. L'idea che Raviola intervenisse nelle sceneggiature, che io sappia fu sostenuta per la prima volta nel 1982 da Stefano Tamburini (co-autore di Ranxerox, morto nel 1986) in una intervista sul n° 14 di Fumo di China, dove affermava che il disegnatore avrebbe riscritto di sua iniziativa molte delle sceneggiature di Bunker. Questa bizzarra idea è stata più volte smentita dallo stesso Magnus (non ho mai letto una sua intervista in cui lo dica, mentre ne ho lette alcune in cui afferma il contrario), ma in ogni caso risulta priva di fondamento a chiunque abbia occhi per vedere. Infatti, non solo lo spirito bunkeriano si manifesta a ogni piè sospinto anche nelle storie pre-alanfordiane e post-alanfordiane illustrate da altri oltre che da Raviola, ma anche costituisce il fondamento di tutta la produzione letteraria di Secchi. Basti pensare al personaggio di Riccardo Finzi, il detective milanese protagonista di una decina di romanzi gialli scritti da Secchi e non illustrati da alcuno. Ecco un passo davvero paradigmatico: "Si trattava di un donnone grosso come un ippopotamo, dalla mascella quadrata e dal naso che le cadeva in bocca. Non solo, ma sulla punta della proboscide c'era un porro grosso come una ciliegia che abbelliva ulteriormente il già grazioso visino". Senza nulla togliere agli indiscutibili meriti di Magnus, in questa descrizione c'è tutto Alan Ford.

Il fatto che poi, in pizzeria, ridendo e scherzando fra loro (come è stato più volte raccontato da loro stessi) Magnus & Bunker fossero protagonisti di scambi di battute che potevano servire da spunto per delle gag, o che si discutessero insieme alcune storie, è normale (capita anche a me con i mie amici disegnatori), ma poi, nella divisione dei compiti, è pacifico che uno sceneggiasse e uno illustrasse. Appunto in questo ambito, però, Magnus era Magnus e dunque riusciva a visualizzare da par suo la situazione proposta dall'autore dei testi, valorizzandola al massimo. La stessa gag disegnata da Raviola o da Piffarerio (piuttosto che da uno qualunque dei suoi successori) non aveva la stessa efficacia. Ecco perché, andandosene Magnus, ad Alan Ford è mancata la marcia in più che il talento del bolognese sapeva dare. Rileggendo gli episodi piffareriani mi rendo conto di come sarebbero state più efficaci se alle matite ci fosse stato il suo predecessore (senza nulla togliere al buon Piff, che onestamente ha fatto del suo meglio). Raviola era in sintonia perfetta con Secchi, aveva il senso della gag, interpretava in modo perfetto la vignetta e di suo ci aggiungeva appunto la convinzione e la partecipazione che Piffarerio non ha mai avuto del tutto. Del resto, anche quando Magnus si è messo a fare l'autore in proprio, i suoi personaggi non avevano più l'impronta bunkeriana, neppure quelli della Compagnia della Forca, che più di altri possono essere paragonati agli agenti del Gruppo TNT.



Per finire, dopo l'abbandono di Raviola è esploso il successo di Alan Ford in "SuperGulp!", che ha fatto raggiungere alla testata il massimo della sua diffusione e popolarità, a costo però di un abbassamento del target: l'arrivo di un nuovo pubblico giovanissimo giunto a sostituire quello più adulto che seguiva Magnus & Bunker fin dai tempi dei fumetti neri, ha convinto lo sceneggiatore (a torto o ragione) a realizzare storie più semplici e più "televisive" rispetto alle precedenti, ed ecco perché non si sono avuti più episodi di una sconvolgente maturità quali "Golpe" ma sono arrivati "Gommaflex" o "Il pescecane parlante". Piffarerio, dal canto suo, ha reso ancor più da cartone animato (lui che lavorava nello studio Gavioli appunto come animatore) le tavole alanfordiane che una volta erano disegnate con lo stile di Kriminal e Satanik o, se vogliamo, di Maxmagnus. Va detto che l'attuale titolare (ormai da molto tempo) delle matite, Dario Perucca (nella foto), è bravissimo e se fosse stato lui il primo erede di Magnus, forse la differenza con il predecessore si sarebbe vista meno (ma all'epoca era troppo giovane per venire preso in considerazione).


Per finire, visto che ho citato il mio "filo diretto" sul forum SCLS, riporto un paio di altri miei interventi sull'argomento. Mi ha chiesto un lettore: "Moreno ho scoperto che sei un grande appassionato ed esperto dei lavori di Magnus & Bunker, apprezzo molto le tue introduzioni sui volumi Mondadori. Ti chiedo questo: come mai fra i tanti personaggi di gran livello ideati dal duo, nessuno ha resistito al tempo? Solo Alan Ford è ancora in edicola, ma direi che vivacchia con un numero di copie davvero esiguo. Come mai, nessun personaggio ha avuto la longevità che invece ha caratterizzato diversi altri personaggi bonelliani?". Ho risposto: "Le mie introduzioni ai volumi della collana Alan Ford Story sono impegnative da scrivere, ma mi danno molte soddisfazioni: quando le rileggo a distanza di tempo mi piacciono e penso che sarebbe bello poter campare scrivendo soltanto articoli e saggi di quel genere, senza dover affrontare le forche caudine dei lettori critici verso il mio lavoro di sceneggiatore. Ricevere uno stipendio per scrivere elzeviri migliorerebbe la qualità della mia vita e mi restituirebbe qualche sonno tranquillo. Il lavoro più bello in assoluto potrebbe essere il recensore di libri: chi può pagarsi le bollette facendo soltanto quello, ha trovato la chiave della felicità. Sono gli altri a fare la fatica di inventare storie o elaborare teorie, e chi recensisce può limitarsi a pontificare e dare giudizi, peraltro temuto o vezzeggiato dagli stessi scrittori che pendono dalle sue labbra. A dire il vero, sarebbe ancora più bello poter vivere solo scrivendo il proprio blog. Uno si alza la mattina, guarda il cielo, scrive: 'L'azzurro sopra di me, oggi, mi fa capire quanto siamo piccoli in confronto all'universo'. E per quel giorno siamo a posto (purché, davvero, qualcuno elargisca uno stipendio). Ma, non potendo sopravvivere in questa maniera (e anzi, essendo del tutto incapace di aprire tecnicamente un blog anche per farlo gratis), sono felice di sfuggire ogni tanto dall'incubo della sceneggiatura per rifugiarmi negli elzeviri alanfordiani. Ho appena scritto l'introduzione al volume 19, intitolata Il grande complotto e mi sono molto divertito. Immagino che sarà ancora più divertente scrivere la prossima, dovendo addirittura scegliere se approfondire di più il tema della legione straniera o dell'inquinamento imperversante negli anni Settanta. Riguardo alla tua domanda, il discorso sarebbe lungo. Ma credo che la risposta si possa riassumere così: gli eroi di Magnus & Bunker non hanno proseguito a lungo (Alan Ford escluso) quanto la maggior parte degli eroi bonelliani perché, secondo me, erano così tipicamente legati all'inconfondibile stile dei due autori da non aver retto il confronto quando sono stati affidati ad altri. Basta sfogliare Kriminal per accorgersi che solo gli albi scritti a Bunker e disegnati da Magnus sono dei capolavori, tutto il resto si può tranquillamente dimenticare (copertine di Corteggi a parte). Il successo di Alan Ford assorbì così tanto le energie del duo da distoglierli, inevitabilmente, da Kriminal e Satanik. Gli eroi bonelliani hanno sempre potuto contare su una scuderia di autori in grado di alternarsi ai creatori o ai titolari, cosa che non è avvenuta per molti, troppi eroi Corno, indissolubilmente legati al carisma di Secchi e Raviola. Va anche detto che la produzione di Magnus & Bunker è durata un decennio, grossomodo: erano anni in cui il mercato era molto diverso da quello odierno, i ritmi imposti agli autori erano serratissimi, anche Magnus lavorava con consegne da stakanovista, i personaggi avevano normalmente vita breve, si tentava una serie, se non andava se ne apriva un'altra ma anche se andava se ne sfruttava il successo per allargare la produzione e il bacino d'utenza. Grandi idee come quelle di Gesebel o di Satanik (due eroine particolarmente originali) avrebbero meritato una maggiore cura se i tempi lo avessero consentito (erano gli anni dei neri e tutto sommato i ritmi erano quelli)".
Al che, l'amico critico ed esperto Giampiero Belardinelli è intervenuto così: "Su Kriminal e Satanik potrebbe rispondere, se utilizzasse Internet, Paolo Ferriani, autentico esperto dei due personaggi. Da parte mia, avendo letto attentamente i due volumi su Kriminal, editi e scritti dallo stesso Ferriani, una certa idea me la sono fatta. Kriminal e Satanik, oltre al fatto di essere visceralmente legati a Magnus & Bunker, erano personaggi in sintonia con l'anelito di trasgressione che aleggiava negli anni Sessanta. Erano personaggi forse troppo legati alle pulsioni di quel periodo e, una volta lasciati ad altri autori, quella carica trasgressiva è venuta meno. E poi, negli anni, con una più diffusa emancipazione dei costumi, il pubblico ha iniziato a disaffezionarsi ai due personaggi, ritenendo forse superate quelle emozioni. Anche Diabolik era molto legato all'estro delle sorelle Giussani, le quali non hanno mai abbandonato il proprio personaggio; le due donne hanno seguito i cambiamenti avvenuti nella Società italiana e di conseguenza hanno apportato le giuste modifiche alla serie, che si è mantenuta al passo coi tempi".
Io ho replicato: "Non sono del tutto d'accordo nel senso che le tue giuste considerazioni andrebbero integrate da alcune altre. Innanzitutto va detto che la carica trasgressiva di Kriminal e Satanik andò scemando per colpa dei sequestri, delle denunce e dei processi che Bunker e la Corno dovettero subire negli anni Sessanta. Basta leggere l'editoriale sul n° 100 di Kriminal per rendersene conto: si intuisce tutto lo sconforto dell'autore chiamato ad adeguarsi a un rigido elenco di paletti da non oltrepassare che praticamente gli impediva qualunque movimento. Ciò nonostante le trame da telefilm che lo sceneggiatore riuscì a imbastire anche in seguito (con l'avvento di mister Ypsilon e del Triangolo Isoscele, per esempio) riuscirono a far raggiungere e superare comunque il numero 400. Però, certo, se a un personaggio come Satanik alla fine si fa dare una 'patente speciale' di tutrice della legge, come accade a un certo punto appunto per le imposizioni moralistiche di giudici, magistrati e censori vari, è chiaro che il gioco è finito. Anche Diabolik, del resto, si è adeguato e ha addolcito di molto i suoi toni: a un certo punto non uccideva quasi più a sangue freddo e le sue vittime erano solo altri criminali che se lo meritavano (non sono un fan delle uccisioni a sangue freddo, mi limito a constatare che se uno si chiama Diabolik dovrebbe essere diaboliko). Però, la differenza di Kriminal e Satanik rispetto a Diabolik era che i primi conservavano sulla loro pelle le cicatrici dei drammi vissuti, Diabolik invece viene restituito integro all'avventura successiva. Diabolik vive in una città immaginaria fuori del tempo, Kriminal e Satanik fanno i conti con la realtà fatta di sesso, droga, corruzione politica, intrighi d'amore. A Kriminal uccidono un figlio, distruggono il covo, ha una tresca con la fidanzata del suo nemico (il commissario Milton), eccetera: insomma, Kriminal ha una continuity serrata (nelle storie di Bunker), Diabolik no. La continuity serrata porta a una maggiore usura di un personaggio, più di uno sempre più o meno uguale a se stesso come Diabolik. Se a tutto ciò si aggiunge che, appunto, lo staff della Corno, tolti Magnus & Bunker, non era in grado di competere con la qualità dei due creatori, ecco che dieci anni (che comunque non sono pochi) sono stati il limite per Tuta di Scheletro e per Marny Bannister". E con ciò, mi pare che possa bastare.