martedì 21 dicembre 2010

TUTTO IL RESTO E' NOIA

Data la data, vi parlerò di neve, di torte e di regali di Natale. Ma anche, più in generale, di gioventù bruciata, di videogiochi, di caccia al cinghiale, e delle cose belle della vita (escludendo la prima, di cui ho già trattato). Ma procediamo per gradi (qualcuno sottozero).
Se avete letto i commenti al post precedente, dove un video annunciava i preparativi per la grande festa a Scanno di sabato 18 dicembre, già sapete che non ho potuto mangiare la torta preparata dal maestro pasticcere Angelo Di Masso per i cinquanta anni di Zagor.
Come ho spiegato, la mattina di venerdì 17 (giorno inevitabilmente sfortunato per definizione) sono partito dalla Versilia già sotto un paio di centimetri di neve. Alle sette di sera ero ancora a Firenze, senza mai essere sceso di macchina se non per montare le catene. La foto sopra l'ho scattata con il telefonino e mostra una via di Lastra a Signa. Ho perfino trainato con il gancio uno sventurato in cinquecento che stava per abbandonare l'auto sullo svincolo di Scandicci. Visto che la carreggiata verso Sud era completamente bloccata per decine di chilometri da gente che, poi, ha dovuto passare la notte all'addiaccio sotto la tormenta, ho imboccato, entrando, la direzione opposta e sono tornato lentissimamente verso casa in un panorama siberiano. Ho fatto rientro poco prima di mezzanotte.
A Scanno, in Abruzzo, pochissima neve, clima perfetto, nessun problema. La festa c'è stata, anche se non così affollata come sarebbe stata se altrove, praticamente dovunque, a nord, a est e a ovest, non si fosse scatenato il blizzard. Così, ho fatto un collegamento telefonico parlando a tutti grazie agli amplificatori dell'impianto audio del palasport dove Graziano Romani stava facendo il suo concerto con una band locale di ragazzi in gambissima che hanno preparato i suoi pezzi e che il giorno prima avevano provato con lui. Pare che il mio intervento sia stato seguito e apprezzato: c'erano alcune scolaresche a cui mi sono rivolto e ho sentito applausi da stadio.

Ho promesso che sarei tornato a Scanno a luglio, e lo farò. Graziano Romani mi ha fatto un resoconto dai toni entusiastici della manifestazione abruzzese e dell'ospitalità del luogo, che pare sia bellissimo, un angolo di paradiso.
Bene, ricordatevi questa premessa perché ci torneremo in conclusione e adesso, dato che siete arrivati fin qui, seguitemi, se volete, anche se vi sembrerà che stia saltando di palo in frasca. Alla fine, tutto si terrà (spero).


Vi ho già parlato del mio file di appunti intitolato "Cose che tutti fanno e io no", e vi ho detto che le prime due voci dell'elenco sono: "non ho mai visto un film in 3D" e "non ho mai visto una partita di coppa". E' arrivato il momento di svelare la terza, che sicuramente mi farà escludere dal consesso dell'umanità: non ho mai giocato alla playstation. Ovviamente, ho visto altri maneggiare i manubri e più volte sono inciampato, rischiando di battere una boccata per terra, sui fili lasciati tesi fra il televisore e il divano. Ma io non ho mai provato a cimentarmi in uno dei videogiochi né, quel che è peggio, ho mai provato il minimo desiderio di farlo. Non è, ci tengo a dirlo, una cosa di cui vado fiero. Anzi, me ne vergogno profondamente. So bene che per il mio lavoro, o per capire ciò che passa per la testa ai miei figli, o anche soltanto per non sentirmi diverso dal resto del mondo, dovrei passare almeno qualche ora ogni settimana a giocare a Supermario. Ma nonostante i buoni propositi, trovo, inconsciamente, tutte le scuse per non farlo e rimandare a un'altra occasione.

Ora, che cosa noto vedendo i ragazzi di casa impegnati con la playstation? Noto che, per quel che posso capire io, si tratta di giochi estremamente monotoni. Il sabato che non sono andato a Scanno, ho visto i miei figli iniziare a giocare la mattina, ancora in pigiama, a un game in cui c'erano due tipi che si picchiavano, con grande spreco di effetti sonori: sock, smack, tump, swack, patapum. A turno, uno dei contendenti mandava l'altro, con un calcione, a sbattere contro una roccia, frantumandola. Quello si rialzava come nulla fosse, e tirava un calcione lui, facendo volare il rivale contro una roccia simile. E così via. Sock, smack, tump, swack, patapum. Sono uscito a prendere il giornale, sono tornato, e c'erano sempre i due che si picchiavano sock, smack, tump, swack, patapum. E' arrivata ora di pranzo, e abbiamo chiesto ai ragazzi di raggiungerci a tavola, e quando li ho chiamati era tutto un sock, smack, tump, swack, patapum. Dopo mangiato, i giocatori si sono rimessi subito a far scontrare i due nello schermo. Dato che avevo già disdetto la mia lezione di pianoforte del sabato, ne ho approfittato per fare un giro in centro accompagnando le donne di casa a fare shopping. Al ritorno, i maschi erano sempre lì con il manubrino in mano e sullo schermo c'erano sempre gli stessi a farsi volare contro le stesse rocce: sock, smack, tump, swack, patapum. A un certo punto è stato necessario convincere i ragazzi a togliersi il pigiama almeno per la cena e a smettere con il sock, smack, tump, swack, patapum. Ma sono convinto che se fosse stato per loro, avrebbero continuato tutta la notte.


Non vorrei sembrare retrogrado, misoneista o antitecnologico, ma a riflessione che mi è sorta spontanea è stata: va bene tutto, per carità, ed è giusto che ciascuno si diverta come crede, ma davvero un fumetto è tanto meno divertente di quel sock, smack, tump, swack, patapum lì? Davvero giocare alla play è così più emozionante che leggere Ken Parker, Zagor, Tex, Topolino, Dylan Dog, Maus, Akira, Asterix, o quel che volete aggiungere voi? Mah.

Stando alla mia esperienza, i videogiochi sono tutti un po' così: il giocatore si muove in uno scenario e si fanno avanti dei nemici con cui combattere, ovviamente da abbattere o distruggere. Procedendo per livelli, e dunque muovendosi in corridoi, labirinti, strade o quel che è, si abbattono o distruggono avversari sempre diversi e più forti finché si arriva alla fine del gioco dopo un certo numero di sock, smack, tump, swack, patapum. Ci sono varianti con scenari di guerra, o fantasy, o mitologici, magari si devono ammazzare degli alieni o degli zombi, oppure sparare a delle farfalle con bolle di sapone, ma sempre sock, smack, tump, swack, patapum è.
Perciò continuo a chiedermi: sul serio questa roba è meglio dei fumetti?

Vorrei essere chiaro: non ce l'ho con i videogiochi, e sono contento che ci siamo playstation in tutte le case e che i game shop vendano l'ira di dio. Ce l'ho, al massimo, con la monomania di chi ci gioca insensibile a ogni altra suggestione. O con la spocchia di chi, avendo in mano una scatola con un game, guarda sdegnato chi legge fumetti e li considera dei minus habens. Mi pongo, dunque, in conclusione, soltanto la domanda: perché dei ragazzi devono passare tutto il giorno davanti al patapum? Non si annoiano dopo, che so, un'ora e passano ad altro? Magari, appunto, a leggere?


Ci sono poi dei giochi in cui il protagonista, nei cui panni si identifica il giocatore, è cattivo. Per esempio, non è l'eroe terrestre che deve sparare agli space invaders, ma è l'alieno che deve uccidere tutti i terrestri. "Destroy all humans", credo si chiami uno dei game. In altri casi, il protagonista è un assassino inseguito dalla polizia, che deve farla franca. Nella fuga, il divertimento dei ragazzi consiste nel picchiare i passanti e ucciderli per strada in una pozza di sangue. Fermi tutti: non faccio il moralista (mai, io!), meglio che i ragazzi si sfoghino sui passanti virtuali che su quelli reali, mi viene soltanto da ridere pensando a quelli del Codacons che volevano far sequestrare Tex perché, secondo loro, istigava i giovani a fumare. Non so se sono stati sempre quelli del Codacons o quelli dell'Associazione Genitori, ma qualcuno ha fatto smettere persino le trasmissioni con i lottatori di Smack Down, quelle con i westler John Cena e Rey Mysterio: forse non sanno che nei giochi per la playstation ci sono ring dove tutti i colpi bassi sono permessi, e fra i ragazzi corrono liste di mosse segrete che consentono le vittorie più sleali, comprese quelle ottenute sfasciando sedie in testa all'arbitro. Comunque sia, anche i giochi con i delinquenti che ammazzano i passanti sono basati sul sock, smack, tump, swack, patapum. Siamo sempre lì. Che barba che noia che barba.

La cosa buffa è che se, per qualche motivo, la playstation è inutilizzabile o inaccessibile (si è guastata, è stata sequestrata dalla mamma per punizione, è andata via la corrente, si è smarrito il cavetto, siamo in montagna e non ce la siamo portata dietro, eccetera), i ragazzi sono persi! Sembrano zombi. Deperiscono. Dicono che si annoiano. Cioè, si annoiano non CON la play e con l'eterno ripersi dei sock, smack, tump, swack, patapum, ma SENZA la play. Questa è la cosa che più mi sembra incredibile. Personalmente, io mi annoio solo facendo la fila alla posta o dal dottore se non mi sono portato niente da leggere. Ma in circostanze normali, come fa una persona intelligente ad annoiarsi? Io non mi annoio mai. Basta avere un libro o un fumetto e non ci si annoia più. Si può guardare un film, fare una passeggiata, andare a nuotare, guardare il cielo e pensare, uscire con gli amici, camminare per strada e fare fotografie, cercare di conoscere una ragazza, suonare uno strumento, scrivere una lettera (magari su carta), dipingere. Davvero un ragazzo di quindici, sedici, diciassette anni si può annoiare senza la playstation?

Finisce così che se per Natale si va in giro a cercare dei regali, si scopre che per gli adolescenti non c'è niente di adatto se non la memory card o il nuovo gioco di sock, smack, tump, swack, patapum. Altrimenti, meglio dar loro dei soldi che si comprino quel che gli pare. Cioè, i nuovi giochi di sock, smack, tump, swack, patapum.

A questo punto, torniamo a Scanno. Dunque, costretto a collegarmi via telefono con il palasport e parlare alle scolaresche festanti che lo riempivano, il conduttore della manifestazione mi ha chiesto di spiegare ai ragazzi perché, secondo me, dei giovanissimi dovrebbero leggere fumetti. Semplice, ho risposto: perché i fumetti sono una cosa bella. E nessun ragazzo abbastanza furbo dovrebbe rinunciare a qualcosa di bello nella propria vita. Non si tratta di non giocare alla playstation, ma di godere di tutte le altre occasioni di piacere, di soddisfazione e di divertimento. Perché un ragazzo dovrebbe leggere fumetti? Beh, perché se non li legge è scemo, come lo sarebbe se non sentisse musica, non vedesse film, non mangiasse il gelato, non baciasse una ragazza, non guardasse un tramonto, non andasse a teatro. Per fortuna nella vita ci sono i concerti, gli spettacoli di piazza, la danza, la buona tavola, i musei, i libri e anche i fumetti. E non soltanto i sock, smack, tump, swack, patapum.

venerdì 17 dicembre 2010

SENZA PAROLE

mercoledì 15 dicembre 2010

LADY VIOLA

Ho rammentato, nell'ultimo post, il mio file di appunti intitolato "Cose che tutti fanno e io no". Dicevo che la prima voce dell'elenco è: "Non ho mai visto un film in 3D".
La seconda voce, forse più incredibile della precedente, è: "Non ho mai visto una partita di coppa". Quelle di calcio, intendo, cioè quelle che una volta si giocavano il mercoledì e riguardavano trofei chiamati "Coppa dei Campioni" e "Uefa" e oggi non ho capito quando, né con che denominazione, ma si giocano ancora. Ecco, quelle non le ho mai viste, tutte intere, né dal vivo né in televisione. Non per snobbismo, ma proprio perché ho sempre avuto da lavorare, da fare altro o c'era qualcosa di più interessante da vedere su un altro canale. Poi, com'è logico, leggendo i giornali o guardando la TV o parlando con gli amici ho sempre saputo quali erano stati i risultati, chi aveva vinto, chi aveva perso, chi aveva giocato bene e chi aveva sofferto errori arbitrali. Ma guardare una di queste partite dal fischio d'inizio a quello di fine, mai.
Sarò strano? Direi proprio di sì.

In ogni caso, ieri mi è capitato di leggere un articolo di Giuseppe Pollicelli, un amico di vecchia data e firma ben nota sia in ambito fumettistico che sportivo, pubblicato su un periodico intitolato "Calcio GP". Pollicelli, non senza ragione, esamina il fenomeno mediatico e di costume dell'appartenenza a una tifoserie diventata una specie di generalità da dichiarare insieme al nome e cognome, professione e data di nascita. Beppe Severgnini, per esempio, prima dice di essere interista poi si presenta dando la mano. Allo stesso modo si dice di un personaggio famoso che è, non so, cantante o attore, e subito dopo che è juventino o laziale. Al che, io mi accodo dichiarando che, per tradizione di famiglia, sono (o dovrei essere) tifoso della Fiorentina.

Ma, ahimè, "tifoso" è una parola grossa: non vado allo stadio da trent'anni e non saprei dire il nome del portiere o del centravanti della squadra viola. Quanto all'allenatore so solo che è uno straniero, mentre non fiorentini sono i proprietari della società, che credo abbiano a che fare con un'industria di scarpe (non saprei dire però perché gli stessi non abbiano investito in una squadra della loro regione o della loro città, ma le dinamiche del calcio mi sfuggono quasi tutte).

Diciamo che mi informo dei risultati della Fiorentina per antica abitudine e perché so che una vittoria rende felice mio padre e mio cognato, quest'ultimo abbonato che non manca mai in tribuna del Comunale (o adesso lo stadio di Firenze si chiama in un altro modo?). Mi pare comunque di aver capito che di recente il calcio dà poche soddisfazioni ai miei parenti e mi dispiace.

Perché vi dico tutto questo? Principalmente perché sono un logorroico, ma sostanzialmente per arrivare a parlare di un personaggio a fumetti chiamato Lady Viola. Forse Lady Viola c'entra qualcosa con il calcio e la Fiorentina? No. Il creatore del personaggio, Andrea Bacci, lo dichiara papale papale in una intervista: "Lady Viola non c'entra niente con il calcio, e ci tengo molto a sottolinearlo". E' vero però che la ragazza, molto gradevole alla vista, è di Firenze e si chiama, all'anagrafe, Valentina Alighieri. Un nome che, quanto a fiorentinità, è tutto un programma. Nonostante le forme prosperose, la fanciulla riesce a volare: è infatti una supereroina. Per farsi notare, assecondando comunque una sua passione calcistica, Andrea Bacci ha pubblicato le sue prime storie sulla rivista "Fiorentina Informa". Il collegamento con il mondo del pallone, è tutto qui.

Per il resto, Lady Viola, che adeso gode di una testata tutta sua, combatte contro i supercriminali con la sua superforza e la sua tuta attillata, come un perfetto character Marvel. Solo che anziché svolazzare tra i grattacieli di Manhattan, agisce sulle rive dell'Arno. Non se la prende con gli juventini o con gli arbitri venduti, insomma. E' la seconda fiorentina a fumetti che io conosca, dopo Desdy Metus, la DJ radiofonica qui accanto.

Lady Viola ha però una caratteristica che io trovo decisamente singolare: l'autore, il già citato Bacci, è talmente convinto di raccontare storie di supereroi di ambientazione italiana da aver deciso di diventare editore di in proprio e ha dato vita a una Casa editrice. E' nata così la Andrea Bacci Editore. Il tutto, senza godere di grandi mezzi, né di finanziamenti, né di sostegni pubblici o di grandi marchi come sponsor. Andrea è andato avanti contro ogni difficoltà, contro ogni saggio consiglio, contro il comune buon senso, e ha messo in gioco i suoi risparmi per realizzare un suo sogno di bambino. Ha un normale lavoro da impiegato, può contare soltanto sulle vendite di ogni albo per realizzare il secondo, ma va avanti. E' convinto di poter fare sempre meglio e sempre di più.

Al salone di Lucca Comics del 2009, Bacci ha presentato il primo albo di Lady Viola. Quest'anno, aveva sul banco il secondo albo più il primo di un altro personaggio ancora, Fiamma d'Argento. Addirittura, un super-carabiniere.
E' in programma anche un team-up con Capitan Novara, un altro supereroe italiano.

Dopo Lucca, Andrea mi ha scritto una mail. Fra le altre cose, mi ha detto così: "Fiamma d'Argento mi piace più di Lady Viola e punto su di lui per una svolta, perché Lady era nata in un'altro contesto, venendo dalle storielline calcistiche da cui era nata, tanti personaggi e combattimenti, mentre Fiamma ha una vera e propria storia e una sceneggiatura più articolata e seria, almeno spero, e ho lavorato ancora di più sulle ultime storie che sto realizzando. Sono stato veramente soddisfatto da questa Lucca: ho visto con piacere che chi aveva preso il primo numero l'anno scorso ritornava per il secondo! E vedendo Fiamma d'Argento subito prendeva anche quello! E chi non mi conosceva e si fermava, spiegatogli di cosa si tratta e di tutto il progetto, cioè portare fumetti in stile supereroistico in Italia con personaggi e storie italiane, mi prendevano quasi sempre tutti e tre gli albi, o Fiamma, che piaceva moltissimo! L'ho venduto anche a cinque carabinieri! Ho notato che chi comprava i miei albi erano dai bambini di una fascia dai 7/8 anni ai 12/13 per ripartire da adulti dai 30 ai 60: i ragazzi dai 14 ai 25/30 che fine hanno fatto? Niente o solo manga? Boh".



















Non lo so, caro Andrea. So che fumetti supereroistici con personaggi e storie italiane ci sono già stati (anche la Marvel Italia ci ha provato, come dimostra la copertina di "Europa" qua sopra). Quello che so è che mi piace questa tua determinazione, questo metterti in gioco in prima persona, questo rischiare per i tuoi progetti. Ci sono editori improvvisati che fanno dei danni al fumetto perché non amano il fumetto, e credono soltanto, stoltamente, di poterci fare dei soldi facili. Ci sono poi editori improvvisati che fanno bene al fumetto perché lo amano e la loro passione è un segno di quanto il fumetto possa entusiasmare e dunque della sua forza di coinvolgimento.

Bacci (è lui quello nella foto) mi ha anche parlato dei suoi problemi: "I miei fumetti sono distribuiti da Panini, e vanno su Anteprima tutte le volte che ne esce uno. Però sono distribuiti soltanto in teoria perché se la gente non sa che esistono non vanno a chiederli in fumetteria, e i proprietari di fumetterie, con i migliaia di titoli esistenti figurati se ordinano il mio senza sapere cos'è. Ma sono convinto le cose cambieranno!".
L'argomento della distribuzione in fumetteria dei prodotti dei piccoli editori è davvero una questione annosa e ci sarebbe da parlarne a lungo (e tanto se ne è parlato e se ne parla anche su Internet). Magari ne parleremo anche qui, prima o poi.
Per il momento, non posso che invitarvi a cercare ulteriori notizie sul sito di Lady Viola, se siete interessati al personaggio. Anche se non lo siete, troverete interessante, spero, l'esperienza del suo autore, ed editore.

martedì 14 dicembre 2010

C'E' POCO DA RIDERE

Ieri sera, con grave ritardo sul resto dell'umanità, ho finalmente letto la prima parte di Avarat, il fumetto in 3D di Leo Ortolani uscito più di un mese fa e mi sono, come al solito, enormemente divertito. Peraltro, ho una discreta collezione di fumetti in 3D (da leggersi cioè dopo aver messo sul naso gli appositi occhialetti di carta con delle lenti in acetato rosso e verde) che vanno dall'Eureka di Castelli & Silver a un poster di Martin Mystére passando per albi Disney e molto altre materiale di cui magari un giorno vi farò l'elenco (ma anche no). Va detto che ho messo insieme la mia raccolta quando la moda dei film 3D non era ancora dilagata, in epoca remota in cui ancora era un avvenimento un libro con nudi fotografici in stereoscopia (ne ho almeno un paio).
Aggiungo, cosa che susciterà l'incredulità generale, di non aver mai visto neppure un film in tre dimensioni di quelli che hanno spopolato negli ultimi anni, neppure Avatar, che ho visto in DVD in un comune televisore. Dato che sono parecchie le curiosità di questo genere che mi riguardano, dopo aver letto in "Caos Calmo" le liste stilate dal protagonista ai giardini pubblici davanti alla scuola della figlia (del tipo "lista delle ragazze che ho baciato" o "lista delle compagnie aeree con cui ho volato"), ho aperto un file intitolato "Cose che tutti fanno e io no", giunto ormai verso la settantesima voce, in cui "non ho mai visto un film in 3D" è la prima. Ma torniamo ad Avarat. Come tutto ciò che disegna Ortolani, fa ridere. Parecchio.

Ma, e qui comincio ad arrivare al punto, ci sono in Italia in questi ultimi anni diversi autori di fumetti che a me fanno ridere, e parecchio. Potrei stilare un elenco in ordine alfabetico citando soltanto i primi dieci che mi vengono in mente: Giacomo Bevilacqua, Daniele Caluri, Andrea Camerini, Massimo Cavezzali, Sauro Ciantini, Lele Corvi, Federico Maria Sardelli, Enzo Scarton, Mauro Talarico, Roberto Totaro, (e mi scusino gli esclusi colpevoli soltanto di essermi venuti in mente dopo il decimo nome). Tuttavia è difficile trovare le loro vignette su carta, e bisogna cercarle in rete: ma non è la stessa cosa. A volte escono dei loro libri, ma sono appunto eventi occasionali.
A questa lista di viventi, potrei facilmente affiancare un elenco di grandi autori umoristici che non ci sono più, italiani e stranieri: Johnny Hart, Bonvi, Reg Smithe, Tom K. Ryan, Charles Schulz, Benito Jacovitti, Brant Parker, Chic Young, Skiaffino, Pino Zac. Oppure, tutti potremmo citarne altri vivi e vegeti, come Quino, Mort Walker, Bill Watterson, Jim Davis, Silver, Massimo Bonfatti, i fratelli Origone, Giorgio Cavazzano, Luca Novelli, Silvia Ziche. Mi sono limitato agli autori di strip o di storie brevi, perché volendo allora si potrebbero tirare in ballo tutti i Disney, e poi Uderzo, Peyo, Franquin, Ibáñez (l'autore degli esilaranti Mortadelo y Filemon) e chi più ne ha più ne metta. Non ci sono riviste, però, che pubblichino regolarmente neppure costoro.
Ma arrivo al dunque: tanti umoristi, mille personaggi, milioni di gag e di battute. E noi ci ritroviamo però quasi soltanto con il Rat-Man di Leo Ortolani. In edicola, da tempo, c'è poco da ridere. Mancano le riviste che una volta pubblicavano le strips: Eureka, Il Mago, Comix. C'è ancora Linus, è vero, ma è arduo trovarci da ridere fra tante pagine di politica. In fumetteria ci sono, per fortuna, ancora dei volumi.

Facendo la cronaca delle mie giornate lucchesi durante l'ultima edizione di Lucca Comics, ho elencato brevemente alcuni dei miei acquisti nei vari stand (sempre troppo affollati per poter essere visitati tutti con la dovuta calma). E dunque ho rammentato alcuni titoli. Per esempio, "Ti Amo e... 101 risposte bastarde", di Gaia Bracco, edito da Struwwelpeter. In ogni pagina c'è una ragazza che dice "ti amo" e qualcuno che le risponde. Le migliori risposte sono: "Vuol dire che me la dai gratis?" e "aspetta, spiegamelo con parole semplici". Battute tutte o quasi molto divertenti: che bello sarebbe stato, però, trovarle centellinare in una rubrica su una rivista. Già, perché le strip sono fatte per essere godute un po' per volta, a dosi massicce non funzionano più.
Io sto facendo (e mai ci rinuncerei per tutto l'oro del mondo) la cronologica dei Peanuts, ma certo leggere un anno di strips tutte insieme non è divertente come gustarsele una al giorno (e in America uscivano appunto sui quotidiani). Qualunque volume raccolga delle strisce stufa di più di una rivista dove se ne trovano quindici o venti e poi si passa a un altro personaggio in attesa del numero successivo.

Un altro libro antologico è "Prove tecniche di megalomania", di Silvia Ziche, edito da Rizzoli Lizard, con protagonista la formidabile Lucrezia, trentenne complessata sempre in cerca del principe azzurro. L'autrice (bella e brava) è brillantissima nel tratto e geniale nel cogliere l'umorismo nelle sfumature psicologiche e se è impietosa con la sua eroina lo è ancora di più quando si cimenta nel raffigurare (e bersagliare) le tipologie maschili. Dopo aver letto un suo precedente libro, le dissi che mi riconoscevo in uno dei suoi ritratti di uomini e lei mi rispose con dolce perfidia che ciò non deponeva a mio favore. Ahimè, è proprio così. Comunque, anche Lucrezia la vedrei bene in una ipotetica rivista umoristica.

Alla continua ricerca di libri divertenti, questa estate a Barcellona mi sono comprato qualcosa che, temo, non uscirà mai in Italia: "Dios Mio!", di J.K. Martìn, con sottotitolo: "Dio e i suoi colleghi". Con coraggio ammirevole, l'autore prende in giro tutte le divinità che immagina riunite in un club nell'empireo, dove spesso decidono sotto gli effetti dell'alcool i precetti da far osservare ai poveri umani che comunque altre volte guardano sgomenti perché se ci hanno fatto a loro immagine e somiglianza non hanno molto da stare allegri. Perché non lo vedremo mai in Italia? Perché, ovviamente, è politicamente scorretto e ci sono vignette sataniche.

Sempre a Lucca ho preso, presso lo stand ANAFI, il bel volume "I miei fumetti", dedicato ai personaggi di Frank, alias Francesco Privitera, classe 1931, autore fra gli anni Cinquanta e Sessanta di decine di eroi di carta umoristici per bambini, come Frugolino, Miciolino o il cane Puffi, con uno stile personale e inconfondibile, che io ricordo di aver visto da bambino. Erano davvero altri tempi in cui l'edicola pullulava di testate riservate ai ragazzi o comunque "da ridere", da Pappagone a Jonny Logan, da Nonna Abelarda al diavolo Geppo, da Tiramolla a Trottolino.

E oggi? Oggi, ahimè, c'è poco da ridere in tutti i sensi. Persino il "mio" Cico, che tanto mi divertivo a scrivere (e che comunque tanto mi divertirei a leggere anche se lo scrivesse un altro, come Tito Faraci, per esempio), è stato chiuso. Che bello sarebbe se facessimo un Almanacco dell'Umorismo, con su ogni numero una storia di qualche grande autore come quelli de "I grandi comici del fumetto", magari affidato alla cura di Alfredo Castelli. Ma ovviamente non è in casa Bonelli che si può pensare rinascano riviste umoristiche.

Se chiudo gli occhi mi vedo una testata mensile dove si ripescano, in maniera filologica, i classici come B.C. o Tommy Wack, Blondie o Brumilda, o capolavori come Gummer Street, ma anche Garfield e il Mago Wiz, Beetley Bailey e Hagar il Terribile, e accanto a questi le nuove strisce italiane. Ho provato a proporlo in giro, ma mi si dice che una rivista così non venderebbe una copia, a parte la mia. Peccato. Mi viene da piangere.

sabato 11 dicembre 2010

PICCOLI MANIACI

Ho letto da qualche parte che i "temi" delle collezioni praticate dai raccoglitori di tutto il mondo siano circa 700, dalle lamette da barba ai santini, passando per i biglietti d’ingresso a palazzi e musei, le auto d’epoca e i sacchetti per vomito delle compagnie aeree (passione, questa, che a quanto mi risulta è coltivata però soltanto da Alfredo Castelli).
Di solito, il collezionismo viene considerato (da chi collezionista non è) come una sorta fissazione patologica. Addirittura, le enciclopedie mediche lo segnalano come sintomo delle forme di più gravi di idiozia. Per chi non ci credesse, trascrivo fedelmente un passaggio tratto dalla Gedea: «Le tendenze caratteristiche degli idioti sono la clastomania (distruzione di determinati oggetti), l'esibizionismo e il collezionismo». E se i medici tenderebbero a curare i collezionisti con psicofarmaci, gli scrittori li bollano e li condannano fin dai tempi di Balzac, che li definiva, senza mezzi termini, “maniaci”. Quasi negli stessi anni, del resto, nelle sue “Passeggiate Romane”, Stendhal dichiarava testualmente: «Nulla rende lo spirito angusto e geloso come l'abitudine di fare una collezione». E più di recente, Mario Praz ha scritto, ne “La casa della vita”: «Sottoposta alla psicanalisi la figura del collezionista non ne esce bene, e dal punto di vista etico c'è certamente in lui qualcosa di profondamente egoistico e limitato, di gretto addirittura».
Però, stranamente, non tutti i generi di collezioni vengono ugualmente vituperati. Per esempio, quasi mai si ha da ridire verso chi colleziona francobolli di valore, Ferrari o quadri di Picasso. Questo perché, nel sentire comune, si associa il collezionismo alla perdita di tempo e di denaro, o all’interesse verso cose inutili. Certi oggetti comunemente considerati di valore, invece, non sono mai inutili né fanno perdere tempo, anzi, sono un investimento di denaro.

Il collezionismo delle cosiddette “carte povere” (come Ermanno Detti, in un sui libro, definiva questo tipo di oggetti) appunto essendo povere, non gode di molta popolarità presso i profani e i non adepti. I fumetti rientrano nel novero, anche se tutti sanno che il numero uno di Topolino, di Diabolik o di Tex valgono qualche soldino. E so per certo che anche uno Zenith 52 (il primo albo gigante di Zagor) supera, se in buone condizioni, i tremila euro. Una collezione sta crescendo sotto i miei occhi in uno scaffale davanti al tavolo dove di solito scrivo quando sono a casa in Toscana (il tavolo cioè nella foto qui sopra), è quella delle statuette metalliche dei Fumetti 3D della Hobby & Work, di cui vi ho già parlato qualche mese fa.


Quando ho collocato la nona riproduzione sulla mensola che vedete nelle foto qui accanto, sono stato particolarmente soddisfatto perché si tratta di quella di Cico. Non soltanto, dunque, un personaggio legato a Zagor ma anche perché il messicano, benché possa essere considerato una “spalla”, è rientrato pur sempre nella top ten dei personaggi presi in considerazione dagli artefici delle miniature, prima cioè di molti altri titolari di testata. In realtà, Cico ha goduto anche per molti anni (dal 1979 al 2007) di una collana tutta sua, durata ben ventisette albi quasi tutti con cadenza annuale, di cui diciannove (se non ho contato male) sono opera del sottoscritto (gli altri otto se li sono divisi nientemeno che Nolitta, Sclavi e Faraci). Sommando le 2280 tavole che ho sceneggiato per questa collana con gli sketch nelle storie dello Spirito con la Scure posso dire con relativa certezza di essere stato colui che ha scritto più pagine di Cico in assoluto e dunque sono contento per la statuetta.

Poiché non c’è collezionista che tragga soddisfazione dal mostrare gli oggetti della sua collezione, ho deciso di fare anch’io il maniaco e vi mostro non soltanto i pezzi dei Fumetti in 3D finora in mio possesso, ma anche le altre statuette zagoriane che ho nel mio studio. E cioè, innanzitutto la bellissima scultura di Infine Statue, di cui già vi ho detto. Poi ho una statua grande circa quanto la prima, realizzata da un artigiano e fuori commercio, bella comunque da vedere. Infine, ci sono le miniature di Zagor e Cico realizzate nel 1991 da una ditta specializzata toscana, la Abilità Model Design, che le espose durante la mostra “Un’avventura lunga trent’anni” dedicata allo Spirito con la Scure alla Fortezza da Basso di Firenze. Alte circa 5 centimetri, sono state prodotte, su autorizzazione Bonelli, in cinquecento esemplari.
Ma, come vedete nelle foto, ho tante altre statuette legate al mondo dei fumetti, tra cui i cinque deliziosi Garfield. Il Cocco Bill raffogurato in fondo al post è invece il “trofeo” del Premio Cartoomics che ho ricevuto una volta come miglior sceneggiatore di fumetti.

Tornando a parlare di collezionismo, altre a ricordare di nuovo la fanzine “Collezionare” di cui sono stato fondatore e artefice con gli stessi amici con cui poi realizzammo “Dime Press”, mi viene in mente anche che per una ventina di numeri sono stato anche collaboratore di una rivista della MBP chiamata “ Bhang”, uscita negli anni Novanta, dove tenevo una rubrica fissa intitolata, se la memoria non mi inganna, “Fumettomania”. Parlavo di collezionismo di fumetti. Alla prima puntata misi il titolo di “Fumetto: perchè?” in cui cercavo di giustificare i raccoglitori di “carte povere”. Benché apparentemente “poveri” (rispetto alle sculture, i quadri, o gli incunaboli) i fumetti hanno comunque un notevole seguito di collezionisti, peraltro ben organizzati, che danno vita ad un variegato microcosmo che per entusiasmo e ricchezza culturale non ha poi molto da invidiare ad altri più blasonati tipi di interesse. Perché?
Una tesi di laurea sull'argomento, discussa a Pisa nel 1984 da Marzia Mazzanti e di cui dà notizia un numero di Exploit Comics, evidenzia il fatto che il collezionismo di fumetti iniziò a svilupparsi in Italia a partire dal 1960. L’autrice sottolinea la coincidenza temporale di due fattori: l’inizio del cosiddetto boom (dopo le asprezze economiche del dopoguerra) e il raggiungimento della maggiore età di intere generazioni di giovani cresciuti in anni in cui anche il possesso di albi a fumetti era un piccolo lusso, per di più spesso contrastato (raramente assecondato), dalle famiglie. La Mazzanti ritiene che ciò giustifichi la particolare connotazione affettiva che distingue questo tipo di raccolta da altre più tecniche e "fredde": l'adulto che si riaccosta alle proprie letture giovanili lo fa mosso dal desiderio di recuperare la memoria della propria infanzia e la sicurezza psichica di allora. Insomma: nel periodo tra l'anteguerra e l'immediato dopoguerra la maggior parte delle famiglie italiane si dibatteva in forti difficoltà economiche che rendevano problematico l'accaparramento degli albi, per cui quando i ragazzi di un tempo, cresciuti, si trovarono in condizione di destinare somme di denaro all'effimero ed al superfluo, cercarono di rivalersi delle gioie precluse tanti anni prima.
Non solo: se si pensa che nel 1951 fu presentato alla Camera un progetto di legge teso ad istituire una censura preventiva sulla stampa a fumetti, si può avere un'idea della considerazione in cui erano tenuti i comics, che quando non venivano indicati come causa prima di ogni depravazione della gioventù erano guardati con sospetto e disgusto dai benpensanti, e spesso dovevano essere letti di nascosto. Il collezionismo di fumetti assume dunque anche un valore di "riscatto" per tutti quelli che, oltre a raggiungere l'indipendenza economica, pervennero anche a quella intellettuale.

Tuttavia, se tutto ciò è in gran parte vero, o lo è stato, una interpretazione del genere non è sufficiente a dar ragione di una realtà assai più complessa e variegata. Certo, tutti sentiamo forte il richiamo delle gioie infantili, che però non si limitano alle letture degli albi a fumetti e dunque il collegamento non è così immediato. Il collezionismo di fumetti, inoltre, continua a far proseliti anche fra le generazioni che non hanno subito tutte le privazioni dei loro genitori, e in ogni caso riesce a interessare anche chi, da bambino, è stato poco o punto lettore di comics. Oppure finisce per riguardare testate e personaggi che da piccoli neppure si conoscevano. Dunque, c’è dell’altro. Anzi, il risolvere il collezionismo di fumetti in una forma di feticistica nostalgia dell'infanzia non fa che accentuare e accrescere i pregiudizi, e non dà ragione di quanti amano il fumetto con consapevolezza, riconoscendone la capacità espressiva, di comunicazione e mediazione culturale.
In realtà, alla base di ogni collezione c'è, ed è evidente, un grande attaccamento affettivo per gli oggetti collezionati e per ciò che essi rappresentano. Non solo, però, per i ricordi che possono suscitare, ma anche per le emozioni che riescono a trasmettere, la bellezza formale di cui sono portatori, la ricchezza culturale di cui risultano depositari e così via. Insomma, così come si collezionano sculture, quadri, o libri, perché sono belli, perché ci trasmettono, misteriosamente, qualcosa, lo stesso vale per i fumetti. Indipendentemente dalle reminiscenze infantili.



C’è un altro aspetto da considerare. Il collezionismo di qualsiasi genere di oggetti è, in fondo, un piacevole passatempo. Un gioco che deve servire a scaricare le tensioni, e non a crearne. Ecco: collezionare fumetti permette di valorizzare l’aspetto gradevolmente ludico, e perfino catartico, della raccolta. Cioè, se raccogliere francobolli, monete o auto d’epoca caricano il gioco di troppe complicanze relative al prezzo, alla custodia, alla salvaguardia, alle tasse e tutto quanto entra in ballo di fronte a beni di oggettivo valore, il piacere rischia di essere vanificato dalle eccessive preoccupazioni. Il gioco si trasforma in affare; gli interessi cominciano a esulare dalla mera ludicità della faccenda; il divertimento non è più il fine ultimo, e spesso scompare. Benché anche con i fumetti (soprattutto quando si ha a che fare con pezzi rari e preziosi) i rischi del genere non siano esclusi, tuttavia il fatto stesso di avere a che fare con personaggi avventurosi, storie divertenti, racconti fantastici creati appositamente per intrattenere, ecco che la ludicità della pratica collezionista riesce a essere maggiormente presente agli occhi di chi la esercita, e di conseguenza la funzione liberatoria e riposante riesce a esplicarsi con più facilità. Volendo, torneremo a parlarne e magari diremo qualcosa sui pezzi rari zagoriani (come le buste che vedete nella foto). Chissà se interessa.

mercoledì 8 dicembre 2010

MEZZOGIORNO DI FUMO

Ho ricevuto una richiesta per un articolo piuttosto singolare e per certi versi impegnativo da parte de "Lo spazio bianco", una delle principali webzine di informazione e critica fumettistica in Italia. Ve ne parlerò, se la collaborazione andrà in porto (cosa di cui non dubito), nei prossimi giorni. Così, per documentarmi su una certa cosa di cui dovevo scrivere per loro, mi è capitato di rovistare nei file della mia cartella "articoli" e così, per puro caso, mi sono imbattuto in qualcosa che ho scritto dodici anni fa per la rivista "Dime Press" . Ho riletto il mio testo, e mi è sembrato inevitabile ripubblicarlo qui esattamente com'era. Sia chiaro che non ce l'ho con il Codacons come con nessun'altra "organizzazione di consumatori" (anche se tuttora non ho ben capito perché qualcuno dovrebbe rappresentare anche me senza che io lo sappia, così come, nel caso, per esempio, dell'A.Ge., un'associazione di genitori che fa battaglie anche in mio nome, essendo io un genitore, nelle quali spesso non mi riconosco). Ce l'ho, casomai, con i paladini del "politicamente corretto" e, più in generale, con i censori e i moralisti. In realtà, non ce l'ho con nessuno, nel senso che mi pare giusto che ciascuno abbia le proprie idee. Mi piacerebbe soltanto che anche gli altri dicessero lo stesso di me e non mi imponessero le loro. Il mio pezzo è dedicato a un caso a cui anche uBC riservò un dossier, che per completezza di informazione trovate qui.


MEZZOGIORNO DI FUMO

Il Codacons sfida Tex Willer

di Moreno Burattini



Capita che i bagordi e le libagioni di Capodanno diano alla testa. Forse proprio per questo, prima di aver smaltito del tutto gli effetti dello champagne, qualcuno del Codacons (un autonominatosi comitato in difesa dei consumatori) ha deciso di iniziare il 1999 sfidando a duello il ranger Tex Willer, l'eroe più celebre del fumetto italiano, reduce dai festeggiamenti del suo cinquantesimo compleanno ma evidentemente più sobrio degli incauti avversari. Tant'è vero che il Codacons finisce lungo disteso nella polvere della Main Street e Tex si accende una sigaretta sibilando: "Te la sei cercata, amigo". Proprio il tabacco è la causa scatenante dell'ira funesta dei consumatori moralisti associati.
Sul n° 459 di Tex, datato dicembre 1998 e intitolato "Sulla pista di Fort Apache" c'è una striscia in cui uno scout di nome Laredo chiede a Willer, che si sta accendendo una sigaretta in cerca di ispirazione sul miglior modo di uscire da una drammatica situazione: "E' questo il segreto della tua leggendaria calma, Tex? Il tabacco?". E il ranger risponde: "No, ma aiuta".


Per questo banalissimo dialogo, il Codacons ha denunciato Sergio Bonelli chiedendo alla magistratura il sequestro dell'intera tiratura dell'albo. E noi che ci illudevamo che i roghi di libri fossero roba da medioevo, o al massimo da Germania hitleriana, o da Cecoslovacchia sotto il tallone sovietico! Ci ritroveremo a leggere Tex di nascosto come gli amici di Jonas Fink (quello di Vittorio Giardino) che clandestinamente si riuniscono per leggere i libri di poesie, pronti a fuggire all'arrivo della Polizia. Tra poco sequestreranno anche tutti i romanzi e i racconti di Sherlock Holmes in tutte le loro edizioni, perché il detective di Conan Doyle cercava ispirazione per i suoi casi facendosi delle grandi fumate di pipa, e drogandosi pure.

"Ormai siamo afflitti dal politicamente corretto - dichiara lo sceneggiatore Claudio Nizzi su La Repubblica di domenica 3 gennaio - e scrivere una storia di Tex diventa davvero difficile. A questo punto a Tex daremo da bere camomilla". E il disegnatore Claudio Villa aggiunge: "E' lontanissima da Tex l'idea di istigare qualcuno a fumare, sono solo opinioni di personaggi". Va segnalato come anche in questo caso ciò che dice un personaggio in un'opera di fiction diventa arma contro l'autore e l'editore, come già è avvenuto contro Julia da parte di "Avvenimenti" (e chi volesse saperne di più in proposito può leggersi l'articolo di Paolo Ottolina sulla rivista telematica uBC). Il clima stia degenerando: non si può più dire nulla, querele, denunce e attacchi da tutte le parti, come se piovesse! Per fortuna, sulla stampa il Codacons è stato sbeffeggiato.

Molto pungente l'articolo su "La Nazione" di Firenze, dove Vittorio Savini scrive così: "Siamo alla frutta. La frutta del politicamente corretto, del buonismo da dopolavoro. C'è gente, in Italia, che prende la biro e chiede il ritiro di un albo di Tex soltanto perché s'è acceso una sigaretta e ha bevuto un bicchiere. Non s'è mica bucato, non ha violentato la maestrina del paese, ma il Codacons insorge e protesta. E allora chiediamo anche il sequestro di Ezechiele Lupo, che non solo non è vegetariano, ma sui Tre Porcellini magariha altre idee". Appena la notizia è giunta sul gruppo di discussione dedicato ai fumetti Bonelli, si è scatenata la reazione dei fan di Tex Willer. E' stato subito rintracciato l'indirizzo del sito del Codacons: con i link con gli indirizzi della Sede Nazionale, dell'Ufficio Stampa, delle sedi regionali. La parola d'ordine è stata: sommergiamoli con una salva di sonore pernacchie. "Si renderanno conto che se cercano di farsi pubblicità ai danni di Tex, hanno sbagliato i loro calcoli - è stato scritto - La denuncia si ritorcerà contro di loro".
Immediatamente sono cominciati piovere e-mail di protesta. Una fra quelle rese pubbliche su Internet cominciava così: "Carissimi rappresentanti del Codacons, che lavorate tutti giorni per difendere i miei diritti di povero cerebroleso incapace di ragionare dasolo, evidentemente mi considerate assolutamente incapace di decidere per me, un perfetto imbecille che, a 35 anni suonati, si precipita a fumare per la prima volta in vitasua solo perché legge un numero di Tex in cui c'è una scena che ho visto/letto migliaia di volte al cinema, in TV o nei fumetti". I fan si sono dichiarati decisi a proseguire "almeno fino al giorno del ritiro della denuncia e delle scuse, fino a quando questi signori non si convinceranno che per tutelare la salute dei consumatori dovrebbero prendere di mira bersagli diversi, e magari più scomodi e davvero pericolosi". Già, strano che il Codacons se la sia presa con un fumetto piuttosto che con lo Stato che detiene il monopolio del tabacco e vende morte lucrandoci profitti miliardari. Probabilmente ritengono che il potere costituito sia un osso più duro da rodere di un eroe di carta. Bei fifoni. Tanto fifoni che la reazione dei lettori di Tex è servita a far fare retromarcia ai cuor-di-leone dei moralisti denunciatori.
Il pezzo più divertente a commento del dietrofront del Codacons è in prima pagina de "Il Giornale" di Milano. Il titolo è: "Vietato sparare su Tex". L'articolo comincia così: "Quelli del Codacons chiedono scusa a Tex Willer. I soci, i tesserati e simili, del comitato di difesa del consumatore, una delle sigle integerrime del Bel Paese, si sono contati e hanno capito diaver sparato allo sceriffo e non al bandito". Ed ecco le scuse del Codacons: "Chiediamo scusa all'eroe dei fumetti, abbiamo sollevato le critiche degli appassionati, tra i quali vi sono centinaia dello stesso Codacons"! Infine, ecco l'epica conclusione del pezzo: "Tex: cinquant'anni vissuti tra un satanasso, un diavolo mi porti e un gran matusalemme ballerino. Quelli del Codacons hanno provato a interpretare il ruolo di protagonisti in Mezzogiorno di Fuoco. Sono finiti lunghi distesi. E pentiti. Applauso".

Rileggendo bene la lettera di scuse del Codacons ci si accorge però del colpo di coda che comunque è stato voluto infliggere a sfregio di Tex. Scrivono infatti i censori in questione: "L'innocente ranger Tex Willer ripete esattamente le battute di una multinazionale del tabacco". Insomma, fanno marcia indietro spaventati dai fischi della platea, ma vogliono lasciar intendere che la Bonelli sarebbe manovrata da chissà quale macchinazione dietrologica e mass-mediologica a livello planetario. Lo sceneggiatore Mauro Boselli, autore della scena incriminata, si è giustamente risentito, figuriamoci: i suoi balloon servivano solo a dare atmosfera a un dialogo fra due rudi uomini del West, che cavolo c'entrano le multinazionali, delle cui battute non ha mai sentito neppure l'eco? Dovremmo allora anche supporre che le multinazionali ispirarono Giovanni Luigi Bonelli nel 1948 quando mise in bocca a Tex la prima sigaretta?
Riguardo al dietrofront del Codacons, uno degli intervenuti sul newsgroup bonelliano hascritto: "Non credo che questa cosa in Bonelli non lasci nessuno strascico. Forse non ce ne accorgeremo neppure, quando nelle prossime storie, Tex eviterà di accendersi la sigaretta e di chiedere un bicchierino al saloon. Ci sembrerà soltanto che i personaggi abbiano perso un po' della loro personalità".

Il rischio esiste, purtroppo. Non tanto per ordini precisi dati agli sceneggiatori, questo no, almeno non a livello di abolire whisky e sigarette, ci mancherebbe altro. Però ogni sceneggiatore sarà istintivamente un po' frenato, e cercherà di non suscitare altri vespai. Per cui se prima le sigarette erano tre per albo ora diventeranno due, o una.Il Codacons si unisce ai genitori anti-disco, ai paranoici cacciatori di sette, ai nemici del gioco di ruolo, agli avversari del il rock, dei fumetti, degli anime, delle religioni alternative. Per certi genitori falliti è più facile dare la colpa al rock e ai fumetti se i loro figli si drogano o si ubriacano, piuttosto che ammettere di non essere stati capaci di dare loro un buon esempio (e il buon esempionon è quello che viene "mostrato", ma quello che viene fatto "sentire" cometale). I giovani che hanno accanto genitori in grado di accompagnarli come tanti Virgilio, possono scendere all'Inferno come tanti Dante e uscirne indenni. Ma vallo a spiegare a chi si attacca alle cicche di Tex. A costoro, la cover dell'albo di gennaio ha dato comunque un bel pugno in faccia. La cosa non era voluta, perché il disegno di certo è stato realizzato settimane prima della denuncia del Codacons, però sul Tex n° 459 il ranger si accende una sigaretta in copertina.
Chi scrive, legge Tex da una vita ma non ha mai fumato in vita sua. Non solo, non sopporto neppure che mi si fumi accanto. Ma che c'entra questo con la lettura di un fumetto western? La sigaretta è un elemento che dà colore "storico" alle avventure western al pari delle diligenze o delle pistole nella fondina: nelWest si fumava, se uno vuole raccontarne l'epopea deve far vedere il fumo. Oppure, visto che siamo contrari alla schiavitù, se facciamo un film sull'Antico Egitto non dobbiamo dire che le piramidi le hanno costruite gli schiavi? Che facciamo? Dobbiamo mostrare, in maniera politicamente corretta, tutti lavoratori iscritti al sindacato a tirare i massi con cui fu fatta la Sfinge? Inoltre, la sigaretta è un utilissimo mezzo per "risolvere" la vignetta. Cioè, se uno sceneggiatore deve far vedere un dialogo fra due, o una scena di attesa, o una situazione un po' statica al ristorante o in un bivacco o sul treno (senza azione, insomma), è proprio costretto a far disegnare due personaggi impalati che si guardano negli occhi? Sai che noia! Invece, con la scusa che uno si cerca la sigaretta nel taschino, o se la fa da solo con tabacco e cartina, poi se la accende, poi la mette in bocca, poi sbuffa fumo, la scena acquista vivacità anche se è fatta di chiacchiere. Per non parlare del dialogo che diventa più "vero", vissuto, se uno mentre parla offre una cicca a un altro o gli chiede da accendere. In certe storie con più cavalcate e sparatorie, ci sono meno "occasioni" per far vedere le sigarette, in altre ce ne sono di più. Nessun autore di Tex vuole calcare la mano sull'uso del tabacco, figuriamoci, anzi forse il contrario: si tende inconsciamente a limitare il numero di sigarette perché si sa che ci sarà chi storce il naso.

Il problema è comunque assai più ampio della denuncia a Tex che fuma. Si tratta piuttosto dell'assedio ormai insostenibile stretto attorno a tutto ciò che è espressione e creatività da parte dei paladini del "politicamente corretto". La Disney, per esempio, cede loro su tutti i fronti.Sulle autocensure disneyana si potrebbe scrivere un libro, ma basterà ricordare il povero Moby Duck, il papero baleniere, scomparso in mare da anni (anche nelle ristampe) soloperché colpevole di fare un mestiere oggi non di moda. O il piccolo Penna Bianca, desaperecido per non offendere le minoranze con quella che potrebbe sembrare una caricatura di un pellerossa.O le birre bevute da Topolino e Pippo che diventano aranciate nelle ristampe. O le mitiche storie di Carl Barks riviste e corrette.La battaglia per la libertà (che purtroppo stiamo perdendo) va combattutatutti insieme. Il politically correct ci sta circondando, siamo assediati come quelli di Masada.Gli ipocriti buonisti e perbenisti che anche da noi si fanno quotidianamente paladini del "politically correct" sono la stessa gente che vagheggia l'aberrante idea dello Stato etico. Purtroppo costoro hanno in mano il controllo l'informazione, dell'educazione, della rappresentanza e manipolano l'opinione pubblica con un'azione sotterranea ma costante, implacabile e incisiva. Non ci lasciamo ingannare dal fatto che fra di noi siamo tutti d'accordo. Fuori, la gente indottrinata dal bombardamento buonista, approva la censura di fumetti, film e cartoni animati.

Qualche mese, durante una conferenza, mostrai al pubblico come la Disney, nel ristampare vecchie storie, censurasse Pippo e Topolino che andavano a pesca. Mi aspettavo tutti storcessero il naso e mi sono trovato davanti un pubblico che invece, apertis verbis, ha reagito sostenendo la legittimità dell'intervento, perché "i bimbi vanno educati" e pescare è politicamente scorretto. E per far capire come funzioni il ricatto perbenista, io stesso ho dovuto sforzarmi per non premettere la lunga tiritera del sottoscritto che non fuma, non beve, non va ne a caccia ne a pesca, ama gli animali, rispetta le minoranze ed è una personcina a modo. Tiritera che, a scanso di equivoci, qui mi conviene mettere almeno in calce.


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PS - Il Tex eseguito con la biro è tratto dal bel blog di Gianluca Cestaro.

domenica 5 dicembre 2010

LA', DIO C'E'

Se è vero che Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo, non sarà nominarlo invano far notare come l'anagramma di "edicola" è appunto "Là, Dio c'è".
Peraltro, quelli come me abituati a comprare fumetti proprio dai giornalai, sanno benissimo quanto renda felici la visita quotidiana al proprio edicolante di fiducia. E trovare qualcosa di bello da sfogliare, da leggere e poi da tenere di conto nei propri scaffali, rimirando ogni giorno la fila di costoline che vi fanno bella mostra, dimostra senza dubbio, al pari dell'alba e del tramonto, la bontà e la misericordia del Padreterno.

Proprio a questo pensavo ieri sera, dopo aver finito l'albo a fumetti che avevo sottomano. Era l'ultimo numero di Lilith, di Luca Enoch (la storia groenlandese "Il mantello dell'orso"), ma avrebbe potuto essere una cosa qualsiasi fra quelle che ho letto da quarant'anni a questa parte e che mi sono piaciute. Insomma, mi sono detto, che bello leggere i fumetti. Possibile, che dopo tanto tempo non mi sia ancora stancato? Possibile, che dopo una giornata passata a scrivere sceneggiature e correggere tavole, abbia ancora voglia, la sera, di vedere disegni e balloon? E poi, un'altra terribile domanda: possibile che la maggior parte dei ragazzi coetanei dei miei figli, che mi capita di vedere spesso, non abbiano lo stesso gusto? Perché mai ore interminabili passate a chattare su Facebook o a giocare alla playstation o a guardare la TV dovrebbero essere più attraenti che leggere Lilith o qualunque altro fumetto? L'offerta è vastissima, ciascuno potrebbe trovare il fumetto che fa per lui.

E' chiaro che c'è una disabitudine verso la lettura, una minore disponibilità a concentrarsi nella comprensione di un testo, una richiesta di maggiore fruibilità e immediatezza di qualunque prodotto, un gusto diverso dal mio per l'interattività e la multimedialità e, soprattutto, la digitalità e la fruizione tecnologica.

Però resta il fatto che ci sono dei fumetti dannatamente belli. E le cose belle dovrebbero piacere a chiunque abbia occhi per vedere e cuore per sentire. Sulla gioventù bruciata e sulla percezione (o non-percezione) giovanile della narrativa disegnata ho già raccontato un aneddoto divertente che potete, volendo, andare a rileggere, ma quello era davvero un caso limite. Ho anche già scritto sulla necessità di digitalizzare il più possibile (e il più velocemente possibile) le nostre proposte a fumetti.

Ma c'è qualcosa che mi sembra il caso di aggiungere: non c'è più religione. Nel senso che se Dio c'è, là, in edicola, è proprio là che i ragazzi non vanno più. Cioè, non passano dal giornalaio. A me sembra incredibile, ma è così. Sembra incredibile perché per me è sempre stato un rito di tutti i giorni. Andavo a scuola, alle medie come alle superiori, e ogni mattina mi fermavo, lungo il tragitto, nella mia edicola. Entravo dentro e mi guardavo tutti gli scaffali. Dal primo all'ultimo. Vedevo subito se erano usciti Tex o Alan Ford. Prendevo Urania, o Eureka. Compravo Il Monello o Topolino. Non mi facevo mancare L'Uomo Ragno e I Fantastici Quattro. Se c'era una novità, mi brillavano gli occhi. La sfogliavo lì, dalla prima all'ultima pagina. Le copertine colorati, i loghi delle testate, gli speciali e i supplementi, non mi sfuggiva nulla. Per i più giovani, era impossibile non notare Zagor, con la sua casacca rossa, le mitiche copertine di Ferri, i bei titoli emozionanti. E oggi?

I miei figli e i loro amici non vanno in edicola quasi mai. Non dico che la evitano, ma certo non viene loro in mente di passarci. E se ci entrano, non vedono niente, se non la rivista di videogiochi e forse (molto forse) il manga del cartone animato che vedono in TV (ma che non comprano). Ma in generale, dal giornalaio non ci vanno. Dunque, se anche uscisse il fumetto più bello del mondo, loro non lo saprebbero. Non se ne accorgerebbero.

Il problema, dunque, non è che i fumetti non sono belli e i ragazzi non li comprano perché, avendoli letti, non li apprezzano. Il problema è che i ragazzi non sanno neppure che esistono, quei fumetti che potrebbero loro piacere.

Loro non visitano le edicole, visitano i siti dove si scaricano le app per i telefonini e gli Ipad. Perciò, secondo me, è evidente che non si tratta soltanto di rendere disponibili in formato digitale le nostre storie, ma almeno di trovare il modo di informare i pargoli sul fatto che ci sono delle cose belle, delle figate pazzesche, che escono in edicola, dove qualcuno potrebbe anche andare a cercarle e magari poi parlarne con gli amici su Facebook, condividendo l'esperienza positiva. Continuiamo pure a fare i nostri bei fumetti su carta, ma troviamo il modo di far sapere che esistono ai nostri figli. Come? Ah, beh. Facendogli vedere qualche anteprima là dove vanno loro senza muoversi di casa. Sui social network, sui negozi digitali, nei siti dove si scaricano applicazioni, su Youtube, nel circuito dei blog, rendendo più attraenti e vivaci i nostri siti di fumetti, e chi ha qualche altra idea la tiri fuori.

A me ne viene spesso in mente una, tutte le volte che mi capita di intravedere la pubblicità che va in onda di pomeriggio, subito dopo pranzo, fra un cartone animato e l'altro: essendo mirata a un target giovanile, il più delle volte si vedono spot riguardanti prodotti mirati, come giochi o merendine, ma ci sono anche delle telepromozioni terrificanti in cui degli pseudogiovanissimi (che in realtà avranno tra i venticinque o i trent'anni) sembrano divertirsi un mondo con gli Skifidol o cose repellenti come gelatine piene di vermi, barattoli di vomito, figurine puzzolenti che emano tanfi se grattate e via dicendo. Ora, se ci fossero degli attori veramente ragazzi che invece di pubblicizzare e cose del genere esaltassero la bellezza dell' oggetto fumetto, da acquistare in edicola, sfogliare, leggere e collezionare, non ne guadagnerebbero soltanto i fumetti ma anche il buon gusto e la salute mentale della società.



giovedì 2 dicembre 2010

LET'S PARTY


Se è vero che non mancano mai i motivi per fare festa, il prossimo giugno ce ne sarà uno particolarmente valido. Tanto valido che cominciamo a festeggiare fin da questo dicembre. Sto parlando, ovviamente, del cinquantennale di Zagor. Cinquant'anni di ininterrotte avventure sono un traguardo straordinario per tutti gli appassionati di fumetti (e non soltanto per i lettori dello Spirito con la Scure) e, dunque, si dia inizio alle danze!

Nel corso del 2011, peraltro, sono in programma molte occasioni di bagordi. Sulla mia agenda ho appuntati, per ora, sette appuntamenti in Italia e due all'estero. In attesa che tutte le date vengano confermate (e magari, com'è probabile, che se ne aggiungano delle altre), così da potervene parlare, ecco i particolari della prima kermesse.


Intanto, cominciamo dalle coordinate geografiche: stiamo parlando di Scanno, in provincia dell'Aquila, una località che fa parte del Club dei Borghi più belli d'Italia, nel cuore del Parco nazionale d'Abruzzo (è il paesetto da presepe della foto qui accanto). E' lì che vivono due veterani del fumetto italiano, Domenico e Stefano Di Vitto, fino a poco tempo fa colonne portanti di Mister No, ma già autori, in casa Bonelli, di Kerry il Trapper (un personaggio creato da Tiziano Sclavi). Ma naturalmente molte di più sono le loro collaborazioni, che vanno dalla A di Alan Ford alla Z di Zorro.

Da un paio di anni i due fratelli sono passati allo staff di Zagor e io, memore delle emozioni che mi aveva suscitato la lettura di una delle storie misternoiane più belle, "Sfida al Pantanal", scritta per loro da Guido Nolitta, ne sono stato lieto fin dal primo momento. "Ti troverai bene con loro", mi aveva assicurato Michele Masiero, che era stato il loro curatore a Mister No. Aveva ragione.



Mi sono subito proposto per sceneggiare personalmente da loro avventura d'esordio e ho "giocato" con il loro passato di esperti disegnatori di piper ideando un'avventura dal titolo "La banda aerea" che, oltre a citare una fra le più classiche storie dell'Uomo Mascherato (The sky band, del1936), dovrebbe quanto meno incuriosire i lettori. Poiché "La banda aerea" uscirà in edicola a metà del prossimo gennaio, e dunque all'inizio del fatidico anno del cinquantennale, ecco che i motivi di celebrazione diventano due.


Se si aggiunge con il 2010 è stato quello in cui i Di Vitto hanno festeggiato i loro quaranta anni di carriera, la festa si rivela assolutamente inevitabile. C'è da dire, peraltro, che i due fratelli scannesi sono entrati subito in sintonia con gli altri autori: li vedete nella foto poco sopra al raduno di Narni del forum ZTN: da sinistra a destra: Nando Esposito, Mauro Laurenti, Marcello Mangiantini, Massimo Pesce, Jacopo Rauch, Domenico Di Vitto, Michele Rubini, Graziano Romani, Stefano Di Vitto (gli autori di Zagor sono, più che un team, una grande famiglia). In basso, un video (realizzato dagli stessi Di Vitto per la Zagor TV) che mostra alcuni momenti di quella stessa occasione (un'altra grande festa).


Ma non solo: Domenico e Stefano si sono rivelati a tal punto sulla stessa lunghezza d'onda dei lettori zagoriani da aver cominciato a proporre sul web, in un sito di cui sono tra i principali artefici, una serie di riuscitissimi quiz grafici, legati allo Spirito con la Scure, che da qualche mese stanno appassionando i forumisti di SCLS e ZTN. Ne vedete uno qui a sinistra.

Dunque, tutti a Scanno! Ma quando? Il 17 e il 18 dicembre prossimi venturi. Venerdì e sabato. Volendo fare le cose in grande, abbiamo prenotato un intero Palasport, in via degli Alpini a Scanno. Lì, il venerdì pomeriggio inaugureremo una mostra mercato del fumetto che proseguirà per tutto il giorno successivo, e verranno proiettati i due film turchi di Zagor di cui vi ho già parlato in diverse occasioni. Ma, soprattutto, verrà inaugurata una mostra personale sull'opera a fumetti di Domenico e Stefano (due autentici personaggi quanto a vulcanicità e poliedricità, dato che sono anche attivissimi come editori, fotografi, registi di documentari, animatori di iniziative e webmasters).


Sabato mattina la mostra mercato riaprirà alle ore 9 e alle 10,30 inizierà un incontro con il pubblico: saremo presenti io, Mauro Laurenti e Alessandro Chiarolla, oltre naturalmente ai Di Vitto. L'incontro che si prevede particolarmente numeroso dato che interverranno anche alcune scolaresche di varie località abruzzesi.


Sono previsti anche interventi di autorità locali, tra cui anche un vescovo: Angelo Spina, un prelato che ha addirittura sceneggiato una vita di Celestino V, illustrata da Domenico e Stefano Di Vitto (dunque un vescovo sceneggiatore di fumetti!). Troverete tutti i dettagli cliccando sulla locandina della kermesse, qui accanto.

Se c'è una festa ci deve essere anche la musica: a quella provvederà Graziano Romani, il cantautore rock che ha dedicato a Zagor un intero concept album e che prossimamente ne pubblicherà uno ispirato da Tex. Ma, e questa sarà una divertente novità, Graziano non si esibirà con i brani di "Zagor king of Darkwood" suonandoli da solo accompagnato dalla sua chitarra, né con la sua band. No, sarà per una volta accompagnato da una band locale, di cui fa parte anche il figlio di Domenico Di Vitto.


Non mancheranno i dolci: a Scanno c'è un maestro pasticciere, Angelo Di Masso, che ha vinto addirittura dei premi in concorsi riservati ai migliori della sua categoria, il quale realizzerà una mega torta con l'immagine di Zagor, bastante per tutto il Palazzetto dello Sport. Le fette saranno distribuite ai presenti insieme a porzioni del Pan dell'Orso, un altro dolce tipico locale, a poster, cartoline e albi omaggio dello Spirito con la Scure. Considerando la bellezza del luogo, la simpatia degli abitanti, l'occasione festaiola e fumettista insieme, la centralità della collocazione geografica (non irraggiungibile anche da molte località del Sud, che sempre lamentano la "nordicità" di altri appuntamenti), la vicinanza con le piste da sci, ce n'è a sufficienza perché tutti voi cominciate a farci un pensierino. Io ci sarò (per dovere e per piacere). A proposito di collocazione geografica: se gli appuntamenti zagoriani sono sempre più a nord di Roma che a sud, non dipende dagli autori dello staff che, ovviamente, sono felicissimi di andare là dove qualcuno li invita.

Dato che ci siamo, segnalo un altro luogo dove andare a fare una visita zagoriana: sabato scorso 16 ottobre sono state inaugurate a Roma "La porta di Martyn Mystère" e "La porta di Zagor" alla presenza delle autorità cittadine, di Alfredo Castelli e di oltre trecento abitanti del quartiere di Mezzocammino, dove già è stato realizzato, mesi fa, il piazzale con le ceramiche a fumetti (vedi la foto di apertura). Le due porte fungono da accesso a un parco. Le immagini degli eroi dei fumetti sono in rilievo, realizzate con un filo metallico, a grandezza naturale. E' stata una bella festa alla quale ha fatto seguito la gita in bicicletta lungo la pista ciclabile con pic-nic finale. Prossimamente sarà inaugurata "la porta di Tex". L'iniziativa si deve all'infaticabile Maurizio Nicastro, presidente del Consorzio Unitario Torrino Mezzocammino. Le foto allegate parlano chiaro: ci vorrebbero dei Nicastro in tutti i comuni, tranne Scanno, dove hanno già Stefano e Domenico Di Vitto.