domenica 15 gennaio 2012

IL NONNO


Arriva finalmente in distribuzione il libro “Dal Risorgimento alla Resistenza: storie di Toscani che fecero l’Italia”, un progetto della Fondazione Sistema Toscana (dunque della Regione), a cui anch’io ho collaborato con lo staff di Lucca Comics & Games. La presentazione ufficiale reca la data del 16 gennaio, alle ore 12,15 presso la Mediateca di Via San Gallo a Firenze. Il volume, che contiene dieci racconti a fumetti, vanta una introduzione disegnata del grande Sergio Staino. Ve ne avevo già parlato e ancora ve ne parlerò nei prossimi giorni quando avrò fra le mani la prima copia e ci sarà modo di approfondirne le tematiche che sono, ve lo assicuro, tutte molto interessanti. Nell’attesa, vorrei cominciare a dirvi qualcosa sul racconto che porta la mia firma (i disegni sono del bravo Riccardo Pieruccini, con cui ho già realizzato il volume "La frontiera di ghiaccio").


Va innanzitutto premesso che quando mi è stato chiesto, dallo staff di Lucca Comics & Games con cui ho dato vita al progetto “Seconda Creazione”, di ideare un volume a fumetti che raccontasse l’Unità d’Italia dal punto di vista dei toscani, ho subito pensato che si poteva partire dalle dieci province che (almeno per il momento) compongono la Toscana. Se avessimo fatto dieci racconti, ciascuno ambientato nei dintorni di uno dei capoluoghi o con protagonisti personaggi nati in quei luoghi, avremmo ottenuto cento pagine a fumetti. Se poi queste pagine fossero state disegnate da autori toscani, magari scelti proprio fra gente originaria da quelle province o dalle zone limitrofe, sarebbe stato fantastico. Dato che c’era la possibilità e l’intenzione di valorizzare il lavoro di alcuni giovani autori, ecco l’idea di rivolgersi alla Scuola del Fumetto di Firenze, guidata da Marco Bianchini, per mettere insieme uno staff fresco e motivato. L’unico matusa ho finito per essere io, che oltre a fare da editor ai più giovani, ho imposto che la storia della provincia di Pistoia (dove sono nato) portasse la mia firma. Dopodiché, con gli amici di Lucca Comics, abbiamo individuato i dieci argomenti e i dieci personaggi e li abbiamo affidato agli sceneggiatori e ai disegnatori selezionati dalla Scuola, in gran parte collegati appunto al territorio. E qui mi fermo, rimandando a un prossimo futuro il racconto di come si è sviluppato il progetto nel corso di un anno di lavoro.


Per il momento, vorrei limitarmi ad approfondire com’è nata la storia realizzata da me e Pieruccini, intitolata “La tomba scomparsa” (ne vedete qui accanto una tavola). E per farlo, devo parlarvi del nonno. Incredibile ma vero, da qualche anno io chiamo regolarmente “il nonno” un personaggio molto famoso (anche se pochi, forse, saprebbero dire con esattezza perché gli sono state dedicate tante vie e tante piazze): nientemeno che Massimo D’Azeglio, il signore nel ritratto in apertura. Sarà meglio che spieghi, anche in ossequio alla mia fama di spiegazionista.

E’ successo infatti che mi sia messo a leggere uno dei suoi libri, sicuramente il più fresco e divertente, ancora oggi godibilissimo, benché rimasto incompiuto: “I miei ricordi” (ma oltre che scrittore, D’Azeglio fu anche pittore, musicista, diplomatico e uomo politico). Nell’introduzione intitolata “Origine e scopo dell’opera”, si trova scritto: “Delle cose serie, mi vien fatto assai sovente vedere il lato ridicolo, come delle cose ridicole mi si presenta tosto il lato serio”. Viene spontaneo entrare in sintonia con l’autore, che smette di essere il nome citato nei libri di scuola per diventare un amico. Mi ritrovo a tal punto, fatte salve le differenze di epoca e di condizione sociale, negli atteggiamenti e nello spirito del nobiluomo, da sentirlo pagina dopo pagina sempre più vicino a me. Finisce che mi leggo "I miei ricordi" divorandoli come se fossero l'ultimo giallo di Jeffrey Deaver. Anzi, andando avanti con la lettura, ogni episodio narrato con piglio brillante mi porta a farmi sospettare d’essere io stesso la reincarnazione del Taparelli (questo il vero cognome del Marchese, essendo D’Azeglio solo l’indicazione dei possedimenti di famiglia, come Cavour per Camillo Benso).


Di certo, ci sarebbe da escludere che io ne sia un discendente: di povere origini, inequivocabilmente toscane e montanine, il sottoscritto, nobile piemontese d'alto lignaggio il Taparelli. Sennonché, ecco che nel capitolo trentaduesimo del suo libro di memorie, il D’Azeglio racconta di un suo viaggio a San Marcello Pistoiese. Cioè, là dove sono nato io. “La valle ov’è posto San Marcello è larga un miglio e mezzo. A ponente, lontani, i gioghi di Lucchio, a levante monte Crocicchio. Non stavo nella pelle di veder Gavinana, v’andai subito”. Gavinana, a tre chilometri da San Marcello, e oltre cento metri più su, è la frazione (ne vedete la skyline nella foto qui sopra) di cui sono originari i miei genitori, e dove io ho vissuto fino all’età di due anni.


Vi chiederete perché mai il piemontese D’Azeglio non stesse nella pelle per vedere Gavinana. E’ presto detto: perché è lì che, combattendo per la patria, morì Francesco Ferrucci, il 3 agosto 1530. Pure al Ferrucci, detto anche il Ferruccio, sono state dedicate piazze e vie, anche se probabilmente in pochi saprebbero dire chi esattamente fosse. Un po’ più famoso è il suo assassino, Fabrizio Maramaldo, un mercenario al soldo dell’imperatore Carlo V, entrato persino nei linguaggio comune quando si parla di “maramaldeggiare”, o si dice di un’azione che è “maramaldesca” o ancor più di frequente allorché si invita qualcuno a “non fare il Maramaldo”. Tutto deriva dalla famosa frase che secondo il Varchi avrebbe detto Francesco Ferrucci, condotto ormai moribondo davanti al nemico, che voleva avere il dubbio privilegio di finirlo con le proprie mani: “Vile, tu uccidi un uomo morto”. Da allora in poi, comportarsi come Maramaldo o uccidere un uomo morto vuol dire infierire su qualcuno che non si può difendere o sparare sulla Croce Rossa. In genere lo dicono delle squadre di calcio di prima grandezza che battono con una goleada le ultime in classifica. Comunque sia, tutto deriva da ciò che avvenne a Gavinana in quel lontano giorno d’agosto.

Dunque, il D’Azeglio va a Gavinana a cercare la tomba del Ferrucci. Perché costui gli interessava così tanto? Perché aveva in animo di scrivere un secondo romanzo dopo il successo del primo, “Ettore Fieramosca”, e voleva documentarsi. Il libro si sarebbe intitolato “Niccolò de’ Lapi” e, fra le altre cose, avrebbe raccontato l’assedio di Firenze, a opera degli imperiali, del 1529-1530. L’argomento non era stato scelto a caso, così come non a caso era stato scelto quello della disfida di Barletta del primo romanzo. Gli anni in cui viveva il D’Azeglio erano quelli del Risorgimento, e dove c’erano eroi italiani che combattevano per la Patria contro degli stranieri, gli scrittori e i poeti dell’epoca ci andavano a nozze. E Francesco Ferrucci era proprio un eroe del genere.

I fiorentini, nel 1530, da un paio di anni aveva cacciato i Medici e, liberi dai tiranni, volevano darsi da soli un proprio governo ed eleggere i propri governanti. Papa Clemente VII, che era un Medici, ottenne l’appoggio dell’imperatore Carlo V per riportare la propria famiglia al potere a Firenze e da qui ebbe origine uno fra i più drammatici e avventurosi assedi della storia italiana, durato quasi un anno. Il Ferrucci fu appunto un capitano della Repubblica Fiorentina, temutissimo dai nemici perché, nonostante la povertà dei suoi mezzi, aveva dimostrato di essere un condottiero di genio, capace di ribaltare l’esito scontato di qualunque battaglia. La storia dell’assedio e della morte dell’eroe ve la racconterò un’altra volta. Torniamo a “I miei ricordi”.

E’ evidente che per il patriota Massimo D’Azeglio la figura del fiorentino era degna di essere non solo fatta oggetto di un romanzo, ma anche onorata e portata a esempio agli italiani della sua epoca. Dunque, ecco il Taparelli raccontare della sua visita a Gavinana. Parte da San Marcello e sale in carrozza fino al paese: “Giunsi sulla piazza: mi pareva impossibile, in una terra di vie strette e tortuose ove si giunge per rompicolli, si fosse maneggiata la cavalleria e combattuta tanta guerra. Dubitavo di essermi ingannato. Cercai del pievano e lo trovai. Conobbi subito che si trattava proprio della Gavinana del Ferruccio; ché il prete si mostrò informato di ogni cosa. Mi mostrò a manca la casa davanti alla quale fu ammazzato il virtuoso Ferruccio da Maramaldo”. Però, subito il D’Azeglio ha una delusione: la tomba del capitano fiorentino non è indicata in alcun modo. Anzi, non si sa neppure dove sia. Probabilmente il Ferrucci fu sepolto in una fossa come con i suoi soldati. Però, continua il Marchese, “seppi dal prete che nel cavar certe fondamenta innanzi alla Chiesa, fu trovato uno scheletro grande; il quale era avvolto da panni di color turchino, con bottoni tondi e suvvi una crocetta. Dio sa di chi furono, le ossa ed i panni! Tuttavia, la tradizione narra che Ferruccio fosse sepolto sotto la gronda della chiesa”. Ora, molti testimoni concordano nel dire che Francesco Ferrucci fosse un uomo molto più alto della media, per gli uomini dell’epoca, e dunque il fatto che negli scavi si fosse trovato “uno scheletro grande” fa pensare al D’Azeglio che quello potesse essere proprio lo scheletro dell’eroe che, a quanto gli fu detto, era stato si nuovo seppellito più o meno lì dove lo avevano scoperto. Restava il fatto che niente, a Gavinana, ricordasse la battaglia e il capitano morto combattendo per la libertà della Patria.

Così, al Marchese viene un’idea. “Mi nacque tosto la voglia di porre una lapide sulla sua tomba, perché non rimanesse così inonorata: ne parlai a costoro del paese: tutti si mostrarono pronti a parole. Volli stringere e combinare perché la cosa avesse effetto: divennero a un tratto tutti freddi. Ebbi a dire che avrei pagato del mio, fu inutile. Credo che avessero paura: di che? Lo sa Iddio. In Italia un uomo che dette la vita per la patria, che potendo salvarsi senza infamia scelse morire per non vedere l’ultima sua rovina; un uomo che in otto mesi seppe far immortale se stesso colle sue virtù, seppe ritardare l’eccidio di Firenze, e rimaner esempio ai posteri di quanto possan riuniti, l’amor patrio, il valore, la costanza, e l’oblio di ogni privato interesse, quest’uomo non può, perdio, non aver croce, né sasso sulle sue ossa perché si ha paura!”.

Insomma, “il nonno” si arrabbia per l’atteggiamento dei miei antenati, restii a far porre nella loro piazza la lapide che il D’Azeglio pagherebbe di tasca sua. C’è da chiedersi il perché della loro paura. Il motivo è chiaro: nel 1840 regna ancora in Toscana quel bell’uomo di Leopoldo II di Asburgo-Lorena che, pur non essendo un tiranno, è comunque uno degli austriaci contro cui combattono i patrioti e contro cui si susseguono i moti indipendentisti, con il loro seguito di incarcerazioni e condanne a morte. Anche porre una lapide in cui si parli di un eroe “morto per la Patria”, potrebbe portare dei guai al paese: polizia che viene a indagare, sospetti di trame politiche, magari qualche arresto preventivo per timore che si annidino nella zona dei rivoltosi che inneggiano alla cacciata degli stranieri dall’Italia.

Fatto sta che il D’Azeglio la spuntò: ancora oggi, sulla piazza di Gavinana, c’è una lapide che ricorda il Ferrucci e una sigla avverte: “M.A.P. 1840”. Cioè, Massimo d’Azeglio Pose, più la data. Nel museo Ferrucciano sono conservati autografi, quadri e disegni a testimonianza della sua passione per l’eroe fiorentino e della sua visita a Gavinana.


Dunque, il Marchese che tanto mi pareva assomigliarmi, aveva appunto visitato il mio luogo natale. Ora, io ho avuto un nonno, quello che vedete nella foto qui accanto, nato a Gavinana nel 1893. Sicuramente, quando avrà avuto dieci anni, e cioè nel 1903, avrà conosciuto un suo compaesano di un’ottantina d’anni che, da giovane, aveva fisicamente visto e incontrato il D’Azeglio. Insomma: fra la mia nascita e la visita di Massimo D’Azeglio sembra che sia passato tanto tempo (circa 120 anni), ma tutto sommato io ho conosciuto persone che hanno conosciuto persone che hanno conosciuto il Marchese. Ma perché chiamo il Taparelli, sia pur scherzosamente, “il nonno”? Perché, è risaputo, Massimino fu un dongiovanni. Era di bell’aspetto, soprattutto da giovane, biondo, con il baffetto da sparviero, con la chitarra sempre pronta a suonare per ogni ragazza. Non so ben dire quanto si sia trattenuto fra San Marcello e Gavinana, ma nulla vieta di immaginare che più di una fanciulla del luogo possa essere stata attratta dai suoi occhi azzurri e che lui le abbia appunto fatto l’occhiolino. E siccome da cosa nasce cosa, perché mai non potrebbe essere che nove mesi dopo la visita del Marchese sia nato, in qualche casa in pietra, un bambino che un montanino abbia creduto suo mentre invece suo non era? E se da quel bambino si fosse arrivati fino al mio nonno?


Insomma, guardate la foto poco sopra e il ritratto qui accanto: la somiglianza fra il vecchio della foto e il Marchese D’Azeglio è evidente. Potrei persino chiedere la prova del DNA e avanzare qualche pretesa sui possedimenti dei Taparelli.

Al di là delle congetture e degli scherzi, ho sempre ritenuto che la storia di Francesco Ferrucci fosse da raccontare in un fumetto. Non avendo mai avuto (finora) la possibilità di farlo, ho almeno raccontato la storia della visita di Massimo D’Azeglio a Gavinana, e della sua ricerca della tomba dell’eroe fiorentino. E’ appunto questo l’argomento del fumetto, mio e di Riccardo Pieruccini, contenuto nel libro di cui abbiamo cominciato a parlare. Purtroppo, in sole dieci pagine, non c’è stato posto per far vedere anche la bella montanara a cui il nonno fa l’occhiolino, ma adesso che abbiamo rotto il ghiaccio chissà che prima o poi non si possa continuare la narrazione.

venerdì 13 gennaio 2012

IL SOPRAVVISSUTO

Il mio barbiere si chiama Massimo ed è uno dei pochi sopravvissuti al rogo di Viareggio del 29 giugno 2009, fra quanti abitavano nel gruppo di case immediatamente adiacenti ai binari, là dove ha deragliato il carro cisterna che ha causato il disastro. I fatti sono noti e basterà ricordarli per sommi capi.

Alle ore 23.48, un treno merci composto da quattordici vagoni adibiti al trasporto di gas propano liquido, deraglia subito dopo aver attraversato la stazione ferroviaria di Viareggio, per il cedimento del carrello del primo carro. La cisterna di testa viene perforata, sembra, da un picchetto di tracciamento della curva, e il gas fuoriesce dallo squarcio. L’incidente avviene praticamente in mezzo al centro abitato, a poca distanza dalle case, in particolare da quelle di Via Ponchielli, che sorgono nei paraggi della strada ferrata. Se il treno fosse riuscito a trascinare i vagoni per poche altre centinaia di metri, l’esplosione sarebbe avvenuta in mezzo ai campi e i danni sarebbero stati limitati. Invece, il punto del disastro sembra scelto apposta per fare il maggior numero di vittime possibile.

Lo scoppio, comunque, non avviene subito. I macchinisti hanno il tempo per fuggire e per cercare di dare l’allarme. Un fornaio che sta andando al lavoro, e attraversa tutte le notti il cavalcavia della stazione, invece di scappare, si ferma a metà del ponte, curioso, per guardare i carri rovesciati sotto di lui, mentre il propano sibila uscendo dalla cisterna e si mescola con l’ossigeno. Basta l’innesco di una scintilla per scatenare l’inferno. C’è chi dice che a provocarla sia un motociclista che transita in scooter al di là del muro della ferrovia, c’è chi dice che la causa invece sia un’altra. Un accendino, un punto di attrito fra due lamiere, chissà. Fatto sta che il motociclista viene spazzato via dall’esplosione e resta carbonizzato sulla strada insieme al suo motorino. Del fornaio non si trova neppure il cadavere: avvolto completamente da fiamme alte cinquanta metri, viene letteralmente incenerito. Forse, sono i morti più fortunati. Molto peggio è andata a chi è arso vivo nei minuti successivi e a chi è morto a distanza di giorni, settimane e mesi in conseguenza delle ustioni.

Le case di via Ponchielli vengono investite dall’onda d’urto e dalle fiamme. Alcune crollano, altre prendono fuoco come se fossero di paglia. Per chi è sceso in strada per vedere che cosa è successo e per chi è rimasto dentro ignaro o sbirciando magari dalla finestra, è la fine. C’è chi viene ritrovato bruciato per la via, chi sepolto dalle macerie. Ma c’è anche chi corre cercando scampo mentre è trasformato in una torcia umana. Alla fine i morti sono 32. Undici le vittime la notte dell’incidente, ventuno quelle decedute in ospedale a distanza di tempo. A loro, vanno aggiunti due anziani morti per infarto in seguito allo shock. Circa mille persone vengono evacuate. Oggi, le case di via Ponchielli sono state abbattute e ricostruite a maggior distanza dai binari ed è in corso un processo per stabilire cause e colpevoli del disastro.

Io abito a Viareggio da più di cinque anni, ed ero lì il giorno prima della strage. La casa dove vivo è comunque distante un paio di chilometri in linea d’aria dal punto dell’esplosione. Al momento dello scoppio, ero da poco ripartito per Milano e ho saputo della tragedia soltanto la mattina dopo, molto presto, quando Gallieno Ferri mi ha svegliato telefonandomi: aveva appena visto in TV le prime immagini. Nei telegiornali della giornata, vengono intervistati alcuni superstiti e uno in particolare, che rende la sua testimonianza da un letto d’ospedale, ancora in stato confusionale, è appunto Massimo. Lui e la sua famiglia (la moglie e un bambino molto piccolo) sono gli unici sopravvissuti tra i suoi vicini di casa.

Nei giorni successivi, passando davanti al negozio, lo vedo chiuso. Poi, più o meno un mese dopo, scorgo Massimo all'interno, mentre fa pulizia, pur senza aver riaperto. Mi chiedo se sia o non sia il caso di fermarmi costringendolo a rivivere di nuovo, con l’obbligo di dirmi come sta e che cosa gli sia successo, il dramma vissuto. Accidenti, è assurdo avere dubbi: è un amico. Busso al vetro, mi apre, sembra contento di vedermi. Dice che non sa ancora quando riaprirà ma intanto la bottega va preparata per riprendere l’attività, dopo le settimane in cui nessuno l’ha pulita. Ha ancora lo sguardo shockato, la voce tremante, le mani nervose. Mi dà il primo resoconto, estremamente drammatico, della sua esperienza. In seguito, approfondisco con lui l’argomento, e Massimo mi tiene aggiornato sul procedere dei lavori per potersi trasferire in una casa nuova, dopo i primi risarcimenti anticipati alle vittime.

Il suo racconto di quel che è successo quella notte è, in realtà, la spiegazione del perché lui è vivo e gli altri no. E’ in casa, davanti alla TV, con la moglie. Il bambino, di pochi mesi, dorme. Sentono il rumore del deragliamento. Massimo guarda attraverso le fessure delle tapparelle. Inizialmente non capisce bene, poi sente odore di gas e quindi vede una nuvola bianca, alta alcuni metri, venire dalla ferrovia verso di lui, come l’onda di un silenzioso tsunami. A questo punto, può decidere di fuggire nella via, come molti altri. Invece, ha un’idea diversa, un’illuminazione. Il propano è pesante, grava sulla strada. Moglie e marito si guardano negli occhi, sono gli attimi che fanno la differenza fra la vita e la morte. “Andiamo in soffitta e da lì passiamo sul tetto!”, dice Massimo. Prendono il bambino, viene aperta la botola della soffitta, salgono sulla scala, arrivano di sopra. A quel punto c’è l’esplosione.

Una fiammata invade la casa. Dalla botola della soffitta, Massimo vede il fuoco nel salotto dove si trovava fino a poco prima. L’appartamento brucia. Dalla soffitta salgono sul tetto. Massimo va avanti con il bambino in braccio, e cammina in equilibrio su un muretto che collega la sua casa con quella accanto, molti metri sopra il piano stradale. Raggiungono il tetto vicino, con il cuore il tumulto, mentre la loro casa viene avvolta dal rogo. Per scendere, vedono una tettoia di una specie di ripostiglio, in un cortile sottostante. C’è da fare un salto di tre o quattro metri per arrivarci. Massimo salta con il bambino in braccio. La tettoia si rivela di plastica e non regge l’urto. Il padre e il figlio la sfondano e cadono di sotto. I metri di salto finiscono per essere sette o otto. La mamma, rimasta in alto, grida. Massimo riapre gli occhi dolorante. Si è rotto il bacino e diverse costole, ma il suo primo pensiero, terrorizzante, è di poter avere ucciso il figlio cascandoci sopra. E’ il contrario: il suo corpo ha fatto da materasso al piccolo, che non ha subito nessun danno. Massimo guarda in alto e vede il cielo colorato di un incredibile color arancio dalle fiamme altissime dell’incendio: lui però è già a distanza di sicurezza. Arrivano i pompieri, prendono il bambino, salvano la moglie, lo portano in ospedale. Lì, è l’inferno: il superstite viene messo su una barella e vede arrivare accanto a lui gli ustionati portati via dall’incendio. Vede scene terribili, è costretto a chiudere gli occhi. Ripenso spesso a questo racconto e mi chiedo che cosa avrei fatto io. Sarei fuggito in strada, o avrei avuto l’illuminazione giusta fuggendo sul tetto? Penso che probabilmente mi sarei chiuso in una stanza di casa, sperando che la porta e le pareti bastassero a tenere lontane le fiamme. Dunque serei morto. Oggi sono tornato da Massimo a tagliarmi i capelli. Abbiamo parlato della crisi, delle tasse e degli sprechi. E’ un po’ che non parliamo più dell’incidente.




lunedì 9 gennaio 2012

CONTROSTORIE

Cerco sempre di fare in modo che i miei ragazzi si guadagnino gli euro di cui hanno bisogno per le loro piccole (e sempre più spesso grandi) spese. Quindi, quando sono con loro, gli trovo qualcosa da fare. La paga è di dieci euro l'ora. La mia figlia più grande si sta da tempo occupando di ribattere al computer l'enorme mole di miei vecchi testi scritti a mano o a macchina, compresi gli appunti universitari.

Tra le ultime cose riemerse da un vecchio scatolone, ho recuperato un testo scritto per un giornaletto scolastico del Ginnasio Cicognini di Prato, che ho frequentato negli anni Settanta. Si tratta di una controstoria del latino, vista con gli occhi di uno studente del ventesimo secolo obbligato a studiarlo e che avrebbe preferito che la lingua di Cicerone fosse rimasta indecifrabile come l’etrusco (che del tutto indecifrabile, in realtà, oggi non è).

Vi sottopongo volentieri ciò che scrissi più o meno quindicenne, a cui farà seguito (immagino il vostro entusiasmo) un altro canto del mio poema epico intitolato “Enode”, risalente più o meno allo stesso periodo, quello degli anni del liceo, di cui alcuni mesi fa
proposi un primo assaggio, suscitando anche (incredibile ma vero) alcuni inviti a proseguire. Si tratta di una parodia dell’Eneide virgiliana (che Virgilio mi perdoni), scritta con spirito goliardico e boccaccesco, in versi endecasillabi e con frequenti contaminazioni vernacolari toscane: da esperienze come queste (ne ho scritte altre) nascono le mie “canzoncine” di Cico (di cui un giorno potremmo arrivare a parlare).

Il punto preso in giro è quello in cui Enea (nel mio testo, chiamato Eneo per motivi troppo lunghi da spiegare) racconta alla regina Didone della sua fuga da Troia, data alle fiamme al termine dell’assedio e della lunga guerra con i greci.
Ovviamente, propongo una versione abbastanza diversa da quella omerica riguardo alle cause e allo svolgimento dell’epico conflitto. Ricordo che in quegli anni mi faceva raggomitolare dal gran ridere la parodia dell’Iliade fatta da Magnus & Bunker sulle pagine di Alan Ford, negli albi in cui il Numero Uno raccontava di essere stato testimone della guerra e sosteneva che a originarla fu sì la bella Elena, ma per motivi del tutto diversi: il marito Menelao la voleva sbolognare a Paride perché le sue esose spese stavano dissanguando il tesoro reale di Sparta, e Priamo, visto scemare anche il livello dei suoi forzieri, pretendeva che il marito se la ripigliasse. La mia versione è del tutto diversa, ma chiaramente il tono burlesco (venato anche da humour nero di evidente ispirazione bunkeriana) è lo stesso.

Vi assicuro comunque, come già feci nell’occasione precedente, che non serve nessuna particolare cultura classica per leggere i quaranta versi (suddivisi in dieci quartine) che seguono. Basterà sapere che il re di Troia, Priamo, era famoso per avere cento figli, in un'epoca in cui non esistevano gli assegni famigliari. Buon divertimento!

CONTROSTORIA
DEL LATINO

di Moreno Burattini (1977)

Quando Romolo tentò di fondare Roma, subito il saggio fratello Remo, prevedendo la lingua che in quella città si sarebbe evoluta, cominciò a ostacolare tanta scelleratezza. Ma purtroppo ebbe la peggio. I Sanniti, gli Equi, i Volsci e tutti gli altri popoli intorno, accortisi della lingua che stava nascendo, e pensando a noialtri posteri che avremmo dovuto studiarla, indissero la mobilitazione generale e si precipitarono addosso alla novella Urbe, tentando di soffocarla prima che fosse troppo tardi. Nonostante l'impegno, non ci riuscirono. Accorsero allora all’istante i previdenti Etruschi, che da parte loro avevano badato bene a non far decifrare la loro lingua, così che non ci toccasse studiare pure quella, e Porsenna assediò Roma. Stava quasi per vincere, quando lo scellerato Muzio Scevola diede una mano (la destra) ai romani e rovinò tutto. Benché lontani, i Galli cercarono di rimediare correndo a soffocare il latino prima che il danno fosse irrimediabile (già i romani avevano cominciato a scrivere), ma non ci fu niente da fare. I cartaginesi si impegnarono a fondo nelle guerre puniche, e Annibale portò pure gli elefanti per schiacciare per bene ogni frammento di pergamena ma, nonostante tutto, non ci fu verso di combinare niente. Roma si era ormai imposta e il latino diffuso. Quando i Barbari riuscirono a dar fuoco alle biblioteche, ormai era inutile: i grafomani in riva al Tevere avevano già riempito diecimila chilometri di libri. Impossibile distruggerli tutti.

Cesare scrisse in latino il “De Bello Gallico” e il “De Bello Civili” e il mai troppo lodato Bruto lo tolse dal mondo per impedirgli di comporre qualcos'altro. Il saggio Ottaviano, vedendo Ovidio scrivere in latino le sue opere, con la scusa che erano licenziose lo mandò subito in esilio, e gli disse: "Ma va’ via! Non rompere più con i tuoi versi! Togliti dalle scatole e smetti di scrivere!". Ovidio fu spedito fuori, nella speranza che desistesse dal comporre rompimenti, ma lui, imperterrito, continuò a scrivere anche dall’esilio. Il buon Virgilio non riuscì a trattenersi e buttò giù l’Eneide ma, prima di morire, pensando a noi scolari che l’avremmo dovuta tradurre, ordinò che fosse distrutta. I suoi amici, vigliacchi e traditori, invece la conservarono! Il Cicerone venne al mondo e cominciò subito a scrivere, e continuò finché qualcuno pensò bene d’ammazzarlo per farlo smettere. Ma ormai il Marco Tullio aveva già redatto un mezzo miliardo di orazioni, epistole, lettere, cartoline dalle vacanze e biglietti di buon Compleanno. A Roma il servizio postale (diversamente dal nostro) doveva funzionare a meraviglia. Di tutte le lettere spedite da Cicerone non se n’è persa una e ora ci tocca tradurle tutte! Ma pensa te che fregatura! Che ci volete fare? Malgrado tutti i tentativi, nessuno è riuscito a impedire al latino di arrivare fino a noi.

Di Moreno Burattini (1978)

CANTO OTTAVO


IN CUI ENEO PARLA
DELLE CAUSE E DELLO SVOLGIMENTO
DELLA GUERRA DI TROIA




Tacque il convito, e stette a ascoltare
quello che Eneo si mise a narrare,
dimenticando il tempo presente
ed ogni intrigo di cuore e di mente.

Disse l'Eneo con forte sua voce:
- Dovete saper che ogni mia croce
fu provocata da quella gran guerra
sorta coi greci su la nostra terra.

Quel truce e selvaggio combattimento
origin ebbe dal grande tormento
ch'eran per Priamo, re sciagurato,
i cento figli che avea procreato.

Difatti quando il Paride bello
fe’ quel che fece e successe un macello,
Priamo gli disse: "No! Non ridare
l'Elena al greco di là dal mare!"

Così facendo sperava che fosse
guerra, e difatti il marito si mosse.
Pensò fra sè, contento e furbino:
"Qualche figliolo mi tira il calzino!

Con la battaglia che esser dovrà,
vedrai che di cento qualcuno morrà!
Oh che bellezza! Sia guerra! Sia guerra!
Troppi figlioli ci ho già sulla terra!"

Di volta in volta che un figlio moriva
Priamo aveva più l'aria giuliva.
Teneva il conto col pallottoliere:
"Meno una bocca al desco a sedere!"

E quando l'Ettore, ch'era assai grosso,
fu dall'Achille buttato in un fosso,
Priam felice allora assai fue:
"Bene! - pensò - mangiava per due!"

Così, il re la gran guerra incitava
e sempre al fronte i figli mandava
e benediva con somma gioia
l'assedio fatto dai greci a Troia.

Perciò dieci anni la guerra durò:
finchè sfoltita la prole restò.
Adesso bevo, e poi voglio dire,
com'è che la guerra andette a finire. -


sabato 7 gennaio 2012

FATTO COSI'



Una dozzina di anni fa, durante un periodo piuttosto difficile della mia vita, concomitante con la fine di un matrimonio (una dramma che è impossibile attraversare senza riceverne dei traumi), ebbi bisogno di un sostegno psicologico e cominciai a frequentare uno psicoterapeuta una volta alla settimana. La cosa andò avanti per quattro anni, e credo di dovere molto al dottor Temperani che mi sopportò per tutto quel tempo. La frase con cui di solito metteva fine alle nostre sedute era: “Basta, non ne voglio sentire più”.

Da quando ho smesso di fargli visita, cerco di cavarmela da solo e mi reputo fortunato di aver imparato come reagire di fronte alle difficoltà, che ci sono sempre, perché, come mi disse lui una volta, “la vita non è una passeggiata”. No, non lo è. Anche se in molti possono pensare che io sia “uno spasso” durante i miei incontri con il pubblico, come mi ha scritto qualcuno su Facebook, o anche se mi sforzo di essere sempre disponibile e sorridente in redazione così come a casa, ho anch’io i miei momenti di angoscia e di sconforto, e i miei guai irrisolti, con me stesso, con i miei genitori, con il resto del mondo. Come tutti.


Aver fatto quattro anni di terapia (indubbiamente pochi rispetto ai lunghissimi periodi di cura di molti altri, anche fra i miei colleghi) mi ha però insegnato almeno a rendermi conto di quanto siamo tutti piccoli e fragili, anche quelli grandi e grossi che sembrano o si sentono i padroni del mondo. A volte penso che avrei bisogno di un altro piccolo aiuto, magari per riuscire a farmi valere un po’ di più, tirando fuori un po’ della cattiveria che il Temperani mi invita a farmi sfogare perché gli sembravo un po’ troppo buono, come Lupo de’ Lupis. Nessuno è davvero del tutto buono, così come nessuno è davvero completamente cattivo. Tutti però siamo sulla stessa barca: il mondo in cui ci svegliamo ogni mattina, che tante volte mi è sembrata la cella in cui riapre gli occhi al risveglio il condannato all’ergastolo.



Le mie sedute con lo psicologo sono sempre state di tipo tradizionale, vale a dire basate su conversazioni private con il terapeuta. Tuttavia, nel 2001 ho partecipato a una seduta collettiva di bioenergetica, consigliatami dal mio analista per vedere all'opera un luminare americano, il dottor Hochman, venuto a Roma per due giorni di incontri. Ciò che ho visto mi ha lasciato sgomento. Il gruppo, dove io ero soltanto un osservatore, era composto da una ventina di persone. A turno, ciascuno si presentava al dottore parlando brevemente di sé, poi Hochman faceva qualche domanda e iniziava ad agire sul loro fisico, stimolando con la mani particolari zone (di solito la schiena, la nuca, la bocca) e provocando convulsioni, grida, sfoghi di rabbia, pianti disperati. Tutti eravamo lì perché vittime di un qualche dolore. Il mio mi è sembrato improvvisamente piccolissimo di fronte all'angoscia e al mal di vivere degli altri. Ho visto uomini grandi e grossi piangere come bambini, rannicchiati in posa fetale nell'abbraccio catartico di Hochman che li baciava sulla fronte.

Fra le ragazze, ce n'è stata una che ha gridato più delle altre, vittima di un'angoscia insopportabile. Il dottore, che aveva una capacità straordinaria di leggere nell'anima delle persone, di lei ha detto: "Vedete, questo è ciò che succede quando un padre considera più importante un mobile, o un quadro, o un orologio, di sua figlia. Se si rompe un mobile, aggiustarlo costa. Se si rompe una bambina, aggiustarla costa molto di più". Il dramma di quella ragazza era appunto legato alla figura del padre assente. Enorme la responsabilità dei genitori dato che, secondo Hochman, la maggior parte dei traumi più gravi sono in età preverbale. Da rabbrividire. E' nei primi quattordici mesi di vita che un padre che pensa di più ai mobili rompe la sua piccolina. Mi chiedo quand'è che i miei hanno, involontariamente, rotto me. Freud diceva che per dimenticare bisogna prima ricordare.


Sarebbe bello, adesso, parlare di Freud, anche alla luce del recente saggio di Michel Onfray “Il crepuscolo di un idolo”, che ne smitizza la figura, ma si tratterebbe di un discorso lungo destinato a portarci troppo lontano (il che non esclude che, a spizzichi e bocconi, non se ne possa parlare come in altre occasioni abbiamo parlato perfino di metrica latina o di poesia italiana). Ciò che mi preme adesso arrivare a dire è che, dopo aver dovuto superare la mia dose di prove e di esperienze, mi trovo a essere empatico con la maggior parte dei miei collaboratori e a essere io stesso, come alcuni potrebbero testimoniare, un piccolo terapeuta delle loro difficoltà. Non so come si comportano gli altri curatori di testata in ambito bonelliano e al di fuori di casa Bonelli, ma io tengo molto al contatto con chi lavora a Zagor insieme a me e mi faccio carico, fin dove posso, delle loro difficoltà. C’è chi attraversa un brutto momento in famiglia o a livello economico, chi ha problemi di salute, chi deve essere incoraggiato, chi ha un blocco creativo, chi non si sente a suo agio con la storia che gli è stata affidata, chi teme il giudizio dei lettori, chi ha bisogno di una pausa, chi fugge all’estero con una nuova fidanzata, chi ha tanti pregi e qualche difetto e bisogna valorizzare i primi e sopportare i secondi, chi deve essere richiamato all’ordine ma c’è modo e modo per farlo e i caratteri delle persone sono tanti e diversi e bisogna trovare la maniera giusta.

Non so se mi illudo, ma in tanti me lo hanno riconosciuto anche pubblicamente, di essere un buon curatore: perché so tenere unita la squadra, motivarla, fare in modo che tutti siano contenti di ciò che fanno, si sentano parte importante di un progetto. Cerco di fare in modo di vederci, incontrarci, stare insieme e insieme proporci al pubblico, durante gli incontri o i raduni degli appassionati.

Non credo che esista un gruppo di autori più unito, coeso, motivato di quello zagoriano. I lettori lo vedono e lo sentono, e anche loro si stringono intorno a noi con una affettuosità e un calore che stupisce gli osservatori esterni. A me sembra giusto questo tipo di approccio, e in ogni caso è quello che mi viene spontaneo. I frutti non mancano, visto che una testata che vent’anni fa Sergio Bonelli dava per spacciata è ancora viva e vegeta e soprattutto ha un buon indice di apprezzamento da parte dei lettori. Tuttavia, so che c’è chi preferirebbe approcci di tipo aziendale più asettici e più aspri con i collaboratori, chi è infastidito dalle manifestazioni di affetto dei lettori, chi non crede nei rapporti amichevoli e nella mutua collaborazione sul luogo di lavoro.

Io so che faccio del mio meglio, anche al di là dei miei compiti, diciamo così, istituzionali: il mio lavoro è la mia vita, e non potrei lavorare in un modo che non mi assomigliasse, così come non potrei vivere una vita che non fosse simile a me, pena il dover tornare di nuovo dal dottor Temperani. “No, I am that I am”, per dirla con William Shakespeare nel sonetto 121, quello da me più amato (un altro argomento di cui potremmo parlare, un giorno): “No, io sono quel che sono”. In fondo, “potrei essere io il giusto e loro gli storti” (I may be straight though they themselves be level). Probabilmente, anche il fatto che io compili questo blog o affidi con immediatezza e persino impulsività pensieri al vento nel “coso” su Facebook potrebbe dar noia a chi ritiene che un autore debba tenersi lontano dai rapporti troppo confidenziali con i suoi lettori, e colgo infatti, talora, frecciatine e ironie su questa mia tendenza all’empatia con il pubblico.

Il guaio è che se riesco a essere un buon allenatore e perfino un padre spirituale, un confessore o un fratello maggiore per i miei collaboratori, non ho nessuno che coccoli me quando salgo al piano di sopra, là dove probabilmente in molti non capiscono. Ma io, come canta Qualcuno (quanto mi ci sono riconosciuto in quella canzone, che trovate in fondo al post), sono “fatto così”. Il che non significa che io sia fatto male: la cosa più sbagliata che si possa fare è tranciare giudizi negando i pregi degli altri e vedendo soltanto i difetti. Come diceva il cardinale Richelieu, chiunque potrebbe essere impiccato per tre parole dette estrapolate dal contesto.

Una cosa che io considero una grave ingiustizia (e in certi casi mi pare anche un qualcosa di offensivo) è il mancato riconoscimento dei meriti. Non è vero che tutto è dovuto e che non si debba mai dire “grazie” a chi fa il proprio dovere, ma soprattutto è intollerabile che non si riconoscano i pregi di chi il proprio dovere lo fa bene e fa perfino di più di ciò che gli è richiesto. I miei genitori, per esempio, non erano abituati (per retaggio famigliare) a elargire troppe coccole e particolari affettuosità, e pur essendo persone buone e disposte a ogni sacrificio per i figli, non sapevano gratificarmi per i successi scolastici o per le mie iniziative (dipingere un quadro, scrivere un articolo per il giornaletto parrocchiale, recitare in una piccola compagnia teatrale, inventarmi un club).

Immagino che da questa mia sofferenza infantile e adolescenziale nasca la mia ribellione attuale verso chi non vede il bello e il buono nel lavoro degli altri e crede che si debbano trattare i collaboratori sempre come degli incapaci. Probabilmente ci sono strategie aziendali che prevedono questo tipo di tecnica in chiave motivazionale: immagino, anzi, che la maggior parte di coloro che mi stanno leggendo la subiscano sulla propria pelle. Io non la applico, invece, con chi lavora con me. E chi lavora con me, me ne è grato (o almeno, di questo mi illudo). Preferisco motivare i collaboratori con la gratificazione e il riconoscimento, e se c’è da chiedere (come chiedo di continuo) di riscrivere una sceneggiatura o rifare dei disegni, giustifico con abbondanza di argomenti e vicinanza emotiva le mie richieste. Poi succede (come del resto succede a me stesso, nelle cose che scrivo io) che i risultati non siano ugualmente all’altezza delle aspettative, nonostante il tanto impegno. Ma certo, non sarà un parziale fallimento nel tentativo di dare il massimo, a farmi dimenticare tutto il bello e il buono dei precedenti anni di lavoro insieme, e il contributo dato da ognuno alla serie. Mi piacerebbe, certo, venire ripagato con la stessa moneta da chi deve valutare il mio, di contributo. Ma non lavoro per sentirmi dire “bravo” e sono abituato, dall’infanzia, alla mancanza di ringraziamenti. Mi basta sapere che faccio del mio meglio.


Però, è chiaro che le dinamiche psicologiche contano, e contano parecchio. Prima di aver bisogno anch’io del mio sostegno terapeutico, ricordo che mi meravigliavo nel sentir dire che non pochi dei miei colleghi andavano in terapia. Leggevo i romanzi di Sclavi e mi stupivo del fatto che se le etichette delle camicie gli davano noia, non le togliesse come facevo io e come, credevo, tutti fossero in grado di fare. Poi è venuto il mio turno: ho cominciato a essere incapace di cavarmela da solo, e affogavo (a causa dei problemi che mi portavo dentro) in ogni bicchiere d’acqua. Anche se ho smesso, da molto tempo, di frequentare il mitico dottor Temperani, qualche forma di autoanalisi me la devo pur concedere. Ed eccoci al dunque, al motivo cioè che mi ha portato a tutte queste riflessioni, insolite in questo spazio e apparentemente sconclusionate. Il punto è che mi sono messo a rileggere le ultime cose scritte, di getto, sul mio “coso” su Facebook. E con sorpresa ho scoperto che non si tratta di considerazioni qualunque, fatte pourparler (niente, in realtà, è fatto davvero pourparler, ma questo è un altro discorso). Che cosa ho scritto su FB? Ecco i testi.


4 gennaio. Un rapido calcolo di fine anno mi ha permesso di appurare che nel 2011 ho sceneggiato 892 tavole di Zagor. Sono tante? Sono poche? Poche di sicuro in confronto a Boselli ma anche contro quelle di Mignacco o di Vietti. Però ho anche curato, da solo, le 2182 tavole di Zagor mandate in edicola, risolvendo problemi in ogni vignetta. Ho tenuto unita e motivata la squadra, ho partecipato a decine di incontri in Italia e all'estero, ho organizzato mostre, ho allestito albetti, ho pubblicati libri, ho suggerito e promosso iniziative, ho scritto articoli, ho fatto conferenze, sono stato una sorta di pierre aziendale in molte circostanze, ho rilasciato interviste, ho tenuto i contatti con i lettori e i forumisti, ho portato avanti un blog con ben 131 elaboratissimi post. Ah già, e poi c'è anche il "coso".

5 gennaio. Qualche mese fa, ho proposto alle alte sfere di aprire un profilo Facebook ufficiale di Zagor. Incredibile ma vero, l'ho proposto io che non ho mai usato FB e che ho difficoltà persino a vedere un video su YouTube. Però, per mia abitudine, cerco sempre nuove idee e propongo, che so, di stampare materiale rimasto inedito, o di ricominciare con i Cico o di allegare poster o di curare un albetto speciale o di pensare a una rivista o di fare a colori gli almanacchi, eccetera eccetera. Quando qualche lettore mi chiede: "ma perché non fate...?'", io di solito ci ho già pensato e l'ho già proposto. Il novantanove virgola nove per cento delle mie proposte vengono bocciate e di solito giudicate prive di buon senso, il che - ne sono convinto - è vero. Ma l'entusiasmo mi trascina. L'idea del profilo ufficiale di Zagor è stata però ponderata e si è deciso di verificare, con i giusti tempi di riflessione e di studi di fattibilità, se si poteva creare un profilo collettivo di tutti gli eroi della Casa editrice, perché non stava bene che Zagor avesse qualcosa che gli altri non avevano, e poi c'era da capire chi avrebbe seguito l'iniziativa e quale taglio bisognasse dargli, e via dicendo. Non so se l'idea abbia avuto un seguito e qualcuno ci stia lavorando (non partecipo a nessuna riunione di quelle importanti e conto come il due di picche). Nell'attesa, prevedendo tempi lunghi, non mi sono perso d'animo e ho creato allora una pagina non ufficiale ma privata, il "coso" che state leggendo, appunto (così come quasi tutti gli autori, credo, hanno pagine simili). Mi auguro di stare fornendo comunque, sia pure a titolo personale e gratuito, un servizio ai lettori e alla Casa editrice (lo stesso mi illudo che accada con il blog: un mio sforzo da "dopolavoro"). E non mi attendo riconoscimenti di nessun tipo: mi basta la soddisfazione di aver creato qualcosa, almeno per i 334 pochi intimi dei "mi piace" di oggi.

Nel frattempo i “pochi intimi” sono diventati 336, per un bacino di 110.700 persone (gli amici degli amici). I contatti del blog sono quasi ventimila al mese (se siano tanti o pochi non lo so). Qual è la riflessione che ho fatto dopo aver riletto tutto ciò? Che è diventata questa, la mia forma di autoanalisi. Scrivere sul “coso” e sul “blog”. Immagino che abbia una funzione catartica. Mi serve per liberarmi di qualcosa che ho bisogno di dire, di spiegarmi meglio anche e soprattutto a beneficio di me stesso. Forse riesce anche a farmi dare qualche incoraggiamento e a farmi dire qualche grazie, cose di cui è così avara la vita, e avarissimo l’ambiente lavorativo.


lunedì 2 gennaio 2012

INDIANA TEX


Il numero 199 di Fumo di China, da qualche settimana in edicola, contiene un dossier dedicato a Sergio Bonelli. All'interno, articoli di Spiri, Brunoro, Cantarelli, Cuccolini e anche uno mio, intitolato "Gli scarabocchi di Nolitta". Da segnalare anche un ricordo di Graziano Romani. Ci sono però anche un paio di interventi di Stefano Priarone, tra cui uno dedicato ai film tratti dai fumetti bonelliani, a cominciare dai due turchi ispirati a Zagor di cui mi è capitato più volte di parlare anche su questo blog. Da lì, il collegamento di idee mi ha portato subito a ripensare alla più celebre tra le pellicole sugli eroi di via Buonarroti, ovvero “Tex e il Signore degli Abissi”.

E' opinione diffusa che l'unico motivo per cui valga la pena di vedere quel film sia per il cameo di Giovanni Luigi Bonelli che, nel prologo, compare nei panni di un vecchio stregone. Qualcuno si lamenta che fosse doppiato: sarebbe stato bello sentirlo parlare con la sua vera voce. Forse, invece, sarebbe stato meglio doppiare Giuliano Gemma, interprete (peraltro dignitoso) di Aquila della Notte. Secondo me, i commenti ipercritici sono troppo ingenerosi, soprattutto a distanza di tempo: resta pur sempre un film con un cast accettabile e una regia professionale (anche se da mestierante). Dopo aver visto quel che è successo con Dylan Dog c'è persino da tirare un sospiro di sollievo pensando che avrebbe potuto andare peggio. Tuttavia, resta il rimpianto di una occasione sprecata.

Stupisce la scelta del soggetto: un'avventura di Tex dalle sfumature fantastiche e raccontata per giunta alla maniera di Indiana Jones. La locandina francese del film sottolinea l'accostamento, che non sarebbe di per sé avvilente se non fosse che i fumetti di Aquila della Notte non hanno proprio niente a che vedere con i film del personaggio interpretato sul grande schermo da Harrison Ford. La cosa sa di artificioso e di posticcio, come gli scenari del film che sembrano una parodia delle scenografie di Spielberg e Lucas. E' un po' come se i produttori non credessero nel possibile successo di un western ben fatto e abbiano voluto investire piuttosto in una brutta copia delle tante pellicole "jonesiane" che hanno imperversato dopo il successo dei primi due episodi dell'archeologo con la frusta. In un mio saggio apparso sul volume della Motta "Tex, un eroe per amico", ho dedicato una lunga disamina anche al film di Tessari. La ripropongo qui di seguito, con qualche minimo aggiustamento.

Di "Tex e il Signore degli Abissi" scriveva Franco Fossati: “Di un film si parlava da tempo, ma Giovanni Luigi Bonelli si era sempre opposto ai vari progetti che di tanto in tanto gli venivano sottoposti. A un certo punto fondò addirittura una propria casa di produzione, che avrebbe dovuto occuparsi della cosa, ma poi non se ne fece mai nulla. Sembra che Charlton Heston e Jack Palance si fossero dichiarati disponibili a interpretare Tex e Kit Carson e che la stessa Warner Bros fosse interessata a un film sulle avventure di Tex. Finalmente, all’inizio degli anni Ottanta, Duccio Tessari (sceneggiatore di alcuni film di Sergio Leone e regista di spaghetti-western di un certo successo come Una pistola per Ringo e Il ritorno di Ringo) acquista, per conto di Rai 3, i diritti di riduzione cinematografica (si è parlato di 300 milioni)”.

Tra i nomi da aggiungere alla lista c’è anche quello di Roy Scheider che (secondo Gigi Vesigna) sarebbe stato interpellato da un produttore italiano mentre girava Il maratoneta. Pare che la Rai avesse addirittura commissionato un sondaggio per stabilire quale fosse l’interprete ideale. Risultato: Giuliano Gemma batte Paul Newman. C’è però un problema: Gemma non se la sente, sconsigliato dal suo agente (la testimonianza è di Massimo Moscati), oppure risulta impegnato (come sostiene Massimo Lastrucci). Allora, Tessari e la delegata Rai Gabriella Carosio interpellano Patrick Wayne, figlio del grande John. Il quale accetterebbe, ma si tratta comunque di una incognita vista la sua scarsa popolarità.

Improvvisamente, Giuliano Gemma si rende disponibile, rompendo ogni indugio. “Tex è una lettura che mi porto dentro dall’infanzia - dichiara l’attore - L’ho abbandonato vent’anni fa, ma riprendendolo adesso mi accorgo che non è poi molto cambiato. Assomiglia un po’ al personaggio che ho interpretato per il mio ultimo western, Sella d’argento, poca ironia, un uomo che tiene tutto dentro”. Le riprese possono iniziare. Del cast fa parte lo stesso Giovanni Luigi Bonelli, nei panni di un vecchio stregone che introduce la storia. Il set è in Spagna, a Tecisa, una località a pochi chilometri da Almeria.

A Massimo Lastrucci che lo intervista sul n° 3 di Ciak (luglio 1985), chiedendogli il perché di questa location, Tessari spiega: “Per due ottime ragioni. Da un lato il paesaggio è assai più simile a quello del confine texano-messicano che non l’Italia. E poi perché effettivamente qui si trovano delle professionalità che da noi non ci sono più: i cavalli da caduta, ad esempio, oppure gli stunt-man che sanno cadere da cavallo. Insomma, qui è rimasta la tradizione dello spaghetti-western”. Vale la pena di riportare altri passaggi dall’intervista. Il giornalista chiede quali accorgimenti siano stati adottati nel tradurre in immagini il fumetto. “Sto appunto cercando di usare nei limiti del possibile una tecnica da fumetti - risponde il regista - Raccontare a immagini fisse, con personaggi che quando parlano stanno fermi, con inquadrature che hanno assorbito le tecniche dei disegni da riproporre. Io cerco di frenarmi e condizionarmi per non mettere cose mie. Il mio sfogo ironico me lo sono trovato solo in Kit Carson, per il resto sono più realista del re”.

Una scelta discutibile, sia sulla carta che, a maggior ragione, visti i risultati. Il cinema e il fumetto sono medium diversi, ciascuno con propri codici espressivi. Il punto non è filmare come se si disegnasse o disegnare come se si filmasse, è tutt’altro: raccontare nel miglior modo possibile una storia. Chi fa cinema è bene che lo faccia in maniera cinematografica, chi fa fumetti ricorrendo alle tecniche fumettistiche. Quando si dice che il fumetto non ha potenzialità inferiori agli altri mezzi di comunicazione, basterebbe citare il film di Tessari per dimostrarlo. Eppure, Tex è un personaggio dal successo ormai cinquantennale, e la storia del Signore degli Abissi è un classico dei classici. Perché sul grande schermo il racconto non dà le stesse emozioni che garantisce sulla carta, considerando che si aggiungono sonoro e movimento? Appunto perché il fumetto gode di potenzialità proprie che gli permettono di sopravanzare, in alcuni casi, la magia del cinema.

Le immagini di un film, per quanto suggestive, sono più univoche di quelle disegnate, alle quali ogni lettore è chiamato ad aggiungere un quid di proprio, e dunque risultano più evocative. La breve apparizione del monaco rosso, impegnato a rimestare nel fango bollente in una caverna piena di fumo e crateri incandescenti, é molto più inquietante così come la disegna Letteri che come la filma Tessari. E quando, nel fumetto, il Signore degli Abissi scopre il suo cappuccio rivelando la faccia mostruosa (la scena più indimenticabile di tutta la storia, per quanto ne rappresenti soltanto un passaggio), il brivido é assicurato. Al cinema, fa soltanto ridere.



Proiettato nell’ambito della selezione giovani del Festival di Cinema di Venezia, Tex e il Signore degli Abissi viene accolto con freddezza e perplessità. “Costato almeno due miliardi, il film è di una irritante staticità”, commenta Fossati. E il denaro speso, va aggiunto, non si vede: i massi che rotolano sono palesemente di cartapesta. Il film si era avvalso delle scenografie di Massimo Antonello Geleng, autore di molti film fantastici e horror italiani, e degli effetti speciali dei fratelli Paolucci e di Paolo Ricci: senza mettere in dubbio la professionalità di questi tecnici, i risultati ottenuti nel loro specifico terreno d’azione sono deludenti. “La realizzazione è modesta sotto ogni aspetto. E Giuliano Gemma si rivela del tutto inadeguato”, scrive Pino Farinotti. “La fantasia figurativa è scarsa, la sceneggiatura sprovvista di veri intrecci ed invenzioni”, aggiunge Alberto Frassino.












Secondo Massimo Moscati, il regista “avrebbe fatto meglio a credere maggiormente al rilancio del western e a scegliere una storia di Tex dal taglio più classico e meno rischioso”. Nei progetti di Rai 3, il film avrebbe dovuto servire da trampolino di lancio per una serie di telefilm ma, visti i risultati, il progetto finì nel dimenticatoio. Intervistato da Domenico Denaro sul volume La Storia di Tex (1986, Arca Perduta), Giovanni Luigi Bonelli così si esprime: “Il mio giudizio sul film Tex e il Signore degli Abissi è negativo, per il fatto che il regista, invece di attenersi al mio copione, se ne è allontanato avvicinandosi così al filone degli spaghetti-western”. Un po’ più morbido il commento del figlio Sergio: “E’ indubbio che il passaggio dai comics al cinema, tranne pochissime eccezioni, abbia sempre lasciato con l’amaro in bocca il popolo dei fumettofili. Questa mia affermazione, del resto, trovò conferma quando Duccio Tessari, un regista che pure aveva al suo attivo molte interessanti prove, si attirò i fulmini di critici e spettatori avventurandosi in una versione cinematografica di Tex che, pur non essendo un capolavoro, a mio giudizio non era certo peggiore di tanti western italiani accolti con maggiore favore “ (dal volume di Carlo Scaringi Fumetti di Cinema, 1996, Bariletti Editori).

Va detto comunque che la pellicola, pur criticabile e abbondantemente criticata, non è stata un flop. Al botteghino ha ripagato i produttori e ha avuto molte versione estere. La casa editrice di Sergio Bonelli, in quanto tale, non ebbe ruolo alcuno nella sua realizzazione: i diritti furono gestiti in prima persona dal creatore del personaggio, Bonelli senior. Tuttavia, proprio il fumetto sembra aver beneficiato dell’opera di Tessari. Nel dicembre 1985, infatti, in concomitanza con l’uscita nelle sale del film, viene varata in edicola la collana TuttoTex, destinata a riproporre l’intera saga texiana a partire dalle primissime avventure. “Questo 1985 è l’anno d’oro di Tex. - scrive Sergio Bonelli nel presentare la riedizione - Non c’è quotidiano o rivista che non gli abbia dedicato lunghi articoli, e il nostro ranger è ormai di casa al cinema. Il mese scorso è uscito, con un albo speciale tutto a colori, il numero 300. Un traguardo che nessuna pubblicazione di questo tipo può vantarsi di aver tagliato”.

Già con il numero 32, datato giugno 1988, TuttoTex passa da mensile a quindicinale, forte di una vendita di oltre 120.000 copie a numero. E anche la serie regolare, pur restando rigidamente mensile (i ritmi di produzione non permetterebbero una riduzione della periodicità), pare abbia ottenuto un notevole incremento di vendite grazie al battage conseguente alla promozione del film. Il western languiva, Tex Willer acquistava nuovo vigore.

domenica 1 gennaio 2012

UN CULO NUDO NEL TITOLO

Ho controllato, per pura curiosità, quali sono stati gli articoli di questo blog più cliccati. Tra i primi dieci ci sono “Nudo di donna”, “Meglio nudo”, “Il tuo culo e il tuo cuore” e “La borsa della spesa”. Ci ho riflettuto su. Evidentemente le parole “nudo” e “culo” attirano i click. Se mettessi più spesso un culo nudo nel titolo, aumenterei a dismisura le visite. Ma “La borsa della spesa”, che c’entra? Mi clicco da solo e vado a vedere. Apparentemente, si tratta soltanto di alcuni miei consigli per gli acquisti in fumetteria. Ma, in apertura, ho paragonato la mia abitudine a leggere fumetti anche dopo otto ore trascorse in redazione a correggere, o a scrivere, tavole di Zagor, a Rocco Siffredi che, al termine di una giornata sul set, torna a casa e fa l’amore con la moglie, Rosa Caracciolo. A commento del pezzo, c’era appunto una foto della coppia. Ecco, suppongo che centinaia di click derivino da gente che ha fatto una ricerca su Google cercando immagini dei due.

Al di là dell’aneddoto, mi pare evidente che quando Rocco compariva in TV facendo la pubblicità ad "Amica Chips" e sosteneva che “la patatina tira”, aveva proprio ragione. Il che non mi dispiace, sia chiaro. Mi dispiace piuttosto la prospettiva opposta, ovvero che cominci a tirare meno: lo vedo dallo spam. Una volta mi arrivavano mail che mi proponevano di visitare siti hard oppure comprare viagra o apparecchi per aumentare le dimensioni del pene (trovavo offensiva non tanto la proposta, quanto l’idea che pensassero che ne avessi bisogno); oggi invece mi si offrono bonus per entrare nei casinò on-line. Forse rovina meno le famiglie il porno, a pensarci bene.

A questo punto, però, dato che è venuta fuori la fatidica parola, ci potremmo chiedere quale sia la differenza fra pornografia ed erotismo. “La pornografia è l’erotismo degli altri”, risponde l’illustratore Leone Frollo (che di erotismo e di pornografia se ne intende). Infatti, chiunque realizzi disegni, foto, film o testi che si cimentano con il mistero dell’energia divina e ancestrale scatenata dalle pulsioni sessuali trova quasi sempre disdicevole definire “porno” i propri lavori, e cerca di solito di nobilitarli etichettandoli come “erotici”. I pornografi, insomma, sono sempre gli altri. “Pornografia”, nell’accezione più superficiale (e pertanto più diffusa) del termine, è infatti sinonimo di volgarità, trivialità e bassezza. Tutto il contrario dell’Arte, che viceversa è nobile, raffinata, elevata. Dunque, apparentemente, non può essere data raffigurazione pornografica che sia anche artistica.

Normalmente si tende a definire “pornografica” una rappresentazione di un atto sessuale (scritta, disegnata, filmata, fotografata, rappresentata) in cui l'atto stesso sia visibile in maniera chiara e ostentata; invece sarebbero “erotiche” quelle immagini o quelle scene o quelle descrizioni di atti sessuali o di corpi nudi in cui l'oggetto della rappresentazione è velato e si lascia intuire più che vedere. Il che, a conti fatti, non dice nulla, in verità, sulla “nobiltà” della rappresentazione medesima. Ci possono essere immagini cosiddette “pornografiche” in cui si vede tutto, realizzate con tecnica sopraffina, e immagini cosiddette “erotiche” scadenti e dozzinali. La raffinatezza di un’immagine non dipende dal fatto che si tratti di rappresentazioni hard oppure soft, "pornografiche" o "erotiche", ma da un altro, semplicissimo fatto: che siano belle oppure brutte, fatte bene oppure fatte male. E questo è tutto, come diceva Oscar Wilde parlando dei libri che non andrebbero mai divisi fra morali o immorali, ma fra scritti bene o scritti male, punto e basta. Sempre secondo il sentire comune, però, esistono forme di erotismo che possono essere artistiche. L’erotismo gode di buona stampa, la pornografia no.

In realtà il distinguo dovrebbe essere etimologico. "Erotico" viene da eros, e dunque si riferisce a tutto ciò che concerne la sfera amorosa e sessuale (con amore e sesso ricondotti a un unicum indissolubile); pornografico deriva invece da porné, in greco "meretrice", e dunque più specificamente riguarda la rappresentazione dell'atto sessuale in quanto tale. Ergo, l'erotismo ha un'accezione più vasta, la pornografia è un settore dell'erotismo, quello più spinto ed estremo. Se una foto hard è fatta come se dovesse comparire su un trattato di anatomia, e dunque non è eccitante perché manca dell’indispensabile spezia della malizia, allora è fatta male poiché lo scopo delle foto è quello di dare un brivido. Ma se una foto hard è fatta in modo “artistico”, ed eccita, allora è fatta bene. In campo artistico la grandezza di un autore si riconosce da come (con quale padronanza delle tecniche e con quale felicità di idee) e quanto (in che misura) riesce a suscitare emozioni nei fruitori della sua opera. Certo, conta molto anche la sensibilità del fruitore, ma questo è un problema che riguarda ogni forma d’arte e di comunicazione. S’intende che il giudizio attendibile dev’essere dato da un fruitore competente. La pornografia è un semplicemente un settore, il più estremo, dell'erotismo, e non si possono escludere a priori le valenze artistiche del porno come prodotto d'autore.

Il Grande Dizionario della Lingua Italiana Moderna (Garzanti.) definendo l'aggettivo "erotico" dà tre accezioni. La prima: che si riferisce all'amore sensuale (è appunto la definizione più legata all'etimologia primaria, cioè alla derivazione da eros). La seconda: che tratta di argomenti amorosi (di nuovo, Eros ma come dio dell'Amore). La terza: che eccita i sensi, afrodisiaco. Accogliamo la terza accezione come la più calzante a proposito di libri, film, foto, spettacoli, rappresentazioni, arte in generale. Dunque se erotico vuol dire eccitante, possiamo stabilire che il porno, sottocategoria dell'erotico, a priori non lo sia? O che addirittura, la pornografia sia del tutto scollegata dall'erotismo? Evidentemente no. Il porno sta all'erotismo come il cyberpunk alla fantascienza. O come il thriller sta al giallo.

Lo stesso Dizionario definisce la pornografia come "raffigurazione o trattazione di immagini o soggetti di argomento e di carattere erotico e ritenuti osceni o comunque eccedenti i limiti imposti alla morale o dalle consuetudini correnti". Va notato come il compilatore inserisca la pornografia nell'ambito dell'erotismo, e non escluda gli intenti artistici: dice soltanto che la rappresentazione eccede i limiti delle consuetudini. Ma l’"osceno" è un registro espressivo. Verlaine è osceno, ma non per questo non è un artista. Non è giusto ritenere volgare una frase o una foto “solo” perché rappresenta un pene in erezione o una penetrazione anale. Il pene in erezione è qualcosa di "rappresentabile"? Sì. Dunque può essere "rappresentato" bene o male, come qualunque altro soggetto, e rappresentarlo è pornografia perché eccede i limiti del comune senso del pudore, ma la rappresentazione può essere geniale o deprimente senza che nessun pregiudizio possa stabilirlo a priori. Pornografico non è antitetico rispetto ad artistico. Una cosa può essere artistica e pornografica allo stesso tempo. L'unica antitesi possibile è fra una cosa fatta bene e una cosa fatta male, proprio come riteneva Wilde.

Alcuni anni fa mi colpì molto un saggio, pubblicato in Italia nel 1995 da Castelvecchi, intitolato “Difesa della pornografia”. A scriverlo infatti non era soltanto una donna, ma Nadine Strossen, femminista militante e insegnante di Diritto Costituzionale alla New York University, autorevole studiosa dei problemi legati alla libertà di opinione e di parola. La tesi di fondo dell’autrice era, in soldoni, che la censura, di qualunque tipo, è stata (e continua a essere) il primo strumento di repressione antifemminile.

A ripensarci oggi, mi viene da sorridere riflettendo su un aspetto alquanto singolare della questione: abbiamo assistito negli ultimi mesi a vivaci campagne, incredibilmente di marchio progressista, contro il cosiddetto “sfruttamento” del corpo femminile al punto che mostrare un gluteo al vento su un cartello pubblicitario o in un balletto televisivo sembrava, anziché un omaggio, un insulto alla femminilità. Dunque, la difesa della pornografia pare essere una battaglia di destra. Negli anni Sessanta, invece, la generazione dei "Porci con le ali" si considerava di sinistra, e a destra stavano i reazionari, i censori, i moralisti. Io, che ho sempre trovate ridicole le distinzioni ideologiche sostengo che gli anti-pornografi sono i veri reazionari e gli anti-anti-pornografi sono progressisti. Scrivo anti-anti-pornografi perché non si tratta di essere a favore della pornografia considerandola un valore assoluto. Si tratta di essere contro coloro che vogliono impedire a chi lo desideri di fruire della pornografia. Secondo la Strossen, la censura che molte veterofemministe ideologicizzate vorrebbero imporre sulla pornografia (come su moltissime altre forme di espressività) è di per sè stessa fautrice di un ordine costituito che salvaguardia il vecchio, mentre la libertà porta avanti il nuovo. "Difendere in ogni sua forma la libertà di parola è un compito che va di pari passo con la battaglia per la libertà d'azione e di espressione delle donne", spiega l'editore italiano in quarta di copertina, sintetizzando il punto di vista della scrittrice.

Gli argomenti portati dalla Strossen a difesa della pornografia sono tutti condivisibili e inoppugnabili. Si parte dal concetto che la libertà di espressione, e di fruizione di quella espressione, sono intangibili; ma poi si arriva a sostenere, giustamente, che la pornografia (ovviamente quella fatta e fruita da adulti consenzienti) non è di per sé stessa né malvagia, né controproducente, né deleteria. Non provoca stupri e violenze ma anzi in gran parte li esorcizza, li distrae. Come disse una volta Rocco Siffredi di non so più quale presidente guerrafondaio: se gli avessero dato un po’ dei film da guardare, si sarebbe rilassato e avrebbe sganciato meno bombe. La Strossen continua dicendo che la pornografia non strumentalizza le donne in quanto sia chi si presta a foto e film porno, sia chi ne fruisce (il 40 per cento del pubblico, in America, è femminile), è consenziente e soddisfatto. Inoltre, la pornografia soddisfa bisogni inespressi, ed è per molta gente (incapace di altri contatti, o handicappata) l'unico modo per vivere una forma di sessualità. La Strossen nota inoltre che la pornografia è un concetto dai confini assai indeterminati, per cui ammettendo la censura si potrebbe porre il veto a certe statue greche nude, o alla stessa Bibbia che è piena zeppa di violenza sulle donne. Argomento, questo, molto interessante su cui potremmo ritornare.