martedì 18 gennaio 2011

LA BANDA AEREA

E' in edicola da alcuni giorni "La banda aerea", il quindicesimo Maxi Zagor (il decimo contenente storie a mia firma: l'ultimo era stato "L'uomo nel mirino", uscito nello scorso luglio).
Il voluminoso albo conta 286 tavole disegnate da Domenico e Stefano Di Vitto, qui alla loro prima prova zagoriana, ed è per molti aspetti un episodio davvero singolare.
Già la bella copertina di Gallieno Ferri avrà stupito qualcuno per la presenza di oggetti volanti non identificati simili ad aerei. Del resto, se in passato tutti sono stati ben contenti di vedere robot giganteschi e astronavi aliene sulle cover di Zagor, nessuno potrà contestare dei semplici biplani (che però semplici biplani, in realtà, non sono).
Insomma, sulle pagine dello Spirito con la Scure hanno da sempre piena cittadinanza diavolerie di questo tipo, e questo dai tempi di Nolitta che oltre a Titan e a un sommergibile chiamato Squalus è anche l'ideatore del Barone Icaro La Plume, un costruttore di macchine preposte al volo.

In secondo luogo, fra i personaggi a cui Bonelli si è ispirato per assemblare Zagor, oltre all'evidente input ricevuto da Tarzan, c'è senza dubbio l'Ombra che Cammina, ovvero The Phantom, l'Uomo Mascherato. E una fra le primissime avventure dell'eroe in calzamaglia viola è appunto intitolata "La banda aerea", in cui compare una gang di piratesse del cielo, tanto belle quanto pericolose. Anche se la mia storia è del tutto diversa, la suggestione offerta dal titolo rimane e soprattutto serve a ricordare come l'eroe di Darkwood faccia parte, al pari di quello del Bengala, del grande regno dell'avventura aperta alle infinite possibilità della fantasia. Peraltro, uno degli scrittori simbolo della letteratura d'avventura è Jules Verne, senz'altro centro di gravità permanente dell'universo bonelliano, autore di ben due romanzi, "Robur il Conquistatore" e "Il padrone del mondo", in cui tratta di macchine volanti e di un pazzo che vuole conquistare la Terra. Peraltro, la discussione fra i fautori delle macchine volanti più leggere o più pesanti dell'aria a cui si assiste all'inizio de "La banda aerea" ricalca un dibattito realmente in corso negli anni di Verne, di cui lo scrittore francese dà eco proprio nelle pagine del primo dei due romanzi. La nave volante di Robur, la stessa immaginata nell'illustrazione più in basso, si chiama "Albatros", e non a caso io ho dato lo stesso nome a uno dei volivoli del mio super-cattivo Mister Rope.

Dunque, fin dal primo momento in cui ho iniziato a scrivere la sceneggiatura del Maxi affidato ai fratelli Di Vitto mi sono preparato ad affronta re ogni genere di critiche, essendo comunque sicuro che fra le tante eventuali accuse che mi si sarebbero potute rivolgere, sicuramente infondata sarebbe stata quella di essere andato fuori tema o di non aver rispettato l'ortodossia zagoriana.

Peraltro, nessuno potrebbe ragionevolmente accusare di scarsa plausibilità scientifica o anacronismi tecnologici una storia che giunge dopo cinquant'anni in cui si sono visti animali mutanti, missili teleguidati, armi batteriologiche, uomini invisibili, aquile addomesticate, creature delle acque morte, uomini alati e chi più ne ha più ne metta. Insomma se c'è una serie dove una storia come "La banda aerea" ha piena cittadinanza, quella è Zagor, aperta da sempre a ogni contaminazione fra i generi.


Peraltro, il mio sforzo costante (spero si sia capito, dopo vent'anni) è quello di esplorare sempre nuove strade cercando di trovare spunti che, nonostante le centinaia e centinaia di storie già scritte, siano il più possibile originali all'interno della cinquantennale collana. Sarebbe comunque davvero ingeneroso il detrattore che volesse accusare di voli pindarici nell'implausibilità proprio me, cioè colui che più di ogni altro ha portato lo Spirito con la Scure a contatto con la realtà storica dei suoi tempi, facendogli incontrare, in contesti ben documentati, personaggi come il presidente Jackson, il filosofo Tocqueville, il cherokee Sequoya.

Un altro motivo che mi ha spinto a realizzare proprio questa storia era la possibilità che mi si offriva di far esordire sulle pagine di Zagor due veterani del fumetto italiano come Stefano e Domenico di Vitto (i quali si sono voluti raffigurare proprio nelle prime tavole fra il pubblico che assiste alla conferenza di Icaro La Plume). I due fratelli abruzzesi venivano da più di vent'anni di storie di Mister No: quale miglior racconto avrei potuto scrivere per loro, di uno in cui idealmente proprio Jerry Drake e l'eroe di Darkwood si passavano il testimone? Alcune sequenze in cui Zagor indossa un giubbotto nero o pilota una specie di Piper sono stare sceneggiate apposta per creare un corto circuito fra i due personaggi.


Ma c'è qualcosa di più, qualcosa di estremamente singolare. Da qui in poi sarà meglio che chi non vuole avere anticipazioni troppo puntuali dovendo ancora leggere la storia, provveda a leggerla prima di continuare. "La banda aerea" arriva in edicola nel gennaio 2011 dopo essere entrata in lavorazione all'inizio dell'autunno del 2008. Venerdì 10 ottobre di quell'anno, infatti, scrissi un annuncio in rete, per la precisione nel mio "filo diretto" ospitato in un forum dedicato a Zagor.
Il mio messaggio diceva così: "Approfitto di questo spazio per una richiesta di aiuto, una consulenza che mi serve per mettere a punto un nuovo soggetto zagoriano a cui sto lavorando. Mi serve poter rivolgere qualche semplice domanda a qualcuno che sappia di fisica, intesa come scienza delle forze, dei vettori, della gravità, delle interazioni fra particelle, delle leggi della gravitazione universale, di principi di aeronautica. Direi qualcuno che studia (o ha studiato) fisica a livello universitario. Se c'è chi può farmi da consulente via mail (unica ricompensa: la citazione con adattamento di nome e volto nella storia), mi farà piacere essere contattato".

Il giorno successivo, ho ricevuto una mail dal più referenziato consulente che potessi immaginare: un lettore di Zagor chiamato Christian Corda, fisico della gravitazione (che sarebbe una via di mezzo tra fisico teorico, matematico e astrofisico), autore di prestigiose pubblicazioni a livello mondiale e ricercatore di fama internazionale (lo vedete qui accanto). Per quanto si tratti di un luminare, ci siamo subito dati del tu e io ho provveduto a fargli avere, in privato, una dettagliata serie di domande riguardanti la storia che già avevo in mente. Pubblico qui la mail che gli ho mandato, per farvi capire come stessi cercando di dare un fondamento anche scientifico (almeno un'infarinatura) al mio progetto.

"Vengo subito al dunque, sperando di non rubarti troppo tempo. Quel che ti scriverò, ovviamente, deve rimanere fra noi! Probabilmente tutto ti sembrerà una gran cazzata, e in effetti lo è, ma sono abbastanza certo che la mezza idea che ho in mente, se confezionata nel modo giusto, potrebbe anche funzionare. Se poi, anche dopo aver sentito il tuo parere, capirò che non si va da nessuna parte, rinuncerò a tutto o a parte del progetto. Sto pensando, proprio in questi giorni, a una storia di Zagor intitolata 'Alla ricerca di Icaro La Plume'. Ora, è chiaro che se la storia verrà realizzata sarà un'opera di fantasia nella tradizione zagoriana, senza nessuna pretesa di fondamento scientifico (così come non può esserci fondamento nelle magie che si vedono in molti racconti, nelle invenzioni di Hellingen o nelle macchine volanti, appunto, di Icaro La Plume). Però, dando per scontato un presupposto fantastico senza spiegazioni possibili dal punto di vista della leggi della fisica, mi piacerebbe che gli effetti pratici fossero almeno plausibili.


Per farmi capire meglio, ti richiamo alla memoria una illustrazione di Claudio Villa che fa da copertina a un libretto allegato a uno dei primi Zagor Speciali, quello dedicato alle terre immaginarie. In quella copertina, Villa ha disegnato Zagor che vede una specie di "isola" nel cielo, una enorme roccia volante, sospesa in aria. Bene: immaginiamo che un fenomeno inspiegabile (e questo non c'è bisogno di spiegarlo, a meno che tu non mi suggerisca delle ipotesi fantascientifiche che lo spieghino) renda una enorme roccia, composta di chissà quale minerale, dotata di una misteriosa forma di 'antigravità'.
Se un frammento di quella roccia (un sasso, per esempio) viene lasciato libero di cadere, anziché cadere verso il basso, cade verso l'alto. O meglio: non è che ci sia qualcosa che lo attiri in alto, o che lo respinga dal basso, semplicemente il minerale non è sottoposto alla gravità terrestre.

E qui già mi viene in mente la prima domanda: secondo te, che fa? Sale lentamente? Schizza in aria come un proietile? Schizza di lato perché resta fermo nello spazio mentre la Terra gira su sè stessa o attorno al Sole? Ma immaginiamo che il sasso dotato della proprietà antigravitazionale galleggi in aria e tenda a salire più o meno lentamente (se mai è possibile immaginare che così accada): se io lo imbriglio in qualche modo, legandoci una macchina volante, il sasso tira su anche la macchina? E quanto peso può sollevare? Cioè: il sasso senza gravità solleva solo un corpo pari alla sua massa e viene trattenuto da pesi di massa maggiore? Immaginiamo adesso che la grande roccia antigravitazionale sia inglobata nella roccia 'normale' di una montagna, e immaginiamo che qualcuno riesca, con dell'esplosivo, a far staccare dalla montagna un pezzo contenente la roccia antigravitazionale più tanta roccia normale quanto basta a far sollevare il cielo un' 'isola' come quella del disegno di Villa.

Quell'isola lì, se si stacca, continua a salire indefinitivamente o può restare sospesa a mezz'aria come in un quadro di Magritte? Magari dopo il "decollo" può essere tolta parte del minerale senza gravità per fermare l'ascesa. Ma se resta a mezz'aria, è sottoposta ai venti? Chiedo questo perché, per esempio, un elicottero in circostanze normali resta fermo sullo stesso punto, e se non c'è una vera e propria tempesta, non è che ogni brezza lo muove: la mia 'isola' galleggiante nell'aria potrebbe avere una massa sufficiente a opporsi ai venti e a restare ferma lì dov'è, oppure essendo senza peso basta un refolo d'aria per farla spostare come una piuma? E se è un masso enorme, resta in equilibrio (alto/basso) o si ribalta?Si può pensare che se c'è qualcuno sopra, un ribaltamento non lo faccia cadere? Si deve stare attenti a come si muove sopra, oppure essendo abbastanza grande, resta stabile? Supponiamo adesso che frammenti della roccia antigravitazionale vengano usati per sollevare in volo dei velivoli, tipo macchine volanti. Immaginiamo che le macchine volanti abbiano delle eliche per gli spostamenti in avanti (l'elica serve a spingere non a sollevare). Come si fa ad alzarsi e abbassarsi? Bene, per il momento le domande sono queste. Le prossime, te le farò sulla base delle tue risposte, se riterrai di dovermene dare!".
Sottolineo due cose: primo, come l'idea della montagna che galleggia nel cielo mi sia venuta guardando l'illustrazione del librino che fa da copertina al librino "Le terre immaginarie" allegate al terzo Zagor Speciale, "La città sopra il mondo" (dove comunque non c'è nessuna pietra volante per aria) e cercando di giustificare quell'affascinante disegno come se ci fosse davvero una storia in cui compare una scena simile; secondo, come all'epoca del mio soggetto non fosse pubblica (che io sapessi) nessuna immagine del film Avatar. Dunque, i terrestri che vanno su Pandora per scavare un minerale con proprietà antigravitazionali che fa galleggiare in cielo delle montagne volanti non mi hanno ispirato per non concomitanza dei tempi. Successivamente all'uscita del film, io e i Di Vitto ci siamo detti: adesso tutti crederanno che abbiamo copiato Avatar. Cosa che non è. Però, almeno, James Cameron ci ha evitato un eccesso di critiche sull'eccessività della nostra immaginazione: la roccia zero-gravity è stata sdoganata prima che uscisse "La banda aerea".

Christian Corda non solo mi ha risposto a stretto giro di posta, ma è cominciato uno scambio di corrispondenza in cui vari aspetti della mia idea sono stati approfonditi e sviscerati. Per dare un'idea, ecco un estratto da una delle lettere del mio illustre consulente (pubblicato con il suo permesso):
"Lasciami dire che la tua idea di 'antigravità' è attualissima. La Relatività Generale da sola non è in grado di spiegare l'espansione dell'Universo (se la gravità è attrattiva, come mai l'Universo si espande?), tanto che molti scientists ritengono che essa debba esser modificata per tener conto di una forza repulsiva su vasta scala.

Passando ai dettagli delle tue domande, si potrebbe supporre che la tua misteriosa roccia sia composta da materia "esotica" tale da invertire il campo gravitazionale, le stesse equazioni di Einstein ammettono, in linea teorica, qualcosa di simile, anche se il fenomeno non è mai stato osservato sulla Terra, mentre qualcuno sostiene che nello spazio potrebbe spiegare il celebre fenomeno della Materia Oscura (le velocità delle stelle in periferia nella galassia sono troppo elevate per esser giustificate dalla Relatività Generale 'standard').


Relativamente alle possibilità da te elencate, ossia se un sasso fatto con tale materia sale lentamente o schizza in aria come un proiettile o schizza di lato perché resta fermo nello spazio mentre la Terra gira su sé stessa o attorno al Sole, la terza é da escludere perché il sasso verrebbe comunque 'trascinato' dalla Terra attorno al Sole, a meno che non si voglia ipotizzare che il sasso, oltre ad invertire il campo gravitazionale della Terra, inverta anche quello del Sole (in tal caso ruoterebbe intorno al sole in senso opposto alla Terra, ma il discorso risulterebbe complicatissimo). Per gli altri due casi, ciò dipende se, oltre a invertire il campo gravitazionale, la 'roccia esotica' ne altera anche il modulo, ossia il suo valore assoluto. Nel caso non lo alteri, questo sasso schizza in aria come un proiettile con la stessa accelerazione con cui un sasso normale cadrebbe verso terra, e gli dovresti legare una massa pari alla sua per tenerlo fermo a mezz'aria, se invece ne diminuisce il modulo, il sasso può salire più o meno lentamente,a seconda del valore di tale diminuzione. Dunque, immaginando che il sasso dotato della proprietà antigravitazionale galleggi in aria e tenda a salire più o meno lentamente, stiamo assumendo che la materia di cui è fatto abbia la proprietà di diminuire il valore del campo gravitazionale oltre a invertirlo. In questo caso, potremo attaccargli solo corpi molto minori della sua massa, in quanto, già attaccandone uno della stessa massa, il maggior modulo dell'accelerazione gravitazionale lo rimanderebbe giù. L' idea del grosso inglobamento nella roccia 'normale' però ti permette di giocarci sopra.

Ad esempio, assumendo che la roccia esotica solamente inverta il campo gravitazionale, se ci inglobiamo una quantità di massa esattamente pari di roccia normale, allora l'inglobamento totale resterebbe fisso per aria (e si tratterebbe di un equilibrio stabile come quello di un elicottero, cioè il vento lo può strattonare, ma la forza di gravità combinata a quella repulsiva lo terrebbero sostanzialmente in equilibrio). Togliendo della roccia normale si potrebbe fare in modo di far riprendere l'ascesa in maniera più o meno veloce, mentre togliendo roccia 'esotica' si può ridurre l'ascesa sino a bloccarlo nuovamente. Poiché l'equilibrio è stabile, un ribaltamento può esserci solo per una causa esterna, e una persona che ci sta sopra in questo caso cadrebbe. Non è necessario stare attenti a come si muove sopra, proprio perché, essendo abbastanza grande, resta stabile (come se fossimo su un aereo). Se supponiamo che frammenti della roccia antigravitazionale vengano usati per sollevare in volo dei velivoli, tipo macchine volanti e immaginiamo che le macchine volanti abbiano delle eliche per gli spostamenti in avanti l'unico modo per ad alzarsi e abbassarsi è continuare a giocare con la quantità totale di roccia, cioè si parte con una quantità di roccia maggiore rispetto alla massa della macchina per partire con l'ascensione, ci si libera di roccia sino a raggiungere la stessa massa della macchina quando si vuol volare orizzontalmente e ci si libera ulteriormente di roccia per ridiscendere. Per poter risalire verso l'alto dopo il primo volo orizzontale, bisognerebbe liberarsi di parte del peso della macchina (il principio è lo stesso dei dirigibili, quindi è meglio portarsi dietro della zavorra!), e lo stesso se si vuol regolare la discesa".

Bene, avrete capito, adesso, perché il cattivo de "La banda aerea" si chiami Mister Rope, cioè Signor Corda. E avrete capito anche perché i Di Vitto abbiano dato al villain proprio il volto (incarognito) dell'ottimo Christian che, su mia richiesta, mi ha inviato una serie di suoi primi piani per poter essere trasformato nel cattivone (gli stessi che poi mi ha autorizzato a pubblicare, e tra i quali ho scelto i due scatti che vedete poco sopra). Ovviamente, il mio consulente non è responsabile delle castronerie scientifiche che poi io, di mia iniziativa e al servizio dell'avventura, ho infilato nella storia. Ma ha il merito di tutto ciò che di anche soltanto leggermente plausibile vi si può trovare. Grazie, prof!







venerdì 14 gennaio 2011

DI MAGNUS E DI BUNKER

Una recente discussione su una mailing list a cui sono iscritto ha riguardato l'annosa questione dell'ira funesta del pelide Max Bunker contro Sergio Bonelli, rinfocolata (anche se, per quel che so, unilateralmente) da un nuovo intervento di Secchi sull'ultimo Alan Ford. Qualche mese fa, a un precedente attacco bunkeriano aveva fatto seguito una risposta pubblicata in rete da Maria Grazia Perini, della quale mi sono già occupato in un mio post, limitatamente a una piccola questione che mi tirava in ballo (nella foto più in basso si vedono Piffarerio, Bunker, Magnus e la Perini al Salone dell'Umorismo di Bordighera negli anni Settanta, in quella qui accanto Secchi e Raviola nel 1967: le immagini sono tratte dal volume della Glittering Images dedicato a Magnus la cui cover è riprodotta più avanti).
Della faccenda, peraltro, mi capita spesso di sentirmi chiedere, sia in pubblico che in privato, venendo ritenuto persona informata sui fatti (cosa che in realtà non sono, o almeno non lo sono più di molti altri che leggono o sentono dire). Una delle domande che più spesso mi fanno è se io mi senta in "imbarazzo" dato che, pur lavorando in casa Bonelli, sono anche da più di un anno l'autore delle introduzioni e delle postfazioni della collana mondadoriana Alan Ford Story.

A titolo di esempio, ecco che cosa scrive Nico-Te-Nay, un frequentatore del forum zagoriano SCLS nel "filo diretto" a me dedicato: "Ciao Moreno, sto per porti una domanda sicuramente scomoda, quindi puoi anche mandarmi a quel paese e non rispondermi. Oggi sfogliando le ristampe di Alan Ford, mentre leggevo la tua prefazione, mi è venuto in mente che ovviamente devi conoscere Max Bunker. Pensando alle ultime uscite di quest'ultimo riferite a Bonelli, mi sono domandato come deve essere 'collaborare', sempre che sia così, con tutti e due, e se puoi darci delucidazioni sulla cosa. Non sto chiedendo informazioni personali o gossippate, solo mi piacerebbe capire di più la situazione".

Ovviamente, non ho avuto nessun problema a rispondere a stretto giro di posta (come non ne avrò nel proseguire la conversazione approfondendo più sotto l'argomento). Ecco che cosa ho scritto: "Il mio primo incontro con Max Bunker risale al 1989, dunque lo conosco da vent'anni (di persona, intendo - come lettore, da quasi quaranta!). I miei rapporti con Bonelli sono, ovviamente, non solo più antichi (la prima stretta di mano è avvenuta nel 1987, ma per lettera e per telefono eravamo in contatto da molto tempo), ma anche più stretti, dato che fra noi c'è un rapporto professionale diretto e una continua frequentazione quasi quotidiana sul luogo di lavoro. Posso dire di essere in buoni rapporti con entrambi, e ne sono felice perché tutti e due, con i loro fumetti, hanno segnato e arricchito la mia vita. Ovviamente ho letto, probabilmente più in ritardo di altri, ciò che Bunker ha scritto nella posta di Alan Ford a cui tu fai riferimento. Sono anche a conoscenza di altre punzecchiature fatte in precedenza, e probabilmente ci saranno altri episodi che non conosco in cui la cosa si sarà ripetuta. Ne sono dispiaciuto e, come tutti, mi interrogo sull'accaduto. Ognuno ha il suo carattere, e a tutti abbiamo, in certe occasioni, lati spigolosi e sassolini nelle scarpe. Tutti conosciamo, inoltre, personaggi più estrosi di altri di cui magari non condividiamo gli eccessi, che riusciamo a perdonargli soltanto compensandoli con altri aspetti positivi della loro compagnia. Ovviamente, a ogni azione corrisponde una reazione, per cui ciò che viene detto e fatto ha una conseguenza, in ogni circostanza della vita. Credo che quanto è successo (e non è certo un fulmine a ciel sereno) riguardi la sfera privata di Bunker, nella quale, com'è logico, non voglio entrare. Non dimentichiamoci che Secchi è un autore satirico, abituato a provocare, a creare scandalo; d'altro canto, per fortuna, Bonelli è altrettanto abituato a un signorile fair play per cui immagino (e fortemente spero) che tutto si esaurisca qui. In ogni caso, la mia collaborazione (che mi riempie di soddisfazioni) con Alan Ford Story è una collaborazione con la Mondadori, per la quale scrivo, nella mia veste di competente in materia, commenti a un classico del fumetto riguardo a storie degli anni Settanta, e dunque non mi sento in particolare imbarazzo. E' evidente che io non c'entro nulla. Del resto, prima di iniziare a vestire i panni del chiosatore mondadoriano ho informato Sergio che mi ha detto che non c'erano problemi, e anzi ha aggiunto: 'Se diventerai famoso, ne saremo tutti contenti'".

Tutto ciò è stato scritto prima dell'ultimo intervento di Secchi. Ora, io figuro (con mia stessa sorpresa) nell'elenco dei dieci sceneggiatori più pubblicati dalla Bonelli in tutta la sua storia, e sono stato anche il quarto nella classifica del 2010. Sono un aziendalista convinto, come dimostra la stessa grafica di questo blog, e un collaboratore con oltre vent'anni di attività bonelliana alle spalle. Ho scritto decine e decine di articoli e libri sulla produzione di via Buonarroti, là dove lavoro anche come interno da più di un decennio. Più che "imbarazzato" sono dispiaciuto della situazione. In ogni caso, dopo aver scambiato qualche commento in redazione, la cosa è finita lì.
Mi pare non ci possano essere dubbi sul fatto che le considerazioni bunkeriane su Sergio siano frutto di un risentimento personale e non possano interessare chi considera il fumetto un argomento, divertente ma serio, di dibattito culturale. E' proprio questo l'atteggiamento che ho scrivendo i miei pezzi per Alan Ford Story: mi occupo di storie diventate classici della narrativa disegnata e segnalo tutti gli agganci con la realtà, la società, il costume, il pensiero, talvolta la politica. Ma non mi occupo, scrivendo nelle vesti di critico e di saggista, della vita privata degli autori, se non quando questo abbia un chiaro impatto a livello di testi e di disegni o, comunque, quando essa possa essere storicizzata svincolandosi dal pettegolezzo. Nei miei rapporti personali, invece, è ovvio che partecipi ai problemi anche intimi dei miei amici e colleghi. Peraltro, il mio modo di essere rifugge dalla polemica astiosa e gratuita. Sono invece sempre disponibile al confronto e alla discussione (come dimostrano i miei interventi dovunque siano stati pubblicati e i miei atteggiamenti nei dibattiti, pubblici o privati, dovunque avvengano). Sono lieto che qualcuni chi mi abbia definito "costruttivo" in un recente scambio di post su "ayaaaak". Piero scrive: "Io trovo che nella disponibilità al dialogo, nella semplicità con cui affronta le questioni proposte, critiche all'editoria comprese, ci sia da parte di Moreno un atteggiamento straordinario. E' costruttivo". Tarlo risponde: "Moreno è un ottimo elemento e sono convinto non sfigurerebbe affatto come editore. Oltre a conoscere bene il media è una persona di grande umiltà e professionalità". Grazie di cuore, e mi auguro che essermi fatto vanto di questi commenti non faccia ricredere l'autore circa la mia umiltà.

In ogni caso, pur non essendo a conoscenza di tutti i retroscena, non ho potuto fare a meno di notare l'improvvisa scomparsa di un forum dedicato ad Alan Ford presente in rete. E' facile collegarla alle recenti polemiche, ed è ovvio che io non sia affatto contento della faccenda. Spero con tutto il cuore che la cosa si risolva quando gli animi si saranno rasserenati (se mai accadrà) e di certo non giova alimentare il fuoco per spegnere l'incendio (tenetene conto in un eventuale vostro commento). La Rete è un grande strumento per veicolare idee: autori ed editori dovrebbero considerarla una risorsa e non un pericolo. Certo, bisogna imparare a destreggiarsi, ignorando i provocatori e combattendo gli abusi (che nessuno però chieda consiglio a me su come fare, però), ma approfittando della possibilità di far parlare del proprio lavoro e dunque di farlo conoscere. Non tutti lo capiscono (e ci sono anche indoli e caratteri diversi), e in ogni caso è sempre triste quando, per un motivo o per un altro, si chiudono degli spazi di discussione o si pongono degli inaccettabili paletti alla medesima.


Ci sono però altre cose che mi preme aggiungere. Innanzitutto, quando ho cominciato a collaborare, Bonelli d'accordo, con la Mondadori per Alan Ford Story, il progetto prevedeva soltanto trenta volumi, che avrebbero ristampato sessanta episodi, tutti del periodo Magnus & Bunker. Soltanto in seguito ho visto prima raddoppiare e poi triplicare il mio impegno. Sono stato contento del successo dell'iniziativa, come lo sono sempre quando qualcosa a fumetti va bene in edicola o in libreria, e come quando qualcosa a cui anch'io ho dato il mio contributo riceve un riconoscimento. Però, inizialmente ero lieto di poter, soprattutto, saldare un mio debito con una delle mie letture d'infanzia di cui, insieme con Zagor, conservo il più bel ricordo: appunto, il Gruppo TNT del periodo magnusiano. Sul fatto che i primi 75 episodi siano dei capolavori nessuno, credo, ha dei dubbi. Anche su Magnus ho scritto molte cose, cominciando da alcuni articoli apparsi su Collezionare nella seconda metà degli anni Ottanta, passando a un saggio su Il Fumetto dell'ANAFI dove ho stilato una delle prime e più complete cronologie ragionate e proseguendo con mie cose pubblicate un po' dappertutto (da Fumo di China a If). Tant'è vero che persino la signora Raviola, in una prefazione a un libro dedicato all'opera magnusiana, mi ha citato fra i critici che più hanno dedicato attenzione al marito. A forza di scrivere, ho finito anche per essere considerato un esperto della produzione bunkeriana ed è appunto per questo che collaboro con Alan Ford Story.

Bene: se dunque in questa veste dovessi dare un parere riguardo alla leggenda urbana che vorrebbe Magnus impegnato nel riscrivere personalmente le sceneggiature di Bunker intervenendoci pesantamente, come ho letto di nuovo, pochi giorni fa, proprio su "Ayaaaak", mi sentirei di dover smentire. Fermo restando che io non ho letto le sceneggiature originali in questione, e dunque esprimo un parere solo da attento conoscitore dell'opera dei due artisti, secondo me l'humor di Alan Ford è chiaramente e tipicamente bunkeriano e Magnus di suo ci ha messo (cosa che è più che abbastanza per farlo onorare nell'olimpo dei fumettisti) soltanto la sua stupefacente genialità grafica. E' appunto quella che costituisce il valore aggiunto fra le avventure del Gruppo TNT disegnate da lui, e tutto il resto della serie. L'idea che Raviola intervenisse nelle sceneggiature, che io sappia fu sostenuta per la prima volta nel 1982 da Stefano Tamburini (co-autore di Ranxerox, morto nel 1986) in una intervista sul n° 14 di Fumo di China, dove affermava che il disegnatore avrebbe riscritto di sua iniziativa molte delle sceneggiature di Bunker. Questa bizzarra idea è stata più volte smentita dallo stesso Magnus (non ho mai letto una sua intervista in cui lo dica, mentre ne ho lette alcune in cui afferma il contrario), ma in ogni caso risulta priva di fondamento a chiunque abbia occhi per vedere. Infatti, non solo lo spirito bunkeriano si manifesta a ogni piè sospinto anche nelle storie pre-alanfordiane e post-alanfordiane illustrate da altri oltre che da Raviola, ma anche costituisce il fondamento di tutta la produzione letteraria di Secchi. Basti pensare al personaggio di Riccardo Finzi, il detective milanese protagonista di una decina di romanzi gialli scritti da Secchi e non illustrati da alcuno. Ecco un passo davvero paradigmatico: "Si trattava di un donnone grosso come un ippopotamo, dalla mascella quadrata e dal naso che le cadeva in bocca. Non solo, ma sulla punta della proboscide c'era un porro grosso come una ciliegia che abbelliva ulteriormente il già grazioso visino". Senza nulla togliere agli indiscutibili meriti di Magnus, in questa descrizione c'è tutto Alan Ford.

Il fatto che poi, in pizzeria, ridendo e scherzando fra loro (come è stato più volte raccontato da loro stessi) Magnus & Bunker fossero protagonisti di scambi di battute che potevano servire da spunto per delle gag, o che si discutessero insieme alcune storie, è normale (capita anche a me con i mie amici disegnatori), ma poi, nella divisione dei compiti, è pacifico che uno sceneggiasse e uno illustrasse. Appunto in questo ambito, però, Magnus era Magnus e dunque riusciva a visualizzare da par suo la situazione proposta dall'autore dei testi, valorizzandola al massimo. La stessa gag disegnata da Raviola o da Piffarerio (piuttosto che da uno qualunque dei suoi successori) non aveva la stessa efficacia. Ecco perché, andandosene Magnus, ad Alan Ford è mancata la marcia in più che il talento del bolognese sapeva dare. Rileggendo gli episodi piffareriani mi rendo conto di come sarebbero state più efficaci se alle matite ci fosse stato il suo predecessore (senza nulla togliere al buon Piff, che onestamente ha fatto del suo meglio). Raviola era in sintonia perfetta con Secchi, aveva il senso della gag, interpretava in modo perfetto la vignetta e di suo ci aggiungeva appunto la convinzione e la partecipazione che Piffarerio non ha mai avuto del tutto. Del resto, anche quando Magnus si è messo a fare l'autore in proprio, i suoi personaggi non avevano più l'impronta bunkeriana, neppure quelli della Compagnia della Forca, che più di altri possono essere paragonati agli agenti del Gruppo TNT.



Per finire, dopo l'abbandono di Raviola è esploso il successo di Alan Ford in "SuperGulp!", che ha fatto raggiungere alla testata il massimo della sua diffusione e popolarità, a costo però di un abbassamento del target: l'arrivo di un nuovo pubblico giovanissimo giunto a sostituire quello più adulto che seguiva Magnus & Bunker fin dai tempi dei fumetti neri, ha convinto lo sceneggiatore (a torto o ragione) a realizzare storie più semplici e più "televisive" rispetto alle precedenti, ed ecco perché non si sono avuti più episodi di una sconvolgente maturità quali "Golpe" ma sono arrivati "Gommaflex" o "Il pescecane parlante". Piffarerio, dal canto suo, ha reso ancor più da cartone animato (lui che lavorava nello studio Gavioli appunto come animatore) le tavole alanfordiane che una volta erano disegnate con lo stile di Kriminal e Satanik o, se vogliamo, di Maxmagnus. Va detto che l'attuale titolare (ormai da molto tempo) delle matite, Dario Perucca (nella foto), è bravissimo e se fosse stato lui il primo erede di Magnus, forse la differenza con il predecessore si sarebbe vista meno (ma all'epoca era troppo giovane per venire preso in considerazione).


Per finire, visto che ho citato il mio "filo diretto" sul forum SCLS, riporto un paio di altri miei interventi sull'argomento. Mi ha chiesto un lettore: "Moreno ho scoperto che sei un grande appassionato ed esperto dei lavori di Magnus & Bunker, apprezzo molto le tue introduzioni sui volumi Mondadori. Ti chiedo questo: come mai fra i tanti personaggi di gran livello ideati dal duo, nessuno ha resistito al tempo? Solo Alan Ford è ancora in edicola, ma direi che vivacchia con un numero di copie davvero esiguo. Come mai, nessun personaggio ha avuto la longevità che invece ha caratterizzato diversi altri personaggi bonelliani?". Ho risposto: "Le mie introduzioni ai volumi della collana Alan Ford Story sono impegnative da scrivere, ma mi danno molte soddisfazioni: quando le rileggo a distanza di tempo mi piacciono e penso che sarebbe bello poter campare scrivendo soltanto articoli e saggi di quel genere, senza dover affrontare le forche caudine dei lettori critici verso il mio lavoro di sceneggiatore. Ricevere uno stipendio per scrivere elzeviri migliorerebbe la qualità della mia vita e mi restituirebbe qualche sonno tranquillo. Il lavoro più bello in assoluto potrebbe essere il recensore di libri: chi può pagarsi le bollette facendo soltanto quello, ha trovato la chiave della felicità. Sono gli altri a fare la fatica di inventare storie o elaborare teorie, e chi recensisce può limitarsi a pontificare e dare giudizi, peraltro temuto o vezzeggiato dagli stessi scrittori che pendono dalle sue labbra. A dire il vero, sarebbe ancora più bello poter vivere solo scrivendo il proprio blog. Uno si alza la mattina, guarda il cielo, scrive: 'L'azzurro sopra di me, oggi, mi fa capire quanto siamo piccoli in confronto all'universo'. E per quel giorno siamo a posto (purché, davvero, qualcuno elargisca uno stipendio). Ma, non potendo sopravvivere in questa maniera (e anzi, essendo del tutto incapace di aprire tecnicamente un blog anche per farlo gratis), sono felice di sfuggire ogni tanto dall'incubo della sceneggiatura per rifugiarmi negli elzeviri alanfordiani. Ho appena scritto l'introduzione al volume 19, intitolata Il grande complotto e mi sono molto divertito. Immagino che sarà ancora più divertente scrivere la prossima, dovendo addirittura scegliere se approfondire di più il tema della legione straniera o dell'inquinamento imperversante negli anni Settanta. Riguardo alla tua domanda, il discorso sarebbe lungo. Ma credo che la risposta si possa riassumere così: gli eroi di Magnus & Bunker non hanno proseguito a lungo (Alan Ford escluso) quanto la maggior parte degli eroi bonelliani perché, secondo me, erano così tipicamente legati all'inconfondibile stile dei due autori da non aver retto il confronto quando sono stati affidati ad altri. Basta sfogliare Kriminal per accorgersi che solo gli albi scritti a Bunker e disegnati da Magnus sono dei capolavori, tutto il resto si può tranquillamente dimenticare (copertine di Corteggi a parte). Il successo di Alan Ford assorbì così tanto le energie del duo da distoglierli, inevitabilmente, da Kriminal e Satanik. Gli eroi bonelliani hanno sempre potuto contare su una scuderia di autori in grado di alternarsi ai creatori o ai titolari, cosa che non è avvenuta per molti, troppi eroi Corno, indissolubilmente legati al carisma di Secchi e Raviola. Va anche detto che la produzione di Magnus & Bunker è durata un decennio, grossomodo: erano anni in cui il mercato era molto diverso da quello odierno, i ritmi imposti agli autori erano serratissimi, anche Magnus lavorava con consegne da stakanovista, i personaggi avevano normalmente vita breve, si tentava una serie, se non andava se ne apriva un'altra ma anche se andava se ne sfruttava il successo per allargare la produzione e il bacino d'utenza. Grandi idee come quelle di Gesebel o di Satanik (due eroine particolarmente originali) avrebbero meritato una maggiore cura se i tempi lo avessero consentito (erano gli anni dei neri e tutto sommato i ritmi erano quelli)".
Al che, l'amico critico ed esperto Giampiero Belardinelli è intervenuto così: "Su Kriminal e Satanik potrebbe rispondere, se utilizzasse Internet, Paolo Ferriani, autentico esperto dei due personaggi. Da parte mia, avendo letto attentamente i due volumi su Kriminal, editi e scritti dallo stesso Ferriani, una certa idea me la sono fatta. Kriminal e Satanik, oltre al fatto di essere visceralmente legati a Magnus & Bunker, erano personaggi in sintonia con l'anelito di trasgressione che aleggiava negli anni Sessanta. Erano personaggi forse troppo legati alle pulsioni di quel periodo e, una volta lasciati ad altri autori, quella carica trasgressiva è venuta meno. E poi, negli anni, con una più diffusa emancipazione dei costumi, il pubblico ha iniziato a disaffezionarsi ai due personaggi, ritenendo forse superate quelle emozioni. Anche Diabolik era molto legato all'estro delle sorelle Giussani, le quali non hanno mai abbandonato il proprio personaggio; le due donne hanno seguito i cambiamenti avvenuti nella Società italiana e di conseguenza hanno apportato le giuste modifiche alla serie, che si è mantenuta al passo coi tempi".
Io ho replicato: "Non sono del tutto d'accordo nel senso che le tue giuste considerazioni andrebbero integrate da alcune altre. Innanzitutto va detto che la carica trasgressiva di Kriminal e Satanik andò scemando per colpa dei sequestri, delle denunce e dei processi che Bunker e la Corno dovettero subire negli anni Sessanta. Basta leggere l'editoriale sul n° 100 di Kriminal per rendersene conto: si intuisce tutto lo sconforto dell'autore chiamato ad adeguarsi a un rigido elenco di paletti da non oltrepassare che praticamente gli impediva qualunque movimento. Ciò nonostante le trame da telefilm che lo sceneggiatore riuscì a imbastire anche in seguito (con l'avvento di mister Ypsilon e del Triangolo Isoscele, per esempio) riuscirono a far raggiungere e superare comunque il numero 400. Però, certo, se a un personaggio come Satanik alla fine si fa dare una 'patente speciale' di tutrice della legge, come accade a un certo punto appunto per le imposizioni moralistiche di giudici, magistrati e censori vari, è chiaro che il gioco è finito. Anche Diabolik, del resto, si è adeguato e ha addolcito di molto i suoi toni: a un certo punto non uccideva quasi più a sangue freddo e le sue vittime erano solo altri criminali che se lo meritavano (non sono un fan delle uccisioni a sangue freddo, mi limito a constatare che se uno si chiama Diabolik dovrebbe essere diaboliko). Però, la differenza di Kriminal e Satanik rispetto a Diabolik era che i primi conservavano sulla loro pelle le cicatrici dei drammi vissuti, Diabolik invece viene restituito integro all'avventura successiva. Diabolik vive in una città immaginaria fuori del tempo, Kriminal e Satanik fanno i conti con la realtà fatta di sesso, droga, corruzione politica, intrighi d'amore. A Kriminal uccidono un figlio, distruggono il covo, ha una tresca con la fidanzata del suo nemico (il commissario Milton), eccetera: insomma, Kriminal ha una continuity serrata (nelle storie di Bunker), Diabolik no. La continuity serrata porta a una maggiore usura di un personaggio, più di uno sempre più o meno uguale a se stesso come Diabolik. Se a tutto ciò si aggiunge che, appunto, lo staff della Corno, tolti Magnus & Bunker, non era in grado di competere con la qualità dei due creatori, ecco che dieci anni (che comunque non sono pochi) sono stati il limite per Tuta di Scheletro e per Marny Bannister". E con ciò, mi pare che possa bastare.

mercoledì 12 gennaio 2011

OPUS DAY

Un divertente metodo per verificare il livello culturale di qualcuno è chiedergli di scrivere su un foglio, sotto dettatura, le due espressioni latine "opus dei" e "aut aut". Se la persona sottoposta al test scrive "opus day" e "out out", forse è il caso di suggerirgli qualche ripasso.

Da questo punto di vista è esilarante la testimonianza di Gianmarco Perboni, pseudonimo di un professore di inglese, carogna esattamente come dovrebbero essere tutti gli insegnanti, autore di "Perle ai porci" (Rizzoli), un libro di cui (forse) tornerò a parlarvi, la cui copertina vedete più in basso. Il suo test per stabilire, nel momento in cui si presentano al liceo, se il passaggio dei suoi allievi attraverso i tre anni della scuola media e i cinque delle elementari abbia lasciato qualche traccia, consiste nel chiedere loro di tradurre lo slogan "Life is now", il tormentone pubblicitario di una azienda di telefonia cellulare. Pare che fra le risposte ci siano frasi come "Non è vita" e "Viva la neve". Quest'ultima, è davvero strepitosa.

Comunque sia, sappiate che c'è in circolazione un libro contenente una mia introduzione intitolata, a chiare lettere, proprio "Opus day". Però, l'ho fatto apposta. E' un gioco di parole. Volevo indicare una sorta di "giorno in cui è stata realizzata l'opera".

Di quale opera si tratta? Di una di cui sono anch'io corresponsabile (insieme a 102 altri autori), "Seconda Creazione". Si tratta di un libro, edito dalla struttura del "Comics Day" e uscito durante la scorsa edizione di Lucca Comics, contenente una storia a fumetti di 34 tavole, da me sceneggiata e disegnata da 101 diversi disegnatori, più Luigi Corteggi autore della grafica del titolo nella prima pagina. Si tratta probabilmente di un record quanto a numero di mani contemporaneamente al lavoro sulla stessa storia a fumetti pubblicata in volume.

Le 34 tavole contengono ciascuna tre strisce, e ogni striscia è stata realizzata da un illustratore diverso, tra cui alcuni grandi nomi del fumetto italiano. Ciascun disegno, realizzato in contemporanea nello stesso luogo e nel medesimo momento durante la Lucca del 2009, è stato venduto e il ricavato è stato devoluto a Telethon. Lo stesso scopo benefico avranno i proventi della vendita del libro, tirato in 500 copie. Perché torno a parlarne? Perché gli organizzatori lucchesi mi hanno mandato la seguente mail: "Volevo informarti che Seconda Creazione sarà disponibile sul catalogo Mega (Alastor Distribuzione) di gennaio 2011, e sarà pertanto ordinabile da qualunque fumetteria. Spargi pure la voce!". Un breve supplemento d'indagine mi ha permesso di appurare che il prezzo al pubblico è di dieci euro, che si può ordinare on line dal sito della Alastor o, comunque, si può prenotare in fumetteria.

L'elenco, assolutamente strabilante, dei centouno disegnatori che hanno prestato la loro opera gratuitamente illustrando la mia storia (per me è stato un onore collaborare con ciascuno di loro) è riportato in fondo al post in rigoroso ordine alfabetico. Prima, pubblico di seguito la mia introduzione al volume. Segnalatemi pure gli eventuali strafalcioni, ma ribadisco che "opus day" è voluto.

Gli autori delle strisce pubblicate nelle tavole che vedete di seguito sono, nel'ordine: Luigi Corteggi (titolo), Vittorio Giardino, Daniele Caluri; Dario Perucca, Massimo Cavezzali, Luca Enoch; Roberto Totaro, Milo Manara, Simone Massoni.


OPUS DAY
di Moreno Burattini

La telefonata mi è giunta inaspettata un mese e mezzo prima dell'apertura del Salone di Lucca, a metà settembre del 2009. Gli organizzatori, memori delle mie ripetute collaborazioni con la kermesse lucchese, mi chiedevano se ero disposto a dare una mano per una iniziativa da inserire nell'imminente edizione di fine ottobre. Si trattava di qualcosa di molto impegnativo e, per giunta, da portare a termine in pochissimo tempo. Ma, indubbiamente, il progetto era entusiasmante: "Stiamo pensando di radunare in un unico luogo centouno disegnatori italiani - mi è stato detto - e chiedere loro di illustrare, in pubblico e in contemporanea, ciascuno una vignetta di una storia, da realizzarsi mettendo insieme i disegni di tutti". Centuno autori, come centuno erano gli anni da festeggiare dalla nascita del fumetto in Italia, calcolata a partire dal 27 dicembre 1908, data di uscita del primo numero del Corriere dei Piccoli.

L'iniziativa avrebbe avuto uno scopo benefico, visto che gli originali delle vignette sarebbero stati messi all'asta per Telethon. A me, che non so disegnare, veniva chiesto di scrivere la sceneggiatura. In pratica, se avessi accettato, avrei lavorato con una incredibile squadra grafica, composta non soltanto da alcuni nomi illustri che hanno fatto la storia del fumetto italiano, ma anche da molti giovani, in rappresentanza delle scuole e delle tendenze più diverse. Ma anche, avrei dovuto immaginare una storia in grado di poter mettere d'accordo tutti e con la quale ciascuno potesse trovarsi in sintonia. Per cui, qualcosa di drammatico ma anche di umoristico, di realistico ma anche di grottesco, di supereroistico ma anche di minimalista. Ho immaginato che, se avessimo portato in porto con successo un progetto del genere, avremmo dimostrato una volta di più la straordinaria versatilità del linguaggio dei comics, in grado di raccontare qualunque cosa, di piegarsi duttilmente a ogni necessità narrativa, di veicolare idee ed emozioni in modo diretto ed efficace come pochi altre forme di comunicazione. Ho detto subito di sì, e ho promesso agli organizzatori che di lì a un paio di giorni avrei inviato in lettura un soggetto.

Quando ho riattaccato il telefono, stavo prendendo la metropolitana per tornare a casa. Al mio arrivo, mezz'ora dopo, avevo già due idee in mente. Il giorno dopo, le ho inviate a Lucca via mail. Si intitolavano "Come i fumetti salvarono la Terra" e "Seconda Creazione", quest'ultima decisamente la storia che preferivo. Tutte e due le tracce, comunque, rispondevano all'esigenza di celebrare in qualche modo il mondo degli eroi di carta e di mettere a confronto stili diversi. In attesa che mi venisse detto se uno dei soggetti poteva andare, pensai anche che non si doveva lavorare sul formato "vignetta", ma sul formato "striscia". Questo perché a tutti i disegnatori era giusto chiedere lo stesso impegno, e sceneggiando a volte si prevedono vignette più semplici e altre più complicate, come per esempio un semplice primo piano di un volto invece che la carica dei Seicento a Balaklava, in Crimea. Consapevole del problema, mi riproponevo di chiedere agli illustratori una striscia suddivisa in due o tre vignette, o in una sola, a seconda della difficoltà, in modo che tutti avessero più o meno lo stesso carico di lavoro. Così, suggerii di mettere in cantiere una sceneggiatura non in centouno vignette, ma in centouno strisce. Calcolando l'intestazione (che già immaginavo di affidare al grande Luigi Corteggi, grafico dei logo e dei titoli delle più importanti testate a fumetti italiane), le strisce sarebbero state centodue, che rimontate tre per pagina (alla maniera bonelliana) facevano esattamente trentaquattro pagine. Una lunghezza adatta e congrua anche per l'eventuale pubblicazione di in un libro!

Nel giro di una settimana, da Lucca giunse il benestare sia per "Seconda Creazione", sia per il formato a striscia su cui impostare la manifestazione. A quel punto, cominciava una lotta contro il tempo. Per me, impegnato a scrivere trentaquattro pagine di sceneggiatura calcolando che su ognuna avrebbero lavorato tre diversi disegnatori; per lo staff lucchese, occupato a contattare decine e decine di autori convincendoli a convergere nel medesimo luogo alla medesima ora del medesimo giorno, e a organizzare la preparazione delle buste con il cartoncino e gli strumenti da disegno da utilizzare nella performance in pubblico.

Uno dei problemi che mi trovai subito di fronte, fu quello di come spiegare a così tanti artisti diversi l'aspetto dei vari personaggi della storia, oppure le caratteristiche dell'ambiente in cui si muovevano. Per esempio, a me serviva far vedere un'astronave a forma di catamarano: come riuscire a farla disegnare a tutti più o meno nello stesso modo, così che fosse almeno riconoscibile fra una striscia e l'altra? E la stanza dove uno dei protagonisti si chiude a leggere fumetti, come poteva essere visualizzata in modo uniforme da mani e menti diverse? Era chiaro che servivano degli schizzi di riferimento, o meglio, dei model sheets. A Lucca, per fortuna, abita un giovane disegnatore con cui in passato mi ero trovato a collaborare, con soddisfazione reciproca, a una storia a fumetti tratta da un romanzo fantasy di Renato Genovese, "La frontiera di ghiaccio". Anche in quel caso, avevamo dovuto finire il lavoro con un ristrettissimo margine di tempo: eppure, Riccardo Pieruccini si era rivelato all'altezza della situazione. Così, il bravo Riccardo è stato coinvolto e, sulla scorta delle mie indicazioni, è riuscito a fornire a tutti gli autori una serie di studi preparatori di tutti i personaggi e dei principali ambienti di "Seconda Creazione". E' grazie a lui se il marinaio, la ragazza, l'adolescente, Alfa e Omega sono riconoscibili come tali in tutte le strisce in cui compaiono, nonostante che ogni disegnatore abbia lavorato in maniera estemporanea e senza collegamenti con gli altri.

Il giorno stabilito, il 30 ottobre 2009, nell'auditorium di San Romano nel cuore di Lucca, all'interno dell'incredibile cornice di una antica chiesa trasformata in uno spazio per eventi a disposizione della città, mi sono recato anch'io all'appuntamento. Era il giorno in cui opera si sarebbe compiuta, l'opus day. Lungo le pareti, a destra e a sinistra, erano stati collocati dei pannelli su cui le strisce di cartoncino, già sagomate e squadrate e con il logo Telethon, aspettavano soltanto le matite dei disegnatori. Ciascuno dei convenuti, dopo il saluto e il ringraziamento degli organizzatori, ha ricevuto una busta chiusa contenenti il soggetto della storia, i model sheets e la sceneggiatura della striscia da illustrare: ovviamente, tutti hanno scoperto di che cosa si trattava soltanto all'ultimo momento. A parte qualche scambio di busta teso a favorire al massimo le potenzialità di alcuni, nella stragrande maggioranza dei casi tutti hanno "pescato" a caso le loro vignette.


A un certo punto, comunque, è stato dato il segnale di partenza. Dopodiché, la magia: uno accanto all'altro, disposti in file lunghissime, gli autori hanno cominciato a disegnare. Io, guardavo commosso: non avevo mai visto tanti fumettari, per dirla con Hugo Pratt, tutti insieme appassionatamente al lavoro sul medesimo progetto. Il colpo d'occhio, di cui nessuna foto potrà restituire l'effetto, è stato entusiasmante. Gli autori non erano proprio centouno, ma quasi. I pochissimi che non sono potuti intervenire per cause di forza maggiore o hanno disegnato nel pomeriggio o hanno provveduto da casa, contribuendo comunque al successo dell'iniziativa. In non più di un paio d'ore, "Seconda Creazione" è stata creata. Ciascuno degli artisti coinvolti ha interpretato a modo suo, con il proprio stile, secondo il personale talento, la sceneggiatura ricevuta. Disegni graffianti o precisissimi, calligrafici o estemporanei, grotteschi o realistici, sono stati messi al servizio della medesima storia, scritta apposta perché le più diverse mani potessero interagire fra loro. E come si sono mescolati gli stili, così si sono alternati i nomi: artisti famosissimi o giovani esordienti hanno avuto lo stesso spazio e la stessa dignità. Il risultato è stato raccolto in questo volume: potete giudicarlo da soli. Un unico racconto realizzato da duecentoquattro mani diverse, comprese le mie. Eppure funziona, eccome. E' stato un privilegio e un onore collaborare con così tanti colleghi, molti dei quali incontrati per la prima volta e alcuni senza dubbio artisticamente ispirati da letture ed esperienze ben diverse dalle mie. Ma alla fine, evidentemente, qualunque combustibile lo alimenti, il fuoco dal fumetto che ci brucia dentro è lo stesso.


Gli autori di "Seconda Creazione"

Testi: Moreno Burattini
Disegni: Tino Adamo, Sergio Algozzino, Fabiano Ambu, Ausonia, Paolo Bacilieri, Gigi Baldassini, Armin Barducci, Fabio Bartolini, Michele Benevento, Davide "Daw" Berardi, Matteo Berton, Simone Bianchi, Miriam Blasich, Elia Bonetti, Jacobo Brandi, Riccardo Burchielli, Michela Cacciatore, Daniele Caluri, Stefano Casini, Paolo Castaldi, Massimo Cavezzali, Sauro Ciantini, Fabio Civitelli, Gianluigi Concas, Marco Concas, Marco Corona, Alberto Corradi, Luigi Corteggi, Paolo Cossi, Alessandra "Mais2" Criseo, Manuel De Carli, Andrea Del Campo, Beniamino Delvecchio, Dentiblù, Giuseppe Di Bernardo, Paolo Di Pietrantonio, Andrea Domestici, Luca Enoch, Paola Fanucchi, Gallieno Ferri, Marco Ficarra, Alessandro Fiumi, Francesca Follini, Massimiliano Frezzato, Sergio Gerasi, Marco Gervasio, Vittorio Giardino, Simone Guglielmini, Emilio Laiso, Stefano Landini, Mauro Laurenti, Luca Lenci, Gianluca Maconi, Milo Manara, Federica Manfredi, Marcello Mangiantini, Giovanni Marcora, Luca Maresca, Alex Massacci, Pasquale "Pako" Massimo, Simone Massoni, Francesca Mengozzi, Rita Micozzi, Luca "Laca" Montagliani, Federico Nardo, Francesco Natali, Marco Nizzoli, Lorenzo Nuti, Alfredo Orlandi, Emiliano Pagani, Alberto Pagliaro, Lorenzo Palloni, Dario Perucca, Jelena Pesic, Riccardo Pieruccini, Paolo Piffarrerio, Alessandro Poli, Giacomo Pueroni, Pierpaolo Putignano, Pasquale Qualano, Natascia Raffio, Giorgio Rebuffi, Davide Reviati, Francescoli Ripoli, Armando Rossi, Massimo Rotundo, Daniele Rudoni, Piero Ruggeri, Marco Santucci, Lorenzo Sartori, Andrea Scoppetta, Gianni Sedioli, Donald Soffritti, Cristiano Spadavecchia, Daniele Statella, Francesco Stella, Niccolò Storai, Alberto "Albo" Torturici, Roberto Totaro, Antonio "Gnago" Tregnaghi, Walter Trono, Marco Turini, Antonio "Sualzo" Vincenti, Alessandro Vitti, Silvia Ziche.

REGALI DI NATALE

Prima di passare a parlare d'altro (ho diversi argomenti che incombono), devo esaurire il tema delle vacanze di Fine Anno, dato che fra una settimana sarebbe troppo tardi per trattarlo (e già un po' lo è), anche se quanto sto per dire mi pare abbia una pregnanza svincolata dalla contingenza.

So già che mi pentirò di aver scritto quello che leggerete più sotto, e per questo metto le mani avanti: sicuramente, come già mi è successo altre volte nella vita, su questa questione dovrò ricredermi. Muterò parere e mi convincerò della bontà di ciò di cui prima diffidavo. Però (che ci devo fare?), in questo momento la penso così e non posso fare a meno di dirlo. Nel caso di un ripensamento, resterà come testimonianza di come i tempi cambiano e noi con essi (tanto per citare Fouché).

Di che cosa sto parlando? E' presto detto. Vedete la commovente foto qui sopra? Rappresenta i libri che ho ricevuto per regalo a Natale da parte di amici e parenti. Sono proprio, fisicamente, quelli che ho ancora qui davanti mentre scrivo. Li ho fotografati io dopo averli messi in posa. Li guardo, li tocco, li sfoglio, sospiro di felicità e sono lieto di possederli.


Peraltro, li desideravo. Erano due mesi che, a passeggio con la fidanzata, passando davanti alle vetrine delle librerie indicavo quei titoli e rimarcavo come mi sarebbe piaciuti acquistarli e mi ripromettevo ad alta voce che prima o poi li avrei comprati. La fanciulla al mio fianco registrava tutto mentalmente e poi, come io subdolamente auspicavo, diffondeva fra i congiunti la lista. Così, quando effettivamente alcuni dei libri indicati mi sono giunti fra le mani ben infiocchettati, ho potuto esclamare: "Ma no! Incredibile! Proprio quello che volevo!". Perciò, grazie a chi mi ha fatto trovare un libro sotto l'albero. Grazie, soprattutto, perché temevo il peggio. Lo temevo dopo aver visto il filmato, del tutto terrorizzante, che potete anche voi visionare (se ne avete il coraggio), cliccando qui sopra.

Per chi non osa farlo, riepilogo molto in breve. Un certo Marco Ferrario, rappresentante o titolare di qualcosa che si chiama Book Republic Store, che mi pare di aver capito sia una libreria on line, spiega come la moda per il Natale 2010 sia stata (o avrebbe dovuto essere) quella di regalare degli e-book. Fin qui, uno come me potrebbe restare un po' perplesso, ma insomma, ognuno è libero di regalare ciò che vuole, e-book compresi (ho sentito alla radio di gente che ha ricevuto una gondola con le lucette da mettere sopra il televisore). La parte terrorizzante è quando il signor Ferrario dice che il destinatario del regalo riceve un messaggio di posta elettronica in cui si spiega come fare per scaricare l'e-book regalato. Cioè, se qualcuno avesse regalato a me un e-book, io invece di ricevere le meravigliose millequattrocento pagine di "Limit" di Frank Schätzing avrei ricevuto una e-mail.

Non so se vi rendete conto. Da una parte un bel pacchetto voluminoso e pesante, da scartare e poi da sfogliare, carezzare, palpare, annusare, abbracciare come un peluche e come un peluche portare a letto. Dall'altra parte, una e-mail. Cioè, quelle cose di cui bisogna diffidare come dei pataccari che all'Autogrill ti vogliono vendere il cellulare rubato, quelle cose che è meglio non aprire se non sai da chi arrivano e anche se lo sai concentrati sul titolo per capire se è nello stile dello scrivente o se è un'altra trappola come quella dei tuoi conti correnti su tutte le banche d'Italia che sono stati bloccati. Mamma mia, le e-mail. Mi fanno paura tutte le volte che accendo il computer, ne scarico cinquanta, le esamino senza aprirle ponderando ben bene ogni indizio e ne cancello quarantotto non fidandomi del contenuto. E se avessi cancellato anche dei regali di Natale? Vabbè, insomma Ferrario ti manda un'email. E che c'è scritto nell'e-mail? Delle istruzioni per scaricare un file.

Ora, solo al pensiero di dover fare un download mi sento male. L'anno scorso a Natale mi hanno regalato un navigatore satellitare. Siccome mi sono accorto che non era registrata sulla mappa la nuova rotonda vicino a casa, ho pensato di aggiornare le cartine stradali scaricandole dall'apposito sito. Non l'avessi mai fatto. Si è piantato tutto in modo irreversibile. Ho avuto un serrato scambio di email, durato alcuni mesi, con l'assistenza dell'aggeggio: alla fine, ho appurato che l'unico modo per ripristinare il funzionamento del manufatto era spedirlo per posta a non so quale centro di riparazione e poi riaverlo indietro, per una spesa di duecento euro. All'incirca il valore dell'oggetto stesso. Al che ho gettato il tutto nella spazzatura e guido con le mappe stradali di carta.

Altre volte, facendo i download ho ottenuto: a) blocchi totali del funzionamento del computer; b) ore e ore di collegamento senza risultato alcuno se non quello dell'ingolfamento della ram; c) scaricamento di programmi diversi da quelli desiderati; d) scaricamento di programmi scritti in lingue straniere incomprensibili; e) scaricamento di programmi non funzionanti o senza effetto alcuno nonostante i cliccaggi; f) scaricamento di programmi finiti non so dove nel mio computer e mai più recuperati; g) scaricamento di virus. Quando poi il programma era giusto e funzionante, cadeva sistematicamente la connessione nel mezzo del trasferimento dati. Ordunque, io dovrei essere lieto di ricevere in regalo una e-mail in cui mi si danno istruzioni per scaricare qualcosa?

In ogni caso, dopo aver sentito parlare il signor Ferrario, e temendo di dovermi preparare a ricevere una delle terribili e-mail da lui minacciate, sono andato a informarmi su che cosa dovevo avere a disposizione per poter leggere il famigerato e-book, nella malaugurata ipotesi che un parente sprovveduto, convinto che io a Milano sia super-accessoriato con tutti i gadget tecnologici, avesse pensato di regalarmene uno.

Mi sono recato in una grande libreria del centro e ho notato dei vistosi cartelli che magnificavano i pregi di un coso chiamato Biblet. Ho cercato di afferrare al volo uno degli addetti della libreria (quei signori vestiti di rosso la cui principale abilità consiste nello schivare il placcaggio da parte dei clienti) e dopo ripetuti tentativi infruttuosi sono riuscito a intercettarne un esemplare. Il quale, dopo aver sentito che cosa stavo cercando, appunto il Biblet, mi ha chiesto: "Quello della Tim?". Panico nei miei occhi. Attimo di silenzio. Tim? "No", ho risposto io, dato che non cercavo un telefonino. "Allora non ce l'abbiamo". E ha fatto una finta dribblandomi di lato e scomparendo fra gli scaffali in una scia rossa.

Dopo una serie di lunghe indagini apprendo che dicesi Biblet qualcosa di collegato, non so perché, con la Tim. Ma io ho da dieci anni una scheda Vodafone. Non è che prima ne avessi un'altra, prima non ce l'avevo proprio, il telefonino. Non l'ho mai cambiata perché tremo al pensiero delle complicazioni burocratiche e tecnologiche insite nel passaggio, ammesso che ci sia un motivo per cambiare (se uno cambia perché un altro gestore è più conveniente, poi deve cambiare di nuovo appena si presenta un'offerta ancora più vantaggiosa: risultato, devi sempre stare a fare i conti e confronti su quanto risparmi con pinco e quanto con pallino e poi affannarti a seguire i vari passaggi di società, e il tempo che perdi in queste stressanti pratiche non potrà mai compensare il molto ipotetico ed eventuale risparmio fatto. Io ho escluso a priori di cambiare gestore, non ci penso più e non ho questo problema. Uno di meno). Insomma, dubbio atroce: per comprare Biblet devo cambiare anche il telefonino? O devo avere una nuova SIM oltre quella che ho? E devo ricaricare anche quella? Ma non era meglio attaccare Biblet al computer e scaricare i libri dalla ADSL? Magari sarà pure possibile, ma a me hanno detto che dovevo abbonarmi a Tim.

Sì, perché poi sono riuscito a impedire la fuga di un altro uomo in rosso e ho potuto anche ammirare il Biblet in tutta la sua bellezza, ben intendendoci sul fatto che non è bello ciò che è bello ma ciò che piace. Ammirare, beninteso, da spento e da sotto un vetro. Già, perché mi è stato impedito di prendere in mano l'oggetto e vederlo acceso. Motivo ufficiale: altri prima di me l'avevano provato e l'aggeggio si era scaricato. Ora, al di là del fatto che non si può comprare un coso per leggere i libri senza prima vederlo in funzione e rendersi conto se si leggono bene oppure no, la vera notizia è che il Biblet si scarica. Ergo, tu puoi essere sul punto più bello di un romanzo di Agatha Christie, stai per scoprire chi è l'assassino e l'aggeggio improvvisamente si spegne. Ammetterete che la prospettiva è terrificante. Considerando come si scaricano sempre più in fretta dopo l'acquisto le batterie di portatili e Ipod, non è una cosa molto incoraggiante.

Ma io, deciso a non farmi spaventare e a dimostrarmi un vero uomo al passo con i tempi, chiedo ugualmente che mi si spieghi come si fa a salvaguardare il proprio acquisto: cioè, se io compro i sette volumi della Ricerca del Tempo Perduto di Proust e li metto nel Biblet, dopo come faccio a essere sicuro che non mi si cancellano o non vanno persi se il Biblet si guasta? Vista l'esperienza con il navigatore, giustamente uno vuole tutelarsi. "Posso mettere i libri su un CD?", chiedo. No, mi si risponde. Gli e-book hanno una protezione che impedisce la copia. "Cioè?". Cioè, una volta scaricati non si possono copiare su un altro computer. Eh? Possibile? Invece è proprio così. Dunque se uno usa il Biblet per due o tre anni e compra (come farei io) cento o duecento e-book, appena si dimentica l'aggeggio in treno, o gli cade nel cesso, o semplicemente smette di funzionare per sfiga o per usura, tutti gli acquisti vanno perduti. Però! E non posso neppure prestarli a un amico (se non cedendogli tutto il tablet). Senza contare, poi, che l'accenno alla protezione mi ha messo una pulce nell'orecchio: non sarà che i libri che si possono leggere sul Biblet sono si possono leggere su, mettiamo, Kindle o l'Ipad? Non sarà che ognuno si protegge i suoi libri per cui si possono comprare solo quelli della propria razza e non quelli della concorrenza? E se il libro che io cerco non ce l'ha Biblet ma ce l'ha il concorrente? Devo avere anche un secondo aggeggio per ogni evenienza? E infine, non sarà che fra due anni cambiano tutte le tecnologie e gli e-book di oggi non li leggeremo più con niente come è successo con le audiocassette e i super-otto? I libri di cui parlavo nel post precedente sono durati cinquecento o mille anni: gli e-book che eventualmente acquistassi, quanto durerebbero?

In ogni caso, non avendo potuto provare l'ebbrezza di girare una pagina virtuale su un Biblet acceso, i miei figli mi trascinano al bancone dell'Ipad dove, incatenato al tavolo, ce n'è uno funzionante.

Mi mostrano, nello schermo, una specie di scaffale dove, battendo con il dito sul vetro, si aprono dei libri. Ora, una delle mie esperienze tecnologiche più recenti è stato il passaggio, avvenuto in occasione del mio compleanno, a un telefonino con il touch-screen. E' stato un incubo che mi ha tolto il sonno per settimane (adesso non è che l'ho risolto, semplicemente mi sono rassegnato). Batto con il dito sul vetro e il telefonino tutto fa tranne quello che gli chiedo di fare (peraltro, sempre con la videata orizzontale se tengo l'apparecchio verticale, o viceversa). Per cui, so con certezza che se c'è da battere il dito su uno schermo, quello non mi obbedirà. Infatti, provano i ragazzi e le pagine dell'Ipad girano; provo io, e non girano. Do dei gran colpi cercando di richiamare l'attenzione dell'oggetto, che non mi degna di considerazione, e ottengo solo di richiamare l'attenzione di un omino rosso che accorre ad allontanarmi prima che faccia dei danni (in questo caso, l'omino in questione mi ha placcato anziché schivarmi). Sinceramente, i libri di carta non hanno nessuno di questi problemi. Le pagine si sfogliano solleticando i polpastrelli, e profumano.

Ora, se quelli di Biblet, di Kindle o dell'Ipad non riescono a convincere me, che sarei un potenziale fortissimo acquirente di e-book, che se ne fanno di convincere i patiti della tecnologia, che tanto invece di leggere chattano su Facebook? Forse, il prossimo volume che comprerò, su carta, sarà "Non sperate di liberarvi dei libri", di Umberto Eco e Jean-Claude Carriére. In modo molto più serio e dottamente argomentato, gli autori sostengono più o meno quello che anch'io sono andato fin qui dicendo.

PS: tutto ciò non contraddice quanto sono andato sostenendo sulla necessità di digitalizzare al più presto i fumetti per proporli ai chattatori di Facebook. Io continuerò a leggerli su carta, ma giustamente il signor Ferrario potrebbe vendere al resto del mondo quelli elettronici.

domenica 9 gennaio 2011

LA FATICA DI SCRIVERE

Sono appena tornato da un viaggio di una settimana in Alsazia, durante il quale ho anche attraversato il Reno, sconfinando per una giornata nella vicina Germania. La terra delle cicogne è una regione meravigliosa, se si riesce a sopravvivere alla cucina, evitando tutto ciò che subisce l'influenza tedesca e limitandosi ai piatti di origine francese (niente da dire invece sui vini). Avrei infiniti aneddoti da raccontare e foto da mostrare ma per il momento, ancor prima di disfare le valigie, c'è un posto in particolare di cui vi voglio parlare ed è la Bibliotheque Humaniste della città di Sélestat, a metà strada fra Colmar e Strasburgo.

Non mi soffermo sulla località, che vale sicuramente una visita (come un po' tutte quelle dei dintorni, a partire da Riquewihr), ma se c'è un luogo nella regione da non perdere si tratta senza dubbio di quella biblioteca (mentre, per esempio, si potrebbe fare tranquillamente a meno di scattare foto davanti all'insulso Parlamento Europeo, come il sottoscritto nell'immagine più in basso).



Che cosa c'è di tanto bello nella raccolta di volumi di Sélestat e perché ci sono andato? Va detto che il senso estetico è soggettivo e che ognuno si emoziona davanti a ciò che gli pare, persino davanti al Parlamento di cui sopra (e magari c'è chi va in Alsazia apposta). Però, io sono sempre rimasto affascinato dall'idea che una volta i libri si copiassero a mano, uno per uno, e che grazie al lavoro degli amanuensi sono giunti fino a noi alcuni testi della più remota antichità, mentre mille altri sono andati perduti (di alcuni conosciamo soltanto il titolo, l'argomento o brevi frammenti citati in altri manoscritti o nelle loro note, e chissà quanti ci sono invece del tutto ignoti). Ho sempre avuto un grande interesse per la filologia e di recente mi sta appassionando (ognuno ha le proprie perversioni) quella biblica. Ugualmente, mi entusiasmano i libri antichi (di cui però non mi posso permettere l'acquisto neppure in sogno) e trovo da batticuore l'idea di tenere in mano un incunabolo (anche se ammetto che ci sono cose più gradevoli da palpeggiare, ma l'una cosa non esclude l'altra). Per incunabolo si intende la prima edizione a stampa di un testo antico, ed essendo la stampa stata inventata a metà del Quattrocento si può capire che si tratta di volumi di circa cinquecento anni fa.

In ottobre vi ho parlato di un soggetto per Dampyr che Mauro Boselli mi ha approvato, e di cui ancora attende, con la pazienza di Giobbe, le prime tavole. Ecco, la mia idea riguarda appunto questo tipo di argomento: amanuensi, antichi codici, il lavoro dei filologi (Harlan ne conoscerà uno, fiorentino, realmente esistente). Visitare la Bibliotheque Humaniste di Sélestat mi è servito appunto per rinfrescarmi le idee e fare un bagno salutare fra vecchi scaffali e preziose pergamene in cerca di ispirazione.

Fondata nel 1452, la biblioteca conserva le raccolte della Scuola Latina della città e quella del letterato Beatus Rhenanus, un amico intimo di Erasmo da Rotterdam. Custoditi sotto vetro in teche che si possono ammirare solo alzando i pesanti drappi in velluto rosso che li ricoprono, ci sono manoscritti del settimo secolo e di tutti i successivi periodi fino all'avvento di Gutemberg (che soggiornò per una decina di anni proprio nella vicina Strasburgo).


Io, che sono un cultore di storia cinquecentesca, ho potuto vedere su un documento la firma autografa di Carlo V, un sovrano per cui ho sempre avuto una grande simpatia (nonostante l'altrettanta simpatia che mi lega a Francesco Ferrucci, capitano fiorentino di cui, a rigor di logica, l'imperatore fu il responsabile ultimo della morte - anche se probabilmente neppure sapeva che esistesse).

Ugualmente emozionante sono una delle prime carte geografiche che le coste del Nuovo Mondo e le pagine della Cosmographiae Introductio di Martin Waldseemuller, stampato a St-Dié (sempre in Alsazia) nel 1507, e contenente l'atto di battesimo dell'America, cioè la prima volta in cui il Continente da poco scoperto viene chiamato così.

Quando Cristoforo Colombo avvistò l'isola di Guanahani, che battezzò San Salvador, prendendone possesso in nome dei sovrani di Spagna, era il 12 ottobre 1492, data che convenzionalmente segna l'inizio dell'Età Moderna. Il navigatore genovese pensava di aver raggiunto un'isola dell'arcipelago giapponese: non si rese conto di essere arrivato su un continente diverso da quello che si aspettava e dunque non pensò di dovergli dare un nome. A quello provvide un altro italiano, il fiorentino Amerigo Vespucci, che nel 1499 si unì ad Alonso de Hojeda, un navigatore che aveva ricevuto dalla Spagna l'incarico di esplorare le terre da poco scoperte. Vespucci fu tra i primi sostenitori dell'idea che il genovese avesse scoperto un nuovo continente. Nelle sue lettere a Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici, Amerigo si disse convinto che non si trattava di zone sconosciute dell'Asia. La rapida diffusione dei suoi scritti indusse il cartografo Waldseemuller a usare il nome America, traendolo del nome latinizzato del navigatore, Americus Vespucius, per indicare i nuovi territori. Peraltro, ad Amerigo si deve anche il nome del Venezuela, dato che fu lui a indicare come "piccola Venezia" un villaggio indigeno costruito con palafitte sull'acqua nell'attuale laguna di Maracaibo.

C'è però un punto a cui voglio arrivare (ammesso che siate arrivati voi fin qui): qualcosa che non ci porterà ulteriormente fuori tema rispetto agli argomenti di cui di solito si parla in questo blog. Sempre per via delle personali perversioni di ciascuno di noi ("quante deviazioni hai?" chiedeva Vasco Rossi in uno dei suoi primi pezzi contenuto nell'album "Bollicine" di cui conservo gelosamente il vinile), ho alternato la lettura dell'ultimo, fantastico, libro di Stephen King ("Notte buia, niente stelle", che mi sono divorato in viaggio facendo le ore piccole per leggere quante più pagine possibile) a quella di un libro dedicato appunto alla filologia (per documentarmi in vista della mia sceneggiatura dampyriana che prima o poi dovrò pur iniziare).

Così, mi sono imbattuto in una testimonianza che mi ha colpito e che vi riporto brevemente. In un manoscritto copiato probabilmente nell'anno 783 in un monastero di Orléans (sempre in Francia), un amanuense, stanco dopo un giorno passato a ricopiare pagine, aggiunge un suo sfogo personale su un pezzo di pergamena rimasto bianco, scrivendo in latino più o meno queste parole (la traduzione è di Giampaolo Dossena): "Quanto a voi, lettori che leggerete questo libro, curate bene la pulizia delle vostre mani, e tenete le vostre dita lontane dalla scrittura; perché chi non sa scrivere non pensa che sia una fatica (...). Oh, la scrittura, che grave fatica che è! Curva la schiena, rovina gli occhi, spezza il petto e le costole. E tu, fratello che leggi questo libro, prega per il chierico Radulfus che lo scrisse nello scriptorium di Sant'Aniano".

Ecco, dopo milleduecento e rotti anni, oltre a rivolgere un pensiero affettuoso al chierico Radulfus sperando che sia lui a pregare per me, che ne ho bisogno, mi verrebbe da sottoscrivere e fare mie le sue parole. Perché scrivere, anche fumetti, anche al computer, a volte è davvero faticoso. Chi non sa che cosa vuol dire, pensa che sia facile. "Sempre meglio che lavorare", per prendere in prestito il titolo di un libro di Luca Goldoni. "Sapessi quanto è bassa la terra", mi diceva il mio nonno che faceva il contadino, e dunque lo so che zappare spezza la schiena. Ma, appunto, tutti sono disposti ad ammetterlo. A sceneggiare fumetti, invece, sembra che chiunque sia buono. "Capirai che ci vuole", pare che sia l'opinione comune, almeno a giudicare anche dal lavoro di chi si improvvisa sceneggiatore o anche di alcuni che si propongono come autori senza avere la minima idea di che cosa voglia dire costruire una storia che stia in piedi, ma anche a leggere taluni commenti di chi critica le fatiche altrui come se lui, il commentatore in questione, sapesse fare di meglio su due piedi e a occhi chiusi (com'è ovvio non ce l'ho con i critici in quanto tali, neppure con quelli più malevoli, ma soltanto con coloro che non rispettano la fatica altrui là dove c'è evidentemente c'è stata).

Radulfus si riferiva alla fatica del copiare i manoscritti, io alla fatica di realizzare qualcosa che altri possano leggere con interesse, nel miglior modo in cui riesco a farlo. Ma alla fine, credetemi, non posso che dire con lui: "Oh, la scrittura, che grave fatica che è!". Poi, come mio nonno che avrebbe voluto essere sepolto nel suo campo, anch'io amo il mio lavoro e mi ritengo fortunato a poterlo fare. Ma mi piacerebbe che non si pensasse, con troppa faciloneria, che è un lavoro semplice. Perciò, cercate di aver curato bene la pulizia delle vostre mani la prossima volta che leggerete un fumetto, perdìo!